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Ahnenerbe, spedizione nazista sull’Himalaya in cerca della razza ariana

October 5, 2021 Leave a comment

Nel 1938 cinque scienziati delle SS partirono per il Tibet credendo alla stramba leggenda di Atlantide e a una presunta migrazione dei popoli nordici

Nel 1935 il capo delle SS naziste Heinrich Himmler creò l’Ahnenerbe, un’unità che aveva il preciso scopo di propagandare e confermare scientificamente le teorie razziste del regime nazista. In particolare, gli accademici arruolati avevano il compito di scovare le tracce della civiltà superiore che aveva vissuto nella leggendaria città di Atlantide, da cui secondo i nazisti discendeva la razza ariana. Secondo una teoria molto in voga allora, Atlantide – che si sarebbe trovata in un punto imprecisato in mezzo all’Oceano Atlantico – sarebbe affondata dopo essere stata colpita da un fulmine, e in seguito alcuni suoi abitanti avrebbero trovato riparo sulle montagne dell’Himalaya.

Questa convinzione era così radicata che tre anni dopo la creazione dell’Ahnenerbe, Himmler mandò cinque uomini in Tibet per scoprire esattamente quali tracce rimanessero degli abitanti ariani di Atlantide, e in che modo si fossero mescolati con le popolazioni locali. La spedizione, che doveva rimanere segreta, durò circa un anno e vi parteciparono tra gli altri uno zoologo con la passione per la caccia e un antropologo.

Come ha raccontato il giornalista indiano Vaibhav Purandare, autore del libro Hitler and India, Hitler odiava la popolazione indiana. Era convinto che intorno al 400 d.C. gli ariani fossero migrati da nord, dal Tibet appunto, e gli indiani si fossero mescolati a loro corrompendone la purezza. Per Hitler, questa vicenda – che peraltro non era sostenuta da nessuna prova – costituiva un vero e proprio crimine, e perciò insultava frequentemente l’India e gli indiani nei suoi scritti e nei suoi discorsi pubblici.

Nonostante questo, per l’Ahnenerbe valeva la pena andare a cercare le tracce della razza ariana da quelle parti. Nel 1938 organizzò la spedizione, a cui parteciparono cinque uomini tedeschi. Purandare scrive che tra loro se ne distinsero soprattutto due. Uno era Ernst Schaefer, zoologo di 28 anni, che era stato due volte nella zona di confine tra India, Cina e Tibet. Era un grande appassionato di caccia, anche se questa sua passione lo aveva portato a uccidere la moglie accidentalmente, scivolando mentre stava per sparare a un’anatra e sbagliando mira (il fatto avvenne circa due mesi prima che la spedizione partisse, ma Schaefer non ritenne che fosse un buon motivo per non farne parte).

L’altro era Bruno Beger, membro delle SS dal 1935 e antropologo. Il suo compito era quello di raccogliere dati anatomici delle persone che avrebbero incontrato per rilevare le «proporzioni, le origini, l’importanza e lo sviluppo della razza nordica» in Tibet. Completavano la spedizione il fisico Karl Wienert, il tassidermista Edmund Geer e il fotografo Ernst Krause, il più vecchio del gruppo.

Anche se non era ancora iniziata la Seconda guerra mondiale, i rapporti tra i paesi europei non erano propriamente distesi. In particolare il Regno Unito – che all’epoca controllava l’India – guardava con sospetto l’arrivo di questi scienziati tedeschi, temendo che fossero spie, ipotesi avanzata anche dal giornale Times of India, che scrisse più volte della spedizione.

A maggio del 1938 i cinque sbarcarono nello Sri Lanka, e poi entrarono in India attraverso l’odierna città di Chennai (allora Madras), proseguendo verso Calcutta e poi verso nordovest, nello stato indiano del Sikkim. Lungo il percorso incontrarono qualche difficoltà con i funzionari politici britannici, ma alla fine dell’anno riuscirono a raggiungere il Tibet, anche perché i britannici stavano portando avanti la politica nota come appeasement, cioè il tentativo – poi rivelatosi clamorosamente fallimentare – di mantenere un atteggiamento conciliante con la Germania nazista al fine di evitare conflitti militari. Da Londra, quindi, arrivò l’ordine diretto di non ostacolare la spedizione, nonostante le preoccupazioni.

Pochi anni prima era morto il tredicesimo Dalai Lama – la massima autorità religiosa e politica del buddismo tibetano – perciò il regno tibetano, che in quegli anni era di fatto indipendente anche se costantemente minacciato dalla Cina, era guidato da un nuovo Dalai Lama di 3 anni e da un reggente. Purandare racconta che le autorità tibetane, forse per via della transizione politica in atto, trattarono «eccezionalmente bene» i tedeschi in visita. Questi peraltro si imbatterono di frequente nella svastica, un simbolo molto usato nei paesi buddisti e induisti e diffusissimo in Tibet, con connotazioni ovviamente diverse da quelle naziste.

Nel corso della sua permanenza, per esempio, Beger ebbe rapporti molto pacifici con i tibetani, e in qualche caso svolse anche le funzioni di medico. Nel frattempo, però, misurò i crani e le caratteristiche fisiche di centinaia di persone, rilevando i calchi delle teste, dei volti, delle mani e delle orecchie, raccogliendo impronte digitali e manuali e scattando circa 2.000 fotografie. Un altro membro della spedizione girò 18.000 metri di pellicola e scattò 40.000 fotografie. Per quello che se ne sa, è improbabile che i tibetani fossero a conoscenza dello scopo di quelle misurazioni.

Nel 1939 iniziò la guerra e la spedizione dei cinque fu bruscamente interrotta. Furono fatti rimpatriare, e quando il loro aereo atterrò a Berlino li accolse Himmler in persona. Tutto il materiale raccolto venne studiato negli anni successivi, e Schaefer fece anche in tempo a pubblicare alcuni libri sulle ricerche effettuate. Tuttavia, nel 1945 la Germania si arrese e, durante l’invasione degli Alleati americani, inglesi e russi, la maggior parte del materiale che conteneva i risultati delle ricerche andò distrutto. Negli anni successivi l’oblio che subirono certi aspetti vergognosi del nazismo ha fatto sì che nessuno cercasse di ricostruire a quali conclusioni fossero arrivati i cinque scienziati nazisti.

Fonte: Il Post

Bibliotheca Philosophica Hermetica, la casa delle teste sede de L’Ambasciata Del Libero Pensiero

April 2, 2021 Leave a comment

La casa delle Teste venne eretta come residenza per il ricco mercante e collezionista Nicolas Sohier. Il progetto venne commissionato nel 1621 al grande architetto Hendrick de Keyser il Vecchio  e venne ultimato nel 1622. E’ classificata come monumento nazionale.

