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Samhain, la vera storia di Halloween

October 17, 2020 Leave a comment

Scopriamo insieme le origini celtiche della festa di Halloween, meglio conosciuta con il nome di Samhain dalle origini antichissime rintracciabili proprio in Irlanda.

Forse non tutti sanno che la festa di Halloween non nasce in America ma ha origini antichissime rintracciabili in Irlanda, quando la verde Erin era dominata dai Celti. Halloween corrisponde infatti a Samhain, il capodanno celtico. Dall’Irlanda, la tradizione è stata poi esportata negli Stati Uniti dagli emigranti, che, spinti dalla terribile carestia dell’800, si diressero numerosi nella nuova terra. Ma affrontiamo insieme nel dettaglio il viaggio dall’Irlanda dei Celti fino ai giorni nostri, osservando cosa è successo e come, attraverso i secoli, sono cambiate le cose.

Halloween: etimologia del nome

Il nome Halloween (in irlandese Hallow E’en), deriva dalla forma contratta di All Hallows’ Eve, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa Santo: la vigilia di tutti i Santi, quindi. Ognissanti, invece, in inglese è All Hallows’ Day. L’importanza che, tuttavia, viene data alla vigilia si deduce dal valore della cosmologia celtica: questa concezione del tempo, seppur soltanto formalmente e linguisticamente parlando, è molto presente nei paesi anglofoni, in cui diverse feste sono accompagnate dalla parole “Eve”, tra cui la stessa notte di Capodanno, “New Year’s Eve”, o la notte di Natale “Christmas Eve”.

I Celti e i festeggiamenti di Samhain

I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee, come quelle del bacino del Mediterraneo. I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi.

Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno. Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende.

Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain (pronunciato sow-in, dove sow fa rima con cow), che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso.

In quel periodo dell’anno i frutti dei campi (che pur non essendo la principale attività dei celti, venivano comunque coltivati) erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate. La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità.

L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia. Insieme a Samhain (31 ottobre, appunto) si festeggiavano Lughnasadh (1 agosto), Beltane (30 aprile o 1 maggio), Imbolc (1-2 febbraio), Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Litha (21 giugno) e Mabon (21 settembre).

L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro. Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti.

In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.

L’avvento del Cristianesimo

Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. L’evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì. Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 Novembre.

Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° Novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’Eucarestia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi.

La Festa di Ognissanti, infatti, fu celebrata per la prima volta a Roma il 13 Maggio del 609 d.C., in occasione della consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. Successivamente, Papa Gregorio III stabilì che la Festa di Ognissanti fosse celebrata non più il 13 Maggio, bensì il 1° Novembre, come avveniva già da tempo in Francia. Fu circa nel IX secolo d.C. che la Festa di Ognissanti venne ufficialmente istituzionalizzata e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera di Papa Gregorio IV.

Fanno eccezione i cristiani Ortodossi, che coerentemente con le prime celebrazioni, ancora oggi festeggiano Ognissanti in primavera, la Domenica successiva alla Pentecoste.

L’influenza del culto di Samhain non fu, tuttavia, sradicata e per questo motivo la Chiesa aggiunse, nel X secolo, una nuova festa: il 2 Novembre, Giorno dei Morti, dedicato alla memoria delle anime degli scomparsi.

Dall’Irlanda agli Stati Uniti

Verso la metà del XIX secolo, l’Irlanda fu investita da una terribile carestia, ancor oggi ricordata con grande partecipazione dagli irlandesi. In quel periodo per sfuggire alla povertà, molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentar fortuna negli Stati Uniti, dove crearono, come molte altre nazionalità, una forte comunità. All’interno di essa venivano mantenute vive le tradizioni ed i costumi della loro patria, e tra di essi il 31 Ottobre veniva celebrato Halloween.

Ben presto, questa usanza si diffuse in tutto il popolo americano, diventando quasi una festa nazionale.

Più recentemente, gli Stati Uniti grazie al cinema ed alla televisione hanno esportato in tutto il mondo i festeggiamenti di Halloween, contagiando anche quella parte dell’Europa che ne era rimasta estranea. In moltissimi film e telefilm spesso appaiono la famosa zucca ed i bambini mascherati che bussano alle porte. E molti, infine, sono i libri ed i racconti horror che prendono Halloween come sfondo o come spunto delle loro trame.

Negli Stati Uniti Halloween ha perso i suoi significati religiosi e rituali, ed è diventata un’occasione per divertirsi e organizzare costosi e allegri festeggiamenti. Pare che ogni anno gli Americani spendano due milioni e mezzo di dollari in costumi, addobbi e feste per il 31 ottobre!

