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Archive for the ‘Cinema Documentaristico’ Category

Banksy l’arte della ribellione, film documentaristico di Elio España

October 23, 2020 Leave a comment

BANKSY – L’ARTE DELLA RIBELLIONE rivela finalmente la storia di Banksy, dalle origini in una sottocultura criminale fino alla sua ascesa come leader di un movimento artistico rivoluzionario.

Banksy nasce come artista nella scena underground di Bristol, in Inghilterra, e le sue prime opere di graffiti e street art risalgono al 1990. La sua arte politicizzata, i suoi epigrammi sovversivi e le sue audaci incursioni hanno oltraggiato l’establishment e creato un nuovo movimento rivoluzionario. I suoi lavori sono divenuti vere e proprie icone del contemporaneo e Banksy è ad oggi lo street artist più famoso e controverso al mondo. Il potere abusato, la povertà, i fondamentalismi politici e religiosi, l’alienazione, la guerra, la violenza e il capitalismo sono al centro delle sue opere.

Per la prima volta viene raccontata la storia completa della carriera di Banksy: dai primi lavori come giovane artista underground fino a diventare l’artista più famoso del ventunesimo secolo, nonostante la sua identità sia ancora avvolta nel mistero. Ispirato dai graffiti della New York degli anni ’70, Banksy trasforma il movimento della Street Art in forma d’arte mainstream mettendo insieme un impero multimilionario e modificando la concezione stessa dell’arte.

BANKSY – L’ARTE DELLA RIBELLIONE è il primo film a far luce sull’intera storia di Banksy”, ha dichiarato Lise Romanoff, CEO e Managing Director di Vision Films. “Ci sono libri e documentari che hanno toccato diversi aspetti del suo lavoro e della sua vita, ma nulla che abbia mai ripercorso tutta la sua storia. Una storia avvincente e rivelatrice”.

“Penso che esistano molte idee sbagliate su Banksy, e il suo anonimato ha molto a che fare con questo”, ha dichiarato lo scrittore e regista Elio España (Prince: Slave TradeDown In The Flood: Bob DylanThe Band & The Basement Tapes, Robert Plant’s Blue Notes, The Smiths- The Queen is dead). “Le persone non pensano a Banksy come a un artista di graffiti, non lo è più, ma le sue origini provengono assolutamente da quel mondo. La sua arte non si estranea dal contesto, lui è il frutto del suo background a Bristol e della cultura e della politica di questo tempo – un periodo particolarmente tumultuoso, ma anche elettrizzante. Ha fatto parte del mondo dei graffiti, è stato un pioniere della Street Art insieme a un certo numero di altre figure importanti, ma Banksy ha completamente cambiato il modo in cui l’opera d’arte viene esposta e venduta. Credo che comprendendo la sua storia, si otterrà anche una comprensione molto più profonda del suo lavoro”.

In BANKSY – L’ARTE DELLA RIBELLIONE viene presentato un raro archivio proveniente da collezioni private e interviste inedite. Intervengono il promotore d’arte Steve Lazarides, ex braccio destro di Banksy; l’artista di fama mondiale Ben Eine, uno dei collaboratori più stretti di Banksy; John Nation, che ha gestito il progetto di graffiti in cui è iniziata la storia di Banksy; i famosi street artist Risk, Felix “Flx” Braun, KET & Scape, oltre a diversi esperti  e critici d’arte.

BANKSY – L’ARTE DELLA RIBELLIONE è prodotto dal team di Tom O’Dell e Elio España (Manson: Music From An Unsound Mind, How the Beatles Changed the World, Rise of the Superheroes, Wartime Crime) ed è prodotto da Spiritlevel.

SPIRITLEVEL è uno studio indipendente specializzato in documentari e serie televisive. Fondato nel 2002 da Elio España e Tom O’Dell, le numerose produzioni artistiche, storiche e di intrattenimento di Spiritlevel includono la serie storica in sei episodi Wartime Crime (Discovery Networks/UKTV/Viasat), How The Beatles Changed the World (Netflix), Manson: Music From An Unsound Mind (ARTE/Sky Arte), e il recente Days of Rage: The Rolling Stones’ Road to Altamont.
http://spiritlevelcinema.co.uk/

“Mi chiamo Altan e faccio vignette”, film documentaristico di Stefano Consiglio

October 14, 2020 Leave a comment

“MI CHIAMO ALTAN E FACCIO VIGNETTE”

Il docufilm di Stefano Consiglio su Francesco Tullio Altan è un ritratto originale e profondo sul narratore “silenzioso” di Aquilea.

Di Altan conosciamo le sue folgoranti vignette, il mitico Cipputi, le sue graphic novel, la cagnolina più amata dai bambini da quarant’anni a questa parte: Pimpa. Un artista universale, che si esprime con tanti stili diversi, ma tutti con un comun denominatore, la capacità di emozionare, di spingerci verso delle riflessioni a volte amare ma sempre con il sorriso e un pizzico di speranza che ce la si possa fare.