Sorge sul Keizersgracht e rappresenta un notevole esempio dell’architettura rinascimentale olandese.

Il Keizersgracht (“Canale dell’Imperatore”) è – insieme al Prinsengracht e allo Herengracht – uno dei tre canali (in olandese, al singolare: gracht) principali del centro storico di Amsterdam: iniziato nel 1612intitolato all’imperatore Massimiliano d’Austria è il largo canale del centro cittadino e il più centrale dei tre canali principali.

Nel 2006, la casa fu ceduta all’uomo d’affari e collezionista d’arte Joost Ritman, che vi trasferì alcuni volumi sull’alchimia e il misticismo provenienti dalla Biblioteca Philosophica Hermetica, di cui è proprietario.

Un antico palazzo nel cuore di Amsterdam ospita “L’Ambasciata del libero pensiero”, con i suoi 25mila testi ermetici e gnostici. Che ora vengono digitalizzati grazie al suo frequentatore più celebre: l’autore del ” Codice da Vinci”

È Dan Brown uno dei più assidui frequentatori della Bibliotheca Philosophica Hermetica, ribattezzata “Ambasciata del libero pensiero” da quando, due anni fa, i suoi venticinquemila volumi sono stati trasferiti nel seicentesco Palazzo delle Teste del Keizersgracht, uno dei canali più eleganti di Amsterdam.Grato per avervi forse scoperto un’oscura setta satanica o qualche formula esoterica da inserire nei suoi romanzi, l’autore di Inferno e del Codice da Vinci ha donato alla biblioteca 300mila euro, subito impiegati per digitalizzare la sua straordinaria collezione di testi ermetici, mistici, cabalistici, rosacrociani, massonici, gnostici e alchemici. «Grazie a quei soldi sono già online quasi cinquemila opere e trecento manoscritti, tutti pubblicati prima del Novecento», mi spiega la direttrice Esther Ritman, una gigantessa bionda con gli occhi azzurro ghiaccio e il sorriso gentile. «Conserviamo soprattutto trattati di filosofia ermetica, che sono anche la parte predominante del nostro programma di acquisizioni».

L’ufficio della Ritman è al primo piano di questo palazzo ultimato nel 1622, dieci anni dopo che ad Amsterdam si cominciarono a scavare i canali.

Salvo poche modifiche è rimasto uguale ad allora, con pavimenti di legno lucidato, porte in noce e ampi camini in ogni stanza. È qui che la direttrice mostra a Repubblica alcune gemme della sua collezione, cominciando con un’opera del XVII secolo nella cui epigrafe si rende omaggio alla famiglia dei ricchi e illuminati mercanti De Geer, primi proprietari del palazzo.

Oltre a importare spezie e sete dalle Indie Orientali, i De Geer ospitavano artisti e letterati, offrivano rifugio a chi era perseguitato e custodivano in casa oltre cinquemila libri, che per l’epoca era una cifra da primato. «Un po’ come mio padre Joost, brillante uomo d’affari e insieme appassionato di spiritualismo, che colleziona testi ermetici dall’età di 23 anni, e cioè da quando mia nonna gli regalò Aurora del filosofo e teologo tedesco Jacob Böhme, uno dei principali esponenti del misticismo cristiano moderno.

Nel 1984, mio padre decise di aprire al pubblico la sua biblioteca privata per condividere con il resto del mondo i tesori di saggezza che vi aveva accumulato.

L’Ambasciata del libero pensiero è frutto della sua passione per chi si è dedicato alla ricerca del significato dell’esistenza, in particolare per chi considera l’uomo un miracolo, “una vera meraviglia, alla quale si deve onore e venerazione” come scrissero gli ermetici, perché specchio sia della natura sia della sfera divina».

La collezione del Palazzo delle Teste è anche un tributo ad Amsterdam, che secondo la Ritman è la capitale mondiale dell’ermetismo assieme a Firenze e Venezia, città dove ha recentemente partecipato all’allestimento di due mostre: una su Giordano Bruno, l’altra su un personaggio leggendario di età preclassica, Ermete Trismegisto, ritenuto l’autore del Corpus hermeticum.

Ora, nella sua biblioteca sono conservate anche molte opere sulla libertà d’opinione, pubblicate proprio nella prima città d’Olanda. «Già, perché se il Seicento è stato in Europa un secolo funestato dalle guerre di religione, ad Amsterdam si stampavano i libri messi all’indice altrove, ognuno poteva credere in ciò che voleva e i governanti dell’epoca già cercavano di accontentare il filosofo Baruch Spinoza quando chiedeva loro di garantire la libertà ai cittadini senza mai opprimerli», dice ancora Esther Ritman. «È del resto lo stesso Spinoza che nel suoTrattato teologico- politico del 1670 asserisce che i miracoli non sono segnali divini bensì fenomeni naturali, perché uno come lui che voleva liberare il popolo dalla superstizione tollerava soltanto la religione del raziocinio».

Grazie ai tesori della biblioteca che si affaccia sull’esclusivo Keizersgracht è stata anche creata la cattedra di Ermetica all’Università di Amsterdam, con studenti e professori che possono gratuitamente consultare tutte le opere in catalogo. Ma questa raccolta di libri antichi è importante anche per un altro motivo. Infatti, sostiene la direttrice, se siamo abituati a credere che la filosofia occidentale dipenda solo da alcuni grandi pensatori quali Platone, Cartesio o Kant, non va dimenticato che il pensiero moderno s’è forgiato anche grazie all’influenza della corrente ermetica, immaginata quasi duemila anni fa da pensatori sconosciuti.

«All’inizio del Rinascimento, questa filosofia riapparve. E fu anch’essa strettamente legata al processo di modernizzazione della società occidentale, con la riscoperta di opere dell’antichità e trovando divenute così fonte l’ispirazione per un progetto di rinnovamento culturale. Nel 1471, l’umanista Marsilio Ficino tradusse dal greco la summa dell’ermetica di Trismegisto e la consegnò nelle mani di Cosimo de’ Medici. Ebbene, quel testo divenne una sorta di bestseller dei suoi tempi influenzando radicalmente tutto il secolo successivo», aggiunge la direttrice.

A lungo gli storici hanno trattato l’ermetica come una curiosità di poca importanza. Così come l’astrologia e la magia, essa non combaciava con la loro immagine del Rinascimento, fondamento del mondo razionale e moderno, sebbene lo stesso Isaac Newton scrivesse più di alchimia che di qualsiasi altro argomento.Dice ancora la Ritman: «Negli ultimi decenni s’è finalmente capito l’errore. E sappiamo oggi che il pensiero ermetico costituisce un elemento essenziale nell’evoluzione del nostro pensiero, poiché indissolubilmente legato alla modernità della cultura occidentale».

L’Ambasciata del libero pensiero contiene anche un museo di tele e sculture che raffigurano temi sacri e filosofici, allestito in un palazzo che è un luogo incantato.

Quest’imponente edificio con sei teste romane che ne ornano la facciata fu costruito secondo i criteri armonici del Rinascimento olandese. E anche secondo i canoni estetici di una certa “saggezza mercantile”, tipica della città che da quattrocento anni esalta la tolleranza.

La direttrice Esther Ritman: “Con il nostro patrimonio vogliamo tenere alta la bandiera della tolleranza e dell’incrocio tra saperi, nello spirito che fu di Spinoza”

Fonte: Nel Delirio Non Ero Mai Sola

Femminicidio di massa denominato caccia alle streghe

January 22, 2020 Leave a comment

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Nell’opera di Boffo, la caccia alle streghe appare come un monito, una punizione esemplare alle donne che osano disobbedire alle regole di una società rigidamente gerarchizzata. Il Bloc Notes di Michele Magno

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

In un’epoca in cui è tristemente entrato nel linguaggio corrente il neologismo “femminicidio”, vale la pena ricordare quel femminicidio di massa che fu la cosiddetta caccia alle streghe, una tragedia spaventosa che devastò il suolo europeo tra il quindicesimo e il diciottesimo secolo. Nessuno è riuscito a calcolare quante furono le vittime dell’eccidio. Molti registri e verbali sono andati persi, spesso distrutti volontariamente da inquisitori e giudici via via che la rivoluzione francese spazzava l’oscurantismo dell’Antico Regime. Sta di fatto che decine di migliaia di donne, forse centinaia di migliaia, furono incarcerate o martirizzate e uccise grazie a imputazioni grottesche.

Come ha osservato Valerio Evangelisti (di cui sono debitore per queste note), numerosi studiosi hanno provato a indagare le ragioni di questa follia sanguinaria (introduzione a “Femmina strega” di Mario Boffo, Stampa Alternativa, 2017). Ma una risposta univoca ancora non è stata data. Certamente pesò il disprezzo per il sesso femminile, ereditato dall’ebraismo e iniettato nel cristianesimo dai padri della Chiesa, da Tertulliano come da Agostino e Tommaso d’Aquino. In un edificio ecclesiastico ancora fragile, contarono anche i timori per il riaffacciarsi, dietro la proliferazione delle eresie, di un paganesimo mai completamente debellato.

Questi fattori, uniti al bisogno di esercitare un controllo politico e sociale sui fedeli, favorirono una colossale azione di propaganda contro le streghe, accusate di praticare la magia nera e l’arte del maleficio, di essere strumento di Satana e fonte delle carestie e delle epidemie che affliggevano le città e i villaggi. Nel 1468, quando Paolo II stabilì che la stregoneria era “crimen exceptum”(“delitto speciale”), il compito di sradicarla cessò di essere prerogativa dell’Inquisizione e fu esteso ai tribunali civili, dove non esisteva il divieto di versare sangue imposto a quelli religiosi.

Fu allora che in diversi paesi del Vecchio continente furono inventati i più disparati e crudeli congegni di tortura, a volte espressamente modellati sulla fisiologia del corpo femminile. Mentre gli assurdi e indimostrabili capi d’accusa restavano affidati a manuali come il “Malleus Maleficarum” (“Il martello delle malefiche”) del frate domenicano Heirich Kramer (1487) o a trattati sulla “Demonolatria” come quello del giurista cattolico Nicolas Rémy (1595).

La narrativa di genere fantastico sulla stregoneria è sterminata, e anche il cinema ha contribuito a diffondere discutibili stereotipi del fenomeno. Altri testi, invece, ne forniscono una descrizione fondata su solide basi documentarie. A parte i saggi di Jules Michelet (“La strega”, 1862) e Aldous Huxley (“I diavoli di Loudun”, 1952), in tempi più recenti proprio in Italia sono stati pubblicati tre romanzi dotati di grande attendibilità storica e dignità stilistica: “La chimera”, di Sebastiano Vassalli (1990); “Strega”, di Remo Guerrini (1991); e, appunto, il citato “Femmina strega” di Boffo, edito per la prima volta nel 2004.

Ambientati in province diverse (Novara, Imperia e Benevento), raccontano tutti e tre le vicende di giovani donne cadute nel perverso ingranaggio del sospetto e della delazione; fino a una sorte tragica in Vassalli, e a una paradossalmente benigna negli altri due autori. È però soprattutto Boffo a individuare senza mezzi termini nella repressione della femminilità il punto nevralgico della persecuzione delle “malefiche”, e a sostenerla — sulle tracce di Michelet — in una densa postfazione al suo romanzo. Nella sua opera, la caccia alle streghe appare come un monito, una punizione esemplare alle donne che osano disobbedire alle regole di una società rigidamente gerarchizzata, come il “Formicarius” (1437), il formicaio del priore del convento di Norimberga Johann Nider.

Le quasi quotidiane cronache di violenza sulle donne dei nostri giorni rendono quanto mai attuale il libro di Boffo. Nonostante gli innegabili progressi compiuti sul terreno della parità dei diritti di genere, infatti, ancora oggi la “strega” (la donna) è perseguitata quando prova a scavalcare i confini della tradizionale triade famiglia, maternità, coppia. Accanto a sopraffazioni efferate come l’omicidio, l’ustione, l’acido, il medioevo tecnologico in cui viviamo ha suscitato nuove forme di “rogo”: la diffusione via web di contumelie, commenti e giudizi che scaricano sulle donne la responsabilità di una molestia o di uno stupro subito. Non fortuitamente, un’indagine fresca di stampa dell’Istat ha certificato che, per un quarto degli italiani, per una ragione o per l’altra “se lo sono cercato”.

Il cammino, dunque, è ancora lungo prima che l’altra metà del cielo trovi il posto che le compete nella società. Ma Boffo è convinto — e chi scrive con lui — che presto o tardi questo avverrà. E “solo allora il principio maschile e quello femminile dell’universo raggiungeranno un sereno equilibrio nel più ampio senso della condizione umana”.

di Michele Magno

Fonte: Startmag

Gornaya Shoria, sito megalitico di possibile natura artificiale in Siberia

December 9, 2017 Leave a comment

Gornaya Shoria

La partita si gioca tutta in Siberia: se dovesse essere confermata la natura artificiale del sito megalitico di Gornaya Shoria verrebbe automaticamente riscritta tutta la storia umana.

Nel cuore delle gelide montagne siberiane è stato riportato alla luce un antichissimo e sorprendente sito megalitico le cui origini sono tuttora oggetto di accesi e animosi dibattiti da parte dei ricercatori di tutto il mondo. Queste eccezionali strutture sono situate sulla cima del “Monte Shoria” a Gornaya Shoria, ad est delle fitte montagne meridionali di Altai, e sono stati trovati e fotografati per la prima volta nel 2013 dal ricercatore indipendente Georgy Sidorov, durante una spedizione organizzata proprio sui freddi luoghi siberiani.

Sembrerebbe esclusa l’ipotesi che si tratti di formazioni geologiche naturali, malgrado gli accademici e i geologi stessi si siano affrettati a precisare fin da subito il contrario, rifugiandosi come spesso accade in questi casi nella più sfrenata ortodossia.
Appare evidente invece attraverso le immagini, le riprese e i tanti dati raccolti sul campo dai ricercatori che hanno studiato personalmente il sito che siamo difronte a delle strutture artificiali, poiché i mastodontici blocchi presentano evidenti tagli simmetrici, superfici appiattite e sagomate, tagli operati in maniera orizzontale e verticale con angoli e spigoli a 90°.

Mura mastodontiche, non costruibili neanche con la tecnologia moderna

Questi sensazionali blocchi sia singoli che incastrati gli uni sugli altri sembrano rassomigliare in maniera sorprendente alle famose “mura ciclopiche” presenti in Europa, e più in generale sul suolo di ogni continente, come anche alle maestose piattaforme conosciute comunemente come “Trilithon”.

Ad oggi, si crede che la “Pietra di Janeen”, ovvero l’impressionante monolite rinvenuto nel 2014 in Libano presso il sito archeologico di Baalbek sia il blocco di pietra lavorato più pesante nella storia della terra, con il suo impressionante peso di 1660 tonnellate.

Qualora venisse ufficialmente confermata dai ricercatori la natura artificiale delle mura megalitiche di Gornaya Shoria verrebbe automaticamente riscritta la storia, poiché molte di queste gigantesche pietre di granito si stima possano arrivare a pesare addirittura oltre le 3.000 tonnellate, un peso assolutamente sconcertante, superiore addirittura di ben 2-3 volte ai più pesanti megaliti presenti a Baalbek, e più in generale di tutte le antiche rovine megalitiche rinvenute fino ad oggi sul vasto suolo terrestre.

Gli altri siti megalitici nel mondo

È ampiamente risaputo che i territori russi presentano un alto numero di antiche costruzioni megalitiche, che però sono state inspiegabilmente trascurate dagli storici e dagli studiosi nel corso degli ultimi secoli.
Solamente negli ultimi decenni, grazie anche all’interesse di tanti ricercatori indipendenti, molte di queste strutture sono state esplorate, fotografate e portate finalmente alla ribalta dell’opinione pubblica mondiale.

Un esempio sono i numerosi “Dolmen”, particolari strutture megalitiche preistoriche a camera singola, anch’essi presenti in ogni luogo terrestre.
Oppure le mirabili piramidi bosniache scoperte nel 2013 nella città di Visoko dall’archeologo freelance Semir Osmanovic e che, stando ad alcuni approfonditi studi, sarebbero addirittura da datare a 30.000 anni fa, ovvero decine migliaia di anni prima della nascita delle prime culture organizzate.

Certo, rimane il dilemma, il grande dilemma, di come blocchi di questa portata siano stati posizionati da normali esseri umani con una precisione maggiore di quella ottenuta nelle cave moderne, considerando anche che ad oggi (2017) il peso massimo attualmente issato dalla gru (fissa) più potente al mondo si aggira intorno alle 1000/1200 tonnellate.

Questi megaliti sono stati trasportati sulla cima del monte Shoria, come anche nel caso dei siti megalitici peruviani di Ollantaytambo e Machu Picchu, per poi venire assemblati in maniera così precisa da non lasciare spazi fra un masso e l’altro, e al punto tale che la lama di un coltello non riesce a penetrare negli interstizi.

Nessuna civiltà poteva secondo la storia produrre Gornaya Shoria

Stando alla storiografia ufficiale, sarebbe assolutamente impossibile che degli esseri umani che abitavano queste terre svariati millenni prima della nascita delle prime culture organizzate, in possesso nel migliori dei casi soltanto di vetusti utensili in pietra, siano stati capaci di realizzare delle architetture così sopraffine da apparire illogiche e misteriose persino agli occhi di uomini appartenenti ad un’epoca dal così alto livello tecnologico come quella attuale.

Appare quindi abbastanza evidente l’impossibilità di realizzare queste opere da parte delle genti dell’epoca, e ciò può significare solo una cosa, ovvero che in piena preistoria una grande civiltà globale con i suoi simboli e una potente capacità in campo edilizio, si stanziò sulla Terra e costruì maestose opere architettoniche nel bel mezzo del continente europeo e più in generale in ogni luogo del vasto spazio terraqueo.

Questa civiltà mostra anche una certa unità culturale, e la sua storia ha molto a che vedere con quanto riportato in tutte le antiche leggende e mitologie tramandate dagli uomini.
Certo, un’evoluzione fatta di piccoli e tortuosi passi, una stratificazione di montagne senza diluvi, una lenta e faticosa acquisizione di capacità cognitive, linguistiche, tecniche, artistiche, scientifiche, a partire dal tempo in cui ci siamo innalzati da terra diventando da quadrupedi bipedi, ogni giorno di più ha il sapore di una spiegazione buona solo per i tanti fratelli Grimm del Settecento, ma che oggi come oggi, alla luce delle evidenze archeologiche e paleontologiche non convince per nulla chi appena un po’ abbia il coraggio di mettersi semplicemente a pensare.

a cura di Giuseppe Di Re

Fonte: Nibiru 2012

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San Michele Arcangelo, sette santuari dedicati all’arcangelo

July 18, 2017 Leave a comment

 

Sapete cosa abbiano in comune le due isole tidali di St Michael’s Mount in Cornovaglia e Mount Saint-Michel in Normandia, l’isolotto di Skellig Michael in Irlanda, la Sacra di San Michele in Val di Susa, il santuario di San Michele Arcangelo presso Foggia, il Monastero dell’isola di Symi, in Grecia, ed il Monastero del Monte Carmelo in Israele?

La risposta è che sono tutti santuari dedicati all’arcangelo San Michele, il cui culto, di origine orientale, risale all’imperatore Costantino, che fece per primo erigere un maestoso santuario a Costantinopoli, il Micheleion.

1 – Il viaggio inizia da Skelling Island in Irlanda:

Verso la fine del V secolo, il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa a seguito della presunta apparizione dell’arcangelo Michele a San Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto, l’8 maggio del 490, ed alla conseguente edificazione del già citato santuario di San Michele in Puglia in suo onore, tempio che divenne meta, nel Medioevo, di un ininterrotto flusso di pellegrinaggio in partenza verso la Terrasanta.

2 – Sotto, Saint Michael’s Mount in Cornovaglia:

Verso la fine del V secolo, il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa a seguito della presunta apparizione dell’arcangelo Michele a San Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto, l’8 maggio del 490, ed alla conseguente edificazione del già citato santuario di San Michele in Puglia in suo onore, tempio che divenne meta, nel Medioevo, di un ininterrotto flusso di pellegrinaggio in partenza verso la Terrasanta.

2 – Sotto, Saint Michael’s Mount in Cornovaglia:

Giungo a Marazion, un pittoresco borgo marinaro a sud-ovest della Cornovaglia, adagiato su di una baia, la Mount’s Bay, e la vista di St Michael’s Mount mi toglie il respiro: l’isolotto, meta del mio viaggio, è vicinissimo e si staglia, verdeggiante, contro un cielo insolitamente limpido, in una giornata di sole accecante, come di tanto in tanto accade a queste latitudini.

Giungo a Marazion, un pittoresco borgo marinaro a sud-ovest della Cornovaglia, adagiato su di una baia, la Mount’s Bay, e la vista di St Michael’s Mount mi toglie il respiro: l’isolotto, meta del mio viaggio, è vicinissimo e si staglia, verdeggiante, contro un cielo insolitamente limpido, in una giornata di sole accecante, come di tanto in tanto accade a queste latitudini.

3 – Sotto, Mont Saint Michel in Francia:

La baia che circonda l’isola si rivela calma e rassicurante solo per brevi istanti, ai miei occhi di turista innamorata della Cornovaglia, perché mi viene subito spiegato che dall’Ottocento in poi si sono registrati più di 150 naufragi in queste acque, che possono diventare inaspettatamente infide per i naviganti.

St Michael’s Mount, che nel dialetto locale è chiamato « Karrek Loos Yn Koos», che tradotto suona come «la grigia roccia nel bosco», era forse l’antica Ictis, il luogo in cui nell’antichità i mercanti convergevano per acquistare lo stagno estratto in Cornovaglia.

4 – Sacra San Michele in Val di Susa:

Secondo la leggenda San Michele sarebbe apparso nel 495 a un gruppo di benedettini provenienti da Mont Saint-Michel in Normandia e così, quando Edoardo il Confessore fece dono dell’isola all’abate Bernard Le Bec nell’XI secolo, apparve naturale consacrare l’abbazia al miracoloso arcangelo. D’altronde, con l’omonima isola francese, St Michael’s Mount condivideva la natura tidale, la forma conica e l’essere l’ambita meta di pellegrinaggio per più di tre secoli, finendo per diventare uno dei più importanti centri religiosi e culturali del Medioevo inglese.

5 – Basilica di San Michele in Monte Sant’Angelo:

trasformata in un avamposto militare, a difesa di eventuali attacchi spagnoli o francesi. Quando nel 1588 l’Invincibile Armada spagnola (che gli inglesi, con un certo disprezzo chiamano semplicemente «Spanish Armada», «Armata spagnola»), ovvero la flotta di Filippo II che mirava a punire l’avversaria inglese, fu avvistata sull’isola di St Michael’s Mount, fu acceso subito un faro per segnalare a Londra l’imminente arrivo delle navi nemiche, atto che fu replicato ovunque sulle coste meridionali del paese.

Nel 1650 St Michael’s Mount fu acquistata da Sir John St Aubyn per divenire una sontuosa dimora gentilizia, destinata a trasformarsi in un vero e proprio castello in epoca vittoriana, grazie all’opera dell’architetto Piers St Aubyn, appartenente alla medesima famiglia nobiliare che da secoli detiene il possesso dell’isola.

6 – il Monastero di San Michele a Symi:

La bassa marea è il momento in cui questo piccolo gioiello, altrimenti raggiungibile in barca, si riunisce alla terraferma, il momento ideale per respirare i profumi delle piante esotiche che prosperano nell’isola dal XVIII secolo. Questo delizioso lembo di terra dal nome poetico ha anche una posizione non casuale: fa parte, infatti, dei sette luoghi sacri dedicati all’arcangelo San Michele. Curiosamente, tutti i luoghi, dall’isola di Skellig Michael, che è quella che è situata più a nord, al Monastero del Monte Carmelo, appaiono allineati su di una retta che, prolungata in linea d’aria, conduce idealmente a Gerusalemme.

Questa misteriosa linea immaginaria secondo alcuni non rappresenterebbe altro che il colpo di spada con cui l’arcangelo San Michele respinse il demonio, relegandolo per sempre all’inferno.

7 – Sotto, il Monastero del Monte Carmelo ad Haifa, punto terminale della linea dell’Arcangelo:

La misteriosa linea sacra dei luoghi di culto di San Michele, principe della milizia celeste, invocato contro Lucifero e gli spiriti maligni, sorge su una delle cosiddette «lay lines», ossia una delle linee rette che toccano dei punti particolari nel mondo, considerati emanatori di forti energie, di alto valore simbolico e di spiritualità sin da epoche molto antiche.

L’allineamento dei santuari, situati ad una distanza simile tra loro tra loro, in perfetto allineamento con il tramonto del sole nel giorno del Solstizio d’estate, rimandano forse all’invito al viandante a seguire la strada della rettitudine morale e del rispetto delle regole divine.

Giovanna Potenza

 

Koh Tao, i decessi enigmatici dell'”isola della morte”

July 12, 2017 Leave a comment

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In Thailandia, mistero su sorte sette turisti occidentali da 2014

Sabbia dorata e acque cristalline, fondali da sogno per le immersioni, visitatori giovani e spensierati: Koh Tao avrebbe tutto per far parlare di sé solo in termini positivi. Ma la piccola isola nel Golfo di Thailandia è ora famosa per ben altro: dal 2014 sette turisti occidentali, tutti meno che trentenni, sono morti qui in circostanze misteriose. Troppi, per un paradiso tropicale. Tanto che i tabloid inglesi – cinque delle sette vittime erano britanniche – hanno soprannominato Koh Tao “death island”: l’isola della morte.

L’ultimo caso sospetto è quello della trentenne belga Elise Dallemagne, morta a fine aprile e ritrovata impiccata nella foresta con il corpo sfigurato dai varani. La polizia ha prima puntato il dito contro il guru di un ashram indiano di cui la giovane faceva parte, ma ora propende per il suicidio: un’ipotesi che la madre però esclude. Se se ne parla a due mesi di distanza, è perché il caso è stato riaperto solo dopo la tardiva rivelazione di un quotidiano locale. Il mistero e il muro di gomma delle autorità locali hanno rilanciato la nomea che da anni rincorre l’isola, 21 kmq con duemila residenti e centinaia di migliaia di turisti – in particolare backpacker – l’anno. E’ noto che potenti clan locali protetti da influenti politici vicini all’attuale giunta militare controllano l’isola, con la connivenza della polizia.

Il doppio omicidio del settembre 2014, quando gli inglesi Hannah Witheridge e David Miller furono massacrati di notte sul bagnasciuga, è l’unico delitto “ufficiale”. La “maledizione di Koh Tao” non si è però esaurita lì. Nel gennaio 2014, il corpo dell’inglese Nick Pearson fu recuperato in mare. Un anno dopo, il francese Dimitri Povse venne ritrovato impiccato, e la giovane inglese Christina Annesley morì per un mix di alcol e antibiotici. Nel 2016, il britannico Luke Miller annegò in piscina. E dallo scorso febbraio si sono perse le tracce di una turista russa.

Con oltre 32 milioni di visitatori stranieri l’anno, è normale che dei turisti muoiano nel “Paese dei sorrisi”: l’alto tasso di incidenti stradali, le scarse misure di sicurezza e l’alto uso di droghe e alcol specie da parte di giovani occidentali sono un fattore. Ma nel caso di Koh Tao, ognuna di queste morti è tuttora circondata dai sospetti di omicidio, con versioni della polizia altamente dubbie. L’annegato Pearson? Caduto dagli scogli, anche se il cadavere non aveva fratture. L’impiccato Povse? Suicidio, nonostante avesse le mani legate. I genitori della Annesley e di Miller non credono alla versione ufficiale.
Quanto alla polizia, il suo primo istinto pare sempre essere quello di dichiarare il caso risolto il prima possibile.

Tra le autorità thailandesi, da quelle provinciali ai ministeri, è evidente l’interesse primario nel proteggere la gallina d’oro del turismo, che contribuisce a oltre il 10 per cento del Pil.
Così si spiegano i tentativi di mettere a tacere le versioni non gradite: per l’uso del termine “isola della morte”, la provincia di Surat Thani – di cui Koh Tao fa parte – ha denunciato per diffamazione il quotidiano locale che ha fatto lo scoop sul caso Dallemagne. Il silenzio ha un prezzo: per il doppio delitto del 2014, al termine di indagini farsesche, sono stati condannati a morte due birmani largamente considerati capri espiatori. Ma i turisti dimenticano in fretta. E a Koh Tao, chi ha svariati segreti da nascondere è pronto ad accoglierli con un sorriso.

Fonte: Ansa

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Valbruna, mistero dell’Atlantide dell’Adriatico

November 9, 2016 Leave a comment

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Nessuna certezza ne attesta l’esistenza. Non sono elementi probanti alcuni documenti storici, 2 leggende e tanti misteriosi sassi che si intravvedono nelle profondità del litorale che si estende davanti al promontorio di Gabicce Monte, poco distante da Cattolica.

Oggi quella dell’Atlantide dell’Adriatico sarebbe poco più di una leggenda, ma intrisa di tanto mistero. Da secoli pescatori e turisti si soffermano ad osservare, rapiti dalle storie che raccontano di una città sommersa nelle profondità del litorale fra Romagna e Marche.

C’è chi ha assicurato di aver visto distintamente il braccio di una statua, uno stemma, un Capitello o un qualsiasi resto archeologico, confuso fra i sassi adagiati in quelle acque buie e profonde. Turisti e pescatori continuano le ricerche, convinti che forse un dettaglio potrà regalare loro la convinzione che Vallebruna sia davvero esistita e, a causa di eventi drammatici, sia precipitata negli abissi in epoche remote e mai più riemersa e ritrovata.

Da testimonianze tramandate, viaggiatori d’altri tempi hanno narrato di aver visto torri sommerse e le mura della città di ‘Conca’, come era definita negli scritti di varie epoche la città.
Il termine Conca aveva il significato di ‘città profondata’, la stessa che per oltre 3 secoli era stata una presenza concreta nei disegni delle mappe territoriali, che delineavano la zona della Costa romagnola.
In epoche diverse i pescatori hanno assicurato che le loro reti sono rimaste impigliate in elementi sommersi non meglio identificati, strutture delle quali però non hanno trovato tracce concrete i sub, che si sono spinti più volte alla ricerca di qualche elemento che attestasse la veridicità della presenza.

A Cattolica la leggenda si tramanda già a partire dal Cinquecento e riporta sino a noi la notizia che la città sommersa sarebbe un agglomerato urbano di origine romana o bizantina.
Gli storici osservano con il dovuto scetticismo alcuni scritti come quello di Raffaele Adimari, che nel 1610 racconta di una traversata su una barca con alcuni pescatori di ostriche, e al recupero, insieme ai molluschi, del “quadrello” di una torre.
Le narrazioni di Adinari potrebbero essere veritiere “ma quello che probabilmente ha visto sono i resti di strutture portuali quattro-cinquecentesche oggi sommerse che forse si trovavano nella zona detta “Punta della valle”, l’unico tratto del litorale di Cattolica che, anziché avanzare, negli ultimi secoli ha “perso terreno”, lasciando spazio al mare” ha spiegato Maria Lucia De Nicolò, storica dell’Università di Bologna.
Anche gli elementi scientifici tendono ad escludere la presenza di un’antica città sommersa. Il luogo in cui le mappe davano per certa l’esistenza di Vallebruna, nell’epoca citata, in realtà era già coperto dal mare. Nei secoli successivi la costa ha continuato ad avanzare e, come ha riferito Paolo Colantoni, geologo marino e docente di Sedimentologia all’Università di Urbino, la misteriosa città, secondo quanto narrato circa la posizione, non potrebbe trovarsi sommersa dal mare ma piuttosto nell’area territoriale dell’entroterra.

La leggenda potrebbe addirittura aver avuto origine da un’errata interpretazione degli storici di un vecchio documento o da un errore di trascrizione che, con il tempo, ha generato l’equivoco e fissato le basi perchè l’idea di una città sommersa potesse essere una realtà.
Oggi l’ipotesi più accreditata è che se un’antica città fosse davvero esistita i resti andrebbero ricercati sottoterra e non nelle profondità del mare.

Il fascino della leggenda resta però immutato nei secoli e la ricerca non si è mai sopita. Sono in tanti infatti a credere che quel che si osserva nel profondo degli abissi non possono che essere i resti dell’Atlantide dell’Adriatico e gli strani sassi nei quali ci si imbatte, passeggiando sul litorale, ricordano forme d’altri tempi.
Sui sassi di Valbruna e l’Atlantide dell’Adriatico si consigliamo di leggere notizie anche sulle pagine web di Cattolica.info (vedi link).

Fonte: MondoRaro

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Courmayeur, misteri e bagliori incredibili sul Monte Bianco

August 27, 2014 Leave a comment

Monte Bianco

L’ultima è quella del sindaco di St-Gervais-Les-Bains, località dell’Alta Savoia francese incastrata nel massiccio del Monte Bianco, che si è dovuto muovere per vietare il pellegrinaggio new age di un’organizzazione spirituale inglese che sostiene l’esistenza degli Ufo. Volevano andare sul Nid d’Aigle, ai bordi del ghiacciaio di Bionassay: «È un luogo carico di energia spirituale di un essere cosmico, venuto da un altro mondo». Eccentrici mattocchi? Chissà. Il Monte Bianco quel certo fascino misto a inquietudine l’ha sempre suscitato. In passato era noto come Mont Maudit (Monte Maledetto) e fiorivano leggende su spiriti maligni che lo infestavano.

Superstizioni di tempi ormai remoti? Mica tanto. Nel 1956, a Courmayeur, successe l’incredibile con l’arrivo di «Fratello Emman», alias il pediatra milanese Elia Bianca. Affittò il rifugio Pavillon, sul Mont Fréty, e lo trasformò nell’Arca che avrebbe dovuto salvare 7000 persone all’Apocalisse imminente. Al «profeta» erano arrivate rivelazioni secondo cui il mondo sarebbe finito alle 13,45 del 14 luglio 1960, a causa di un ordigno nucleare al mercurio che avrebbe causato terremoti, maremoti e distruzioni. L’avventura di Fratello Emman non si concluse come (da lui) previsto, ma l’arte oratoria non fece difetto al profeta mancato: «Prego i signori della stampa – disse scoccata l’ora della verità – di prendere nota: tutte le notizie inerenti l’Apocalisse, fissata per le ore 13,45 di oggi, addì 14 luglio 1960, erano da considerarsi errate. Ringrazio Iddio per l’errore… Tutti si possono sbagliare».

Secondo il Centro Italiano Studi Ufologici nella sola Valle d’Aosta dal 1947 gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati sono stati oltre 50. Nel novembre 2012 le agenzie batterono la notizia di alcuni testimoni che da Courmayeur avevano visto un disco infuocato schiantarsi sul Bianco, dalle parti del rifugio Boccalatte. Forse un pallone aerostatico, ma le ricerche del Soccorso alpino e della Guardia di finanza furono presto interrotte. Tra i testimoni di oggetti misteriosi sui cieli della Valle c’è anche Luciano Caveri, deputato alla Camera per quattro legislature ed ex europarlamentare, che prima di entrare in politica era cronista alla Rai. Domenica 15 settembre 1985, poco dopo le 9, sui cieli di Aosta apparve un corpo luminoso, che sarebbe rimasto fermo in quota per tre ore a un’altezza variabile tra i 35 mila e i 50 mila piedi. Caveri filmò l’avvistamento con la sua troupe noleggiando un aereo da turismo: «Io non credo ai marziani, sia chiaro, ma certo – raccontò subito dopo – era un fenomeno strano: l’Ufo che abbiamo visto e ripreso volava ad almeno 5000 metri sopra il nostro aereo, e lo vedevamo bene. Doveva essere grosso come una casa, era triangolare ed emetteva bagliori metallici». Daniele Mammoliti

Fonte: La Stampa – Aosta

Azzorre, struttura piramidale inabissata scuote vetuste credenze antidiluviane

October 1, 2013 Leave a comment

piramide_azzorre

A trovare questa vasta struttura sottomarina è stato il proprietario di un’imbarcazione di nome Diocleciano Silva. Navigando in quella zona, grazie ad un sistema sonar di rilevamento digitale, ha individuato sul fondale la presenza di questa strana montagna dalla forma insolitamente regolare. A quanto sembra,  la scoperta risale a qualche mese fa, ma l’annuncio è stato dato solo ora.
Che là sotto ci sia qualcosa di interessante è confermato anche dal Governo di Lisbona: la piramide ora è oggetto di indagini da parte della Marina portoghese. Ma- ha aggiunto Luiz Fagundes Duarte, segretario regionale per la Pubblica Istruzione- è da escludere che si tratti di un manufatto umano, vista la sua posizione, a circa 40 metri di profondità nell’oceano. Opinione non condivisa da Silva. “Non credo proprio che sia di origine naturale“, ha detto al giornale locale Diario Insular, dopo averne studiato le peculiari caratteristiche. Oltre ad avere una base quadrata, infatti, la struttura sembra anche perfettamente definita ed è esattamente orientata rispetto ai punti cardinali proprio come la Grande Piramide di Giza. Potrebbe dunque essere la testimonianza, ormai sommersa dal mare, di una civiltà fiorente in epoche remote proprio alle Azzorre? Un’ipotesi coerente con gli ultimi scavi condotti dall’APIA, l’Associazione Portoghese della Ricerca Archeologica che ritiene di avere trovato le prove della presenza di insediamenti umani già migliaia di anni fa, molto prima insomma della scoperta ufficiale delle isole, datata al 1325. Ultimamente nell’arcipelago sono state trovate varie strutture piramidali protostoriche, alcune alte fino a 13 metri, allineate con il sorgere del sole nel solstizio d’estate. L’anno scorso, poi, proprio a Terceira, sono emersi esempi di pittura rupestre molto antichi.
Terceira- detta anche “l’isola lilla”- si trova nel bel mezzo del Nord Atlantico. Facendo volare la fantasia, siamo proprio in quel tratto di mare- aldilà delle Colonne di Ercole (oggi Stretto di Gibilterra)- nel quale Platone aveva immaginato la mitica isola di Atlantide, scomparsa in un ribollire di acqua nel giro di un solo giorno, devastata da un terremoto e da un maremoto di dimensioni apocalittiche.
Nel corso degli anni, interpreti platonici ed archeologi alternativi hanno collocato la civiltà atlantidea un po’ ovunque: da Santorini ai Caraibi, dalla Spagna all’India. Senza, però, mai trovare prove concrete della veridicità del racconto del filosofo greco, considerato dagli storici niente più che una leggenda.
“Eppure, secondo me, è sicuramente il ricordo di un evento reale, non è un mito”, sostiene Graham Hancock, lo scrittore scozzese autore di vari bestseller nei quali ha cercato di penetrare i segreti del nostro passato dimenticato. Nell’intervista contenuta nell’ebook “Misteri 2013″, si dice convinto che sia davvero esistita una civiltà molto evoluta, cancellata da una catastrofe globale di cui il Diluvio Universale rappresenta un’eco lontana. Ad annientare quella prima umanità fu l’improvviso innalzamento del livello dei mari provocato dalla fine dell’ ultima Era Glaciale.
Hancock ha accolto con entusiasmo il ritrovamento di questa presunta piramide sottomarina, che sembra confermare la sua teoria ben illustrata nei libri Impronte degli dei, del quale sta preparando una seconda stesura, e Civiltà sommerse. “Credo che dovrò ritirare fuori la mia muta subacquea, non pensavo di tornare a fare delle immersioni, ma se serve io ci sono!”, ha scritto sul suo blog per commentare la notizia che arriva dalle Azzorre.
E ha fatto anche un rapido calcolo: le terre attualmente coperte da 40-50 metri d’acqua, dovrebbero essere state sommerse da quella grande onda legata all’improvviso scioglimento dei ghiacci circa 12.500 anni fa. Dunque, se davvero nell’oceano delle Azzorre si nasconde un edificio piramidale, deve essere stato costruito prima di quella data. Insomma, entro il 10.500 a.C. La stessa data proposta dai soliti archeologi eretici per le Piramidi di Giza. Una coincidenza?

Fonte: Extremamente

Cholula, mistero della piramide più grande al mondo

July 14, 2012 Leave a comment

Lo studio delle piramidi, costruite nel lontano passato da molti popoli che vivevano in differenti zone della Terra, è interesante non solo dal punto di vista storico e architettonico, ma anche per comprendere le loro usanze, le loro credenze religiose e la loro visione del mondo.
Le piramidi più conosciute sono certamente le egiziane, soprattutto quelle della piana di Giza.
Nel mondo però vi furono varie le culture antiche che costruirono piramidi, per esempio le piramidi cinesi di Xian, quelle peruviane di Caral o Tucumè e quelle mesoamericane, come le Maya di Tikal, Uxmal, Palenque, o le famose piramidi del Sole e della Luna di Teotihuacan.
Stranamente la pirámide di Cholula (detta anche Tlachihualtepetl), che è la più grande del mondo, è quasi ignorata sia nei programmi televisivi dove si divulga la Storia sudamericana che nelle riviste specializzate.
La piramide, che è alta 66 metri ed ha una pianta quadrata di 400 metri, è la più voluminosa del mondo: ben 4.450.000 metri cubi.
Per fare un paragone, la piramide di Cheope, ha un volume di “soli” 2.500.000 metri cubi.
Il nome Cholula significa “acqua che cade nel luogo della vita”. Secondo la mitología fu costruita dal gigante Xelhua, che riuscì a salvarsi dal diluvio universale.
Ecco un brano dell’opera Cholula 2000 tradizione e cultura dello scrittore Rodolfo Herrera Charolet (1995):
Nell’epoca del diluvio vivevano sulla Terra i giganti, però molti di essi morirono sommersi dalla acque, alcuni invece furono trasformati in pesci e solo sette fratelli si salvarono in alcune grotte della montagna Tlaloc. Il gigante Xelhua viaggiò fino al luogo che in seguito si chiamò Cholollan e con grandi mattoni fabbricati nel lontano Tlalmanalco, cominciò a costruire la pirámide in memoria della montagna dove si salvò. Siccome Tonacatecutli, il Padre degli Dei s’irritò vedendo quella immensa costruzione, che poteva arrivare alle nubi, lanciò delle lingue di fuoco e con un grande masso che aveva forma di rospo schiacciò molti lavoratori e scacciò i sopravvissuti, cosìcchè l’opera fu interrotta…
La piramide di Cholula è in realtà il risultato di 6 differenti costruzioni sovrapposte nel corso dei secoli. Secondo gliultimi studi in situ s’iniziò a costruire nel periodo Preclassico(1800 a.C.-200 d.C), nell’epoca degli Olmechi.
Intorno al 100 d.C. la piramide di Cholula era utilizzata da genti di Teotihuacan, sia per motivi rituali che cerimoniali.
Si stima che il complesso urbano che si era sviluppato nei dintorni della piramide assommava a quasi 100.000 abitanti intorno al 200 d.C. essendo così la seconda città del Mesoamerica dopo Teotihuacan.
La zona fu abbandonata intorno all’800 d.C. in seguito alla decadenza di Teotihuacan. In seguito la piramide fu utilizzata da etnie Tolteche e Cicimeche. Quindi con il dominio degli Aztechi in Messico, fu dedicata al culto di Queztalcoatl.
In seguito alla conquista spagnola del Messico, fu costruita una chiesa cattolica nella sommità della piramide (nel 1594), allo scopo di affermare la religione cristiana sui culti locali.
Il primo archeologo che studiò a fondo la piramide fu lo svizzero Adolph Bandelier nel 1881. Rinvenne molti resti umani in alcune sepolture di stile Teotihuacano, oltre a una notevole quantità di cerámica, anch’essa attribuibile a Teotihuacan.
Nel 1931 l’architetto Ignacio Marquina diresse degli scavi con lo scopo di aprire dei tunnel al di sotto della pirámide. Nel 1951 sono stati scavati circa 6 chilometri di tunnels al di sotto della piramide, che formano un vero e proprio labirinto.
Durante questo primo periodo di scavi furono pórtate alla luce notevoli quantità di ceramiche risalenti alle culture di Tula e Teotihuacan oltre a strumenti musicali come per esempio flauti.
In seguito ci fu un secondo periodo di scavi dal 1966 al 1974 condotto da Miguel Messmacher, ma non si riuscì a trovare una camera funeraria principale.
Oggi il mistero di Cholula, ovvero quali furono i reali costruttori di questa imponente struttura, resta insoluto. Successive opere di scavo sono state bloccate perché potrebbero minacciare la stabilità dell’intera piramide ma anche perché la chiesa cattolica costruita dagli spagnoli sulla sua sommità, è stata dichiarata patrimonio della nazione e pertanto è proibito intervenire sulle sue fondamenta.
Sappiamo che nelle leggende c’è sempre un fondo di verità: forse Xelhua era una personaggio reale che, come Viracocha o Queztalcoatl era riuscito a fondare una nuova civiltà e aveva costruito la piramide come simbolo del suo potere?
Yuri Leveratto

Fonte: Yuri Leveratto

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