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“Preghiera del giurista”, preghiera del Sommo Pontefice Pio XII

June 23, 2012 Leave a comment

Preghiera del giurista

Personalmente dettata dal Sommo Pontefice Pio XII

O Dio grande e onnipotente, da cui tutte le cose, come dalla loro fonte naturale, soavemente e ordinatamente emanano, accogli benignamente noi qui prostrati, che, coltivando e professando la scienza del diritto, sperimentiamo in modo speciale il bisogno del tuo aiuto per seguire sempre quella retta via, ove ad ognuno si attribuisce ciò che è suo, senza deviazioni né errori.

Illumina i nostri deboli occhi, affinché, in ogni momento e in ogni caso, sappiamo riconoscere ciò che è giusto; dà alla nostra intelligenza la penetrazione necessaria per poter scorgere in tutte le cose l’orma della tua santissima volontà e fa’ che non veniamo mai meno nell’applicarla, alle norme che debbono regolare l’attività personale degli uomini, il cammino della società e l’armonico concerto delle nazioni.

Ci assista in modo particolare la virtú della tua grazia, quando dobbiamo solennemente decidere in tuo nome ed in quello della umana società, acciocché il bene riceva il meritato premio e la malvagità il giusto castigo.

Se come giuristi vogliamo pubblicamente riconoscere in te il principio e la fonte di ogni diritto, prima e al di sopra di ogni volontà puramente umana o di ogni ordinamento sociale; come cristiani professiamo la intima relazione e dipendenza tra il diritto e la morale, tra il diritto e la religione, e come figli della Chiesa ammettiamo ed accettiamo il suo supremo magistero e la pienezza dei suoi sacri diritti.

Signore! In questo secolo tormentato, che sembra avanzare nei sentieri della storia come un cieco, che non sa ove porre il piede per sentirsi sicuro, ma che pur anela alla luce e alla vita; ricorriamo a te pieni di fiducia ed imploriamo la forza di cooperare all’equilibrio, alla tranquillità e alla pace del mondo, lavorando alla diffusione del diritto e della giustizia; in guisa che, partendo dalle norme puramente umane, sappiamo salire ed elevarci sino a te, per ridiscendere poi con piú ardente brama, che finalmente regni sulla terra la tua volontà e la tua legge, che regni tu stesso, o Signore, come trionfi e regni nel piú alto dei cieli e regnerai sempre per tutti i secoli dei secoli. Cosí sia.

Pius P.P. XII

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“La felicità” di Lev Nikolaevič Tolstoj