Ma dell’uomo Altan conosciamo ben poco. Proverbiale e leggendaria è la sua ritrosia nel raccontarsi pubblicamente. Allora il docufilm realizzato da Stefano Consiglio “Mi chiamo Altan e faccio vignette”, è certamente uno strumento importante per capire chi sia realmente Francesco Tullio Altan.

Altan parla per la prima volta di sé, delle sue indimenticabili vacanze da bambino, del rapporto con un padre importante quale è stato Carlo Tullio Altan, antropologo di “chiara fama”, come si suol dire. Della sua formazione artistica, dell’amore della sua vita: la moglie Mara Chaves. Di politica e di costume, di sport, di libri, di film, di disegnatori, vignettisti e pittori, di amicizia… Il film cerca di rendere più esplicito il suo sguardo sul mondo, uno sguardo lucido su quel che siamo in fondo tutti noi, gli italiani di ieri e quelli di oggi. Uno modo di raccontare senza indulgenza, ma pieno di umana comprensione.

Il film è arricchito dalle testimonianze di Paolo Rumiz, Michele Serra, Ezio Mauro, da un monologo di Stefano Benni su “Che cos’è un Altan” e da alcune storiche vignette girate da attori in carne e ossa. Stefania Sandrelli, Angela Finocchiaro e Paolo Rossi hanno dato infatti il loro volto e la loro voce alle donne sensuali disegnate dal maestro, a “Luisa e Ugo” che nel tinello di casa si interrogano giorno dopo giorno su se stessi.

Il film è prodotto da Verdiana con Indigo Film, in collaborazione con la Cineteca di Bologna.

Sinossi

Il viaggio alla scoperta dell’universo Altan è iniziato con una conversazione filmata realizzata nel suo studio, durata diversi giorni.

Altan mi ha raccontato del suo lavoro: delle oltre 7.000 vignette, delle non so esattamente quante centinaia di strisce e cartoni animati della Pimpa, delle graphic novel…

E poi abbiamo parlato di politica, di costume, di sport, di libri, di film, di disegnatori, vignettisti e pittori. (A proposito di pittura apro una piccola parentesi: Altan mi ha detto che il suo quadro preferito è “La flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca, che però non aveva mai visto dal vero… E così qualche tempo dopo siamo andati a vederlo insieme al Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, dove ho cercato di filmare l’emozione di quel momento.)

Dopo quel primo “incontro ravvicinato” ce ne sono stati degli altri, e questo materiale è diventato l’ossatura del docufilm. Sulla quale e intorno alla quale ho innestato il monologo di Stefano Benni “Che cos’è un Altan”; le testimonianze di Paolo Rumiz, Michele Serra, Ezio Mauro; una confidenziale e amichevole conversazione con Mara Chaves, moglie di Altan; e una chiacchierata intorno a una tavola imbandita nel giardino della casa di Giorgio Poppi -amico di Altan sin dalla prima giovinezza- e di sua moglie Pimpa. (Pimpa è il soprannome di Giovanna Madonia, che col tempo però è diventato il suo “vero nome”…

E’ a lei che lo ha “rubato” Altan per darlo al cagnolino più famoso d’Italia!)

A corollario di tutto ciò non potevano mancare le leggendarie vignette (sono certo che ad Altan non piacerà questo aggettivo, ma non ne saprei trovare uno migliore) che milioni di italiani – sì non esagero: milioni di italiani! – tengono attaccate in bella mostra in casa o in ufficio.

A proposito delle sue vignette… A un certo punto mi si è affacciata l’idea (temeraria?) di girarne alcune con degli attori in carne ed ossa. Escludendo quelle su Cipputi (la cui maschera, essendo più vera del vero, mi sembra irriproducibile dal vero), ho pensato alle sue donne così sensuali, morbidamente appoggiate a dei cuscini, che ci regalano agrodolci perle di saggezza. E le ho immaginate con le sembianze di Stefania Sandrelli. Pensando poi alla coppia un po’ consumata dal tempo formata da Ugo e Luisa (l’unica coppia tra le tante disegnate da Altan che ha un nome) l’ho immaginata con le sembianze di Paolo Rossi e Angela Finocchiaro. Per finire coi vecchietti seduti sulla panchina, e di nuovo mi è apparso Paolo Rossi. Mi sono buttato (temerariamente, ripeto) e ho girato con loro. Quanto mi sono divertito, ma anche quanto timore di sbagliare, vista la perfezione degli originali… (Confortato però dal viatico dello stesso Altan e dalla totale disponibilità degli attori che ho fortissimamente voluto non soltanto per la loro bravura, ma anche per il loro physique du rôle che mi sembra particolarmente adeguato ai personaggi di Altan.)

DICHIARAZIONE DEL REGISTA

Quando ho pensato a un film su Altan la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un possibile titolo: “MI CHIAMO ALTAN E FACCIO VIGNETTE”.

