Femminicidio di massa denominato caccia alle streghe

January 22, 2020 Leave a comment

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Nell’opera di Boffo, la caccia alle streghe appare come un monito, una punizione esemplare alle donne che osano disobbedire alle regole di una società rigidamente gerarchizzata. Il Bloc Notes di Michele Magno

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

In un’epoca in cui è tristemente entrato nel linguaggio corrente il neologismo “femminicidio”, vale la pena ricordare quel femminicidio di massa che fu la cosiddetta caccia alle streghe, una tragedia spaventosa che devastò il suolo europeo tra il quindicesimo e il diciottesimo secolo. Nessuno è riuscito a calcolare quante furono le vittime dell’eccidio. Molti registri e verbali sono andati persi, spesso distrutti volontariamente da inquisitori e giudici via via che la rivoluzione francese spazzava l’oscurantismo dell’Antico Regime. Sta di fatto che decine di migliaia di donne, forse centinaia di migliaia, furono incarcerate o martirizzate e uccise grazie a imputazioni grottesche.

Come ha osservato Valerio Evangelisti (di cui sono debitore per queste note), numerosi studiosi hanno provato a indagare le ragioni di questa follia sanguinaria (introduzione a “Femmina strega” di Mario Boffo, Stampa Alternativa, 2017). Ma una risposta univoca ancora non è stata data. Certamente pesò il disprezzo per il sesso femminile, ereditato dall’ebraismo e iniettato nel cristianesimo dai padri della Chiesa, da Tertulliano come da Agostino e Tommaso d’Aquino. In un edificio ecclesiastico ancora fragile, contarono anche i timori per il riaffacciarsi, dietro la proliferazione delle eresie, di un paganesimo mai completamente debellato.

Questi fattori, uniti al bisogno di esercitare un controllo politico e sociale sui fedeli, favorirono una colossale azione di propaganda contro le streghe, accusate di praticare la magia nera e l’arte del maleficio, di essere strumento di Satana e fonte delle carestie e delle epidemie che affliggevano le città e i villaggi. Nel 1468, quando Paolo II stabilì che la stregoneria era “crimen exceptum”(“delitto speciale”), il compito di sradicarla cessò di essere prerogativa dell’Inquisizione e fu esteso ai tribunali civili, dove non esisteva il divieto di versare sangue imposto a quelli religiosi.

Fu allora che in diversi paesi del Vecchio continente furono inventati i più disparati e crudeli congegni di tortura, a volte espressamente modellati sulla fisiologia del corpo femminile. Mentre gli assurdi e indimostrabili capi d’accusa restavano affidati a manuali come il “Malleus Maleficarum” (“Il martello delle malefiche”) del frate domenicano Heirich Kramer (1487) o a trattati sulla “Demonolatria” come quello del giurista cattolico Nicolas Rémy (1595).

La narrativa di genere fantastico sulla stregoneria è sterminata, e anche il cinema ha contribuito a diffondere discutibili stereotipi del fenomeno. Altri testi, invece, ne forniscono una descrizione fondata su solide basi documentarie. A parte i saggi di Jules Michelet (“La strega”, 1862) e Aldous Huxley (“I diavoli di Loudun”, 1952), in tempi più recenti proprio in Italia sono stati pubblicati tre romanzi dotati di grande attendibilità storica e dignità stilistica: “La chimera”, di Sebastiano Vassalli (1990); “Strega”, di Remo Guerrini (1991); e, appunto, il citato “Femmina strega” di Boffo, edito per la prima volta nel 2004.

Ambientati in province diverse (Novara, Imperia e Benevento), raccontano tutti e tre le vicende di giovani donne cadute nel perverso ingranaggio del sospetto e della delazione; fino a una sorte tragica in Vassalli, e a una paradossalmente benigna negli altri due autori. È però soprattutto Boffo a individuare senza mezzi termini nella repressione della femminilità il punto nevralgico della persecuzione delle “malefiche”, e a sostenerla — sulle tracce di Michelet — in una densa postfazione al suo romanzo. Nella sua opera, la caccia alle streghe appare come un monito, una punizione esemplare alle donne che osano disobbedire alle regole di una società rigidamente gerarchizzata, come il “Formicarius” (1437), il formicaio del priore del convento di Norimberga Johann Nider.

