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Samhain, la vera storia di Halloween

October 17, 2020 Leave a comment

Scopriamo insieme le origini celtiche della festa di Halloween, meglio conosciuta con il nome di Samhain dalle origini antichissime rintracciabili proprio in Irlanda.

Forse non tutti sanno che la festa di Halloween non nasce in America ma ha origini antichissime rintracciabili in Irlanda, quando la verde Erin era dominata dai Celti. Halloween corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico. Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra. Ma affrontiamo insieme nel dettaglio il viaggio dall’Irlanda dei Celti fino ai giorni nostri, osservando cosa è successo e come, attraverso i secoli, sono cambiate le cose.

Halloween: etimologia del nome

Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi. Ognissanti, invece, in inglese è All Hallows’ Day. L’importanza che, tuttavia, viene data alla vigilia si deduce dal valore della cosmologia celtica: questa concezione del tempo, seppur soltanto formalmente e linguisticamente parlando, è molto presente nei paesi anglofoni, in cui diverse feste sono accompagnate dalla parole “Eve”, tra cui la stessa notte di Capodanno, “New Year’s Eve”, o la notte di Natale “Christmas Eve”.

I Celti e i festeggiamenti di Samhain

I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee, come quelle del bacino del Mediterraneo. I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi.

Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno. Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende.

Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain (pronunciato sow-in, dove sow fa rima con cow), che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi (che pur non essendo la principale attività dei celti, venivano comunque coltivati) erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate. La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.

L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia. Insieme a Samhain (31 ottobre, appunto) si festeggiavano Lughnasadh (1 agosto), Beltane (30 aprile o 1 maggio), Imbolc (1-2 febbraio), Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Litha (21 giugno) e Mabon (21 settembre).

L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.

In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.

L’avvento del Cristianesimo

Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. L’evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì. Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 Novembre.

Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° Novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’Eucarestia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi.

La Festa di Ognissanti, infatti, fu celebrata per la prima volta a Roma il 13 Maggio del 609 d.C., in occasione della consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. Successivamente, Papa Gregorio III stabilì che la Festa di Ognissanti fosse celebrata non più il 13 Maggio, bensì il 1° Novembre, come avveniva già da tempo in Francia. Fu circa nel IX secolo d.C. che la Festa di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera di Papa Gregorio IV.

Fanno eccezione i cristiani Ortodossi, che coerentemente con le prime celebrazioni, ancora oggi festeggiano Ognissanti in primavera, la Domenica successiva alla Pentecoste.

L’influenza del culto di Samhain non fu, tuttavia, sradicata e per questo motivo la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa: il 2 Novembre, Giorno dei Morti, dedicato alla memoria delle anime degli scomparsi.

Dall’Irlanda agli Stati Uniti

Verso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia, ancor oggi ricordata con grande partecipazione dagli irlandesi. In quel periodo per sfuggire alla povertà, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti, dove crearono, come molte altre nazionalità, una forte comunità. All’interno di essa venivano mantenute vive le tradizioni ed i costumi della loro patria, e tra di essi il 31 Ottobre veniva celebrato Halloween.

Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale.

Più recentemente, gli Stati Uniti grazie al cinema ed alla televisione hanno esportato in tutto il mondo i festeggiamenti di Halloween, contagiando anche quella parte dell’Europa che ne era rimasta estranea. In moltissimi film e telefilm spesso appaiono la famosa zucca ed i bambini mascherati che bussano alle porte. E molti, infine, sono i libri ed i racconti horror che prendono Halloween come sfondo o come spunto delle loro trame.

Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare costosi e allegri festeggiamenti. Pare che ogni anno gli Americani spendano due milioni e mezzo di dollari in costumi, addobbi e feste per il 31 ottobre!

Fonte: Irlandando

Stefano Consiglio

October 13, 2020 Leave a comment

Stefano Consiglio è regista di documentari dal curriculum disseminato di titoli (anche bizzarri, ma non per questo meno seri) che lavora principalmente in RAI.
Ideatore, fin dal 1982, e curatore di Ladri di Cinema, una serie di incontri con cineasti di tutto il mondo invitati a “confessare” in pubblico i “furti” perpetrati rispetto a film o registi o generi della storia del cinema, nel 1983, pubblica Bottega di Luce, un insieme di interviste con i direttori della fotografia. Successivamente, si avvicina molto di più alla cinepresa diventando l’aiuto regista di Roberto Benigni ne Tu mi turbi (1983) con Nicoletta Braschi, Claudio Bigagli, Carlo Monni, Mariangela D’Abbraccio e Serena Grandi.
Passa poi a Giuseppe Bertolucci, lavorando con lui ne Segreti segreti (1984), e alla realizzazione di documentari sui set cinematografici dei film di Sergio Leone, Ettore Scola e Richard Donner, trasmessi su Rai Tre. A questi si aggiungono anche i cortometraggi Stefania Sandrelli Story (1990), Non aprite all’uomo nero (1990), Lampi d’amore. Tre storie di donne che amano troppo (1990), Una prostituta allo specchio (1990), Adolescenti in bilico (1991), Via Abat, una strada verso l’Europa (1991), Mosca, crimini e misfatti (1991) e La camera da letto (1992), una versione filmata dell’omonimo poema di Attilio Bertolucci. Collaboratore della trasmissione Mixer, ritorna al documentario con Voci per un dizionario cubano (1996) e dopo alla fiction con Le strade di Princesa (1997). Tra il 1999 e il 2002, lavora ancora per la RAI nei documentari: Appunti per un mongolo sulla luce (1999), Argilla (2000), Il nostro futuro. Un anno dopo l’11 settembre (2002), L’uomo flessibile (2003), Appunti per un film sulla lotta di Melfi (2004) e Il futuro, comizi infantili (2007). Dopo essere stato aiuto regista di Mario Monicelli ne Panni sporchi (1999), dirige L’amore e basta (2009) che racconta con estrema leggiadria le cronache vere di internazionali amori omosessuali.