Non è difficile leggerci la citazione di una celeberrima presentazione che John Ford fece di se stesso a un’assemblea della Directors Guild (l’associazione dei registi americani): “Mi chiamo John Ford e faccio western”.

(Lui, John Ford – che ha vinto quattro premi Oscar, e che Orson Welles annovera tra i grandi classici del cinema americano – si presenta come un semplice artigiano di film western!)

La grande forza comunicativa, e direi anche poetica, del lavoro di Altan sta esattamente nella sua capacità di interpretare, senza necessariamente assecondarli, gli umori, i sentimenti (e talvolta i risentimenti) delle persone comuni, che guardano (al)la vita in modo autentico, talvolta disincantato ma mai cinico. Uno sguardo sempre al passo coi tempi, ma senza concedere nulla alle mode del tempo.

C’è una sua vignetta, una delle mie preferite, con una delle sue donne belle e opulente (ma sempre “pensanti”, sottolinea Altan) e una didascalia che recita: “Si deve vivere intensamente, sennò ci si accorge di esistere”… Si può descrivere meglio di così l’air du temps?

L’ambizione di questo film su Altan, è tentare di scoprire (di carpire?) il grande segreto di questo sesto senso (quello dei poeti?) che gli permette di intuire, prima ancora di capire, come vanno le cose del mondo.

“Docudì 2020”, ottava edizione concorso di cinema documentario a Pescara

January 21, 2020 2 comments

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#Docudì2020   #DocudìConcorsoCinemaDocumentario
OTTAVA EDIZIONE
Pescara: da giovedì 23 gennaio a sabato 16 maggio 2020 presso il Museo Vittoria Colonna
(ingresso libero)

evento bit.ly/3a00AXP     logo_web INFO Sinossi, trailer, schede bit.ly/39ZtY0m

La precedente edizione: INFO, elenco proiezioni, sinossi, schede, trailer, articoli… goo.gl/k35vUa

#AssociazioneACMA   #DocudìConcorsoCinemaDocumentario   #AbruzzoDocFestival


Docudì – concorso di cinema documentario
L’A.C.M.A. (Associazione Cinematografica Multimediale Abruzzese) è un’associazione culturale senza scopo di lucro nata nel dicembre 2000, costituita da volontari con la finalità di promuovere la cultura cinematografica e multimediale attraverso la sua fruizione a vantaggio dei propri associati e dell’intera collettività.
Si occupa di coordinare, organizzare e pianificare attività culturali in generale soprattutto attraverso l’organizzazione di festival, rassegne, cineforum o singole proiezioni.

L’A.C.M.A., come già nei precedenti anni, organizza Docudì, concorso di cinema documentario che si svolgerà nel periodo gennaio – maggio 2020.
Undici gli appuntamenti: con film in concorso, fuori concorso e film d’Arte.

Quest’anno due i Premi che saranno assegnati: “Docudì 2020” con il voto del pubblico e “Docudì sociale” che l’ACMA darà al film che avrà meglio trattato una tematica di natura sociale.

Tutti i film in concorso sono stati prodotti nel 2019 e dopo le proiezioni sono previsti incontri con gli autori e momenti di approfondimento e di dialogo con il pubblico in sala.

Fuori concorso, tre appuntamenti (23 gennaio – 26 marzo e 14 maggio) con documentari d’arte contemporanea che raccontano le opere di artisti internazionali. Rassegna a cura di Anthony Molino.

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Gennaio giovedì 23 ore 17.00 DOCUDÌ d’Arte (fuori concorso)

due documentari di Andrés Arce Maldonado sul lavoro dell’artista Giuliano Giuliani.
Pietranima” e “Il respiro della Pietra

Alla proiezione interverrà l’artista, che dialogherà con il curatore e il pubblico convenuto.

seguiranno
gennaio ore 17.00
– giovedì 30

febbraio
ore 17.00
– giovedì 13 ”Vado verso dove vengo” di Nicola Ragone sarà presente il regista
– giovedì 27 “Avevo un sogno” di Claudia Tosi

marzo
ore 17.00
– giovedì 12 “Vulnerabile bellezza” di Manuele Mandolesi  
– giovedì 26 DOCUDI Arte “Emilio Vedova. Dalla Parte del Naufragiodi Tomaso Pessina sul lavoro dell’artista Emilio Vedova.

aprile
ore 17.00
– giovedì 16 “Wrestlove – L’amore combattuto” di Cristiano di Felice
– giovedì 30 “Normal” di Adele Tulli

maggio
ore 17.00
– giovedì 07
– giovedì 14 DOCUDI Arte “Ettore Spalletti: ritratto” e “Capo Dio monte” di Pappi Corsicato sul lavoro degli artisti Ettore Spalletti e Luigi Ontani.