Le quasi quotidiane cronache di violenza sulle donne dei nostri giorni rendono quanto mai attuale il libro di Boffo. Nonostante gli innegabili progressi compiuti sul terreno della parità dei diritti di genere, infatti, ancora oggi la “strega” (la donna) è perseguitata quando prova a scavalcare i confini della tradizionale triade famiglia, maternità, coppia. Accanto a sopraffazioni efferate come l’omicidio, l’ustione, l’acido, il medioevo tecnologico in cui viviamo ha suscitato nuove forme di “rogo”: la diffusione via web di contumelie, commenti e giudizi che scaricano sulle donne la responsabilità di una molestia o di uno stupro subito. Non fortuitamente, un’indagine fresca di stampa dell’Istat ha certificato che, per un quarto degli italiani, per una ragione o per l’altra “se lo sono cercato”.

Il cammino, dunque, è ancora lungo prima che l’altra metà del cielo trovi il posto che le compete nella società. Ma Boffo è convinto — e chi scrive con lui — che presto o tardi questo avverrà. E “solo allora il principio maschile e quello femminile dell’universo raggiungeranno un sereno equilibrio nel più ampio senso della condizione umana”.

di Michele Magno

Fonte: Startmag

“Docudì 2020”, ottava edizione concorso di cinema documentario a Pescara

January 21, 2020 Leave a comment

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#Docudì2020   #DocudìConcorsoCinemaDocumentario
OTTAVA EDIZIONE
Pescara: da giovedì 23 gennaio a sabato 16 maggio 2020 presso il Museo Vittoria Colonna
(ingresso libero)

evento bit.ly/3a00AXP     logo_web INFO Sinossi, trailer, schede bit.ly/39ZtY0m

La precedente edizione: INFO, elenco proiezioni, sinossi, schede, trailer, articoli… goo.gl/k35vUa

#AssociazioneACMA   #DocudìConcorsoCinemaDocumentario   #AbruzzoDocFestival


Docudì – concorso di cinema documentario
L’A.C.M.A. (Associazione Cinematografica Multimediale Abruzzese) è un’associazione culturale senza scopo di lucro nata nel dicembre 2000, costituita da volontari con la finalità di promuovere la cultura cinematografica e multimediale attraverso la sua fruizione a vantaggio dei propri associati e dell’intera collettività.
Si occupa di coordinare, organizzare e pianificare attività culturali in generale soprattutto attraverso l’organizzazione di festival, rassegne, cineforum o singole proiezioni.

L’A.C.M.A., come già nei precedenti anni, organizza Docudì, concorso di cinema documentario che si svolgerà nel periodo gennaio – maggio 2020.
Undici gli appuntamenti: con film in concorso, fuori concorso e film d’Arte.

Quest’anno due i Premi che saranno assegnati: “Docudì 2020” con il voto del pubblico e “Docudì sociale” che l’ACMA darà al film che avrà meglio trattato una tematica di natura sociale.

Tutti i film in concorso sono stati prodotti nel 2019 e dopo le proiezioni sono previsti incontri con gli autori e momenti di approfondimento e di dialogo con il pubblico in sala.

Fuori concorso, tre appuntamenti (23 gennaio – 26 marzo e 14 maggio) con documentari d’arte contemporanea che raccontano le opere di artisti internazionali. Rassegna a cura di Anthony Molino.

