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San Michele Arcangelo, sette santuari dedicati all’arcangelo

July 18, 2017 Leave a comment

 

Sapete cosa abbiano in comune le due isole tidali di St Michael’s Mount in Cornovaglia e Mount Saint-Michel in Normandia, l’isolotto di Skellig Michael in Irlanda, la Sacra di San Michele in Val di Susa, il santuario di San Michele Arcangelo presso Foggia, il Monastero dell’isola di Symi, in Grecia, ed il Monastero del Monte Carmelo in Israele?

La risposta è che sono tutti santuari dedicati all’arcangelo San Michele, il cui culto, di origine orientale, risale all’imperatore Costantino, che fece per primo erigere un maestoso santuario a Costantinopoli, il Micheleion.

1 – Il viaggio inizia da Skelling Island in Irlanda:

Verso la fine del V secolo, il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa a seguito della presunta apparizione dell’arcangelo Michele a San Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto, l’8 maggio del 490, ed alla conseguente edificazione del già citato santuario di San Michele in Puglia in suo onore, tempio che divenne meta, nel Medioevo, di un ininterrotto flusso di pellegrinaggio in partenza verso la Terrasanta.

2 – Sotto, Saint Michael’s Mount in Cornovaglia:

Verso la fine del V secolo, il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa a seguito della presunta apparizione dell’arcangelo Michele a San Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto, l’8 maggio del 490, ed alla conseguente edificazione del già citato santuario di San Michele in Puglia in suo onore, tempio che divenne meta, nel Medioevo, di un ininterrotto flusso di pellegrinaggio in partenza verso la Terrasanta.

2 – Sotto, Saint Michael’s Mount in Cornovaglia:

Giungo a Marazion, un pittoresco borgo marinaro a sud-ovest della Cornovaglia, adagiato su di una baia, la Mount’s Bay, e la vista di St Michael’s Mount mi toglie il respiro: l’isolotto, meta del mio viaggio, è vicinissimo e si staglia, verdeggiante, contro un cielo insolitamente limpido, in una giornata di sole accecante, come di tanto in tanto accade a queste latitudini.

Giungo a Marazion, un pittoresco borgo marinaro a sud-ovest della Cornovaglia, adagiato su di una baia, la Mount’s Bay, e la vista di St Michael’s Mount mi toglie il respiro: l’isolotto, meta del mio viaggio, è vicinissimo e si staglia, verdeggiante, contro un cielo insolitamente limpido, in una giornata di sole accecante, come di tanto in tanto accade a queste latitudini.

3 – Sotto, Mont Saint Michel in Francia:

La baia che circonda l’isola si rivela calma e rassicurante solo per brevi istanti, ai miei occhi di turista innamorata della Cornovaglia, perché mi viene subito spiegato che dall’Ottocento in poi si sono registrati più di 150 naufragi in queste acque, che possono diventare inaspettatamente infide per i naviganti.

St Michael’s Mount, che nel dialetto locale è chiamato « Karrek Loos Yn Koos», che tradotto suona come «la grigia roccia nel bosco», era forse l’antica Ictis, il luogo in cui nell’antichità i mercanti convergevano per acquistare lo stagno estratto in Cornovaglia.

4 – Sacra San Michele in Val di Susa:

Secondo la leggenda San Michele sarebbe apparso nel 495 a un gruppo di benedettini provenienti da Mont Saint-Michel in Normandia e così, quando Edoardo il Confessore fece dono dell’isola all’abate Bernard Le Bec nell’XI secolo, apparve naturale consacrare l’abbazia al miracoloso arcangelo. D’altronde, con l’omonima isola francese, St Michael’s Mount condivideva la natura tidale, la forma conica e l’essere l’ambita meta di pellegrinaggio per più di tre secoli, finendo per diventare uno dei più importanti centri religiosi e culturali del Medioevo inglese.

5 – Basilica di San Michele in Monte Sant’Angelo:

trasformata in un avamposto militare, a difesa di eventuali attacchi spagnoli o francesi. Quando nel 1588 l’Invincibile Armada spagnola (che gli inglesi, con un certo disprezzo chiamano semplicemente «Spanish Armada», «Armata spagnola»), ovvero la flotta di Filippo II che mirava a punire l’avversaria inglese, fu avvistata sull’isola di St Michael’s Mount, fu acceso subito un faro per segnalare a Londra l’imminente arrivo delle navi nemiche, atto che fu replicato ovunque sulle coste meridionali del paese.

Nel 1650 St Michael’s Mount fu acquistata da Sir John St Aubyn per divenire una sontuosa dimora gentilizia, destinata a trasformarsi in un vero e proprio castello in epoca vittoriana, grazie all’opera dell’architetto Piers St Aubyn, appartenente alla medesima famiglia nobiliare che da secoli detiene il possesso dell’isola.

6 – il Monastero di San Michele a Symi:

La bassa marea è il momento in cui questo piccolo gioiello, altrimenti raggiungibile in barca, si riunisce alla terraferma, il momento ideale per respirare i profumi delle piante esotiche che prosperano nell’isola dal XVIII secolo. Questo delizioso lembo di terra dal nome poetico ha anche una posizione non casuale: fa parte, infatti, dei sette luoghi sacri dedicati all’arcangelo San Michele. Curiosamente, tutti i luoghi, dall’isola di Skellig Michael, che è quella che è situata più a nord, al Monastero del Monte Carmelo, appaiono allineati su di una retta che, prolungata in linea d’aria, conduce idealmente a Gerusalemme.