Sabato 16 maggio 2020 le Premiazioni e al termine proiezione (fuori concorso)

 

“HITLER contro PICASSO e gli altri”, anteprima mondiale nei cinema italiani

March 13, 2018 Leave a comment

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HITLER contro PICASSO
e gli altri L’ossessione nazista per l’arte

Solo il 13-14 marzo 2018 al cinema

Con la partecipazione straordinaria di Toni Servillo

In due modi il nazismo mise le mani sull’arte: tentando di distruggere ogni traccia delle opere classificate come ‘degenerate’ e attuando in tutta Europa un sistematico saccheggio di arte antica e moderna.
In anteprima mondiale nei cinema italiani solo il 13 e 14 marzo e a seguire sugli schermi di altri 50 paesi del mondo il documentario che ci guida per la prima volta alla scoperta del Dossier Gurlitt, di rari materiali d’archivio, dei tesori segreti del Führer e di Goering.
Con la colonna sonora originale di Remo Anzovino.

Com’è possibile essere indifferenti agli altri uomini?  La pittura non è fatta per decorare appartamenti. È uno strumento di guerra offensivo e difensivo contro il nemico” _Pablo Picasso

Chagall, Monet, Picasso, Matisse, Klee, Kokoschka, Otto Dix, El Lissitzky. Artisti messi al bando, disprezzati, condannati eppure anche trafugati, sottratti, scomparsi.

Sono trascorsi 80 anni da quando il regime nazista bandì la cosiddetta “arte degenerata”, organizzando, nel 1937 a Monaco, un’esposizione pubblica per condannarla e deriderla e, contemporaneamente, una mostra per esaltare la “pura arte ariana”, con “La Grande Esposizione di Arte Germanica”. Proprio in quegli stessi giorni cominciò la razzia, nei musei dei territori occupati e nelle case di collezionisti e ebrei, di capolavori destinati a occupare gli spazi di quello che Hitler immaginava come il Louvre di Linz (rimasto poi solo sulla carta) e di

Carinhall, la residenza privata di Goering, l’altro grande protagonista del saccheggio dell’Europa. Si calcola che le opere sequestrate nei Musei tedeschi siano state oltre 16.000 e oltre 5 milioni in tutta Europa. Tra gli artisti all’indice Max Beckmann, Paul Klee, Oskar Kokoschka, Otto Dix, Marc Chagall, El Lissitzky. Sui muri le frasi di commento: “Incompetenti e ciarlatani”, “Un insulto agli eroi tedeschi della Grande Guerra”, “Decadenza sfruttata per scopi letterari e commerciali”. La mostra sull’”arte degenerata” fu portata in tour come esempio in 12 città tra Austria e Germania e la visitarono circa 2 milioni di persone.

Proprio per raccontare alcune delle infinite storie che presero il via in quei giorni, a distanza di 80 anni arriva oggi sul grande schermo un documentario-evento con la partecipazione straordinaria di Toni Servillo e la colonna sonora originale firmata da Remo Anzovino.

Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte,diretto da Claudio Poli e prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital con la partecipazione di Sky Arte HD, arriva nelle sale italiane in anteprima mondiale solo il 13 e 14 marzo e ci guida tra Parigi, New York, l’Olanda e la Germania raccogliendo testimonianze dirette sulle storie che prendono il via da quattro grandi esposizioni che in questi ultimi mesi hanno fatto il punto sull’arte trafugata, tra protagonisti di quegli anni, ultime restituzioni e preziosi materiali d’archivio.

Si parte da  “21 rue La Boétie”, la mostra parigina nata dalla volontà di esporre parte di un prezioso patrimonio recuperato, la collezione di Paul Rosenberg, uno dei più grandi collezionisti e mercanti d’arte di inizio ‘900, con quadri da Picasso a Matisse; e si passa  a “Looted Art”, alla mostra di Deventer, in Olanda, che espone i quadri provenienti dai depositi statali olandesi e dalle collezioni razziate dai nazisti; si esplora poi “Dossier Gurlitt”, la doppia esposizione di Berna e Bonn che per la prima volta espone la collezione segreta di Cornelius Gurlitt, figlio di uno dei collezionisti e mercanti d’arte che collaborarono coi nazisti, fermato per caso dalla polizia doganale su un treno per Monaco nel 2010. Tra le tele della collezione trafugata capolavori di Chagall, Monet, Picasso e Matisse. 

Tra i protagonisti del film anche Simon Goodman (che in scatoloni pieni di vecchie carte e documenti ha scoperto la storia della sua famiglia e della sua magnifica collezione d’arte, che comprendeva opere di Degas, Renoir, Botticelli, nonché il cinquecentesco “Orologio di Orfeo”. Larga parte della collezione era finita nelle mani di Hitler e Goering), Edgar Feuchtwanger (che nel 1929 fu il vicino di casa di Adolph Hitler, qualche anno prima che suo padre fosse deportato a Dachau, mentre dalla loro casa venivano sottratti mobili e libri preziosi) e Tom Selldorff (che è riuscito a recuperare quattordici opere appartenute alla sua famiglia cui furono sottratte negli anni ’30).

