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“A Satana“, poesia di Giosuè Carducci

June 20, 2015 Leave a comment

Giosuè Carducci

A Satana

A te, de l’essere

Principio immenso,

Materia e spirito,

Ragione e senso;

.

Mentre ne’ calici

Il vin scintilla

Sì come l’anima

Ne la pupilla;

.

Mentre sorridono

La terra e il sole

E si ricambiano

D’amor parole,

.

E corre un fremito

D’imene arcano

Da’ monti e palpita

Fecondo il piano;

.

A te disfrenasi

Il verso ardito,

Te invoco, o Satana,

Re del convito.

.

Via l’aspersorio,

Prete, e il tuo metro!

No, prete, Satana

Non torna in dietro!

.

Vedi: la ruggine

Rode a Michele

Il brando mistico,

Ed il fedele

.

Spennato arcangelo

Cade nel vano.

Ghiacciato è il fulmine

A Geova in mano.

.

Meteore pallide,

Pianeti spenti,

Piovono gli angeli

Da i firmamenti.

.

Ne la materia

Che mai non dorme,

Re dei i fenomeni,

Re de le forme,

.

Sol vive Satana.

Ei tien l’impero

Nel lampo tremulo

D’un occhio nero,

.

O ver che languido

Sfugga e resista,

Od acre ed umido

Pròvochi, insista.

.

Brilla de’ grappoli

Nel lieto sangue,

Per cui la rapida

Gioia non langue,

.

Che la fuggevole

Vita ristora,

Che il dolor proroga,

Che amor ne incora.

.

Tu spiri, o Satana,

Nel verso mio,

Se dal sen rompemi

Sfidando il dio

.

De’ rei pontefici,

De’ re cruenti;

E come fulmine

Scuoti le menti.

.

A te, Agramainio,

Adone, Astarte,

E marmi vissero

E tele e carte,

.

Quando le ioniche

Aure serene

Beò la Venere

Anadiomene.

.

A te del Libano

Fremean le piante,

De l’alma Cipride

Risorto amante:

.

A te ferveano

Le danze e i cori,

A te i virginei

Candidi amori,

.

Tra le odorifere

Palme d’Idume,

Dove biancheggiano

Le ciprie spume.

.

Che val se barbaro

Il nazareno

Furor de l’agapi

Dal rito osceno

.

Con sacra fiaccola

I templi t’arse

E i segni argolici

A terra sparse?

.

Te accolse profugo

Tra gli dèi lari

La plebe memore

Ne i casolari.

.

Quindi un femineo

Sen palpitante

Empiendo, fervido

Nume ed amante,

.

La strega pallida

D’eterna cura

Volgi a soccorrere

L’egra natura.

.

Tu a l’occhio immobile

De l’alchimista,

Tu de l’indocile

Mago a la vista,

.

Del chiostro torpido

Oltre i cancelli,

Riveli i fulgidi

Cieli novelli.

.

A la Tebaide

Te ne le cose

Fuggendo, il monaco

Triste s’ascose.

.

O dal tuo tramite

Alma divisa,

Benigno è Satana;

Ecco Eloisa.

.

In van ti maceri

Ne l’aspro sacco:

Il verso ei mormora

Di Maro e Flacco

.

Tra la davidica

Nenia ed il pianto;

E, forme delfiche,

A te da canto,

.

Rosee ne l’orrida

Compagnia nera,

Mena Licoride,

Mena Glicera.

.

Ma d’altre imagini

D’età più bella

Talor si popola

L’insonne cella.

.

Ei, da le pagine

Di Livio, ardenti

Tribuni, consoli,

Turbe frementi

.

Sveglia; e fantastico

D’italo orgoglio

Te spinge, o monaco,

Su ‘l Campidoglio.

.

E voi, che il rabido

Rogo non strusse,

Voci fatidiche,

Wicleff ed Husse,

.

A l’aura il vigile

Grido mandate:

S’innova il secolo,

Piena è l’etate.

.

E già già tremano

Mitre e corone:

Dal chiostro brontola

La ribellione,

.

E pugna e prèdica

Sotto la stola

Di fra’ Girolamo

Savonarola.

.

Gittò la tonaca

Martin Lutero;

Gitta i tuoi vincoli,

Uman pensiero,

.

E splendi e folgora

Di fiamme cinto;

Materia, inalzati;

Satana ha vinto.

.

Un bello e orribile

Mostro si sferra,

Corre gli oceani,

Corre la terra:

.

Corusco e fumido

Come i vulcani,

I monti supera,

Divora i piani;

.

Sorvola i baratri;

Poi si nasconde

Per antri incogniti,

Per vie profonde;

.

Ed esce; e indomito

Di lido in lido

Come di turbine

Manda il suo grido,

.

Come di turbine

L’alito spande:

Ei passa, o popoli,

Satana il grande.

.

Passa benefico

Di loco in loco

Su l’infrenabile

Carro del foco.

.

Salute, o Satana,

O ribellione,

O forza vindice

De la ragione!

.

Sacri a te salgano

Gl’incensi e i voti!

Hai vinto il Geova

De i sacerdoti.

.

Settembre 1863

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“Le Ninfe di Theate”, poesia di Giorgio Mattioli

April 30, 2013 Leave a comment

Giorgio Mattioli

Le Ninfe di Theate

Sulla sommità dell’alto monte,
imponente si erge
il tempio sacro alla Dea Teti.
Nessuno può accedere
al grande tempio
né al suo Ninfeo,
geloso privilegio della Dea del mare.
Così io, invitto cantore
delle muse passate e future,
ho ingannato i guardiani
assumendo le sembianze della Dea
per carpire l’incanto dell’essenza femminile
di quelle splendide ninfe immortali!

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“Il Corvo” di Edgar Allan Poe

January 24, 2013 Leave a comment

Edgar Allan Poe

Il corvo

C’era una tetra mezzanotte, mentre meditavo debole e stanco,
Sopra i molti (argomenti) di un volume bizzarro e curioso dal sapere dimenticato,
Mentre annuivo, quasi sonnecchiando, improvvisamente ci fu un colpo leggero,
Come di qualcuno che gentilmente bussasse, bussasse alla porta della mia camera.
‘Qualche visitatore,’ mormorai, ‘che batte alla porta della mia camera –
Solo questo, e nulla più.’

Ah, distintamente ricordo che era nel rigido Dicembre,
E ogni tizzone isolato moribondo plasmava la sua ombra sul pavimento.
Bramosamente desideravo il mattino; – invano avevo tentato di trarre
Dai miei libri un sollievo dal dolore – dolore per la perduta Leonora –
Per la rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamarono Leonora –
Senza nome qui per sempre.

E il triste serico fruscio incerto di ciascuna cortina purpurea
Mi commosse – mi riempiva di terrori fantastici mai provati prima;
Sicché al momento, per acquietare il battito del mio cuore, stavo ripetendo
`Qualche visitatore supplicante di entrare alla porta della mia camera –
Qualche tardivo visitatore supplicante di entrare alla porta della mia camera; –
E’ questo, e nulla più.’

Subitamente la mia anima divenne più forte, non esitando a lungo,
‘Signore,’ dissi, ‘o Signora, veramente il vostro perdono io imploro;
Ma il fatto è che sonnecchiavo, e così dolcemente veniste a bussare,
E così debolmente veniste a battere, battere alla porta della mia camera,
Che a fatica ero sicuro di avervi udito’ – qui spalancai la porta; –
Le tenebre là, e nulla più.

Scrutando immerso in quell’oscurità, rimasi a lungo stupito, temendo,
Sospettando, sognando sogni non mortali che mai osai sognare prima;
Ma il silenzio era inviolato, e le tenebre non diedero alcun segno,
E l’unica parola lì pronunciata era la parola sussurrata, `Leonora!’
Questo sussurrai, e un eco mormorò di ritorno la parola, `Leonora!’
Meramente questo e nulla più.

Ritornando sui miei passi nella camera, tutta la mia anima mi bruciava dentro,
Ben presto udii un bussare un po’ più forte di prima.
‘Senza dubbio,’ dissi, ‘sicuramente é qualcosa alla grata della mia finestra;
Fammi vedere allora, cos’é a quel proposito, e questo mistero esploro –
Lascia che il mio cuore sia calmo un momento e questo mistero esploro; –
‘E’ il vento e nulla più!’

Aperto qui spalancai l’imposta, quando, con molta civetteria e agitazione d’ali,
Là dentro avanzò un maestoso corvo dei giorni santi d’un tempo.
Non rese la minima riverenza, non rimase fermo o si trattenne un minuto;
Ma, con espressione di signore o signora, si appollaiò sopra la porta della mia camera –
Si appollaiò su un busto di Pallade appena sopra la porta della mia camera –
Si appollaiò, e si sedette, e nulla più.

Dunque questo uccello d’ebano accattivando la mia triste fantasia nel sorriso,
Dal grave e severo decoro del volto che indossava,
‘Sebbene la tua cresta sia tosata e rasata, tu,’ dissi, ‘non sei certo un vile.
Orribile torvo e antico corvo errante dalla battigia notturna –
Dimmi qual é il tuo nome altero sulla riva Plutoniana della Notte!’
Disse il corvo, ‘Mai più.’

Molto mi meravigliai di questo uccello sgraziato nel sentirlo dissertare così chiaramente,
Sebbene la sua risposta poco significativa – esigua noia attinente;
Dal momento che non potevamo fare accordi che nessun essere umano vivente
Mai ancora ebbe la benedizione di vedere un uccello sopra la porta della sua camera –
Uccello o bestia sopra il busto scolpito sulla porta della sua camera,
Con un nome come ‘Mai più.’

Ma il corvo, seduto isolato sul placido busto, parlava solo,
Quella unica parola, come se la sua anima in quell’unica parola sfogò.
Nient’altro poi pronunciò – non una piuma dunque svolazzò –
Fino a poco più che a stento mormorai ‘Altri amici sono volati prima –
L’indomani egli mi lascerà, come le mie speranze sono volate prima.’
Allora l’uccello disse, ‘Mai più.’

Allarmato al silenzio spezzato dalla risposta così giustamente detta,
`Senza dubbio’, dissi,`ciò che pronuncia è la sua sola parola,
Preso da qualche maestro infelice il cui spietato disastro
Seguiva veloce e seguiva più veloce fino alle sue canzoni un rompiscatole oppresso –
Fino ai lamenti funebri della sua speranza che la malinconia opprime nella noia
Di “Mai-Mai più”.’

Ma il corvo accattivando ancora tutta la mia anima triste al sorriso,
Impassibile ruotai uno sgabello imbottito di fronte all’uccello e al busto e alla porta;
Poi, sopra l’immersione vellutata, ricorsi a collegare
Fantasia a fantasticheria, pensando che questo sinistro uccello d’altri tempi –
Che questo orrido, sgraziato, torvo, scarno e sinistro uccello d’altri tempi
Intese nel gracidare ‘Mai più.’

Così sedetti impegnato nell’indovinello, ma esprimendo nessuna sillaba
Per gli uccelli i cui occhi infiammati ora ardevano nell’intimo del mio petto;
Questo ed altro sedetti rabdomante, con la testa reclinata a proprio agio
Sulla fodera di velluto del cuscino che la lampada a luce gongolava cupida dall’altro lato,
Ma la cui fodera di velluto viola con la lampada a luce gongolante di gioia maligna dall’altro lato,
Ella premerà, ah, mai più!

Poi, mi parve, l’aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile
Oscillato dai Serafini, i cui passi tintinnavano sul pavimento impennacchiato.
`Disgraziato’, piansi,` il tuo Dio ti ha prestato – con questi angeli egli ti ha inviato
Respira – sollievo e nepente dalle tue memorie di Leonora!
Tracanna, oh bevi a lunghi sorsi questo gentile nepente, e dimentica questa perduta Leonora!’
Disse il corvo, `Mai più.’

`Profeta! ‘ dissi, `cosa del male! – Ancora profeta, se uccello o demonio! –
Se il tentatore inviò, o se tempesta ti gettò qui sulla riva,
Desolati ma tutto impavidi, su questa deserta terra incantata –
In questa casa infestata dall’orrore – dimmi davvero, io t’imploro –
C’è – c’è balsamo in Gilead? – dimmi – dimmi, io t’imploro!’
Disse il corvo, `Mai più.’

`Profeta!’ dissi, `cosa del male! – Ancora profeta, se uccello o demonio! –
Da quel Cielo che si piega sopra di noi – per quel Dio che entrambi adoriamo –
Dillo a quest’anima carica di dolore se, nel lontano Eden,
Essa abbraccerà una santa fanciulla che gli angeli diedero il nome di Leonora –
Abbraccerà una rara e radiosa fanciulla, che gli angeli diedero il nome di Leonora?’
Disse il corvo, `Mai più.’

`Sia quella parola il nostro segno d’addio, uccello o demonio! ‘ Ho strillato dal niente –
`Ritornatene nella tempesta e nella battigia Plutoniana della Notte!
Lascia nessuna piuma nera come una traccia di quella menzogna che la tua anima ha detto!
Lascia la mia solitudine inviolata! – Abbandona il busto sopra la mia porta!
Prendi il tuo becco fuori dal mio cuore, e prendi la tua forma dal fuori la mia porta!’
Disse il corvo, `Mai più.’

E il corvo, mai svolazzando, ancora è appollaiato, ancora è appollaiato
Sul pallido busto di Pallade appena sopra la porta della mia camera;
E i suoi occhi hanno tutti l’apparenza di un demone che sogna,
E la lampada a luce sopra il suo fluttuare getta la sua ombra sul pavimento;
E la mia anima da fuori di quell’ombra che giace fluttuante sul pavimento
Sarà innalzata – mai più!

(traduzione in italiano di Marius Creati – i diritti sono riservati)

The Raven

Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
`’Tis some visitor,’ I muttered, `tapping at my chamber door –
Only this, and nothing more.’

Ah, distinctly I remember it was in the bleak December,
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; – vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow – sorrow for the lost Lenore –
For the rare and radiant maiden whom the angels named Lenore –
Nameless here for evermore.

And the silken sad uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me – filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
`’Tis some visitor entreating entrance at my chamber door –
Some late visitor entreating entrance at my chamber door; –
This it is, and nothing more,’

Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
`Sir,’ said I, `or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you’ – here I opened wide the door; –
Darkness there, and nothing more.

Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the darkness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, `Lenore!’
This I whispered, and an echo murmured back the word, `Lenore!’
Merely this and nothing more.

Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
`Surely,’ said I, `surely that is something at my window lattice;
Let me see then, what thereat is, and this mystery explore –
Let my heart be still a moment and this mystery explore; –
‘Tis the wind and nothing more!’

Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately raven of the saintly days of yore.
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door –
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door –
Perched, and sat, and nothing more.

Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
`Though thy crest be shorn and shaven, thou,’ I said, `art sure no craven.
Ghastly grim and ancient raven wandering from the nightly shore –
Tell me what thy lordly name is on the Night’s Plutonian shore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning – little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door –
Bird or beast above the sculptured bust above his chamber door,
With such name as `Nevermore.’

But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only,
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing further then he uttered – not a feather then he fluttered –
Till I scarcely more than muttered `Other friends have flown before –
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.’
Then the bird said, `Nevermore.’

Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
`Doubtless,’ said I, `what it utters is its only stock and store,
Caught from some unhappy master whom unmerciful disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore –
Till the dirges of his hope that melancholy burden bore
Of “Never-nevermore.”‘

But the raven still beguiling all my sad soul into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird and bust and door;
Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore –
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
Meant in croaking `Nevermore.’

This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom’s core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion’s velvet lining that the lamp-light gloated o’er,
But whose velvet violet lining with the lamp-light gloating o’er,
She shall press, ah, nevermore!

Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
`Wretch,’ I cried, `thy God hath lent thee – by these angels he has sent thee
Respite – respite and nepenthe from thy memories of Lenore!
Quaff, oh quaff this kind nepenthe, and forget this lost Lenore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Prophet!’ said I, `thing of evil! – prophet still, if bird or devil! –
Whether tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted –
On this home by horror haunted – tell me truly, I implore –
Is there – is there balm in Gilead? – tell me – tell me, I implore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Prophet!’ said I, `thing of evil! – prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us – by that God we both adore –
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels named Lenore –
Clasp a rare and radiant maiden, whom the angels named Lenore?’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Be that word our sign of parting, bird or fiend!’ I shrieked upstarting –
`Get thee back into the tempest and the Night’s Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken! – quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

And the raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming,
And the lamp-light o’er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted – nevermore!

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“La viggijja de pasqua bbefania” di Giuseppe Gioachino Belli

January 5, 2013 Leave a comment

Giuseppe Gioachino Belli

– La viggijja de pasqua bbefania –

La bbefana, a li fijji, è nnescessario
de fajjela domani eh sora Tolla?
In giro oggi a ccrompà cc’è ttroppa folla.
A li mii je la fo nne l’ ottavario.
A cchiunque m’accosto oggi me bbolla:
e ccom’a Ssant’Ustacchio è cqui ar Zudario.
Dunque pe st’ otto ggiorni io me li svario;
e a la fine, se sa, cchi vvenne, ammolla.

Azzeccatesce un po’, d’un artarino .
oggi che ne chiedeveno? Otto ggnocchi;
e dd’una pupazzaccia un ber zecchino.
Mò oggnuno scerca de cacciavve l’occhi;
ma cquanno sémo ar chiude er butteghino,
la robba ve la dànno pe bbajocchi.

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“La Befana spaziale” di Gianni Rodari

January 5, 2013 Leave a comment

Gianni Rodari

– La Befana spaziale –

Su quel pianeta la Befana
viaggia a cavallo di un razzo
a diciassette stadi,
e in ogni stadio

c’è un bell’armadio
zeppo di doni
e un robot elettronico
con gli indirizzi dei bambini buoni.
Anzi con gli indirizzi
di tutti i bambini, perché
ormai s’è capito
che di proprio cattivi non ce n’è.

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“La Befana” di Guido Gustavo Gozzano

January 5, 2013 Leave a comment

Guido Gustavo Gozzano

– La Befana –

Discesi dal lettino
son là presso il camino,
grandi occhi estasiati,
i bimbi affaccendati

a metter la scarpetta
che invita la Vecchietta
a portar chicche e doni
per tutti i bimbi buoni.

Ognun, chiudendo gli occhi,
sogna dolci e balocchi;
e Dori, il più piccino,
accosta il suo visino

alla grande vetrata,
per veder la sfilata
dei Magi, su nel cielo,
nella notte di gelo.

Quelli passano intanto
nel lor gemmato manto,
e li guida una stella
nel cielo, la più bella.

Che visione incantata
nella notte stellata!
E la vedono i bimbi,
come vedono i nimbi

degli angeli festanti
ne’ lor candidi ammanti.
Bambini! Gioia e vita
son la vision sentita

nel loro piccolo cuore
ignaro del dolore.

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“Capodanno” di Renzo Pezzani

January 1, 2013 Leave a comment

Renzo Pezzani
– Capodanno –

Sfoglia sfoglia tutto l’anno,
fin che giungi a Capodanno.
Sfoglia i giorni e le vicende,
una fiaccola s’accende.

L’anno nuovo eccolo qua,
vita nuova si farà!
L’anno nuovo con la messe
degli auguri e le promesse;
con i baci e le sorprese,
con gran ceri entro le chiese;
con preghiere e con regali,
e ciascuno ha in cuore l’ali,
saprà vivere in bontà:
l’anno nuovo, eccolo qua!

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