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Stefano Ricci a dialogo con Marius Creati

Stefano Ricci, grande interprete di sceneggiature televisive di stile generalista, nonché formidabile protagonista dell’immaginario teatrale contemporaneo quale autore e regista di numerose rappresentazioni di nicchia altamente innovative, diviene nel corso del tempo un brillante esponente del nuovo teatro italiano mediante il quale esprime il suo armamentario interlocutorio rivolto ad un pubblico sempre più attento non solo alle avvincenti diramazioni della cultura dall’impronta travolgente, all’alba di nuovi scenari della spettacolarizzazione della realtà, quanto piuttosto all’assurgere di particolari allestimenti borderline attraverso cui attingere, anche seguendo il filone della fiaba crudele, una visione disincantata del quotidiano, solitamente nudata di quell’assurdo senso di appartenenza.

Stefano Ricci, insieme a Gianni Forte, collabora attivamente alla fragorosa divulgazione di un insieme di manifestazioni teatrali generanti spettacoli particolarmente suggestivi e ricchi di gran fascino, basti pensare alla seduzione retrattile evinta da peculiari scene cruenti che assumono vere caratteristiche di verve intellettuale.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Qual è il significato simbolico di Macadamia Nut Brittle? Esiste una coscienza ideologica che si addentra nell’opera?

Stefano Ricci: Nell’epoca della modernità liquida, come la definisce Bauman, dove lo scenario delle relazioni muta in continuazione per l’estrema fragilità dei legami umani, assumiamo di diritto l’identità di vuoti a perdere, anelanti un legame e prepotentemente terrorizzati dalle responsabilità che esso comporta. Così in Macadamia Nut Brittle, il gelato tanto amato-consumato nei momenti in cui la Vita ci spinge in apnea, raccontiamo il nostro tentativo, quello di scioglierci e ricomporci in una smagliante confezione ad ogni nuovo sguardo agganciato ad un angolo casuale di strada. Il genocidio culturale al quale ci ha piegati la Televisione, profetizzato da Pasolini, ci obbliga a ristrutturare ciclicamente il packaging  che ci presenta al mondo, dimenticando tutto quello che giace ormai inutilizzato sotto la buccia. Ovviamente l’indagine che affrontiamo non ha scopo pedagogico ma sicuramente da parte nostra e dell’intero ensamble c’è una volontà di sollecitare le risorse emotive e intellettuali altrui per assemblare un’adunata del Sé pronta all’attacco, in ontologico equilibrio tra un vitalismo iperatomico  e un insanabile cupio dissolvi.

M.C.: In che modo si evince il collegamento con l’universo letterario di Dennis Cooper? Esiste un comune denominatore che unisce l’estremismo dell’artista romanziere alla vostra narrazione fragorosa e apparentemente dissacrante?

Stefano Ricci: Radiografare l’inconsistenza di un mondo fatiscente, banalizzato dalla dissoluzione dell’immagine, ci fa stringere patti di alleanza empatici con Cooper. Il desiderio di malta, per tappare quel foro esistenziale che ci impedisce di trovare peso, si scorpora in differenti derivazioni. L’annullamento, o al suo contrario la volontà di conoscersi, sottomettendosi all’altro, regalando il proprio corpo in attesa di un’annunciazione dolorosa – transeunte – che ci illumini da dentro coi bengala di una stella di Betlemme santificante, sono vicini alle dinamiche losangeline dei personaggi cooperiani. Una prensile piena presa sul mondo attraverso i condotti dell’Altro (culo, bocca, fica o qualunque altro orifizio la frustrazione suggerisca), seppur condivisa con un furore da consumatori consumati, abbottona identiche rappresaglie in prossimità di una mancanza di significato, di un regolamento di conti con un Dio assente, o talmente distratto dal suo abbonamento sky, da non far caso alla salamoia tossica in cui ci ha messo a marinare.

M.C.: “La vita che si frantuma dinnanzi alla dipendenza televisiva in procinto di neutralizzare il decorso spontaneo della giovinezza!”… Le scene che si susseguono durante la narrazione denunciano un crudo aspetto della società contemporanea? Quanto di melodrammatico Macadamia Nut Brittle attinge dalla nostra realtà?