All’interno di Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte  troveranno inoltre spazio gli autorevoli interventi di Pierre Assouline, giornalista e scrittore, Jean-Marc Dreyfus, storico e autore del libro Il Catalogo di Goering, , Timothy Garton Ash, storico, Berthold Hinz, storico dell’arte,  Meike Hoffmann, esperta di arte degenerata e della vicenda Gurlitt, autrice principale della biografia di Hildebrand Gurlitt Il mercante d’arte di Hitler, Eva Kleeman e Daaf Ledeboer, storici dell’arte e ideatori della mostra Looted Art di Deventer, Markus Krischer, giornalista di Focus che ha seguito l’inchiesta su Cornelius Gurlitt,  Agnieszka Lulińska, storica dell’arte e co-curatrice della mostra su Gurlitt a Bonn, Bernhard Maaz, direttore generale delle Bayerische Gemäldesammlungen, Christopher A. Marinello, mediatore nel recupero di opere d’arte, Art Recovery International, Inge Reist, direttrice del Frick Collection’s Center for the History of Collecting presso la Frick Art Reference Library, New York, Elizabeth Royer, gallerista parigina, esperta di restituzioni, Marei e Charlene von Saher, eredi del gallerista Jacques Goudstikker, Cynthia Saltzmann, storica dell’arte e autrice del libro Ritratto del dottor Gachet. Storia e avventure del capolavoro di Van Gogh,Tom Selldorff, erede, Christina Thomson, storica dell’arte e co-curatrice della mostra su Rudolph Belling, Anne Webber, cofondatrice e condirettrice Commition for Looted Art in Europe, Rein Wolfs, a guida della Bundeskunsthalle di Bonn e co-curatore della mostra su Gurlitt a Bonn, Nina Zimmer, direttrice del Kunstmuseum Bern – Zentrum Paul Klee e co-curatrice della mostra su Gurlitt a Berna.

Diretto da Claudio Poli su soggetto di Didi Gnocchi e sceneggiatura di Sabina Fedeli e Arianna Marelli, con musiche di Remo Anzovino, Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte è prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital con la partecipazione di Sky Arte HD ed è distribuito nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema con i media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it e ARTE.IT. L’evento al cinema è patrocinato dalla Comunità Ebraica di Milano.

“Manolo: The Boy Who Made Shoes for Lizards”, première del film in 10 Corso Como Milano

December 18, 2017 Leave a comment

Manolo- The Boy Who Made Shoes for Lizards

première del film
“Manolo: The Boy Who Made Shoes for Lizards” diretto da Michael Roberts, 2017
Sottotitoli in inglese.

“Spero che chiunque veda il film ne sia piacevolmente intrattenuto e senta il collegamento con l’immaginario visivo e con le molte persone che vi hanno preso parte. Il pubblico avrà un piccolo quadro della mia vita e un’occasione per apprezzare la visione e l’inimitabile umorismo di Michael Roberts.” Manolo Blahnik

“Manolo: The Boy Who Made Shoes for Lizards” film su Manolo Blahnik diretto da Michael Roberts, verrà presentato in 10 Corso Como Milano, mercoledì 20 dicembre 2017 in due proiezioni alle ore 17.00 e alle ore 19.00.

Il film è un ritratto di Manolo Blahnik, leggendario designer della calzatura, che con il suo straordinario impegno professionale ha dettato lo stile per celebrità, stilisti e professionisti della moda. Con un quadro intimo della sua vita e del suo lavoro, questo video-documentario ricostruisce anche alcuni episodi emblematici della sua infanzia.

Michael Roberts, regista e giornalista di moda, ha realizzato con uno sguardo originale un documentario (il cui titolo rimanda alla passione che Manolo ha avuto sin da bambino, di disegnare scarpe … per le lucertole!), in cui “sbircia” dietro le quinte del mondo geniale, intellettuale e romantico che ha dato origine alle amatissime scarpe “Manolo”.

Una carriera lunga 45 anni scorre attraverso i racconti e gli aneddoti di Anna Wintour, André Leon Talley, Paloma Picasso, Charlotte Olympia, Iman, Rihanna, Naomi Campbell, John Galliano, Sofia Coppola, David Bailey, Isaac Mizrahi, Joan Burstein, Mary Beard, Colin McDowell, André Leon Talley, Penelope Tree, Gioacchino Lanza Tomasi, Rupert Everett, Karlie Kloss e naturalmente Manolo Blahnik stesso.

MANOLO: The Boy Who Made Shoes for Lizards Premiere italiana in 10 Corso Como
Film diretto da Michael Roberts, 2017
89 minuti, sottotitoli in inglese

Il film è prodotto da Nevision UK.
Neil Zeiger, Gillian Mosely and Bronwyn Cosgrave, producers Line Producer, Zoe Loizou Executive Producers James Cabourne, Tiggy Maconochie, Ralph Shandilya e Anne Morrison. È distribuito in Italia da DNC Entertainment.

Mercoledì 20 dicembre 2017 in 10 Corso Como due proiezioni alle ore:
17.00
19.00

“When you’re strange” di Tom DiCillo (2009)

October 7, 2011 Leave a comment

When You’re Strange è un film a colori di genere documentario, musicale della durata di 90 min. diretto da Tom DiCillo e interpretato da Johnny Depp, Jim Morrison, John Densmore, Robby Krieger,Ray Manzarek, Janis Joplin, John F. Kennedy, Martin Luther King,Richard Nixon, Elvis Presley.
Prodotto nel 2009 in USA e distribuito in Italia da GA&A Productions il 21 giugno 2011.

La storia dei Doors e in particolare quella di Jim Morrison, dal suo incontro con il tastierista Ray Manzarek nei corridoi della UCLA fino alla sua morte tragica avvenuta a Parigi nel 1971. Con immagini inedite della band e, per la prima volta sugli schermi, il film girato da Morrison stesso ai tempi del corso alla UCLA. Un racconto avvincente del percorso artistico e umano della rock band e del suo leggendario front man: il lavoro in studio di registrazione, gli incontri con i fan e iconcerti, sul palco e dietro le quinte, la produzione poetica di Morrison.

Perché vederlo: Per non perdersi il primo film documentario sulla storia dei Doors, realizzato dal regista americano Tom DiCillo con immagini e filmati inediti. Per conoscere la complessa personalità di Jim Morrison e scoprire anche il racconto intimo delle relazioni personali tra i quattro musicisti che hanno dato un contributo considerevole alla storia della cultura pop, realizzando 6 incredibili album in soli 5 anni. La storia è raccontata dal musicista Morgan.

Fonte: Movieplayer.it

“Michel Petrucciani – Body & Soul” di Michael Radford (2011)

October 7, 2011 Leave a comment

Michel Petrucciani – Body & Soul (Michel Petrucciani) è un film a colori di genere documentario, musicale della durata di 102 min. diretto da Michael Radford e interpretato da Michel Petrucciani, Alexandre Petrucciani, Eugenia Morrison, David Himmelstein, Philippe Petrucciani, Tox Drohar, George Wein, Pierre-Henri Ardonceau,Alain Brunet, Tony Petrucciani.
Prodotto nel 2011 in Italia, Francia, Germania e distribuito in Italia da PMI Distribuzione il 22 giugno 2011.

La vita e la carriera del grande compositore e pianista jazz Michel Petrucciani, scomparso nel 1999 appena trentaseienne. Una ricca collezione di interviste e materiali di archivio ci racconta la storia di un uomo dall’incredibile talento, che ha dovuto sconfiggere un pesante handicap fisico dovuto a una malattia genetica (l’osteogenosi imperfetta, che lo aveva colpito fin dalla nascita) per diventare un gigante della musica.

Perché vederlo: Per conoscere la leggendaria storia di Michel Petrucciani, un uomo colpito da osteogenesi fin dalla nascita che negli anni è riuscito a superare il suo handicap e a diventare un musicista di talento e fama mondiale. Per scoprire un ritratto del grande pianista di jazz attraverso interviste e immagini di repertorio raccolte con parsimonia da Michael Radford, il regista de Il postino.

Fonte: Movieplayer.it

“Il mio ultimo giorno di scuola” di Ferrafilm

La scuola è finita in tutta Italia, eccetto per coloro che devono ancora affrontare l’esame di maturità. Comunque sia, questo video è adatto a tutti ed è frutto dell’ottimo lavoro di una produzione indipendente gestita da giovani e chiamata Ferrafilm.

Fonte: Skimbu

“Baraka” di Ron Fricke [1992]

May 27, 2011 Leave a comment

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Le vie della Natura sono infinite

Baraka è un lungometraggio basato sulla percezione dell’immagine e del suono.

Non c’è un trama perché Baraka affonda le sue basi in una concezione documentaristica di ripresa, essendo composto da immagini catturate in alcuni dei luoghi più suggestivi della Terra. Eppure non è solamente un documentario.

Quando nel 1992 Ron Fricke decise di intraprendere la strada che lo avrebbe portato alla realizzazione del film in questione, aveva alle spalle la direzione di un mediometraggio e soprattutto l’esperienza fortemente influenzante dell’esser stato il direttore della fotografia nell’ambizioso e sperimentale progetto Koyaanisqatsi, film documentario di nuova concezione diretto da Godfrey Reggio nel 1982.

Le similitudini fra i due lavori sono molte e ben evidenti, eppure Fricke riuscì ad apportare qualcosa in più di veramente determinante all’idea avuta dal collega Reggio dieci anni prima.

Innanzitutto nella tecnica.

Ciò che è eccezionalmente sbalorditivo è la qualità dell’immagine che davvero mai come in questo caso raggiunge una perfezione tale da rendere incredulo lo spettatore per i primi cinque minuti, ovvero finché occhio e mente comprendono che per la successiva ora e mezza potranno tranquillamente godere indisturbati nella visione.

Una vastissima gamma di colori è perfettamente resa sulla bidimensionalità dello schermo che non faticherà a evidenziare nemmeno gli incredibili passaggi tonali nei giochi luce/ombra che caratterizzano parte del film.

La qualità è talmente alta che quando alcuni abitanti dell’antica città di Bhaktapur in Nepal scopano il terreno, beh, ci sembrerà di poter toccare con mano e respirare la polvere che si è appena innalzata. Così come nei verdi spazi dei campi di riso a Bali, dove l’impressione di poter sentire i profumi dell’erba è tangibile. E che dire del roboante suono delle poderose cascate?

Questo prodigio della tecnica cinematografica è reso possibile in parte da elementi già esistenti e in parte dalla geniale inventiva del regista. Fricke si è infatti progettato e costruito da sé la macchina da presa con la quale, viene veramente da domandarsi come, ha girato il pianeta nei luoghi più reconditi e sperduti per realizzare le sue riprese.

Riprese che sono state effettuate su una pellicola da 70mm invece che con la classica cinematografica da 35mm. Questa è una scelta quanto mai insolita per varie ragioni, che solamente pochi registi avevano abbracciato nel passato. Ricordiamo film come Lawrence d’Arabia, West Side Story, il più recente Hamlet di Kenneth Branagh ma soprattutto quello che meglio sfruttò il potenziale di questo formato della pellicola fu l’avanguardistico 2001: Odissea Nello Spazio di Stanley Kubrick.

Il 70mm è un formato poco compatibile con le sale cinematografiche standardizzate sul convenzionale 35mm [solo più un paio di sale in tutta Italia proiettano ancora in questo formato] e, cosa molto importante, girare un film in 70mm costa molti più soldi.

I vantaggi sono una qualità dell’immagine [e sonora] doppia rispetto al classico 35mm.

Dal 1992 per merito di Fricke possiamo aggiungere alla breve lista dei film realizzati in questo formato anche il suo Baraka che in postproduzione fu poi compressato nelle pellicole da 35mm e distribuito nelle sale mondiali.

Detto ciò, non si pensi che questo film sia soltanto un mozzafiato di superfice!

Tutt’altro.

Prendendo spunto dall’innovativo Koyaanisqatsi, Fricke elabora l’idea di un cinema che non preveda né l’uso della parola, né tantomeno della recitazione. La sua intenzione non è quella alla Lars Von Trier di creare film documentaristici di ciò che accade nella vita quotidiana nei rapporti interpersonali fra i membri di una comunità, bensì è quello di creare un poema visivo e sonoro che indaghi in maniera evocativa il rapporto fra uomo e natura. Anzi, forse converrebbe dire fra spirito-uomo e spirito-natura, in quanto buona parte delle immagini è dedicata a riti religiosi di varie religioni fra loro molto distanti. Questo non per sostenere la forza della religione, ma per documentare la sacralità del gesto che l’uomo compie durate le funzioni religiose. E’ un tracciare l’ombra dello spirito dell’uomo che sfrutta la materia per mettersi in contatto con lo spirito della natura.

Tutto ciò contrasta e stride con le frenetiche immagini metropolitane che caratterizzano la sezione centrale dell’opera, esattamente come avvenne nella parte centrale di Koyaanisqatsi. Ma sé là il regista finisce con il creare un ibrido di estrema ambizione filosofica, qui è una ben più umile immersione nei diversi ambienti che aiuta Fricke a liberarsi da una certa presunzione in favore di una semplice proposta di stili di vita differenti dal nostro.

Per Reggio l’essenziale era denigrare la società contemporanea dell’uomo occidentale, mentre per Fricke non è così. Malgrado la critica di fondo sia implicitamente presente, la sua operazione non ci pone come giudici di noi stessi, bensì come dubitatori di noi stessi. Ciò che vediamo sullo schermo non è il disgusto della condizione umana di adesso, bensì la possibilità di immergersi nell’intima quotidianità di altre società a noi parallele. Non c’è una scelta fra quale sia la migliore, bensì una equa proposizione di ambienti naturali e di ambienti comunitari svariati. E’ la componente atavica e ancestrale che smuove la nostra coscienza, non la critica a noi stessi. Facendo un paragone con qualche lezione filosofica potremmo dire che è una concezione krishnamurtiana del vivere, ovvero non di opposizione a ciò che già esiste bensì di proposta di una nuova serena via per il quieto vivere di tutto ciò che esiste.

D’altronde questo misticismo dell’essente è ben evidenziato in quasi tutti i momenti della pellicola, per i quali lo spettatore medio occidentale non saprà dare un’interpretazione dei riti inscenati in quel determinato momento se non per sommari capi o per associazione al riconoscimento di un luogo piuttosto che di un altro. Ciò che importa è essere empaticamente parte di ciò che si sta osservando e percependo.

