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Cavallo di Troia, tra mito leggenda e origini

November 28, 2021 Leave a comment

Il mito del cavallo di Troia 

Il mito del Cavallo di Troia, che narra l’astuto stratagemma degli Achei per conquistare la città situata nell’attuale Turchia, presente per la prima volta nel poema omerico dell’Odissea e non nell’Iliade che si chiude con la morte di Patroclo, è sicuramente uno dei più conosciuti dell’antichità. La sua fama è giunta integra fino ai nostri giorni, tanto è vero che l’espressione “utilizzare un cavallo di Troia” è diventata, nel linguaggio comune, equivalente a compiere uno spregevole inganno.  Ma si trattò davvero di un “cavallo di legno”, o vi sono fondati elementi per ritenere che si trattasse di qualcosa di diverso. Cercheremo, in questa breve trattazione, di fare chiarezza in merito. Innanzitutto è opportuno ripercorrere i punti salienti del racconto, così come proposto dalla versione tradizionale.

L’episodio, come è noto, è descritto da Omero nell’Odissea, solo in maniera incidentale e, successivamente, ampliato e modificato nell’Eneide di Virgilio, con scopi di carattere celebrativo per sottolineare la grandezza del “princeps” Cesare Ottaviano Augusto. Enea, principe ed esule troiano, avrebbe raccontato l’episodio alla regina di Cartagine, Didone, perdutamente innamorata di lui, prima di fuggire per raggiungere le coste del Lazio, dove sarebbe divenuto il capostipite della genealogia fondatrice di Roma.  Lo stratagemma sarebbe stato ideato da Ulisse e ispirato dalla stessa dea Atena (Minerva per i Romani), allo scopo di mettere fine al lungo e sanguinoso conflitto con la città di Troia (Ilion) che, con la sua opulenza ed ampia sfera di influenza politica, ostacolava l’espansione commerciale dei Greci dell’età arcaica, al di là dell’espediente letterario del rapimento di Elena da parte di Paride. Seguendo il piano concepito da Ulisse, i Greci finsero di abbandonare la guerra e di tornare verso la loro patria, lasciando sulla spiaggia un imponente cavallo di legno, in apparenza vuoto, ma che in realtà nascondeva al proprio interno i più coraggiosi militari achei, tra cui lo stesso sovrano dell’isola di Itaca. Lo stratagemma era ben congegnato e nulla era stato lasciato al caso. Per convincere i Troiani sulla veridicità dell’evento ed accettare il dono, il giovane Sinone si finse disertore e spiegò a Priamo, il re di Troia, che il cavallo era stato lasciato per placare le reazioni iraconde della dea Atena, a causa della profanazione del suo tempio perpetrata da Ulisse. A ciò, il giovane Sinone, per rendere ancora più credibile il suo racconto, aggiunse che il dono avrebbe protetto i Greci nel ritorno verso casa e che il cavallo era stato costruito in dimensioni così considerevoli da non poter essere condotto attraverso le porte della città. A questo punto, i Troiani provocano grandi brecce nelle mura della città, per consentire al cavallo di essere introdotto all’interno, nonostante gli accorati avvertimenti del sacerdote Lacoonte, divorato immediatamente dai serpenti marini. Anche la profetessa Cassandra, che aveva su di sè la maledizione di prevedere con esattezza il futuro, ma di non essere creduta, pregò suo padre Priamo, affinchè non credesse alle parole di Sinone. Le invocazioni di Lacoonte e di Cassandra rimasero inascoltate ed il sovrano si convinse della sincerità dello spergiuro Sinone che, per rincarare la dose, riferì a Priamo che la dea Atena avrebbe perseguitato la città di Troia, se i suoi abitanti avesse distrutto il dono, voto religioso degli Achei. Con l’ingresso del cavallo tra le mura della città, fino ad allora considerata inespugnabile, i Troiani andarono in maniera inesorabile incontro alla loro rovina.

Gli storici si sono chiesti se effettivamente la grande opera di legno si possa considerare un cavallo stilizzato oppure se avesse un’origine diversa. I primi dubbi furono avanzati già in tempi remoti, come scrive Pausania nel II secolo d.C.: “che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo, lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi una assoluta stupidità. Tuttavia la leggenda sostiene che si tratti di un cavallo”. Recenti ipotesi ritengono che il famoso stratagemma di legno non fosse altro che un ottimo esemplare di un particolare tipo di imbarcazione e che l’equivoco millenario sul “cavallo” derivasse da un errore di traduzione del poema omerico, ripreso secoli dopo anche da Virgilio. Il termine “hippos” non indicherebbe l’intelligente quadrupede, ma una nave di fattura fenicia, abbastanza diffusa in quell’epoca nelle acque del Mar Mediterraneo.                                 Riferimenti a questo tipo di imbarcazione li ritroviamo negli scritti di Plinio il Vecchio che attribuisce l’invenzione della stessa ad un capace maestro d’ascia fenicio, chiamato appunto Hippos. A memoria di questo personaggio, le navi sarebbero state dotate di un speciale polena: la testa equina. A quelle già esposte, bisogna aggiungere un’ulteriore considerazione, sottolineando, come il leggendario Omero o il vero autore dei suoi poemi, fosse a conoscenza delle specifiche attività militaresche achee e di come fossero particolareggiate nei suoi scritti le descrizioni delle tecniche di costruzione delle imbarcazioni. E’ probabile che proprio la disinvoltura con la quale Omero nominasse l’hippos, senza specificare che si trattasse di una nave, dando per scontato che i lettori ne comprendessero il significato, abbia ingenerato l’equivoco che ha portato a credere nel vero e proprio cavallo di legno. Lo stesso Virgilio, quando nell’Eneide si occupa dell’imponente animale, fornisce nozioni su alcune tecniche di costruzione navale dell’epoca della guerra di Troia. Il poeta riferisce di come il cavallo fosse stato costruito partendo dal guscio esterno e di come le “murate”, sostantivo del gergo marinaresco per indicare le fiancate della nave, fossero formate da materiale ricavato dall’abete, mentre la costolatura interna di rovere. Si tratta di una tecnica di costruzione perfettamente corrispondente a quella che si usava per confezionare le navi dell’epoca, soprattutto in ambito fenicio. L’identificazione dello straordinario marchingegno con una nave renderebbe la vicenda più credibile, alla luce anche del fatto che le navi fenicie di questo tipo godevano di un ottimo prestigio, in quanto erano usate, in primo luogo, per trasportare materiale prezioso e di valore, nonchè per riscuotere tributi, potendo risultare ancora più appetibile agli occhi degli ingenui Troiani. Il gruppo di guerrieri greci, inoltre, avrebbe potuto nascondersi meglio nella doppia stiva di un’imbarcazione, piuttosto che nella pancia cava di un cavallo. Da non trascurare la descrizione data da Omero sulle modalità di trasporto dell’oggetto nella città di Troia: questo sarebbe avvenuto mediante “allaggio”, un noto sistema di rotolamento su rulli che anticamente si adoperava per il rimessaggio delle navi, al termine del periodo di navigazione.

Del reale significato da attribuire al “cavallo di troia” sono state date, tuttavia, anche altre interpretazioni. Alcuni esponenti della storiografia moderna hanno fatto leva sulla simbologia tradizionale del “cavallo”, oppure della stessa trasfigurata su un piano metaforico, per implicare magari un cataclisma naturale, come un devastante terremoto che avrebbe distrutto le mura della città di Troia, consentendo agli Achei di accedervi facilmente. Seguendo questo schema teorico, il cavallo starebbe ad indicare un voto a Poseidone, il dio del mare, ma anche la divinità preposta alla protezione dei cavalli ed a favorire maremoti e terremoti.  A sostegno di tale ipotesi vi sarebbero i ritrovamenti, durante gli scavi condotti nel sito dell’antica Troia, di chiari resti di un forte sisma. Nel corso dei secoli, su quel territorio, si sarebbero stratificate ben dieci città ed i segni di un’intensa attività tellurica sono stati individuati un pò ovunque. Gli stessi Achei avrebbero potuto dare una spiegazione soprannaturale all’evento, ringraziando Poseidone per aver risolto un conflitto che ormai si trascinava da anni e lasciando sulla spiaggia un segno tangibile di ringraziamento, un gigantesco cavallo, animale peraltro sacro al dio. Altri storici hanno ipotizzato che il cavallo di Troia si potesse identificare con un ariete da assedio a forma di cavallo, il cui mito si sarebbe trasformato nel corso dei processi di tradizione orale che ne avrebbero consolidato la posteriore memoria.

Sul numero effettivo degli uomini appostati nel cosiddetto “cavallo”, le fonti tradizionali sono molto discordanti. Dando credito alla “Piccola Iliade”, un poema poi andato perduto, essi erano soltanto 13, un numero abbastanza esiguo ed improbabile per impadronirsi della città, mentre per Apollodoro ve ne erano 50; Quinto Smirneo elenca il nome di ben 30 condottieri, affermando che questi erano affiancati da molti altri uomini. Nella tradizione classica fu stabilita una serie di 35 uomini, ovviamente capeggiati da Odisseo (Ulisse). L’unica certezza è che non sarà mai possibile stabilire la verità sul numero esatto dei componenti alla mitica spedizione.

In sintesi, la storia del cavallo di Troia si basa su una serie di paradossi. In primo luogo è un paradosso che gli Achei scelgano proprio quel metodo per espugnare la città, come rappresenta un paradosso il fatto che i Troiani si siano fidati così ciecamente delle affermazioni di Sinone, senza sospettare alcun inganno; è altrettanto un paradosso che i principali condottieri dell’impresa siano tre uomini di grandissimo valore, ciascuno insignito da meriti diversi: Ulisse, come mente del tranello, Epeo come artefice effettivo e Neottolemo per la sua capacità guerriera. Il racconto sintetizza in maniera magistrale il comune sentire religioso degli uomini della Grecia preclassica, con il loro indomito coraggio e con le loro superstizioni che non offuscavano, però, lo spirito pratico ed un elevato ingegno, ricorrendo anche a metodi non ortodossi.

Al di là del mito, si collocano i fatti storici, sui quali l’archeologia moderna sta facendo chiarezza, riuscendo a trovare testimonianze significative del conflitto cantato da Omero, nel territorio dell’antica Troia, risalenti al tredicesimo secolo a.C., presumibilmente il periodo a cui si riferiscono Omero e Virgilio nei loro poemi, scritti alcuni secolo dopo ed aventi come fonti una tradizione che si tramandava oralmente.

Fonte: Il Sapere

Samhain, la vera storia di Halloween

October 17, 2020 Leave a comment

Scopriamo insieme le origini celtiche della festa di Halloween, meglio conosciuta con il nome di Samhain dalle origini antichissime rintracciabili proprio in Irlanda.

Forse non tutti sanno che la festa di Halloween non nasce in America ma ha origini antichissime rintracciabili in Irlanda, quando la verde Erin era dominata dai Celti. Halloween corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico. Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra. Ma affrontiamo insieme nel dettaglio il viaggio dall’Irlanda dei Celti fino ai giorni nostri, osservando cosa è successo e come, attraverso i secoli, sono cambiate le cose.

Halloween: etimologia del nome

Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi. Ognissanti, invece, in inglese è All Hallows’ Day. L’importanza che, tuttavia, viene data alla vigilia si deduce dal valore della cosmologia celtica: questa concezione del tempo, seppur soltanto formalmente e linguisticamente parlando, è molto presente nei paesi anglofoni, in cui diverse feste sono accompagnate dalla parole “Eve”, tra cui la stessa notte di Capodanno, “New Year’s Eve”, o la notte di Natale “Christmas Eve”.

I Celti e i festeggiamenti di Samhain

I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee, come quelle del bacino del Mediterraneo. I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi.

Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno. Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende.

Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain (pronunciato sow-in, dove sow fa rima con cow), che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi (che pur non essendo la principale attività dei celti, venivano comunque coltivati) erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate. La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.

L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia. Insieme a Samhain (31 ottobre, appunto) si festeggiavano Lughnasadh (1 agosto), Beltane (30 aprile o 1 maggio), Imbolc (1-2 febbraio), Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Litha (21 giugno) e Mabon (21 settembre).

L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.

In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.

L’avvento del Cristianesimo

Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. L’evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì. Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 Novembre.

Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° Novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’Eucarestia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi.

La Festa di Ognissanti, infatti, fu celebrata per la prima volta a Roma il 13 Maggio del 609 d.C., in occasione della consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. Successivamente, Papa Gregorio III stabilì che la Festa di Ognissanti fosse celebrata non più il 13 Maggio, bensì il 1° Novembre, come avveniva già da tempo in Francia. Fu circa nel IX secolo d.C. che la Festa di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera di Papa Gregorio IV.

Fanno eccezione i cristiani Ortodossi, che coerentemente con le prime celebrazioni, ancora oggi festeggiano Ognissanti in primavera, la Domenica successiva alla Pentecoste.

L’influenza del culto di Samhain non fu, tuttavia, sradicata e per questo motivo la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa: il 2 Novembre, Giorno dei Morti, dedicato alla memoria delle anime degli scomparsi.

Dall’Irlanda agli Stati Uniti

Verso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia, ancor oggi ricordata con grande partecipazione dagli irlandesi. In quel periodo per sfuggire alla povertà, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti, dove crearono, come molte altre nazionalità, una forte comunità. All’interno di essa venivano mantenute vive le tradizioni ed i costumi della loro patria, e tra di essi il 31 Ottobre veniva celebrato Halloween.

Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale.

Più recentemente, gli Stati Uniti grazie al cinema ed alla televisione hanno esportato in tutto il mondo i festeggiamenti di Halloween, contagiando anche quella parte dell’Europa che ne era rimasta estranea. In moltissimi film e telefilm spesso appaiono la famosa zucca ed i bambini mascherati che bussano alle porte. E molti, infine, sono i libri ed i racconti horror che prendono Halloween come sfondo o come spunto delle loro trame.

Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare costosi e allegri festeggiamenti. Pare che ogni anno gli Americani spendano due milioni e mezzo di dollari in costumi, addobbi e feste per il 31 ottobre!

Fonte: Irlandando

Aïd el Kébir 2015, festa del sacrificio in Marocco

September 17, 2015 Leave a comment

preghiera Aïd el Kébir

L’Aïd el Kébir (festa del sacrificio) si svolgerà in Marocco entro il 23 e il 24 settembre 2015 (fasi lunari permettendo). Questa festa ha la durata di alcuni giorni ed è la più importante in assoluto per l’Islam, simbolo di sottomissione totale di Abramo e, per estensione, di tutti i credenti in Dio (Allah). Ha luogo il 10° giorno del Dhou al Hijja, ultimo mese del calendario musulmano e segna la fine del pellegrinaggio alla Mecca. Secondo il CoranoAbramo, inviato di Dio, obbedendo ad un comandamento divino, si apprestò a sacrificare il suo unico figlio, Ismaele, nato dalla sua unione co Hajar, una ex serva della sua prima moglie Sarah, quando l’Arcangelo Gabriele sostituì, nel momento dell’uccisione, un montone a Ismaele. Questo avvenimento è situato in prossimità della Mecca e, per sottomissione a Dio, Abramo è considerato come il migliore dei musulmani (secondo la Bibbia invece, Abramo è un discendente di Noè). Obbedendo a Dio si apprestò a sacrificare il figlio Isacco, nato dalla sua prima moglie Sarah, e tre erano gli angeli presenti.  L’intervento di Dio salvò poi Isacco e l’avvenimento è situato a Gerusalemme. L’animale da sacrificare (il montone) non deve essere ucciso all’istante ma dissanguato. Secondo la legge islamica, questa operazione spetta al capofamiglia, che può delegare un sacrificatore riconosciuto, e deve essere compiuta dopo la preghiera dell’Aïd, venti minuti circa prima dell’alba, annunciata da un Imam. Il montone deve essere poi diviso in tre parti uguali; una per la famiglia, una per i vicini e amici e l’ultima, composta dai pezzi più prelibati, deve essere donata i poveri. Nel Maghreb e in Egitto si utilizza il nome Aïd el Kébir (grande festa) per distinguerla dall’Aïd el Seghir (piccola festa), che segna la fine del Ramadan. In diversi paesi dell’Africa come il Mali, il Niger, il Senegal e il Benin la festa dell’Aïd El Kebir è chiamata Tabaski, mentre  per una parte degli Amazighs (berberi) dell’Africa del nord è chiamata Tafaska. In Arabia Saudita e negli altri Paesi musulmani è chiamata Aïd el AdhaPosterò in seguito sugli aspetti socialiculturali e folcloristici di questa festività, importante e spettacolare, che può  essere poco tollerata dai turisti occidentali in quanto sono  momenti abbastanza forti e violenti; si calcola che oltre 5 milioni di montoni vengono sgozzati nella mattina del Aïd in Marocco. Quindi a tutti gli animalisti e alle persone estremamente sensibili,  consiglio di non raggiungere il Marocco ( e comunque i Paesi musulmani) in quei giorni.

Fonte: My Amazighen

Musicisti Gnaoua, tra spiritualità e paganesimo

May 20, 2013 Leave a comment

gnawa

Alla più parte delle persone non è dato comprendere il reale significato di questa particolare musica che, di anno in anno, recluta nuovi appassionati e adepti. L’immagine che il Festival di Essaouira rimanda al mondo intero è quella di una “Woodstock” musulmana. Pace, danze e canti condivisi, gioia di vivere e convivialità contagiosa (con un tocco spirituale in più) sono oramai i marchi di fabbrica di questo, che gli iniziati chiamano semplicemente, “Festival“. Vero è che in questi tempi di terrorismo e di confronto ideologico mondializzato è  bene ricordarsi che l’Islam, nella sua versione più pop, non promette niente altro che la pace e la fraternità. Ed è bello pensare che tutto questo arriva dal Marocco, da Essaouira e da nessuna altra parte. Gli Gnaoua furono deportati dall’impero della Guinea (attualmente il SenegalGuinea e Mali) nel XVI° secoloe divennero gli schiavi che in seguito si unirono alle tribù berbere e ai cittadini diMarrakech o Fés. Anche se vissero sotto lo stesso sole marocchino ci vollero secoli prima che vennero accettati dalla popolazione locale. La ragione? In primis la loro musicaStrana e enigmatica, ambigua e provocante, è alla volte l’espressione di una volontà di libertàma anche volontà di esorcizzare i loro dolori ancestrali nati dalla schiavitù. Secondo: i loro riti, che molti considerano come pagani. Ma chi sono veramente gliGnaoua? Loro si considerano gli intermediari tra i Mlouk (chi possiede) e i Mamloukines (i posseduti). Durante una Lila (notte rituale) gli Gnaoua invocano Dio, il suo profetaMaometto, i grandi santi dell’Islam (in particolare Moulay Abdelkader Jilali e Moulay Brahim). Il loro scopo? Riuscire a stabilire un dialogo tra una persona posseduta e lo spirito di chi la possiede. Con l’incessante suono del guembri suonato da un maâlem, la persona in questione entra in uno stato di trance e non può più fermarsi. Ho assistito personalmente ad una Lila vera, non per turisti, unico occidentale tra un centinaio di persone presenti. Totalmente affascinato e a tratti intimorito, ho passato una serata e una nottata a cercare di capire, con ragionevoli dubbi e buoni propositi, ma questo rituale tocca le frontiere dell’irreale quindi è inutile porsi delle domande; basta cercare di viverlo senza barriere e analisi sociali, al meglio. Il rito Gnaoua si identifica, per certi aspetti, ad altri movimenti creati dagli schiavi africani deportati verso altri continenti.È il caso per esempio del rito Woodo adHaiti o al Candoblé in Brasile. In effetti i cugini degli Gnaoua sono riusciti a salvaguardare una parte del loro patrimonio africano attraverso questi riti particolari. Sull’isola di Haiti, il woodo è un movimento piuttosto violento, che comporta dei rituali invocanti la morte sul fondo di percussioni pesanti. I canti Woodo (come quelli Gnaoua) sono pregni di una grande emozione e di un soffio di rivolta mai sopito. Questi canti furono al centro della rivolta di Haiti nel 1791 che pose fine alo stato di schiavitù dei suoi abitanti qualche anno più tardi. Ma la musica Gnaoua ( o tagnaouite) è anche un percorso musicale che accomuna per esempio, ilblues. Se si ascolta e si paragona i due ritmi si possono incontrare molte similitudini. In effetti i loro autori principali sono di origini africane e tutti discendono dagli schiavi deportati a suo tempo. Anche se gli Gnaoua non hanno lasciato il loro Paese e il continente africano, la loro musica è pregna della situazione di schiavi, come i bluesmen. Sola differenza: gli strumenti utilizzati; se i bluesmen hanno accettato, a partire da un certo periodo, di suonare diversi strumenti come le chitarre o il pianoforte, gli Gnaoua sono stati costretti a costruirsi i loro strumenti partendo da materiali rudimentali. È il caso delGuembri, costruito in un solo pezzo con legno intagliato. Dopo il debutto, il Festival Gnaoua di Essaouria ha favorito l’incontro, naturale, tra gli Gnaoua e i musicisti blues per il grande piacere della platea in ascolto. Inconvertibile il fatto che la nuova scena musicalemarocchina è largamente influenzata dalla musica Gnaoua e tutti i gruppi attuali di Fusionrivolgono con attenzione i loro sguardi a questi musicisti d’eccezione. DargaHoba HobaSpirit o ancora i Ganga Fusion integrano dei tocchi più o meno importanti di musica Gnaoua nei loro pezzi. Sono sopratutto i krakebs ad essere più presenti nei gruppi alternativi attuali, in totale armonia con chitarre elettriche, batterie e strumenti moderni. Basta fare un salto a Casablanca durante il Festival L’Boulevard per vedere che la maggioranza dei gruppi in competizione nella categoria Fusion si rifanno, sovente, al patrimonio musicale marocchino e alla tagnaouite; prova provata che attualmente la musica Gnaoua è molto popolare tra i giovani marocchini. Ci sono voluti secoli ma alla fine gli Gnaoua sono riusciti a far accettare la loro musica all’unanimità ma, quello che è sicuro, è  che oggi gli Gnaoua sono considerati come i veri portabandiera della musica tradizionale marocchina. Il Festival di Essaouira, Musica dal mondo, si svolgerà quest’anno dal 20 al 23 giugno 2013.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Marrakech, i sette santi della Dekka Marrakchia

March 26, 2013 Leave a comment

sidibelabbes

La “Dekka Marrakchia“ è apprezzata da tutti i marocchini, che non dimenticano mai di invocare i santi di Marrakech. Sapete che pronunciare “vado al sebaätou rijal” significa che quella persona si recherà a Marrakech? Questo perchè la leggenda dei sette santi è talmente radicata in Marocco che è sinonimo della Ville Rouge. Infatti, da secoli, lo status di Marrakech come capitale, attirò  migliaia di persone che provenivano da diversi orizzonti ed era necessario un simbolo di unità che, i sette santi, hanno contribuito ad assicurare. Ma perchè solamente sette fanno parte di questo cerchio stretto di santi patroni della città? La tradizione dei sette santi di Marrakech nacque in seguito ad una decisione politica presa dal sultano Moulay Ismâil (1672-1727) per controbilanciare l’influenza, sempre più importante, dei sette santi di Regraga, nei dintorni di Essaouira. L’istituzione venne creata da Hassan El Youssi, grande sapiente e fine conoscitore del Marocco di quell’epoca. Costui scelse i sette santi, dove il solo punto in comune era quello di essere sepolti nei diversi quartieri della città. Due di loro erano nativi di Marrakech: Sidi Youssef Ben Ali e Sidi Abdelaziz Tebbaä. Cady Ayyad e Sidi Bel Abbès erano originari di Sebta, Sidi Ben Slimane di Souss, Sidi Abdellah El Ghazouani di Jbala, nel nord, e l’imam Souheili era andaluso. Un pellegrinaggio sulle tombe dei sette protettori della città venne istituito per indorare il blasone di Marrakech che soffriva, sul piano religioso, della concorrenza del pellegrinaggio ai sette santi di Regraga. Questa manifestazione annuale ebbe molto successo. A partire dal XVIII° secolo venne vivamente contestata dai musulmani ortodossi. Questi ultimi misero in causa il fatto che i credenti NON potevano indirizzare le loro preghiere che ad Allah solo (come scrive il Corano). Tutti questi santi furono dei grandi sapienti in teologia islamica o dei grandi mistici sufi. Da ricordare che il termine santo non è riferito esclusivamente ad una persona di fede che ha compiuto dei miracoli, ma anche a persone molto pie che durante la loro vita hanno fatto del bene agli altri, insegnando la morale e la religione. Il più importante di queste santi è sicuramente Sidi Bel Abbès, considerato dagli abitanti di Marrakech come il vero e unico patrono della città. Sidi Souheil, l’imam, nacque a Malaga ed era conosciuto per la sua poesia sufista e la sua grande apertura di spirito in un momento storico di forte censura religiosa. Questo vecchio erudito venne invitato da Yacoub El Mansour. Scrisse due capolavori: uno sui nomi propri del Profeta citati nel Corano, l’altro sulla biografia di Sidna Mohammed. Questo sant’uomo ebbe una vita semplice e mesta morendo a Marrakech nel 1186. È sepolto nelle vicinanze di Bab Robb e gli studenti con problemi di memoria si affidano a lui pregando sulla sua tomba. Sidi Ben Abdalah El Ghazouani, detto Moul El Ksour, era originario della tribù berbera dei Ghomara. Consolidò il rinnovamento sufista iniziato da Sidi Ben Slimane. Dopo aver studiato a Fès ed in seguito a Granada, si installò a Marrakech per completare la sua formazione con Sidi Abdelaziz Teabaâ. La sua reputazione riuscì a gettare un ombra sul sultano Sidi Mohammed Cheikh (dinastia merinide), che lo fece incarcerare nelle prigioni di Marrakech. Il successivo sultano (dinastia watasside) lo fece liberare (grazie al malcontento della popolazione), e creò a suo nome una Zaouia a Fés, alfine di isolarlo da Marrakech. Molto velocemente però, il santo torno’ a Marrakech e fondò una Zaouia nel quartiere di El Ksour. Morì nel 1528 e venne sepolto non lontano dalla moschea di Mouassine. Si pensa che i suoi dissapori con il sultano merinide erano dovuti al fatto che avesse predetto la fine della dinastia, che avvenne puntualmente. Sidi Abdelaziz Tebbaâ, mercante di seta a Fés, si interessò tardivamente alla vita spirituale. Principale discepolo di Sidi Ben Slimane ed erede spirituale di Sidi Ben Soulayman Al Jazouli, propagò l’etica sufista nelle migliaia di corporazioni di artigiani presenti in quell’epoca. A Marrakech visse presso la moschea di Sidi Ben Youssef, dove morì nel 1508. Sidi Mohammed Ben Souayman Al Jazouli si iscrisse alla Medersa  di Fés dove eccelse negli hadith e nell’esegesi. Nel XV° secolo fondò il sufismo in Marocco, in vista di una mobilitazione contro l’invasione iberica. Fervido promotore della guerra santa contro i portoghesi e uomo politico influente, attirò a se migliaia di fedeli. Morì nel 1466 (870 dell’hegira) a Jazoula (Essaouira). Il suo corpo venne trasferito poi a Marrakech. Scrisse la celebre raccolta di preghiere Dala’il al-Khayrat (il cammino dei benefattori). Questo libro storico è la referenza incontestabile di tutti gli invocatori di grazie al Profeta, delle confraternite sufiste nel mondo. Il mausoleo è datato nell’epoca saadita e venne restaurato verso la fine del XVIII° secolo. La zaouia Jazaouila si trova a nord della medina, in prossimità della strada Dar el Glaoui. Sidi BelAbbès è incontestabilmente il più venerato della città. Nacque a Sebta nel 1145 ed arrivò  a Marrakech all’età di 20 anni. Si installò sulla collina di Gueliz (ora centro europeo della città), in una grotta, nelle vicinanze di una sorgente d’acqua. Visse da eremita per 40 anni senza mai entrare nella medina. La celebrità di questo predicatore libero era talmente forte che Yacoub El Mansour lo invito’ ad insegnare, un dovere che accettò rinunciando al suo eremitismo. Discepolo di Cadi Ayyad, spese la sua vita ad aiutare gli ultimi e i non vedenti. Il califfo Abdelmoumen andò in visita al santo e si udì dire: “Tutto quello che vuoi che io faccia per te sarà fatto“. Morì nel 1205 ma è soltanto nel 1606 che il sultano saadita Abou Faris fece costruire il suo mausoleo, nella speranza di guarire da una epilessia. Dopo  questo, non cessò mai di essere venerato da tutti i sovrani, sino ad Hassan II che fece ristrutturare il santuario nel 1998. Sidi Bel Abbès fu uno degli interlocutori di Ibn Arabi ed ebbe una grande amicizia con Averroès. Patrono della città lo è anche dei commercianti, degli oculisti, dei passamantieri, degli artigiani del sapone e degli operai delle presse.
È  sepolto nel cimitero di Sidi Marouk, nel santuario di Bab Tarzoud, unico aperto ai non musulmani (è possibile entrare nella grande corte centrale e, con un po’ di fortuna avvicinarsi alle grate del mausoleo da cui si intravede il catafalco) . Il santuario fa parte del pellegrinaggio dei Regraga di Essaouira, istituito da Moulay Ismaîl. Questo santo dei santi è il più invocato negli atti essenziali della vita e la sua invocazione precede il rito dell’halqa. Tutti i cantori della Place Jemaa el Fna lo ricordano con queste parole: “Nel nome del Santo patrono di Marrakech, colui che veglia sulla città immutabile, un piede sull’altro, che trova la sua quietudine solo se il mondo è in pace, bambini di paese o visitatori stranieri“. Cadi Ayya Ben Moussa, grande imam di Sebta, anche chiamato Cadi di Granada è  il più celebre dei dottori della corrente religiosa malekite nel Occidente musulmano. Nell’ascesa al regno degli almoravidi, conobbe l’esilio a Tadla e poi a Marrakech dove vivrà sino alla sua morte nel 1149. Il suo amore verso il profeta lo portò a scrivere la sua opera più importante, Al – Chiifaa, ed il suo rigore ortodosso gli valse il titolo di santo. E’ sepolto nell’antico Marabout di Bab Aîlen. Sidi Youssef ben Ali, di origini yemenite, fu un brillante allievo dello sceicco Ben Asfour, a Marrakech. Lebbroso, passò  tutta la sua vita nel lebbrosario situato a Bab Aghmat. Pur essendo molto malato portò  avanti la sua fede incrollabile sino alla morte nel 1196. Si volle edificare un edificio solo per lui: la moschea Ben Youssef. Di origine almoravide questa moschea restò per quattro secoli il santuario centrale della medina, sino alla costruzione della moschea Mouassine. Venne restaurata e modificata nel XVI° secolo, poi ancora agli inizi del XIX° secolo e, ad oggi, poco rimane dell’edificio iniziale. Sidi Youssef ben Ali morì nel 1196 (593 dell’hagira). Il mausoleo venne eretto dal sultano saadita Moulay Abdallah e la zaouia è situata a Bab Aghmat; è  comunemente chiamato dagli abitanti di Marrakech “Sidi Youssef il lebbroso“, in ragione delle enormi sofferenze subite durante la malattia. I sette santi di Marrakech occupano uno spazio essenziale nella storia, nella vita, nella cultura e nell’immaginario collettivo della città. Le sette torri furono costruite nel 2005, a Bab Doukkala, e sono un monumento che illustra l’amore e la fedeltà della Ville Rouge per i suoi santi. Il pellegrinaggio annuale raccoglie migliaia di fedeli e riproduce il percorso circolare attorno alla Kaaba, durante il pellegrinaggio alla Mecca. Il circuito devozionale ha un percorso immutabile attraverso la Medina, da sud-est a sud-ovest, passando per il nord. Inizia sempre di martedì per teminare il lunedì  successivo, ed ogni giorno si fa visita ad un santo. La “ziara” si effettua in questo ordine: Sidi Youssef Ben Ali il martedì, Cadi Ayyad Benmoussa, entrando per la porta di Bab Aghmat il mercoledì, Sidi Bel Abbès il giovedì, entrando per Bab Khemis, il venerdì passando da Bab Tarzoud si accede al mausoleo di Sidi Ben Slimane, il sabato Sidi Abdelziz Tebbaâ, la domenica tocca a Sidi Abdellah El Ghazouani e il lunedì, passando da Bab Robb, il pellegrinaggio termina sulla tomba di Sidi Souheili.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Khamsa, divina provvidenza della mano di Fatima

December 27, 2012 Leave a comment

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La mano di Fatima o Khamsa (per estensione la cifra 5, khamsa) é una sorta di muro invisibile tra chi osserva e chi é osservato. E’ il simbolo della Provvidenza per i musulmani ed é in sintesi la legge del Profeta Maometto (5sono i pilastri dell’Islam). In effeti contiene icinque dogmi che corrispondono alle 5 dita. A loro volta le 5 dita formano 14 falange, 28 per le due mani, sulle quali sono ripartite le 28 lettere dell’alfabeto. Le 14 poste sulla manodestra sono dette “luminose” e sono rivolte aSud, e le 14 oscure sulla mano sinistra volgono al Nord. Nello stesso modo che le dita sottosottomesse all’unità della mano che le serve da base, i cinque precetti fondamentali sono legati alla Khamsa prendendo la loro forza nell’unità di Dio. Detentrice del potere, la mano di Fatima resta per i musulmani una protezione infallibile contro il malocchio. Secondo l’idea che un oscura legge della natura é messa in atto, nell’ordine delle cose, per riequilibrare certi fenomeni positivi della natura stessa, come la  bellezza, salute, fortuna ecc.., cosi’ é permesso un genere di correzioni negative che si concretizzano con l’intervento di una persona malvagia che con un gesto, una parola o più precisamente uno sguardo geloso puo’ avere una azionenegativa sul nostro stato di benessere psico-fisico. A questo puntointerviene la mano di Fatima che, secondo le credenze popolari, ferma letteralmente  gli influssi negativi. E’ appunto la simbologia della mano destra levata, di fronte,  che trasmette la potenza, la protezione, l’offerta o la benedizione. Simbolo antico é una delle rappresentazioni mitologiche più conosciute nel mondo arabo che gioca ancora oggi un ruolo di protezione contro la malasorte. Gli sciitila assimilano ai simboli dei 5 personaggi sacri del Libro: Mohammed, Ali’, Fatima, Hassen eHussein.  Esisteva, nell’antica Babilonia, una torre sormontata da una mano destra consacrata ad Anù, la torre Zida, che simboleggiava il “giro della mano destra”. In Marocco tutti credono e indossano la mano di Fatima, una credenza popolare molto radicata e carica di simboli precisi che toccano il profano, trascendendo dal lato puramente religioso dell’immagine. Sulle porte dellecase, tatuta sulle mani, appesa come ciondolo al collo, disegnata sui muri, é un simbolo che segue quotidianamente le persone che confidano in una protezione sincera e leale della figlia del Profeta Maometto, Fatima appunto.

Fonte: My Amazighen

Sufismo, dottrina in Marocco

September 1, 2012 Leave a comment

Molti marocchini, giovani e meno giovani, praticano il sufismo sotto diversi aspetti e forme. Elemento forte dell’identità marocchina, il sufismo assorbe tutti i membri della società, non importa quale sia l’età, sesso, status sociale o orientamento politico. Il sufismo attira sempre di più i giovani a causa della sua tolleranza, della sua interpretazione facilitata del Corano, del rifuto al fanatismo e per la sua modernità. I giovani trovano nei principi di “bellezza” e “umanità” del sufismo, uno stile di vita equilibrato che permette loro di amare le arti, la musica e l’amore senza essere obbligati ad abbandonare i loro obblighi spirituali e religiosi. Le confraternite sufiste esistono in tutto il Marocco. Organizzano regolarmente incontri di preghiera, per salmodiare e discutere di  sociale o di politica, del rispetto per l’ambiente o della solidarietà,  sino ad arrivare alla lotta contro le droghe o alla minaccia del terrorismo. Inoltre, i seminari sufi, pongono l’accento sui valori universali che l’Islam condivide con il cristianesimo e il giudaismo (come la ricerca della felicità, l’amore dei sensi, la tolleranza delle differenze razziali e religiose, la promozione della pace) e incitano i giovani a confrontarsi nel dialogo interreligioso. Nell’insieme, i seminari sufi, con i loro salmi e i loro raccoglimenti spirituali, offrono un veicolo sociale a milioni di marocchini, dove la fusione del sacro e del profano, dell’anima e del corpo, del singolo e dell’universo è a volte possibile e gratificante. I sufisti prendono le distanze dai fondamentalisti (che vedono l’Islam l’emulazione serrata e utopistica del profeta Maometto e dei suoi compagni) e insistono in particolare sull’adattamento della comunità alle problematiche e alle priorità dei tempi moderni. I sufi non condannano le donne senza velo cosi’ come non censurano le distrazioni della nostra epoca. Per gli adepti, la differenza tra vizio e virtù e strettamente correlata all’intenzione e non alla apparenza. Il sufismo è dilagato nella cultura marocchina al punto che il suo ruolo non può essere appreso se si riduce a capire una setta o un luogo sacro: la sua dottrina ha impregnato dei generi musicali detti “moderni” o “occidentali” come il raî, versione hip hop e rap marocchino, che ovviamente possono apparire troppo terresti o troppo sensuali per essere associati al sufismo. Questa musica si ispira alla poesia sufi per cantare l’essenza prima dell’essere umano, le virtù della semplicità e i doni curativi dei santi sufi come Sidi Abderrahman Majud, Sidi Ahmed Tijani e Sidi Boumediene, capi spirituali venerati dai loro discepoli per aver cercato, e trovato, l’unione spirituale con Dio nel corso della loro esistenza terrena. L’impatto del sufismo sulla cultura giovanile è esplicità nelle parole del gruppo urbano Nass Al Ghiwan e dei Sahara Gnawa. Questi due gruppi sono stati profondamente influenzati dalla musica pop marocchina dagli anni ’70 e le canzoni dei Ghiwan sono impregnate della filosofia hippie di gruppi come i Rolling Stones e i Pink Floid, spingendo un gran numero di loro ascoltatori verso una risposta psichica chiamata Shata, un termine arabo marocchino usato per parlare di danza moderna. I musicisti Gnawa, discendenti degli schiavi africani deportati in Marocco tra il XII° e XVII° secolo, produssero un effetto molto simile. Le loro musiche, mixate con parole religiose,  profondamente radicate nella tradizione dell’Africa subsahariana, e melodie melanconiche, ricordano il jazz e il blues americano. L’esecuzione Gnawa si concentra sul corpo che danza girando su se stesso, su di una voce spasmodica, ritmi poetici che rimandano ai salmi sufi in arabo come “Non esiste altro Dio che Dio e Maometto è il suo messaggero“. Queste parole, terribili se pronunciate da un terrorista, elevano l’anima quando sono cantate dai musulmani pii, dagli Gnawa e da altri musicisti ispirati dal sufismo.Anche il gruppo Fnaire, nuovo complesso  hip hop di Marrakech, si definisce come un mélange di tradizioni sufi e di rap americano. È opportuno segnalare che migliaia di giovani europei, americani e africani, affluiscono ogni anno ai Festivals di musiche sacre organizzati dai movimenti sufisti attraverso tutto il Marocco, per cantare e celebrare i loro entusiasmo per la vita e il loro attaccamento ai valori universali della Pace. La scena di questi Festivals rifiuta totalmente il tipo di immagine che i fondamentalisti cercano di trasmettere ai giovani marocchini. Questa fusione di sufismo e modernità produce un esperienza estetica unica, che attira i giovani che rifiutano la violenza, sostenendo i valori di una umanità condivisa.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Laylatoul-Al Qadr, la notte del destino

August 15, 2012 Leave a comment

Letteralmente è  la notte della “Potenza” o del “Destino“; in arabo è chiamata Laylatoul – Qadr. In Marocco si è celebrata ieri notte, 14 agosto 2012. È  la notte che il Corano scese sulla Terra nella sua totalità. Il Libro Sacro dei musulmani venne rivelato durante il mese del Ramadan, per la prima volta, in una notte dell’anno 610 D.C.. Questo momento è considerato particolarmente sacro perché fù in quel preciso momento che l’Arcangelo Gabriele (Gibril) si mostrò al Profeta Maometto. Venticinquesima nell’ordine cronologico, la Soura 97 è composta da cinque versetti che descrivono questa notte come “un valore di più di mille mesi (di preghiera)..la pace accompagna questa notte sino all’aurora“. Questo significa che in questa notte la preghiera, la recita del Corano e il Dhkir (ricordo di Allah) sono migliori di quelle eseguite in mille mesi dopo la notte del Al-Qadr. È preferibile cercare la Notte del Destino negli ultimi dieci giorni impari del Ramadan perché il Profeta si applicò ad adorare Dio in questi giorni per determinare la notte esatta. Pregò tutte le notti svegliando la sua famiglia, per pregare con lui, e si astenne da tutti i rapporti sessuali. La data esatta di questa notte sacra è ancora oggetto di divergenze tra gli Oulema ma la maggiorparte di loro giudica questa notte quella del 27° giorno di Ramadan (la notte tra il 26° giorno e il 27°). Nel corso della 27a notte Dio decreterà tutto quello che accadrà nell’anno seguente e durante tutta la notte, sino all’alba, Dio esaudirà tutte le implorazioni dei suoi servitori. La Notte del Destino oltre ad un valore di sacralità totale è soggetta anche ad alcune forme di rituali pagani. Essendo considerata la notte più negativa dell’anno dove gli spiriti (Djin) ridiscendono sulla Terra a infastidire e molestare gli esseri umani, alcuni riti vengono compiuti invocando la Baraka (benedizione). In tutte le case vengono messi ad ardere incensi con varie potenzialità tra cui l’Oud, un legno pregiatissimo, che in Marocco viene usato per particolari ricorrenze come la nascita di un bambino, la morte e appunto il 27° giorno di Ramadan. E’ una notte che porta con se atmosfere magiche e tutti, ma proprio tutti, si preparano a celebrarla, per vedere il loro futuro pregno di positività e di richieste esaudite. La saggezza che si deduce da tutte le tradizioni e che la Notte del Destino è stata dissimulata da Dio durante le ultime dieci notti del mese di Ramadan affinché i suoi sinceri servitori siano testimonianza di un grande fervore e si apprestino, con foga e determinazione, alla ricerca del “divino“. Dimostrazione questa della costanza nella ricerca del suo amore, regolato dalla fedeltà e ben radicato nella spiritualità dell’essere, in vista della preparazione a ricevere le grazie che Allah vorrà loro offrire.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Ramadan, conto alla rovescia…

July 16, 2012 Leave a comment

Il countdown sta per iniziare..fatto salvo stravolgimenti del ciclo lunare il Ramadan quest’anno in Marocco inizierà tra il 20 e il 21 luglio 2012. Il Ramadan è uno dei 5 pilastri dell’Islam, il quarto nei sunniti e il terzo per gli sciiti duodecimani (maggioritari rispetto agli sciiti). La sua durata è di un mese lunare (29/30 giorni). In Turchia è chiamato Ramazan. Il Ramadan è un mese di digiuno e di preghiera per avvicinarsi a Dio, per tornare a Dio. E’ anche il mese che, nel 610 D.C., Maometto vide l’arcangelo Gabriele che gli annunciò la sua investitura come messaggero di Dio. Questo momento preciso è  la Notte del Destino, Lailat al Qadar, verso la fine del Ramadan (27° giorno), notte che celebra la rivelazione del Corano al Profeta con preghiere e pentimenti. Il Ramadan termina con la festa dell‘Aid al Seghir (piccola festa in arabo) che è  anche chiamata Aid el Fitr (festa della rottura del digiuno) e segna la fine del mese sacro. Ovviamente è una festa che racchiude una gioia profonda dopo un mese di patimenti,ma ve ne parlerò durante questo mese. La storia ci dice che il primo digiuno imposto da Maometto ai suoi discepoli durò una sola giornata prima dellla festività ebrea del Yom Kippour. Questo digiuno riproponeva quello degli ebrei e il Profeta, ovviamente in disaccordo, decise che sarebbe durato più a lungo, anche di quello cristiano della Quaresima, e stabilì’ un mese intero. L’obbligo essenziale del Ramadan è il digiuno (Siam): durante tutta la giornata, dall’alba al tramonto è assolutamente proibito nutrirsi, bere ed avere rapporti sessuali. Con la stagione estiva tutto diventa più difficile tenendo presente che qui siamo nell’ordine dei 38/45 gradi e bere è necessario. Il Ramadan è il tempo della parola di Dio (lettura del Corano) e di incontrarsi a Lui con la preghiera. Sovente durante questo mese un profondo fervore religioso si impadronisce dei credenti che negli oratori e nelle moschee pregano tutta la notte in veglia. In questo mese i musulmani devono anche compiere lo zakat, un altro pilastro dell’Islam, l’elemosina. E’ una tassa obbligatoria che si dona alla fine del digiuno, al termine del Ramadan. Questa “tassa” è calcolata intorno al 25% degli introiti annuali del credente e, il mondo va avanti, alcuni siti islamici accettano i versamenti con carte di credito. I costumi di questo mese sono differenti secondo i Paesi. L’Egitto e il Maghreb vivono il Ramadan come un mese di convivialità e di festa (dopo la rottura del digiuno quotidiano). Le famiglie si riuniscono per mangiare insieme e nelle strade una certa animazione è visibile sino a notte fonda. La tradizione vuole che si acquisti degli abiti nuovi ai bambini e durante la festa della fine del Ramadan verranno indossati per andare alla moschea. Il digiuno del Ramadan in Marocco, contrariamente ad altri Paesi musulmani, è scrupolosamente rispettato. L’Islam è religione di Stato e i marocchini si “sorvegliano” mutualmente (se un marocchino viene sorpreso a mangiare è immediatamente arrestato). Al contrario in Turchia, per esempio, i membri della setta Alèvis digiunano solamente qualche giorno durante tutto il mese sacro. In Marocco, essendo strettamente praticato, molti occidentali che qui vivono e lavorano, abbassano le serrande e se ne vanno in vacanza per evitare disagi e problemi legati naturalmente a questo avvenimento. Vero è che molti locali, bar, caffé e ristoranti, gestiti da marocchini, durante tutta la giornata sono chiusi e, i pochi aperti, aumentano i prezzi a dismisura approfittando della mancanza di servizi. È un mese che, per esperienza personale, è meglio uscire il meno possibile durante il giorno, quando sovente si è spettatori di risse e quant’altro dovute al nervosismo che un digiuno puo’ provocare. Purtroppo ho avuto anche modo di verificare con alcuni ospiti del Riad un po’ ingenui, una certa aggressività verbale verso i turisti che passeggiano con la bottiglia dell’acqua in primo piano o peggio ancora fumano disinvoltamente per la strada. Attenzione dunque ai comportamenti!. Il mese del Ramadan posso consigliarlo a viaggiatori che cercano di capire e carpire usi e costumi del Paese che gli ospita, ma lo sconsiglio ai turisti da Club Vacanze; il Ramadan è un momento sacro (anche se sono evidenti molte incrongruenze in questo periodo) e come tale va rispettato, con una buona dose di pazienza e di buona creanza. Poi è festa! Alla sera è fantastico lasciarsi coinvolgere, nelle strade e nelle piazze, dall’esplosione di felicità che attraversa tutti quanti. Una scarica di adrenalina pura che rimette in moto i pensieri e le azioni, sopite e stordite durante tutta la giornata. E tra le pieghe di questi momenti si incontrano personaggi incredibili, storie di vita vissuta senza protagonismi, come il misterioso e leggendario Sidi (signore) che durante tutto il Ramadan offre un pasto a centinaia di poveri diseredati, nascosto nella penombra della Place Jemaa el Fna per non essere riconosciuto e non dover essere ringraziato. Questo è anche il Ramadan!.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Ramadan, sacro digiuno nella storia

July 16, 2012 Leave a comment

Da quando i musulmani del mondo intero sono entrati nella avventura del mese sacro del Ramadan, non è inutile ricordare che il digiuno, cuore pulsante di questa trenta giorni, si iscrive in una lunga storia. Molto tempo fa l’osservanza del digiuno era nel nono mese dell’anno lunare, e i primi musulmani rispettavano il digiuno della Ashoura, vera eredità del giudaismo, che corrisponde alle celebrazioni del Yom Kippour, il “Giorno della Espiazione” o “Giorno del Grande Perdono“. La seconda sura del Corano che stabilisce il digiuno nel mese del Ramadan, non dimentica di chiamare in causa gli antecedenti: “E’ stato prescritto a as-Syam come è stato prescritto a quelli davanti a voi” (versetto183). Secondo i sapienti religiosi questa prescrizione del digiuno è strettamente collegata ad Abramo, vedi Noè. Ma è stato stabilito da parecchi hadiths e dalla Sura che la prima comunità riunita intorno al Profeta Maometto digiunava il giorno della Ashoura (il decimo giorno del settimo mese del calendario ebreo: decimo si dice “asor” in ebreo e”asara” in arabo). Secondo l’hadith, guardando gli ebrei darsi al giorno di digiuno, il Profeta chiese spiegazioni. Gli ebrei risposero che ricordavano la fuga dall’Egitto ordinata da Mosè. A quel punto, reclamando tutti i profeti biblici che lo avevano preceduto, Maometto disse che aveva più diritto lui e i musulmani di compiere il digiuno in quel giorno. Per evitare di confondere il digiuno musulmano con quello ebreo decise che si sarebbe svolto il nono giorno del settimo mese. Presso i musulmani il digiuno dell’Ashoura venne fissato poi in due giorni. Questa appropriazione del digiuno ebraico trova riscontro nel senso dato a questa pratica presso i musulmani; in effetti, come per gli ebrei che celebrano lo Yom Kippour, il digiuno ha per virtù la totale purificazione dai peccati e questo accade anche per il digiuno dell’Ashoura musulmano. Nel Levitico si legge: “Perchè è in questo giorno che avverrà l’espiazione per voi, al fine di purificarvi: voi sarete purificati di tutti i vostri peccati davanti all’Eterno” (Levitico 16-30). Nell’hadith di Mouslim si legge queste parole del Profeta: “ Io conto su Allah perchè il digiuno osservato nel giorno di Arafat possa farvi espiare i peccati commessi l’anno precedente e quello successivo, e che il digiuno del giorno dell’Ashoura possa farvi espiare i peccati dell’anno precedente“. Certo, prendendo in esame diversi hadiths il digiuno dell’Ashoura commemora diversi avvenimenti; Adamo che lascia il Paradiso terrestre, lo sbarco dell’arca di Noè, Abramo nel fuoco o e ancora la fuga dall’Egitto di Mosè….Ma è la continuità con il digiuno ebreo la più certa e chiara. Oggi, per meglio conoscere la storia del digiuno nel mese sacro del Ramadan, si può rilevare che, quando venne inserito il nuovo ordine per cui il digiuno doveva essere di un mese pieno, i musulmani potevano dispensarsi da questo obbligo, offrendo un mese di pasti ad un povero, per ogni giorno di digiuno non espletato, questo è quello che indica il versetto 183-184 della surate 2a, ma i giuristi hanno preferito privilegiare l’obbligo del digiuno.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen