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Giulietto Chiesa, attentato Charlie Hebdo… a Parigi attentato alla pace mondiale, pensato per accendere la miccia”

January 9, 2015 Leave a comment

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Lucida, ruvida, scomoda e acuta la riflessione del giornalista Giulietto Chiesa sull’attentato alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo che ha fatto dodici morti. “Penso si sia trattato di un attentato alla pace mondiale, il tentativo di accendere la miccia e far entrare in guerra l’Europa” ha detto Chiesa.

Nell’intervento che potete ascoltare nel video in fondo all’articolo, Giulietto Chiesa parla chiaro, chiarissimo. «Hollande ha detto che il massacro di Parigi è stato un attentato alla nostra libertà, io penso si sia trattato di attentato alla pace mondiale. Io penso sia stato un attentato agli equilibri internazionali, a quel poco che resta dei precari equilibri che ancora esistono, a quel poco che resta della sovranità dell’Europa. Il massacro di Parigi è la strattonata, forse quella finale, che punta a trascinare l’Europa in guerra. L’Isis è una trappola ben congegnata, quasi perfetta, come altre già scattate in passato. Ma molti non hanno ancora capito la lezione. Lo stato islamico è creatura molto inquinata, molto dubbia; le frequentazioni di Al Baghdadi con i servizi segreti americani, con il senatore McCain si sposano con la domanda cui troppi nostri commentatori in questi mesi non hanno neanche nemmeno provato a dare risposta: chi paga? Chi paga un esercito di olte 50mila uomini, le armi, gli stipendi, le comunicazioni? Chi paga non è la Russia, non è l’Iran perché lo Stato islamico è nato proprio contro l’Iran. Allora restano pochi candidati al ruolo di mecenati del terrorismo cosiddetto islamico; e quindi tutto quello che viene da lì è da ritenere inquinato. Pochi capiscono che i servizi segreti innanzi tutto occidentali sono ormai diventati creature potentissime senza nessun controllo, il cui mestiere è quello di sfuggire al controllo persino degli stessi dirigenti politici. Molti dovrebbero riflettere su quali siano i gradi di libertà dei dirigenti politici europei, perennemente sotto controllo e minaccia se non ubbidiscono agli ordini. Ma la trappola è ben congegnata anche in un altro senso: voglio invitare a una reazione meditata nei confronti di quello che sta accadendo, di questo terribile fatto di sangue di Parigi. Voglio invitare al ragionamento. C’è un esercito di cani arrabbiati qui in Europa, qui in Italia, pronti a mordere dove ordina il padrone, tori schiumanti di furia che muovono le loro corna verso il nemico di turno messo in bella vista perché sia esecrato senza chiedersi neanche chi, perché e come. Piango i colleghi uccisi, ma c’è una muta di stupidi imbestialiti solo perché cerco di pormi la solita e unica domanda: a chi giova tutto questo? Chi è stato? Imbestialiti perchè cerco di capire e perché ho chiesto che si facesse luce sul colpo di stato di Kiev, su chi lo ha favorito, organizzato e finanziato e perché cerco di tirare fuori le vere responsabilità sull’abbattimento del boeing malesiano del luglio 2014. Io ho paura non solo degli attentatori che abbiamo potuto vedere in azione, professionisti, non kamikaze. Ho paura anche anche dell’esercito degli imbestialiti manipolati in Europa già pronti a entrare in guerra, non è ben chiaro contro chi. Più ci penso e più mi convinco che il massacro di Parigi è stato pensato proprio per accendere la miccia”.

Fonte: Il Cambiamento

Brasile 2014, rimozione forzata di residenti causa mondiali di calcio

June 7, 2014 Leave a comment

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Tra le conseguenze piu’ drammatiche e meno evidenti nei dati che accompagnano i preparativi per i Mondiali di calcio di Brasile 2014 c’e’ la rimozione forzata di migliaia di residenti in comunita’ povere situate in prossimita’ dei cantieri della Coppa. Una rete di attivisti impegnata nelle 12 citta’ sede di partite ha calcolato che alla fine 170mila persone saranno sfollate dalle loro case per consentire l’accelerazione dei lavori per il 2014 ed anche per le Olimpiadi di Rio 2016.

Fonte: Terra Real Time

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Ramadan, osservanza dei non digiunanti

July 15, 2013 Leave a comment

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Una parte di marocchini, circa il 2% secondo una recente statistica (da prendere con le molle) non segue il quarto pilastro dell’Islam, il digiuno del Ramadan. Ovviamente vivono molto male questo fatto in quanto la paura di essere giudicati (e arrestati) è molta. “Chiunque notoriamente conosciuto per la sua appartenenza alla religione musulmana rompa ostentamente il digiuno in un luogo pubblico durante il Ramadan, senza motivi ammessi da questa religione, è punito con il carcere da uno a sei mesi”, recita l’artciolo 222 del Codice penale marocchino.  Lungi da me entrare nell’interpretazione di questa legge che torna alla ribalta nei giorni sacri del Ramadan, ma è importante capire chi non digiuna e perchè? Come può non urtare la famiglia, i colleghi o semplicemente la società? “Non digiuno da quando frequentavo l’università”, sostiene in in noto quotidiano un giornalista arabofono di 46 anni. La ragione: è credente ma non rispetta  il secondo pilastro dell’Islam, la preghiera,  quindi si chiede a che serva rispettare il digiuno del Ramadan, quarto pilastro.  “Il Ramadan è il tipico periodo dove la relazione con la religione, che io considero strettamente personale e intima, è totalmente pubblica. Non digiunare davanti agli altri, è in primis una forma di ipocrisia che, nella nostra società, circonda un mese dedicato invece alla pietà, alla solidarietà con chi soffre di malnutrizione e durante il quale si svolge una vita sottotono. Lo spettacolo che si presenta è esattamente agli antipodi di queste raccomandazioni e non desidero fare parte di questo circo”, conclude questo casablanchese decisamente contro il Ramadan. Per un giovane funzionario di Fès, il suo rifiuto di digiunare durante il Ramadan ha a che fare con la sua educazione “senza contratti religiosi”. “Mio padre non è mai stato ligio alle obbligazioni religiose. Ci ha insegnato a pregare, ad aiutare i poveri, ma gli obblighi non erano per noi fondamentali. Infine, ho conservato questa filosofia e tutto procede al meglio essendo in osmosi con Dio e con me stesso. Lui sa che non sono cattivo”, spiega il ragazzo. Se questo ragazzo è stato educato alla religione ma senza obblighi, altri invece con gli stessi pensieri, non scappano al controllo vigile ed attento dei familiari e della società e sono obbligati a nascondere il loro non-digiuno. “Ho fatto uno sforzo quando sono ritornato a El Jadida, il week-end, perchè il Ramadan è sinonimo di raggrupamento famigliare. Ma il resto della settimana, non ho nessun interesse a questo. Dove lavoro, pochi fanno il Ramadan, ma come me, moltissimi marocchini che non rispettano il digiuno, si nascondono dalle loro famiglie e dai loro vicini. Si tratta di ipocrisia del Ramadan.”  Una giovane ragazza che vive a Casablanca dichiara: “Per mangiare, molti sono obbligati a nascondersi o di rinchiudersi in casa. Durante il Ramadan io mangio a casa o nel mio luogo di lavoro se le condizioni me lo permettono”. Quest’ultima dichiara anche che non è contro l’articolo penale 222 che proibisce ai muslmani di mangiare in pubblico durante il Ramadan in quanto si tratterebbe di “ordine pubblico” e la società marocchina non è pronta a vedere gente che mangia seduta ad un bar o a un ristorante.  Stesso discorso  per un giovane impreditore malato il cui medico ha consigliato di non osservare il digiuno. “Durante il Ramadan, torno dalla nonna tre volte al giorno, per parlare, prendere un caffè e fumarmi una sigaretta. Non mangio un pasto completo per non urtare le persone che sono nella casa e che digiunano” precisa il ragazzo. Per lui non è un problema il non mangiare in pubblico e neppure sul  luogo di lavoro, ha trovato una nonna compiacente.  Al di là dell’articolo 222 del Codice penale, altre sono le cose che danno fastidio e provocano collera tra i fondamentalisti. Secondo Abbdelbari Zemzami, membro del Consiglio degli Oulemas, la più alta carica teologica dello Stato, parlando ai musulmani dal sito goud.ma, consiglia di rompere il digiuno se non si può resistere al forte calore presente nel paese. Interrogato su questa affermazioni, a dir poco pagana, Zemzami ha risposto: “la società non ha niente a che fare con questa  questione. Il digiuno è un fatto tra l’individuo e Dio quindi nessuna persona può interferire”. Parole che potranno in futuro aprire un largo spiraglio di dibattito nella società marocchina.
Negli altri paesi come è vissuto il Ramadan:
In Turchia, la laicità è provata da un governo islamista molto rigido sul rispetto dei pilastri dell’Islam. A Istambul, a differenza del Marocco, ristoranti e bar sono aperti duranti la giornata e servono i clienti che lo desiderano, turisti e non. Il mese sacro corrisponde anche ad un periodo ancora più animato del normale, durante il quale la città turistica vive a ritmi incandescenti.
In Niger, paese che dichiara una popolazione con oltre il 97% di musulmani, il Ramadan è, come in Marocco, l’occasione per tornare nel percorso dettato dalla spiritualità. Le moschee si riempiono, il digiuno è strettamente rispettato, anche se  bar e ristoranti rimangono aperti al pubblico. La sera, l’alcol cola a fiotti e alcuni si permettono qualche sigaretta durante la giornata, per togliere la fame. Stessa cosa per il Senegal.
Crédits: AuFait Maroc  

Fonte: My Amazighen

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Economia Popolare, flash mob in occasione della MFW

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Un tempo, almeno una ventina di anni fa, se avessimo detto alle nostre madri che avevamo acquistato un costume a 10 euro – all’epoca 5000 lire -, le nostre genitrici ci avrebbero insegnato che la qualità di quel prodotto era inesistente e che avevamo comprato vera e propria fuffa. Oggi, grazie alle cheap chain, un costume a 10 euro è praticamente la norma e la qualità, se il capo viene paragonato a un altro capo di poco più caro, è praticamente la stessa perché i paesi in via di sviluppo dove vengono confezionati, si sono, nel frattempo, aggiornati e hanno migliorato le tecniche di lavorazione.  E allora qual è il problema? E’ molto semplice. In Italia, a causa delle leggi fiscali, della disciplina sul lavoro e delle normative in generale, un costume non può assolutamente avere un costo di produzione pari o inferiore a 10 euro. Ergo, se per realizzare un costume in Italia costa di più e  un’azienda subisce la concorrenza di Paesi come la Cina o di cheap chain che fatturano in Italia, ma pagano le tasse nei Paradisi Fiscali, le aziende, inevitabilmente, chiudono. E’ un assioma. Economia Popolare, il movimento politico creato dall’imprenditore Fabrizio Politi, in occasione della MFW ha organizzato sabato scorso un flash mob per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema – che non riguarda solo la moda, ma tutti i comparti, dall’arredamento ai pannelli solari, ecc. – inscenando in Corso Vittorio Emanuele un suicidio di massa e denunciare gli effetti della concorrenza sleale sull’economia italiana. La manifestazione aveva un titolo “Di dumping si Muore ” e si è conclusa proprio davanti al negozio Zara di Corso Vittorio Emanuele. Al flash mob hanno partecipato un centinaio di persone. I partecipanti all’iniziativa hanno occupato l’area ricostruendo una scena del crimine a regola d’arte: dal nastro crime scene, agli uomini della scientifica che tracciavano le sagome dei suicidi– ovvero imprenditori italiani uccisi dalla crisi – stesi a terra, a vittime ricoperte di sangue. L’azione dimostrativa aveva lo scopo di denunciare gli effetti devastanti della concorrenza sleale delle aziende multinazionali, come appunto Zara, ai danni del settore industriale italiano. Questi processi, che permettono la vendita di prodotti sul mercato italiano a prezzi bassissimi e senza concorrenza, sono infatti causa della crisi economica che sta stritolando l’Europa, della chiusura di numerose aziende, fino alla scomparsa di interi distretti produttivi, e degli innumerevoli suicidi degli imprenditori italiani. (Viviana Musumeci)

Fonte: VM-Mag

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Marocco, governo sotto controllo dal Fondo Monetario Internazionale

June 24, 2013 Leave a comment

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L‘economia marocchina offuscata e molte riforme devono essere approvate per frenare il cattivo andamento attuale. Il Governo è accusato di lentezza e inefficacia. Degli esperti del Fondo Monetario Internazionale dovranno analizzare queste riforme e se giudicheranno che sono insufficienti il rischio di una sospensione della « linea di precauzione » di 6,2 miliardi di dollari  diventerà un incubo. Questi esperti del FMI sono attualmente in Marocco per una “mission” quasi impossibile : fare il punto sugli sforzi presi dal Governo per attuare delle riforme strutturali, in primis la riforma della Cassa di Compensazione, il regime delle pensione, il calo degli ingressi fiscali. RIforme, che dovranno aprire la strada della ”linea di precauzione” di liquidità pari a 6,2 miliardi di dollari accordati dal FMI, linea che il governo, molto provato, avrà molte difficoltà a portare in rada. Le riforme, sempre più difficili da attuare, tra cui la cassa di compensazione dei prezzi calmierati, il cui budget equivale all’8% del PIL nel 2012. Reclamate dall’opposizione e dal FMI, questo ventaglio di riforme è oggi sporcata da un dibattito politico surrealista tra il governo Benkirane e l’opposizione. Il Governo vuole mantenere la cassa di compensazione dei prezzi con qualche trasformazione, mentre l’opposizione, tra cui l’Istiqal, vorrebbe sopprimere e accordare un aiuto diretto ai più demuniti. Nel 2012, la sovvenzione dei prezzi di prima necessità è costata al bdget dello Stato qualcosa come 54 miliardi di DH (circa 5,4 miliardi di euro), tra cui la sovvenzione dei prezzi dei cereali. La settimana scorsa, un rapporto  dell’Alto Commissariato marocchino al Piano (HCP) confermava la cattiva salute dell’economia marocchina. La caduta della crescita economica marocchina nel 2012 sta proseguendo in questo 2013 e si spiega, secondo l’HCP, dal  ribasso del valore aggiunto agricolo del 8,9% sul volume (+5,6% nel 2011), mentre il rialzo del valore aggiunto degli altri settori economici si è stabilizzato al 4,4% nel 2012, contro il 2 ,7% nel 2011. Il tasso di crescita del PIL (agricoltura esclusa) è sceso al 4,5% nel 2012 contro il 4,9% del 2011. Il capo del Governo, Abdelilah Benkirane, ha riconosciuto  “il cattivo momento” attuale dell’economia marocchina, indicando che l’anno 2011 è stato archiviato con un deficit del 6,1% del PIL contro le previsioni del Governo che stimava un 3,5%, deteriorandosi ancora nel 2012 al  7,1%. La legge finanziaria 2013 si basa su un deficit budgettario del 4,8% del PIL, un tasso di crescita del 4,5%, un inflazione a meno del 3% e un tasso di disoccupazione a meno del 10%. Per il Presidente del RNI, Salaheddine Mezouar, ex ministro delle Finanze sotto il precedente governo diretto dall’Istiqal, la legge 2013 non  “invia messaggi forti per rilanciare la crescita” . Mezouar stima che questa legge manca di innovazione e di stimoli seri per l’incoraggiare l’impiego e se questo è l’orientamento, il FMI potrà sospendere la sua linea di precauzione. Nei migliore dei casi, stima L’Economiste, è obbligatorio un piano di rilancio che si prenda carico della lentezza sull’esecuzione di certe riforme. Il FMI non crede più alle promesse del Governo Benkirane che prevede di ristabilire gli equilibri macro-economici a medio termine, aggiunge il quotidiano finanziario marocchino. E la situazione dell’economia è lontana dall’essere brillante. A fine aprile, il deficit budgettario si è attestato a 21,3 miliardi di DH, quasi  la metà della previsione (43,5 miliardi) stimata dalle legge finanziaria 2013. Tutto questo allontana ancor più le previsioni di un ritorno progressivo del deficit sotto il 3% nel 2016. Nel 2012 si è attestato al 7%. Secondo diversi economisti marocchini, tutti questi dati potranno far rivedere completamente al FMI il sostegno alle riforme in corso nel paese e tornare indietro  sulla linea di precauzione di liquidità di 6,2 miliardi di dollari. E’ dell’altra settimana la notizia che l’indice MSCI (Morgan & Stanley Country Index) ha deciso di declassare il Marocco da “Paese Emergente” a ”Paese Frontaliero” e  questo comporterà una caduta di investimenti stranieri.  Un vero incubo.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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Srl semplificate, iniziativa inappagante a favore delle imprese

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Un’iniziativa imprenditoriale luminare apre le porte alla nuova impresa italiana – sinonimo di ripresa economica del paese – la quale, avvalendosi della facoltà di intraprendere l’inizio della società a responsabilità limitata ‘semplificata’ mediante la costituzione di un atto costitutivo a basso investimento, di cui per la cronaca il minimo consentito sarebbe soltanto di un euro – considerando accettate determinate caratteristiche fondamentali conformi al modello standard, nonché al medesimo atto dettato dal Dm Giustizia – rappresenterebbe la via di sbocco alternativa, per così dire secondo propaganda, per favorire la ripresa delle nuove iniziative giovanili, e meno… tralasciando, a mio avviso, il reale contributo vertibile al fine di avvantaggiare la crescita del Paese, ormai vittima di una deflagrante scia negativa accomiatante dettata dal nullismo inerme che da troppo tempo dilaga negli ambienti della politica nazionale.
La legge che favorisce la realizzazione delle Srls a basso investimento può apparire come una via sicura e innovativa per incentivare la rinascita della volontà di fare impresa, ma in realtà a mio avviso non ne favorisce lo sviluppo. Il più delle volte – senza considerare coloro che fortunatamente possiedono un capitale investibile appropriato – si cerca di invogliare l’imprenditoria italiana adottando sistemi di investimento paradossalmente inappropriati e lontani dalle reali esigenze dei neo imprenditori, già fortemente contrastati dalle molteplici difficoltà dell’inserimento sul mercato d’impresa.
Le società Srl semplificate, a mio avviso, non semplificano nulla sul piano economico, considerando la possibilità o meno delle banche di intraprendere lo sforzo creditizio, né sul piano strutturale, poiché riducendo i costi iniziali non si risolve l’inconveniente enigmatico di materializzare il capitale sociale munifico all’attività intrapresa; la si può definire una mera agevolazione iniziale, ma nulla evince dall’essere qualcosa di favolisticamente intraprendente. L’intraprendenza si verifica da un radicale cambiamento dei presupposti… Non serve a nessuno e, per lo più, non è sufficiente offrire una caramella per edulcorare una medicina amara somministrata a lungo. Il reale cambiamento adatto a reintegrare l’attitudine di investire nell’impresa in grado di crescere nuovamente il nostro Paese, specie in quella giovanile, è possibile soltanto mediante l’annullamento dell’erogazione delle tasse che esanimano le nuove piccole e medie imprese ancor prima di definire un’identità propria, le quali vengono letteralmente violate dall’onere di dover estinguere tributi statali annualmente mentre in realtà dovrebbero usare i capitali somministrasti dalla tassazione vigente per reinvestire sullo sviluppo dell’impresa.
Lo Stato dovrebbe garantire pienamente lo sviluppo della neo imprenditoria e non favorirne il costante dissanguamento mediante sfruttamento delle nuove risorse acquisite, bensì dovrebbe concentrare il controllo su quelle attività imprenditoriali già consolidate che, il più delle volte, cercano di creare uno svincolo dalla tassazione regolare, spesso favorita da una serie di clausole accuratamente strumentalizzate. Il cambiamento è necessario se si desidera impedire l’arresto impellente del sistema imprenditoriale e quindi economico della nazione.

Marius Creati

Bangladesh, disastro in fabbrica coinvolge alcuni brand occidentali

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In Bangladesh si muore di occidentalismi. La nostra moda, quella low cost che ci piace indossare per risparmiare e sentirci fighi per aver risparmiato – le dichiarazioni del Presidente della Camera Laura Boldrini che in un’intervista a (D) di Repubblica ha spiegato recentementee come le piaccia acquistare nei negozietti dei cinesi, insegnano -, viene prodotta, anche, nella poverissima Dacca, dove uno stipendio si aggira sugli 83 centesimi di euro al giorno. E proprio questo distretto è tornato nuovamente alla ribalta delle cronache in questi giorni a causa del disastro di un edificio crollato con all’interno centinaia di donne – prevalentemente – e operai che producevano capi di abbigliamento.  La città non è nuova a questo tipo di disastro. Le condizioni dei lavoratori sono al limite della schiavitù e le vite, grazie alla mancanza di sicurezza sul lavoro, sono esposte alla morte quotidianamente. La notizia vera, però, è che per quanto molte aziende fashion occidentali producano in paesi poveri a costi ridottissimi, i nomi delle suddette non sono mai usciti allo scoperto. In questo caso tragico, però, alcuni nomi di noti brand sono emersi: nella fabbrica dove sono morte, in particolare, 376, sono state trovate magliette che riportavano etichette a marchio United Colors of Benetton. L’azienda, che lo scorso anno aveva lanciato una campagna internazionale intitolata Unemployee contro la disoccupazione,  in un primo momento contattata dall’AFP – agenzia France Press – ha negato di avere fornitori all’interno del palazzo crollato, quando però, in un secondo momento l’AFP ha dichiarato di aver ricevuto copie di alcuni documenti di produzione in cui compare anche un ordine di Benetton che risale al settembre dello scorso anno per una commessa di circa 30.000 capi, Benetton non ha più risposto – questa mattina VM-MAG ha contattato l’ufficio stampa dell’azienda che però, in mancanza della responsabile in viaggio per lavoro, ha preferito non rilasciare dichiarazioni sulla questione -. Ma l’azienda italiana non è l’unica a essere stata chiamata in causa nel disastro: il marchio low cost Primark ha ammesso di essersi avvalso della produzione insita alla fabbrica, tanto che domenica è stata contestata in centro Londra da alcuni attivisti contrari allo sfruttamento dei paesi più poveri a opera degli occidentali. Tra gli altri marchi che hanno ammesso di aver fatto realizzare produzioni all’interno dell’azienda, ancheMango, Cato, Bon Marche, El Corte Ingles e Joe Fresh. (V.M.)

Fonte: VM-Mag

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