Gigi Proietti, muore il grande mattatore del teatro italiano

November 2, 2020 Leave a comment

L’attore romano era ricoverato a Roma a Villa Margherita per problemi cardiaci: lascia la moglie Sagitta, due figlie, e una eredità di interpretazioni e sketch entrati nel cuore del pubblico. I funerali il 5 novembre nella chiesa degli artisti di piazza del Popolo, a Roma

«Riportare in scena “A me gli occhi please”?. Piuttosto, dovrei interpretare “A me gli occhiali please”», scherzava Gigi Proietti sulla sua età avanzata, nonostante la tempra fisica e la forza scenica da assoluto mattatore che lo ha sempre accompagnato in oltre mezzo secolo di vita artistica. 

Purtroppo, però, il grande attore, colui che viene considerato l’erede di Ettore Petrolini, stavolta non ce l’ha fatta.

È morto la notte scorsa, all’età di 80 anni appena compiuti, nella clinica romana Villa Margherita, dove era stato ricoverato nei giorni scorsi in terapia intensiva, colpito da un attacco cardiaco. 

Era nato a Roma il 2 novembre 1940 da una famiglia semplice: «Mio padre era un impiegatuccio, mamma era casalinga: erano persone di un altro secolo – raccontava Gigi al Corriere qualche tempo fa —. Non sono figlio d’arte, insomma, però, ora che ci penso forse la vena artistica l’ho ereditata proprio da mia madre: mio nonno materno faceva il pecoraro, ma era un poeta. Quando è morto abbiamo ritrovato una serie di libretti con bellissime poesie, erano sonetti dove non c’era una virgola sbagliata. E chissà, forse ho ripreso da lui il gusto di scriverne anch’io in romanesco». 

Non solo attore di teatro, cinema e televisione, ma anche showman, cantante e direttore artistico di palcoscenici importanti a Roma, come il Brancaccio e, negli ultimi 17 anni, del Globe Theatre a Villa Borghese. Ed è sconfinata la lista delle sue interpretazioni: dal film «Febbre da cavallo» al «Maresciallo Rocca» sul piccolo schermo; da «Cavalli di battaglia» al recentissimo «Edmund Kean» in palcoscenico. Una sfilza di successi destinati a un pubblico vastissimo, da vera rockstar: recentemente, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in una quindicina di serate aveva raccolto circa 60 mila spettatori.

Gli erano vicine la compagna Sagitta e le figlie Susanna e Carlotta. Giovedì 5 novembre saranno celebrati a Roma i funerali, nella chiesa degli artisti in piazza del Popolo. La sindaca Virginia Raggi proclamerà il lutto cittadino per quel giorno.

Le origini
La carriera e la famiglia

Eppure il Gigi nazionale aveva debuttato nel teatro impegnato d’avanguardia degli anni Sessanta: «Era il tempo delle cantine – ricordava – e con Antonio Calenda, Piera Degli Esposti e altri compagni avevamo creato il gruppo dei 101: recitavamo davvero in un vecchio magazzino, ex deposito di scope. E dopo lo spettacolo, spesso c’era il “dibbbbbattito” , quello co’ trecento b». 

Ma in realtà il futuro attore aveva iniziato studiando Legge all’università: «Frequentavo Giurisprudenza non per scelta ideologica, ma perché a quel tempo il futuro agognato da un giovane come me, che veniva dalla periferia romana e che non aveva alle spalle una famiglia di professionisti, era l’impiego fisso. Mio padre, infatti, ripeteva: “piove o tira vento, prendi lo stipendiuccio e la tredicesima…”». Per mantenersi agli studi faceva il cantante nei night con un gruppo di amici: «Sul mio passaporto c’era scritto “orchestrale”! Avevo un repertorio sconfinato: cominciavo alle 10 di sera e finivo alle 4 di mattina… uscivo col collo gonfio: non c’era misura di camicia che tenesse, semmai ce voleva un copertone». E cantava anche nelle piscine del Foro Italico, dove conobbe proprio la futura compagna di una vita, Sagitta: «Lei era la classica svedese innamorata dell’Italia. Faceva la hostess che accompagnava i turisti in giro per monumenti, e la sera li portava lì a prendere il fresco e a sentire musica. Tra me e lei scattò la scintilla ballando l’alligalli».

Il successo 

Ma il clic della passione scenica scattò con il «Dio Kurt» di Alberto Moravia, con cui ebbe un successo inaspettato di pubblico, «e mi resi conto che, forse, potevo campare di questo mestiere, anche se fare l’attore – diceva – è un mestiere che non dà mai sicurezza economica, altroché posto fisso!». La svolta vera e propria arrivò con Garinei e Giovannini, che lo scelsero per «Alleluja brava gente» accanto a Renato Rascel Mariangela Melato: «Una botta di fortuna – ammise Gigi – prendevo il posto di Domenico Modugno, che aveva litigato con Rascel e quindi aveva abbandonato il progetto. Lì mi resi conto che si poteva coniugare il teatro ludico, divertente, con la qualità artistica: il cosiddetto teatro popolare». 

Tuttavia, il mattatore che ha regalato divertimento a intere generazioni di spettatori, stavolta ha abbassato definitivamente il sipario. 

Ma oggi esiste un erede di Gigi Proietti? «Un erede mio? – aveva risposto al Corriere – Speramo de no!».

di Emilia Costantini

Fonte: Corriere Della Sera

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Sean Connery, muore il leggendario 007

November 1, 2020 Leave a comment

L’attore scozzese ha iniziato la sua carriera di agente segreto nel ’62 con ‘Licenza di uccidere’ e l’inaspettato successo lo ha portato a interpretarlo altre sei volte. Dopo aver abbandonato il personaggio ha spaziato tra i generi, da ‘Il nome della rosa’ a ‘Gli intoccabili’, ‘Caccia a Ottobre Ross’ e ‘Indiana Jones’

Sean Connery è morto all’età di 90 anni. Se n’è andato serenamente nel sonno mentre si trovava alle Bahamas, circondato dai suoi familiari. È come se, in un giorno solo, avessimo perduto due vecchi amici: il celebre attore scozzese e James Bond. Benché negli anni l’agente segreto con licenza di uccidere abbia assunto i tratti di molte altre star, infatti, per unanime consenso Sean Connery è stato il “vero” e unico 007, la faccia autentica con cui identificare il personaggio immaginario di Ian Fleming. Che lo aveva inventato nel 1953 e gli aveva già dedicato una decina di libri (tra cui un racconto adattato per la tv), quando l’entrata in scena di Connery lo promosse al grado di eroe per eccellenza dell’Olimpo mediatico. Il percorso per arrivare a un simile risultato non era stato dei più semplici.

Quando, a 32 anni, Sean Connery si candida per portare sul grande schermo l’agente 007, deve gareggiare con Cary Grant, James Mason e Richard Burton. Ma è lui il prescelto, quello che arriva per primo ad ammirare il bikini bianco di Ursula Andress (‘007 – Licenza di uccidere’, Terence Young, 1962). Prima di questo ruolo che gli cambierà la vita aveva fatto di tutto, compreso il lucidatore di bare e rappresentato la Scozia al Concorso per Mister Universo, classificandosi al terzo posto. Dopo una serie di ruoli di secondo piano in cinema e tv negli anni Sessanta diventa la star James Bond. Quasi sessant’anni dopo è ancora lui – a detta di molti – lo 007 più amato. Ma nella lunga carriera altri ruoli lo hanno confermato nel talento e nel fascino: il nobile Ramirez di Highlander, il Robin Hood ormai anziano accanto a Audrey Hepburn, il padre di Indiana Jones, il frate detective del Nome della Rosa

Nato a Fountainbridge, sobborgo di Edimburgo, il 25 agosto 1930, da genitori di modeste condizioni, Thomas Sean Connery lasciò la scuola a sedici anni e si arruolò nella Royal Navy, che dovette lasciare per colpa di un’ulcera. Fece i classici mille mestieri (bagnino, lavapiatti, muratore, guardia del corpo); poi, alto, prestante e bello com’era, trovò anche lavoro come modello e rappresentò la Scozia nel concorso di Mister Universo del 1953, malgrado la precoce calvizie iniziata a soli diciannove anni. Ma per fortuna i parrucchini esistono e Sean, che mirava in alto, dopo piccole parti in tv e al cinema (incluso un film di Tarzan) affrontò i concorsi per incoronare il futuro 007. Scelto da Albert Broccoli e Harry Saltzman, iniziò la sua carriera di agente segreto con un primo film a modesto budget, Agente 007 licenza di uccidere (1962), il cui inaspettato successo ne generò poi altri sei: tutti interpretati da lui, ambientati in universi filmici sempre più complessi, futuribili e costosi. Come osservò a suo tempo Umberto Eco, le avventure di James Bond non cambiano mai: variano solo l’antagonista e l’ordine degli episodi. Finché durò la Guerra Fredda, comunque, questa invariabilità fu una garanzia presso il pubblico mondiale: che sapeva cosa aspettarsi da Bond e lo ritrovò puntualmente in Dalla Russia con amoreMissione GoldfingerThunderballSi vive solo due volte. Tutti film di enorme successo.

Oltre che bello e fascinoso, però, Connery voleva essere bravo ed era deciso a non restare per sempre legato a un personaggio: come vecchi colleghi che avevano finito per credersi Tarzan (Johnny Weissmuller) o Dracula (Bela Lugosi). Del resto si era già messo al sicuro lavorando, tra un Bond e l’altro, per registi come Alfred Hitchcock nel suspenser Marnie (1964) o Sidney Lumet, nel dramma militare La collina del disonore(1965). Dopo Si vive solo due volte decise di separarsi dal character con cui era ormai identificato: salvo riprenderlo, dopo il flop del suo sbiadito successore George Lazenby, in Una cascata di diamanti. Troverà miglior erede in Roger Moore (ma tornerà una volta ancora, ormai ultracinquantenne, a fare un ultimo Bond in Mai dire mai). Il suo fascino, comunque, non sbiadiva. Quando, nel 1999 (lo stesso anno della sua elezione a baronetto) fu proclamato dalla rivista People “l’uomo più sexy del secolo”, ai giornalisti che gli chiedevano un commento rispose con humor scozzese: “Non saprei. Non sono mai stato a letto con un uomo di sessant’anni, calvo”.

Mentre la stampa continuava ad alimentarne il mito (malgrado la sua nota riservatezza sulle questioni private) – facendone di volta in volta un uomo attaccato al denaro, manesco con la prima moglie Diane Cilento, patriota scozzese (celebri le sue uscite in kilt) generoso di sovvenzioni all’indipendentismo – dopo il divorzio dal suo alter ego Connery non mancò certo di occasioni. Interpretò almeno quaranta film, spaziando tra i generi e richiamando quasi sempre in sala folle di spettatori. Non tutti capolavori, a onor del vero: alcuni, anzi, decisamente mediocri (il western Shalako con Brigitte Bardot, Il primo cavaliereLa leggenda degli uomini straordinari) o di semplice routine. Molti, però, destinati a diventare cult, anche grazie alla sua presenza. Elencando liberamente: il fantascientifico Zardoz (1974); l’epico Il vento e il leone, dove impersona al culmine della fotogenia il fiero capo berbero Raisuli (1975); l’avventuroso L’uomo che volle farsi re di John Huston (1975); il crepuscolare Robin e Marian (1976), in cui è una versione stanca e attempata di Robin Hood (nel film di Kevin Costner sull’arciere di Sherwood farà Riccardo Cuor di Leone) e tanti altri.

