“Oltre le colline” di Cristian Mungiu, recensione di Marius Creati

August 30, 2016 Leave a comment

Oltre le colline di Cristian Mungiu, recensione di Marius Creati

Un film davvero commovente che sottolinea quanto l’essenza dell’amore, anche quello più recluso agli occhi degli uomini, tragga la sua forza  dalle situazioni più inverosimili… e per amore dell’altra si riesca a sopportare un livello di sopravvivenza psicologica al di fuori della normalità. Non è un film che va contro taluna forma di religione, anche se la venerazione, intesa come forma di salvezza dell’anima, nella narrazione diventa uno strumento di sofferenza interiore, non che di privazione corporale… ma diventa un confronto tra umanità e spiritualità mente l’amore stesso sottende la propria bestialità nutrita dalla vessazione della libertà, colpita nella sua fugacità mediante una spoliazione crescente che denuda le due donne nel profondo e le induce all’aberrazione del raziocinio… Ciò che si scopone nell’animo è avvertire quanto la purezza dei sentimenti possa posporre la fuga a favore del servo arbitrio, quale sottomissione appagante attraverso cui la morte diventa icona empirica della certezza… quella di voler amare fino all’estremo dell’ultimo respiro. Nella mia trasposizione virtuale della narrazione vedo le due giovani donne, Alina e Voichita, libere di potersi amare al di là degli schemi dell’indigenza, libere di potersi confrontare in un mondo più solidale.

Marius Creati

Sonia Rykiel, muore la stilista francese icona della libertà femminile

August 25, 2016 Leave a comment

sonia rykiel

È morta oggi a Parigi, a 86 anni, la stilista francese Sonia Rykiel, fondatrice della «maison» che porta il suo nome. Ne hanno dato notizia i familiari ai media francesi. Nata a Parigi il 25 maggio del 1930 con il cognome Flis, la Rykiel è morta per le conseguenze del Parkinson, malattia di cui ha sofferto per anni e della quale aveva pubblicamente parlato. Appena appresa la notizia, il presidente francese François Hollande ha detto che Rikyel era “una donna libera, una pioniera che ha saputo tracciare il suo percorso”.

In una dichiarazione rilasciata dall’Eliseo, Hollande ha ricordato che la stilista aveva creato la sua casa di moda e aveva aperto il suo primo negozio a Saint-Germain-des-Prés, vicino al Quartiere Latino di Parigi, nel maggio del 1968, una data particolarmente significativa per le rivolte studentesche che si sono verificate proprio in quel periodo. Rikyel ha “inventato non solo una moda, ma anche un atteggiamento, un modo di vivere e di essere, e ha dato la libertà di movimento alle donne – ha detto il capo dello Stato, che ha anche sottolineato che il suo stile è noto in tutto il mondo e continuerà a durare nel tempo “come simbolo di perfetta unione di colore, di ’naturale’, di fluidità e di luce”.

Gli elementi che hanno segnato lo stile di Rykiel nel mondo della moda sono le righe, l’uso del nero e il tricot. Quando, a 28 anni, è rimasta incinta, si è resa conto che i vestiti che vedeva nei negozi non le stavano bene e, da lì, ha cominciato a progettare il tricot, che fu un successo immediato. Rykiel ha inventato il concetto di ’démode’, secondo cui è l’abbigliamento che deve adattarsi alle donne e non viceversa, concetto che si traduce in maglie e abiti comodi e materiali più fluidi. Nel 1987 ha dato un nuovo sviluppo al suo marchio con una collezione per uomo e bambino, una linea di profumi, accessori e scarpe. Al di là del mondo della moda, ha scritto romanzi, ha prodotto opere teatrali e ha disegnato costumi per spettacoli e commedie musicali.

Fonte: La Stampa

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“Iconographic Handbook for the Contemporary Designer / Prontuario iconografico per il designer contemporaneo” di Guido Scarabottolo

August 9, 2016 Leave a comment

Prontuario iconografico per il designer contemporaneo%22 di Guido Scarabottolo

Iconographic Handbook for the Contemporary Designer / Prontuario iconografico per il designer contemporaneo di Guido Scarabottolo, è un’ironica e provocatoria riflessione teorica, minimalisticamente ai limiti dell’iconoclastia, sullo stato della grafica contemporanea: un agile repertorio per professionisti ed insieme un estremo manuale di esercizio per studenti e cultori della materia.