Questa misteriosa linea immaginaria secondo alcuni non rappresenterebbe altro che il colpo di spada con cui l’arcangelo San Michele respinse il demonio, relegandolo per sempre all’inferno.

7 – Sotto, il Monastero del Monte Carmelo ad Haifa, punto terminale della linea dell’Arcangelo:

La misteriosa linea sacra dei luoghi di culto di San Michele, principe della milizia celeste, invocato contro Lucifero e gli spiriti maligni, sorge su una delle cosiddette «lay lines», ossia una delle linee rette che toccano dei punti particolari nel mondo, considerati emanatori di forti energie, di alto valore simbolico e di spiritualità sin da epoche molto antiche.

L’allineamento dei santuari, situati ad una distanza simile tra loro tra loro, in perfetto allineamento con il tramonto del sole nel giorno del Solstizio d’estate, rimandano forse all’invito al viandante a seguire la strada della rettitudine morale e del rispetto delle regole divine.

Giovanna Potenza

 

Koh Tao, i decessi enigmatici dell'”isola della morte”

July 12, 2017 Leave a comment

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In Thailandia, mistero su sorte sette turisti occidentali da 2014

Sabbia dorata e acque cristalline, fondali da sogno per le immersioni, visitatori giovani e spensierati: Koh Tao avrebbe tutto per far parlare di sé solo in termini positivi. Ma la piccola isola nel Golfo di Thailandia è ora famosa per ben altro: dal 2014 sette turisti occidentali, tutti meno che trentenni, sono morti qui in circostanze misteriose. Troppi, per un paradiso tropicale. Tanto che i tabloid inglesi – cinque delle sette vittime erano britanniche – hanno soprannominato Koh Tao “death island”: l’isola della morte.

L’ultimo caso sospetto è quello della trentenne belga Elise Dallemagne, morta a fine aprile e ritrovata impiccata nella foresta con il corpo sfigurato dai varani. La polizia ha prima puntato il dito contro il guru di un ashram indiano di cui la giovane faceva parte, ma ora propende per il suicidio: un’ipotesi che la madre però esclude. Se se ne parla a due mesi di distanza, è perché il caso è stato riaperto solo dopo la tardiva rivelazione di un quotidiano locale. Il mistero e il muro di gomma delle autorità locali hanno rilanciato la nomea che da anni rincorre l’isola, 21 kmq con duemila residenti e centinaia di migliaia di turisti – in particolare backpacker – l’anno. E’ noto che potenti clan locali protetti da influenti politici vicini all’attuale giunta militare controllano l’isola, con la connivenza della polizia.

Il doppio omicidio del settembre 2014, quando gli inglesi Hannah Witheridge e David Miller furono massacrati di notte sul bagnasciuga, è l’unico delitto “ufficiale”. La “maledizione di Koh Tao” non si è però esaurita lì. Nel gennaio 2014, il corpo dell’inglese Nick Pearson fu recuperato in mare. Un anno dopo, il francese Dimitri Povse venne ritrovato impiccato, e la giovane inglese Christina Annesley morì per un mix di alcol e antibiotici. Nel 2016, il britannico Luke Miller annegò in piscina. E dallo scorso febbraio si sono perse le tracce di una turista russa.

Con oltre 32 milioni di visitatori stranieri l’anno, è normale che dei turisti muoiano nel “Paese dei sorrisi”: l’alto tasso di incidenti stradali, le scarse misure di sicurezza e l’alto uso di droghe e alcol specie da parte di giovani occidentali sono un fattore. Ma nel caso di Koh Tao, ognuna di queste morti è tuttora circondata dai sospetti di omicidio, con versioni della polizia altamente dubbie. L’annegato Pearson? Caduto dagli scogli, anche se il cadavere non aveva fratture. L’impiccato Povse? Suicidio, nonostante avesse le mani legate. I genitori della Annesley e di Miller non credono alla versione ufficiale.
Quanto alla polizia, il suo primo istinto pare sempre essere quello di dichiarare il caso risolto il prima possibile.

Tra le autorità thailandesi, da quelle provinciali ai ministeri, è evidente l’interesse primario nel proteggere la gallina d’oro del turismo, che contribuisce a oltre il 10 per cento del Pil.
Così si spiegano i tentativi di mettere a tacere le versioni non gradite: per l’uso del termine “isola della morte”, la provincia di Surat Thani – di cui Koh Tao fa parte – ha denunciato per diffamazione il quotidiano locale che ha fatto lo scoop sul caso Dallemagne. Il silenzio ha un prezzo: per il doppio delitto del 2014, al termine di indagini farsesche, sono stati condannati a morte due birmani largamente considerati capri espiatori. Ma i turisti dimenticano in fretta. E a Koh Tao, chi ha svariati segreti da nascondere è pronto ad accoglierli con un sorriso.

Fonte: Ansa

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Valbruna, mistero dell’Atlantide dell’Adriatico

November 9, 2016 Leave a comment

conca-valbruna

Nessuna certezza ne attesta l’esistenza. Non sono elementi probanti alcuni documenti storici, 2 leggende e tanti misteriosi sassi che si intravvedono nelle profondità del litorale che si estende davanti al promontorio di Gabicce Monte, poco distante da Cattolica.

Oggi quella dell’Atlantide dell’Adriatico sarebbe poco più di una leggenda, ma intrisa di tanto mistero. Da secoli pescatori e turisti si soffermano ad osservare, rapiti dalle storie che raccontano di una città sommersa nelle profondità del litorale fra Romagna e Marche.

C’è chi ha assicurato di aver visto distintamente il braccio di una statua, uno stemma, un Capitello o un qualsiasi resto archeologico, confuso fra i sassi adagiati in quelle acque buie e profonde. Turisti e pescatori continuano le ricerche, convinti che forse un dettaglio potrà regalare loro la convinzione che Vallebruna sia davvero esistita e, a causa di eventi drammatici, sia precipitata negli abissi in epoche remote e mai più riemersa e ritrovata.

Da testimonianze tramandate, viaggiatori d’altri tempi hanno narrato di aver visto torri sommerse e le mura della città di ‘Conca’, come era definita negli scritti di varie epoche la città.
Il termine Conca aveva il significato di ‘città profondata’, la stessa che per oltre 3 secoli era stata una presenza concreta nei disegni delle mappe territoriali, che delineavano la zona della Costa romagnola.
In epoche diverse i pescatori hanno assicurato che le loro reti sono rimaste impigliate in elementi sommersi non meglio identificati, strutture delle quali però non hanno trovato tracce concrete i sub, che si sono spinti più volte alla ricerca di qualche elemento che attestasse la veridicità della presenza.

A Cattolica la leggenda si tramanda già a partire dal Cinquecento e riporta sino a noi la notizia che la città sommersa sarebbe un agglomerato urbano di origine romana o bizantina.
Gli storici osservano con il dovuto scetticismo alcuni scritti come quello di Raffaele Adimari, che nel 1610 racconta di una traversata su una barca con alcuni pescatori di ostriche, e al recupero, insieme ai molluschi, del “quadrello” di una torre.
Le narrazioni di Adinari potrebbero essere veritiere “ma quello che probabilmente ha visto sono i resti di strutture portuali quattro-cinquecentesche oggi sommerse che forse si trovavano nella zona detta “Punta della valle”, l’unico tratto del litorale di Cattolica che, anziché avanzare, negli ultimi secoli ha “perso terreno”, lasciando spazio al mare” ha spiegato Maria Lucia De Nicolò, storica dell’Università di Bologna.
Anche gli elementi scientifici tendono ad escludere la presenza di un’antica città sommersa. Il luogo in cui le mappe davano per certa l’esistenza di Vallebruna, nell’epoca citata, in realtà era già coperto dal mare. Nei secoli successivi la costa ha continuato ad avanzare e, come ha riferito Paolo Colantoni, geologo marino e docente di Sedimentologia all’Università di Urbino, la misteriosa città, secondo quanto narrato circa la posizione, non potrebbe trovarsi sommersa dal mare ma piuttosto nell’area territoriale dell’entroterra.

La leggenda potrebbe addirittura aver avuto origine da un’errata interpretazione degli storici di un vecchio documento o da un errore di trascrizione che, con il tempo, ha generato l’equivoco e fissato le basi perchè l’idea di una città sommersa potesse essere una realtà.
Oggi l’ipotesi più accreditata è che se un’antica città fosse davvero esistita i resti andrebbero ricercati sottoterra e non nelle profondità del mare.

Il fascino della leggenda resta però immutato nei secoli e la ricerca non si è mai sopita. Sono in tanti infatti a credere che quel che si osserva nel profondo degli abissi non possono che essere i resti dell’Atlantide dell’Adriatico e gli strani sassi nei quali ci si imbatte, passeggiando sul litorale, ricordano forme d’altri tempi.
Sui sassi di Valbruna e l’Atlantide dell’Adriatico si consigliamo di leggere notizie anche sulle pagine web di Cattolica.info (vedi link).

Fonte: MondoRaro

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Courmayeur, misteri e bagliori incredibili sul Monte Bianco

August 27, 2014 Leave a comment

Monte Bianco

L’ultima è quella del sindaco di St-Gervais-Les-Bains, località dell’Alta Savoia francese incastrata nel massiccio del Monte Bianco, che si è dovuto muovere per vietare il pellegrinaggio new age di un’organizzazione spirituale inglese che sostiene l’esistenza degli Ufo. Volevano andare sul Nid d’Aigle, ai bordi del ghiacciaio di Bionassay: «È un luogo carico di energia spirituale di un essere cosmico, venuto da un altro mondo». Eccentrici mattocchi? Chissà. Il Monte Bianco quel certo fascino misto a inquietudine l’ha sempre suscitato. In passato era noto come Mont Maudit (Monte Maledetto) e fiorivano leggende su spiriti maligni che lo infestavano.

Superstizioni di tempi ormai remoti? Mica tanto. Nel 1956, a Courmayeur, successe l’incredibile con l’arrivo di «Fratello Emman», alias il pediatra milanese Elia Bianca. Affittò il rifugio Pavillon, sul Mont Fréty, e lo trasformò nell’Arca che avrebbe dovuto salvare 7000 persone all’Apocalisse imminente. Al «profeta» erano arrivate rivelazioni secondo cui il mondo sarebbe finito alle 13,45 del 14 luglio 1960, a causa di un ordigno nucleare al mercurio che avrebbe causato terremoti, maremoti e distruzioni. L’avventura di Fratello Emman non si concluse come (da lui) previsto, ma l’arte oratoria non fece difetto al profeta mancato: «Prego i signori della stampa – disse scoccata l’ora della verità – di prendere nota: tutte le notizie inerenti l’Apocalisse, fissata per le ore 13,45 di oggi, addì 14 luglio 1960, erano da considerarsi errate. Ringrazio Iddio per l’errore… Tutti si possono sbagliare».

Secondo il Centro Italiano Studi Ufologici nella sola Valle d’Aosta dal 1947 gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati sono stati oltre 50. Nel novembre 2012 le agenzie batterono la notizia di alcuni testimoni che da Courmayeur avevano visto un disco infuocato schiantarsi sul Bianco, dalle parti del rifugio Boccalatte. Forse un pallone aerostatico, ma le ricerche del Soccorso alpino e della Guardia di finanza furono presto interrotte. Tra i testimoni di oggetti misteriosi sui cieli della Valle c’è anche Luciano Caveri, deputato alla Camera per quattro legislature ed ex europarlamentare, che prima di entrare in politica era cronista alla Rai. Domenica 15 settembre 1985, poco dopo le 9, sui cieli di Aosta apparve un corpo luminoso, che sarebbe rimasto fermo in quota per tre ore a un’altezza variabile tra i 35 mila e i 50 mila piedi. Caveri filmò l’avvistamento con la sua troupe noleggiando un aereo da turismo: «Io non credo ai marziani, sia chiaro, ma certo – raccontò subito dopo – era un fenomeno strano: l’Ufo che abbiamo visto e ripreso volava ad almeno 5000 metri sopra il nostro aereo, e lo vedevamo bene. Doveva essere grosso come una casa, era triangolare ed emetteva bagliori metallici». Daniele Mammoliti

Fonte: La Stampa – Aosta

Azzorre, struttura piramidale inabissata scuote vetuste credenze antidiluviane

October 1, 2013 Leave a comment

piramide_azzorre

A trovare questa vasta struttura sottomarina è stato il proprietario di un’imbarcazione di nome Diocleciano Silva. Navigando in quella zona, grazie ad un sistema sonar di rilevamento digitale, ha individuato sul fondale la presenza di questa strana montagna dalla forma insolitamente regolare. A quanto sembra,  la scoperta risale a qualche mese fa, ma l’annuncio è stato dato solo ora.
Che là sotto ci sia qualcosa di interessante è confermato anche dal Governo di Lisbona: la piramide ora è oggetto di indagini da parte della Marina portoghese. Ma- ha aggiunto Luiz Fagundes Duarte, segretario regionale per la Pubblica Istruzione- è da escludere che si tratti di un manufatto umano, vista la sua posizione, a circa 40 metri di profondità nell’oceano. Opinione non condivisa da Silva. “Non credo proprio che sia di origine naturale“, ha detto al giornale locale Diario Insular, dopo averne studiato le peculiari caratteristiche. Oltre ad avere una base quadrata, infatti, la struttura sembra anche perfettamente definita ed è esattamente orientata rispetto ai punti cardinali proprio come la Grande Piramide di Giza. Potrebbe dunque essere la testimonianza, ormai sommersa dal mare, di una civiltà fiorente in epoche remote proprio alle Azzorre? Un’ipotesi coerente con gli ultimi scavi condotti dall’APIA, l’Associazione Portoghese della Ricerca Archeologica che ritiene di avere trovato le prove della presenza di insediamenti umani già migliaia di anni fa, molto prima insomma della scoperta ufficiale delle isole, datata al 1325. Ultimamente nell’arcipelago sono state trovate varie strutture piramidali protostoriche, alcune alte fino a 13 metri, allineate con il sorgere del sole nel solstizio d’estate. L’anno scorso, poi, proprio a Terceira, sono emersi esempi di pittura rupestre molto antichi.
Terceira- detta anche “l’isola lilla”- si trova nel bel mezzo del Nord Atlantico. Facendo volare la fantasia, siamo proprio in quel tratto di mare- aldilà delle Colonne di Ercole (oggi Stretto di Gibilterra)- nel quale Platone aveva immaginato la mitica isola di Atlantide, scomparsa in un ribollire di acqua nel giro di un solo giorno, devastata da un terremoto e da un maremoto di dimensioni apocalittiche.
Nel corso degli anni, interpreti platonici ed archeologi alternativi hanno collocato la civiltà atlantidea un po’ ovunque: da Santorini ai Caraibi, dalla Spagna all’India. Senza, però, mai trovare prove concrete della veridicità del racconto del filosofo greco, considerato dagli storici niente più che una leggenda.
“Eppure, secondo me, è sicuramente il ricordo di un evento reale, non è un mito”, sostiene Graham Hancock, lo scrittore scozzese autore di vari bestseller nei quali ha cercato di penetrare i segreti del nostro passato dimenticato. Nell’intervista contenuta nell’ebook “Misteri 2013″, si dice convinto che sia davvero esistita una civiltà molto evoluta, cancellata da una catastrofe globale di cui il Diluvio Universale rappresenta un’eco lontana. Ad annientare quella prima umanità fu l’improvviso innalzamento del livello dei mari provocato dalla fine dell’ ultima Era Glaciale.
Hancock ha accolto con entusiasmo il ritrovamento di questa presunta piramide sottomarina, che sembra confermare la sua teoria ben illustrata nei libri Impronte degli dei, del quale sta preparando una seconda stesura, e Civiltà sommerse. “Credo che dovrò ritirare fuori la mia muta subacquea, non pensavo di tornare a fare delle immersioni, ma se serve io ci sono!”, ha scritto sul suo blog per commentare la notizia che arriva dalle Azzorre.
E ha fatto anche un rapido calcolo: le terre attualmente coperte da 40-50 metri d’acqua, dovrebbero essere state sommerse da quella grande onda legata all’improvviso scioglimento dei ghiacci circa 12.500 anni fa. Dunque, se davvero nell’oceano delle Azzorre si nasconde un edificio piramidale, deve essere stato costruito prima di quella data. Insomma, entro il 10.500 a.C. La stessa data proposta dai soliti archeologi eretici per le Piramidi di Giza. Una coincidenza?

Fonte: Extremamente

Cholula, mistero della piramide più grande al mondo

July 14, 2012 Leave a comment

Lo studio delle piramidi, costruite nel lontano passato da molti popoli che vivevano in differenti zone della Terra, è interesante non solo dal punto di vista storico e architettonico, ma anche per comprendere le loro usanze, le loro credenze religiose e la loro visione del mondo.
Le piramidi più conosciute sono certamente le egiziane, soprattutto quelle della piana di Giza.
Nel mondo però vi furono varie le culture antiche che costruirono piramidi, per esempio le piramidi cinesi di Xian, quelle peruviane di Caral o Tucumè e quelle mesoamericane, come le Maya di Tikal, Uxmal, Palenque, o le famose piramidi del Sole e della Luna di Teotihuacan.
Stranamente la pirámide di Cholula (detta anche Tlachihualtepetl), che è la più grande del mondo, è quasi ignorata sia nei programmi televisivi dove si divulga la Storia sudamericana che nelle riviste specializzate.
La piramide, che è alta 66 metri ed ha una pianta quadrata di 400 metri, è la più voluminosa del mondo: ben 4.450.000 metri cubi.
Per fare un paragone, la piramide di Cheope, ha un volume di “soli” 2.500.000 metri cubi.
Il nome Cholula significa “acqua che cade nel luogo della vita”. Secondo la mitología fu costruita dal gigante Xelhua, che riuscì a salvarsi dal diluvio universale.
Ecco un brano dell’opera Cholula 2000 tradizione e cultura dello scrittore Rodolfo Herrera Charolet (1995):
Nell’epoca del diluvio vivevano sulla Terra i giganti, però molti di essi morirono sommersi dalla acque, alcuni invece furono trasformati in pesci e solo sette fratelli si salvarono in alcune grotte della montagna Tlaloc. Il gigante Xelhua viaggiò fino al luogo che in seguito si chiamò Cholollan e con grandi mattoni fabbricati nel lontano Tlalmanalco, cominciò a costruire la pirámide in memoria della montagna dove si salvò. Siccome Tonacatecutli, il Padre degli Dei s’irritò vedendo quella immensa costruzione, che poteva arrivare alle nubi, lanciò delle lingue di fuoco e con un grande masso che aveva forma di rospo schiacciò molti lavoratori e scacciò i sopravvissuti, cosìcchè l’opera fu interrotta…
La piramide di Cholula è in realtà il risultato di 6 differenti costruzioni sovrapposte nel corso dei secoli. Secondo gliultimi studi in situ s’iniziò a costruire nel periodo Preclassico(1800 a.C.-200 d.C), nell’epoca degli Olmechi.
Intorno al 100 d.C. la piramide di Cholula era utilizzata da genti di Teotihuacan, sia per motivi rituali che cerimoniali.
Si stima che il complesso urbano che si era sviluppato nei dintorni della piramide assommava a quasi 100.000 abitanti intorno al 200 d.C. essendo così la seconda città del Mesoamerica dopo Teotihuacan.
La zona fu abbandonata intorno all’800 d.C. in seguito alla decadenza di Teotihuacan. In seguito la piramide fu utilizzata da etnie Tolteche e Cicimeche. Quindi con il dominio degli Aztechi in Messico, fu dedicata al culto di Queztalcoatl.
In seguito alla conquista spagnola del Messico, fu costruita una chiesa cattolica nella sommità della piramide (nel 1594), allo scopo di affermare la religione cristiana sui culti locali.
Il primo archeologo che studiò a fondo la piramide fu lo svizzero Adolph Bandelier nel 1881. Rinvenne molti resti umani in alcune sepolture di stile Teotihuacano, oltre a una notevole quantità di cerámica, anch’essa attribuibile a Teotihuacan.
Nel 1931 l’architetto Ignacio Marquina diresse degli scavi con lo scopo di aprire dei tunnel al di sotto della pirámide. Nel 1951 sono stati scavati circa 6 chilometri di tunnels al di sotto della piramide, che formano un vero e proprio labirinto.
Durante questo primo periodo di scavi furono pórtate alla luce notevoli quantità di ceramiche risalenti alle culture di Tula e Teotihuacan oltre a strumenti musicali come per esempio flauti.
In seguito ci fu un secondo periodo di scavi dal 1966 al 1974 condotto da Miguel Messmacher, ma non si riuscì a trovare una camera funeraria principale.
Oggi il mistero di Cholula, ovvero quali furono i reali costruttori di questa imponente struttura, resta insoluto. Successive opere di scavo sono state bloccate perché potrebbero minacciare la stabilità dell’intera piramide ma anche perché la chiesa cattolica costruita dagli spagnoli sulla sua sommità, è stata dichiarata patrimonio della nazione e pertanto è proibito intervenire sulle sue fondamenta.
Sappiamo che nelle leggende c’è sempre un fondo di verità: forse Xelhua era una personaggio reale che, come Viracocha o Queztalcoatl era riuscito a fondare una nuova civiltà e aveva costruito la piramide come simbolo del suo potere?
Yuri Leveratto

Fonte: Yuri Leveratto

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Civiltà antidiluviane, mito o realtà?

July 13, 2012 Leave a comment


Sempre più ritrovamenti fanno pensare che delle civilta’ antidiluviane possano essere esistite davvero…
Per l’archeologia ufficiale l’Homo Sapiens, evolutosi in Africa circa 130 millenni fa, si è diffuso in tutta l’Eurasia a partire da 100 millenni or sono. Quindi, circa 40 mila anni fa è giunto in Australia, mentre solo 14 millenni fa arrivò nel Nuovo Mondo, attraversando la prateria detta Beringia (attuale stretto di Bering). Secondo questa teoria, solo 10 mila anni fa l’uomo divenne stanziale sviluppando l’agricoltura e dando inizio alla fondazione dei primi centri abitati (Gerico, 8000 A.C.).
Vi sono però numerose critiche a questa ipotesi, che sostengono non solo l’inesattezza di questi dati, ma addirittura la possibiltà che l’uomo abbia sviluppato delle civiltà organizzate prima del 9500 A.C.
In effetti potenzialmente l’Homo Sapiens avrebbe potuto, nel corso dei 130 millenni da quando è apparso sulla Terra, sviluppare varie civiltà agresti o marittime, magari evolutesi su piani differenti all’attuale, più spirituali e meno legate al materialismo.
Nel corso degli ultimi anni alcuni archeologi hanno trovato in America dei resti umani, che mettono in discussione le teorie ufficiali e portano a riconsiderare l’intero passato dell’uomo, non solo per quanto riguarda le Americhe, ma per l’intero pianeta.
L’archeologa brasiliana Niede Guidon (supportata da vari altri studiosi di fama internazionale), ha trovato resti di Homines Sapientes arcaici nel Piauì (nord-est del Brasile a circa 700 chilometri dalla costa atlantica), che risalgono a 12.000 anni fa. Le datazioni con il metodo del carbonio 14 hanno provato però che alcuni focolari sono stati utilizzati nella zona oggetto di studio già 60 millenni fa. Questa prova mette in discussione la teoria ufficiale del popolamento delle Americhe secondo la quale i primi abitanti del Nuovo Mondo furono gli appartenenti alla cultura Clovis (deserto del Nuovo Messico), circa 13 millenni fa.
Nel Nuovo Mondo sono stati tanti i ritrovamenti che provano una presenza arcaica dell’uomo, per esempio quello di Monte Verde, in Cile, risalente a 33.000 anni fa.
La teoria riconosciuta del popolamento delle Americhe viene così a cadere, e deve essere completata da altre ipotesi, che considerano la colonizzazione del Nuovo Mondo direttamente dall’Africa, ma anche dalla Melanesia e Polinesia.
Tutto ciò pone sotto un’ottica nuova l’intero periodo durante il quale l’Homo Sapiens colonizzò la Terra, da 100 millenni fa fino ad oggi.
Ora, se si considera che durante questo lungo lasso di tempo, la glaciazione di Wisconsin-Wurm (che durò da 110 a 11,5 millenni fa) era al suo massimo, si può affermare che il livello dei mari era più basso di circa 120 metri rispetto all’attuale. Ciò verosimilmente permise all’uomo di spostarsi più facilmente attraverso gli oceani proprio perchè molte terre ora sommerse affioravano sulla superfice dei mari.
E’ possibile che alcuni gruppi di umani, appartenenti ad etnie a tutt’oggi sconosciute, abbiano fondato delle città costiere, che successivamente furono spazzate via da spaventose inondazioni?
In effetti molte culture hanno lasciato opere letterarie nelle quali si narra di un diluvio, o di un periodo di sconvolgimenti climatici di portata eccezionale: Atrahasis (mito sumero), l’epopea di Gilgamesh (leggende babilonesi), la Bibbia (la Storia degli Ebrei), Shujing (classico di Storia cinese), Matsya Purana e Shatapatha Brahmana (testi sacri indiani risalenti al primo millennio prima di Cristo), Timeo e Crizia di Platone (Grecia), il Popul Vuh della civiltà Maya, per citarne solo alcune. Secondo molti ricercatori di frontiera, ma ultimamente anche vari geologi e climatologi, il diluvio universale fu proprio la fine dell’era glaciale, e accadde circa 11,5 millenni or sono.
Alcuni ricercatori del XX secolo hanno ipotizzato che i sopravvissuti di alcune di queste civiltà antidiluviane si siano rifugiati nei luoghi interni dei continenti, in particolare del Sud America, dove avrebbero rifondato alcune città e gettato le basi per nuove colonizzazioni.
Il primo ricercatore che sostenne questa tesi fu il più grande avventuriero del XX secolo, il colonello inglese Percy Harrison Fawcett. Alla base dei suoi convincimenti vi fu il ritrovamento di un manoscritto (il n.512), conservato alla Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro, nel quale vi era descritto il ritrovamento da parte del bandeirante Francisco Raposo, nel 1743, di una fantomatica città di pietra nascosta nella selva del Mato Grosso, non lontano dal fiume Xingù.
Fawcett partì varie volte dopo il 1920, esplorando la selva compresa tra i fiumi Xingú e Araguaia, all’altezza della Serra do Roncador.
La sua scomparsa proprio nell’area forestale della Serra do Roncador, alla fine di maggio del 1925, non fece altro che ravvivare la leggenda di una misteriosa città antidiluviana, che inghiottì l’esploratore, suo figlio Jack e un amico che partecipava alla spedizione.
Un altro sostenitore della tesi che i superstiti del diluvio si rifugiarono in Sud America fu l’austriaco Arthur Posnansky, che, nel suo libro Tiwanaku, la culla dell’uomo americano, indica per il sito archeologico vicino al lago Titicaca una data di fondazione che risalirebbe al 10.000 A.C.
Anche le piramidi di Pantiacolla (o Paratoari), strane formazioni simmetriche che si ergono, coperte dalla vegetazione, non lontano dal fiume Alto Madre de Dios (Perù), sono indicate da alcuni come centri di energia utilizzate da popoli antidiluviani che si rifugiarono nella foresta amazzonica molti millenni or sono.
L’ipotesi di civiltà antidiluviane sono state supportate ultimamente anche da alcuni ritrovamenti eccezionali, tutti effettuati sotto il livello dei mari fino a ben 900 metri di profondità.
La prima affascinante scoperta avvenne nel settembre del 1968 quando il Dott.Valentine, mentre stava nuotando al largo dell’isola di Bimini, nelle Bahamas, osservò una strada pavimentata con enormi blocchi di pietra rettangolari e poligonali. Secondo alcuni, queste pietre ciclopiche, perfettamente squadrate e lunghe fino a cinque metri, ricordano molto i massi di Sacsayhuamán, l’imponente struttura situata a pochi chilometri dal Cusco, a ben 3555 metri d’altitudine sul livello dei mari.
Alcuni scettici ritengono che i famosi muri di Bimini non sia altro che un fenomeno naturale chiamato “pavimento a tasselli”, che si origina quando la crosta terrestre viene soggetta a tensione e quindi si frattura in blocchi regolari. Per altri invece, come lo stesso Valentine, ma anche il linguista e scrittore Charles Berlitz, e l’archeologo subacqueo Robert Marx, l’origine della strada di Bimini è artificiale e risale all’era glaciale.
Il secondo interessante ritrovamento, ebbe luogo nel 1969. L’equipaggio del sottomarino statunitense Aluminaut, scoprì per caso, nel fondale della Florida, a 900 metri di profondità, un’altra strada lunga più di 20 chilometri costituita di alluminio, silicio e ossido di magnesio. Ancora oggi non si sa se la misteriosa via sottomarina sia opera di una civiltà evoluta o semplicemente uno stranissimo scherzo della natura.
Nel 1987 sono state individuate al largo dell’isola Yonaguni, la più a sud delle isole Ryukyu, in Giappone, delle strane formazioni megalitiche, a partire dalla profondità di 40 metri.
Lo scienziato Masaaki Kimura visitò le strutture subacquee e dopo attenti studi giunse alla conclusione che l’artefice di quell’opera ciclopica non può essere che l’uomo. Il cosiddetto monumento di Yonaguni, detto anche la “tartaruga” è una grande struttura di roccia rettangolare di 150 x 40 metri, alta 27 metri. La cima del monumento si trova a cinque metri sotto il livello dell’acqua. Secondo l’archeologo subacqueo Sean Kingsley, queste mura, i cui lati sono perpendicolari tra loro, sono opera dell’uomo. Per Kimura invece queste strani monumenti possono essere stati modificati dall’uomo in un epoca pre-diluviana, quando i ghiacci coprivano gran parte dell’emisfero boreale e il livello dei mari era più basso dell’attuale.
Nel 2000 l’Istituto nazionale di Tecnologia Marina dell’India annunciò di aver trovato, nel fondale prospiciente la costa dello stato del Gujarat, a 40 metri di profondità, delle strutture megalitiche simili ad una città. Alcuni archeologi indiani confutarono questa notizia, dicendo che era stata diffusa non seguendo stretti canoni archeologici, ma soprattutto per motivi politici, ovvero per dare all’India il primato di avere dato i natali alla prima civiltà del mondo.
Nel 2001 però il Ministro per la Scienza e Tecnologia Murli Manohar Joshi annunciò ufficialmente la scoperta: le strutture sommerse trovate nel golfo di Khambat (Cambay) sono i resti di un’antica città che fu cancellata da inondazioni improvvise. Si affermò anche che le rovine dimostrano una notevole somiglianza con i resti delle civiltà della valle dell’Indo, che si svilupparono ad Harappa e a Mohenjo-Daro, intorno al 2700 A.C.
Verso la fine del 2001 furono trovati dei pezzi di legno carbonizzato nelle vicinanze della città sommersa, che vennero datati, con il metodo del carbonio 14, 9500 anni prima di Cristo. Nel 2003 e 2004 l’Instituto Nazionale di Tecnologia Marina dell’India fece altre esplorazioni subaquee, durante le quali furono recuperati dei pezzi di ceramica, indizi di attività artistica e artigianale di un popolo antico. I reperti furono inviati in alcuni laboratori indiani ed europei e, per mezzo del metodo della termoluminescenza, furono datati da 13 a 31 millenni fa. Il geologo indiano Batrinarayan confermò l’autenticità dei ritrovamenti, sostenendo che le reliquie sono state sottoposte ad analisi con la tecnica della diffrazione dei raggi X. In base a questi ritrovamenti la città sommersa di Khambhat sarebbe stata la più antica del mondo risalendo a 9,5 millenni or sono.
Nel maggio del 2001 la oceanografa canadese Paulina Zelitsky, responsabile della Advanced Digital Communications Company decsrisse i risultati di una esplorazione marina nel Mar dei Caraibi, detta Exploramar. Utilizzando un sofisticato robot, dotato di sonar, magnetometro e videocamera, che fu calato nelle profondità del mare e comandato a distanza con un cavo a fibra ottica, fu possibile mappare una zona di fondale immensa, e i risultati furono stupefacenti.
Delle enormi strutture megalitiche situate a ben 600 metri di profondità sono state trovate al largo del Cabo San Antonio, o penisola Guanahacabibes, nell’estremo ovest dell’isola di Cuba. Le strane formazioni sommerse, cubi, parallelepipedi e piramidi, si estendono per ben venti chilometri quadrati. Per la loro grandezza e complessità, sono state battezzate Mega. Per molti è semplicemente una città impossibile, che non si può spiegare con le tecniche scientifiche attuali. Per altri invece le enormi pietre squadrate sono i resti di antiche mura ciclopiche, in quanto dopo un’attenta analisi si giunge alla conclusione che un tempo dette pareti furono esposte agli agenti atmosferici, poiché vi si trovano i resti di un’antica ossidazione. Inoltre in base alle fotografie e ai video divulgati, si nota che esistono delle strutture ripetute come fossero muri utilizzati per abitazioni. Il geologo Manuel Iturralde, che partecipò alle ricerche, sostiene che è possibile che le rovine sommerse siano attribuibili a una civiltà anti-diluviana, che risalirebbe al decimo millennio prima di Cristo.
In seguito a tutti questi ritrovamenti si può giungere alla conclusione che le possibilità che siano esistite delle etnie antidiluviane sono numerose. In effetti lo studio del lunghissimo periodo di tempo durante il quale l’Homo Sapiens ha dominato il pianeta (130 millenni), è solo agli inizi: sembra abbastanza riduttivo pensare che solo a partire dal 8.000 A.C. sia nata la civiltà.
La nostra visione, che definisce la civiltà come una società di persone che praticano l’agricoltura e vivono in villaggi, dandosi delle regole comuni di comportamento, potrebbe essere limitata. Probabilmente alcuni gruppi di umani, pur non raggiungendo livelli tecnologici più avanzati, avevano sviluppato una rete di collegamenti marittimi e praticavano il commercio, basato sul baratto. Non avevano previsto però che la natura può essere a volte brutale, e molti di loro perirono durante gli sconvolgimenti climatici della fine della glaciazione. E’ verosimile pensare che i sopravvissuti si addentrarono all’interno dei continenti, dove poi si mischiarono con altri loro simili.
La prova definitiva di queste ipotesi tuttavia non è stata ancora dimostrata. Probabilmente è il Sud America che, con le sue foreste ancora oggi impenetrabili, racchiude il mistero delle civiltà antidiluviane che prosperarono durante la lunghissima era glaciale. Siamo solo agli inizi di questa avvincente sfida. Il nostro lontano passato, potrebbe fornirci preziose informazioni non solo sulle nostre origini, ma anche su come affrontare il futuro, migliorando così la nostra vita, soprattutto sul piano della serenità.

Yuri Leveratto

Fonte: Yuri Leveratto