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Gennaio giovedì 23 ore 17.00 DOCUDÌ d’Arte (fuori concorso)

due documentari di Andrés Arce Maldonado sul lavoro dell’artista Giuliano Giuliani.
Pietranima” e “Il respiro della Pietra

Alla proiezione interverrà l’artista, che dialogherà con il curatore e il pubblico convenuto.

seguiranno
gennaio ore 17.00
– giovedì 30

febbraio
ore 17.00
– giovedì 13 ”Vado verso dove vengo” di Nicola Ragone sarà presente il regista
– giovedì 27 “Avevo un sogno” di Claudia Tosi

marzo
ore 17.00
– giovedì 12 “Vulnerabile bellezza” di Manuele Mandolesi  
– giovedì 26 DOCUDI Arte “Emilio Vedova. Dalla Parte del Naufragiodi Tomaso Pessina sul lavoro dell’artista Emilio Vedova.

aprile
ore 17.00
– giovedì 16 “Wrestlove – L’amore combattuto” di Cristiano di Felice
– giovedì 30 “Normal” di Adele Tulli

maggio
ore 17.00
– giovedì 07
– giovedì 14 DOCUDI Arte “Ettore Spalletti: ritratto” e “Capo Dio monte” di Pappi Corsicato sul lavoro degli artisti Ettore Spalletti e Luigi Ontani.

Sabato 16 maggio 2020 le Premiazioni e al termine proiezione (fuori concorso)

 

“Cerco sempre una deriva”, intervista di Elisa Fuksas

January 19, 2020 Leave a comment

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La regista del nuovo film Netflix The App, “Sono curiosa, ma anche molto essenziale; ho il terrore di rimanere nel punto in cui sono nata, cerco sempre una deriva, un qualcosa che mi porti altrove, indietro o avanti che sia…”.

“Possiamo innamorarci di un’idea e per questa andare fino in fondo, senza sapere a cosa porterà? È possibile dimenticare il mondo, la vita, la realtà, per un sogno d’amore? È possibile perdere tutto per trovare se stessi?”. Parte da queste domande la giovane regista Elisa Fuksas con il suo nuovo film, The App, in arrivo su Netflix dal 26 dicembre prossimo con Nick (Vincenzo Crea) – il rampollo di una famiglia ricca che vuole fare l’attore – ed Eva (Jessica Cressy) – un tipo pragmatico, una borghese risoluta – divisi tra Los Angeles e Roma in un’estate torrida. C’è poi Maria (Maya Sansa) che è una voce che non può non farci ricordare quella di Her – il film di Spike Jonze con Scarlett Johansson – ma qui non è un algoritmo, perché esiste davvero. Intimità è la parola che viene in mente guardando questo film, la stessa che ci viene mostrata in tutti i modi, violata, condivisa, compresa o semplicemente negata in ogni scena e se questo accade, il merito va tutto alla Fuksas che è riuscita a scrivere (assieme a Lucio Pellegrini) e poi a dirigere un film che è una sorta di rilettura 2.0 del mito di Narciso. C’è un ragazzo ricco, c’è una donna – pardon, due – e un cellulare. In mezzo, un Oceano di sentimenti, lontananze, incomprensioni, non detti, silenzi e parole, tante, tantissime parole, pronunciate a voce o scritte in un messaggio. Lui è innamorato di se stesso e non riesce a vedere il volto dell’altro, figuriamoci quello del mondo, e al posto del lago per guardarsi dentro si specchia in un’altra immagine liquida che è lo schermo del cellulare scatenando un triangolo erotico-sentimentale.

“Tutto ha avuto inizio da un libretto d’opera di cui volevo farne la regia in scena lo scorso settembre al Maggio Fiorentino”, ci spiega Elisa Fuksas quando la incontriamo in un hotel romano. Ha un fascino antico evidenziato dal suo look e quando ti parla soppesa ogni parola guardandoti sempre negli occhi. La voce, magnetica e calda, non sorpassa mai i toni e dà alla conversazione una stabilità inattesa. “Sono stata a Firenze per diversi mesi e a un certo punto hanno ceduto dicendomi che avremmo potuto lavorare insieme, ma che avrei dovuto scrivere quel libretto, un dittico di Pagliacci. Unico vincolo, il tema: il tradimento. Sul treno verso Roma, mi tornò in mente un vecchio articolo che avevo letto su un sito di incontri dedicato alle coppie sposate, dove tutti condividevano lo stesso segreto: l’essere marito e moglie e il potersi divertire lo stesso. Il sito venne hackerato e vennero resi pubblici i volti di gente anche nota, attori, politici. Ci furono cinque suicidi, tra cui un prete che si era innamorato di una donna. Soltanto dopo la sua morte si è scoperto che lei non esisteva, perché tutto era virtuale. Praticamente lui si era ucciso per niente”.