La felicità

Cristo ci rivela la verità. Se la verità esiste in teoria, deve esistere anche praticamente: e se la vita in Dio è felice e vera, essa dev’essere applicata alla vita reale: o la vita reale, infatti, deve conformarsi alla dottrina di Cristo, o la dottrina di Cristo è falsa.
Cristo ci chiama dalle tenebre alla luce, non già dalla luce alle tenebre. Egli ha compassione degli uomini, li tratta come agnelli perduti, e promette loro, per attrarli, un buon pastore e pascoli ubertosi. Ammonisce, però, subito i suoi discepoli che dovranno soffrire per la sua dottrina, e li scongiura d’essere incrollabili.
Egli non dice, però, che seguendo lui, soffriranno più che seguendo il Mondo: e soggiunge che la morale degli uomini rende infelice, mentre i suoi discepoli troveranno la felicità.
Questo insegnamento è indubbiamente di Cristo; la verità delle sue parole, il senso generale della dottrina da lui bandita, la sua vita e quella dei propri discepoli ne son tante prove.
È facile capire come i seguaci di Cristo siano più felici degli uomini che si piegano alla morale del Mondo: i primi, operando il bene, non provocano odio, e non servono di mira che alle persecuzioni dei cattivi. I partigiani del Mondo, invece, hanno per loro legge di vita la lotta e si divorano a vicenda. D’altronde, le prove umane sono eguali per tutti: ma, mentre i discepoli di Cristo le sopportano con calma, considerandole necessarie, i seguaci del Mondo si ribellano ad esse con tutte le loro forze, non conoscendo il motivo delle loro sofferenze. Richiami ciascuno alla mente i momenti dolorosi della sua vita, si rammenti le proprie passate sofferenze fisiche e morali, e si domandi in nome di quali principi egli .ha sopportato tanti mali: fu secondo lo spirito di Cristo o secondo quello del Mondo? Risalga l’uomo sincero, con la mente, il corso della sua esistenza, e constaterà di non aver mai sofferto seguendo la dottrina di Cristo, ma che la maggior parte delle disgrazie della sua vita provennero dall’aver seguito la morale dell’odierna società, resistendo alla sua propria coscienza. Nella mia vita, felice agli occhi altrui, l’insieme dei dolori che ho sopportato per parte degli uomini basterebbe a costituire un martirio per Cristo. I vizi che lordarono la mia esistenza, a cominciare dall’ubriachezza e dalla dissolutezza dei miei anni giovanili, nei quali mi dedicavo allo studio, per finire ai duelli, alle malattie, alle condizioni anormali e penose nelle quali lotto tuttavia, è un martirio offerto sull’altare del Mondo; e non parlo che della mia vita personale, eccezionalmente felice agli occhi degli altri. Quante vittime del Mondo esistono, delle quali non posso neppure immaginare le sofferenze! Noi siamo persuasi che i dolori causati da noi stessi sono condizioni usuali della vita; pertanto non possiamo capire come Cristo ci parli di liberazione dal male e di felicità.
Si afferma che la dottrina di Cristo è difficile da comprendere, là dove dice: «Chi vuole seguir me, deve abbandonare le sue terre, la sua casa, i fratelli, le sorelle e venire con me, che sono Dio, ed egli riceverà da me il cento per uno di quello che perde ».
Ma quando il Mondo grida: «Abbandona la tua casa, i tuoi campi, i tuoi fratelli della campagna, per venire nella città infetta », quel precetto nessuno lo trova difficile.
Le famiglie stesse consigliano la partenza ai figli. Oh! se il fine del Mondo fosse facile da raggiungere, gradevole e senza pericoli, si potrebbe credere che quello di Cristo fosse difficile e spaventoso. Ma in realtà la morale del Mondo è più faticosa da seguire di quella di Cristo. Vi furono, si dice, in altri tempi, dei martiri della dottrina cristiana. Ecco un fatto eccezionale. Nel periodo di mille ottocento anni, si contano trecento ottanta mila martiri, tra volontari e involontari, per Cristo. Fate il conto dei martiri che si ebbero per il Mondo; vedrete che su ogni martire per Cristo, ve ne sono mille per il Mondo; martiri le cui sofferenze furono cento volte più crudeli. Solo il numero degli uomini uccisi durante le guerre del nostro secolo ammonta a trenta milioni. Orbene, questi sono tutti martiri del Mondo, che se l’umanità seguisse l’insegnamento di Cristo, gli uomini non si ucciderebbero certamente fra loro.
Quando l’uomo avrà imparato a non credere più ai pregiudizi che impongono gli ornamenti, la catena all’orologio, il salotto inutile; quando si persuaderà ad evitare tutte le frivolezze mondane, egli non conoscerà più la sofferenza, le noie continue e il lavoro senza riposo e senza scopo, non si priverà più della natura, del lavoro che gli torna grato, della famiglia, della salute, non perirà più di una morte dolorosa e deplorevole.
Cristo non esige che si pervenga al martirio; c’insegna anzi a non tormentarci per delle false idee. La dottrina cristiana ha un senso profondamente metafisico; questo senso è universale, abbraccia tutta l’umanità, ma è altrettanto chiaro, semplice e pratico per la vita di ciascun uomo. Si può riassumere così: «Cristo insegna agli uomini a non commettere sciocchezze». Questa è la formula più semplice e più accessibile dei suoi insegnamenti.
Cristo dice: «Non incollerirti, non innalzarti al disopra degli altri: non è da uomo retto. Se ti adiri, se insulti tuo fratello, ne soffrirai ».
Poi dice: «Non rendere il male per il male, perché il male che tu farai, ti sarà reso centuplicato ».
Aggiunge ancora: «Non ti siano stranieri gli uomini di un paese e di una lingua, che non sia la tua. Se li consideri come nemici, tu ispirerai loro gli stessi sentimenti, e sarà peggio per te. Evita tutte queste bassezze, e te ne troverai soddisfatto ».
«Va bene – si risponde – ma la società è costituita in modo che non è possibile resisterle. Se l’uomo non acquistasse quel che il Mondo esige, egli e la sua famiglia perirebbero». Così parlano gli uomini, ma non così essi pensano. In coscienza, essi non credono quello che dicono: credono alla nuova morale del Mondo: temono la dottrina di Cristo col pretesto ch’essa costringe a varie sofferenze. Ora, noi vediamo gl’innumerevoli mali che gli uomini sopportano in nome dei pregiudizi mondani, ma non vediamo più, oggi, i patimenti subiti in nome della morale di Cristo.
Durante le guerre, trenta milioni d’individui perirono; migliaia e milioni periscono per la vita di dolori che impongono le convenzioni sociali; ma non saprei citare né milioni, né migliaia, e nemmeno un solo uomo che sia morto, che abbia avuto una vita di sofferenze seguendo la dottrina cristiana.
Questa dottrina ci è dunque ignota, noi non l’abbiamo mai accettata sul serio, e abbiam lasciato ci ripetessero che la dottrina di Cristo non è una regola di vita possibile.