Per proporre ancora un paragone letterario-filosofico-antropologico si potrebbe chiamare in causa quanto affermato nella da poco rivalutata Arte Magica scritta da André Breton e pubblicata nel 1957, secondo il quale di fronte alla produzione che noi oggi consideriamo artistica di società che appartengono al passato e delle quali si sono persi i significati non estetici ma funzionali, sacri e spirituali, l’uomo contemporaneo non deve fare altro che lasciarsi influenzare dall’intrinseco potere magico dell’evocazione.

Baraka offre davvero molti spunti sui quali sarebbe possibile scrivere ancora e ancora e ancora… secondo me però vale la pena evidenziare come l’intelligenza del regista non si fermi all’immagine e nemmeno al significato dell’immagine stessa, grazie alla conoscenza della storia del cinema. Alla strepitosa scena accelerata che paragona l’uomo delle città alle formiche di un formicaio [che detta così sembra più che banale, ma è realizzata davvero molto bene] segue la parte di sfalsamento dei significati della parte industriale della società. Se, come abbiamo già evidenziato sono proprio questi i minuti più simili al predecessore Koyaanisqatsi, è proprio qui che emerge la conoscenza di esempi del cinema del passato, tra i quali non si può non citare l’anticipatore e sperimentale L’Uomo Con La Macchina Da Presa girato nel lontano 1929 dal gruppo artistico Dziga Vertov.

Le possibili influenze esercitate nel cinema post Baraka a dir la verità non sono poi così numerose, anche se oggi questo film pare quasi essere un oggetto di culto fra gli appassionati del genere.

Sicuramente il mai visto in Italia, The Fall di Tarsem del 2006 risente fortemente a livello fotografico della lezione data da Fricke, arrivando quasi a un paio di citazioni a livello copiatura.

Terrence Malick è un regista che non sembra essere indifferente a questo tipo di cinema, tanto che il suo Il Nuovo Mondo del 2005 è stato girato sulla famigerata pellicola da 70mm.

Purtroppo la sua presunzione da filosofo lo ha portato a voler strafare in The Tree Of Life, opera pessima nei contenuti ma buona nell’immagine, anche qui, in bilico citazionistico fra lo spaziale Kubrick e il documentaristico Fricke.

Baraka è un’esperienza sensoriale, da provare obbligatoriamente per vivere tutte le possibilità offerte dal mezzo espressivo cinematografico.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie

“Chronos” di Ron Fricke [1985]

May 26, 2011 Leave a comment

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Immanente eternità

Mediometraggio girato tre anni dopo Koyaanisqatsi e sette prima di Baraka, Chronos è il vero punto d’incontro fra il genere documentaristico e un cinema sperimentale che poggia su basi filosofiche.
Il tema è ovviamente Κρόνος, il tempo e non è difficile evincerlo né dal titolo né tantomeno dalle immagini focalizzate come sono sulla statica mutevolezza di ogni cosa.
Il regista Ron Fricke sceglie infatti un espediente tanto intelligente quanto funzionale per distaccarsi dal ben più classico genere del documentario, utilizzando la cosidetta tecnica del time-lapse, ovvero delle immagini accelerate. Malgrado sia qualcosa di già visto in Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, la forza che questa tecnica di ripresa imprime all’immagine è dovuta all’ossessivo utilizzo che ne viene fatto.
Ogni immagine è accelerata dandoci realmente il senso del tempo che scorre, tanto sul sito di Stonehenge quanto sulle piramidi egiziane o dentro la basilica di San Pietro a Roma.
E se alla lunga potrebbe risultare monotòno e annoiante, Fricke ha la felice intuizione di variare il ritmo delle immagini a seconda della situazione arrivando intorno al 25esimo minuto a incrementare sempre più la velocità dei fotogrammi fino a ritmi vertiginosi che catalizzano la totale attenzione dello spettatore che sarà inevitabilmente intrappolato dentro al tunnel visivo formatosi sullo schermo.
E’ questo il momento sicuramente più interessante di tutta la pellicola che per il resto si contraddistingue per l’ottima tecnica di ripresa e per la notevole qualità dell’immagine, ma che zoppica un po’ in fatto di originalità delle scene proposte.
Se infatti alcune inquadrature sono davvero eccezionali, molte altre sono po’ troppo “da cartolina”. L’effetto accelerato dà senso alle scene, ma ciò che vediamo è già stato visto centinaia di altre volte da altre parti. Non è una critica vera e propria in quanto la potenza dell’immagine non sopisce mai, però conoscendo già l’originalità con la quale il regista sarà in grado di realizzare Baraka tanto nella fotografia quanto nei luoghi scelti, forse l’effetto stupore svanisce un po’.
Un punto a favore di Chronos rispetto al suo più famoso successore Baraka è invece, a mio avviso, la musica che accompagna le silenti immagini. Nella già citata vertiginosa scena in crescendo, la parte sonora gioca un ruolo assolutamente fondamentale al fine dell’impressionante riuscita della scena stessa. Chronos è un’opera che non documenta e non fa filosofia. Però evoca. E anche se l’idea risulta un po’ acerba, non disprezzeremmo di certo vedere altre produzioni così.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie