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Antoine de Saint-Exupéry, monumento alla sua memoria

September 3, 2012 Leave a comment

La bibliografia di Saint-Exupéry non ha nulla di impressionante. Cinque libri in totale, che hanno però assicurato la sua fama in campo letterario. È in Marocco, a Cap–Juby (una modestissima pista schiacciata tra il mare e il deserto nel Rio de Oro), che Saint-Exupéry scrisse il suo primo romanzo, nel 1926. Fu nominato capo scalo ed ebbe per missione quella di migliorare le relazioni della mitica compagnia aerea Latécoère (poi chiamata Aéropostale), con le tribù indigene da una parte e con gli spagnoli, che erano contrari allo scalo, dall’altra. Durante i 18 mesi della sua permanenza andò  in aiuto a ben 14 voli e ai piloti caduti in panne. Da questa avventura in terra africanascrisse  ”Corriere del Sud“, preso in prestito da una iscrizione sui sacchi postali dell’epoca. Lo scrittore/aviatore scrisse il romanzo durante le lunghe e interminabili notti marocchine, su di una panca posata sopra due bidoni di benzina, raccontando la storia di un pilota dell’Aèreopostale angosciato da un amore giovanile. Come un soffio autobiografico lo scrittore ripercorre tutti i suoi ricordi più belli con Louise De Vilmorin, suo primo amore interrotto. In Argentina poi, Saint-Exupéry scrisse il suo secondo libro, “Volo di notte“. André Gide scrisse la prefazione e il romanzo vinse il Prix Femina 1931. Ancora una volta l’aviazione e gli uomini sono al centro del romanzo e l’avventura di questi pionieri captò il gradimento del pubblico. Nel 1939 poi il libro “Terre degli Uomini“. In questo libro l’eroismo passa in secondo piano per lasciare spazio ad un pensiero più umanista che non lo lascerà più. Una giorno Saint-Exupéry si trovò su di un treno a Marrakech e vide in un vagone dei bambini marocchini con i visi sporchi e feriti, mal vestiti, con i loro corpi fragili e affamati, e disse: “Vedo in questi bambini dei Mozart assassinati“. Il suo libro più conosciuto rimane “Il Piccolo Principe” che venne pubblicato nel 1943. E’ un racconto poetico, per ragazzi (ma non solo), ed affronta temi importanti come il senso della vita e il significato dell‘amore e dell’amicizia. Alcuni parti del libro sono ambientate nel deserto del Sahara. E’ stato tradotto in oltre 180 lingue e stampato in oltre 50 milioni di copie. La sua morte risale al 31 luglio 1944 quando si imbarcò da Borgo, distante una quindicina di km da Bastia, in Corsica, per il suo decimo volo a bordo del suo P-38 Lightning versione F-5B-LO; la missione consisteva in una ricognizione sulla valle del Rhône, sorvolo di Annecy e ritorno dalla Provenza. Quel giorno lo scrittore/aviatore non fece rientro alla base. Soltanto nel 2000 alcuni pezzi del suo aereo vennero ritrovati nei pressi dell’isola di Frioul, nelle vicinanze di Marsiglia e nell’aprile del 2004, grazie ad un numero di serie venne ufficialmente riconosciuto l’aereo di Saint-Exupéry. A Tarfaya, in Marocco, luogo che vide il pilota lavorare e scrivere, è stato eretto un monumento alla sua memoria.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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Mohamed Choukri, fondazione culturale dedicata allo scrittore tangerino

July 25, 2012 Leave a comment

Innamorato della perla del nord, Mohamed Choukri ha fatto della città un elemento essenziale dei suoi scritti. In effetti, Tangeri, sarà dotata di una Fondazione culturale che avrà lo scopo di perennizzare l’opera di questo scrittore tangerino deceduto nel 2003. L’annuncio ufficiale di questo progetto è stato dato durante il sesto incontro dedicato all’autore di “Pane Nudo”, che si inscrive nel quadro della 8° edizione del Festival mediterraneo della cultura amazigh “Twiza”, i cui lavori sono terminati domenica 15 luglio, a Tangeri. Secondo gli amici e i parenti di Mohamed Choukri, la creazione di questa Fondazione culturale realizzerà il desiderio di quest’ultimo. Molto attesa ed evocata per la prima volta durante le esequie dello scrittore tangerino, questo progetto, che all’epoca era fortemente voluto dai responsabili ma mai realizzato, si concretizzerà grazie al patnerariato tra il ministro della cultura, il comune urbano di Tangeri e la Fondazione del Festival Twiza, ha dichiarato il sindaco di Tangeri, uno dei fondatori del Festival Twiza. Dalla morte dello scrittore, nove anni fa, molti incontri sono stati dedicati allo scrittore che nacque nella regione del Rif, a Beni Chiker, nel 1942, andando a vivere con i genitori a Tangeri sette anni più tardi. Era analfabeta e solo a 20 anni conobbe la lettura e la scrittura, scrivendo poi il suo primo libro a 37 anni, il famoso Pane Nudo, tradotto in diverse lingue. Questo romanzo autobriografico descrive la vita miserabile e instabile del giovane Mohamed, vita passta in gran parte nell’antica medina di Tangeri. Seguirono poi altri romanzie novelle tra cui Zaman Al Akhtae (Il tempo degli errori), Majnoun Al Ward (Il folle delle rose) e Al Khaima (La tenda). Per i critici letterari, Mohamed Choukri è riuscito grazie alla sua opera a far scoprire la storia di Tangeri, città  considerata come una terra di accoglienza per celebri artisti e scrittori come Paul Bowles, Jean Genet e Tennessee Williams.  Gli iniziatori di questo progetto della Fondazione Mohamed Choukri desiderano creare un luogo di incontro, che contribuirà alla promozione culturale della città; oltre a tutte le opere di Choukri, i visitatori potranno scoprire altri talenti tangerini nei diversi settori artistici come il canto, grande passione dello scrittore marocchino.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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Titus Burckhart, medine da salvare

May 18, 2012 Leave a comment

Nessuno oggi può non esserne certo: malgrado i rimarcabili sforzi compiuti nella salvaguardia e nella ristrutturazione, una parte importante del patrimonio architetturale marocchino è in gravissimo pericolo. Le medine, sotto la pressione dell’esodo rurale, dell’aumento demografico e della legittima tentazione dei conforts moderni, si trasformano in zone iperpopolate, caotiche, con i pedoni in serie difficoltà a muoversi per causa di una motorizzazione selvaggia e indiscriminata. Certo, non è il caso di tentare di museificare le medine, ma preservare questa eredità storica, che è il cuore stesso della cultura marocchina, è più che mai una necessità imperativa. Questa presa di coscienza non è nuova, e Titus Burckhart (1) è stato uno dei precursori più lungimiranti. Nato a Firenze nel 1908 e morto a Losanna nel 1984, questo intellettuale raffinato, alle volte fotografo, storico d’arte, pittore, scrittore e filosofo, si innamorò molto presto del Marocco, dove risiedeva sovente, e più in generale dell’l’Islam, traducendo, tra gli altri, alcuni importanti trattati di sufismo, L’Uomo Universale di Abd al-Karim al-Jili, e La Saggezza dei Profeti di Muhyî ad-din Ibn Arabi. Il ruolo che egli giocava nella salvaguardia della medina di Fès, per il quale fu ambasciatore dell‘Unesco, illustra ammirabilmente l’altezza morale delle sue idee e la sua conoscenza profonda della cultura islamica. Il ciclo di conferenze che tenne tra 1972 e il 1978, conferenze che Jean-Louis Michon e Edith Burckhardt hanno racchiuso in un libro dal titolo “Fès e l’urbanismo musulmano”, riportano un quadro chiaro e completo della situazione. Ottima l’iniziativa Medinas 2030, finanziata dalla Banca Europea di Investimenti, ambizioso programma di riabilitazione dei centri storici urbani mediterranei, messo in atto per per salvare le medine marocchine, tra cui quella di Casablanca, che però ha di fatto tralasciato una della medine più importanti del Marocco, in termini storici e di capolavori: la medina di Marrakech. Deplorevole e condannabile fatto che deve essere sempre tenuto in forte considerazione  dai sostenitori di questa splendida realtà, anche in questa sede. Ma per Titus Burckhardt, nessun programma di salvaguardia, l’esempio di Fès può essere esteso a tutte le medine del Marocco, non ha alcuna chanse di poter essere messa in opera senza l’accordo degli abitanti. Se si vuole preservare il carattere autentico di una antica città, bisogna tener conto dei bisogni moderni oltre ad assicurare lo spirito che una medina costituisce, una cornice di vita-modello per la religione. Leggenda o realtà, è sempre per un Re del Diritto Divino, “che esiste dunque un urbanismo tipicamente islamico che si fonde sull’idea che l’uomo e il rappresentante, il califfo, di Dio sulla terra e che vuole la città come luogo propizio all’appello dell’unità divina (tawhid)”, scrisse Jean-Louis Michon. La casa tipica della medina, quasi totalmente chiusa e di apparenza povera verso l’esterno, tutte somiglianti e di una raffinatezza a volte sorprendente al suo interno, “aperte sul cielo, manifestano una certa attitudine spirituale“, scriveva Titus Burckhardt. La sconvolgente omogeneità delle medine è dovuta al fatto che sono costituite a partire da una unità di base, il beït, uno spazio abitabile rettangolare; diversi buyut raggruppati attorno ad una corte centrale o ad un giardino, formano una casa più o meno grande e infine, “l’insieme di case di un quartiere, o della città, darà esattamente l’impressione di un agglomerato di cristalli di rocca perchè gli elementi della stessa struttura e delle proporzioni si ripetono con diversi scalini di grandezza“. L’architettura tradizionale, che riceve l’aria e la luce dalla corte interna (patio), permette da fuori una agglomerazione più compatta degli edifici. “Inoltre, le stradine non sono altro che dei corridoi d’accesso, che preservano gli abitanti dagli sguardi, dal rumore e dall’inquinamento. Infine, nella struttura stessa, la medina separa nettamente gli spazi della vita famigliare e quelli della vita pubblica, che hanno ognuno i loro quartieri specifici. “Le due dimensioni non si amalgamano. C’è la vita personale, sacrosanta, e c’è la vita collettiva, necessaria, che si sviluppa tanto più facilmente se la prima si accantona nel suo spazio.“ Al contrario dell’urbanismo moderno, la medina esprime una sintesi, saggiamente equilibrata, di bisogni materiali, psicologici e spirituali dell’uomo. Si può constatare che l’urbanismo musulmano corrisponde ad una visione globale dell’uomo e della società, e che i suoi principi obbediscono a delle necessità materiali come a necessità e convinzioni spirituali tout court. Titus Burckhardt ha intavolato una discussione che annulla il caso specifico di Fès e che può non solamente guidare il lavoro della salvaguardia in toto delle medine maghrebine, ma molto più in avanti, aiutare a risolvere i numerosi problemi che, ovunque nel mondo, assillano gli urbanisti moderni.

(1) Titus Burckhardt consacrò  tutta la sua vita agli studi e alla esposizione dei differenti aspetti della Saggezza e della Tradizione. Nell’età della scienza moderna e della tecnocrazia, Titus Burckhardt fu uno dei più sottili e potenti interpreti della verità universale, nel campo della metafisica, della cosmologia e dell’arte tradizionale. In un mondo dove regnava l’esistenzialismo, la psicanalisi e la sociologia, divenne un dei più importanti porta-parola della philosophia perennis, saggezza che si esprime nel Platonismo, nel Sufismo e nel Taoismo.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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Chavela Vargas, omaggio a Frida Kahlo e Llorona…

May 14, 2012 Leave a comment

Chavela Vargas la conobbi verso la fine degli anni ’80, grazie ad un amico sudamericano musicista, e ne rimasi affascinato. Purtroppo non ho mai avuto la possibilità di ascoltarla dal vivo (con rammarico; uno dei suoi ultimi concerti fu a Barcellona al teatro Liceu  qualche anno fa, e me lo persi pur essendo nella capitale catalana per lavoro).  Oggi ha 93 anni.  Questa canzone è tra le miei preferite; se avete visto il film Frida vi ricordete di questo piccolo cammeo interpretato dalla Vargas stessa, per onorare la memoria della grande pittrice Frida Kahlo, sua grande amica e amante. È una canzone popolare messicana pre-ispanica, parla delle cose spendide e tragiche che la vita ci riserva, a cui non possiamo sfuggire. Sotto la traduzione (scusate se ci sono delle imperfezioni). Sereno week-end a tutti…

Tutti mi chiamano “il negro”, llorona
negro, ma amoroso
io sono come il peperoncino verde, llorona
piccante ma saporito. Ahimé llorona,
llorona di ieri e di oggi
ieri ero una meraviglia llorona
e oggi neppure l’ombra. Uscivi dalla chiesa un giorno, llorona
quando ti ho visto passare
avevi un huipil così bello, llorona
che mi sei sembrata la Madonna. Ahimé llorona
llorona di azzurro celeste
non smetterò di amarti, llorona
anche se mi costa la vita. Dicono che non soffro, llorona
perché non mi vedono piangere
ci sono morti che non fanno rumore, llorona
ed è più grande la loro pena. Ahimè llorona
llorona di azzurro celeste
anche se mi costa la vita
non smetterò di amarti. Non so che cosa hanno i fiori, llorona
i fiori del camposanto
che quando il vento li muove, llorona
sembra che stiano piangendo. Ahimé llorona
llorona portami al fiume
coprimi con i tuoi capelli llorona
perché sto morendo di freddo. La pena e ciò che non è pena, llorona
tutto è pena per me
ieri soffrivo perché non ti vedevo, llorona
e oggi soffro perché ti ho visto. Ahimé llorona
llorona io ti chiedo
che il tuo huipil di broccato, llorona
mi copra quando sarò morto…

Fonte: My Amazighen

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Marguerite Yourcenar, mito e cultura in Marocco

May 3, 2012 Leave a comment

La grande e irraggiungibile scrittrice belga, Marguerite Yourcenar, resta per me un mito. Ho scritto qualche riga nel post relativo al film che è stato girato un paio di anni fa a Ouarzazate e non ancora uscito nelle sale,  sull’imperatore Adriano e Antinoo. “Memorie di Adriano“, il Libro. Lo conobbi intorno agli anni ’80, grazie ad un erudito amico/collega che rivolgendomi una domanda a proposito della mia conoscenza su questo scritto e ricevendo una negazione come risposta, mi disse:” Non è un libro, è il Libro“. Da quel momento in poi questo splendido diario/romanzo è parte della mia vita, così come tutti gli altri libri della Yourcenar. La sua vita è stata un romanzo, a volte misteriosa e inarrivabile.È da qualche mese che cerco di ripercorrere il suo viaggio in Marocco e le biografie sono veramente scarne di informazioni e a volte incomplete. In tutte si parla di un suo viaggio in Marocco nel 1981, in compagnia del suo ultimo giovane compagno, Jerry Wilson; partirono per questo lungo viaggio il 22 gennaio 1981, qualche giorno dopo il suo ingresso alla Académie Française. Il viaggio si proponeva di visitare l’Algeria, il Marocco, la Spagna e il Portogallo. A Taroudant, tra il 5 e l’11 marzo 1981, la Yourcenar scrisse una postfazione a quel capolavoro che si chiama “Anna, soror..“, nella raccolta “Come l’acqua che scorre“. Mi trovo, quando rileggo questo splendido libro, a fantasticare sulla scrittrice, intenta nella stesura della postfazione, su qualche terrazzo della medina di Taroudant, immersa nella luce e nella atmosfera del Marocco, assorta nei suoi pensieri. Il secondo viaggio in Marocco, nel 1987, anno della sua morte, con Christian Dumais – Lvowski, e il fotografo Saddri Derradji. Nessuna biografia ne fa cenno. E grazie ad alcuni scritti del fotografo Deeradji che si può risalire ai 12 giorni trascorsi in Marocco dalla Yourcenar. La scrittrice visitò diverse città come Taroudant, Essaouira e Féz, uscendo generalmente il mattino presto e la sera, al tramonto del sole, per evitare il grande caldo del pomeriggio. Il fotografo descrive alcuni anedotti di quelle giornate vissute accanto alla scrittrice, come l’ilarità che suscitava quando parlava in un francese da “banlieue” (periferia), come lo definiva la Yourcenar. Il fotografo era di origini algerine, non parlava l’arabo e manteneva una pronuncia francese non propriamente perfetta, e questo faceva sorridere e divertire la scrittrice. O quando, alle porte del deserto incontrarono dei pastori, dei giovani ragazzi che accompagnavano ai miseri pascoli le loro pecore; la Yourcenar si fermò e volle vedere da vicino gli animali, gli accarezzò e ne abbracciò qualcuno. Alla sera poi ebbe un incontro con un signore che le propose di assistere ad una festa religiosa musulmana, una festa segreta, che si svolgeva abitualmente in privato, lontano dagli occhi di sconosciuti. Ovviamente la Yourcenar fu molto attratta da questa proposta ma quando poi il signore gli spiegò che avrebbe “mangiato dell’ottimo montone” allo spiedo la scrittrice, in maniera molto charmant, rispose: “I montoni.., i montoni io gli abbraccio, io non li mangio, signore“.
Molte fotografie vennero scattate durante il suo soggiorno in Marocco; alcune di queste ritraggono la scrittrice che si protegge dal sole e dalla sabbia del deserto con i suoi famosi scialli. Quasi una sorta di touareg traspare da quelle immagini e come sfondo, delle antiche medine. In una di queste medine un giovane marocchino si propose, spontaneamente, di essere la sua guida perchè aveva capito che il gruppo si era perso nei meandri dei vicoli. Una fotografia in particolare è impressa nei ricordi di Derradji e ritrae la scrittrice in compagnia di alcune donne marocchine intente a sistemare dei fiori. Sembrerebbe una fotografia costruita ma non lo è affatto. Nel patio dell’Hotel la Yourcenar appare sorridente e sempre serena. Tutte le immagini di questo viaggio sono racchiuse in un libro di Christian Dumais – Lvowski, “La Promesse du seuil“, dove si restituiscono le circostanze dell’incontro tra la Yourcenar e Lvowski in terra marocchina. Questa recita intimista offre una panoramica attenta della scrittrice nelle sue manifestazioni di vita quotidiana, lavorando al suo ultimo libro, inquieta sui destini del mondo. Lo stesso Lvowski avrebbe dovuto accompagnare la Yourcenar in Asia, alla fine del 1987, ma la morte della scrittrice, il 17 dicembre 1987, pose fine al progetto. Le fotografie di questo libro (disponibile su Amazon.com) sono tutte di Saddri Derradji, ultimo testimone di una grande passione della Yourcenar: il viaggio come scoperta.
“Tutto è già stato vissuto e rivissuto migliaia di volte dagli scomparsi che portiamo dentro le nostre fibre, cosi’ come portiamo in esse le migliaia di esseri che un giorno saranno“.
Marguerite Yourcenar

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Stanley Kubrick, 13 anni fa ad Harpenden scomparve un grande genio del cinema

March 7, 2012 Leave a comment

Il 7 Marzo 2012, è una data da ricordare per tutti gli amanti del cinema. Infatti 13 anni fa ad Harpenden scomparve Stanley Kubrick, regista, sceneggiatore, produttore, scenografo, direttore della fotografia e montatore. A parere di molti (me compreso) il più grande cineasta di tutti i tempi.
Una vita dedicata al cinema
Nato a New York ma successivamente naturalizzato britannico, Kubrick si interessò sin da giovane alla fotografia: ricevuta all’età di 13 anni la sua prima macchina fotografica come regalo di compleanno da parte dei genitori, già alla giovane età di 15 anni riuscì a vendere la sua prima, famosissima foto ritraendo un edicolante rattristato alla notizia della morte di F.D.Roosevelt.
Questa foto gli valse un posto fisso come fotografo alla rivista Look: fu proprio in quegli anni che, grazie allo stipendio ricevuto, Stanley Kubrick riuscì a seguire per quattro anni i corsi dell’Accademia di Arte Cinematografica, dove si formò professionalmente. All’età di 19 anni, infatti, Kubrick lasciò l’incarico di fotografo per dedicarsi attivamente al cinema.
Iniziò con un cortometraggio (Day of the Fight, 1949) che riuscì a produrre grazie all’aiuto economico di parenti ed amici e dalla quale ricavò solo 100$ vendendolo alla RKO, che successivamente finanziò i suoi primi lavori. Ma fu l’inizio di una brillante carriera. Ottenuto un discreto successo con la produzione dei primi cortometraggi, Kubrick decise di passare direttamente ai lungometraggi, con “Paura e desiderio” (1954) e “Il bacio dell’assassino” (1955) che gli valgono un contratto con la United Artists.
Ma il vero, primo film che lo espose al mondo della critica cinematografica fu “Rapina a mano armata”, del 1956, prodotto dalla casa cinematografica creata in quell’anno da Kubrick stesso e da James B. Harris.
Fu il primo di una lunga lista di capolavori del cinema.
I capolavori di Stanley Kubrick
Stanley Kubrick è considerato uno dei migliori registi e scenografi di tutti i tempi soprattutto per aver saputo affrontare praticamente tutti i generi cinematografici con un’abilità fuori dal comune. Eccone la filmografia:
Paura e Desiderio, 1954, Guerra
Il bacio dell’assassino, 1955, Thriller noir
Rapina a mano armata, 1956, Thriller
Orizzonti di Gloria, 1957, Drammatico
Spartacus, 1960, Peplum
Lolita, 1962, Drammatico
Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, 1964, Satira Politica
2001: Odissea nello spazio, 1968, Fantascienza
Arancia Meccanica, 1971, Fantascienza Sociologica
Barry Lindon, 1975, Storico
Shining, 1980, Horror
Full Metal Jacket, 1987, Guerra
Eyes Wide Shut, 1999, Dramma Psicologico
Diciamoci la verità: i film di Kubrick non sono per tutti… infatti la genialità del lavoro di Kubrick diventa evidente quando ci si rende conto che le sue opere sono create non (solo) lungo una linea temporale, dall’inzio alla fine del film, ma strato su strato, in modo che possano essere lette dallo spettatore da diverse prospettive, a diversi livelli e con diverse chiavi di lettura: partendo dallo strato più “semplice”, la trama, fino ad arrivare ai contenuti filosofici ed artistici più profondi, alla satira più efficace e crudele, al grottesco più allibente e comico, al drammatico più tragico e accusatorio. Contenuti capaci di lasciare veramente l’impronta nella mente dello spettatore attento.

Gabriele Pucciarelli

Fonte: Skimbu

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Albert Schweitzer, l’Africa di un figlio della Terra

January 27, 2012 Leave a comment

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Albert Schweitzer nacque a Kaysersberg, in quella zona dell’Alsazia del Sud appartenente al dipartimento dell’Alto Reno (territorio francese prima del 1871 e dopo il 1919), il 14 gennaio 1875. Suo padre, Ludwig Schweitzer, era un pastore luterano a Gunsbach, un piccolo villaggio alsaziano in cui crebbe il giovane Albert. Era un bambino malaticcio, tardo nel leggere e nello scrivere, faceva fatica a imparare. Da fanciullo riusciva egregiamente solo nella musica, a sette anni compose un inno, a otto iniziò a suonare l’organo, a nove sostituì un organista nelle funzioni in chiesa. Aveva pochi amici, ma dentro di sé coltivava già una spiccata e generosa emotività, estesa anche agli animali, come dimostra la preghiera che, sin da bambino, rivolgeva a Dio invocandone la protezione verso tutte le creature viventi. Terminate le scuole medie, il giovane Albert s’iscrisse al liceo più vicino, a Mulhouse, dove si trasferì, ospitato da due zii anziani e senza figli. Fu proprio la zia che lo obbligò a studiare pianoforte. Al liceo Albert Schweitzer ebbe come insegnante di musica Eugen Munch, famoso organista a Mulhouse della chiesa di Santo Stefano, che gli fece conoscere la musica di Bach. Fu presto chiaro sia a Munch, sia a Charles-Marie Widor, noto organista della chiesa di Saint Sulpice di Parigi, che Schweitzer conobbe nel 1893 durante un soggiorno nella capitale francese, che il giovane Albert aveva un vero e proprio talento per l’organo. Dopo gli studi classici e le lezioni di pianoforte, nell’ottobre del 1893 si trasferì a Strasburgo per studiare teologia e filosofia. In questi anni si sviluppò la sua passione smodata per la musica classica e, in particolare, per Bach. Per quanto concerne lo studio della filosofia, fu assiduo frequentatore dei corsi di Windelband riguardo alla filosofia antica e di Theobald Ziegler (che sarà suo relatore di tesi) riguardo alla filosofia morale. Nel 1899 conseguì la laurea con una tesi sul problema della religione affrontato da Kant e fu nominato Vicario presso la chiesa S. Nicolas di Strasburgo. Nel 1902 ottenne la cattedra di teologia e, l’anno successivo, divenne preside della facoltà e direttore del seminario teologico. Pubblicò varie opere sulla musica (alcune su Bach), sulla teologia, approfondì i suoi studi sulla vita e sul pensiero di Gesù Cristo, ed eseguì vari concerti in Europa. Nel 1904, dopo aver letto un bollettino della società missionaria di Parigi che lamentava la mancanza di personale specializzato per svolgere il lavoro di una missione in Gabon, zona settentrionale dell’allora Congo, Albert sentì che era giunto il momento di dare il proprio contributo e, un anno dopo, all’età di trent’anni, si iscrisse a Medicina, per specializzarsi a trentotto in malattie tropicali. Egli, che sin da piccolo aveva mostrato una spiccata sensibilità nei confronti di ogni forma vivente, sentì come irresistibile il richiamo-vocazione a spendere la sua vita a servizio dell’umanità più debole. Non fu tuttavia facile, per l’organista e insegnante Schweitzer rinunciare a quella che era stata la sua vita fino a quel momento: la musica e gli studi filosofici e teologici. Schweitzer sapeva però di dover realizzare quanto si era prefissato da vari anni. Nel 1911 prese la seconda laurea in medicina e si specializzò appunto in malattie tropicali. Schweitzer aveva le idee chiare anche sulla sua destinazione una volta ottenuta la laurea in medicina: Lambaréné, una città del Gabon occidentale in quella che era allora una provincia dell’Africa Equatoriale Francese. In una lettera scritta al direttore della Società Missionaria di Parigi, Alfred Boegner – di cui l’anno prima aveva letto un articolo sulla drammatica situazione delle popolazioni africane afflitte dalla lebbra e dalla  malattia del sonno, bisognose di un’assistenza medica – Schweitzer spiegò la sua scelta: “Qui molti mi possono sostituire anche meglio, laggiù gli uomini mancano. Non posso più aprire i giornali missionari senza essere preso da rimorsi. Questa sera ho pensato ancora a lungo, mi sono esaminato sino al profondo del cuore e affermo che la mia decisione è irrevocabile”. I missionari furono inizialmente scettici sull’interesse dimostrato dal noto organista per l’Africa. La risposta di Schweitzer fu quella di impegnarsi a raccogliere fondi per conto proprio, mobilitando amici e conoscenti e tenendo concerti e conferenze per realizzare il sogno di costruire un ospedale in Africa. Imbarcatosi a Bordeaux sul piroscafo Europa, approda, il 16 aprile 1913, a Port Gentil e, attraversando l’Ogooué, giunge sulla collina di Andende, sede della missione evangelica parigina di Lambaréné, dove, accolto dagli indigeni, appronta alla meglio il suo ambulatorio ricavato da un vecchio pollaio, con una rudimentale ma efficace camera operatoria, cui venne attribuito il suo stesso nome: Ospedale Schweitzer.  Ad accompagnarlo in questa sua avventura è una giovane donna, di origine ebrea, che di Schweitzer sarebbe diventata la moglie e la compagna di vita: Hélène Bresslau, conosciuta nel 1901 a una festa di nozze. Albert e Hélène si sposarono nel 1912, dopo che Hélène ebbe ottenuto il diploma di infermiera, conseguito per realizzare il sogno comune con il marito. Cominciano ben presto ad arrivare ogni giorno almeno una quarantina di pazienti. Albert ed Helene si trovano di fronte malattie di ogni genere legate alla malnutrizione, così come alla mancanza di cure e medicinali: elefantiasi, malaria, dissenteria, tubercolosi, tumori, malattia del sonno, malattie mentali, lebbra. Per i lebbrosi, molto più tardi, nel 1953, coi proventi del Nobel per la Pace, costruirà il Village Lumière. Quando nel 1913 il medico alsaziano si imbarcò finalmente per Lambaréné con la moglie, accompagnato da numerose critiche da parte dei suoi familiari, insieme alla settantina di casse e attrezzature varie destinate alla costruzione del nuovo ospedale, egli portò con sé un pianoforte speciale, dono della Società bachiana di Parigi, appositamente costruito per resistere all’umidità e alle termiti africane. Fu questo il suo compagno di ogni giorno, lo strumento sul quale continuò a studiare, alla luce di una lampada a petrolio, nelle pause del lavoro e nel silenzio delle notti africane, quando non era impegnato a scrivere i suoi testi di filosofia e le lettere agli amici. Le giornate di Schweitzer passavano poi a curare la malattie  che affliggevano la popolazione di Lambaréné. I suoi inizi nel cuore dell’Africa furono assai difficili: oltre a dover lottare contro la natura che lo circondava, piogge torrenziali, animali feroci o infidi come serpenti e coccodrilli, dovette vincere la diffidenza degli indigeni prima, e poi la loro ignoranza.
Non fu facile avvicinare gli ammalati che si fidavano solo dei loro stregoni (con cui in seguito sviluppò un rapporto di amicizia); le cure del medico bianco non erano da principio ben accolte. La prima operazione di Schweitzer, su un trentenne, colpito da un’ernia che gli stava andando in peritonite, si svolge infatti in un clima surreale. Una volta che il paziente è stato sedato, Schweitzer, nel silenzio della popolazione che seguiva l’operazione, si muove con gesti precisi, conscio che se provocherà la morte di quell’uomo anche la sua sorte sarebbe stata compromessa. L’operazione, la prima di una lunghissima serie, andrà a buon fine. Poi, quando si riversarono a frotte nelle sue baracche per farsi curare, non seguivano le istruzioni del medico bianco, a volte le pomate che dovevano essere usate per la cura della pelle venivano mangiate, altre volte ingoiavano in una volta sola un intero flacone di medicinale. Non era facile trattare con gli indigeni, non era facile farsi capire, ma Schweitzer non si diede mai per vinto; le difficoltà, le avversità, la mancanza di alimenti o di medicinali non erano sufficienti per farlo arretrare. Schweitzer costruì a poco a poco un villaggio indigeno, i malati vi giungevano da ogni parte, spesso con le loro famiglie e tutti venivano ugualmente accolti, le loro usanze rispettate e così le loro credenze. Ogni paziente continua ad essere accompagnato dai parenti e dai figli e spesso anche dalle anatre. Piano piano il “grande medico bianco” conquista la fiducia della gente di Lambaréné, e non solo. Dal profondo della foresta, da villaggi lontani anche centinaia di chilometri, arrivano malati desiderosi di cure. Schweitzer (e la sua comunità di medici volontari che piano piano cresce intorno a lui) diventa un benefattore, una figura di riferimento, e le notizie di quello che sta facendo nel cuore dell’Africa più nera smuovono l’opinione pubblica mondiale. Nel 1914 Hélène e Albert Schweitzer furono messi agli arresti domiciliari a causa della loro nazionalità tedesca. Il 5 agosto di quell’anno, giorno in cui ebbe inizio la Prima Guerra Mondiale, i coniugi Schweitzer vennero dichiarati prigionieri di guerra dai francesi, come cittadini tedeschi che lavoravano in territorio francese. Avevano il permesso di restare a casa, ma non potevano comunicare con la gente né accogliere i malati. Più tardi i francesi li espulsero dall’Africa spedendoli in un campo di lavoro nel sud della Francia. Secondo quanto racconta Edouard Nies-Berger, in “Albert Schweitzer m’a dit“:  ”La coppia Schweitzer fu fermata dalle autorità militari francesi per ragioni di sicurezza. Erano entrambi cittadini tedeschi, e la signora S., molto vicina alla Germania, aveva criticato il governo francese in alcune lettere trovate poi dalla censura. A credere a certe voci, Schweitzer era considerato una spia tedesca, ed il Kaiser avrebbe avuto intenzione di nominarlo governatore dell’Africa equatoriale nell’ipotesi di una vittoria tedesca. I servizi segreti avevano trovato nel suo baule un documento che certificava l’offerta, e questa storia lo avrebbe perseguitato per il tutto il resto della sua vita“. In luglio furono rilasciati grazie all’intervento di amici parigini, in particolare di Charles Marie Widor. Durante uno scambio di prigionieri verso la fine della guerra, nel 1918 poterono ritornare in Alsazia. Durante la prigionia avevano contratto entrambi la dissenteria e la tubercolosi e sebbene Albert si sarebbe ripreso grazie alla sua forte fibra non sarebbe stato lo stesso per la moglie, le cui condizioni di salute peggioravano sempre di più. L’idea di tornare in Africa per Albert si dissolveva sempre di più, insieme ai sogni avviati a Lambarenè, aggravata dalla guerra. Un nuovo barlume di speranza si accese con la nascita della figlia Rhena, il 14 gennaio 1919, giorno del compleanno del medico. Le sofferenze provate in prima persona lo aiutarono ulteriormente a comprendere meglio gli altri, mentre il recupero del lavoro come assistente medico presso l’ospedale di Strasburgo, la riconquista delle sue funzioni di pastore presso la chiesa di Saint Nicolas di Strasburgo, contribuirono molto al recupero delle sue energie psico – fisiche. La ripresa dei concerti d’organo inoltre, con una tournée in Spagna, gli dimostrò che era ancora molto aprrezzato come musicista. Dal punto di vista scientifico gli venne conferita la laurea honoris causa dall’Università di Zurigo e nel 1920 Albert fu inviato dall’arcivescovo svedese dell’Università di Uppsala per una serie di conferenze che, insieme ai concerti d’organo che seguirono prima in Svezia, poi in Svizzera, gli permisero di raccogliere i nuovi fondi da inviare a Lambarenè per le spese di mantenimento dell’ospedale negli anni di guerra. Nel 1921 pubblicò un libro di ricordi africani, All’ombra della foresta vergine, il cui contenuto si può ancora considerare indicativo per le azioni che si intraprendono per i Paesi in via di sviluppo. Il 14 febbraio 1924 Albert lasciò Strasburgo per raggiungere di nuovo l’agognata missione di Adendè il 19 aprile. Dell’ospedale non era rimasta che una baracca: tutte le altre costruzioni avevano ceduto col passare degli anni o erano completamente crollate. Organizzandosi per fare il medico di mattina e l’architetto nel pomeriggio, Albert dedicò i mesi successivi alla ricostruzione, tanto che nell’autunno del 1925 l’ospedale poté già accogliere 150 malati e i loro accompagnatori. Alla fine dell’anno l’ospedale operava a pieno ritmo, ma un’epidemia di dissenteria obbligò il suo fondatore a trasferirlo in una zona più ampia, tanto da doverlo costruire per la terza volta. il 21 gennaio del 1927  furono trasferiti gli ammalati nel nuovo complesso.
Albert racconterà così la commozione della prima sera nel nuovo ospedale: ‘’Per la prima volta da quando sono in Africa, degli ammalati sonno alloggiati come si conviene per degli uomini. È per questo che levo il mio sguardo riconoscente a Dio, che mi ha permesso di provare questa gioia“. Complessivamente Albert fece diciannove viaggi a Lambarenè. Ovunque andasse era oberato di impegni: in Africa oltre che medico, era anche il costruttore e l’amministratore dell’ospedale. In Europa insegnava, sosteneva concerti e conferenze, scriveva libri per raccogliere fondi per la sua opera. Spesso veniva insignito di lauree Honoris causa e di molteplici riconoscimenti, tanto che la rivista Time lo considerò ‘’il più grande uomo del mondo’’. Non era stato né il primo né l’unico medico ad inoltrarsi nella foresta vergine, ma il suo pensiero, il suo spirito, la sua personalità erano diventati un riferimento per molti,che in tutto il mondo condividevano i suoi ideali, tanto che vari professionisti seguendo il suo esempio si misero a servizio di opere umanitarie o missionarie in Africa. La sua tempra fisica, il suo carattere fermo unito a grande sensibilità e intelligenza, il rispetto per ogni forma di vita, la perseveranza, la fede, la musica d’organo e ogni opera che compiva vivendola appassionatamente, erano i motivi del suo successo. Ciononostante il grande uomo, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, rimaneva notevolmente umile e timido. Confessò a un suo corrispondente svizzero: ‘’..soffro di essere famoso e cerco di evitare tutto ciò che attira su di me l’attenzione”. Nel 1952 fu insignito del Premio Nobel per la Pace con il cui ricavato fece costruire il villaggio dei lebbrosi inaugurato l’anno successivo con il nome di Village de la Lumière (villaggio della luce). Nei pochi momenti liberi che aveva, lavorando fino a tarda ora, si dedicava alla lettura e allo scrivere, ma anche questi avevano come scopo finale il mantenimento del suo ospedale a Lambaréné. Non volle più ritornare a vivere nella sua terra natale, preferendo morire nella foresta vergine vicino alla gente a cui aveva dedicato tutto se stesso. Ed il 4 settembre 1965 morì, ormai novantenne, poco dopo sua moglie, nel suo amato villaggio africano di Lambaréné. Migliaia di canoe attraversarono il fiume per portare l’ultimo saluto al loro benefattore, che venne seppellito presso l’ansa del fiume. I giornali occidentali ne annunciarono la morte: “Schweitzer , uno dei più grandi figli della Terra, si è spento nella foresta”. Il posto di Schweitzer sarà preso dal successore da lui designato, Walter Munz, un medico svizzero che a soli ventinove anni, nel 1962, aveva abbandonato una vita tranquilla e agiata in Europa per dare una mano a Lambaréné. Dagli indigeni con cui visse fu denominato Oganga Schweitzer, lo “Stregone Bianco Schweitzer”. Il suo primo intento era quello di scrivere un libro che fosse solo una critica alla civiltà moderna e alla sua decadenza spirituale causata dalla perdita di fiducia nei confronti del pensiero. Egli riteneva a tal proposito che una civiltà di tipo occidentale nasceva e prosperava quando a suo fondamento si trovava l’affermazione etica del mondo e della vita, che, per andare di pari passo, dovevano essere fondate sul pensiero. Riteneva che la decadenza del mondo moderno fosse data dal fatto che al progresso materiale non corrispondesse il progresso morale. Quest’ultimo non si era realizzato perché fondato su credenze – quelle religiose del cristianesimo – e non su un pensiero profondo: il progresso morale non poneva le sue basi sulla meditazione rivolta all’essenza delle cose. Passando in rassegna tutte le etiche del passato, egli riscontrò che erano tutte in qualche modo limitate, o perché troppo lontane e astratte dalla realtà o perché relativistiche, mentre per lui un’etica, per essere tale, doveva essere assoluta: ciò che a tutte mancava era un fondamento vero e indiscutibile. Trovò la soluzione del suo problema nel 1915 durante un viaggio intrapreso lungo il fiume dell’ Ogoouè, per andare a curare dei malati: “La sera del terzo giorno, al tramonto, proprio mentre passavamo in mezzo a un branco di ippopotami, mi balzò d’improvviso in mente, senza che me l’aspettassi, l’espressione «rispetto per la vita. Avevo rintracciato l’idea in cui erano contenute insieme l’affermazione della vita e l’etica.” . Elaborò a partire da questo momento un’etica che non si limitava al rapporto dell’uomo con i suoi simili, ma che si rivolgeva a ogni forma di vita; un’etica completa perché totalmente integrata e armonizzata in un rapporto spirituale con l’Universo. Queste idee non verranno pubblicate che nel 1923, inizialmente in due volumi successivamente riuniti sotto il titolo di “Kultur und Ethik“.
“ Nessuno dovrebbe tollerare che vengano inflitte agli animali delle sofferenze e neppure declinare le proprie responsabilità. Nessuno dovrebbe starsene tranquillo pensando che altrimenti si immischierebbe in affari che non lo riguardano. Quando tanti maltrattamenti vengono inflitti agli animali, quando essi agonizzano ignorati per colpa di uomini senza cuore, siamo tutti colpevoli“
“ L’unica cosa importante quando ce ne andremo, saranno le tracce d’amore che avremo lasciato“

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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