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Archive for the ‘Cinema Documentaristico’ Category

“When you’re strange” di Tom DiCillo (2009)

October 7, 2011 Leave a comment

When You’re Strange è un film a colori di genere documentario, musicale della durata di 90 min. diretto da Tom DiCillo e interpretato da Johnny Depp, Jim Morrison, John Densmore, Robby Krieger,Ray Manzarek, Janis Joplin, John F. Kennedy, Martin Luther King,Richard Nixon, Elvis Presley.
Prodotto nel 2009 in USA e distribuito in Italia da GA&A Productions il 21 giugno 2011.

La storia dei Doors e in particolare quella di Jim Morrison, dal suo incontro con il tastierista Ray Manzarek nei corridoi della UCLA fino alla sua morte tragica avvenuta a Parigi nel 1971. Con immagini inedite della band e, per la prima volta sugli schermi, il film girato da Morrison stesso ai tempi del corso alla UCLA. Un racconto avvincente del percorso artistico e umano della rock band e del suo leggendario front man: il lavoro in studio di registrazione, gli incontri con i fan e iconcerti, sul palco e dietro le quinte, la produzione poetica di Morrison.

Perché vederlo: Per non perdersi il primo film documentario sulla storia dei Doors, realizzato dal regista americano Tom DiCillo con immagini e filmati inediti. Per conoscere la complessa personalità di Jim Morrison e scoprire anche il racconto intimo delle relazioni personali tra i quattro musicisti che hanno dato un contributo considerevole alla storia della cultura pop, realizzando 6 incredibili album in soli 5 anni. La storia è raccontata dal musicista Morgan.

Fonte: Movieplayer.it

“Michel Petrucciani – Body & Soul” di Michael Radford (2011)

October 7, 2011 Leave a comment

Michel Petrucciani – Body & Soul (Michel Petrucciani) è un film a colori di genere documentario, musicale della durata di 102 min. diretto da Michael Radford e interpretato da Michel Petrucciani, Alexandre Petrucciani, Eugenia Morrison, David Himmelstein, Philippe Petrucciani, Tox Drohar, George Wein, Pierre-Henri Ardonceau,Alain Brunet, Tony Petrucciani.
Prodotto nel 2011 in Italia, Francia, Germania e distribuito in Italia da PMI Distribuzione il 22 giugno 2011.

La vita e la carriera del grande compositore e pianista jazz Michel Petrucciani, scomparso nel 1999 appena trentaseienne. Una ricca collezione di interviste e materiali di archivio ci racconta la storia di un uomo dall’incredibile talento, che ha dovuto sconfiggere un pesante handicap fisico dovuto a una malattia genetica (l’osteogenosi imperfetta, che lo aveva colpito fin dalla nascita) per diventare un gigante della musica.

Perché vederlo: Per conoscere la leggendaria storia di Michel Petrucciani, un uomo colpito da osteogenesi fin dalla nascita che negli anni è riuscito a superare il suo handicap e a diventare un musicista di talento e fama mondiale. Per scoprire un ritratto del grande pianista di jazz attraverso interviste e immagini di repertorio raccolte con parsimonia da Michael Radford, il regista de Il postino.

Fonte: Movieplayer.it

“Il mio ultimo giorno di scuola” di Ferrafilm

La scuola è finita in tutta Italia, eccetto per coloro che devono ancora affrontare l’esame di maturità. Comunque sia, questo video è adatto a tutti ed è frutto dell’ottimo lavoro di una produzione indipendente gestita da giovani e chiamata Ferrafilm.

Fonte: Skimbu

“Baraka” di Ron Fricke [1992]

May 27, 2011 Leave a comment

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Le vie della Natura sono infinite

Baraka è un lungometraggio basato sulla percezione dell’immagine e del suono.

Non c’è un trama perché Baraka affonda le sue basi in una concezione documentaristica di ripresa, essendo composto da immagini catturate in alcuni dei luoghi più suggestivi della Terra. Eppure non è solamente un documentario.

Quando nel 1992 Ron Fricke decise di intraprendere la strada che lo avrebbe portato alla realizzazione del film in questione, aveva alle spalle la direzione di un mediometraggio e soprattutto l’esperienza fortemente influenzante dell’esser stato il direttore della fotografia nell’ambizioso e sperimentale progetto Koyaanisqatsi, film documentario di nuova concezione diretto da Godfrey Reggio nel 1982.

Le similitudini fra i due lavori sono molte e ben evidenti, eppure Fricke riuscì ad apportare qualcosa in più di veramente determinante all’idea avuta dal collega Reggio dieci anni prima.

Innanzitutto nella tecnica.

Ciò che è eccezionalmente sbalorditivo è la qualità dell’immagine che davvero mai come in questo caso raggiunge una perfezione tale da rendere incredulo lo spettatore per i primi cinque minuti, ovvero finché occhio e mente comprendono che per la successiva ora e mezza potranno tranquillamente godere indisturbati nella visione.

Una vastissima gamma di colori è perfettamente resa sulla bidimensionalità dello schermo che non faticherà a evidenziare nemmeno gli incredibili passaggi tonali nei giochi luce/ombra che caratterizzano parte del film.

La qualità è talmente alta che quando alcuni abitanti dell’antica città di Bhaktapur in Nepal scopano il terreno, beh, ci sembrerà di poter toccare con mano e respirare la polvere che si è appena innalzata. Così come nei verdi spazi dei campi di riso a Bali, dove l’impressione di poter sentire i profumi dell’erba è tangibile. E che dire del roboante suono delle poderose cascate?

Questo prodigio della tecnica cinematografica è reso possibile in parte da elementi già esistenti e in parte dalla geniale inventiva del regista. Fricke si è infatti progettato e costruito da sé la macchina da presa con la quale, viene veramente da domandarsi come, ha girato il pianeta nei luoghi più reconditi e sperduti per realizzare le sue riprese.

Riprese che sono state effettuate su una pellicola da 70mm invece che con la classica cinematografica da 35mm. Questa è una scelta quanto mai insolita per varie ragioni, che solamente pochi registi avevano abbracciato nel passato. Ricordiamo film come Lawrence d’Arabia, West Side Story, il più recente Hamlet di Kenneth Branagh ma soprattutto quello che meglio sfruttò il potenziale di questo formato della pellicola fu l’avanguardistico 2001: Odissea Nello Spazio di Stanley Kubrick.

Il 70mm è un formato poco compatibile con le sale cinematografiche standardizzate sul convenzionale 35mm [solo più un paio di sale in tutta Italia proiettano ancora in questo formato] e, cosa molto importante, girare un film in 70mm costa molti più soldi.

I vantaggi sono una qualità dell’immagine [e sonora] doppia rispetto al classico 35mm.

Dal 1992 per merito di Fricke possiamo aggiungere alla breve lista dei film realizzati in questo formato anche il suo Baraka che in postproduzione fu poi compressato nelle pellicole da 35mm e distribuito nelle sale mondiali.

Detto ciò, non si pensi che questo film sia soltanto un mozzafiato di superfice!

Tutt’altro.

Prendendo spunto dall’innovativo Koyaanisqatsi, Fricke elabora l’idea di un cinema che non preveda né l’uso della parola, né tantomeno della recitazione. La sua intenzione non è quella alla Lars Von Trier di creare film documentaristici di ciò che accade nella vita quotidiana nei rapporti interpersonali fra i membri di una comunità, bensì è quello di creare un poema visivo e sonoro che indaghi in maniera evocativa il rapporto fra uomo e natura. Anzi, forse converrebbe dire fra spirito-uomo e spirito-natura, in quanto buona parte delle immagini è dedicata a riti religiosi di varie religioni fra loro molto distanti. Questo non per sostenere la forza della religione, ma per documentare la sacralità del gesto che l’uomo compie durate le funzioni religiose. E’ un tracciare l’ombra dello spirito dell’uomo che sfrutta la materia per mettersi in contatto con lo spirito della natura.

Tutto ciò contrasta e stride con le frenetiche immagini metropolitane che caratterizzano la sezione centrale dell’opera, esattamente come avvenne nella parte centrale di Koyaanisqatsi. Ma sé là il regista finisce con il creare un ibrido di estrema ambizione filosofica, qui è una ben più umile immersione nei diversi ambienti che aiuta Fricke a liberarsi da una certa presunzione in favore di una semplice proposta di stili di vita differenti dal nostro.

Per Reggio l’essenziale era denigrare la società contemporanea dell’uomo occidentale, mentre per Fricke non è così. Malgrado la critica di fondo sia implicitamente presente, la sua operazione non ci pone come giudici di noi stessi, bensì come dubitatori di noi stessi. Ciò che vediamo sullo schermo non è il disgusto della condizione umana di adesso, bensì la possibilità di immergersi nell’intima quotidianità di altre società a noi parallele. Non c’è una scelta fra quale sia la migliore, bensì una equa proposizione di ambienti naturali e di ambienti comunitari svariati. E’ la componente atavica e ancestrale che smuove la nostra coscienza, non la critica a noi stessi. Facendo un paragone con qualche lezione filosofica potremmo dire che è una concezione krishnamurtiana del vivere, ovvero non di opposizione a ciò che già esiste bensì di proposta di una nuova serena via per il quieto vivere di tutto ciò che esiste.

D’altronde questo misticismo dell’essente è ben evidenziato in quasi tutti i momenti della pellicola, per i quali lo spettatore medio occidentale non saprà dare un’interpretazione dei riti inscenati in quel determinato momento se non per sommari capi o per associazione al riconoscimento di un luogo piuttosto che di un altro. Ciò che importa è essere empaticamente parte di ciò che si sta osservando e percependo.

Per proporre ancora un paragone letterario-filosofico-antropologico si potrebbe chiamare in causa quanto affermato nella da poco rivalutata Arte Magica scritta da André Breton e pubblicata nel 1957, secondo il quale di fronte alla produzione che noi oggi consideriamo artistica di società che appartengono al passato e delle quali si sono persi i significati non estetici ma funzionali, sacri e spirituali, l’uomo contemporaneo non deve fare altro che lasciarsi influenzare dall’intrinseco potere magico dell’evocazione.

Baraka offre davvero molti spunti sui quali sarebbe possibile scrivere ancora e ancora e ancora… secondo me però vale la pena evidenziare come l’intelligenza del regista non si fermi all’immagine e nemmeno al significato dell’immagine stessa, grazie alla conoscenza della storia del cinema. Alla strepitosa scena accelerata che paragona l’uomo delle città alle formiche di un formicaio [che detta così sembra più che banale, ma è realizzata davvero molto bene] segue la parte di sfalsamento dei significati della parte industriale della società. Se, come abbiamo già evidenziato sono proprio questi i minuti più simili al predecessore Koyaanisqatsi, è proprio qui che emerge la conoscenza di esempi del cinema del passato, tra i quali non si può non citare l’anticipatore e sperimentale L’Uomo Con La Macchina Da Presa girato nel lontano 1929 dal gruppo artistico Dziga Vertov.

Le possibili influenze esercitate nel cinema post Baraka a dir la verità non sono poi così numerose, anche se oggi questo film pare quasi essere un oggetto di culto fra gli appassionati del genere.

Sicuramente il mai visto in Italia, The Fall di Tarsem del 2006 risente fortemente a livello fotografico della lezione data da Fricke, arrivando quasi a un paio di citazioni a livello copiatura.

Terrence Malick è un regista che non sembra essere indifferente a questo tipo di cinema, tanto che il suo Il Nuovo Mondo del 2005 è stato girato sulla famigerata pellicola da 70mm.

Purtroppo la sua presunzione da filosofo lo ha portato a voler strafare in The Tree Of Life, opera pessima nei contenuti ma buona nell’immagine, anche qui, in bilico citazionistico fra lo spaziale Kubrick e il documentaristico Fricke.

Baraka è un’esperienza sensoriale, da provare obbligatoriamente per vivere tutte le possibilità offerte dal mezzo espressivo cinematografico.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Chronos” di Ron Fricke [1985]

May 26, 2011 Leave a comment

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Immanente eternità

Mediometraggio girato tre anni dopo Koyaanisqatsi e sette prima di Baraka, Chronos è il vero punto d’incontro fra il genere documentaristico e un cinema sperimentale che poggia su basi filosofiche.
Il tema è ovviamente Κρόνος, il tempo e non è difficile evincerlo né dal titolo né tantomeno dalle immagini focalizzate come sono sulla statica mutevolezza di ogni cosa.
Il regista Ron Fricke sceglie infatti un espediente tanto intelligente quanto funzionale per distaccarsi dal ben più classico genere del documentario, utilizzando la cosidetta tecnica del time-lapse, ovvero delle immagini accelerate. Malgrado sia qualcosa di già visto in Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, la forza che questa tecnica di ripresa imprime all’immagine è dovuta all’ossessivo utilizzo che ne viene fatto.
Ogni immagine è accelerata dandoci realmente il senso del tempo che scorre, tanto sul sito di Stonehenge quanto sulle piramidi egiziane o dentro la basilica di San Pietro a Roma.
E se alla lunga potrebbe risultare monotòno e annoiante, Fricke ha la felice intuizione di variare il ritmo delle immagini a seconda della situazione arrivando intorno al 25esimo minuto a incrementare sempre più la velocità dei fotogrammi fino a ritmi vertiginosi che catalizzano la totale attenzione dello spettatore che sarà inevitabilmente intrappolato dentro al tunnel visivo formatosi sullo schermo.
E’ questo il momento sicuramente più interessante di tutta la pellicola che per il resto si contraddistingue per l’ottima tecnica di ripresa e per la notevole qualità dell’immagine, ma che zoppica un po’ in fatto di originalità delle scene proposte.
Se infatti alcune inquadrature sono davvero eccezionali, molte altre sono po’ troppo “da cartolina”. L’effetto accelerato dà senso alle scene, ma ciò che vediamo è già stato visto centinaia di altre volte da altre parti. Non è una critica vera e propria in quanto la potenza dell’immagine non sopisce mai, però conoscendo già l’originalità con la quale il regista sarà in grado di realizzare Baraka tanto nella fotografia quanto nei luoghi scelti, forse l’effetto stupore svanisce un po’.
Un punto a favore di Chronos rispetto al suo più famoso successore Baraka è invece, a mio avviso, la musica che accompagna le silenti immagini. Nella già citata vertiginosa scena in crescendo, la parte sonora gioca un ruolo assolutamente fondamentale al fine dell’impressionante riuscita della scena stessa. Chronos è un’opera che non documenta e non fa filosofia. Però evoca. E anche se l’idea risulta un po’ acerba, non disprezzeremmo di certo vedere altre produzioni così.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Valzer con Bashir” di Ari Folman, film documentario sulle colpe dei falangisti e dell’esercito israeliano

April 16, 2011 Leave a comment

Cosa succede quando un regista racconta la verità nuda e cruda sul popolo a cui appartiene?

Dipende dal popolo al quale appartiene ovviamente.

Se sei iraniano puoi essere arrestato con tutta la tua famiglia come è successo il 2 marzo 2010 a Jafar Panahi oppure essere esiliato com’è accaduto a Bahman Ghodabi per il suo film “Gatti Persiani”.

Ma se il regista è israeliano e ha vinto un Golden Globe non può essere arrestato. Ari Folman è nato ad Haifa e ha sempre saputo la differenza fra bene e male, fra queste due forze che dall’inizio della memoria umana si contendono l’uomo.

Nel 2008 con il suo film “Valzer con Bashir” è riuscito a far parlare attraverso l’arte la sua coscienza e l’ha fatto costruendo un documentario sulla prima guerra libanese e sul massacro di Sabra e Shatila del 1982.

Folman opta per il film d’animazione, forse per attenuare la crudezza delle immagini e dei simboli o forse perché altrimenti il film sarebbe stato di portata maggiore e quindi ci sarebbe stata la possibilità di rischiare la propria vita.

Ma cosa mostra esattamente il regista israeliano in un film d’animazione sulla guerra?

Semplicemente, la verità.

La verità con gli occhi di un soldato, Folman(doppiato dallo stesso regista), che non ricorda i fatti accaduti in Libano. Troppo sangue, troppe ingiustizie, troppi ordini eseguiti senza discutere. Non è mai l’etica a guidare le guerre ma alcune volte persino i soldati non capiscono i perché di assassinii che ne non giovano l’esito.

Il film si apre con una sequenza terrificante: 26 cani che inseguono un uomo, i cani sono neri, grandi, feroci. È il racconto di un sogno che ossessiona un ex soldato amico di Folman. I 26 cani sono esistiti veramente ma non hanno mai inseguito il soldato, sono infatti stati uccisi in Libano dallo stesso soldato ed ora ritornano in sogno pretendendo vendetta.

Folman però non ricorda, è come se qualcuno gli avesse cancellato la memoria, ha voluto dimenticare gli episodi della guerra e tutto ciò che i suoi occhi hanno visto. Rendendosi conto di questo, decide di riprendersi i propri ricordi ad ogni costo. Inizia così ad indagare, a chiedere ai suoi amici ex soldati, a reporter, ad estranei. Ogni parola, ogni racconto è una visione e ciò si presenta come tanti piccoli flash back che illuminano la memoria del protagonista ma rendono più scuro il suo animo.

Arriva così a rivedere le ingiustizie di quel massacro del 16-18 settembre del 1982 di cui si ha paura di parlare ancora oggi.

Sabra e Shatila erano due campi di rifugiati palestinesi nella periferia di Beirut. È stato un vero e proprio massacro di bambini, donne, vecchi, giovani. La popolazione che abitava i due campi non è precisa ma si arriva anche a parlare di 3500 persone.

Nessuno si è salvato. Non è stata una “semplice e veloce” fucilazione. I corpi di bambini, donne, vecchi e giovani sono stati squartati e le varie parti dei corpi lanciate ovunque nelle strade polverose e bagnate di sangue. Una scena horror, da brividi, inumana, raccapricciante, inutile: dicono coloro che hanno visto il campo l’indomani del massacro. Teste di bambini accanto a corpi di giovani donne senza gambe, bambini senza testa ammucchiati tutti insieme, arti rotti da fucilazioni ossessive, violenze contro cadaveri.

Chi è il colpevole?

Sopra i tetti dei soldati israeliani che controllavano il massacro, non intervenivano per fermare i colpevoli, anzi erano una sorta di guardie o divinità armate dei tetti.

Sono stati i falangisti con il benestare dell’esercito israeliano a voler la fine di Sabra e Shatila, campi profughi nei quali non c’erano armi per difendersi dagli attacchi. I morti oscillano, dopo 28 anni non abbiamo ancora una certezza del numero e forse non riusciremo mai ad avere la sicurezza di nulla. I morti oscillano tra i 300 e i 3500, tutto dipende dalla fonte ascoltata.

Nel 2001 la Corte di Cassazione Belga apre un processo su Sabra e Shatila, un processo basato su una legge del 1993 la quale conferiva competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l’umanità. Israele non si dimostrò ragionevole e stranamente Elie Hobeika, ritenuto il responsabile materiale dell’eccidio, dopo aver detto di voler confessare tutto muore a Beirut in un attentato. La Corte di Cassazione chiude l’inchiesta.