La traduzione, dall’italiano e dall’inglese, in francese, tedesco, spagnolo, greco, russo, cinese, giapponese, arabo, ebraico, bengalese, hindi, turco, svedese e swahili è stata affidata ad un rettangolo nero dagli angoli smussati.

Stampato in offset, il 29 febbraio 2016, dalla Fantigrafica di Cremona con caratteri Helvetica Neue, Heiti TC, Baghdad, Arial Hebrew, Bangla MN, Devanagari MT su carta Fedrigoni Freelife Cento 100 g. in una tiratura commerciale non dichiarata di soli 600 esemplari. La confezione in brossura filo refe stondata al taglio, con copertina in cartoncino Fedrigoni Sirio Pietra 290 g. è della Legatoria Venturini di Cremona.

Guido Scarabottolo è nato nel 1947 a Sesto San Giovanni. Laureatosi in architettura al Politecnico di Milano, entra nel 1973 a far parte dello studio Arcoquattro occupandosi di allestimenti e comunicazione, illustrazione e grafica. Attualmente i suoi disegni sono pubblicati sul domenicale del Sole24Ore e su Internazionale e, irregolarmente, su New York Times e New Yorker. Sue sono molte delle copertine delle edizioni Guanda, per cui ha curato anche la veste editoriale. Dopo aver realizzato a Givigliana, in Carnia, il progetto di una Pinacoteca Portatile (PiPo), nel 2010 ha fondato la Pinacoteca Universale di Topolò (PUT). Vive e lavora a Milano.

Oltre ad aver impaginato Leftovers – Rimasugli e Una vita d’artista – The Life of an Artist di Sergio Ruzzier, e impaginato e illustrato Giallo enigmistico di Danilo Premoli,  per i tipi de La Grande Illusion ha pubblicato:
Macchie solari (Sunspots)

85 x 155 mm

96 pagine

brossura stondata al taglio

29 febbraio 2016

978-88-941348-0-3

8,00 €

Christian Louboutin, games begin at the Rio Olympics 2016

August 2, 2016 Leave a comment

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In celebration of the 2016 Olympic Games in Rio, Christian Louboutin has teamed up with the French E-concept store SportyHenri.com to support the Cuban National delegation as Official Supplier of the Celebratory Outfit. For the project, chic non-performance footwear was created to be worn by the athletes at formal occasions, in particular the Closing Ceremony. The shoe designs take visual cues not only from Cuban heritage but from the athletes themselves. Serving as a strong source of inspiration and guidance, the Cuban athletes as well as several former athletes had an active part in shaping the final collection.

Joining forces with Sportyhenri.com, the recently launched E-concept store for men devoted to sport and style, Louboutin dresses the delegation of over 100 Cuban elite athletes. Henri Tai, founder of Sporty Henri, lent expertise from his former life as a professional athlete, whilst Christian Louboutin has drawn inspiration from sports for decades, “It´s that elegance and fluidity of movement of someone who is so in control of their body that fascinates me. At the Olympics, it feels like these athletes put on performance gear and simultaneously turn into these superheroes that defy gravity, that defy time, that defy all rules of physics. We designed the celebratory outfit for the moment they turn back into humans, still in that glory moment, still in their light but heading back to the real world. We really want them to continue feeling amazing in their skin while looking astonishing.”