Trentotto anni, figlia della coppia di archistar Massimiliano e Doriana Fuksas, Elisa ha scritto e diretto video musicali, spot, documentari (L’Italia del nostro scontento) e cortometraggi (Please leave a message, Nastro d’argento 2007), un film (Nina, 2012) e scritto un romanzo, La figlia di (Rizzoli, 2014), giocando sin dal titolo sulla sua condizione. “La grande lotteria dell’universo mi ha fatto nascere in quella famiglia che è il vero privilegio, sono loro la vera ricchezza”, ci spiega. “È molto difficile avere dei genitori così, questo è indiscutibile, ma è anche una fortuna immensa”. La ricchezza non credo sia un privilegio. Si pensi a questo mio film dove il vero privilegio sta nella giovinezza del protagonista che ha ancora tutto di fronte, ha il tempo”. “La ricchezza – precisa – è uno strumento e, purtroppo è brutto da dire, è meglio. Credo che tutti noi preferiamo stare bene piuttosto che stare scomodi. È il libero arbitrio: dipende da come usi le cose. Se le usi per costruire, diventano positive, se le usi per il contrario diventano armi pericolosissime”.

Ai due archistar – che ha già omaggiato col suo documentario La nuvola. Work in progress – dedica una delle scene più particolari del film, ambientandola proprio in quell’edificio speciale costruito all’Eur. “Purtroppo – ci dice Elisa col sorriso – non ce n’è un’altra di nuvola a Roma, dovevo per forza usare quella per avere uno spazio così particolare. È uno spazio quasi metafisico, decisamente unico”. In The App, un film che ha il profumo degli umori e delle sensazioni più varie, c’è la tecnologia e c’è il sentimento, ma anche la tecnologia al servizio del sentimento. È un mondo di solitudini che entra in connessione attraverso la rete e in uno spazio diverso in cui ci si conosce, ci si corteggia, ci si innamora come se quella stessa app fosse un luogo di incontro con tutti i rischi che la cosa può comportare. “Non ho paura di una app, ma non la saprei gestire perché ne sarei dipendente”, precisa. “Sono curiosa, ma anche molto essenziale; ho il terrore di rimanere nel punto in cui sono nata, cerco sempre una deriva, un qualcosa che mi porti altrove, indietro o avanti che sia, ma per me è fondamentale”. Non è un caso, aggiunge poco dopo, che abbia deciso di fare un passo importante. “Mi sono battezzata a Pasqua dopo due anni di un percorso religioso che mi è servito per conoscere un’altra realtà. Avevo bisogno di un dirottamento. Spesso faccio queste incursioni altrove che mi servono per cambiare le carte”. Nel film – prodotto da Indiana Production – ci sono anche Greta Scarano, nel ruolo della cameriera d’hotel, e Abel Ferrara, “un regista che fa il regista”, “un uomo con il quale sul set è molto semplice lavorarci, perché diventa un bambino di sei anni”, ricorda Elisa. “Per tutto il tempo pensavo che lui aveva fatto Il cattivo tenente, ma in quel momento ero io che gli dovevo dire le battute. Voleva sentirmi dire le cose”. Ultima protagonista, ma non ultima, Roma con tutta la sua bellezza. È la città in cui sono nata, la amo e la odio, ci dice prima di salutarci. “Vorrei andare via ogni giorno, ma ogni volta, quando vado via, non ci riesco. Amo il Circo Massimo e la Chiesa Sant’Anastasia aperta giorno e notte, un posto magico dove si fa l’adorazione perpetua. Amo la luce di Roma che è quello che ti strega e che ti costringe a lei. Ho vissuto a New York, a Parigi, a Londra, ma poi sono qui perché la amo, eppure… Con il suo traffico, la spazzatura e i mille disagi, la odio. Ma non riesco più ad andare via”.

Fonte: MarieClaire

Merry Christmas & Happy New Year 2020

December 24, 2019 Leave a comment

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Merry Christmas & Happy New Year 2020

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“Le Ciaramelle” di Giovanni Pascoli

December 11, 2019 Leave a comment

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Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

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Marie Fredriksson, muore la voce e pianista del duo pop rock Roxette

December 10, 2019 Leave a comment

Marie Fredriksson

Roxette, è morta Marie Fredriksson, voce e pianista del duo pop rock svedese

Aveva 61 anni. Dal 2002 lottava con un tumore al cervello. Tra i brani più famosi ‘The Look’ e ‘It must have been love’

La cantante e pianista svedese dei Roxette, Marie Fredriksson, è morta lunedì 9 dicembre all’età di 61 anni. L’annuncio è stato dato dalla famiglia che ha anche fatto sapere che Marie sarà sepolta, in forma privata, alla sola presenza dei parenti più stretti: “Con grande tristezza vi dobbiamo comunicare che una delle più grandi e amate artiste non c’è più”.

Marie Fredriksson è stata colpita da un tumore al cervello nel 2002: era stata operata con successo, anche se l’intervento l’aveva resa cieca da un occhio, e costretta a sottoporsi a lunghe sessioni di chemioterapia e radioterapia, soffrendo così di problemi di salute per le dosi massicce di medicinali e cure ricevute. Il suo album solista del 2004, The Change, ‘Il cambiamento’, era proprio dedicato alla tormentata esperienza in ospedale.

Il suo compagno nei Roxette, il duo pop rock formatosi nel 1986, Per Gessle, ha commentato la sua scomparsa con parole emotivamente molto intense: “Il tempo scorre in fretta. Non è passato molto da quando trascorrevamo giorni e notti nel mio microscopico appartamento condividendo sogni impossibili. E che sogno abbiamo condiviso. È stato un onore aver incontrato il tuo talento e la tua generosità. Tutto il mio amore a te e alla tua famiglia. Le cose non saranno mai più come prima”.
Nata a Össjö, una piccola città nel comune di Ängelholm, nella contea di Skåne, in Svezia, il 30 maggio 1958, Fredriksson ha intrapreso la carriera solista sia prima che dopo i Roxette. Il suo album di debutto, Het Vind, viene pubblicato nel 1984, mentre la prima apparizione come gruppo è nel tour Rock runt riket ’87. In Italia, e più in generale in Europa, sul finire degli anni Ottanta i Roxette ebbero un enorme successo: i loro brani più celebri, The Look, Joyride e Listen to Your Heart, occupavano costantemente i canali radiofonici. Ma, a oggi, rimane It Must Have Been Love il loro pezzo più famoso, una ballata strappalacrime pubblicata nel primo album e non a caso inserita qualche anno dopo nella colonna sonora di Pretty Woman (1990), colonna musicale portante della scena d’addio tra Julia Roberts e Richard Gere.
Dopo il primo album del 1986, Pearls of Passion, la Emi – che già aveva bloccato la pubblicazione di Svarta Glas, un brano scritto in svedese da Per, per riadattarla nella versione anglofona Neverending Love – intravede nel duo il potenziale per sfondare oltre i confini nazionali. D’altronde, Marie e Per non hanno mai ambito a essere nient’altro se non una band “capace di creare melodie orecchiabili”. Lasciata da parte la lingua natìa in favore dell’inglese, i due entrano così in studio e, due anni più tardi, pubblicano Look Sharp!, il disco che rimane la pietra miliare pop dei Roxette. È l’album che include i singoli The Look e Listen to Your Heart e che li porterà ad avere successo – traguardo raggiunto prima solo dagli Abba – negli Stati Uniti e a diventare, in una manciata di anni, tra le band più quotate nel Nord Europa con qualcosa come 75 milioni di dischi venduti in tutto il mondo.

Saputo del tumore, Marie si era temporaneamente ritirata, circondata dai familiari, in particolare da Mikael ‘Micke’ Bolyos, il tastierista conosciuto durante il tour australiano di Join the Joyride! poi diventato suo marito e dai figli Josefine e Oscar. I Roxette rimasero in silenzio per anni per darle modo di curarsi, mentre Per intraprendeva una tournée solista portando in giro i brani della band, per poi riformare la band nel 2009 per una serie di concerti mondiali. In una nota, il suo manager scriveva: “Nel 2016 il tour era ormai terminato e fu in quel momento che i dottori consigliarono a Marie di smettere di cantare e concentrarsi sui suoi problemi di salute”.

I Roxette hanno pubblicato dieci lavori discografici, l’ultimo dei quali è Good Karma. Il primo singolo estratto si intitolava It just happens, ‘Succede e basta’. “Per questo disco abbiamo voluto combinare il sound classico dei Roxette con una produzione completamente rinnovata e moderna”, diceva il duo a proposito. Quell’anno, Marie scriveva sul suo profilo Facebook, a commento della serie di concerti celebrativi per i trent’anni di carriera del gruppo: “Sono stati trent’anni incredibili. Non provo altro che gioia quando guardo indietro ai nostri tour mondiali. Ognuno degli spettacoli e ricordi nel corso degli anni saranno per sempre una parte importante della mia vita. Sono particolarmente orgogliosa e grata di essere tornata nel 2009 dopo la mia grave malattia e di essere stata in grado di portare Roxette in giro per il mondo ancora un paio di volte. Purtroppo, ora i miei giorni in tour sono finiti. Voglio ringraziare i nostri meravigliosi fan che ci hanno seguiti in questo lungo e tortuoso viaggio”.

Fonte: La Repubblica

Piotr Ilic Chaikovskij, lettere d’amore gay inedite del compositore russo

November 5, 2019 Leave a comment

Tchaikovsky

I carteggi, contenuti nell’archivio di famiglia, erano stati censurati in Russia.

Le storie d’amore gay del celebre musicista sono ancora oggi un tema discusso nell’omofoba Russia: un libro le riporta a galla.

Le sue amatissime opere, Lo Schiaccianoci, Il Lago dei Cigni, La Bella Addormentata, non hanno salvato Piotr Ilic Chaikovskij dallo stigma per la propria omosessualità.
Né in vita, né dopo la morte. Ora un libro riporta alla luce le sue lettere d’amore gay censurate per anni in Russia.

“The Tchaikovsky Papers: Unlocking the Family Archive” raccoglie parte delle oltre 5mila missive lasciate dal compositore, alcune delle quali non sono state pubblicate in Russia, nemmeno nella più recente edizione del 2009, tentando la folle “impresa” di  nascondere l’omosessualità di una delle più grandi figure della cultura russa.

Tra le lettere d’amore censurate quella dedicata a un giovane servo, “che amo – scrive il musicista – come non mai”. “Mio Dio, che creatura angelica e quanto vorrei essere io il suo schiavo, il suo giocattolo, il suo oggetto”.

“Il mio appuntamento era stato organizzato per stasera – si legge nelle note di Chaikovskij – Che dilemma così terribilmente dolce! Alla fine ho deciso di andare. Ho passato due ore assolutamente splendide e nella situazione più romantica. Ero impaurito, elettrizzato, mi spaventava anche il più impercettibile rumore”. 

“Abbracci, baci, un appartamento nascosto – conclude il compositore – che tenera chiacchierata, che piacere!”.

O come quando Chaikovskij scrisse al fratello dall’Italia: “Alle nove ho avuto voglia di fare una passeggiata e sono uscito. Alcuni “ruffiani”, hai capito di che genere, hanno intuito cosa volessi e non mi hanno più lasciato andare. L’amo che stavano usando per agganciarmi come preda era uno splendido giovane”.

“Ho dovuto mettere su una resistenza perché l’amo stava funzionando, ma non gli ho dato ragione alla fine – continua il compositore – Non so se volessero ricattarmi o semplicemente scucirmi dei soldi, ma non mi sono fatto fregare”.

Il libro è stato pubblicato dalla Yale University negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

Fonte: Gay