Ari Folman, il regista israeliano, attraverso l’arte ha cercato di rappresentare l’accaduto indicando palesemente i colpevoli: i falangisti (milizie cristiane libanesi).

Il perché di tutto quest’odio?

Il 14 settembre 1982 il Presidente della Repubblica Bashir Gemayel cadde vittima di un attentato. I falangisti guidati da Elie Hobeika attuarono la propria vendetta due giorni dopo con il sopporto dell’esercito israeliano.

Vendetta o no, rimane comunque un massacro e gli esecutori sono ancora liberi di continuare ognuno la propria guerra personale a discapito di innocenti.

Doppiatori originali del film: Ari Folman, Mickey Leon, Ori Sivan, Yehezkel azarov, Ronny Dayag, Shmuel Frenkel, Dror Harazi, Ron Ben-Yishai.

Durata 90 minuti. La sceneggiatura è stata scritta da Ari Folman. Distribuito da Lucky Red.

Written by Alessia Mocci

Fonte: Oubliettemagazine

GREEN PORNO – adulazioni entomologiche

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Per tutti gli appassionati di entomologia è divertente pensare a volte che, passeggiando nel proprio giardino, qualcuno si soffermi a riflettere  che in esso vi dimorino intere generazioni entomologiche che ne invadono gli spazi vivendo una vita alquanto alternativa e molto più radicata della nostra.
Milioni di insetti che ci scrutano, ci osservano, ci stimano e ci invidiano. A volte ci odiano addirittura!!!
Ma quel che più diverte è scoprire che qualcuno ne abbia interpretato i ruoli. Ironia, fantasia e creatività per dare adito ai comportamenti sessuali di insetti e, successivamente, di animali marini usando un linguaggio visivo goliardico e divertente, quasi educativo. Green Porno!!! Tutto un programma dove formiche, lombrichi, ragni, mosche e zanzare riflettono uno scenario variopinto di colori e ambientazioni très enfant che fanno divertire, stupire e ammiccare… se in dolce compagnia!!! Protagonista indiscussa è la meravigliosa eccentrica Isabella Rossellini che, di cortometraggio in cortometraggio, si immedesima in tale viaggio tra foglie, fogliette, ragnatele, spine e ramoscelli cercando di insegnare al mondo come adulare, sedurre, accalappiare e copulare manieristicamente. Maschietti e femminucce tra zampette e tentacoli, alette e pungiglioni identificano un gioco altamente erotico ed evanescente dal gusto vagamente cartoon.
Nessuna censura, nessuna trivialità. Solo poesia entomologica e surrealismo di scena. Magari, a breve, la nostra meravigliosa adulatrice potrebbe indurci a scoprire un nuovo canone dell’erotismo ambientale tra stami, pistilli, petali e pollini edulcorando i nostri piccoli insaziabili piaceri di nuove voluttuose trasgressioni “bestioles”…
by Marius Creati

EPISODI: SPIDER, DRAGONFLY, FIREFLY, FLY, SNAIL, BEE, MANTIS, EARTHWORM
GENERE: Cortometraggio
REGIA: Isabella Rossellini, Jody Shapiro
ATTORI: Isabella Rossellini, Roberto Rossellini (II), Dallas Giorni, Louis Giacobetti, Ona Grandey
FOTOGRAFIA: Sam Levy, Brian Jackson
MONTAGGIO: Stacey Foster, Cynthia Madansky, Angelika Brudniak
MUSICHE: Andy Byers, Zeena Parkins
PRODUZIONE: RICK GILBERT, JODY SHAPIRO, ISABELLA ROSSELLINI PER SWEET SCIENCE CINEMA (NEW YORK) SU COMMISSIONE DI SUNDANCE CHANNEL, IN COPRODUZIONE CON GERO VON BOEHM PER INTERSCIENCE FILM (HEIDELBERG)
PAESE: USA 2008
DURATA: 8 Min
FORMATO: Colore HD CAM, 16:9