In order to create perfect looks that express a uniquely Cuban sense of style without compromising ease, comfort or fit, custom fittings with the Olympic athletes and consultations with former Olympians  played an integral role in the creation of the athletic silhouettes. Henri Tai, former French handball player explains, “The clothes need to fit spectacular athlete bodies – they are definitely not sample size or average, neither in length of limbs, nor in proportions. It was our mission to make them look tailor-fitted and great.” To complete the athletes tailor-made ensembles, Christian Louboutin high-top trainer and loafer style Naza Star for men were fabricated in calf leather on slim fitting silhouettes, enabling  a light tread for gymnast Manrique Larduet Bicet and adding elegance to the remarkable size 51.5 foot of wrestler Mijaín López Núñez. A kitten heel sandal for female athletes, Naza Sandal, adds a touch of glamour and vivacity without foregoing the fact that for these athletes, their stage is the track, the pitch and the ring. The elegant clothing concept was brought to life within a Parisian atelier, creating sharply tailored jackets, in red for men and beige for women, which are equally suited to adorning the shoulders of delicate judoka Dayaris Mestre Alvarez or the biceps of Judo star Alex Garcia Mendoza. The athlete’s jackets contrast with interchangeable trousers, shorts or skirts and proudly carry the nation’s flag on the wearer’s breast pocket, whilst the five- pointed star is used as emblem of luck displayed upon the back of each athlete’s jacket. To see the Gala looks in action, tune into the Closing Ceremonies of the Rio Olympic Games on August 21, 2016. Discover Henri Tai’s world of chic, high-performance sportswear at SportyHenri.com.

 

Anna Marchesini, muore la celebre attrice dell’ironia italiana

July 31, 2016 Leave a comment
Anna Marchesini
Aveva 62 anni. Quarant’anni di teatro ma la popolarità grazie alla televisione insieme a Lopez e Solenghi che oggi dice: “È stata una grande amica”. In una sorta di testamento ironico sul suo sito aveva scritto: “Mettete le mie ceneri in un cofanetto di porcellana nella vetrina dell’Accademia”

Addio alla Signorina Carlo, alla sessuologa Merope Generosa, alla Sora Flora, alla cameriera secca dei signori Montagné e soprattutto alla bella figheira, alla Monaca di Ponza, alla Lucia manzoniana del piccolo schermo. È morta l’attrice Anna Marchesini, a darne l’annuncio su Facebook il fratello Gianni. “Prima che lo sappiate da quel tritacarne dell’informazione – dice in un post – tengo a dirlo io. Ora in questo momento è morta mia sorella Anna Marchesini. Grazie a tutti. Non sarò in grado di rispondervi”. L’attrice, storica componente del Trio assieme a Tullio Solenghi e Massimo Lopez, era nata a Orvieto ed era malata da tempo di artrite reumatoide. Avrebbe compiuto 63 anni a novembre. Lunedì i funerali nella sua città.

“In questo momento mi piace ricordare Anna e non la Marchesini. Mi piace ricordare, cioè, l’amica e la sorella con la quale ho condiviso 12 anni di vita in comune – ha detto Solenghi, primo dei colleghi a ricordarla  – Preferisco pensare ad Anna non soltanto come ad una grande attrice comica, quale è stata per 40 anni. Ma ad un’amica di cui si ricordano tutti gli aspetti privati. È stata un prodigio e ha contribuito a far diventare il Trio quello che è stato per tanti anni. Ma ora penso soprattutto alla persona che è stata”.

Dal teatro alla tv: la nascita del trio. Il debutto a teatro avvenne quando ancora era un’allieva dell’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico, nell’estate del 1976, con lo spettacolo Il Borghese Gentiluomo diretto da Tino Buazzelli. Diplomata tre anni dopo, entrò in compagnia con lo spettacolo Platonov di Anton Cechov per la regia di Virginio Puecher (Piccolo di Milano). L’incontro con i due colleghi che cambieranno la sua carriera è all’inizio degli anni Ottanta, nella sua biografia on line l’attrice scriveva “In Svizzera in un programma per gli italiani incontro Tullio Solenghi e già rido. Nel frattempo al doppiaggio di cartoni animati a cui mi dedicavo fra uno spettacolo e l’altro, conosco Massimo Lopez e ancora ridiamo”. Il sodalizio, come si dice in gergo, durerà tutta la vita anche se ufficialmente il trio si scioglierà nel ’94 pur tornando qualche volta insieme. L’esordio in tv è con lo spettacolo su Raidue Helzapoppin a cui seguirono negli anni Ottanta Tastomatto, Domenica In, Fantastico. Il trio conquistò il pubblico televisivo e poi lo traghettò a teatro: il loro primo spettacolo teatrale come trio Allacciare le cinture di sicurezza debuttò nel 1987 al Sistina di Roma e fece il tutto esaurito per tre anni consegnando loro di diritto il Biglietto d’oro.