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Simone Menegoi

May 30, 2019 Leave a comment

Simone Menegoi 2

Simone Menegoi (1970, vive a Bologna e Milano). Critico, curatore e docente d’arte contemporanea, dal luglio del 2018 è Direttore artistico di Arte Fiera (Bologna). è stato redattore di Tema Celeste e del Giornale dell’Arte e ha collaborato con numerose riviste d’arte e di design, tra cui Mousse magazine, Kaleidoscope e Artforum, testata su cui scrive con continuità dal 2011.
Dal 2005 cura regolarmente mostre in spazi privati e pubblici, in Italia e all’estero. Uno dei suoi interessi principali è il dialogo fra la scultura e altri media (fotografia, performance, video, suono), cui ha dedicato diverse esposizioni. Ha curato mostre in spazi espositivi in Italia e all’estero, tra cui: Nouveau Musée National de Monaco; Museo Marino Marini, Firenze; Triennale di Milano; David Roberts Art Foundation, Londra.
è autore di numerosi testi su aspetti dell’arte contemporanea e di scritti monografici su vari artisti, fra i quali Caroline Achaintre, Mirosław Bałka, Becky Beasley, Manon de Boer, Ulla von Brandenburg, Peter Buggenhout, Hubert Duprat, Attila Csörgő, John Duncan, Flavio Favelli, Francesco Gennari, Wolfgang Laib, Mark Lewis, Roman Ondák, Giulio Paolini, Joachim Schmid. I suoi scritti sono comparsi nelle pubblicazioni di varie istituzioni internazionali, fra le quali Tel Aviv Art Museum; Ludwig Museum, Budapest; Villa Romana, Firenze; Kunstforum Aachen; Fondazione Prada (Milano e Venezia); Camden Arts Centre, Londra; GAM – Galleria d’Arte Moderna, Torino; S.M.A.K., Ghent; Palazzo Fortuny, Venezia; Museion, Bolzano; MUDEC – Museo della Culture, Milano; Hangar Bicocca, Milano; MASI – Museo d’Arte della Svizzera Italiana, Lugano.
Nel 2008 è stato guest curator presso La Galerie (Noisy–Le–Sec, Parigi), dove ha realizzato la mostra Fables du Doute. Nel 2013 e 2014 è stato curatore dello CSAV – Artists’ Research Laboratory della Fondazione Ratti, Como. Nel 2016 è stato guest curator presso la XXIer Haus, Vienna. Dal 2009 al 2016 ha collaborato più volte, e in varie vesti, con Artissima – Fiera internazionale d’arte contemporanea, Torino. Dal 2012 al 2014, insieme a Cecilia Canziani, ha ideato e curato ZegnArt Public, un programma di commissioni di opere pubbliche in Paesi emergenti e residenze per artisti in Italia, sostenuto dal gruppo Ermenegildo Zegna.

 

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Jack Kirby 

November 25, 2018 Leave a comment

JackKirby

Jack Kirby nasce a New York nel 1917 in una famiglia di immigrati austriaci di origine ebraica, come rivela il nome anagrafico Jacob Kurtzberg.
La sua prima serie di successo, e il primo dei suoi iconici personaggi, è stato Captain America, creato nel 1941 insieme allo sceneggiatore Joe Simon. È bene ricordare che, al momento della sua nascita, Capitan America non era una semplice icona patriottica, ma una precisa dichiarazione politica: un eroe antifascista che combatteva Hitler nel momento in cui gli Stati Uniti erano ancora lontani dall’entrata in guerra. Già in queste prime storie, Kirby inizia a riscrivere le regole della composizione della tavola a fumetti, una ricerca che porterà avanti per tutta la sua carriera.
Nel dopoguerra, Kirby e Simon continuano a realizzare fumetti di ogni genere, dal western al poliziesco all’horror, ma ottengono i maggiori successi nel genere rosa, con la serie Real Love. In questi racconti destinati al pubblico femminile, Kirby inserisce nell’intreccio temi sociali come la discriminazione razziale e lo scontro tra le classi, ma getta anche le basi di quell’iconografia sentimentale, ma già venata d’ironia, che diverrà pervasiva e verrà raccolta dalla pop art.
Nel 1961 avviene l’incontro con Stan Lee, uno spartiacque nella carriera di Kirby. La coppia riporta in vita il concept del supereroe, caduto in disgrazia dopo la Seconda Guerra Mondiale, e inventa tutti i principali personaggi della Marvel Comics: I Fantastici Quattro, Thor, Hulk, Iron Man, gli X-Men, Pantera nera… Il contributo di Kirby non è limitato al character design e alla realizzazione di molte delle storie, ma è fondamentale nello sviluppo della personalità e del significato dei personaggi: una rivoluzione nella cultura popolare ancora lontana dall’essere conclusa.
Per il resto della sua carriera, l’autore resterà legato ai supereroi e alla fantascienza, sempre più attraversate da luci mistiche e filosofiche, particolarmente evidenti nel mondo post-apocalittico di Kamandi e nella versione a fumetti di 2001 A Space Odissey.
Le sue tavole e le sue illustrazioni continuano a essere studiate e citate dagli autori del fumetto popolare come di quello d’avanguardia, e anche da artisti di altre discipline. Spesso indicato come “The King of Comics” dai suoi colleghi, Kirby ha stabilito gli standard del fumetto occidentale per concedersi poi, all’interno di questi standard, una sempre maggiore libertà creativa, sviluppata nell’equilibrio tra sapienza compositiva e un potente, a tratti inquietante, senso del meraviglioso.

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ITALIA, ultimo volo del dirigibile italiano alla conquista del Polo Nord

November 24, 2018 Leave a comment

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Il secolo dei dirigibili è stato breve. La costruzione in serie di questi oggetti a forma di sigaro che galleggiavano fieri nel cielo è cominciata alla fine del XIX secolo e già nel 1937, dopo la catastrofe dell’Hindenburg, i voli civili su dirigibile vennero interrotti. 

 

Ma nel loro secolo d’oro i dirigibili divennero protagonisti delle storie più disparate. Una delle più interessanti riguarda le spedizioni artiche.

La comparsa di dirigibili e aeroplani permise agli esploratori polari di sfruttare nuove opportunità. L’esplorazione dell’Artide a piedi o in nave comportava chiaramente diversi rischi e difficoltà, mentre il trasporto aereo poteva coprire in un’ora la distanza che a piedi si percorre in intere giornate.

Fra gli esploratori interessati a queste nuove possibilità della tecnica vi era l’italiano Umberto Nobile. Fu uno dei pionieri dell’aviazione nazionale. Non partecipò alla Prima guerra mondiale per problemi di salute, sebbene desiderasse ardentemente andare al fronte. Si dedicò dunque alla costruzione di dirigibili e aerei. Nel 1924 Nobile si interessò alle spedizioni polari e, in particolare, all’idea di conquistare il Polo Nord. Non era il solo: all’epoca a rincorrere questo obiettivo c’era anche il celebre Roald Amundsen.

Nobile non fu il primo a cui venne l’idea di utilizzare i dirigibili per la conquista dell’Artide. Una spedizione simile l’aveva considerata anche il conte von Zeppelin, pioniere dei dirigibili pesanti. Ma l’inventore tedesco non realizzò la sua idea a causa dell’avvento della Prima guerra mondiale. Nel 1925 Amundsen e il suo piccolo gruppo completarono il viaggio al Polo su due idroplani. Questa spedizione, però, fu un fallimento: uno dei velivoli si bloccò nel Mar Glaciale Artico a causa di problemi tecnici e l’equipaggio riuscì a sopravvivere a fatica. Proprio allora decisero di provare per un futuro volo il dirigibile, mezzo teoricamente più sicuro in una zona come l’Artide.

Il progetto di Amundsen consisteva nel trovare una grande distesa di terraferma intorno al Polo Nord oppure dimostrarne l’assenza. Per questo, decise di partire dalle Isole Svalbard per raggiungere il Polo e da lì arrivare fino allo Stretto di Bering. Per l’impresa, il norvegese chiese l’aiuto di Nobile che aveva costruito il dirigibile.

Questa spedizione fu un successo: il dirigibile costruito da Nobile, il Norge, volò fino al Polo, sui ghiacci del Polo Nord vennero collocate le bandiere di Norvegia e Italia, ma sulla via del ritorno cominciarono le liti. Nobile era il costruttore del dirigibile e lo pilotava anche, ma a guidare l’intera spedizione era Amundsen. A complicare la situazione intervenne Benito Mussolini: il dittatore italiano tesseva le lodi del proprio connazionale. In seguito, Nobile scrisse con un certo rancore che non incontrò mai più Amundsen. Ma l’italiano, dopo aver ottenuto il grado di generale come ricompensa per il successo in Artide, si preparò a una nuova spedizione.

Il successo del Norge fu, in sostanza, un traguardo sportivo. Gli sforzi maggiori furono profusi per il buon successo del volo. Il Norge non si era posto alcun obiettivo scientifico. Allora Nobile decise di colmare questa lacuna.

La nuova spedizione, prevista per il 1928, aveva alcuni compiti. In primo luogo, Nobile sperava di scoprire una qualche grande isola fra i ghiacci. In secondo luogo, la nuova spedizione avrebbe portato con sé apparecchiature per osservazioni oceanografiche, per lo studio dell’elettricità atmosferica e del magnetismo. Dunque, era previsto l’atterraggio sui ghiacci per ricerche più dettagliate. A bordo del dirigibile si trovavano anche scienziati da diverse parti del mondo. Ad esempio, František Běhounek si occupò delle questioni di elettricità atmosferica, Finn Malmgren dell’Università di Uppsala di quelle di oceanografia. Per il volo Nobile era intenzionato ad utilizzare un dirigibile chiamato Italia.

Nobile e gli altri membri del suo gruppo non erano dei novellini: Běhounek, ad esempio, aveva lavorato sulle Isole Svalbard durante la spedizione di Amundsen. Anche Fridtjof Nansen decise di offrire generosamente la propria esperienza.

Partirono in tutto solamente 18 persone: 13 membri dell’equipaggio guidato da Nobile, tre scienziati e due giornalisti. Di questo equipaggio 7 persone avevano volato con Amundsen sul Norge. Ma al volo conclusivo partito dalle Svalbard presero parte 16 persone.

Sin dall’inizio sulla spedizione si concentrarono varie “nuvole”. Mussolini tolse tutti i fondi a Nobile e perse interesse per lui come scienziato. Inoltre, si sollevarono altre questioni: non nutrendo simpatia per la Cecoslovacchia, i leader italiani si opposero alla partecipazione del ceco Běhounek alla spedizione.

Il 15 aprile, quando l’equipaggio partì da Milano, giunse un comunicato dai meteorologi di Leningrado: le previsioni non erano favorevoli. Tuttavia, il dirigibile Italia arrivò alle Svalbard e cominciò il proprio lavoro. L’equipaggio dell’Italia riuscì a cartografare una delle ultime macchie bianche del pianeta e migliorarono sensibilmente le nostre conoscenze delle isole del Mar Glaciale Artico. Ma allora gli rimaneva ancora la parte più difficile: il volo sul Polo.

Nella notte tra il 23 e il 24 maggio l’Italia passò sopra il Polo. Il dirigibile non riuscì ad atterrare a causa del forte vento, scese a un km di quota mantenendo una velocità di circa 50 km/h. Fino a quel punto tutto era andato più o meno bene e l’Italia cominciò il viaggio di ritorno. Ma qui cominciarono i veri problemi. Inizialmente il dirigibile si ritrovò al centro di un denso banco di nebbia. Dovette scendere fino a quota 150 m. L’Italia cominciò a coprirsi di ghiaccio e fu colpita da un forte vento meridionale.

Inoltre, i propulsori dei motori scagliavano pezzi di ghiaccio contro il rivestimento del dirigibile e a causa dell’elevata velocità creavano in esso dei buchi. I meccanici instancabilmente li riparavano. Ma il dirigibile veniva sballottato come se mosso dalle onde. A causa della temperatura sempre più bassa si perse il controllo del timone. E per poco l’Italia non si scontrò con gli strati di ghiaccio. I motori vennero spenti, il dirigibile riuscì a risalire da solo ed il timone venne riparato, ma, chiaramente, non si respirava un grande ottimismo tra l’equipaggio.

Verso le 10:30 del 25 maggio del 1928 l’Italia ormai completamente ghiacciato cominciò a precipitare incontrollato. Fatali furono molto probabilmente due fattori: la quantità di ghiaccio accumulatosi e una perdita di idrogeno in corrispondenza di una falla nel rivestimento. Nobile fece calare la zavorra, ma era ormai tardi. Dunque, l’Italia si avvicinò alla massa fredda di ghiaccio artico e con un terribile rumore si scontrò con la banchisa.

La navicella del motore si ruppe e il motorista al suo interno morì nello scontro. Come se non bastasse, dopo l’accaduto il dirigibile ormai più leggero si rialzò verso il cielo portando via con sé 6 persone che non erano in grado di pilotarlo. Nessuno li rivide più.

Due passeggeri, Nobile e il meccanico, si ritrovarono con fratture alle gambe (Nobile si slogò anche il polso e ricevette una ferita alla testa), mentre il meteorologo Malmgren si fratturò la mano. Gli altri ebbero traumi meno seri, ma in quel momento il cane del capitano e 9 persone, di cui 3 con fratture importanti, si trovavano sulla banchisa. Buona parte dell’equipaggiamento era volato via insieme all’Italia.

E si sbagliano coloro che pensano che i ghiacci artici siano una superficie uniforme. Tutto intorno a loro c’era la banchisa e i loro movimenti erano limitati dalle spaccature nel ghiaccio. Malmgren, nonostante la sua seria frattura, cominciò per primo a cercare una soluzione. Salito su una piccola altura, iniziò a guardarsi intorno col binocolo. Vide ad est del fumo. La speranza però morì subito: erano i resti dell’Italia che stavano bruciando in lontananza e forse il resto del gruppo stava cercando di dare segnali. Tuttavia, non si scoprì mai cosa bruciasse. Nel frattempo tra i resti si riuscì a trovare qualcosa di utile. Durante il disastro dal dirigibile erano caduti stivali di pelliccia, pistole, carne in scatola, fiammiferi e cioccolato. Riuscirono a raccogliere 125 kg di provviste, anche del formaggio. Però, per 9 persone non è molto. Per questo, Malmgren decise di ridurre subito a 300 grammi la razione giornaliera.

Venne trovata anche della benzina da usare per la stufa artigianale creata a partire dai resti del dirigibile. Uno dei ritrovamenti più preziosi fu una tenda, all’interno della quale furono messi i feriti. Nel frattempo i radiotelegrafisti italiani e lo scienziato Běhounek lavoravano alla stazione radio. Per aggiustarla dovettero raccogliere i vari componenti finiti nel ghiaccio. Con grande fortuna trovarono gli accumulatori e il radiotelegrafista Biaggi disse che il trasmettitore avrebbe funzionato per ben 60 ore.

I radiotelegrafisti issarono un pilone ricavato dai resti del dirigibile e Biaggi riuscì ad inviare il primo segnale: “SOS, Italia, Nobile”. Questi segnali non furono ascoltati da nessuno, ma gli esploratori polari speravano che sarebbero venuti a prenderli il giorno dopo.

I sestanti e i cronometri ritrovati permisero loro di determinare le loro coordinate. Dunque, non rimaneva loro altro che aspettare che arrivassero gli aiuti.

Il mattino del giorno seguente non fu più facile. Malmgren riuscì a trovare una fonte di acqua dolce, ma il problema restava stabilire un collegamento con l’esterno. Il radiotelegrafista, alternando preghiere a bestemmie, ogni due ore inviava un segnale nel vuoto. Intanto riuscirono a calcolare che la terraferma più vicina si trovava a circa 50 miglia.

Nel frattempo la nave Città di Milano, con cui il dirigibile Italia manteneva i contatti, cominciò a preoccuparsi. Il dirigibile era caduto, nessun collegamento pervenuto. Il capitano Romagna tentò di andare in soccorso dell’Italia là dove pensava che si potesse trovare, ma la nave non poteva farsi largo tra i ghiacci. Alle ricerche si unirono anche altre navi e altri aerei, ma non riuscirono a trovarli.

Inaspettatamente gli esploratori polari scoprirono che la banchisa di ghiaccio sotto di loro si muoveva e che in due giorni era andata alla deriva per una distanza di 29 miglia. Ma li trascinava senza avvicinarsi alla terraferma.

Ad un certo punto vicino al campo degli esploratori comparve un orso polare. Malmgren, non perdendo il proprio sangue freddo, gli sparò con l’ultimo colpo rimasto nella pistola. Uno dei viaggiatori era stato cacciatore e fu in grado di macellare l’animale. La carne fresca e la zuppa tirarono su il loro umore.

Intanto a Malmgren e ad altri due esploratori venne l’idea di arrivare fino alla fine della banchisa da soli. L’intento era di arrivare fino al punto in cui potevano avvistare una qualche imbarcazione. La carne d’orso garantì il cibo che serviva per la lunga marcia. A Nobile questa idea non piacque, ma i membri del gruppo lo convinsero a permettere che si facesse un tentativo. Partirono in tre, incluso l’energico Malmgren.

I 6 rimasti al campo si trovavano in situazioni critiche. Rimanere nella tenda senza cibo a sufficienza per giorni fu una grande sfida anche se non avevano paura di morire di fame. La cosa peggiore era non avere notizie: Biaggi inviava segnali che nessuno riceveva.

Furono salvati da chi non si sarebbero mai aspettati. L’URSS reagì alla sparizione dell’Italia persino più rapidamente di quanto fece la stessa Italia. I russi avevano una grande esperienza nelle attività nell’Artide. Per questo, capirono subito con cosa avevano a che fare. A Mosca decisero di usare delle navi rompighiaccio. Venne creato un comitato straordinario per il salvataggio dell’equipaggio dell’Italia.

Il 3 giugno il ventiduenne Nikolay Schmidt appassionato di radio del villaggio di Vokhma captò il segnale inviato dai membri dell’Italia. Schmidt trasferì il segnale a Mosca da dove questo fu inviato a Roma. Poco dopo fu possibile contattare la nave Città di Milano. Dalla banchisa furono inviate le coordinate. Venne svelato il mistero attorno al luogo in cui si trovava l’Italia e si cominciò a parlare di un’operazione di salvataggio.

Lungo i bordi della banchisa furono posizionate delle baleniere per il salvataggio dell’Italia, ma chiaramente queste non potevano penetrare più in profondità nei ghiacci. Le ricerche vennero condotte contemporaneamente sui tre gruppi: quello principale con a capo Nobile, quelli dei tre uomini partiti a piedi e quello dei 6 volati via con il dirigibile.

Sul ghiaccio provarono a liberare delle mute di cani e dall’alto scandagliarono il territorio degli aerei. Il 17 giugno dalla tenda sul luogo dell’incidente del dirigibile furono avvistati i primi aeroplani. Fra l’equipaggio di salvataggio vi era anche l’avversario di Nobile, Amundsen. Di fronte al rischio di morire tutte le vecchie asce di guerra furono sepolte. Sfortunatamente, però, per uno dei più grandi esploratori polari della storia l’operazione di salvataggio fu l’ultima cosa che fece in vita. Infatti, il 18 giugno durante le ricerche a bordo dell’idroplano Amundsen perse la vita insieme al suo equipaggio.

Nel frattempo le ricerche continuarono. Alla spedizione di salvataggio presero parte anche dei mezzi importanti come le navi rompighiaccio Malygin e Krasin.

Il 20 giugno arrivarono gli idroplani italiani sulla tenda rossa. Uno di loro si avvicinò molto alla banchisa e il pilota gridò “A presto!”, mentre risalivano. Finalmente avevano capito dove si trovavano i dispersi.

Il primo a dirigersi verso il luogo in questione fu la Malygin. Questa rompighiaccio fu costruita nel 1912 in Gran Bretagna su commissione della Russia e fu sempre utilizzata nei viaggi settentrionali. Alle ricerche si unirono anche gli esperti aviatori Mikhail Babushkin e Boris Chunovsky. Ognuno partecipò dalla propria nave: il primo dalla Malygin e il secondo dalla Krasin.

Mentre i marinai e gli aviatori sovietici si dirigevano sul luogo, nei pressi degli esploratori dispersi giunse un aereo svedese. Einar Lundborg si rivelò non solo un aviatore esperto, ma anche un pilota audace. Riuscì ad effettuare l’atterraggio direttamente sulla banchisa. L’aereo, dotato di sci invece che di un carrello di atterraggio, atterrò sul ghiaccio ed arrivò proprio di fronte all’accampamento.

Nobile ordinò di prendere il membro più esausto della spedizione. Lundborg voleva portare via a turno tutti, ma cominciò proprio da Nobile che stava soffrendo più di tutti. In seguito, Nobile fu molto criticato per aver acconsentito di volare per primo. Ma proprio lui, sebbene fosse il capo della spedizione, era il peso maggiore per i suoi compagni a causa delle fratture e delle ferite che aveva riportato. Dal punto di vista etico, è vero che la sua scelta può essere interpretata come una manifestazione di vigliaccheria. Comunque sia andata, il capo della spedizione fu il primo a volare.

Lundborg era intenzionato a mantenere la sua promessa. Ma, mentre tornava per il secondo viaggio, commise un errore durante l’atterraggio. Lundborg sopravvisse ma l’aereo non era più in condizioni di volare. Inoltre, il tempo non era più favorevole. Per qualche tempo dovettero abbandonare l’idea di andarsene. Ma altri velivoli arrivarono e calarono degli oggetti incluso un quotidiano svedese dal quale Lundborg scoprì di essere stato avanzato di grado. Infine, arrivò un altro biplano che portò via l’aviatore svedese.

Intanto la rompighiaccio sovietica Krasin capitanata da Karl Jogi si spingeva rapidamente verso nord. Raggiunte le Svalbard, sembrava che restasse ancora poco. Ma ben presto la rompighiaccio incontrò una banchisa formata da ghiacci antichi difficili da rompere. A causa di questi ghiacci, poi, si ruppe una delle eliche. Dunque, un’altra interruzione. L’aviatore Chuknovsky, stanco di questa lenta andatura, decise di ripetere il tentativo di Lundborg.

La Krasin cercò a lungo la banchisa adatta per il decollo. Una volta decollato, Chukhnovsky non riuscì a trovare l’accampamento nello stesso posto della prima volta perché la banchisa si era spostata. Però, incappò comunque nel gruppo di Malmgren! Chukhnovsky inviò un segnale con cui diceva che era atterrato, rompendo però così il carrello di atterraggio, forniva le coordinate proprie e degli esploratori dispersi.

La rompighiaccio fece marcia indietro. Sul ponte di coperta vi erano gruppi di marinai non in servizio con il binocolo in mano. Alle 6:40 del 12 luglio sul ghiaccio vengono trovati due uomini: Malmgren era morto. Esausto per la traversata, con le gambe congelate, alcuni giorni prima aveva chiesto ai compagni di proseguire senza di lui. Ad ogni modo, questa è la versione di Tsappi, uno dei superstiti. Le sue indicazioni erano sconfusionate e non ispiravano grande fiducia. Si diffusero voci di possibili episodi di cannibalismo. Ormai non sarebbe più stato possibile stabilire la verità. Comunque andò, i due esploratori dispersi vennero portati a bordo. Chukhnovsky e il suo gruppo furono salvati solo 5 giorni dopo. L’aviatore rinunciò agli aiuti finché non venne salvata la spedizione Italia.

La Krasin si avvicinò ostinatamente al suo obiettivo. E poco dopo dalla banchisa risuonò una sirena e poi si vide del fumo. Biaggi stava trasmettendo un segnale di benvenuto. La sera del 12 luglio la Krasin raggiunse i dispersi.

Poi fu solo una questione tecnica. Il gruppo di Chukhnovsky venne recuperato sull’isola dove era rimasto bloccato. Lì gli aviatori spararono a due cervi e si fecero una bella mangiata. Insieme alla Krasin si era avvicinato, infatti, un gruppo di cervi norvegesi. L’11 agosto i superstiti vennero accolti trionfalmente a Stavanger. L’epopea del salvataggio dell’Italia si era conclusa.

Delle 16 persone partite con l’ultimo volo dell’Italia ne erano morte e sparite senza lasciare traccia 8. Altre 6 persone, fra cui Amundsen, morirono durante la spedizione di salvataggio.

Umberto Nobile tornò in patria celebrato come eroe nazionale. Ma la stampa lo criticò per aver lasciato per primo la banchisa e il governo era infuriato per il fallimento dell’operazione. Nel 1931 andò a lavorare in URSS: visse per 5 anni vicino Mosca, nel villaggio di Dolgoprudniy.

Tornò definitivamente in Italia solamente dopo il crollo del regime fascista. L’aviatore svedese Lundborg morì tre anni dopo il volo di prova. L’amante della radio Schmidt, il primo ad aver intercettato il segnale di emergenza, fu arrestato negli anni delle repressioni staliniane e fucilato del 1942. Il comandante della Krasin, Jogi, visse una vita piuttosto agiata e morì negli anni ’50.

L’odissea dell’Italia passò alla storia come voleva il suo creatore, il generale Nobile. Questa spedizione non fu solamente un traguardo scientifico, ma un esempio dei sacrifici fatti da persone che mettendo a repentaglio la propria vita hanno salvato un gruppo in difficoltà.

Fonte: Sputnik Italia

Antonietta Raphaël

October 16, 2018 Leave a comment

Antonietta Raphaël

Antonietta Raphaël, artista cosmopolita e anticonformista, fu tra le voci femminili più aperte e libere del Novecento. Testimone delle immani tragedie del secolo, fu capace di fondere, nella sua incessante ricerca visionaria, la memoria della millenaria tradizione ebraica con l’utopia, amalgamando nella pittura e nella scultura l’angoscia con la gioia di vivere.

Nata in Lituania da famiglia ebraica – il padre era rabbino e la madre, di origini sefardite, esperta di teologia – alla morte del genitore nel 1905, a causa delle leggi di discriminazione delle minoranze ebraiche e lo scoppio della rivoluzione, si trasferisce con la madre a Londra dove studia musica e frequenta l’ambiente artistico, in particolare lo studio dello scultore di origini polacche, Jacob Epstein. Scomparsa la madre, un dolore profondo le impone di lasciare Londra; nel 1924 si ferma a Parigi e poi a Roma; qui porterà la vivacità e la ricchezza dei suoi viaggi e dei suoi incontri, scintilla essenziale per la nascita del sodalizio con Scipione e Mario Mafai  che sarà chiamata «Scuola di via Cavour» o «Scuola romana». Da Mafai, che diviene compagno di vita, avrà tre figlie, Miriam, Simona e Giulia.

Raphaël affronta incessantemente il tema della maternità inteso come «l’inizio del mondo, l’inizio delle cose, di tutte le cose» e, attratta con energia crescente dalla scultura, lo trasferisce nel gesso, nella terracotta o nel bronzo.

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Valeria Montaldi

September 3, 2018 Leave a comment

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È nata a Milano, dove ha seguito gli studi classici e si è laureata in Storia della Critica d’Arte. Dopo una ventina d’anni di giornalismo dedicato a luoghi e personaggi dell’arte e del costume milanese, nel 2001 ha esordito nella narrativa con Il mercante di lana (Premio Città di Cuneo, Premio Frignano, Premio Roma), a cui sono seguiti Il signore del falco, Il monaco inglese (finalisti Premio Bancarella), Il manoscritto dell’imperatore (Premio Rhegium Julii), La ribelle (Premio Città di Penne, Premio Lamerica, Prix Fulbert de Chartres), La prigioniera del silenzio.
I suoi romanzi sono pubblicati in Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Grecia, Serbia, Ungheria, Brasile.

 

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Cristoforo Colombo, condotta spregevole del grande esploratore italiano

June 17, 2018 Leave a comment

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Un elenco di atrocità commesse da Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo: la verità tenuta nascosta. Ogni anno, il secondo lunedì di ottobre, gli americani festeggiano il Columbus Day. Questa “festa” è in realtà celebrata in parecchi paesi in tutto il mondo, e viene osservata come un evento positivo.

Vincent Schilling, l’autore dell’Indian Country Today Media Network, ha deciso di documentare le contraddizioni dell’eredità “nobile” di Colombo. Il fatto è che se Colombo oggi fosse stato ancora vivo, sarebbe stato processato per crimini contro l’umanità.

Cristoforo Colombo era uno spilorcio

Colombo ha rubato la ricompensa di un marinaio sulla strada verso il Nuovo Mondo. Dopo aver ricevutofinanziamenti per il suo viaggio da Re Ferdinando e dalla Regina Isabella, Colombo ha offerto una ricompensa di 10.000 maravedi (uno stipendio di un anno per un marinaio, circa 540 dollari) alla prima persona che avesse scoperto la nuova terra.

Anche se fu un marinaio di nome Rodrigo de Triana a scoprire la nuova terra nell’ottobre del 1492, Cristoforo Colombo ritirò l’affare dicendo che era stato lui a notare per primo la terra perché era abbastanza sicuro di aver visto una luce scura la notte prima (sebbene anche per sua propria ammissione, non poteva affermare che fosse terra).

Queste informazioni provengono dal libro di Colombo del 11-12 ottobre 1492 riprodotto da Robert Fuson nel libro The Log of Christopher Columbus, pp. 73-74.

Colombo non è mai effettivamente sbarcato sul suolo americano

Mentre Colombo tornò in America altre tre volte, non ha mai inizialmente messo piede su qualsiasi parte dell’America e sappiamo ora che altri viaggiatori molto probabilmente lo hanno fatto prima di lui.

Il suo primo sbarco fu su un’isola nelle Bahamas dove incontrò gli Arawaks, i Tainos e i Lucayan, una popolazione molto pacifica e amichevole con Cristoforo Colombo e i suoi uomini. Impressionato della loro cordialità, ha fatto quello che ogni europeo avrebbe fatto: prese alcuni dei nativi contro la loro volontà. Nel suo diario scrisse:

“non appena sono arrivato nelle Indie [Colombo erroneamente credette di aver raggiunto l’Asia], sulla prima isola che ho trovato, ho preso alcuni dei nativi con la forza in modo che potessero apprendere e fornirmi informazioni di ciò che c’è in queste parti.”

Cristoforo Colombo ha detto un sacco di stronzate

Quando Colombo incontrò per la prima volta i nativi Arawaks, scrisse nel suo diario:

“Essi… ci hanno portato pappagalli e palline di cotone, lance e molte altre cose… Hanno scambiato tutto quello che possedevano… Erano ben messi, con corpi dalle caratteristiche buone e belle… Non portano e non conoscono armi, perché ho mostrato loro una spada, l’hanno presa per il bordo e si sono tagliati fuori dall’ignoranza. Non hanno ferro. Le loro lance sono fatte di canna… Sarebbero degli ottimi servitori… Con 50 uomini potremmo soggiogarli tutti e fargli fare quello che vogliamo. “

Dopo diversi mesi nei Caraibi, Colombo ebbe un cambiamento di tono. Dopo che due nativi erano stati assassinati durante una negoziazione, egli scrisse:

” .. Sono cattivi e credo che siano dell’ isola dei Caraibi e che mangino gli uomini.” Egli continua scrivendo che sono ” cannibali selvaggi, come piccoli cani che bevono il sangue delle loro vittime. ”

Grazie a Colombo, la “storia cannibale” è ancora insegnata in alcune scuole di oggi.

Gli uomini di Colombo erano un branco di stupratori e omicidi.

Dopo il primo viaggio di Colombo nel nuovo mondo, tornato in Spagna, lasciò 39 uomini alle sue spalle. Gli uomini decisero che avrebbero aiutato le donne indigene locali, e dopo il ritorno di Colombo, trovò tutti i suoi uomini morti. Ne seguì la violenza, e con altri 1.200 soldati a sua disposizione, il nuovo esercito di Colombo violentò, saccheggiò e torturò senza alcuna discrezione.

Ecco il racconto inquietante di Michele de Cuneo amico di Colombo:

“Mentre ero in barca ho preso una donna molto bella dei Caraibi, con il permesso che ha dato a me l’ammiraglio e con i quali, dopo averla portata nella mia cabina, essendo nuda secondo la loro usanza, sono stato sopraffatto dal desiderio del piacere.

Volevo mettere in atto il mio desiderio ma lei si rifiutava graffiandomi con le unghie delle dita in modo tale che io smettessi. Ma vedendo che (per dirvi la fine di tutto), ho preso una corda e lo frustata per bene, per il quale ha sollevato tale inaudite urla che non avreste creduto alle vostre orecchie.

Finalmente siamo arrivati a un accordo in modo tale che posso dirvi che sembrava essere stata portata in una scuola di prostitute “.

Gli spagnoli commisero molti altri atti efferati nei confronti degli indigeni, come ad esempio “testare la nitidezza delle lame sulle persone native, tagliandole a metà, decapitandole e gettandole in vasche di sapone bollente.

Ci sono anche scritti in cui i neonati venivano strappati dal seno della loro mamma da parte degli spagnoli, solo per essere lanciati a capofitto sulle grandi rocce” (Schilling, 2013).

Secondo Bartolome De Las Casas, ex proprietario di schiavi che è diventato vescovo scrive:
” Quelle disumanità e barbarie sono state commesse come non ho mai visto in tutti i mie anni “. “I miei occhi

hanno visto questi atti così estranei alla natura umana che ora tremo mentre scrivo. ”

Cristoforo Colombo era avaro

“L’oro è il più prezioso di tutte le materie prime; l’oro costituisce il tesoro e colui che lo possiede, ha tutto ciò di cui ha bisogno nel mondo, come anche il mezzo per salvare le anime dal Purgatorio e riportarle al godimento del paradiso. -“Cristoforo Colombo”

Colombo riferì alla regina Isabella e al re Ferdinando che nel Nuovo Mondo c’erano “fiumi d’oro”, così come un’abbondanza di schiavi nativi e in cambio gli furono date altre 17 navi e 1.200 uomini. Inutile dire che era disperato nel fare ciò che aveva promesso.

I nativi erano costretti a lavorare in miniere d’oro fino all’esaurimento e, se si rifiutavano, erano o decapitati o gli venivano tagliate le orecchie. Coloro che non fornivano almeno un dado di polvere d’oro ogni tre mesi, gli venivano tagliate le mani. Le mani poi venivano legate intorno al collo e lasciati a sanguinare fino alla morte.

Circa 10.000 nativi sono morti in questo modo.

Schiavi del sesso per tutti!

Oltre a utilizzare i nativi per il lavoro schiavizzato, Cristoforo Colombo vendette femmine giovani di 9 anni ai suoi uomini come schiave sessuali . Nel 1500 Colombo scrive:

” Centinaia di Castellanos sono facilmente raggiungibili per una donna come per una fattoria, e ci sono molti commercianti che vanno in cerca di ragazze; Quelli da nove a dieci sono ora richieste. ”

Colombo ha usato i nativi come cibo per cani

A quanto pare, Colombo ha permesso ai suoi uomini di usare i nativi come cibo per cani. È stato riferito che c’erano macellerie nei Caraibi che vendevano la carne indiana e, periodicamente, è stata condotta una pratica conosciuta come la Montería Infernal (inseguimento infernale) in cui gli indiani furono cacciati, uccisi e mangiati dai cani da guerra Spagnoli.

In un atto ancora più terrificante, i bambini vivi sono stati strappati dalle braccia della loro madre e dati ai cani come sport.

Colombo è stato arrestato per i suoi crimini e poi perdonato

Numerose denunce furono presentate contro Cristoforo Colombo per quanto riguarda la sua cattiva gestione e, nel 1500, fu arrestato da un commissario reale che lo riportò in Spagna in catene. Egli fu spogliato del suo titolo di governatore. Tuttavia il re Ferdinando lo perdonò e gli fu sovvenzionato un altro viaggio.

Grazie agli scritti di Bartolome De Las Casas, il trattamento degli indigeni in Sud America ha esposto le barbarie spagnole, contribuendo alla leggenda nera — la reputazione della Spagna come un “colonizzatore unicamente brutale e sfruttatore“.

Potremmo voler riconsiderare anche di riconoscere questa cosiddetta “festa” e, con la falsa reputazione di Colombo raccontata ai nostri figli a scuola, il minimo che possiamo fare è raccontare loro la verità.

Fonte: Ufoalieni

de Bry, Balboa wirft Indianer den Hunden - de Bry / Balboa throws Indians to hounds -

Andrea Chisesi

March 8, 2018 Leave a comment

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Andrea Chisesi nasce a Roma nel 1972, all’età di due anni Andrea e la sua famiglia si trasferiscono a Milano, qui frequenta il Liceo Artistico e il Politecnico. Nel 1998 apre il suo studio “Andrea Chisesi photographer” in Porta Venezia, studio nel quale si occupa principalmente di fotografia ma nel quale inizia a sperimentare quella tecnica che lui stesso definirà “Fusione” tra pittura e fotografia. Dal 1998 al 2008 , la fotografia di ritratto sarà per l’artista l’attività principale che lo porterà a pubblicare su prestigiose riviste come Vogue, Vanity fair, Max, Rolling Stone e a ritrarre nel suo studio e sui set cinematografici personaggi tra cui attori, scrittori, musicisti di fama mondiale come Harvey Keitel, Robbie Wiliams, Ken Follet, Steven Tyler e molti altri. Nonostante i suoi successi in campo fotografico Andrea Chisesi non ha mai smesso di dipingere, sperimenta le sue prime “Fusioni” tra pittura e fotografia e continua la sua ricerca iconografica nella pittura pura.

Nel 2008 apre il suo atelier di pittura in via Piranesi a Milano.
Fusioni e Vortici sono i suoi due percorsi, che porta avanti parallelamente.
Il primo percorso necessita di una rigorosa progettualità, la tela viene preparata pittoricamente per accogliere la fotografia, successivamente continua ad essere dipinta.
Il secondo al contrario, da libero sfogo a quella istintività ed al gesto che l’artista dal 2008 porterà davanti al pubblico con le sue live performance.
Proprio questa esigenza di essere rapido, incisivo nel tratto, davanti ad un pubblico attento lo portano ad adottare la tecnica del dripping, anche nella realizzazione di soggetti figurativi.
Anche se apparentemente molto diversi i due percorsi di “Fusione” e di pura pittura si intrecciano soprattutto nella fase preparatoria delle opere.

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Camille Rose Garcia

February 21, 2018 Leave a comment

camille rose garcia

Camille Rose Garcia nasce del 1970 a Los Angeles, in California. Le immagini sovversive di Garcia definiscono il suo stile basato su elaborate narrazioni sociopolitiche, che l’artista cela sotto strati di sfumature dal fascino fiabesco, che sottilmente criticano i fallimenti delle utopie capitaliste celebrate dalle controculture americane.

La scrittura spezzettata e i film surrealisti di William Burroughs, come anche i vecchi cartoni della Disney e della Fleischer influenzano le scene frammentate e descrittive di Garcia. Le superfici dei suoi dipinti, infatti, sono consumate come se fossero state ripetutamente ridipinte, e rimandano così ai vecchi film degli anni ’50. Le figure che dimorano nella surreale immaginazione dell’artista divengono le remote cugine delle fiabe classiche e dei cartoni dei primi del ‘900.

I lavori grotteschi di Garcia esplorano l’oscurità delle favole, riflettendo sulle memorie d’infanzia dell’artista, specchi della contro-cultura di Los Angeles, che risalta nel suo aspetto violento e sgradevole. Come afferma in una sua intervista: “Ciò che mi fa diventare matta mi motiva”.

Il lavoro di Garcia è stato esposto nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo e presentato in numerose riviste tra cui Juxtapoz, Rolling Stone, e Modern Painter. Le sue opere d’arte sono state esposte al “Los Angeles County Museum” and nel “San Jose Museum of Art’s”, che ha ospitato la retrospettiva di Garcia “Tragic Kingdom”. Garcia ha inoltre collaborato con The Walt Disney Museum per la mostra “Camille Rose Garcia: Down the Rabbit Hole”, dove ha esposto una serie di illustrazioni ispirate alle storie Disney.

Oltre alle sue mostre personali, si annovera la sua presenxa all’ “Art from the New World” al “Bristol City Museum”, “Pop Surrealism” tenutasi al Museo delle Arti Visuali, del Palazzo Collicola, a Spoleto, in Italia, “Turn the Page” al “The Virginia Museum of Contemporary Art”
(MOCA), e “Cross The Streets” al “Museum of Contemporary Art” (MACRO) di Roma, in Italia nel 2017.

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