ADRIAN La Serie, naïvismo surreale roccaforte di Adriano Celentano

ADRIAN La Serie, naïvismo indiscreto roccaforte di Adriano Celentano

Salve, mi dispiace che la serie sia stata sospesa temporaneamente, anche se auguro una completa guarigione al Sig. Celentano nell’attesa che torni al più presto a rappresentare le sue idee artistiche. Ho letto in questi giorni di accuse e critiche e tradimenti contro la sua persona… non mi permetto di lasciare opinioni su fatti di cui non sono personalmente a conoscenza, ma credo che prima di dissentire bisognerebbe ascoltare … le persone possono anche manifestare leggerezza! Viviamo in tempi bui e difficili, nei quali spesso la creatività e l’idealismo vengono penalizzati da falsi presupposti … lasciando in disparte i contenuti principali di un artefatto… vivere in un mondo troppo perfetto tende ad oscurare la vivacità delle idee. Probabilmente il pre-show presentava elementi e spazi vacillanti, poiché ormai si é abituati ad interpretare scalette ben definite e studiate nei minimi dettagli lasciando poco spazio all’interpretazione cruda che potrei definire naïve… nel senso genuino della parola. Adriano Celentano, agli occhi del mondo, potrebbe definirsi un artista naïf dello spettacolo, un uomo non omologato al costrutto televisivo… e anche se perlopiù possa sembrare annichilito, immagino che il suo concetto di stile vada oltre la semplicità che traspare. Celentano é un visionario sognatore, uno di quei… ormai introvabili… singolari individui, i quali tendono a rappresentare con semplicità e candore aspetti comuni della vita che si trasforma in una visione poetica e magica della realtà. Adrian La Serie ne rispecchia il personaggio, l’autore vive la sua creatura animata nel dietro le quinte del suo vissuto utopistico… con ironia, con fantasia, con seduzione! La serie é una bomba sotto tutti i punti di vista… ma bisogna essere puramente visionari per poterla intendere… come dire… “O taci, o dì cosa migliore del silenzio”…

Marius Creati

 

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Mark Hollis, muore il celebre leader dei Talk Talk

February 25, 2019 Leave a comment

Talk Talk Singer Mark Hollis London 1990

Negli anni 80 la band divenne celebre con successi come “Such A Shame” e “Itʼs My Life”

Addio a Mark Hollis, leader dei Talk Talk. La band inglese divenne celebre a metà degli anni 80 con successi come “Such A Shame” e “It’s My Life”. Hollis, che aveva 64 anni, si era ritirato dal mondo dalla musica da oltre un ventennio. La notizia della sua morte è stata confermata ufficialmente in un post da Paul Webb, che dei Talk Talk fu il bassista. “Era un genio – ha scritto – E’ stato un onore essere in una band con lui”.

Tra i gruppi degli anni 80 i Talk Talk sono stati esponenti dell’ala più matura, capaci di coniugare una scrittura raffinata e complessa al grande successo commerciale. In poco meno di 10 anni di carriera e cinque album hanno attraversato diversi generi musicali passando dal synth-pop al jazz sperimentale e alla musica ambient. Il tutto reso unico proprio dalla voce di Hollis, dal timbro particolarissimo e riconoscibile tra mille, che racchiudeva tutta la malinconia e il romanticismo peculiari delle cose migliori di quegli anni.

Dopo il debutto con “The Party’s Over” (1982), capolavoro nel solco della new wave, con il suono forgiato dal produttore Colin Thurston (già con i primi Duran Duran, Human League e ingegnere del suono del Bowie berlinese), la grande popolarità arrivò con il secondo e il terzo lavoro, “It’s My Life” (1984) e “The Colour Of Spring” (1986). A trascinare il primo furono soprattutto la title track (negli anni 2000 riportata alla popolarità dalla cover dei No Doubt) e “Such A Shame”, ma anche pezzi divenuti comunque celebri come “Renee” e “Dum Dum Girl”. “The Colour Of Spring” invece fu il loro album più venduto, sulla scia del singolo “Life’s What You Make It“.

Il vero boom durò un paio di anni. Ma se “meteora” (commerciale, non certo artistica) furono, i Talk Talk lo furono per scelta personale. Dopo il grande successo la musica della band virò infatti su lidi sempre più sperimentali e sofisticati, tra il progressive e il jazz, con composizioni sempre più lunghe e strumentali meno adatte al grande pubblico. Ma “Spirit Of Eden” e “The Laughing Stock“, a dispetto degli scarsi esiti commerciali furono lavori complessi che aprirono la via al post-rock diventando fonte di ispirazione per numerosi artisti degli anni successivi. Una volta sciolta la band Hollis pubblicò solo un lavoro da solista, nel 1998, per poi ritirarsi a vita privata. Lasciando però un’eredità quasi unica nel suo genere.

La notizia è stata confermata da un post di tributo del bassista della band, Paul Webb: “Sono molto scioccato e rattristato nell’apprendere la notizia della marte di Mark Hollis. Musicalmente era un genio ed è stato un onore e un privilegio essere stato in una band con lui” ha scritto, aggiungendo che che erano “molti anni” che non lo vedeva. Ma come molti musicisti della nostra generazione, sono stato profondamente influenzato dalle sue pionieristiche idee musicali”.

Fonte: TGcom24

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Karl Lagerfeld, muore la polvere magica delle maisons Chanel e Fendi

February 19, 2019 Leave a comment

Karl Lagerfeld

Si è spento a 85 anni il leggendario stilista, fotografo, illustratore, artista, designer, icona pop e fashion superstar, e si può affermare con totale sicurezza che il mondo della moda non sarà più lo stesso. Ad assicurare la successione, per ora, Virginie Viard, suo braccio destro da 30 anni. Claudia Schiffer: “Karl era la mia polvere magica, mi ha trasformato da una timida ragazza tedesca in una supermodella”

“Se volete essere politically correct siatelo pure, ma per favore non provate a coinvolgere gli altri nella vostra discussione, perché sarebbe la fine di tutto. Volete essere noiosi? Basta essere politically correct”. Questo, in estrema sintesi, il Lagerfeld-pensiero: ironico, assolutamente non allineato, controtendenza e soprattutto personale. Se c’è una cosa che Karl Lagerfeld non ha mai cercato di fare è stato cercare di accattivarsi le simpatie del pubblico: lui è sempre andato avanti per la sua strada, a prescindere da successi (molti) e polemiche (altrettante). Karl Lagerfeld, leggendario stilista, fotografo, illustratore, artista, designer, icona pop e superstar della moda si è spento all’età (forse) di 85 anni, visto come ha sempre giocato sul suo anno di nascita, e si può affermare con totale sicurezza che il mondo della moda non sarà davvero più lo stesso.

“Karl era la mia polvere magica, mi ha trasformato da una timida ragazza tedesca in una supermodella. Mi ha insegnato la moda, lo stile e come sopravvivere nel mondo della moda». Così con un post su Instagram Claudia Schiffer ricorda lo stilista suo connazionale. «Quello che Andy Warhol era per l’arte lui lo era per la moda. È insostituibile. È l’unica persona che poteva rendere il bianco e nero pieno di colore. Gli sarò eternamente grata», aggiunge Schiffer.

Definito un uomo rinascimentale, capace di avere mille interessi e mille capacità diverse, un genio, un punk (la definizione è di Riccardo Tisci, che in un’intervista a D La Repubblica del 2013 lo portò a esempio della moda meno “allineata”), soprannominato Kaiser Karl per l’imponenza della sua figura nel panorama stilistico, rappresenta una figura unica, di quelle che gli americani definiscono “larger than life”, che valica i limiti del suo lavoro.

Una cosa va detta subito di Lagerfeld: le cose andavano fatte a modo suo, a prescindere dal resto. È accaduto così persino per la sua data di nascita e la sua famiglia: Karl Otto Lagerfed nasce ad Amburgo il 10 settembre 1933 da Christian, imprenditore nel campo dei prodotti caseari, ed Elizabeth Bahlmann, che all’epoca dell’incontro con il futuro marito lavorava come commessa in un negozio di Berlino. E qui, le cose si complicano: lui sostiene le origini nobiliari della famiglia, spiegando che la madre era conosciuta come “Elizabeth di Germania” e che il padre era Otto Ludwig Lagerfeldt, di una nobile casata svizzera, e di essere nato nel ’38, per poi parlare del ’35. Un programma televisivo tedesco, intervistando un suo compagno di scuola, conferma il ’33 come anno corretto, lui nicchia fino alla fine ma poco importa, lui può.

Quel che è certo è che a 14 anni va a Parigi a studiare arte e disegno, perché il talento è evidente. Parla diverse lingue, si fa subito notare, nel 1954 vince il neonato Woolmark Prize, antesignano dei premi di moda tanto in voga oggi: a dargli la vittoria il bozzetto di un cappotto, mentre l’altro talento emergente con cui si deve spartire il titolo, Yves Saint Laurent, ha creato un abito da sera.

Dopo il trofeo va a fare l’assistente da Pierre Balmain, all’epoca l’epitome dello chic parigino, poi per 5 anni disegna la haute couture di Jean Patou. Al suo debutto alcune giornaliste abbandonano la sala indignate per gli spacchi e gli scolli degli abiti: le critiche non sono particolarmente positive, ma per Lagerfeld la cosa conta poco, e continua a scorciare gli orli sino e a strutturare le forme in maniera nuova, inusitata. La verità è che la couture da sola gli sta stretta, perché è al contemporaneo, alla realtà e al progresso che tende naturalmente. L’arrivo da Chloé nel 1963 (fino al ’78, per poi tornare alla guida del brand tra il ’92 e il ’97) è dunque l’ideale per lui, perché può dar vita alla sua visione. Le sue donne sono eteree, bohémienne, sexy e a tratti persino camp, ma di sicuro sono vere e vestite per la realtà che le corconda. Nel ’65 inizia il suo sodalizio da Fendi, dove firma un contratto a vita (lo stesso accordo che sottoscriverà anni dopo da Chanel). Con le sorelle Fendi diventa uno di famiglia, le sarte degli atelier romani lo conoscono e lo adorano. E infatti oggi Silvia Venturini Fendi, Direttore Creativo di Fendi lo ricorda così: “Sono profondamente addolorata perché oggi abbiamo perso un uomo unico e un designer senza uguali, che ha dato così tanto a Fendi e a me stessa. Ero solo una bambina quando ho visto Karl per la prima volta. Il nostro rapporto era molto speciale, fondato su un profondo e genuino affetto. Tra noi c’era un grande apprezzamento reciproco ed un rispetto infinito. Karl Lagerfeld è stato il mio mentore e punto di riferimento. Bastava uno sguardo per comprendersi l’un l’altro. Per me e per Fendi, il genio creativo di Karl Lagerfeld è stato e sarà sempre la luce guida che ha plasmato il DNA della Maison. Mi mancherà moltissimo e porterò sempre con me i ricordi dei giorni passati insieme”.

Dopo l’arrivo a Fendi, Lagerfeld lavora instancabilmente su sempre più progetti: nel 1974 fonda anche il brand che porta il suo nome, e che a fortune alterne prosegue ancora oggi (nel 2005 lo ha rilevato Hilfiger, lasciandogli però il controllo artistico).

Nel 1983 le cose cambiano, ancora una volta. A dieci anni dalla morte di Coco gli viene chiesto di prendere in mano la maison Chanel e renderla di nuovo “di moda”. I suoi amici lo scongiurano di non farlo, di non rovinarsi la vita in quel mausoleo polveroso e superato, ma per lui è una sfida da vincere: e la vince, eccome. Con un notevole senso degli affari punta sui simboli della maison, manipolandoli e svecchiandoli sino a renderli pop. Spiega di sapere bene che Coco odierebbe quello che sta facendo, ma che il suo compito è proprio evitare di ripetere ciò che è stato già fatto, ma di proiettarsi nel futuro. Con lui Chanel torna a essere uno dei punto di riferimento dello stile, uno status symbol, qualcosa da esibire tanto per le gran dame quanto per le star e le it-girl della nuova generazione. Intanto, nel 1989, scompare il suo compagno storico, Jacques de Bascher, dandy di ultima generazione e carismatica figura del panorama notturno parigino. È l’unico legame che Lagerfeld, sempre molto discreto, abbia mai ammesso.

Assieme alla grandezza del marchio anche la fama di Lagerfeld cresce di pari passo: da fotografo realizza le campagne stampa di Fendi e Chanel, segue una serie di progetti “collaterali”, dall’editoria di moda (ultimo in ordine di tempo il numero di dicembre di Vogue Paris) al design di arredi, passando per la Steidl, casa editrice in cui detiene una partecipazione, al Calendario Pirelli, fino (persino) ai gadget e ai gelati. La sua casa di Parigi, con la spettacolare biblioteca, zeppa di volumi, è spesso adibita a suo studio fotografico: quello che conta per Lagerfeld è non fermarsi mai, continuare a fare e a scoprire cose nuove. È un onnivoro culturale, a chi gli chiede se sia mai pienamente soddisfatto dopo una sfilata risponde di essere come “una ninfomane che non raggiunge mai l’orgasmo”. Nel 2001 lui, appassionato di junk food e di Coca Cola, perde 42 chili in meno di un anno: la sua dieta diventerà anche un libro, e a chi gli chiede perché lo ha fatto, spiega che voleva potersi vestire con i completi di Hedi Slimane, da molti indicato come suo naturale successore, non solo spirituale.

Quando si tratta di dare il suo parere, non si tira mai indietro, e i risultati spesso sono piuttosto controversi: per spiegare le ragioni della magrezza delle sue modelle afferma che a nessuno piace osservare delle donne giunoniche, descrive Adele un po’ troppo grassa (salvo poi scusarsi precipitosamente con lei), indica nei pantaloni delle tute il segno del cedimento finale, ammette di vestirsi come se fosse un personaggio in maschera per proteggersi dagli estranei, di odiare le conversazioni “intellettuali” perché l’unico parere che gli interessa è il suo, stigmatizza chi protesta contro le pellicce definendo l’argomento infantile per  una società in cui si mangia carne e ci si veste di pelle.

Non ha nemmeno paura di essere “popolare”: è a lui che H&M affida la prima collezione creata da un grande designer nel 2004. Le code fuori dagli store per accaparrarsi un pezzo sono lunghissime, ma lo stilista ha da ridire: troppo bassi i quantitativi prodotti, secondo lui, per una linea il cui scopo è quello di portare la grande moda di lusso alla massa (si irrita anche per il fatto che i suoi modelli, pensati per persone magre, siano stati prodotti anche in taglia 48 da donna, ma pazienza). Nello stesso periodo però, un documentario del 2005, “Signé Chanel”, racconta il rapporto di stima profonda e affetto che c’è tra lui e le sarte dell’atelier parigino, mentre la sua passione negli ultimi anni è Choupette, una bellissima gatta birmana donatagli dal suo protetto, Baptiste Giabiconi, alla quale lui riserva due cameriere 24 ore su 24 e che ritrae spessissimo nei suoi editoriali. E che oggi eredita di che fare la vita di una regina. A questo punto resta da capire chi prenderà il suo posto. Se ne è andata un’icona, amata e discussa: e quello è un vuoto che non si colmerà facilmente. Nel frattempo Virginie Viard, braccio destro di Karl Lagerfeld da oltre 30 anni garantirà la continuità del marchio, fino all’annuncio di un nuovo designer.

Fonte: D. Repubblica

“I want to be an artist too”, personale di Irene Fiestas presso Tricheco Osteria di Bologna

January 31, 2019 Leave a comment

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Sei fotografie in piccolo formato, 4 in bianco e nero e due a colori: è I want to be an artist too, una piccola e suggestiva personale di Irene Fiestas (www.irenefiestas.com) che inaugura domani venerdì 1 febbraio alle ore 19.00 presso Tricheco Osteria (via Rialto, 23/a). Originaria di Madrid e adottata da Bologna, dove si è laureata nel 2013 in pittura, Fiestas ha poi viaggiato in Europa vivendo in diverse capitali come Berlino, spostamenti che hanno avuto grande influenza sul suo vissuto personale e sulle sue opere.

Una sorta di sguardo impedito, o di visione ostacolata, qualcosa che, nell’offuscare il mondo, in verità lo rende più limpido e profondo, si pone a segno linguistico costante: attraverso queste immagini apparentemente senza un luogo, senza una localizzazione concreta, l’artista riproduce nell’immagine fotografica una dimensione visiva fantastica o interiore.
“Sono immagini che ci aprono gli occhi e ce li squarciano perfino, dinnanzi all’incredibile e, in verità, così ovvia bellezza della terra in cui viviamo e della nostra presenza (fosse pure di esseri di passaggio) nelle contrade che l’attraversano” dice Fiestas.
La mostra sarà visibile fino al 1 marzo 2019.

”Con Pura Forma”, personale di Daniele Bongiovanni presso Raffaella De Chirico Arte Contemporanea di Torino

January 28, 2019 Leave a comment
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DANIELE BONGIOVANNI / CON PURA FORMA

a cura di Francesco Poli Raffaella De Chirico Arte Contemporanea

Torino, dal 30 Gennaio al 9 Marzo 2019

 Il concept della mostra è un’accurata selezione di dipinti legati al ciclo ”Aesthetica”, oggi meglio riconosciuto come il ciclo dei cieli bianchi

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Il 30 gennaio inaugura alla Raffaella De Chirico Arte Contemporanea ”Con Pura Forma”, personale di Daniele Bongiovanni a cura di Francesco Poli.

Il concept della mostra è un’accurata selezione di dipinti legati al ciclo ”Aesthetica”, oggi meglio riconosciuto come il ciclo dei cieli bianchi; ovvero un percorso che in questi anni ha permesso all’artista di perseguire, anche con nuove sperimentazioni cromatiche e stilistiche, uno studio sulla forma ”classica” del paesaggio, un’indagine che ha come costante l’esigenza di rendere rappresentato in forma onirica e a tratti imponderabile ciò che più può risultarci concreto e troppo previsto: lo spazio naturale. Tra le tante opere inedite e quelle più o meno recenti, realizzate tra il 2015 e il 2017, in questa mostra sarà presente uno dei lavori di Bongiovanni esposto alla 57.maBiennale d’Arte di Venezia, ”Natura con Deus”, una composizione di trenta tavole di legno (15×15 cm ognuna) in cui si ritrova una natura vissuta e pensata dall’uomo, ma esente da corpi artificiali ed estranei.

Il curatore Francesco Poli, sulla pittura di Bongiovanni, scrive – In questa serie di opere, che fanno parte del ciclo intitolato “Aesthetica”, iniziato nel 2015, Daniele Bongiovanni è arrivato alla nitida e rarefatta purezza di una materia pittorica costituita quasi soltanto da bianche suggestioni spaziali e luminose, appena animate da delicate tracce cromatiche indeterminate.

È il risultato di una notevole evoluzione della sua ricerca in direzione di una radicale volontà di essenzializzazione, o se si vuole di sublimazione, del linguaggio figurativo. E cioè di una progressiva presa di coscienza dell’importanza di elaborare le sue composizioni non solo come rappresentazioni ispirate dalla realtà esterna ma anche, soprattutto, come espressione che emerge direttamente dagli elementi costitutivi della pittura, vale a dire dalla delicata e complessa interrelazione primaria fra lo spazio fisico bidimensionale del supporto e le modalità della stesura dei colori.

Una tale stimolante ambivalenza è particolarmente efficace dato che si tratta di dipinti che, a prima vista, sembrano legittimamente rientrare nel tradizionale genere del paesaggio. Ma sono paesaggi sui generis perché ci troviamo davanti non tanto a pitture di paesaggio quanto piuttosto a vibranti e evanescenti “paesaggi” della pittura.

Mentre Marzia Ratti, presente anche lei con un testo a catalogo, definisce le opere presentate da Daniele Bongiovanni in questa mostra come un’evoluzione naturale della sua ipotesi pittorica che parte dalla figurazione, intesa e filtrata da sue esigenze di progressiva destrutturazione che in parte coincidono anche con i suoi interessi di studio, per approdare a un operare minimo che raggiunge la dimensione del silenzio e del mistero per vie di sola luce colorata.

I bianchi, la rarefazione, le atmosfere luminose, il trattamento nebbioso della materia racchiudono le riflessioni che con continuità Bongiovanni conduce sul senso della ricerca pittorica che, pur ricordando analoghi risultati di tanti autori contemporanei sui versanti della pittura analitica e del concettuale, attingono con sottigliezza alla tradizione storico-artistica, dando vita a un’astrazione che pare un frammento ripensato del ‘donatore in abisso’ di medievale memoria.

Daniele Bongiovanni, laureato in Arti visive presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, nel corso della sua carriera ha esposto in numerose mostre personali e collettive. Tra gli spazi e i musei che hanno ospitato le sue opere si ricordano: MACIA – Museo d’Arte Contemporanea Italiana in America, Università Ca’ Foscari Venezia (nell’ambito della 53.ma Biennale d’Arte di Venezia), Fondazione Whitaker di Palermo, Palazzo Bollani a Venezia, Caroline Spring Gallery a Melbourne, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, CD Arts Gallery di Lugano, Centro Svizzero di Milano, Palazzo della Luce a Torino, 57.ma Biennale d’Arte di Venezia, Ambasciata d’Italia a Londra, RISO – Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia, Palazzo Sant’Elia di Palermo, Palazzo Broletto di Pavia.

Daniele Bongiovanni “Con Pura Forma”

a cura di Francesco Poli

Opening 30 gennaio 2019

18.30 – 21.00

Dal 30 gennaio al 9 marzo 2019

Raffaella De Chirico Arte Contemporanea

Via Della Rocca, 19 10123 Torino

Catalogo con testi di Francesco Poli, Marzia Ratti, Francesca Panseri, disponibile in galleria

http://www.dechiricogalleriadarte.com

info@dechiricogalleriadarte.it

su appuntamento al +39 3928972581

“Riccardo Mannelli. Ammazzami”, mostra evento preso Casa Vuota di Roma

January 24, 2019 Leave a comment

RICCARDO MANNELLI. AMMAZZAMI

TRE DONNE, TRE STANZE, IN UNA CASA VUOTA

A cura di Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo

Roma, Casa Vuota (via Maia 12, int. 4A)

25 gennaio – 9 febbraio 2019

Inaugurazione: venerdì 25 gennaio 2019, ore 18:30

Tre ritratti di donne. Tre corpi in tre stanze disabitate. Riccardo Mannelli presenta in anteprima a Casa Vuota, in via Maia a Roma, il suo nuovo progetto pittorico “Ammazzami”, un atto di denuncia della violenza nei confronti delle donne, con una mostra-evento curata da Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo che inaugura venerdì 25 gennaio alle ore 18:30 e si può visitare fino al 9 febbraio. Nelle tre stanze di Casa Vuota si ambienta “una sorta di presidio sentimentale – spiega Mannelli – fatto di stati d’animo esposti, sguardi fisici, carne disarmata e disarmante. La naturalità che può addomesticare la bestia che incombe. E sospendere il crimine”. Non sono modelle, ma donne comuni quelle che la matita di Mannelli coglie nella loro nudità fatta di bellezza e asperità. Sono protagonisti della mostra “corpi che ti osservano e ti chiedono di essere osservati, non solo guardati maleducatamente. Corpi di donne che chiedono attenzione estrema”.

Una scelta non casuale quella di abitare lo spazio espositivo domestico del Quadraro con tre ritratti femminili composti di dipinti, disegni e appunti di lavoro. Insieme alle tre donne, è la casa a essere protagonista, dentro il racconto pittorico e fuori di esso: Casa Vuota con la sua atmosfera sospesa, di attesa, gravida di presagi che incombono sui corpi nudi offerti allo sguardo. Per il visitatore è l’occasione unica per sbirciare gli appunti di un lavoro pittorico in divenire che a Casa Vuota trova una prima formalizzazione e che Riccardo Mannelli presenterà in forma compiuta in una più ampia mostra nel prossimo futuro.

Nato a Pistoia nel 1955, Riccardo Mannelli vive a Roma dal 1977 Dal ‘75 collabora con la stampa nazionale e internazionale e dal 1980 realizza reportages disegnati in giro per il mondo. Protagonista delle maggiori testate satiriche europee (L’Echo des Savanes, Humour. Cuore, Satyricon, ecc.) alcune delle quali dirige, o partecipa alla fondazione (Il Male, Boxer, Il Cuore). Lavora per La Repubblica e Il Fatto Quotidiano e con altre testate, anche estere. Pubblica diversi libri, l’ultimo dei quali nel 2013 “Fine penna mai”. Parallelamente sviluppa una personale ricerca pittorica, documentata in svariate mostre e cataloghi, tra i cui esiti: il ciclo pittorico di sessanta opera Commedia in Z.E.R.O.; il fregio virtuale proiettato sull’Ara Pacis Apoteosi dei corrotti, da cui è nato l’omonimo libro; con Jan Saudek Teneri Barbari. Nel 2011 è invitato alla 54 Biennale di Venezia, nel Padiglione Italia. Sempre nel 2011 espone Commedia IN Z.E.R.O. al Festival di Spoleto. Nel 2012 pubblica per Tricromia il libro d’arte “A.” e tiene la personale “Appunti per la ricostruzione della bellezza” alla Galleria Gagliardi di San Gimignano. Nel 2015 tiene una bi-personale “ROPS + MANNELLI” prima alla Philobiblon Gallery di Roma e poi al Palazzo Ducale di Urbino, a cura di Vittorio Sgarbi. È del 2016 la personale alla Building Bridges Art Exchange di Los Angeles. Insegna all’Istituto Europeo di Design (IED) di Roma dove coordina il dipartimento di Illustrazione e Animazione.

INFORMAZIONI TECNICHE:

TITOLO DELLA MOSTRA: AMMAZZAMI

AUTORE: Riccardo Mannelli

A CURA DI: Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo

LUOGO: Casa Vuota – Roma, via Maia 12, int. 4A

QUANDO: dal 25 gennaio al 9 febbraio 2019

ORARI: visitabile su appuntamento

VERNISSAGE: venerdì 25 gennaio 2019, ore 18:30

INFORMAZIONI: cell. 392.8918793 | email vuotacasa@gmail.com

INGRESSO GRATUITO

“Natural Traces”, mostra di Andreas Senoner e Zachari Logan presso Isolo17 Gallery di Verona

January 18, 2019 Leave a comment

natural traces by zachari logan e andreas senoner

by Zachari Logan e Andreas Senoner
a cura di Jessica Bianchera e Sotirios Papadopoulos

Dal 05 gennaio al 28 febbraio 2019
Opening: 05 gennaio ore 18

Isolo 17 Gallery presenta Natural Traces, bi-personale degli artisti Zachari Logan e Andreas Senoner, entrambi impegnati in una ricerca che intreccia corpo e natura seppur con media differenti: rispettivamente il disegno e la scultura.
La ricerca di Logan veicola attraverso il disegno una particolare attenzione per le tematiche del corpo, del rapporto uomo-natura e della metamorfosi, prospettandoci una singolare fase dell’evoluzionismo umano in piena controtendenza rispetto alla totale sopraffazione che la nostra specie sta perpetuando nei confronti della natura. Assistiamo così a una singolare metamorfosi in cui i corpi – umano e vegetale – si fondono e si confondono, mutano l’uno nell’altro, recano le tracce di una vita simbiotica. Nella serie di pastelli blu, tra i petali di fiori scopriamo occhi che ci osservano e ai boccioli si sostituiscono piedi, dalle radici di forme erbacee si evolvono braccia e dalle loro foglie emergono bocche. I lavori di Logan sembrano fogli di un erbario fantascientifico, il frutto di lunghi e minuziosi studi su nuove specie mutanti; un racconto, una narrazione estremamente sottile e poetica.
Il lavoro di Senoner si legge, invece, nella terza dimensione: le sue figure, caratterizzate da una forte tensione emotiva, raccontano un’umanità smarrita nel mondo contemporaneo eppure intrisa di una ieraticità che le carica di un senso antico ed eterno. Le opere di Senoner veicolano una misurata metamorfosi delle forme, che nella scultura trova un mezzo privilegiato, e indagano una memoria biologica e neurologica che trascende la finitezza del corpo facendo propri gli studi del biologo e neurologo Richard Semon sulle tracce che ogni evento esterno lascia nella memoria cellulare di ogni individuo e sulla possibilità che queste si possano trasmettere di generazione in generazione. Non a caso il materiale prediletto dall’artista per le sue realizzazioni è il legno. Il legno è infatti l’elemento di natura, il luogo in cui si accumula la memoria, in cui è possibile leggere le tracce del tempo, prima, durante e dopo il processo artistico. (J.B.)
Affinché l’arte non diventi un paravento dietro cui rifugiarsi, affinché le verità si rivelino attraverso i segni che l’artista devoto alla sua Arte lascia nel nostro subconscio, esiste la speranza di un domani carico di conoscenza e ottimismo. Natural Traces è il risultato dell’instancabile ricerca interiore di due artisti che, ognuno a suo modo, hanno respinto le strade dell’errore e del caso per dedicarsi pienamente al proprio pensiero. Un pensiero insieme lucido e appassionato che investiga temi universali: la natura, la personalità, la passione, la metamorfosi. Sono queste le tracce che Zachari Logan e Andreas Senoner lasciano, elaborando i propri sentimenti attraverso l’unicità irripetibile dell’esperienza individuale sotto il segno indelebile dell’eleganza e della bellezza senza tempo. (S.P.)

ISOLO 17 Gallery
Via XX Settembre 31/b
37129 Verona
http://www.isolo17.gallery