Il boom dei Promessi sposi. Il successo straordinario della parodia del classico di Manzoni, trasmesso nel 1990 in 5 puntate da Rai 1 con un ascolto medio di 13 milioni e picchi di 17 milioni, li consacrò definitivamente. A quell’exploit tv seguì nel 1991 un secondo spettacolo a tre per il teatro In principio era il Trio, grande successo, biglietto d’oro e tre stagioni di turnée. Nel 1994 il trio si sciolse perché Massimo Lopez scelse di sperimentare la carriera solista. A questo periodo risalgono gli spettacoli a due, con Tullio Solenghi, La Rossa del Roxy Bar (in tv) e Due di Noi di Michael Frayn (a teatro). Poi arrivò la scelta di una serie di show da solista per l’attrice e regista che anche sola riempie il Teatro Olimpico. Dell’autore inglese Alan Bennett oltre a Una patatina nello zucchero portò in scena anche L’occasione d’oroLa cerimonia del massaggio, spettacoli che univano bene l’umorismo “british” dello scrittore con la sua ironia. Nel 2008 il ritorno del Trio in tv per la celebrazione dei 25 anni, con la conduzione a tre di Non esiste più la mezza stagione. Tra un impegno teatrale e uno televisivo Anna Marchesini si è dedicata molto anche al doppiaggio prestando la voce in una serie di cartoon: i francesi La profezia delle ranocchie e Principi e principesse e i film Disney Le follie dell’imperatore e Hercules, ma anche a Judy Garland nel nuovo doppiaggio de Il mago di Oz degli anni Ottanta e alcuni episodi di Star Trek e La casa nella prateria.

I libri e gli ultimi spettacoli. Scrittrice per il teatro naturalmente ma anche per la narrativa, Anna Marchesini ha pubblicato una serie di libri: con Solenghi Uno e trinoChe siccome che sono cecata di matrice teatrale, mentre più recentemente invece si era dedicata alla narrativa pubblicando per Rizzoli Il terrazzino dei gerani timidi e Di mercoledì. Anche il suo ultimo lavoro teatrale, Cirino e Marilda non si può fare in scena al Piccolo Teatro di Milano nel 2014, era tratto dal suo libro Moscerine, una galleria di personaggi femminili dolorosi e comici come quelli che nella sua lunga carriera aveva portato a teatro. Prima di questo la sua ultima sfida era stata portare in scena Giorni felici di Samuel Beckett nonostante le difficoltà causate dalla sua malattia.

Da allieva (bocciata) ad insegnante. Negli ultimi anni Anna Marchesini aveva insegnato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, una cosa di cui andava molto fiera perché entrare in Accademia era sempre stato il suo sogno fin da ragazza e per riuscire a realizzarlo aveva dovuto tentare l’ammissione tre volte, dal momento che le prime due l’avevano bocciata. “Certe volte entravo nella scuola salivo l’ascensore fino al 5° piano – la sede allora era in via 4 Fontane nel palazzo di una Marchesa – diceva – Salivo in “Paradiso” solo per sentire l’odore, attraversare un corridoio fare una domanda solo per “stare lì”. L’Accademia per me è uno dei posti più “evocativi” come dicono i poeti”.

L’ironia anche nel suo “testamento”. “Ho già adocchiato una vetrinetta in sala riunioni con un piccolo cofanetto verde di porcellana, credo. Ritengo sia ideale per contenere le mie ceneri – scriveva con la sua solita ironia sul suo sito – È una aspirazione che piano piano troverò il coraggio di far uscire alla luce. Che detto di un mucchietto di ceneri non è appropriato. Posso tentare…. e se mi ribocciano? E se poi l’Accademia trasloca? E se durante il trasloco il cofanetto verde si rompe? No eh! essere spazzata via dall’Accademia no mai più!”. Lascia la figlia Virginia di 23 anni appena laureata.

Fonte: La Repubblica

 

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Marta Marzotto, muore la celebre stilista italiana

July 30, 2016 Leave a comment
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Si è spenta nella clinica dove era ricoverata a Milano. Era malata, aveva 85 anni. A darne notizia la nipote Beatrice Borromeo. Lunedì i funerali

E’ morta Marta Marzotto. La stilista si è spenta stamattina a Milano, aveva 85 anni. A darne notizia la nipote Beatrice Borromeo, con un tweet di addio alla amata nonna. “Ciao nonita mia”, ha scritto pubblicando una foto. Già da diversi giorni era ricoverata nella clinica La Madonnina, dove è morta. “Marta Marzotto se n’è andata stamattina nel sonno dopo una breve malattia. Era serena e circondata dai figli e dai nipoti che negli ultimi mesi sono stati sempre con lei, testimoni dell’allegria, ironia e generosità che l’hanno accompagnata fino all’ultimo momento”. Questo il messaggio della famiglia. Lunedì 1 agosto saranno celebrati i funerali.

“Aveva grande ottimismo e fame di vita – ha detto Matteo Marzotto, il figlio più giovane – ci ha sempre spronato ad andare avanti, a mettere a frutto i propri talenti. E’ questa l’eredità morale che ci lascia. La mamma a Milano ha passato sostanzialmente tutta la sua vita, è tornata dopo un lungo periodo di amore-odio con Roma, e alla fine si è spenta qui. Credo che Milano la abbia sempre accolta con grande affetto”.

Nata a Reggio Emilia nel 1931, esuberante, estroversa, è stata la signora dei salotti, dall’arte, della politica, della moda, del charity. Aveva appena pubblicato la sua ultima autobiografia, in cui raccontava la sua vita: l’infanzia povera, il lavoro da mondina, il matrimonio da fiaba. E poi l’amore per Guttuso e Lucio Magri. La mondanità. Craxi, Pertini, il Pci. Stilista ed ex modella, disegnatrice di gioielli, musa, ha lasciato un segno profondo nella vita culturale del Paese.

Nata Marta Vacondio, figlia di un casellante delle ferrovie e di una mondina, vive i primi anni della sua vita a Mortara, in Lomellina. Comincia a lavorare molto giovane, per poi muovere i primi passi nel mondo della moda, a Milano. Conosce così il conte Umberto Marzotto, uno dei fratelli eredi della dinastia industriale tessile vicentina dei Marzotto. Dalla loro unione nascono cinque figli: Paola, Annalisa (morta per una malattia), Vittorio Emanuele, Maria Diamante e Matteo. Anche dopo il divorzio, la contessa Marta Marzotto continuerà a usare il cognome del marito.

Nel 2006 gli eredi di Guttuso la portano in tribunale per una vicenda che riguardava 700 riproduzioni dei opere del maestro, per il quale Marta Marzotto è la sua “dolce libellula d’oro”, e anche “miele, sangue, respiro, amore”. Viene prima condannata a otto mesi, poi tre anni dopo la Corte d’appello di Milano annulla la sentenza. Il rapporto tra i due cessa improvvisamente dopo circa venti anni.

“Io alla vita ho sempre sorriso, lei a me non sempre”, diceva pensando alla morte della figlia. E sulla sua età, sul tempo che passava tagliava corto: “Io no ho età, sono immortale. Bloccatemi se siete capaci”.

I funerali saranno celebrati lunedì 1 agosto alle 11 del mattino nella Chiesa di Sant’Angelo in piazza Sant’Angelo a Milano. Lo comunica una portavoce della famiglia. La camera ardente sarà aperta in forma privata sabato 30 e domenica 31 luglio presso l’impresa funebre San Siro in via Corelli 120 a Milano, dalle 9 alle 19.

Fonte: La Repubblica

 

Carlo Pedersoli, muore il popolare attore italiano Bud Spencer

June 28, 2016 Leave a comment

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Cinema, è morto Bud Spencer, il grande buono del cinema italiano

Insieme a Terence Hill ha scritto momenti diversi e importanti di alcune tra le stagioni più felici della produzione italiana: dalla serie indimenticabile degli ‘Spaghetti western’, all’avventura comica, dal cinema di qualità come un indimenticabile protagonista per Ermanno Olmi, alle produzioni internazionali di intrattenimento.

E’ morto a Roma l’attore Carlo Pedersoli, meglio conosciuto come Bud Spencer. Aveva 86 anni. Lo ha annunciato il figlio Giuseppe Pedersoli: “Papà è volato via serenamente alle 18.15. Non ha sofferto, aveva tutti noi accanto e la sua ultima parola è stata ‘grazie”. Era nato a Napoli il 31 ottobre 1929.