Cristo chiama gli uomini a una sorgente di acqua pura, che si trova loro vicinissima. Eppure essi soffrono la sete, mangiano il fango, bevono il sangue dei loro simili, perché i loro maestri affermano che essi perirebbero se andassero alla sorgente dove li invita Cristo.
Gli uomini muoiono di sete a due passi dalla fonte, senza osare avvicinarsi. Basterebbe aver fede negli insegnamenti divini; recarci, noi tutti che siamo assetati, alla sorgente per scoprire la perfidia di chi ci guida e la puerilità della nostra sofferenza. Allora soltanto sapremmo quanto la salvezza ci fosse vicina!
Così andrebbe dispersa l’abominevole menzogna nella quale si dibatte il Mondo.
Da una generazione all’altra, noi ci affatichiamo per assicurarci la vita con mezzi violenti. La felicità consiste per noi nel possesso delle ricchezze e del potere. Questo concetto della felicità ci è tanto familiare, che la parola di Cristo, secondo la quale la felicità non è né il potere, né la ricchezza, ci si presenta come l’imposizione di un sacrificio attuale, allo scopo di raggiungere una felicità ventura.
Ma Cristo non ci chiede alcun sacrificio; ci dice anzi di evitare tutto ciò che può tornare a nostro nocumento, e di lavorare con un fine utile alla nostra esistenza terrena. Solo per amore degli uomini Cristo prescrisse di non prendere nulla con la violenza, di non desiderare la roba altrui, di evitare qualsiasi disputa tra fratelli; ed Egli conferma tale insegnamento con l’esempio della sua stessa vita.
Ci dice, è vero, che chi segue Lui deve essere pronto a morire ogni momento di morte violenta, di fame, di freddo; che non deve considerare come certa nessun’ora dell’esistenza. Ma non si tratta che di una constatazione di accidenti materiali, cui è stata esposta la vita di ogni uomo, e non una richiesta di sacrifici.
Un discepolo di Cristo deve sempre essere pronto a sopportare il dolore e la morte; ma non è forse la condizione naturale di qualsiasi individuo che vive secondo la morale del Mondo, questa? Siamo talmente incancreniti, nel nostro errore, che tutto ciò che è ordinato per la preservazione causale della nostra vita, e cioè eserciti, fortezze, provvigioni, indumenti, medicinali, proprietà, ecc., ci fa l’effetto d’essere effettivamente atto ad assicurare la nostra esistenza. Dimentichiamo la storia di quel ricco che voleva costruire granai per accumulare immense provvigioni da bastare molti anni, e che morì la notte stessa.
L’insegnamento di Cristo ci dice che la vita è incerta, e che bisogna essere pronti alla morte ogni momento. Questo insegnamento è da preferirsi a quello che richiede una continua preoccupazione per trovare i mezzi d’assicurare l’esistenza; poiché, mentre nell’un caso che nell’altro la morte permane inevitabile, e la vita sempre incerta, almeno la vita cristiana non è assorbita da una preoccupazione chimerica. Liberati da questo affanno, noi possiamo tendere a un fine naturale: il nostro bene e quello altrui.
Il discepolo di Cristo sarà povero, è vero, ma godrà, grazie alla natura, di tutti i benefici diretti di Dio, e la sua vita non sarà sacrificata.
Abbiamo qualificato la felicità con un termine che per il mondo significa sventura: quello di «povertà ».
Ora, il seguace di Cristo sarà povero, vivrà cioè in campagna, e non in città; invece di confinarsi nella sua casa, lavorerà nei campi o nei boschi; vedrà il sole, la terra, il cielo, gli animali; invece di cercare mezzi artificiali per eccitare l’appetito, sentirà fame tre volte al giorno, dormirà invece di rivoltarsi su guanciali morbidi, cercando un rimedio contro l’insonnia; avrà figli e vivrà con loro; comunicherà liberamente con tutti gli uomini, e, cosa molto preziosa, non farà ciò che non gli piace, senza alcun timore per l’avvenire. Come tutti, egli andrà soggetto alle sofferenze, alle malattie ed alla morte; ma la più gran parte della sua vita sarà stata felice. Il lavoro, non l’ozio, è la sorgente della felicità. Nessuno può fare a meno di lavorare e ciò per la natura stessa dell’uomo. Altrettanto dicasi per gli animali, dal cavallo alla formica. Bisogna rigettare la barbara superstizione che fa considerare come felice soltanto l’uomo ozioso che vive di rendita. È necessario ristabilire, nelle nostre idee, la nozione dei giusti, quella che Cristo predicava dicendo: «Soltanto chi lavora, è meritevole della sua nutrizione». Cristo non ammetteva che alcuno fosse ozioso, che alcuno considerasse il lavoro come una maledizione. E ci dice: «Quando un uomo approfitta del lavoro di un altro, il primo deve nutrire il secondo. Per questo il lavoratore ha una sussistenza sempre certa ».
La diversità fra la morale di Cristo e quella del Mondo sta in questo: che secondo la morale del Mondo, il lavoro è pari al valore di un individuo: valore che egli mette a confronto e scambia con altrettanti valori proporzionati al suo lavoro.
Secondo Cristo, il lavoro è una condizione indispensabile della vita, e la nutrizione ne è la necessaria ricompensa. Esso produce la nutrizione e la nutrizione esige il lavoro.
Seguendo l’insegnamento di Cristo, l’uomo sarà tanto maggiormente felice quanto meglio comprenderà lo scopo dell’umanità; che è quello di consacrare la propria vita alla felicità altrui.
«Un simile individuo» dice Cristo «è degno della sua mercede e questa non potrebbe mai mancargli ».
Cristo c’insegna che la nostra sussistenza ci viene assicurata col nostro diventar utili e necessari agli altri.
Chi sostiene che i precetti di Cristo non si possono avverare, e che l’uomo è costretto a procurarsi ricchezze per sé, per la propria famiglia, ciò che gli sarebbe impossibile praticando la dottrina cristiana, pensa da uomo futile e perverso.
Il lavoro è dunque condizione indispensabile della vita umana, ed è per esso che si arriva alla felicità. Non è giusto togliere agli altri il prodotto del loro lavoro: al contrario, ognuno deve concorrere al benessere comune. Se gli uomini si contendono a vicenda il nutrimento, morranno tutti di fame; se, d’altra parte, gli uni sfruttano gli altri con la violenza, una grande quantità di persone morrà pure di fame, e appunto questo avviene oggigiorno.
Ogni individuo vive in grazia della solidarietà del lavoro umano: ciascuno, in altri termini, viene fatto crescere e salvaguardato dai pericoli dagli altri. Ma affinché tutti continuino a custodire ed a mantenere questo unico uomo, bisogna che questi, a sua volta, diventi utile e proficuo.
Gli uomini, anche cattivi, custodiranno e manterranno con sollecitudine chi lavora per essi.
Il lettore decida qual sia la vita più vera, più felice: se quella del Mondo o quella di Cristo!

