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Archive for the ‘Cultura’ Category

Marius Creati

November 15, 2017 Leave a comment

 

 

 

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Sin da giovane il designer italiano rivela attinenze verso il mondo dell’arte, della poesia, della cultura, in prevalenza manifestando un particolare interesse per la moda e la haute couture. Entra subito in contatto con la boutique più avanguardista della sua città natale, Roppongi, iniziando a metà degli anni ’90 una lunga collaborazione con i designers Keila Jedrik e Alberto Magli, tra Bologna e Milano. Dopo alcuni anni di formazione attitudinale, in seguito agli anni dell’Università di Architettura, decide di approfondire il suo percorso nel mondo dello stile frequentando l’Istituto Nazionale di moda e costume Burgo di Milano, continuando le sue collaborazioni nel settore fino ad approdare a Roma dove, entrato in contatto con il famoso artista e fashion buyer Massimo Degli Effetti, intraprende una longeva collaborazione di oltre dieci anni occupandosi di moda, stile, merchandising, fashion business, frequentando le più grandi case di moda internazionali, intensificando le sue collaborazioni di stile, entrando in contatto con gli addetti ai lavori delle varie maisons e showrooms tra Milano e Parigi, incontrando lungo il suo cammino svariati personaggi famosi nazionali ed internazionali, ma prevalentemente occupandosi di approfondire continuamente le sue conoscenze nel settore.

MARIUS CREATI è un nuovo brand fondato dallo stilista alla fine del 2013 mediante la valida collaborazione delle aziende Montaliani e Verna Oro.

MARIUS CREATI lancia la sua prima capsule collection uomo all’inizio del 2014 vigoroso di una visione prospettica lungimirante indirizzata verso il successo commerciale internazionale, spinto dal percorso iniziatico verso il suo personale incontro con il lusso e l’avanguardia dello stile. Le sue creazione ispirano una figura sospinta verso l’avanguardismo poetico, intriso di un dolce nichilismo eclettico contemporaneo, avverso alle consuetudini e avvezzo all’ordine mondano.

Egli ritrae i tratti atipici del simbolismo sforzando di plasmare valori di stile che, incontrovertibilmente, sposano il fascino dell’arcano, del metafisico e del lusso atemporale. Ciò che intende realizzare è frutto di una ricerca profonda che basa umilmente le radici sull’immenso bagaglio conoscitivo della storia e della sapienza.

“Consacrarsi alle persone che sanno attribuire il giusto valore ai dettagli, ai particolari che a molti sfuggono. Considerare l’unicità di un oggetto autentico, carico di significati legati alla storia, al design e alla colta manualità di chi trasforma la materia in arte e l’arte in piacere”.

Giochi di luci e ombre nel lavoro del designer italiano, in simbiosi tra la vita e la morte, la cultura dell’arte e la penombra del mistero, contrastante gli elementi di stile in bilico tra la realtà e il sogno, offrendo un’espressione d’identità distinta, dettando icone codice come dettagli impeccabili attraverso un design incapsulato tra proporzione, artigianalità, androginia e qualità pregiata. Cardine il suo amore profondo e smisurato per la creatività.

L’attenta e accurata lavorazione artigianale dal sapore sartoriale si valorizza nella costante ricerca mediante l’accostamento diligente di accessori, tessuti e modelli studiati per creare un prodotto unico ed eccellente, destinato a soddisfare le esigenze di individui distinti in grado di percepire l’essenza indelebile delle creazioni. Esumazione di antichi dettagli, taglio esperto, materiali pregiati, tecniche innovative e tradizione per dare vita ad un manufatto di qualità superiore. Serietà, rispetto, integrità e valore rimarchevole per suggellare un patto di continuità irreprensibile. Queste le sue prerogative…

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Paolo Roversi

November 10, 2017 Leave a comment

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Paolo Roversi

(1947, Italy)

Paolo Roversi’s interest in photography was kindled seventeen years old during a holiday in Spain. At twenty years old he worked as reporter in a photographic agency. In 1970 he opened his first studio in Ravenna, dedicated to still-life and portraits. In 1973 he moved to Paris and he began to approach fashion photography. He met Laurence Sackman, the well-know fashion photographer at that time. Sackman introduced Roversi to this kind of photography. Roversi was the first photographer to use the 20 x 25 polaroid. He has cooperated with Vogue Italy and England, Harper’s Bazaar, Men’s Vogue, Interview, W, Arena, I-D, Marie Claire magazines. He has signed many advertising campaigns for Armani, Cerruti, Comme des Garçons, Christian Dior, Alberta Ferretti, Romeo Gigli, Givency, Krizia, Valentino, Yves Saint Laurent, Yohij Yamamoto. He has realised some commercial for Dim, Evina, Gervais, Kenzo e Woolmark. He has exhibited in many solo and collective exhibitions in Italy and abroad.

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Catalogna, storia secolare dell’indipendentismo catalano

October 6, 2017 Leave a comment

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Per comprendere l’evoluzione politica di quel che sta accadendo in Catalogna è fondamentale considerare le istanze indipendentiste di questa regione come un fenomeno di lunga durata, che si è sviluppato e modellato nel corso dei secoli. Ripercorrerne le tappe fondamentali può rappresentare un utile strumento di comprensione.

Nel 711 i musulmani attraversarono lo stretto di Gibilterra, conquistando la quasi totalità della penisola iberica, unica eccezione la regione montana del Nord della Spagna dove si formarono diversi nuclei cristiani che cominciarono una fiera resistenza. Nei due secoli di “clausura” montana, si definirono alcuni grandi spazi culturali dai tratti ben definiti: basco, catalano, aragonese, galiziano e castigliano-leonese, che gradualmente diedero vita a regni e contee indipendenti. Nel caso catalano, questo processo si sviluppò e si consolidò sotto la tutela dei sovrani carolingi della Francia, che, dopo la riconquista di Barcellona, occupata dagli arabi tra il 717 e il 718, si stabilirono nei Pirenei, dando vita alla Marca hispanica. La crisi che colpì nel X secolo l’impianto politico creato da Carlomagno indusse le contee catalane a unirsi sotto la casata di Barcellona e a non rinnovare il patto di vassallaggio che legava al regno al di là dei Pirenei.

A partire dal XII secolo, in concomitanza con l’espansione meridionale dei regni cristiani della penisola, cominciarono a definirsi i limiti territoriali del principato della Catalogna, che con l’unione dinastica tra i conti di Barcellona e il re di Aragona (1137) segnarono in qualche modo la nascita di un’idea di nazione catalana. È di quest’epoca il primo riferimento ai Cathalani, che proviene da una fonte pisana, il Liber Maiolichinus.

L’unione dinastica (1469) tra il re della confederazione catalano-aragonese Ferdinando e la regina di Castiglia Isabella, avrebbe portato alla nascita del Regno di Spagna. Sin da subito la neonata monarchia si caratterizzò come una confederazione di regni che condividevano sovrano e diplomazia. Questo delicato equilibrio fu mantenuto da Carlo V d’Asburgo (1500-1558), ma venne meno con suo figlio, Filippo II (1527-1598), che, circondato da ministri castigliani, governò in senso assolutista e centralista a discapito delle leggi e degli interessi degli altri regni. Da quel momento, furono molto frequenti le tensioni tra i monarchi spagnoli e le istituzioni catalane (Generalitat de Catalunya). Il latente conflitto arrivò al suo apice nel 1640, con la ribellione popolare detta Guerra dels Segadors che portò alla nascita della Repubblica catalana (1641), sotto protezione del re di Francia Luigi XIII, e che terminò solo nel 1652 con la conquista di Barcellona.

La Guerra di successione spagnola del 1700 e la successiva pace di Utrecht del 1713 non fecero che aumentare i propositi indipendentisti della Catalogna, duramente repressi dal nuovo re Filippo V di Borbone (1683-1746), che l’11 settembre 1714 (festa nazionale catalana), dopo 13 mesi di assedio, conquistò Barcellona, scatenando una durissima repressione contro le autorità catalane. I due secoli che seguirono, caratterizzati da una calma relativa, favorirono ulteriormente il consolidarsi dell’identità catalana, che trovò un suo compimento nella nascita di un vasto movimento letterario (Aribau, Verdaguer, Maragall, Guimerà).

Si giunge così al XX secolo, quando, durante la guerra civile spagnola (1936-1939) il movimento indipendentista catalano si schierò apertamente a favore dei repubblicani e contro Franco. La vittoria di quest’ultimo portò a un prezzo altissimo da pagare per la comunità catalana. Tra il 1939 e il 1975 il governo centrale sotto le direttive del Caudillo distrusse con ferocia inaudita ogni istituzione locale, con un accanimento particolare nei confronti della cultura e della lingua. Incalcolabile poi il numero delle vittime delle sacas, le esecuzioni sommarie di massa che per anni decimarono quelle classi popolari catalane che maggiormente si erano rese protagoniste della lotta al franchismo. Alla morte del generale Franco, nel novembre 1975, le aspirazioni autonomiste tornarono a manifestarsi più liberamente. Una lunga serie di scioperi e di manifestazioni di massa portarono alla “concessione” dello statuto di autonomia del dicembre 1979, per arrivare ai nostri giorni, al 27 settembre 2015, giorno in cui si sono svolte e concluse le elezioni del Parlamento catalano, che hanno ridato vigore all’idea di una Catalogna indipendente.

Fonte: Treccani

Filippo Riniolo

September 6, 2017 Leave a comment

Filippo Riniolo

Filippo Riniolo (www.filipporiniolo.it) nasce a Milano nel 1986. Vive e lavora a Roma, dove si è laureato nel 2011 all’Accademia di Belle Arti con una tesi sull’impatto della finanziarizzazione nel sistema dell’arte contemporanea. La sua ricerca spazia tra temi poetici, politici, sociali, storici e d’attualità. Tra i campi di interesse ci sono il rapporto fra corpo e potere, queer studies, gender studies e post-colonial studies. Fra i suoi strumenti di ricerca troviamo la fotografia, l’installazione, la performance, il suono e il video. Numerose le mostre personali, tra le quali “A jouful sens at work” per il Salone del mobile di Milano nel 2016, “Invisible hand” presso MauMau Gallery di Istanbul, conclusione di una residenza d’artista nel 2015, “La sua presenza” a Sponge Arteconteporanea (Pergola) curata da Fabrizio Pizzuto nel 2014, “LifeLong learning” al Museo CIAC di Genazzano, curata nel 2012 da Claudio Libero Pisano. Fra le mostre collettive, nel 2017 “Critic London” alla London South Bank University e “Fabbrica 0” al Teatro India di Roma; nel 2016 “PerFourMance” al Kunsthalle Eurocenter di Merano e “Dynamo Camp” a San Marcello Pistoiese; nel 2015 “Future Rhythms, Jump into the Unknown”, evento collaterale della 56° Biennale di Venezia, “Siderare“ alla Fondazione Volume! di Roma; nel 2014 “Ginnastica della visione” alla Bienal del Fin del Mundo (Mar del Plata, Argentina), “BIO50 }Hotel” alla 24° Biennale del Design (Ljubljana, Slovenia) e il festival “Seminaria sogni in terra” (Maranola); nel 2013 “Azione! seconda” a The Others Art Fair (Torino) e “Così vanno le cose” ad ArtVerona (Verona); nel 2012 “INTELLèGO” al Museo Bilotti (Roma), “Open#4” al SaleDock (Venezia) e Premio Roma Centro Storico (Roma).

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Amerindiani, breve excursus sulla civiltà dei nativi americani

July 23, 2017 Leave a comment

Grandi laghi, foreste, praterie, deserti, aspre catene montuose, coste favorevoli alla pesca… è in questi ambienti, generosi o estremi, che ha inizio la storia degli Indiani o Pellerossa, i primi colonizzatori del Nord America. L’appellativo “Indiani” venne loro attribuito da Cristoforo Colombo, erroneamente convinto di essere approdato nelle Indie asiatiche. Amerindi, Amerindiani, abbreviazioni di “American Indians” oppure Nativi americani o “Indios”, se si utilizza la forma spagnola, sono altri nomi con cui i celebri Indiani d’America vengono designati.

Si tratta, in realtà, di un gran numero di gruppi etnici che, pur condividendo alcuni tratti culturali, non sono un insieme omogeneo come si tende erroneamente a pensare, differenziandosi per struttura sociale, lingua, religione, origine geografica all’interno degli attuali Stati Uniti, per usi, costumi e valori. Si calcola che prima della colonizzazione europea le popolazioni indigene del continente americano ammontassero a circa 90 milioni di individui, per la maggior parte concentrati nel Messico e nella regione delle Ande. Durante il Pleistocene, a seguito di periodici abbassamenti delle temperature che causarono il congelamento di gran parte delle acque del globo terrestre, in particolare alle alte latitudini, lo stretto di Bering divenne un ponte naturale di collegamento tra 2 continenti: Asia e America settentrionale. L’ipotesi accolta quasi all’umanità ritiene che gli Indiani discendano da popolazioni asiatiche giunte in Alaska dalla Siberia nord-orientale nel periodo glaciale: gruppi numerosi avrebbero attraversato lo stretto di Bering, allora coperto di ghiacci, in successive ondate migratorie. Alcuni studiosi fanno risalire le migrazioni a 30.000 anni fa, sulla base di studi comparati tra diversi linguaggi ed analisi delle caratteristiche genetich, mentre prove più dirette, basate su ritrovamenti archeologici, si riferiscono ad epoche posteriori, in particolare al 22.000 a.C. per il Canada, al 21.000 a.C. per il Messico e al 18.000 a.C. per il Perù. Il Sud del continente americano è stato raggiunto nel 10.000 a.C.

Se, come sosteneva Kant, non è possibile insegnare la geografia senza la storia o se ancora la geografia può essere definita come storia nello spazio, è giusto ripercorrere le tappe storiche salienti dei Nativi d’America. Era il 12 ottobre 1492 del calendario giuliano (corrispondente al 21 ottobre del nostro calendario gregoriano) quando, sull’isola ribattezzata San Salvador, ebbe luogo l’incontro tra Cristoforo Colombo ed i suoi compagni di viaggio, da una parte, e gli Indiani Taino dall’altra. Colombo sbarcò con i Pinzón, gli inviati reali e alcuni marinai, rendendo possesso dell’isola a nome dei Re di Spagna. A poco a poco gli indigeni, timorosi, incominciarono ad apparire tra la vegetazione. Erano completamente nudi e non conoscevano le armi. Si trattava dei ‘Taínos, della famiglia degli Araucos. Colombo e i suoi cominciarono a chiamarli ‘Indios’, credendo che fossero abitanti dell’India. Se l’incontro tra gli spagnoli e gli indigeni causò la meraviglia dei primi, già abituati alle esplorazioni africane e delle isole oceaniche vicine al vecchio continente, nei secondi dev’esser stato qualcosa di eccezionale e meraviglioso (meraviglioso per poco tempo, dato che poi si convertì in una maledizione mortale!). Gli indios osservarono con stupore le tre enormi “case” che galleggiavano e i loro abitanti bianchi, barbuti, armati e ricoperti di panni e di metalli. Non sapendo scrivere e possedendo una cultura primitiva non potettero trasmettere le loro impressioni su quegli ‘dei’ che venivano dal cielo. Le culture realmente sviluppate si trovavano molto distanti, in Messico e in Perù.

Facciamo un balzo in avanti nel tempo. Nel 1755 Inglesi e Francesi iniziarono una guerra per possedere la valle dell’Ohio, cui presero parte anche gli Indiani: gli Irochesi, alleati agli Inglesi, gli Algonchini, dalla parte dei Francesi. La guerra, chiamata “guerra dei sette anni” terminò nel 1763 con la vittoria degli Inglesi, siglata nel Trattato di Parigi. Nel 1763 il Parlamento concesse ai Nativi il diritto di rimanere sulle terre non ancora cedute, garantendo la tranquillità alle loro popolazioni ma, intorno al 1770, gli Irochesi furono costretti a firmare il Trattato di Stanwick che li obbligava a spostarsi più a ovest e ad abbandonare le terre dove avevano sempre vissuto. I coloni europei si espansero sui territori dei Nativi e, infrangendo il trattato del 1763, scacciarono i Delaware e gli Shawnee, ponendosi contro gli Inglesi che erano favorevoli ad una alleanza con i Nativi. Negli anni successivi, proseguironole guerre fra Inglesi e Americani, alle quali i Nativi presero parte, ma quando nel 1787 nacquero gli Stati Uniti, per tutte le tribù indiane fu l’inizio della fine. Il primo presidente Washington, intraprese una guerra contro gli Indiani che portò alla battaglia di Fallen Timbers, dove gli Indiani subirono una forte sconfitta ad opera dell’esercito americano guidato dal generale Waine, complice il tradimento degli Inglesi che, in un primo tempo, avevano promesso loro aiuto. Nell’agosto del 1795, invece, le tribù Shawnee e Miami furono costrette a firmare il trattato di Greenville con il quale persero circa 60.000 chilometri quadrati del loro territorio. Fu proprio alla luce di questi avvenimenti che Tecumseh, divenuto da giovane capo della tribù Shawnee, iniziò un lungo viaggio in tutto il Nord America, con l’intento di convincere gli altri capi a creare uno stato indiano nel quale riunire tutte le tribù.

La fama espansionistica dell’uomo bianco crebbe sino al 1830, anno in cui il Congresso Americano votò l’ “Indian Removal Act”, col quale numerosissime tribù del sud-est furono costrette a lasciare le loro terre, trasferendosi ad ovest del grande fiume Mississippi. Tra il 1862 e il 1868, nonostante fosse in corso la Guerra di Secessione, il generale Carleton e Kit Carson attaccarono i Navajo che rifiutarono di trasferirsi in una riserva ad est del New Mexico. Dopo anni di lotte, stremata dalla fame e dalla malattia, la tribù accettò il trasferimento. Lo stesso trattamento venne riservato agli Apache, capeggiati da Mangas Coloradas e Cochise. – Nel 1864 i Cheyenne presero d’assalto un treno merci. Il colonnello Chivington, in risposta, attaccò il villaggio di Sand Creek, nonostante gli Indiani esposero la bandiera bianca in segno di resa, senza risparmiare donne e bambini I Sioux, invece, guidati da Nuvola Rossa e da Cavallo Pazzo, per vendicare Sand Creek, attirarono in un’ imboscata un reggimento dell’esercito, uccidendo tutti gli uomini. Nel 1872 furono i Modoc a fuggire da una riserva in cui erano stati confinati assieme ai Klamath con i quali non erano in buoni rapporti. Guidati da Kintpuash (Capitan Jack), raggiunsero le loro terre sui Lava Beds, resistendo a lungo all’inseguimento degli Americani grazie all’astuzia del loro capo e al territorio impervio, fino a che Kintpuash non venne catturato e impiccato.

Il 1876 fu un anno importantissimo nella storia dei Nativi poiché i Sioux di Toro Seduto e Cavallo Pazzo si unirono ai Cheyenne di Due Lune, tenendo una grande cerimonia chiamata “Danza del Sole” sulle rive del fiume Rosebud. Dopo qualche giorno vennero attaccati dalle truppe del generale Crook, ma dopo uno scontro durissimo Cavallo Pazzo e i suoi uomini resistettero e ne uscirono vincenti. Al generale Custer venne successivamente ordinato di andare in avanscoperta, ma egli, senza aspettare i rinforzi, decise di attaccare. Toro Seduto, avvisato dell’arrivo dei soldati, riuscì ad organizzare insieme agli altri capi una difesa che si trasformò in poco tempo in attacco. I soldati di Custer vennero travolti nella famosa battaglia del Little Big Horn, che rappresenta la vittoria più importante nella storia dei Nativi. Nel 1878, dopo la battaglia di Little Big Horn, i Cheyenne e gli Arapaho accettarono di andare a vivere nelle riserve, con la promessa del governo americano di poter fare ritorno alle loro terre qualora la riserva non fosse stata di loro gradimento. Non appena la riserva si rivelò arida e priva di selvaggina da cacciare, i Nativi, guidati da Coltello Spuntato e Piccolo Lupo, iniziarono una fuga per poter tornare nelle loro terre, ottenendo, dopo anni di scontri e numerose perdite di uomini, una riserva nei loro territori. Fra il 1891 e il 1898 tutti i Nativi vennero relegati per sempre nelle riserve, ad eccezione dei Chippewa che diedero origine ad una rivolta, terminata in un bagno di sangue. Dal 1900 in poi nacquero associazioni sensibili ai problemi degli Indiani, volte a salvaguardare la cultura e la vita dei popoli nelle riserve e nel 1934 , con l’Indian Reorganization Act, gli Indiani riuscirono ad ottenere qualche diritto in più e la restituzione di piccola parte dei territori loro sottratti nel corso di decenni di guerre.

Fonte: MeteoWeb

Philippe Briand

May 16, 2017 Leave a comment

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London-based Philippe Briand has been conceiving high-performance yachts since his La Rochelle childhood, and his technical excellence and precision – accompanied by a strong artistic flair – have continued to evolve over what is arguably the most prolific career of any yacht designer today.
Early insights into naval architecture, advanced hydrodynamics and production engineering during an internship with Swedish designer Pelle Petterson armed Briand with the skills to create dozens of successful production yacht models, of which over 12,000 vessels have been built.
His portfolio spans four decades, starting with his first IOR Quarter Ton design at the age of 16. His designs for competition have included eight yachts for six America’s Cup campaigns; two of the vessels for the French team that won the Admiral’s Cup in 1991; and countless high-performance offshore racing yachts. An accomplished sailor himself, Briand has won the Half-Ton Cup in 1993 and the One-Ton Cup in 1994, in yachts of his own designs.
Briand’s first foray into superyachts came in 1995, with a winning submission for the design of the groundbreaking, award-winning 44.7m S/Y Mari Cha III, and then Mari Cha IV. The success of these lightweight, high-performance cruising racers propelled him into the world of superyachts, where he has enjoyed considerable success.
Briand and his team of designers have won over 30 international yacht design awards (to date year 2017) for their work, and have collaborated with some of the most highly respected sailing yacht builders in the world, including Alloy Yachts (New Zealand), CNB (France), Groupe Beneteau (France), Perini Navi (Italy), Royal Huisman (Netherlands) and Vitters (Netherlands). They currently produce yacht designs and naval architecture always oriented on use of new technologies – ranging from 6 to over 100 metres, both for sailing yachts and motor yacht. The team puts a strong emphasis on performance and is continually employing new technologies to enhance designs, in a quest for perfection.
He is one of the few – if not the only – yacht designers with the technical capabilities and experience to design high performance yachts of both the motor and sailing variety. In recent years, his collaboration with Vitruvius Yachts has seen three of his motor yacht designs launched (50m, 55m and 73m), bringing an evolved, high-performance and long-range style to the sphere.

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Kris Ruhs

April 3, 2017 Leave a comment

Kris Ruhs

Kris Ruhs

1952 – Nasce a New York (USA) da genitori di origine tedesca

1972 -1975 Frequenta la School of Visual Arts, New York.

1972 -1996. Lavora a New York.

1996- ad oggi. Lavora tra Milano e Parigi.

Kris Ruhs frequenta la School of Visual Arts a New York e inizia le sue esplorazioni artistiche negli anni Settanta, quando nelle arti visive si tendeva a tornare alle basi creative nelle diverse tecniche espressive dando la stessa attenzione tanto al processo creativo in azione quanto alle opere finite.

In questi anni supera velocemente carta e pittura come mezzo espressivo e realizza una prima serie di sculture ispirate da legname scartato nelle vie vicino al suo studio a sud di Broadway. Scarti materici dalle forme e misure sempre diverse diventano i suoi materiali preferiti. Il legno vecchio viene segato, piallato, dipinto e bruciato per dare una nuova superficie e una nuova forma che implicano una profondità e un peso metaforici.

Anche se ancora riconoscibile come legno, queste prime “scatole” riflettono i nuovi processi a cui sono sottoposte. Le scatole degli anni Ottanta prefigurano il modello germinale delle opere successive e della relazione dell’artista con nuovi materiali: dalla corda, al ferro, dalle ceramiche al vetro, dall’acciaio corten alla luce.

Mentre vive a New York alla fine degli anni Settanta, l’amicizia di Ruhs con il leggendario designer di gioielli Robert Lee Morris di Art Wear lo porta ad esplorare un suo personale concetto di arte da indossare.

Negli anni Ruhs ha costituito un consistente corpus di gioielli dove ogni lavoro viene martellato, modellato e assemblato in un modo che rievoca le sue grandi sculture.

La sua forte capacità di estrapolare il potenziale espressivo da una struttura, dai materiali  e dai colori gli permette di superare i consueti confini tridimensionali della scultura e bidimensionali della pittura: dalla superficie di una carta, di un legno e di una tela,  al sottile confine che oscilla tra l’astrazione e la rappresentazione.

Questa continua ricerca del processo e della sua espressione lo porta a soluzioni estetiche differenti, con cui Ruhs continua a confrontarsi. La luce in movimento – in processo – e la luce ferma sulla superficie inerte di un’opera rivelano un nuovo livello del processo creativo nel tempo. Materia e luce si possono muovere o rimanere in stato di riposo. Il loro processo di crescita e dissoluzione viene fermato o guidato dall’artista come un compagno che rivela il loro processo interno, non il proprio.

Il dialogo serrato tra l’artista e i suoi materiali permette a Ruhs di utilizzare qualunque cosa come materia e di adattare ogni genere di tecnica al proprio processo creativo.

Il risultato del suo fare arte fa si che la disciplina formale e la padronanza tecnica si riflettano in quel misterioso processo spazio-temporale che agisce sulle cose e che Kris Ruhs rivela in ogni elemento della sua opera.

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