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Archive for the ‘Antartide’ Category

Nature Communications, numerosi laghi sepolti sotto i ghiacci dell’Antartide

June 8, 2017 Leave a comment

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I laghi sepolti sotto i ghiacci dell’Antartide sono molto più numerosi del previsto: lo rivela la ricerca coordinata dall’Istituto tedesco Alfred Wegener e pubblicata sulla rivista Nature Communications. I ricercatori hanno analizzato “i sedimenti prelevati sotto le piattaforme di ghiaccio costiere dell’Antartide e i dati indicano che i laghi, oltre a essere numerosi, sono anche molti antichi. Risalgono infatti all’ultima era glaciale, quando il ghiaccio antartico era molto più spesso e si estendeva molto più al largo rispetto ad oggi”.

“Abbiamo tutte le ragioni per credere che ci siano più laghi di quanto si pensasse sotto i ghiacci dell’Antartide“, hanno osservato i ricercatori, guidati da Gerhard Kuhn. Durante le spedizioni fatte tra il 2006 e il 2010 a bordo della nave rompighiaccio Polarstern, i ricercatori hanno prelevato campioni dal fondo dell’Oceano Antartico, estraendoli da sotto uno strato di sedimenti marini spesso circa quattro metri. “I campioni analizzati costituiscono un archivio dei cambiamenti climatici dell’Antartide, coprendo un periodo che risale indietro nel tempo fino a circa 21.000 anni fa, il momento dell’Ultimo Massimo Glaciale, quando il livello del mare era di circa 130 metri più basso di oggi.”

I laghi sono scomparsi circa 11.000 anni fa, quando il continente antartico – spiegano gli studiosi – è stato inondato dal mare in risalita a causa dello scioglimento dei ghiacci. Lo studio ha evidenziato che, durante l’ultimo periodo glaciale, i laghi subglaciali hanno accelerato la ritirata dei ghiacci e probabilmente lo stanno facendo anche adesso. Infatti, il movimento dell’acqua da un lago all’altro rende più rapida la corsa verso il mare dei ghiacciai soprastanti ed è un aspetto da tenere in considerazione nei modelli che predicono il futuro innalzamento marino. Le sfide da superare per poter raccogliere campioni da questi laghi, rimasti sigillati per migliaia di anni, sono enormi: tra le altre i ricercatori devono attenersi a restrizioni ambientali molto severe, per evitare di inquinarli.

Fonte: MeteoWeb

Krill, catena alimentare a rischio

November 13, 2016 Leave a comment

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Oggi questo ecosistema è minacciato dalla pesca commerciale. Il tesoro più ambito è il krill, piccolissimi crostacei pescati per nutrire i salmoni d’allevamento e per produrre olio per le formulazioni di cosmetici e per integratori alimentari: ne viene pescato troppo e troppo in fretta. Sul krill si regge buona parte della catena alimentare antartica: è infatti nutrimento per balene, foche, pinguini e uccelli di mare. Con l’enorme e indiscriminato prelievo di krill si mettono in pericolo molte specie. La riserva non fermerà la pesca nell’Antartico, ma terrà le navi lontane dai luoghi ecologicamente più sensibili.

Fonte: Focus

Categories: Antartide, Green Peace Tags:

Antartide, nasce l’area marina protetta più grande al mondo

November 13, 2016 Leave a comment
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A 175 anni dalla scoperta, il Mare di Ross diventa area marina protetta: è la più vasta sul pianeta e la prima in acque internazionali.

1,55 milioni di chilometri quadrati, più grande di Italia, Francia e Spagna messe assieme: è l’area marina protetta più estesa del mondo, nata dall’accordo di 24 Paesi più l’Europa. L’ambiente è quello del Mare di Ross, in Antartide, definito dagli scienziati “l’ecosistema marino meno contaminato dall’uomo sul pianeta” (vedi abstract in inglese). Ci sono voluti cinque anni e parecchie negoziazioni fallite, ma alla fine la Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources (CCAMLR) garantirà la protezione del Mare di Ross per i prossimi 35 anni. E non sarà solo il più grande, ma anche il primo parco marino istituito in acque internazionali.

Il Mare di Ross occupa una porzione dell’Antartide, a sud-est della Nuova Zelanda, da Cape Adare alla Edward VII Peninsula. Diventerà ufficialmente area protetta dal 1 dicembre 2017, data a partire dalla quale diventerà quasi interamente una no-take zone, cioè una zona da cui non sarà possibile prelevare nessuna risorsa. Sarà perciò anche categoricamente bandita ogni attività di pesca.

Solo poche aree del parco faranno eccezione, ma la pesca sarà ammessa esclusivamente a scopo di ricerca: in quelle zone gli scienziati potranno monitorare la salute dell’ecosistema e confrontarlo con altre al di fuori della riserva, dove la pesca è invece consentita. La riserva sarà dunque un vero e proprio laboratorio a cielo aperto per studiare anche l’effetto dei cambiamenti climatici.

I NUMERI DELLA BIODIVERSITÀ. Anche se in un luogo tanto remoto, il Mare di Ross ha un ruolo ecologico cruciale per l’equilibrio del pianeta. Tre quarti dei nutrienti che sostengono la vita negli oceani provengono infatti proprio da qui.

Da sola, poi, questa regione ospita più di 16.000 specie. Qui abita il 30% della popolazione mondiale di uccelli procellariformi (ordine a cui appartengono uccelli delle tempeste e albatri) e il 50% delle orche assassine. Si contano 32.000 esemplari di foche di Weddell, 155.000 pinguini imperatore e più di 2,5 milioni di pinguini di Adelia, il 38% della popolazione mondiale. E naturalmente le balene: il Mare di Ross è uno degli habitat del berardio australe e della balenottera minore.

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UN TUFFO PER GLI OCEANI. La fondazione del parco è un esempio senza precedenti di cooperazione internazionale per la protezione del mare. La pensa così anche Lewis Gordon Pugh, sponsor delle Nazioni Unite per gli Oceani e intrepido nuotatore, che per sensibilizzare alla protezione del Mare di Ross nelle sue acque glaciali si era tuffato più e più volte. Buone notizie per gli oceani, quindi. Ora il raggiungimento del target fissato dall’IUCN (International Union for Conservation of Nature) che prevede di rendere area marina protetta il 30% di tutti gli oceani sul pianeta appare più vicino.

Fonte: Focus

Categories: Antartide

NASA, addestramento primo sbarco su Marte in Antartide

November 12, 2016 Leave a comment
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In vista di un futuro primo sbarco dell’uomo su Marte, la NASA addestra gli astronauti a una vita isolata in un ambiente estremo. E sceglie l’Antartide per studiare gli effetti psicologici sull’uomo

Il lungo viaggio che porterà i primi esseri umani a calpestare la superficie rossa di Marte passa dai ghiacci dell’Antartide. Il programma della NASA “Journey to Mars” comprende anche uno specifico addestramento degli astronauti, per prepararli ad affrontare diversi mesi di completo isolamento in condizioni ambientali estreme e ostili. Per questo, la scelta è caduta sul Continente bianco.

La NASA e la National Science Foundation (NSF), che gestisce l’United States Antarctic Program, hanno firmato un accordo di collaborazione per studiare gli effetti della vita prolungata in ambiente polare. Un ambiente estremo, sferzato da forti venti, dove le temperature precipitano a decine di gradi sotto lo zero e il Sole sparisce per mesi. È la notte polare, un periodo di completo isolamento, durante il quale anche per un aereo è rischioso volare. E si rimane, quindi, bloccati per un’intera stagione.

“Significa stare mesi senza vedere il Sole, con lo stesso equipaggio e senza rifornimenti di cibo – spiega Christina Hammock Koch, astronauta NASA che ha trascorso diversi mesi in stazioni scientifiche artiche e antartiche -. L’isolamento, l’assenza di familiari e amici, la mancanza di nuovi stimoli sono tutte condizioni con le quali devi imparare a fare i conti, cercando una strategia per affrontarle”.

Condizioni analoghe a quelle con le quali si dovrà confrontare l’equipaggio della prima spedizione umana sul Pianeta Rosso. “L’Antartide è perfetto per i nostri studi – aggiunge Lisa Spence, dello Human Research Program NASA -, perché non puoi andare da nessun’altra parte all’infuori dei ghiacci. E questa condizione è molto simile ai voli spaziali. Modifica, infatti, il tuo stato mentale”. Gli esperti della NASA sono, infatti, soliti definire l’Antartide “Marte bianco”.

Nell’ambito dell’accordo tra la NASA e la NSF, uno dei primi studi sarà quello coordinato da Candice Alfano, psicologa clinica presso l’University of Houston. Partirà nel febbraio del 2017, per concludersi nell’inverno dello stesso anno. E comprenderà 110 volontari dell’U.S. Antarctic Program, che saranno ospitati nelle stazioni McMurdo e South Pole.

Lo studio della vita quotidiana dei volontari nelle due stazioni, attraverso questionari on line, monitoraggio dei cicli sonno-veglia, campioni di saliva, permetterà ai ricercatori d’individuare e comprendere meglio le principali fonti di stress.

“Questa ricerca ci permetterà di monitorare in tempo reale ogni cambiamento nella salute psicologica dei volontari. Uno degli obiettivi – conclude Lauren Leveton, del NASA Behavioral Performance team – è mettere a punto una checklist, che sarà molto utile in vista di futuri viaggi spaziali”.

Fonte: Asi

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Antartide, fungo in grado di sopravvivere su Marte

February 9, 2016 Leave a comment
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Lo dimostra un esperimento sulla Stazione Spaziale

Potrebbe sopravvivere su Marte il fungo antartico Cryomyces antarcticus, studiato in uno degli esperimenti condotti sulla Stazione Spaziale Internationale (Iss): gli astronauti sono riusciti a coltivarlo, per un anno e mezzo, in condizioni molto simili a quelle caratteristiche del pianeta rosso. I risultati dell’esperimento Life (Lichens and Fungi Experiment), coordinato dall’italiano Silvano Onofri, botanico dell’università della Tuscia, sono pubblicati sulla rivista Astrobiology.

L’esperimento è partito nel 2008, quando i ricercatori hanno raccolto in Antartide campioni di minuscoli funghi che vivono all’interno delle cavità della roccia (criptoendolitici) in una zona particolarmente interessante per la presenza di forme di vita estreme, le Dry Valleys, che si trovano nella Terra Vittoria e che sono uno degli ambienti più aridi e ostili del pianeta, molto simile all’ambiente marziano. In Europa, nella Sierra de Gredos in Spagna e nelle Alpi austriache, sono state raccolte anche due specie di licheni in grado di sopportare ambienti estremi, come quelli di alta montagna. Tutti i campioni sono stati poi spediti a bordo della Stazione Spaziale, per poi rientrare sulla Terra nel 2010.

”Microfunghi e licheni sono stati esposti a due tipi di condizioni – spiega Onofri – Metà a condizioni di tipo spaziale, cioè con radiazioni totali e condizioni di vuoto non riproducibili sulla Terra, e l’altra metà a condizioni simili a quelle di Marte”. Tutti sono stati posti all’esterno del modulo-laboratorio Columbus sulla piattaforma dell’Esa Expose-E (Exposing Specimens of Organic and Biological Materials to Open Space), in piccole celle di coltura.

”Il risultato più importante – prosegue l’esperto – è che nei microfunghi. Il 10% delle loro cellule è sopravvissuto e si è mostrato in grado di riprodursi, crescendo come se non avessero subito alcuna mutazione, mentre il 60% delle cellule è rimasto vivo ma non in grado di riprodursi. E’ un risultato molto importante perchè ci dice che le cellule possono sopravvivere su Marte”. Il dato, conclude Onofre, induce inoltre a stare attenti in vista di future esplorazioni su Marte ”perchè potrebbero esserci dei microrganismi portati sul pianeta dalla missione spaziale, che potrebbero dare dei falsi positivi sulla presenza di forme di vita”.

Fonte: Ansa

Antartide, trattato internazionale per la pace e la ricerca nel territorio incontaminato

September 29, 2015 Leave a comment

antartideL’ultimo continente del Pianeta scoperto ed esplorato, a causa della sua posizione geografica e del clima rigido è stato l’Antartide. Esso è tutelato da un trattato noto come Trattato Internazionale per l’Antartide, stipulato a Washington il 1° Dicembre 1959, ad aderirvi furono 12 Nazioni che presero parte all’Anno Geofisico Internazionale (1957-1958). Entrò in vigore il 23 Giugno 1961 ed il suo compito era quello di garantire a tutte gli Stati partecipi di poter usufruire del territorio Antartico per fare ricerca, con scopi esclusivamente pacifici e nel rispetto dell’ecosistema.

Oggi aderiscono al trattato ben 48 Paesi, che rappresentano più dell’80% della popolazione mondiale, l’Italia vi ha aderito il 18 Marzo 1981. Nel 1991 seguì un protocollo, noto come Protocollo di Madrid, il quale dichiarava la messa al bando per i successivi 50 anni di tutti gli sfruttamenti minerari dell’Antartide con relativa valutazione dell’impatto ambientale per ogni attività svolta. A causa del suo isolamento geografico e del clima rigido che non favorisce le esplorazioni, l’Antartide resta il più grande Paradiso Inesplorato della Terra. Ad eccedere al territorio antartico sono scienziati, tecnici e militari che prendono parte alle spedizioni ed in estate sono circa 10 mila persone, mentre in inverno a causa delle condizioni rigidissime si riducono ad un terzo. Anche l’Italia con il PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide), finanziato dal Miur svolge attività di ricerca in Antartide in numerose discipline come scienze della terra, fisica dell’atmosfera, biologia, cosmologia, medicina, oceanografia, climatologia e molte altre. Anche i turisti possono accedere al territorio sempre rispettando il Trattato Antartico e si aggirano intorno alle 30 mila persone durante tutto l’anno. Giungono in Antartide mediante navi provenienti dall’Argentina, dalla Tasmania e dalla Nuova Zelanda.

Ad affascinarli non sono solo i paesaggi infiniti ed inesplorati ma anche la fauna costituita prevalentemente da organismi marini tra i quali 7 specie di foche e 8 specie di pinguini. Questi ultimi rappresentano il 90% della biomassa. L’Antartide non solo è un territorio dai paesaggi mozzafiato ma è anche un laboratorio naturale che racchiude in se informazioni fondamentali sul nostro pianeta. Gli scienziati affrontando difficoltà non indifferenti legate alle condizioni climatiche rigide cercano di svelare i segreti del nostro pianeta e di tutto ciò che ci circonda. Solo conoscendo ciò che siamo e che eravamo potremo capire che strada percorreremo!

Fonte: MeteoWeb

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Antartide, spermatozoo più vecchio del mondo

July 22, 2015 Leave a comment

In Antartide è stata rinvenuta la cellula sessuale di un verme: è rimasta conservata per 50 milioni di anni in un bozzolo, che intrappola gli organismi in modo simile all’ambra.

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Foto – Un ingrandimento dello spermatozoo ritrovato in Antartide. Per comprenderne le misure: il segmento bianco che vedete in basso a destra è lungo un micrometro (cioè un millesimo di millimetro).

In un’isola dell’Antartide è stato scoperto uno spermatozoo risalente a 50 milioni di anni fa. Era conservato in un bozzolo fossilizzato e apparteneva a un verme non molto diverso dalle moderne sanguisughe. Sebbene ormai priva di materiale genetico, la cellula sessuale batte il record di antichità che in precedenza apparteneva al gamete gigante di crostaceo rinvenuto circa un anno fa in una grotta australiana. I dettagli del ritrovamento sono stati pubblicati sulla rivista Royal Society Biology Letters.

UN RECUPERO INSOLITO. Il reperto è stato estratto da un deposito fossilifero ubicato a Seymour Island, una delle isole al largo della Penisola Antartica. Come spiega Benjamin Bomfleur, paleobotanico a capo della ricerca, le scoperte di spermatozoi ben conservati sono molto rare in quanto si tratta di materiale biologico «delicato e facilmente deperibile».

Se lo spermio del verme preistorico è giunto fino ai giorni nostri, il merito è dunque dell’involucro in cui era intrappolato, che è parte integrante del meccanismo riproduttivo utilizzato ancora oggi da svariate specie di Anellidi della classe Citellata (in cui rientrano appunto le sanguisughe).

COME L’AMBRA. Durante la fase di accoppiamento i Citellatasecernono un gel appiccicoso, che forma una capsula protettiva nella quale vengono racchiusi gli spermatozoi e le cellule uova. Una volta induriti, i bozzoli sono in grado di preservare il disfacimento delle sostanze organiche contenute al suo interno e di conservarle per milioni di anni, così come l’ambra fossile fa con gli insetti.

GUARDA CHI C’È. La presenza dello spermatozoo è affiorata grazie all’ausilio di un microscopio elettronico a scansione. Il suo profilo allungato è tutto ciò che resta della cellula originale, che ha perso completamente il proprio materiale genetico. «Si è trattato di una ritrovamento accidentale», dice Bomfleur, «Volevamo capire meglio l’organizzazione dell’involucro e quando abbiamo eseguito uno zoom abbiamo notato questa struttura biologica simile a uno spermatozoo».

IL PIÙ VECCHIO DEL MONDO. La datazione radiometrica eseguita sui frammenti del bozzolo (le cui dimensioni variano da 1,5 a 0,8 mm) ha stabilito che il campione risale alla prima metà dell’Eocene, il periodo in cui mammiferi crebbero in dimensioni e diffusione, andando a riempire le nicchie ecologiche lasciate libere dai dinosauri. In termini pratici, significa che il fossile ha riposato tra le rocce per 50 milioni di anni.

UNA FINESTRA SUL PASSATO. Record a parte, a entusiasmare maggiormente gli scienziati non è stata la scoperta della cellula sessuale, quanto il modo in cui ha resistito all’usura del tempo. Nel cuore dei bozzoli, affermano i ricercatori, potrebbero infatti celarsi i resti di numerosi ospiti, come funghi, protozoi, batteri e altre primitive forme di vita di cui si ha scarsa documentazione. E il fatto che siano piuttosto comuni a ogni latitudine, li renderebbe uno strumento ideale per comprendere l’evoluzione dei microrganismi vissuti sulla Terra.

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Il bozzolo viene prodotto dai vermi nel corso dell’accoppiamento per ospitare le cellule riproduttive. Nell’involucro possono rimanere intrappolati anche batteri, funghi e altri microrganismi. | BENJAMIN BOMFLEUR

Fonte: Focus

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