Nechljudov non si coricò e camminò un pezzo avanti e indietro per la stanza. La faccenda con Kàtjusa era finita. Essa non aveva bisogno di lui e ciò lo riempiva di tristezza e di vergogna. Ma non era questo che lo tormentava. L’altra sua opera non solo non era terminata, ma più forte che mai lo assimilava e richiedeva l’azione. Tutto il male atroce che aveva visto e conosciuto in quei mesi e soprattutto la sera stessa nell’orribile prigione, tutto il male che aveva sopraffatto anche il caro Krylzòv trionfava, imperava e non si intravedeva alcuna possibilità non solo di vincerlo, ma neanche di concepire il modo per vincerlo. Gli risorgevano dinanzi le centinaia, le migliaia di sciagurati rinchiusi in un’aria mefitica da indifferenti generali, procuratori, direttori di prigione, gli tornò in mente lo strano vecchio pazzoide che aveva apertamente accusato le autorità, e in mezzo ai cadaveri il bellissimo viso immoto e cereo di Krylzòv, morto nel suo corruccio. Con nuova forza, chiedendo imperiosamente risposta, gli si affacciò la domanda se fosse pazzo lui, o se fossero pazzi coloro che facevano tutto ciò pur ritenendosi creature ragionevoli.
Stanco di camminare e di pensare, sedette sul divano davanti alla lampada e apri macchinalmente il Vangelo che l’Inglese gli aveva dato per ricordo e che aveva gettato sul. tavolo quando si era vuotate le tasche.
«Dicono che qui dentro si possa trovare la spiegazione di ogni cosa», pensò e cominciò a leggere a casaccio dove il libro si era aperto. Era il capitolo XVIII di san Matteo.
1. In quell’ora i discepoli vennero a Gesù dicendo: Chi è il maggiore nel regno dei cieli?
2. E Gesù, chiamato a sé un piccolo fanciullo, lo pose in mezzo a loro e disse:
3. In verità, in verità io vi dico che se non siete nuovi e non divenite come i piccoli fanciulli, voi non entrerete nel regno dei cieli.
4. Ogni uomo dunque che si sarà abbassato come questo piccolo fanciullo è il maggiore nel regno dei cieli.
«Sì, sì, è così», pensò, ricordando che soltanto nella misura in cui si abbassava gustava la pace e la gioia della vita.
5. E chiunque riceve uno di questi piccoli fanciulli nel nome mio, riceve me.
6. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio sarebbe per lui che gli fosse legata una macina al collo e che fosse sommerso nel profondo del mare.
«Perché sta scritto: chiunque riceve? E dove lo riceve? E che cosa significa: nel nome mio? » si domandò, sentendo che queste parole non gli dicevano nulla. «E che c’entrano la macina al collo e gli abissi del mare? No, qui, c’è qualcosa che non va, che non è preciso, non è chiaro», e gli tornò in mente che a più riprese nella sua vita aveva cominciato a leggere il Vangelo, ma ogni volta era stato respinto dall’oscurità di certi passi. Lesse ancora il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo versetto sugli scandali che debbono avvenire nel mondo, sulla punizione mediante la geenna di fuoco in cui saranno precipitati gli uomini e sugli angeli dei bambini che vedranno il volto del Padre Celeste. «Peccato che sia così sconclusionato» pensò, «eppure si sente che qualcosa di buono c’è ».
11. Poiché il Figlio dell’uomo è venuto per salvare ciò che era perduto, – seguitò a leggere.
12. Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e una di esse si smarrisce, non lascerà egli le altre novantanove e non andrà su per i monti a cercare la smarrita?
13. E se avviene che egli la ritrovi, io vi dico in verità che più si rallegrerà di quella che delle novantanove che non si erano smarrite.
14. Così la volontà del Padre Nostro è che neppure uno di questi piccoli perisca.
«Già, non era volere del Padre che essi perissero, eppure periscono a centinaia, a migliaia. E non vi è mezzo di salvarli», pensò.
21. Allora, accostatosi a lui Pietro, disse: -Signore quante volte dovrò perdonare a mio fratello? Fino a sette?
22. Gli dice Gesù: – Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23. Perciò il regno dei cieli è simile a un re il quale volle fare i conti con i suoi servitori.
24. E avendo incominciato, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti.
25. E non avendo egli come pagarli, il suo signore comandò che lui, la sua moglie e i suoi figli e tutto quanto aveva fosse venduto e che il debito fosse pagato.
26. Allora il servitore cadde in ginocchio davanti a lui e disse: – Signore, abbi pazienza con me, e io ti pagherò tutto.
27. E il Signore, mosso da compassione, lo lasciò andare e gli rimise il suo debito.
28. Ma quel servitore, uscito fuori, trovò uno dei suoi compagni il quale gli doveva cento denari ed egli lo prese e lo strangolava, dicendo: – Pagami ciò che tu mi devi.
29. Allora il suo compagno si gettò ai suoi piedi e lo pregava dicendo: – Abbi pazienza con me, e io ti pagherò tutto.
30. Ma egli non volle, anzi andò e lo cacciò in prigione finché non avesse pagato il suo debito.
31. E vedendo ciò i suoi compagni ne furono grandemente contristati e vennero al loro signore e gli raccontararono tutto il fatto.
32. Allora il suo signore lo chiamò e gli disse: – Malvagio servitore! lo ti rimisi tutto il tuo debito perché tu me ne pregasti.
33. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno come io avevo avuto pietà di te?
«È possibile che sia tutto qui?» esclamò improvvisamente ad alta voce dopo aver letto queste parole. E la sua voce interiore gli rispondeva: «Si, è tutto qui ».
E accadde a Nechljudov quel che spesso accade a chi vive una vita spirituale. L’idea che al principio gli era apparsa una stranezza, un paradosso o addirittura uno scherzo, aveva trovato sempre più spesso una conferma nella vita e gli appariva a un tratto come la più semplice, lampante verità. Così gli era chiaro adesso che l’unico mezzo sicuro di salvezza dal terribile male di cui soffrono gli uomini consisteva nel riconoscersi colpevoli davanti a Dio e quindi incapaci di punire o di correggere gli altri. Gli era chiaro adesso che tutto il terribile male di cui era stato testimone nelle prigioni e nelle carceri e la tranquilla sicurezza degli autori di questo male proveniva soltanto dal fatto che gli uomini volevano una cosa impossibile: correggere il male, pur essendo cattivi. I viziosi pretendevano di correggere i viziosi e credevano di potervi arrivare con mezzi meccanici. Ma qual era l’unico risultato ottenuto? Gli uomini poveri e avidi di guadagno che si erano fatto un mestiere di queste presunte punizioni si erano essi stessi corrotti fino al midollo e corrompevano senza tregua anche coloro che essi tormentavano. Ormai gli era chiaro donde provenissero tutte le atrocità che aveva veduto, e come bisognasse agire per eliminarle. La risposta che non aveva potuto trovare era la stessa che Cristo aveva dato a Pietro: perdonare sempre, perdonare tutti, perdonare un infinito numero di volte, poiché non vi è nessuno che non sia colpevole e possa quindi punire o correggere.
«Ma è impossibile che sia così semplice!» diceva fra sé Nechljudov; e tuttavia vedeva senza ombra di dubbio che per quanto strano ciò apparisse sulle prime a lui, avvezzo al contrario, era nondimeno la soluzione sicura del problema, e non solo in teoria, ma anche in pratica. La consueta obiezione che bisogna pur agire in qualche modo contro i malvagi e che non è possibile lasciarli impuniti non lo turbava ormai più. Quest’obiezione avrebbe avuto valore, se fosse stato possibile dimostrare che le pene diminuiscono il numero dei delitti e correggono i delinquenti; ma essendo provato il contrario ed essendo manifesto che non era in potere degli uni di correggere gli altri, l’unica cosa ragionevole era smettere di fare ciò che oltre a essere inutile e dannoso era anche immorale e crudele. «Da parecchi secoli voi punite gli uomini che accusate di essere delinquenti. Li avete forse eliminati? No, non li avete eliminati, anzi, il loro numero si è accresciuto di tutti i criminali corrotti dalle pene e di tutti i criminali. magistrati, procuratori, giudici istruttori, carcerieri che giudicano e puniscono gli uomini». Nechljudov capiva adesso che la società e l’ordine esistono non già per merito di questi delinquenti autorizzati che giudicano e puniscono gli altri, ma perché, sia pure in mezzo a tanta depravazione, gli uomini continuano ad aver pietà gli uni degli altri e ad amarsi.
Con la speranza di trovare nel Vangelo la conferma a quest’idea, Nechljudov cominciò a leggerlo dal principio. Lesse la predica sulla montagna che l’aveva sempre commosso, e per la prima volta vi trovò non più bei pensieri astratti, espressione di un ideale. quasi sempre esagerato e irraggiungibile, ma comandamenti semplici, chiari e praticamente effettuabili che, tradotti in realtà (cosa del tutto possibile), fissavano un nuovo e meraviglioso ordinamento della società umana col quale non solo si distruggeva da sé tutta la violenza che l’aveva tanto sdegnato, ma si raggiungeva il più alto bene accessibile all’umanità: il regno di Dio sulla terra. Questi comandamenti erano cinque.
Primo comandamento (Matteo, V, 21-26): Non solo l’uomo non deve uccidere, ma non deve adirarsi contro il fratello, non deve considerare nessuno come cosa disprezzabile, come ‘raca’, e se ha avuto una contesa con qualcuno deve riconciliarsi prima di recare il suo dono a Dio, prima cioè di pregare.
Secondo comandamento (Matteo, V, 27-32): Non solo l’uomo non deve commettere adulterio, ma deve evitare di godere della bellezza femminile e una volta unitosi con una donna non deve mai tradirla.
Terzo comandamento (Matteo, V, 33-37): L’uomo non deve promettere alcuna cosa sotto giuramento.
Quarto comandamento (Matteo, V, 38-42): Non solo l’uomo non deve rendere occhio per occhio, ma deve porgere l’altra guancia dopo esser stato percosso sulla prima, deve perdonare le offese, sopportarle con umiltà e non rifiutare nulla di quel che gli altri gli chiedono.
Quinto comandamento (Matteo, V, 43-48): Non solo l’uomo non deve odiare i suoi nemici e combatterli, ma deve amarli, aiutarli, servirli. Nechljudov fissava immoto la luce della lampada.
Ricordando tutta la corruttela della nostra vita, si immaginò quel che avrebbe potuto essere la vita se gli uomini fossero stati educati in queste norme, e un entusiasmo da lungo tempo non provato gli invase ima come se dopo tanto languire e soffrire avesse trovato a un tratto la pace e la libertà.

