“Addio mia buona amica… ultimo segreto di Maria Antonietta e del conte Fersen

June 18, 2020 Leave a comment

Maria Antonietta e del conte Fersen1

Un gruppo di ricercatori francesi è riuscito a decifrare una serie di messaggi nascosti inseriti nell’epistolario tra la regina di Francia e il nobile svedese

Sembra la trama di un feuilleton, invece è la realtà, rivelata da un prosaico, sebbene avanzatissimo, scanner. “Addio mia buona amica, non cesserò di adorarvi”: queste dolci, malinconiche parole furono redatte in fondo a una lettera, datata 12 ottobre 1791, dal conte e diplomatico svedese Axel de Fersen. Erano indirizzate alla donna che da secoli viene indicata come la sua altolocata e sfortunata amante, la regina di Francia Maria Antonietta, e finora erano rimaste segrete. Una “manina”, infatti, le aveva abilmente contraffatte, nascondendole tra fronzoli e altri caratteri, fino a farle diventare illeggibili. Ora un gruppo di ricercatori parigini finanziati dagli Archives Nationales, grazie appunto a uno scanner di nuova generazione è riuscito a decifrare i passaggi segreti della corrispondenza tra Fersen e Maria Antonietta. Ma anche a scoprire chi, successivamente, aveva tentato di nasconderli e condannarli al perpetuo oblio. Lo racconta il quotidiano francese Le Monde in un articolo.

La lettera fa parte di un epistolario di una sessantina di missive e messaggi, acquisiti dagli Archives Nationales negli anni Ottanta, scambiati tra il conte e la regina tra il 1791 e il 1792, quando la famiglia reale francese era stata relegata alle Tuileries. Fu un pronipote di Fersen, il barone Rudolf Maurits von Klinckowström, a renderlo noto nel 1877, facendo nascere il mito dell’amore clandestino cresciuto nelle ore buie della Rivoluzione francese: mito talmente fortunato da essere trapassato nella cultura pop (chi non ricorda l’affascinante Fersen del cartone animato Lady Oscar?).

Fu proprio lo svedese, nobiluomo e diplomatico, a organizzare nel giugno del 1791 la sfortunata fuga dei reali, che portò all’arresto a Varennes di Luigi XVI travestito da borghese, e fu sempre lui a riuscire a mantenere con la regina una fitta corrispondenza nonostante i controlli dei rivoluzionari.

Da più di un secolo gli storici studiano il carteggio, interrogandosi sulla natura della relazione tra Fersen e Maria Antonietta, ma solo ora le nuove tecnologie applicate agli antichi, preziosi fogli di quella corrispondenza permettono di saperne di più. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata su una quindicina di lettere che presentavano passaggi – parole, o intere righe – barrate o modificate in maniera evidente: collocate in capo o in fondo al testo, appaiono come messaggi personali tra i due corrispondenti. Entrambi redatti in nero, i testi originali e le glosse e cancellature sono però caratterizzati da una diversa composizione dell’inchiostro, che il nuovo scanner utilizzato dai ricercatori francesi è in grado di distinguere, permettendo di accedere ai due livelli di testo.

Ciò che rivelano alcuni dei documenti è che la tesi della relazione sentimentale è confermata, anche se sulla sua natura –  nulla è fonte di inesauribile curiosità più della moralità di una sovrana, ancor più se chiacchierata come Maria Antonietta – non si possono trarre conclusioni incontrovertibili. Come sottolinea a Le Monde Isabelle Aristide, curatrice dell’Archivio Nazionale, le nuove scoperte confermano che i documenti “non formano una corrispondenza erotica dal momento che nessuna di queste lettere, scritta tra la fine di settembre 1791 e l’inizio di gennaio 1792, è del tutto dedicata a questo tema”. E tuttavia rivelano che Fersen era tutt’altro che un severo diplomatico quando scriveva alla regina: “Vedervi, amarvi, consolarvi è tutto ciò che desidero”, mentre lei gli rispondeva: “Ho pianto pensando che voleste passare tutto l’inverno a Bruxelles”. Fosse o non fosse un sentimento casto, in seguito il contenuto delle lettere dev’essere sembrato a Fersen troppo scabroso.

E’ stato infatti lui stesso, secondo le nuove analisi del gruppo di ricerca parigino, a censurare le sue lettere e le risposte della regina. Per paura che fossero trovate, rubate, perdute, il conte aveva voluto dedicare alla sua “buona amica” un ultimo gesto cavalleresco: cancellando le prove di quel sentimento, e lasciandole visibili solo all’occhio del suo cuore.

di Lara Crinò

Fonte: La Repubblica

“Quarantena” di Marius Creati

Marius Creati ritratto2

– Quarantena! –

 

Quarantena!

 

Sovente i tuoi vaghi silenzi prolungati

in siffatta quiete imperturbabile

hanno sapore di lieve condanna a morte

laddove lo stesso silenzio

inarrendevole 

domina la quiescenza… 

e la riluttanza di essere ancora vivi dentro

mentre difatti là fuori si muore

nel medesimo oblio quiescente del giorno e della notte

laggiù, nelle languide strade dell’imprudenza

scrutate dall’alto di lucernari spenti

per vanagloria o mera necessità

quando il buonsenso reclina vite umane

sotto forma di icastico sacrificio

in cambio di veti e consensi 

in riserbo estremo 

di una sorte contaminata da eventi inconsueti

memoria o ricordo immemore 

di avvenimenti trascorsi da un’eternità,

quasi quasi sconosciuta.

 

Il silenzio uccide

a piccoli passi, a lunga distanza

furente come il vento che appare 

e rapido scompare all’improvviso

entro ciascun alcova ove

ogni singolo cristiano tremolante 

traccia il suo covo sparuto per sopravvivere…

 

Quarantena!

 

Sovente il tuo silenzio attardato 

da un dì all’altro procrastinato 

ad oltranza, 

senza apparente via d’uscita

diventa rèquie avvilente  

che soffoca gli animi più adiposi

mentre silenziosamente uccidi

poco alla volta 

la piena speranza di un ritorno alla norma,

celebrante in obito funzioni angustiate

traccianti un solco indelebile nell’obituario di patria

lascito estremo di un trapasso funesto

profondamente esecrato nel capestro dell’esistenza

e nel frattempo reclama a stento

un diritto di vita il tuo requirente

seppur avvilente

dietro implorazioni e suppliche di commiato

prece in permuta di miracolo esaudito

affinché la speme di un ritorno alla luce

 diventi promessa memore di vita nuova. 

 

Il silenzio uccide

indelebile

alle prime luci dell’aurora,

ineluttabile

negli ultimi rintocchi del vespro,

nidio divino avvilente e patibolo d’umanità

in un anniversario di morte esecrabile.

 

                                             15 Aprile 2020

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Gene Deitch, muore il regista di Popeye, Tom and Jerry e Krazy Kat

April 17, 2020 Leave a comment

Gene Deitch

Americano, aveva 95 anni ed è morto nella sua casa di Praga. Premio Oscar per il corto ‘Munro’

Il disegnatore e animatore statunitense Gene Deitch, regista dei cartoni animati diventati di culto Braccio di Ferro, Tom e Jerry e Krazy Kat e premio Oscar per il cortometraggio Munro (1961), è morto, per un improvviso malore, nella sua casa di Praga all’età di 95 anni. Non sono stati forniti ulteriori dettagli ma secondo quanto comunicato dalla famiglia il decesso non sarebbe legato al coronavirus.

Eugene Merril Deitch, detto Gene, era nato l’8 agosto 1924 a Chicago. Arrivò per motivi di lavoro legati all’industria cinematografica a Praga nel 1959 con l’intenzione di rimanervi per 10 giorni ma si innamorò della sua futura moglie, Zdenka Deitchová (sposata nel 1960) e da allora rimase nella capitale cecoslovacca pur recandosi spesso a Hollywood. Proprio nel 1960 nei celebri studi di animazione Bratri v Triku di Praga realizzò il film animato Munro, una feroce critica all’ottusità del mondo militare e degli adulti in generale che conquistò l’Academy Award: un bambino di quattro anni si ritrova a dover fare il servizio militare senza che nessuno si accorga del suo essere solo un semplice bambino.

Gene Deitch iniziò a lavorare nel campo dell’illustrazione artistica e tecnica nel 1942 subito dopo essersi diplomato alla Los Angeles High School. Tra le sue prime mansioni ci furono progetti di aerei per la North American Aviation e copertine e disegni per la rivista musicale The Record Changer. Nel 1950 Deitch entrò nello studio d’animazione United Productions of America e poi fece parte dello staff di animatori di Terrytoons.

Per oltre 50 anni si è diviso tra gli studi di animazione Bratri v Triku di Praa e Weston Woods Studios, facendo il regista di centinaia di cortometraggi. Ha ricevuto tre nomination all’Oscar per i film d’animazione Here’s Nudnik, How to Avoid Friendship e Sidney’s Family Tree. Deitch è noto anche per la creazione di cartoni animati Tom Terrific e Nudnik. In particolare Nudnik è stato protagonista di 11 cortometraggi prodotti dalla Paramount Picture tra il 1965 e il 1967. Deitch ha lavorato anche per Hanna & Barbera tra il 1960 e il 1964: è stato il regista di 28 episodi della serie a cartoni animati Popeye – Braccio di Ferro e ha diretto decine di episodi di Krazy Kat e Tom e Jerry.

Fonte: La Repubblica

Luis Sepúlveda, muore il grande scrittore cileno

April 17, 2020 Leave a comment

Luis Sepúlveda

OVIEDO – Addio a Luis Sepúlveda: la sua incredibile voce, sospesa tra l’America latina a cui apparteneva e l’Europa dove si era rifugiato, si è spenta in un ospedale di Oviedo. Covid-19 ha ucciso anche lui, l’ultimo dei combattenti. Aveva 70 anni.

Esule politico, guerrigliero, ecologista, viaggiatore dal passo ostinato e contrario, esordì con un racconto bollato come pornografia dal preside del suo liceo, a Santiago del Cile. “Era il ’63. Ci innamorammo tutti della nuova professoressa di storia. La signora Camacho, una pioniera della minigonna”. Un compagno di classe gli chiese di scrivere una storia su di lei. Quindici-diciotto pagine. Finirono nelle mani del preside: “Questa è pornografia”, gli disse. Provò a replicare: “Letteratura erotica”. “Pornografia – tagliò corto – ma scritta molto bene”.

Raccontava così Sepúlveda, pescando dal cilindro l’ennesimo saporito aneddoto quando di lui i lettori pensavano di conoscere già tutto: i lineamenti forti da guerriero stanco, gli occhi scuri che si accendevano di passioni, l’odore delle tante sigarette fumate. E lo faceva con quel talento da affabulatore che lo rendeva prima ancora che un abile scrittore, un inguaribile cantastorie. Scriveva favole Sepúlveda – e non ci riferiamo solo alla deliziosa Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare – ma ai tanti romanzi al cui centro c’era l’eterna lotta tra il bene e il male. Non amava la cronaca puntigliosa, credeva che la letteratura fosse finzione e intrecciava i fili della narrativa per dare vita a personaggi picareschi e trame avventurose inzuppate di passioni e ideali. I suoi ovviamente, quelli per cui aveva lottato, viaggiato e infine scritto.

Con il suo esordio – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, dedicato a Chico Mendes – regalò ai lettori un primo pezzo della sua intensa vita: sette mesi trascorsi nella foresta amazzonica con gli indios Shuar. Nel 1977, espulso dal Cile dopo due anni e mezzo di carcere, si era unito a una missione dell’Unesco per studiare l’impatto della civiltà sulle popolazioni native. Nacque così una storia sospesa tra due mondi, quello degli indios diffidenti nei confronti dei bianchi (cacciatori di frodo, cercatori d’oro, avanguardie dell’industria più feroce) e quei bianchi che al protagonista avevano insegnato a leggere dandogli così un rifugio per la perdita della giovane moglie.

Libertà, sogni, coraggio di volare: le parole di Sepúlveda che vivono in noi

Con il secondo romanzo, Il mondo alla fine del mondo, descrisse invece ciò che gli era sembrato inevitabile dal ponte di una nave di Greenpeace, organizzazione a cui si era unito negli anni Ottanta: navi-fabbrica che trascinano a bordo balene esangui e si trasformano in mattatoi, inseguimenti tra le nebbie dell’Antartide, militanti ecologisti contro pescatori giapponesi.

Vita, attivismo e letteratura nelle stesse pagine. Alla militanza politica ci pensò La frontiera scomparsa: i racconti che compongono il libro seguono le tappe di un cileno che dalle prigioni di Pinochet ritrova la libertà attraversando l’Argentina, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, in treno o su veicoli di fortuna fino a Panama dove si imbarcherà per la Spagna. A chi gli chiedeva perché mai ci avesse messo tanto a trasformare quell’esperienza in letteratura lui rispondeva con un sorriso tagliente che per l’appunto, era letteratura quella che voleva fare, non psicoletteratura. Detestava il pathos, aveva bisogno di mettere tra lui e il Cile la giusta distanza. Dal dramma si risollevava con la lingua: semplice, netta, sintetica. Tutto il contrario di Marquez: molto realismo, nessuna magia. O forse la magia della realtà. Per dirla con Hemingway, parole da venti centesimi e nessuna costruzione barocca. Era già abbastanza fantasiosa la vita con i suoi fasti e le improvvise cadute.

Seguì il filo della sua biografia anche ne La lampada di Aladino: tra mercanti levantini e angeli vendicatori, due giovani condividono le lotte del movimento studentesco e si ritrovano dopo gli anni della dittatura cilena e l’espatrio. In altre parole: la sua storia d’amore con la poetessa Carmen Yáñez. La loro relazione affiorò anche nel noir Un nome da torero. Il protagonista, che si chiama Juan Belmonte come il celebre torero che si suicidò con un colpo di pistola, è un ex guerrigliero cileno di quarantaquattro anni, che accetta di dare la caccia a un tesoro nazista nella terra del fuoco solo per amore di Veronica, una donna torturata dai militari e ritrovata viva, ma in condizioni psicologiche disastrate, in una discarica di rifiuti a Santiago. Nella realtà le cose non andarono proprio in quel modo, ma per Sepulveda non poteva essere altrimenti: trasformava le sue esperienze in materia letteraria, regalava pezzetti di vita ai suoi personaggi, ma le biografie no, quelle le lasciava ad altri.

RepIdee, Sepùlveda: “Che bel sogno il governo Allende, che privilegio averlo conosciuto”

Giocava coi generi: le favole per i sentimenti universali (oltre alla storia della Gabbianella, quella del gatto e del topo che diventò suo amico, della lumaca che scoprì la lentezza e del cane che insegnò a un bambino la fedeltà); la novela negra per denunciare l’arroganza dei potenti, la solitudine degli sconfitti o, come in Diario di un killer sentimentale, l’orgoglio di un uomo tradito; i racconti per mettere a nudo dopo un lento processo di maturazione le sue idee e passioni. Si legga ad esempio Incontro d’amore in un paese in guerra.

Salone del libro, Luis Sepúlveda: “Lavorare per creare società di cittadini e non di miserabili consumatori”

A unificare le diverse forme letterarie la calviniana leggerezza della lingua. Leggere Sepúlveda non richiede sforzi, le pagine scivolano sotto gli occhi ma le passioni di cui parla, i fantasmi che evoca, i grandi amori, gli ideali irrinunciabili lasciano tracce indelebili nella memoria dei lettori. Non può essere diversamente e Sepúlveda lo sapeva. Lo aveva anche raccontato nel poliziesco L’ombra di quel che eravamo, una storia di amicizia e speranza tra assalti alle banche, vecchi giradischi, un rocambolesco omicidio e un’ultima spregiudicata azione rivoluzionaria. In una notte piovosa a Santiago, quattro uomini che si erano persi di vista per più di trent’anni si ritrovano per un’ultima avventura. L’idea gli venne durante una grigliata a casa di un amico, dirigente del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, il movimento armato che non diede un giorno di tregua a Pinochet. Dopo cena iniziarono i racconti, storie di lotta e di resistenza. In quel momento lo scrittore si accorse che lui e il suo vecchio amico proiettavano ancora l’ombra di ciò che erano stati. L’ombra per esistere ha bisogno di luce. Quella di Sepúlveda non si è spenta e mai lo farà: nei suoi libri, nella nostra memoria, per sempre.

Fonte: La Repubblica

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Presidente Giuseppe Conte, ossequio per l’uomo che lotta per l’incolumità del paese

lacrime Giuseppe Conte

Nel contesto in cui stiamo vivendo non esistono colori differenti, né forme distinte di credo… Siamo un’unica forza social-culturale che, nel bene o nel male, deve andare avanti anche sbagliando alcune decisioni… e guidare un paese conformato in tutte le sue sfaccettature assume un ruolo fondamentale… Il Presidente Giuseppe Conte merita un doveroso ossequio e un ringraziamento per gli sforzi che, anche lui a suo modo, cerca di perpetrare per la nostra incolumità, in un mondo in cui non possiamo ritenerci assolutamente incolumi dinanzi all’evidente pandemia. Dopotutto rimane pur sempre un uomo! Grazie Presidente Giuseppe Conte.

Lucia Bosé, muore la diva predetta da Luchino Visconti

March 23, 2020 Leave a comment

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Coronavirus, è morta l’attrice Lucia Bosé: da Miss Italia al cinema, la splendida cassiera diventata diva

Aveva 89 anni e da tempo era in cattive condizioni di salute. A confermare la sua scomparsa è stato il figlio Miguel con un post sui social

E’ morta a 89 anni l’attrice italiana Lucia Bosé, madre del cantante Miguel Bosè. La donna era già in cattive condizioni di salute per patologie pregresse, come si legge sul quotidiano spagnolo El Pais, che ha dato la notizia. A confermare la scomparsa della madre è stato lo stesso figlio Miguel con un post sui social: “Cari amici … Vi informo che mia madre Lucía Bosé è appena morta. Si trova già in un posto migliore”.

Lucia Bosé è era diventata famosa quando, nel 1947, vinse a soli 16 anni, il concorso di Miss Italia. Al concorso ci era arrivata per caso, perché qualcuno, a sua insaputa, aveva inviato una foto al concorso. Fino a quel momento aveva fatto la cassiera di una nota pasticceria del centro di Milano, a due passi dal Duomo. Uno dei clienti abituali era Luchino Visconti, che per lei aveva predetto un futuro nel cinema. E così avvenne.

Dopo l’incoronazione da Miss la sua carriera si era  concentrata sulla recitazione, partecipando ad almeno una mezza dozzina di film di Luis Buñuel, Jean Cocteau e Federico Fellini. Tra gli altri, ha recitato in “Non c’è pace tra gli ulivi”, “Le ragazze di piazza di Spagna”, “La signora senza camelie”, “Fellini Satyricón” e “Metello”. L’apice del suo successo fu dagli anni Cinquanta ai primi anni Novanta.

L’attrice si sposò il 1 marzo 1955 con il torero Luis Miguel Dominguín, con il quale ebbe tre figli: Miguel Bosé, Lucía Dominguín e Paola Dominguín. Ha avuto ben 10 nipoti, alcuni noti come la compianta Bimba Bosé o anche l’attore Nicolás Coronado.

Ha continuato a recitare fino al 2014, pur a singhiozzo e con ruoli non di primo piano. Tra gli ultimi film interpretati ci sono però titoli di successo come “Cronaca di una morte annunciata” di Francesco Rosi, “Volevo i pantaloni”, “Harem Suare” di Ferzan Ozpetek e “I vicerè” di Roberto Faenza.

Lucia Bosé viveva a Brieva, una piccola città di Segovia, mentre le sue figlie Paola e Lucía vivono a Valencia e il suo primogenito, Miguel, in Messico con due dei suoi quattro figli.

Negli ultimi anni era stata anche al centro di un caso di cronaca, per la denuncia di una presunta appropriazione indebita di un disegno che Pablo Picasso aveva dato a Remedios de la Torre Morales, detta la “Tata”,  governante in casa Bosè per 50 anni. La procura di Madrid aveva chiesto contro Lucía Bosé una pena di due anni di reclusione, un risarcimento e una multa di otto mesi con una tassa giornaliera di 20 euro. Lucía Bosé ha venduto l’opera nel 2008 attraverso la casa d’aste Christie per 198.607 euro. Nell’aprile dell’anno scorso la Bosé era stata assolta.

Fonte: TGcom24

MES, fondi accessibili non accessibili contro COVID-19

MES

Signori miei voi pensate davvero che il MES possa risolvere il problema del finanziamento economico dell’Italia e di tutti i paesi europei coinvolti nel COVID-19 mediante emissione di un fondi monetari facilmente – “si fa per dire” – accessibili… la cui somma implicita, può far semplicemente sognare l’ideale di una ripresa economica. Credo che accettare la proposta infine possa incorrere nel rischio di far collassare l’intera stabilità nazionale, già seriamente compromessa dalla profonda crisi strutturale che stiamo affrontando al momento, senza considerare i vari elementi di crisi già pre-esistenti, a cui seguirà una seconda che dovremo ancora affrontare nell’imminente prossimo futuro, subito dopo aver superato questa tragica pandemia. Mi limito nel dire che un’Italia attuale, già fortemente compromessa da situazioni di stallo che perdurano da troppi anni senza rimedi effettivi di crescita e di cambiamento radicale per il paese, oggi fortemente compromessa da disagi strutturali causa coronavirus che, da quel che evince, perdurerà non poco tempo nei territori delle singole regioni – e qui sottolineo il disagio sanitario, il disagio economico imprenditoriale, il disagio demografico a cui stiamo assistendo, giorno dopo giorno, che sicuramente avrà una ripercussione negativa sul reddito pro capite degli Italiani, specie di medio/basso ceto, il che vuol significare la prospettiva di un serio impoverimento, non che disagio, per molte famiglie, “e chi vuole intendere, intenda” – la nostra Nazione, non sia in grado di affrontare un impegno gravoso come quello proposto dal MES sotto forma di trattato salva stato/i, nonostante la cifra e la condizione possano sembrare allettanti, poiché una volta presi i fondi destinati e giustamente spesi qui e là… e magari da qualche altra parte come sovente in uno stato di potere abilmente corrotto… potrebbe non essere in grado di pareggiare i conti, salvo dover incombere in eventuali compromessi, una situazione paradossale che potrebbe indurre il paese al tracollo. Sinceramente in questo primo ventennio di “Unione Europea”, non ho mai assistito a manovre realmente solidali tra stati membri, quanto piuttosto una miriade di espedienti mirati, progettati al fine di generare forme di prevaricazione tra stati di potere, il cui gioco effimero scaturisce la tacita sottomissione. Credo che per essere definita unita una confederazione di stati debba operare all’unisono in qualunque circostanza, come in una grande famiglia, ma non credo che l’Europa sia arrivata ancora a siffatto livello di coesa condivisione. Questa é la mia mera opinione.

Marius Creati

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Flavio Bucci, muore un volto noto del cinema italiano

March 19, 2020 Leave a comment

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Flavio Bucci è morto all’età di 72 anni. A causare la morte un infarto che lo ha colpito mentre si trovava nella sua casa romana.

ROMA – Grave lutto nel mondo del cinema. E’ morto all’età di 72 anni Flavio Bucci, l’attore di origine molisana ma nato a Torino. Le cause del decesso non sono note ma le prime indiscrezioni parlano di un malore improvviso (infarto) che è stato fatale per l’artista mentre si trovava nella sua casa romana.

Nelle prossime la famiglia comunicherà tutte le modalità per omaggiare il grande artista italiano.

Chi era Flavio Bucci – Nato a Torino il 25 maggio 1947 (Gemelli), Flavio Bucci si è formato proprio nella città piemontese prima di fare l’esordio al cinema nel 1973 nel film La proprietà non è più un furto di Elio Petri. La sua popolarità è esplosa nel 1977 quando ha interpretato il ruolo di protagonista nello sceneggiato televisivo dedicato al pittore Ligabue. Ha preso parte anche ad altri due capolavori del nostro cinema: Il marchese del Grillo di Mario Monicelli con il ruolo del prete Don Bastiano e Il divo di Paolo Sorrentino dedicato alla vita di Giulio Andreotti. Grande schermo che ha fatto anche parte della sua vita privata. Bucci prima si è sposato con Micaela Pignatelli dalla quale ha avuto due figli e poi ha avuto una relazione con Loes Kamsteeg, produttrice olandese. Da questa storia è nato Ruben.

Flavio Bucci morto – La tragica morte di Flavio Bucci è avvenuta nelle prime ore di martedì 18 febbraio 2020 nella casa romana. Molto probabilmente è stato un infarto a stroncare l’attore ma la famiglia ha preferito mantenere il massimo riserbo sulle cause del decesso. Nelle prossime ore saranno molti i colleghi che andranno a salutare uno degli artisti più importanti del cinema italiano. E la sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile in questo mondo.

Fonte: Newsmondo

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Virus contro l’uomo, salto di specie in soli 16 anni

March 16, 2020 Leave a comment

Coronavirus

Ilaria Capua, tre i coronavirus simili a quello diffuso in Cina

Sono 5, in 16 anni, i virus che hanno fatto il ‘salto di specie’, ossia che dagli animali che li ospitavano sono diventati capaci di trasmettersi da uomo a uomo.

Di questi, 3 appartengono alla famiglia dei coronavirus, la stessa cui appartiene il virus 2019-nCoV che ha cominciato a diffondersi dalla città cinese di Whuan.

   “Tre coronavirus in meno di 20 anni un forte campanello di allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi”, ha detto all’ANSA la virologa Ilaria Capua, che nell’Universita’ della Florida dirige il Centro di eccellenza dedicato alla ‘One Health’, che unifica i temi della salute umana, animale e ambientale.

Risale al 2003 la mutazione del virus della Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome), che era stato trasmesso dai pipistrelli agli zibetti e poi all’uomo.
Sei anni più tardi, nel 2009, era stata la volta del virus dell’influenza A H1N1 trasmesso dagli uccelli ai suini e da questi all’uomo: un vero e proprio collage con elementi di tre specie che ha generato il quarto virus pandemico dopo quello della Spagnola del 1918, quello dell’Asiatica del 1957 e quello della Hong Kong del 1968.
Nel 2012 era stata la volta della Mers (Middle East Respiratory Syndrome), un altro coronavirus che dai pipistrelli si era trasmesso ai cammelli e poi all’uomo.
Nel 2014 ha acquisito la capacità di trasmettersi da uomo a uomo anche il virus responsabile della febbre emorragica di Ebola e adesso è comparso il nuovo virus, indicato con la sigla 2019-nCoV che, come hanno reso le autorità sanitarie cinesi, dai pipistrelli sarebbe passato a un serbatoio animale ancora non chiaramente identificato e da lì sarebbe mutato in modo da adattarsi all’organismo umano.

Fonte: Ansa

Nanoparticelle d’oro, nuova arma efficace contro i virus

March 16, 2020 Leave a comment

nanoparticelle d'oro

Nanoparticelle d’oro contro i virus: ecco come distruggono ebola, Hiv e papilloma

Un team di ricerca internazionale guidato da italiani ha creato una nuova “arma” per distruggere i virus, basata sulle nanoparticelle d’oro. Test positivi in laboratorio su cellule umane e modelli animali.

I virus responsabili di malattie diffuse come polmonite, papilloma, herpes e AIDS possono essere aggrediti e distrutti da nanoparticelle d’oro, che mimando la superficie delle cellule umane riescono a ingannare, attirare ed eliminare questi agenti patogeni dall’organismo. Lo ha dimostrato un team di ricerca internazionale composto da studiosi dell’Università di Torino e del Politecnico Federale di Losanna (EPFL), guidato dagli italiani Francesco Stellacci e David Lembo. La speranza dei ricercatori è che questa scoperta possa gettare le basi per la creazione di una nuova famiglia di farmaci antivirali, in grado di contrastare virus responsabili di milioni di morti ogni anno.

Gli studiosi hanno determinato l’efficacia delle nanoparticelle d’oro – innocue per l’essere umano – dopo aver condotto diversi test di laboratorio su cellule e tessuti umani in vitro, infettati da varie tipologie di virus. Fra essi il papilloma, l’Hiv, l’herpes simplex, il virus respiratorio sinciziale (RSV) e quello responsabile della febbre dengue. Anche gli esperimenti condotti sui modelli murini (topi) hanno dato esito positivo: i roditori infettati con la polmonite, dopo essere stati trattati con le nanoparticelle d’oro, sono infatti completamente guariti dalla malattia.

Ma come agiscono queste microscopiche particelle del prezioso metallo? In parole semplici, le nanoparticelle d’oro riescono a camuffarsi da cellule dell’organismo umano, esibendo una struttura che imita la superficie cellulare. I virus vengono ingannati e le attaccano per avviare il processo di replicazione, ma restano prima intrappolati e successivamente distrutti, sotto l’effetto di una pressione locale. L’intero processo non provoca alcun tipo di danno alle vere cellule dell’organismo.

Si tratta di una scoperta importante non solo per l’efficacia dimostrata, ma anche perché per la prima volta si potrebbero contrastare i virus nello stesso modo in cui vengono affrontati i batteri con gli antibiotici, ovvero con farmaci ad ampio spettro e non specifici come gli antivirali attualmente disponibili. “Lo studio dimostra che esiste un modo nuovo di creare farmaci contro i virus”, ha sottolineato all’ANSA il professor Stellacci. “Il nostro obiettivo – ha aggiunto il ricercatore – è ideare una nuova strategia di contrasto alle infezioni che agisca ad ampio spettro su virus diversi, proprio come fanno gli antibiotici contro i batteri. Il passo successivo è disegnare molecole biologiche con proprietà simili alle nanoparticelle d’oro, capaci di agire come farmaci antivirali, e passare alla fase dei test clinici”. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nature Materials.

Fonte: Fanpage