Stefano Ricci: Non è esclusivamente la giovinezza a stingersi sotto il diluvio dei pixel tv ma la nostra dinamo esistenziale. Come, peraltro, non c’è nulla di melò in Macadamia Nut Brittle, nessuna trama romanzesca o colpi di scena al limite dell’inverosimile. Soltanto un ostinato bisogno di riconoscersi, istinto semplicemente umano, contraddetto puntualmente da un mondo reale frammentato e disorganico, sospinto all’omologazione. Una corrente egemonica e scadente che noi ci limitiamo a fotografare: non si tratta di aspetti crudi ma semplicemente di smontare i filtri e guardare la luce per quello che è. Il contraccolpo della fine delle ideologie, mascherato con una caterva di ricchi premi e cotillons, rende ogni sforzo ancora più patetico. L’analisi risulta così talmente nitida da non poter generare alcuna ambiguità sul fatto che – in teatro – non si può più fingere di raccontare altro che non sia NOI. Noi senza sconti, senza sovrastrutture di fabula; noi, approdati su un palcoscenico ormai vuoto, chiedendo una ristrutturazione etica. Senza irrigidimenti moralistici, narcisismi o escandescenze religiose. Accompagnati esclusivamente da un battito neoumanista nella valorizzazione della singolarità e della differenza. Un tentativo sanguinoso, supremo, per innestare con la poesia il reale, rendendolo più autentico dello spaccio umano che vogliono farci credere.

M.C.: Amore, poesia contemporanea, sessuomania ed effetti mediatici mimati perfettamente in un contesto permeato di forte cinismo e feroce ironia. E’ una provocazione che stravolge l’emotività oppure una riflessione che attanaglia i possibili rimorsi dell’animo?

Stefano Ricci: Fermiamoci a pensare, con quel sorriso di chi è dentro al gioco e non ne vede il compimento. Il sesso si sfronda di qualunque appetenza morbosa diventando sfrego, abuso del proprio apparato per silenziare un’emotività che stenta a inspirare. Esiste ancora qualcosa che possa provocare, e in tal caso dovremmo spendere energie in un simile sport venatorio, da tiro al borghese? Se provocazione vuol dire costringere a riflettere insieme allora ammettiamo la colpevolezza, Vostro Onore. La condizione letargica in cui versa irrimediabilmente il contenitore Uomo non è più tollerabile. Dobbiamo dunque aspettare il trapasso per incernierarci nuovamente con una dimensione animistica o possiamo ingaggiare un rubabandiera con la nostra sporca mezza dozzina di sensi collassati? Le labbra si schiudono, la fila smaltata di 32ballerine32 bianche identiche si mette decisamente in mostra…

M.C.: Secondo te é ancora possibile immedesimarsi nella tragedia, satura di sofferenza e atrocità, di fronte all’indifferenza del postmodernismo a meno che non si prenda spunto da argomentazioni estranee al mondo del teatro?

Stefano Ricci: Credo che il teatro sia lì per essere oggetto di riflessione con la nostra contemporaneità. Non esistono palizzate che definiscono il mondo del palcoscenico da una parte e quello reale dall’altra, senza interconnessioni. Lo spettacolo digestivo, l’intrattenimento postprandiale, sedativo, esiste e purtroppo dilaga spaventosamente: questa è la vera atrocità take away. La forza politica dell’appello artistico si annida nella sua capacità di tradurre la realtà in inedite immagini + verbo dentro una dimensione globalizzata in fase di ristrutturazione che ha fame di forme simboliche che producano strappi concreti imbastiti di senso. La capacità d’immaginazione di un artista, unito ad un bagnomaria nel reale, produce un caos belluino più di qualunque dispaccio mediatico. La trago-dìa in scena avviluppa con modi tangibili perché l’arte, a differenza dei media, è sovversiva. E anche se il pianeta è saturo di dolore, il valore condiviso con altri soggetti (quando lo sguardo personale si fonde con una lucida tangibilità del reale) permette ad una performance teatrale di seminare più domande di qualunque reportage.

M.C.: C’é un aforisma o un pensiero che desideri condividere con i nostri lettori?

Stefano Ricci: “E’ difficile spiegare questo luogo; posso solo dire che credo esista da qualche parte nella mente di molte persone”. (Roger Ballen)

Fonte: A Tutta Cultura MondoRaro

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