Gli ultimi anni 80 sono un’altra età dell’oro per l’attore: nel 1986 è Guglielmo di Baskerville nella riduzione cinematografica del Nome della rosa di Umberto Eco, parte che gli frutta il premio Bafta come miglior protagonista; l’anno seguente vince Golden Globe e Oscar all’attore non protagonista col ruolo dell’agente Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma. Nel 1989 si diverte a interpretare il papà di Harrison Ford in Indiana Jones e l’ultima crociata di Spielberg. Il 1990 lo vede protagonista di due intrighi internazionali di grande successo: Caccia a Ottobre Rosso La casa Russia (dove l’età non gli impedisce di flirtare con Michelle Pfeiffer; come, più tardi, con l’ancora più giovane Catherine Zeta Jones in Entrapment). Nel 2000 si regala uno dei suoi ruoli migliori – quello di un anziano scrittore solitario e ipocondriaco – in Scoprendo Forrester di Gus Van Sant. Ma cinque anni dopo Connery, che non ha mai amato gli eufemismi e le mezze parole, dichiara a un giornale neozelandese di aver rifiutato il ruolo di Gandalf nel Signore degli anelli, che non ha mai trovato interessante, e aggiunge di volersi ritirare dallo spettacolo perché “stufo degli idioti”. Promessa che (salvo prestare la voce per un videogame su 007) ha rigorosamente mantenuto.  

di Roberto Nepoti

Fonte: La Repubblica

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Banksy l’arte della ribellione, film documentaristico di Elio España

October 23, 2020 Leave a comment

BANKSY – L’ARTE DELLA RIBELLIONE rivela finalmente la storia di Banksy, dalle origini in una sottocultura criminale fino alla sua ascesa come leader di un movimento artistico rivoluzionario.

Banksy nasce come artista nella scena underground di Bristol, in Inghilterra, e le sue prime opere di graffiti e street art risalgono al 1990. La sua arte politicizzata, i suoi epigrammi sovversivi e le sue audaci incursioni hanno oltraggiato l’establishment e creato un nuovo movimento rivoluzionario. I suoi lavori sono divenuti vere e proprie icone del contemporaneo e Banksy è ad oggi lo street artist più famoso e controverso al mondo. Il potere abusato, la povertà, i fondamentalismi politici e religiosi, l’alienazione, la guerra, la violenza e il capitalismo sono al centro delle sue opere.

Per la prima volta viene raccontata la storia completa della carriera di Banksy: dai primi lavori come giovane artista underground fino a diventare l’artista più famoso del ventunesimo secolo, nonostante la sua identità sia ancora avvolta nel mistero. Ispirato dai graffiti della New York degli anni ’70, Banksy trasforma il movimento della Street Art in forma d’arte mainstream mettendo insieme un impero multimilionario e modificando la concezione stessa dell’arte.

BANKSY – L’ARTE DELLA RIBELLIONE è il primo film a far luce sull’intera storia di Banksy”, ha dichiarato Lise Romanoff, CEO e Managing Director di Vision Films. “Ci sono libri e documentari che hanno toccato diversi aspetti del suo lavoro e della sua vita, ma nulla che abbia mai ripercorso tutta la sua storia. Una storia avvincente e rivelatrice”.

“Penso che esistano molte idee sbagliate su Banksy, e il suo anonimato ha molto a che fare con questo”, ha dichiarato lo scrittore e regista Elio España (Prince: Slave TradeDown In The Flood: Bob DylanThe Band & The Basement Tapes, Robert Plant’s Blue Notes, The Smiths- The Queen is dead). “Le persone non pensano a Banksy come a un artista di graffiti, non lo è più, ma le sue origini provengono assolutamente da quel mondo. La sua arte non si estranea dal contesto, lui è il frutto del suo background a Bristol e della cultura e della politica di questo tempo – un periodo particolarmente tumultuoso, ma anche elettrizzante. Ha fatto parte del mondo dei graffiti, è stato un pioniere della Street Art insieme a un certo numero di altre figure importanti, ma Banksy ha completamente cambiato il modo in cui l’opera d’arte viene esposta e venduta. Credo che comprendendo la sua storia, si otterrà anche una comprensione molto più profonda del suo lavoro”.

In BANKSY – L’ARTE DELLA RIBELLIONE viene presentato un raro archivio proveniente da collezioni private e interviste inedite. Intervengono il promotore d’arte Steve Lazarides, ex braccio destro di Banksy; l’artista di fama mondiale Ben Eine, uno dei collaboratori più stretti di Banksy; John Nation, che ha gestito il progetto di graffiti in cui è iniziata la storia di Banksy; i famosi street artist Risk, Felix “Flx” Braun, KET & Scape, oltre a diversi esperti  e critici d’arte.

BANKSY – L’ARTE DELLA RIBELLIONE è prodotto dal team di Tom O’Dell e Elio España (Manson: Music From An Unsound Mind, How the Beatles Changed the World, Rise of the Superheroes, Wartime Crime) ed è prodotto da Spiritlevel.

SPIRITLEVEL è uno studio indipendente specializzato in documentari e serie televisive. Fondato nel 2002 da Elio España e Tom O’Dell, le numerose produzioni artistiche, storiche e di intrattenimento di Spiritlevel includono la serie storica in sei episodi Wartime Crime (Discovery Networks/UKTV/Viasat), How The Beatles Changed the World (Netflix), Manson: Music From An Unsound Mind (ARTE/Sky Arte), e il recente Days of Rage: The Rolling Stones’ Road to Altamont.
http://spiritlevelcinema.co.uk/

Samhain, la vera storia di Halloween

October 17, 2020 Leave a comment

Scopriamo insieme le origini celtiche della festa di Halloween, meglio conosciuta con il nome di Samhain dalle origini antichissime rintracciabili proprio in Irlanda.

Forse non tutti sanno che la festa di Halloween non nasce in America ma ha origini antichissime rintracciabili in Irlanda, quando la verde Erin era dominata dai Celti. Halloween corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico. Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra. Ma affrontiamo insieme nel dettaglio il viaggio dall’Irlanda dei Celti fino ai giorni nostri, osservando cosa è successo e come, attraverso i secoli, sono cambiate le cose.

Halloween: etimologia del nome

Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi. Ognissanti, invece, in inglese è All Hallows’ Day. L’importanza che, tuttavia, viene data alla vigilia si deduce dal valore della cosmologia celtica: questa concezione del tempo, seppur soltanto formalmente e linguisticamente parlando, è molto presente nei paesi anglofoni, in cui diverse feste sono accompagnate dalla parole “Eve”, tra cui la stessa notte di Capodanno, “New Year’s Eve”, o la notte di Natale “Christmas Eve”.

I Celti e i festeggiamenti di Samhain

I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee, come quelle del bacino del Mediterraneo. I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi.

Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno. Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende.

Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain (pronunciato sow-in, dove sow fa rima con cow), che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi (che pur non essendo la principale attività dei celti, venivano comunque coltivati) erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate. La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.

L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia. Insieme a Samhain (31 ottobre, appunto) si festeggiavano Lughnasadh (1 agosto), Beltane (30 aprile o 1 maggio), Imbolc (1-2 febbraio), Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Litha (21 giugno) e Mabon (21 settembre).

L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.

In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.

L’avvento del Cristianesimo

Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. L’evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì. Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 Novembre.

Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° Novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’Eucarestia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi.

La Festa di Ognissanti, infatti, fu celebrata per la prima volta a Roma il 13 Maggio del 609 d.C., in occasione della consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. Successivamente, Papa Gregorio III stabilì che la Festa di Ognissanti fosse celebrata non più il 13 Maggio, bensì il 1° Novembre, come avveniva già da tempo in Francia. Fu circa nel IX secolo d.C. che la Festa di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera di Papa Gregorio IV.

Fanno eccezione i cristiani Ortodossi, che coerentemente con le prime celebrazioni, ancora oggi festeggiano Ognissanti in primavera, la Domenica successiva alla Pentecoste.

L’influenza del culto di Samhain non fu, tuttavia, sradicata e per questo motivo la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa: il 2 Novembre, Giorno dei Morti, dedicato alla memoria delle anime degli scomparsi.

Dall’Irlanda agli Stati Uniti

Verso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia, ancor oggi ricordata con grande partecipazione dagli irlandesi. In quel periodo per sfuggire alla povertà, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti, dove crearono, come molte altre nazionalità, una forte comunità. All’interno di essa venivano mantenute vive le tradizioni ed i costumi della loro patria, e tra di essi il 31 Ottobre veniva celebrato Halloween.

Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale.

Più recentemente, gli Stati Uniti grazie al cinema ed alla televisione hanno esportato in tutto il mondo i festeggiamenti di Halloween, contagiando anche quella parte dell’Europa che ne era rimasta estranea. In moltissimi film e telefilm spesso appaiono la famosa zucca ed i bambini mascherati che bussano alle porte. E molti, infine, sono i libri ed i racconti horror che prendono Halloween come sfondo o come spunto delle loro trame.

Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare costosi e allegri festeggiamenti. Pare che ogni anno gli Americani spendano due milioni e mezzo di dollari in costumi, addobbi e feste per il 31 ottobre!

Fonte: Irlandando

“Mi chiamo Altan e faccio vignette”, film documentaristico di Stefano Consiglio

October 14, 2020 Leave a comment

“MI CHIAMO ALTAN E FACCIO VIGNETTE”

Il docufilm di Stefano Consiglio su Francesco Tullio Altan è un ritratto originale e profondo sul narratore “silenzioso” di Aquilea.

Di Altan conosciamo le sue folgoranti vignette, il mitico Cipputi, le sue graphic novel, la cagnolina più amata dai bambini da quarant’anni a questa parte: Pimpa. Un artista universale, che si esprime con tanti stili diversi, ma tutti con un comun denominatore, la capacità di emozionare, di spingerci verso delle riflessioni a volte amare ma sempre con il sorriso e un pizzico di speranza che ce la si possa fare.

Ma dell’uomo Altan conosciamo ben poco. Proverbiale e leggendaria è la sua ritrosia nel raccontarsi pubblicamente. Allora il docufilm realizzato da Stefano Consiglio “Mi chiamo Altan e faccio vignette”, è certamente uno strumento importante per capire chi sia realmente Francesco Tullio Altan.

Altan parla per la prima volta di sé, delle sue indimenticabili vacanze da bambino, del rapporto con un padre importante quale è stato Carlo Tullio Altan, antropologo di “chiara fama”, come si suol dire. Della sua formazione artistica, dell’amore della sua vita: la moglie Mara Chaves. Di politica e di costume, di sport, di libri, di film, di disegnatori, vignettisti e pittori, di amicizia… Il film cerca di rendere più esplicito il suo sguardo sul mondo, uno sguardo lucido su quel che siamo in fondo tutti noi, gli italiani di ieri e quelli di oggi. Uno modo di raccontare senza indulgenza, ma pieno di umana comprensione.

Il film è arricchito dalle testimonianze di Paolo Rumiz, Michele Serra, Ezio Mauro, da un monologo di Stefano Benni su “Che cos’è un Altan” e da alcune storiche vignette girate da attori in carne e ossa. Stefania Sandrelli, Angela Finocchiaro e Paolo Rossi hanno dato infatti il loro volto e la loro voce alle donne sensuali disegnate dal maestro, a “Luisa e Ugo” che nel tinello di casa si interrogano giorno dopo giorno su se stessi.

Il film è prodotto da Verdiana con Indigo Film, in collaborazione con la Cineteca di Bologna.

Sinossi

Il viaggio alla scoperta dell’universo Altan è iniziato con una conversazione filmata realizzata nel suo studio, durata diversi giorni.

Altan mi ha raccontato del suo lavoro: delle oltre 7.000 vignette, delle non so esattamente quante centinaia di strisce e cartoni animati della Pimpa, delle graphic novel…

E poi abbiamo parlato di politica, di costume, di sport, di libri, di film, di disegnatori, vignettisti e pittori. (A proposito di pittura apro una piccola parentesi: Altan mi ha detto che il suo quadro preferito è “La flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca, che però non aveva mai visto dal vero… E così qualche tempo dopo siamo andati a vederlo insieme al Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, dove ho cercato di filmare l’emozione di quel momento.)

Dopo quel primo “incontro ravvicinato” ce ne sono stati degli altri, e questo materiale è diventato l’ossatura del docufilm. Sulla quale e intorno alla quale ho innestato il monologo di Stefano Benni “Che cos’è un Altan”; le testimonianze di Paolo Rumiz, Michele Serra, Ezio Mauro; una confidenziale e amichevole conversazione con Mara Chaves, moglie di Altan; e una chiacchierata intorno a una tavola imbandita nel giardino della casa di Giorgio Poppi -amico di Altan sin dalla prima giovinezza- e di sua moglie Pimpa. (Pimpa è il soprannome di Giovanna Madonia, che col tempo però è diventato il suo “vero nome”…

E’ a lei che lo ha “rubato” Altan per darlo al cagnolino più famoso d’Italia!)

A corollario di tutto ciò non potevano mancare le leggendarie vignette (sono certo che ad Altan non piacerà questo aggettivo, ma non ne saprei trovare uno migliore) che milioni di italiani – sì non esagero: milioni di italiani! – tengono attaccate in bella mostra in casa o in ufficio.

A proposito delle sue vignette… A un certo punto mi si è affacciata l’idea (temeraria?) di girarne alcune con degli attori in carne ed ossa. Escludendo quelle su Cipputi (la cui maschera, essendo più vera del vero, mi sembra irriproducibile dal vero), ho pensato alle sue donne così sensuali, morbidamente appoggiate a dei cuscini, che ci regalano agrodolci perle di saggezza. E le ho immaginate con le sembianze di Stefania Sandrelli. Pensando poi alla coppia un po’ consumata dal tempo formata da Ugo e Luisa (l’unica coppia tra le tante disegnate da Altan che ha un nome) l’ho immaginata con le sembianze di Paolo Rossi e Angela Finocchiaro. Per finire coi vecchietti seduti sulla panchina, e di nuovo mi è apparso Paolo Rossi. Mi sono buttato (temerariamente, ripeto) e ho girato con loro. Quanto mi sono divertito, ma anche quanto timore di sbagliare, vista la perfezione degli originali… (Confortato però dal viatico dello stesso Altan e dalla totale disponibilità degli attori che ho fortissimamente voluto non soltanto per la loro bravura, ma anche per il loro physique du rôle che mi sembra particolarmente adeguato ai personaggi di Altan.)

DICHIARAZIONE DEL REGISTA

Quando ho pensato a un film su Altan la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un possibile titolo: “MI CHIAMO ALTAN E FACCIO VIGNETTE”.

Non è difficile leggerci la citazione di una celeberrima presentazione che John Ford fece di se stesso a un’assemblea della Directors Guild (l’associazione dei registi americani): “Mi chiamo John Ford e faccio western”.

(Lui, John Ford – che ha vinto quattro premi Oscar, e che Orson Welles annovera tra i grandi classici del cinema americano – si presenta come un semplice artigiano di film western!)

La grande forza comunicativa, e direi anche poetica, del lavoro di Altan sta esattamente nella sua capacità di interpretare, senza necessariamente assecondarli, gli umori, i sentimenti (e talvolta i risentimenti) delle persone comuni, che guardano (al)la vita in modo autentico, talvolta disincantato ma mai cinico. Uno sguardo sempre al passo coi tempi, ma senza concedere nulla alle mode del tempo.

C’è una sua vignetta, una delle mie preferite, con una delle sue donne belle e opulente (ma sempre “pensanti”, sottolinea Altan) e una didascalia che recita: “Si deve vivere intensamente, sennò ci si accorge di esistere”… Si può descrivere meglio di così l’air du temps?

L’ambizione di questo film su Altan, è tentare di scoprire (di carpire?) il grande segreto di questo sesto senso (quello dei poeti?) che gli permette di intuire, prima ancora di capire, come vanno le cose del mondo.

Stefano Consiglio

October 13, 2020 Leave a comment

Stefano Consiglio è regista di documentari dal curriculum disseminato di titoli (anche bizzarri, ma non per questo meno seri) che lavora principalmente in RAI.
Ideatore, fin dal 1982, e curatore di Ladri di Cinema, una serie di incontri con cineasti di tutto il mondo invitati a “confessare” in pubblico i “furti” perpetrati rispetto a film o registi o generi della storia del cinema, nel 1983, pubblica Bottega di Luce, un insieme di interviste con i direttori della fotografia. Successivamente, si avvicina molto di più alla cinepresa diventando l’aiuto regista di Roberto Benigni ne Tu mi turbi (1983) con Nicoletta Braschi, Claudio Bigagli, Carlo Monni, Mariangela D’Abbraccio e Serena Grandi.
Passa poi a Giuseppe Bertolucci, lavorando con lui ne Segreti segreti (1984), e alla realizzazione di documentari sui set cinematografici dei film di Sergio Leone, Ettore Scola e Richard Donner, trasmessi su Rai Tre. A questi si aggiungono anche i cortometraggi Stefania Sandrelli Story (1990), Non aprite all’uomo nero (1990), Lampi d’amore. Tre storie di donne che amano troppo (1990), Una prostituta allo specchio (1990), Adolescenti in bilico (1991), Via Abat, una strada verso l’Europa (1991), Mosca, crimini e misfatti (1991) e La camera da letto (1992), una versione filmata dell’omonimo poema di Attilio Bertolucci. Collaboratore della trasmissione Mixer, ritorna al documentario con Voci per un dizionario cubano (1996) e dopo alla fiction con Le strade di Princesa (1997). Tra il 1999 e il 2002, lavora ancora per la RAI nei documentari: Appunti per un mongolo sulla luce (1999), Argilla (2000), Il nostro futuro. Un anno dopo l’11 settembre (2002), L’uomo flessibile (2003), Appunti per un film sulla lotta di Melfi (2004) e Il futuro, comizi infantili (2007). Dopo essere stato aiuto regista di Mario Monicelli ne Panni sporchi (1999), dirige L’amore e basta (2009) che racconta con estrema leggiadria le cronache vere di internazionali amori omosessuali.

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Kenzo Takada, muore lo stilista giapponese per Covid-19

October 5, 2020 Leave a comment

Il designer, scomparso per complicanze da Covid-19, non era riuscito a causa del suo stato di salute a partecipare il 30 settembre alla sfilata del marchio che porta il suo nome, oggi di proprietà di LVMH. I suoi abiti dalle silhouette inusuali hanno segnato la storia della moda

Lo stilista giapponese Kenzo Takada, universalmente conosciuto come Kenzo, è morto domenica 4 ottobre per complicazioni da Covid-19. Aveva 81 anni. Lo ha reso noto un portavoce di K3, la linea di tessile per la casa che aveva lanciato pochi mesi fa, spiegando che il designer, da anni residente a Parigi, si è spento all’ospedale americano di Neully-sur-Seine. Inutile dire quanto colpisca la scomparsa di uno dei nomi simbolo della moda proprio nel pieno delle sfilate francesi: la collezione per la primavera/estate 2021 del marchio, disegnato da inizio anno da Felipe Oliveira Baptista, è andata in passerella solo lo scorso 30 settembre. Il brand è di proprietà del gruppo LVMH dal 1993 ma, come fa notare al WWD Sidney Toledano, CEO di LVMH Fashion Group, Kenzo ha sempre continuato a sostenerlo: la sua assenza all’ultima sfilata si spiega infatti con l’aggravarsi delle sue condizioni. “Penso fosse un grande designer e una gran bella persona”, ha dichiarato Toledano.

La carriera del creativo giapponese è sempre stata atipica: nato il 27 febbraio 1939 a Himeniji, una cittadina nella regione del Kansai, nonostante un interesse nella moda sviluppato sin da piccolo, a 18 anni per volere dei genitori si iscrive all’università di Kyoto per studiare letteratura, per poi abbandonare gli studi dopo un anno e iscriversi al Bunka Fashion College di Tokyo, celebre scuola di moda giapponese fino a quell’anno aperta solo alle donne: Kenzo fu il primo studente maschio. 

Nel 1960 inizia a lavorare per i grandi magazzini Sanai: disegna abiti per ragazze, e arriva a produrre sino a 40 look al mese. Nel 1964, su suggerimento dei suoi professori, si trasferisce a Parigi, che diventa presto la sua città. Inizia come free lance, disegnando per altre case di moda, fino a quando nel 1970 apre la sua prima boutique, ribattezzata Jungle Jap, in un’antica bottega all’interno della Gallerie Vivienne, non lontana dal Pais Royal. In poco tempo i suoi abiti oversize e le silhouette inusuali, unite all’unicità del suo negozio, colgono l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori. Nel 1983 lancia la collezione uomo, nel 1988 arriva il primo profumo, Kenzo de Kenzo, anche se il best seller del brand, Flower by Kenzo, viene lanciato nel 2000. 

Dopo la cessione a LVMH del marchio nel 1993, Kenzo resta altri 6 anni alla guida del marchio, per poi ritirarsi nel 1999. Gli sono succeduti alla guida creativa della maison Antonio Marras (2003-2011), Humberto Leon e Carol Lim (2011-2019) e, da quest’anno, il portoghese Felipe Oliveira Baptista. 

Fonte: La Repubblica

Juliette Gréco, muore una grande musa della canzone francese

September 24, 2020 Leave a comment

Morta Juliette Gréco: la cantante francese aveva 93 anni 

La famiglia: «Juliette è spenta mercoledì 23 settembre 2020, circondata dai suoi nella amatissima casa di Ramatuelle. La sua è stata una vita fuori dal comune»

«La morte? Ah non mi interessa, so che devo morire da quando sono piccola, ho fatto l’abitudine a questa idea. La morte è una cosa normale. L’importante è non soffrire». Così Juliette Gréco alla vigilia del suo ultimo spettacolo nel nostro Paese, precisamente al Manzoni di Milano il 13 luglio del 2015. Così si esprimeva con lucidità , lei, in qualche modo divina e inarrivabile, musa degli esistenzialisti francesi nel primo dopoguerra e, da allora, sempre in giro a cantare e calcare le scene con immutata vitalità, nonostante l’età avanzata.

Juliette Lafeychine, in arte Juliette Gréco, era nata a Montepellier il 7 febbraio 1927 di padre còrso di origini italiane, Gerard Gréco, e madre bordolese (attivista della Resistenza) venne allevata dai nonni materni. Nel 1946 si trasferì nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés a Parigi dopo che la madre aveva lasciato il paese per l’Indocina. La Gréco cominciò così una vita da autentica bohemienne, divenendo in breve la Musa degli esistenzialisti. Debuttò, ancora molto giovane, esibendosi come cantante nei caffè parigini di Saint-Germain-des-Prés. Nel 1949 conobbe il trombettista Miles Davis, giunto a Parigi – con una band composta da Tadd Dameron, Kenny Clarke, James Moody e Pierre Michelot – per una serie di concerti al Paris Jazz Festival. I due ebbero un’intensa relazione, come racconta Davis stesso nella sua autobiografia. Il debutto davanti alla grande platea come cantante avvenne nel 49 con un brano scritto da Jacques Prévert intitolato “Les feulles mortes”. Ma, affascinati dal suo carisma scenico e vocale, altri massimi poeti scrissero per lei: Jules Laforgue (“L’eternel feminine”), Raymond Queneau (“Si tu t’imagines”). La sua rivale fu indubbiamente Edith Piaf. Ma col tempo riuscì anche lei a entrare anche nelle grazie di poeti per canzone come Brel e Brassens che le affidarono molte composizioni di successo. Per lei Serge Gainsbourg scrisse “La javanaise” e anche Aznavour e Leo Ferrè arricchirono il suo repertorio.

Jean-Paul Sartre divenne suo intimo amico e scrisse per lei La Rue des Blancs-Manteaux. Fu lui a spingerla a tentare la carriera di cantante. La Gréco si è sposata tre volte: con l’attore Phiippe Lemaire (1953-1956 – da cui ebbe una figlia, Laurence-Marie Lemaire, nata nel 1954), con l’attore Michel Piccoli (1966-1977) e col pianista e autore musicale di fiducia di Brel, Gerard Jouannest (dal 1988). Attrice di temperamento, divenne popolare anche presso il pubblico italiano con il famoso sceneggiato televisivo Belfagor, trasmesso dalla Rai negli anni Sessanta. La passione per la saga di Belfagor l’ha accompagnata per tutta la vita, spingendola nel 2001 ad apparire in un breve cameo in «Belfagor – Il fantasma del Louvre». Negli anni 90 aveva dato vita a un sodalizio artistico con gli autori Étienne Roda-Gil e Caetano Veloso. Ma il nuovo repertorio non ebbe il successo dei classici della sua carriera. 

Creatura di rara e raffinata bellezza, aveva una voce calda, intensa, pastosa, suadente e immediatamente riconoscibile. Sempre brillante e arguta, alla vigilia di quello che si sarebbe rivelato il suo ultimo viaggio in Italia (prima al festival di Spoleto, poi al Manzoni di Milano) aveva dichiarato: «Ho voglia di tutto, quando arrivo in Italia: tutte le scarpe e tutti i piatti, e anche bel po’ di vestiti. Adoro l’Italia. E adoro gli italiani. Fareste credere alla donna più banale di essere la più bella del mondo». Aveva annunciato da oltre un anno il suo ritiro dalle scene: «Vorrei continuare per sempre, il pubblico e il desiderio non mi hanno abbandonato. Ma il corpo rischia di farlo e non voglio che sia lui a decidere». L’ultimo album della sua immensa discografia con oltre 2 ore di musica e 36 canzoni si intitola «Merçi», grazie.

di Mario Luzzatto Fegiz

Fonte: Corriere Della Sera

Philippe Daverio, muore storico e critico d’arte

September 3, 2020 Leave a comment

Philippe Daverio era malato da qualche tempo ed è morto all’Istituto dei tumori di Milano. Come gallerista ed editore ha allestito molte mostre, e pubblicato una cinquantina di titoli

È morto questa notte all’istituto dei Tumori di Milano, lo storico e critico d’arte Philippe Daverio. Era nato a Mulhouse, in Alsazia, il 17 ottobre 1949 da padre italiano, Napoleone Daverio, costruttore, e da madre alsaziana. Era malato da qualche tempo ed è morto all’Istituto dei tumori di Milano. Come gallerista ed editore ha allestito molte mostre, e pubblicato una cinquantina di titoli, tra i quali ricordiamo: Catalogo ragionato dell’opera di Giorgio De Chirico fra il 1924 e il 1929Catalogo generale e ragionato dell’opera di Gino Severini. Specializzato in arte italiana del XX secolo, ha dedicato i suoi studi al rilancio internazionale del Novecento.

Tre le gallerie d’arte moderna da lui inaugurate: la prima, la Galleria Philippe Daverio, nel 1975 a Milano in Via Montenapoleone , dedicata all’arte italiana del XX secolo, nel 1986 la Philippe Daverio Gallery a New York, anch’essa rivolta all’arte del XX secolo, e nel 1989 una seconda galleria a Milano in Corso Italia, con uno spazio dedicato all’arte contemporanea.

Tra le ultime pubblicazioni, nel 2011 è uscito il volume Il Museo Immaginato, edito da Rizzoli, e nel 2012 il volume Il Secolo lungo della Modernità, per la stessa casa editrice, con cui nel 2013 ha pubblicato Guardar lontano veder vicino. Esercizi di curiosità e storia dell’arte, seguito a fine 2014 da Il secolo spezzato delle avanguardie. Nel 2015 sono usciti i volumi La buona strada, L’arte in Tavola e Il gioco della pittura, sempre editi da Rizzoli. 

Daverio è stato, dal 1993 al 1997, nella giunta Formentini del comune di Milano, dove ha ricoperto ’incarico di  assessore con le deleghe alla Cultura, al Tempo Libero, all’Educazione e alle Relazioni Internazionali.

Fonte: Corriere Della Sera

Categories: Obituario

“Addio mia buona amica… ultimo segreto di Maria Antonietta e del conte Fersen

June 18, 2020 Leave a comment

Maria Antonietta e del conte Fersen1

Un gruppo di ricercatori francesi è riuscito a decifrare una serie di messaggi nascosti inseriti nell’epistolario tra la regina di Francia e il nobile svedese

Sembra la trama di un feuilleton, invece è la realtà, rivelata da un prosaico, sebbene avanzatissimo, scanner. “Addio mia buona amica, non cesserò di adorarvi”: queste dolci, malinconiche parole furono redatte in fondo a una lettera, datata 12 ottobre 1791, dal conte e diplomatico svedese Axel de Fersen. Erano indirizzate alla donna che da secoli viene indicata come la sua altolocata e sfortunata amante, la regina di Francia Maria Antonietta, e finora erano rimaste segrete. Una “manina”, infatti, le aveva abilmente contraffatte, nascondendole tra fronzoli e altri caratteri, fino a farle diventare illeggibili. Ora un gruppo di ricercatori parigini finanziati dagli Archives Nationales, grazie appunto a uno scanner di nuova generazione è riuscito a decifrare i passaggi segreti della corrispondenza tra Fersen e Maria Antonietta. Ma anche a scoprire chi, successivamente, aveva tentato di nasconderli e condannarli al perpetuo oblio. Lo racconta il quotidiano francese Le Monde in un articolo.

La lettera fa parte di un epistolario di una sessantina di missive e messaggi, acquisiti dagli Archives Nationales negli anni Ottanta, scambiati tra il conte e la regina tra il 1791 e il 1792, quando la famiglia reale francese era stata relegata alle Tuileries. Fu un pronipote di Fersen, il barone Rudolf Maurits von Klinckowström, a renderlo noto nel 1877, facendo nascere il mito dell’amore clandestino cresciuto nelle ore buie della Rivoluzione francese: mito talmente fortunato da essere trapassato nella cultura pop (chi non ricorda l’affascinante Fersen del cartone animato Lady Oscar?).

Fu proprio lo svedese, nobiluomo e diplomatico, a organizzare nel giugno del 1791 la sfortunata fuga dei reali, che portò all’arresto a Varennes di Luigi XVI travestito da borghese, e fu sempre lui a riuscire a mantenere con la regina una fitta corrispondenza nonostante i controlli dei rivoluzionari.

Da più di un secolo gli storici studiano il carteggio, interrogandosi sulla natura della relazione tra Fersen e Maria Antonietta, ma solo ora le nuove tecnologie applicate agli antichi, preziosi fogli di quella corrispondenza permettono di saperne di più. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata su una quindicina di lettere che presentavano passaggi – parole, o intere righe – barrate o modificate in maniera evidente: collocate in capo o in fondo al testo, appaiono come messaggi personali tra i due corrispondenti. Entrambi redatti in nero, i testi originali e le glosse e cancellature sono però caratterizzati da una diversa composizione dell’inchiostro, che il nuovo scanner utilizzato dai ricercatori francesi è in grado di distinguere, permettendo di accedere ai due livelli di testo.

Ciò che rivelano alcuni dei documenti è che la tesi della relazione sentimentale è confermata, anche se sulla sua natura –  nulla è fonte di inesauribile curiosità più della moralità di una sovrana, ancor più se chiacchierata come Maria Antonietta – non si possono trarre conclusioni incontrovertibili. Come sottolinea a Le Monde Isabelle Aristide, curatrice dell’Archivio Nazionale, le nuove scoperte confermano che i documenti “non formano una corrispondenza erotica dal momento che nessuna di queste lettere, scritta tra la fine di settembre 1791 e l’inizio di gennaio 1792, è del tutto dedicata a questo tema”. E tuttavia rivelano che Fersen era tutt’altro che un severo diplomatico quando scriveva alla regina: “Vedervi, amarvi, consolarvi è tutto ciò che desidero”, mentre lei gli rispondeva: “Ho pianto pensando che voleste passare tutto l’inverno a Bruxelles”. Fosse o non fosse un sentimento casto, in seguito il contenuto delle lettere dev’essere sembrato a Fersen troppo scabroso.

E’ stato infatti lui stesso, secondo le nuove analisi del gruppo di ricerca parigino, a censurare le sue lettere e le risposte della regina. Per paura che fossero trovate, rubate, perdute, il conte aveva voluto dedicare alla sua “buona amica” un ultimo gesto cavalleresco: cancellando le prove di quel sentimento, e lasciandole visibili solo all’occhio del suo cuore.

di Lara Crinò

Fonte: La Repubblica