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“Immagini lontane” di Charles Dickens

June 17, 2011 Leave a comment
Immagini lontane

I primi oggetti che assumono davanti a me un aspetto distinto  mentre guardo lontano nel vuoto della mia infanzia, sono mia madre coi suoi bei capelli e la figura giovanile, e Peggotty che non aveva affatto figura, e gli occhi così scuri che parevano annerirle sul viso tutti i loro dintorni, e guance e braccia così sode e rosse che mi chiedevo come mai gli uccelli non le beccassero a preferenza delle mele.

Credo di ricordarmele tutte e due separate, a qualche distanza, impiccolite ai miei occhi perché chine o inginocchiate sul pavimento, e io che cammino malcerto dall’una all’altra.

Ho in mente un’impressione, che non so distinguere da un vero ricordo, del contatto dell’indice di Peggotty com’essa soleva tendermelo, e so ch’era reso scabro dall’ago, come una minuscola grattugia da noce moscata…

E ora vedo l’esterno della nostra casa, con le finestre ingraticciate delle camere da letto, spalancate perché entri l’aria odorosa, e i vecchi nidi di cornacchia sbrindellati ancor dondolanti sugli olmi in fondo al giardino davanti alla casa.

Ora sono nel giardino retro stante, di là dal cortile dove stanno la colombaia e il canile una vera riserva di farfalle, come lo ricordo, – con un alto steccato e il cancello e il catenaccio; dove la frutta sovraccarica le piante, matura e ricca come non è stata mai più in nessun altro giardino, e dove mamma ne raccoglie in una cesta, mentre io aspetto accanto, ingozzando furtivamente  uva spina e cercando di avere un’aria immobile.

Si leva un gran vento, e l’estate scompare in un attimo.
Stiamo giocando nel crepuscolo d’inverno, ballonzolando per il salotto.

Quando la mamma è senza fiato e si riposa su una poltrona; io la guardo avvolgersi alle dita i riccioli splendidi, e drizzarsi sulla vita, e nessuno sa meglio di me che è contenta di star così bene e orgogliosa di essere tanto bella.

– tratto da David Copperfield

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“Eclissi di Luna di S.Gallo 21 Giu -167(168 a.C.)” di Tito Livio

Tito Livio: Ab Urbe Condita Lib.XXXXIV(44)

37. Castris permunitis C. Sulpicius Gallus, tribunus militum secundae legionis, qui praetor superiore anno fuerat, consulis permissu ad contionem militibus uocatis pronuntiauit, nocte proxima, ne quis id pro portento  a.C.ciperet, ab hora secunda usque ad quartam horam noctis lunam defecturam esse. id quia naturali ordine statis temporibus fiat, et sciri ante et praedici posse. itaque quem ad modum, quia certi solis lunaeque et ortus et occasus sint, nunc pleno orbe, nunc senescentem exiguo cornu fulgere lunam non mirarentur, ita ne obscurari quidem, cum condatur umbra terrae, trahere in prodigium debere.

nocte, quam pridie nonas Septembres insecuta est dies, edita hora luna cum defecisset, Romanis militibus Galli sapientia prope diuina uideri; […]

—-

Dopo aver fortificato gli  accampamenti C. Sulpicio Gallo, tribuno militare della seconda legione, che era stato pretore l’anno precedente, per concessione del console preannunciò ai soldati per questo radunati che la prossima notte, perchè la cosa non fosse presa per un fatto soprannaturale, la Luna si sarebbe eclissata dalla seconda alla quarta ora; cosa che si può predire e conoscere in anticipo in base all’ordine naturale dei tempi passati. E come non ci si stupisce, essendo certi sia il sorgere sia il tramontare del Sole e della Luna, del fatto che la Luna ora splenda a disco pieno, ora con un esigua falcetta, così non si deve considerare un prodigio il fatto che venga oscurata dall’ombra della Terra.

E nella notte che precede le None di Settembre, quando all’ora annunciata la Luna si oscurò, la sapienza di Gallo apparve ai soldati romani quasi divina. […]

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“Babino lo sciocco” di Lev Nikolaevič Tolstoj

Babino lo sciocco

Un giorno, uno sciocco di nome Babino si mise in cammino per vedere il mondo e per mostrare a tutti quant’egli fosse cortese.
Ed ecco, cammina cammina, trovò sulla sua strada una casa disabitata. Guardò nella cantina e vide alcuni diavoli coi baffi irti, con gli occhi accesi e grossi come bocce, con la testa a pera.
I diavoli, con le loro lunghe dita ricurve, giocavano a carte e a dadi.

Babino li salutò:
Dio vi aiuti, buona gente!
Non l’avesse mai detto! I diavoli, furibondi, afferrarono lo sciocco e lo percossero a sangue. Solo quando lo videro più morto che vivo, lo lasciarono andare.
Allora Babino tornò a casa piangendo. La madre gli si fece incontro e, saputo ciò che era successo, gli disse: Babino, sei proprio uno sciocco. Lo vedi? Hai parlato a sproposito. Ai diavoli bisogna dire: «Dio vi sprofondi nell’inferno! ». Se tu avessi parlato così, i diavoli sarebbero fuggiti, lasciando sul tavolo la posta del gioco, e tutto l’oro sarebbe stato tuo. Impara, Babino!
Ho capito fece lo sciocco. Ho sbagliato, ma un’altra volta starò attento.

E Babino si mise di nuovo in cammino. Sulla strada trovò quattro fratelli che stavano trebbiando il grano. Babino si accostò e disse: Dio vi sprofondi nell’inferno!
I quattro fratelli, a quell’insulto, gli saltarono addosso e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra tramortito.
Quando Babino rinvenne, se ne tornò a casa malconcio peggio dell’altra volta.
Sua madre, saputo ciò che era successo, lo rimproverò aspramente: Sei uno sciocco, Babino: anche questa volta hai parlato a sproposito. Ai fratelli tu dovevi dire, indicando i sacchi di grano: «Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi, amici miei».
Ho capito fece Babino. – Sono stato uno sciocco. ma non succederà più.
E si mise nuovamente in cammino.
Strada facendo, incontrò sette fratelli che gemevano e piangevano, portando a seppellire un loro caro, morto da poco.
Salve, amici miei! gridò lo sciocco ai sette fratelli. Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi!

All’udire quelle parole, i sette fratelli si asciugarono le lacrime, saltarono addosso allo sciocco, e giù botte da orbi! Babino, pesto e malconcio, se ne tornò a casa piangendo. Raccontò ogni cosa a sua madre, ed ella scosse la testa desolata.
Quando mai riuscirò a farti capire che bisogna parlare a proposito? Sei uno sciocco, Babino. Tu avresti dovuto accostarti ai sette fratelli e dir loro: «Requiem aeternam nel paradiso di Dio…».
Ho capito fece Babino.

E si mise di nuovo in cammino.
S’imbatté questa volta in un corteo nuziale.
Tutti erano vestiti a festa e gli sposini erano seguiti da un gruppo di robusti giovanotti che cantavano in coro.

Babino si accostò agli sposi e disse tutto contento:
«Requiem aeternam» nel paradiso di Dio!
Gli sposini si guardarono spaventati. Ma i giovanotti del corteo gli saltarono addosso e lo picchiarono di santa ragione. Anche lo sposo, riavutosi dalla sorpresa, non restò indietro, e gliene diede la sua parte…
Babino, anche questa volta, tornò a casa in lacrime.
Sei stato uno sciocco! gridò la madre spazientita. Agli sposi dovevi dire: « Il Signore vi conceda nozze felici e numerosi figli! ».

Ho capito: fece Babino sono stato uno sciocco, ma non sbaglierò più.
E si mise di nuovo in cammino.
Giunse finalmente presso la grotta di un eremita.
Salve, amico disse Babino. Il Signore ti conceda nozze felici e figli numerosi.
L’eremita si rannuvolò Per quanto egli fosse abituato ad avere pazienza, questa volta gli saltò la mosca al naso. E prendendo le parole di Babino come una beffa, afferrò il bastone che gli serviva per scacciare i diavoli e lo ruppe sul groppone di Babino.
Sciocco che non sei altro! lo rimprovero la madre. All’eremita tu dovevi dire: Benedicimi, padre!
Ho capito fece Babino.
E si mise di nuovo in cammino.
Questa volta incontrò un orso che stava divorando una mucca. Babino gli si avvicinò incuriosito e disse all’orso: Benedicimi, padre!
L’orso, disturbato nel bel mezzo del suo pasto principale, afferrò Babino tra le sue zampe, lo gettò a terra, lo pestò ben bene e alla fine lo fece rotolare in un fosso.
E’ stato un orso anche tropo gentile! commentò la madre appena seppe la cosa.

Sciocco di un Babino! All’orso tu dovevi dire: Fatti da parte, brutta bestiaccia! .
Ho capito fece Babino. Sono stato uno sciocco, ma un’altra volta non succederà più.
E si mise di nuovo in cammino.
Mentre stava attraversando la pianura, Babino incontrò un capitano coi suoi soldati.
Lo sciocco gli andò incontro e gli disse:
Fatti da parte, brutta bestiaccia!

Allora il capitano fece un cenno ai suoi uomini: questi afferrarono Babino e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra più morto che vivo.
Quando Babino si rialzò, aveva le ossa tutte rotte.
Se ne tornò a casa piangendo e, da quel giorno, non ebbe più voglia di mettersi in cammino per vedere com’era fatto il mondo, né per mostrare a tutti la sua cortesia.

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“La disperazione della vecchia” di Charles Baudelaire

La disperazione della vecchia

La vecchietta raggrinzita si sentì rallegrare tutta vedendo quel bel bambino al quale tutti facevano festa, al quale tutti volevano piacere; quell’esserino grazioso, fragile come lei, la vecchietta, e come lei senza denti e senza capelli.
Gli si avvicinò, gli volle far sorrisi e moine.
Ma il bambino spaventato si divincolava sotto le carezze della decrepita vecchina, e riempiva la casa di guaiti.
Allora la vecchietta si ritirò nella sua eterna solitudine, e piangeva in un cantuccio dicendo:
– Ah! Per noi, disgraziate femmine vecchie, è passato il tempo del piacere, anche agli innocenti; e facciamo inorridire i bambini che vorremo amare!

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“Dialogo della Natura e di un islandese” di Giacomo Leopardi

Dialogo della Natura e di un islandese

Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Africa, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona Speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse.

Natura. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?

Islandese. Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.

Natura. Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.

Islandese. La Natura?

Natura. Non altri.

Islandese. Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.

Natura. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?

Islandese. Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti. Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza e dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso. E già nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli e vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine: cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun’immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl’incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d’esser quieta; riescono di non poco momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell’animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini. Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d’impedire che l’esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m’inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria. Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere. Né le infermità mi hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio prendere non piccola ammirazione considerando che tu ci abbi infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta: e da altra parte abbi ordinato che l’uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l’uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti e mille dolori. E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi o disusati, e infelicità maggiore che egli non suole (come se la vita umana non fosse bastevolmente misera per l’ordinario); tu non hai dato all’uomo, per compensarnelo, alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e per grandezza. Ne’ paesi coperti per lo più di nevi, io sono stato per accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro patria. Dal sole e dall’aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l’uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno, starsene esposto all’una o all’altro di loro. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un’ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de’ viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono.

Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Islandese. Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.

Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.

Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.

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