“Quando il Padreterno mi chiamerà, voglio andare a vedere che cosa succede. Perché se non succede niente, m’incazzo. M’hai fatto alzare ogni mattina per ottantasette anni per non andare, alla fine, da nessuna parte? Io, di fronte a tante cose enormi che non comprendiamo, mi posso attaccare solo a lui. E sperare che quando mi chiamerà, mi si chiarirà tutto. Perché oggi, mi dia retta, non si capisce proprio più niente”. Era già un Carlo Pedersoli affaticato, ma sempre combattivo, spiritoso, loquace quello che ci raccontava, pochi anni fa, cosa pensava del momento in cui sarebbe stato chiamato “dall’altra parte”. Una curiosità perfino eccessiva per l’uomo che, sempre, aveva professato – e vantandosene – il “futteténn’” come filosofia di vita. Forse per via di quelle radici napoletane dalle quali non s’era mai staccato, classe 1929, mamma Rosa e papà Alessandro, rione di Santa Lucia, a scuola con il vicino di casa Luciano De Crescenzo. “Cosa ricordo di Napoli? Le bombe. Sa, c’era un po’ di guerra…. Ero cresciutello e me la ricordo bene”.

Da Napoli a Roma, dove il padre è costretto a trasferirsi per motivi di lavoro all’inizio degli anni Quaranta, e lì Carlo entra in un club di nuoto, i primi sentori di quello che, per un pezzo di strada, sarebbe stato il suo destino. Ma è ancora il lavoro del padre che lo allontana dalle cose alle quali si sta legando: stavolta lontano parecchio, in Sudamerica, dove tutta la famiglia Pedersoli resterà fino alla fine degli anni Quaranta, fra il Brasile e l’Argentina. Carlo viene tesserato dalla società sportiva Lazio Nuoto, si afferma nello stile libero e nelle staffette miste, macina campionati, entra nella storia come il primo italiano a infrangere la barriera del minuto netto, per l’esattezza 59”5 (nel 1950 a Salsomaggiore e poi a Vienna). Il nuoto ormai è il suo presente e il suo futuro, viene convocato per la Nazionale, partecipa agli Europei di Vienna, vince due medaglie ai Giochi del Mediterraneo del 1951 in Egitto.

E quel fisico, robusto e sportivo, gli permette di cimentarsi anche con il rugby. Torna all’università, lasciata ai tempi del trasferimento in Sudamerica, frequenta sia Giurisprudenza che Sociologia, non porta a termine nessuna delle due ma comincia ad avvicinarsi al mondo del cinema. Sono gli anni della Hollywood sul Tevere, delle grandi produzioni internazionali che scelgono Roma come quartier generale ed è proprio in “Quo vadis?”, il celebre “peplum”, che debutta sul grande schermo, anche se solo nei panni di una guardia dell’Impero romano.

Ma il 1952 è alle porte e con esso le Olimpiadi di Helsinki. Vi partecipa con i colori dell’Italia, poi insieme ad altri atleti viene inviato alla Yale University, per alcuni mesi vive in America, continua con i Giochi, da quelli del Mediterraneo a Barcellona alle Olimpiadi di Melbourne. Ma qualcosa si rompe. La dedizione allo sport, gli studi, la bella vita non gli bastano, o forse sono troppo e gli fanno perdere di vista quello che sta cercando. “Ero stanco della vita ai Parioli” dirà, facendo una scelta radcale. Torna in Sudamerica e si mette a lavorare alle dipendenze di un’impresa Usa impegnata nella costruzione della Panamericana, la strada di collegamento fra panama e Buenos Aires.

Poi lavora anche all’Alfa Romeo di Caracas, dove resta fino al 1960. E’ l’anno delle Olimpiadi di Roma alle quali partecipa perché lui s’è voluto allontanare dallo sport ma lo sport non l’ha mai voluto abbandonare. Né lo ha lasciato Maria, la compagna conosciuta quindici anni prima e che finalmente Carlo sposa. Diventando genero di Peppino Amato, uno dei più noti proprietari di sale cinematografiche nonché produttore, ma pure padre di Giuseppe, il primogenito, al quale seguiranno Christiana, nel 1962, Diamante nel 1972.

Fra un contratto discografico con la RCA e l’attività di produttore di documentari per la Rai, Pedersoli torna a frequentare i set. La svolta arriva con “Dio perdona… io no!”: sul set conosce Mario Girotti, il suo futuro, inseparabile compagno. Ma data l’esterofilia in voga all’epoca, anche a loro – come a tanti altri – viene consigliato di cambiare i nomi sulla locandina. E’ così che nascono Bud Spencer e Terence Hill, coppia d’oro del botteghino grazie a film come “Lo chiamavano Trinità” (1970), un successo di portata europea seguito da “…continuavano a chiamarlo Trinità”.

Inutile, per Spencer/Pedersoli, sperimentare altri generi cinematografici. La sua partecipazione a “Quattro mosche di velluto grigio” di Dario Argento (1971) e al film drammatico, di denuncia, “Torino nera” diretto da Carlo Lizzani (1972) non gli danno il successo che invece ottiene in coppia con il sodale Hill/Girotti. Successo anche come solista, con la tetralogia di Piedone: “Piedone lo sbirro, Piedone a Hong Kong, Piedone l’Africano e via elencando, mentre continua il sodalizio con Terence, celebrato dal trionfo ai botteghini di “Più forte ragazzi” (1972), “Altrimenti ci arrabbiamo” (1974), “Porgi l’altra guancia” (1974). Nasce il “western comico”, i due piacciono perché sono una specie di cartone animato. Grande e grosso e a far la parte del cattivo Spencer, scattante e belloccio ma senza crederci troppo Hill, i due portano sul grande schermo storie in cui la fanno da padrone le scazzottate, rumorose e grottesche ma mai violente, le sparatorie, film per tutti che li trasformano in idoli anche dei bambini. Perché nessuno si fa mai male davvero, nessuno muore, tutti quelli che cadono si rialzano.

Sarà la televisione a separarli consensualmente, regalando a ciascuno dei due ancora grandi soddisfazioni. Bud Spencer conquisterà il pubblico con alcune serie, da Big Man (1988) a Detective extralarge (1991-1993), Terence Hill con la fiction che gli permetterà di diventare un “eroe” degli ascolti record, soprattutto con la “saga” di Don Matteo. Nonostante tutto, Pedersoli non si monta mai la testa. Resta sempre ben ancorato con i piedi per terra, ben distante dall’idea di “star”. “Per me nella vita vale sempre una parola sola: la decenza. Non devi mai credere di essere uno che può spaccare tutti, la decenza di capire che domani mattina puoi incontrare due-tre personaggi che ti fregano tutto quello che hai fatto. Succede, perché è la vita. E questo me l’ha insegnato lo sport”.

“Nella mia vita ho fatto di tutto – raccontava – ma proprio di tutto. Solo due cose non ho potuto fare, il ballerino classico e in fantino”. In compenso, dalla metà degli anni Settanta fino agli anni più recenti, parallelamente all’attività cinematografica e televisiva trovò il tempo di conseguire la licenza di pilota di elicottero, lanciare una linea di jeans, fondare una compagnia aerea, la Mistral, scrivere alcune canzoni, pubblicare la propria biografia, “Altrimenti mi arrabbio: la mia vita”, dilettarsi – altra sua passione – con la filosofia, mangiare – arrivò a pesare 156 chili – e mai mettersi a dieta, una battaglia durata tutta la vita.

Fieramente di destra, candidato nel 2005 alle Regionali nel Lazio con Francesco Storace, aveva trasmesso l’interesse per la politica anche alla figlia Christiana, che si era candidata a sua volta nel 2013 alle comunali di Roma con il Popolo delle libertà. Ma nonostante le molte esperienze, e un curriculum di circa 130 film (nel 2003 anche con Olmi in “Cantando dietro i paraventi”), i successi più importanti, per Pedersoli, rimasero sempre quelli sportivi. “Perché il successo, in tutto il resto, è il pubblico che lo decreta. Quando invece vinci nello sport, quella è tutta roba tua, e nessuno te la può togliere”.

Fonte: La Repubblica

 

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