Fonte: Irlandando

“Addio mia buona amica… ultimo segreto di Maria Antonietta e del conte Fersen

June 18, 2020 Leave a comment

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Un gruppo di ricercatori francesi è riuscito a decifrare una serie di messaggi nascosti inseriti nell’epistolario tra la regina di Francia e il nobile svedese

Sembra la trama di un feuilleton, invece è la realtà, rivelata da un prosaico, sebbene avanzatissimo, scanner. “Addio mia buona amica, non cesserò di adorarvi”: queste dolci, malinconiche parole furono redatte in fondo a una lettera, datata 12 ottobre 1791, dal conte e diplomatico svedese Axel de Fersen. Erano indirizzate alla donna che da secoli viene indicata come la sua altolocata e sfortunata amante, la regina di Francia Maria Antonietta, e finora erano rimaste segrete. Una “manina”, infatti, le aveva abilmente contraffatte, nascondendole tra fronzoli e altri caratteri, fino a farle diventare illeggibili. Ora un gruppo di ricercatori parigini finanziati dagli Archives Nationales, grazie appunto a uno scanner di nuova generazione è riuscito a decifrare i passaggi segreti della corrispondenza tra Fersen e Maria Antonietta. Ma anche a scoprire chi, successivamente, aveva tentato di nasconderli e condannarli al perpetuo oblio. Lo racconta il quotidiano francese Le Monde in un articolo.

La lettera fa parte di un epistolario di una sessantina di missive e messaggi, acquisiti dagli Archives Nationales negli anni Ottanta, scambiati tra il conte e la regina tra il 1791 e il 1792, quando la famiglia reale francese era stata relegata alle Tuileries. Fu un pronipote di Fersen, il barone Rudolf Maurits von Klinckowström, a renderlo noto nel 1877, facendo nascere il mito dell’amore clandestino cresciuto nelle ore buie della Rivoluzione francese: mito talmente fortunato da essere trapassato nella cultura pop (chi non ricorda l’affascinante Fersen del cartone animato Lady Oscar?).

Fu proprio lo svedese, nobiluomo e diplomatico, a organizzare nel giugno del 1791 la sfortunata fuga dei reali, che portò all’arresto a Varennes di Luigi XVI travestito da borghese, e fu sempre lui a riuscire a mantenere con la regina una fitta corrispondenza nonostante i controlli dei rivoluzionari.

Da più di un secolo gli storici studiano il carteggio, interrogandosi sulla natura della relazione tra Fersen e Maria Antonietta, ma solo ora le nuove tecnologie applicate agli antichi, preziosi fogli di quella corrispondenza permettono di saperne di più. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata su una quindicina di lettere che presentavano passaggi – parole, o intere righe – barrate o modificate in maniera evidente: collocate in capo o in fondo al testo, appaiono come messaggi personali tra i due corrispondenti. Entrambi redatti in nero, i testi originali e le glosse e cancellature sono però caratterizzati da una diversa composizione dell’inchiostro, che il nuovo scanner utilizzato dai ricercatori francesi è in grado di distinguere, permettendo di accedere ai due livelli di testo.

Ciò che rivelano alcuni dei documenti è che la tesi della relazione sentimentale è confermata, anche se sulla sua natura –  nulla è fonte di inesauribile curiosità più della moralità di una sovrana, ancor più se chiacchierata come Maria Antonietta – non si possono trarre conclusioni incontrovertibili. Come sottolinea a Le Monde Isabelle Aristide, curatrice dell’Archivio Nazionale, le nuove scoperte confermano che i documenti “non formano una corrispondenza erotica dal momento che nessuna di queste lettere, scritta tra la fine di settembre 1791 e l’inizio di gennaio 1792, è del tutto dedicata a questo tema”. E tuttavia rivelano che Fersen era tutt’altro che un severo diplomatico quando scriveva alla regina: “Vedervi, amarvi, consolarvi è tutto ciò che desidero”, mentre lei gli rispondeva: “Ho pianto pensando che voleste passare tutto l’inverno a Bruxelles”. Fosse o non fosse un sentimento casto, in seguito il contenuto delle lettere dev’essere sembrato a Fersen troppo scabroso.

E’ stato infatti lui stesso, secondo le nuove analisi del gruppo di ricerca parigino, a censurare le sue lettere e le risposte della regina. Per paura che fossero trovate, rubate, perdute, il conte aveva voluto dedicare alla sua “buona amica” un ultimo gesto cavalleresco: cancellando le prove di quel sentimento, e lasciandole visibili solo all’occhio del suo cuore.

di Lara Crinò

Fonte: La Repubblica

“Docudì 2020”, ottava edizione concorso di cinema documentario a Pescara

January 21, 2020 2 comments

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#Docudì2020   #DocudìConcorsoCinemaDocumentario
OTTAVA EDIZIONE
Pescara: da giovedì 23 gennaio a sabato 16 maggio 2020 presso il Museo Vittoria Colonna
(ingresso libero)

evento bit.ly/3a00AXP     logo_web INFO Sinossi, trailer, schede bit.ly/39ZtY0m

La precedente edizione: INFO, elenco proiezioni, sinossi, schede, trailer, articoli… goo.gl/k35vUa

#AssociazioneACMA   #DocudìConcorsoCinemaDocumentario   #AbruzzoDocFestival


Docudì – concorso di cinema documentario
L’A.C.M.A. (Associazione Cinematografica Multimediale Abruzzese) è un’associazione culturale senza scopo di lucro nata nel dicembre 2000, costituita da volontari con la finalità di promuovere la cultura cinematografica e multimediale attraverso la sua fruizione a vantaggio dei propri associati e dell’intera collettività.
Si occupa di coordinare, organizzare e pianificare attività culturali in generale soprattutto attraverso l’organizzazione di festival, rassegne, cineforum o singole proiezioni.

L’A.C.M.A., come già nei precedenti anni, organizza Docudì, concorso di cinema documentario che si svolgerà nel periodo gennaio – maggio 2020.
Undici gli appuntamenti: con film in concorso, fuori concorso e film d’Arte.

Quest’anno due i Premi che saranno assegnati: “Docudì 2020” con il voto del pubblico e “Docudì sociale” che l’ACMA darà al film che avrà meglio trattato una tematica di natura sociale.

Tutti i film in concorso sono stati prodotti nel 2019 e dopo le proiezioni sono previsti incontri con gli autori e momenti di approfondimento e di dialogo con il pubblico in sala.

Fuori concorso, tre appuntamenti (23 gennaio – 26 marzo e 14 maggio) con documentari d’arte contemporanea che raccontano le opere di artisti internazionali. Rassegna a cura di Anthony Molino.

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Gennaio giovedì 23 ore 17.00 DOCUDÌ d’Arte (fuori concorso)

due documentari di Andrés Arce Maldonado sul lavoro dell’artista Giuliano Giuliani.
Pietranima” e “Il respiro della Pietra

Alla proiezione interverrà l’artista, che dialogherà con il curatore e il pubblico convenuto.

seguiranno
gennaio ore 17.00
– giovedì 30

febbraio
ore 17.00
– giovedì 13 ”Vado verso dove vengo” di Nicola Ragone sarà presente il regista
– giovedì 27 “Avevo un sogno” di Claudia Tosi

marzo
ore 17.00
– giovedì 12 “Vulnerabile bellezza” di Manuele Mandolesi  
– giovedì 26 DOCUDI Arte “Emilio Vedova. Dalla Parte del Naufragiodi Tomaso Pessina sul lavoro dell’artista Emilio Vedova.

aprile
ore 17.00
– giovedì 16 “Wrestlove – L’amore combattuto” di Cristiano di Felice
– giovedì 30 “Normal” di Adele Tulli

maggio
ore 17.00
– giovedì 07
– giovedì 14 DOCUDI Arte “Ettore Spalletti: ritratto” e “Capo Dio monte” di Pappi Corsicato sul lavoro degli artisti Ettore Spalletti e Luigi Ontani.

Sabato 16 maggio 2020 le Premiazioni e al termine proiezione (fuori concorso)

 

Merry Christmas & Happy New Year 2020

December 24, 2019 Leave a comment

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Merry Christmas & Happy New Year 2020

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Festa del Cinema di Roma, quattordicesima edizione nella Capitale

October 17, 2019 Leave a comment

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La quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma si terrà dal 17 al 27 ottobre 2019 presso l’Auditorium Parco della Musica e in altri luoghi della Capitale. La struttura firmata da Renzo Piano sarà il fulcro della manifestazione e ospiterà proiezioni, incontri, eventi, mostre, installazioni, convegni e dibattiti. I 1300 mq del viale che conduce alla Cavea saranno trasformati in uno dei più grandi red carpet al mondo.
Oltre ai film della Selezione Ufficiale e di “Tutti ne parlano“, un ruolo importante sarà anche quest’anno svolto dagli Incontri Ravvicinati con autori, attori e protagonisti della cultura italiana e internazionale, dalla Retrospettiva, dai Restauri e dagli Omaggi.

Accanto alla Festa, come sezione autonoma e parallela, Alice nella città organizzerà, secondo un proprio regolamento, una rassegna di film per ragazzi.
Rivivi la storia della Festa, i film, gli eventi e i personaggi che l’hanno resa una delle manifestazioni di cinema più importanti a livello internazionale.

Cosa ti manca per essere felice? Con Simona Atzori, spettacolo Oratorio San Filippo Neri a Busto Arsizio

May 23, 2019 Leave a comment

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Cosa ti manca per essere felice? Con Simona Atzori

Ricco programma per la Festa dell’Oratorio San Filippo Neri

Busto Arsizio, 22 maggio 2019 – L’Oratorio San Filippo Neri (Parrocchia San Michele Arcangelo di Busto

Arsizio) in collaborazione con Cinema Teatro Manzoni presenta lunedì 27 maggio alle ore 21.00 Cosa t

manca per essere felice? Spettacolo di danza, pittura e incontro con Simona Atzori. I biglietti – 20 Euro

intero e 15 Euro ridotto – sono acquistabili presso il botteghino del teatro oppure online sul sito

http://www.cinemateatromanzoni.it.

Simona Atzori nasce a Milano nel 1974. Fin bambina coltiva con passione i sogni della pittura e della danza, grazie al supporto della famiglia. Nel 1983 entra a far parte dell’Associazione dei Pittori che Dipingono con la Bocca e con il Piede. Nel 2014 dona a Papa Francesco il ritratto esposto in sala Nervi, in Vaticano. Nel 2010 nasce la SimonArte Dance Company, che ha all’attivo tre produzioni in collaborazione con danzatori del Teatro alla Scala di Milano, e nel 2012 Simona apre la quarta serata del Festival di Sanremo. Durante la sua carriera scrive tre libri: Cosa ti manca per essere felice?, Dopo di te e La strada nuova.

Lo spettacolo si inserisce nel ricco programma della Festa dell’Oratorio San Filippo Neri che si terr®§ dal 24 maggio al 3 giugno con numerose iniziative di spettacolo e intrattenimento. Don Alberto Ravagnani e la Commissione Eventi spiegano il senso della festa: “Il titolo cha abbiamo scelto e  Oltre cio  che vedi. E  uno slogan che sintetizza alcune idee, che ci stanno a cuore per la nostra comunit®§ e non solo. La festa dell’oratorio 2019 propone di guardare oltre per vedere il cambiamento con occhi diversi, come un’opportunit®§ e non un limite, proponendo di guardare al futuro che si puo  costruire insieme!”.

Si inizia venerdì 24 maggio: ritrovo alle ore 18.45 in piazza San Michele , da cui partir®§ il corteo per raggiungere l’oratorio (via don D. Albertario, 10) dove si terr®§ la cena inaugurale, aperta a tutti. I festeggiamenti si concluderanno lunedì 3 giugno con la cena finale in programma dalle ore 20.30. Per informazioni e  possibile contattare l’organizzazione inviando una e-mail all’indirizzo event@ilneri.it.

COSA TI MANCA PER ESSERE FELICE? Con Simona Atzori

Date: 27 maggio 2019 ore 21.00

Genere: danza e pittura

Costo del biglietto: Intero 20€ – Ridotto 15€

B otteghino : via Calatafimi, 5 – da luned®¨ a venerd®¨ dalle 17.00 alle 19.00 – tel. 0331677961

Prevendite online: http://www.cinemateatromanzoni.it

Erika Montedoro Cinema Teatro Manzoni

Ufficio Stampa Cinema Teatro Manzoni Via Calatafimi, 5 – 21052 Busto Arsizio VA

stampa@cinemateatromanzoni.it http://www.cinemateatromanzoni.it

FESTA DELL’ORATORIO SAN FILIPPO NERI “OLTRE CIÒ CHE VEDI”

PROGRAMMA COMPLETO DELLA MANIFESTAZIONE

Venerdì 24 maggio 2019

19:30 – 21:30 Cena di inizio della festa

21:30 – 23:50 Esibizione Telesuono Band

Sabato 25 maggio 2019

15:00 – 18:00 Laboratorio Ricreo

18:00 – 19:00 Esibizione piccole promesse della societ®§ sportiva Pro Patria Bustese sportiva e

Pro Patria Bustese Twirling

21:30 Arrivo della fiaccola in oratorio

22:00 – 23:50 Esibizione AliBi Band

Domenica 26 maggio 2019

10:30 – 12:00 S. Messa e dedicazione della cappellina a San Filippo Neri

12:30 – 14:00 Pranzo della comunit®§

15:00 – 18:00 Filippaidi

18:30 – 19:30 Spettacolo di giocoleria “Il colore e  divertimento”

19:30 Pre-serata con i bambini della scuola materna S.S. Giuseppe e Paolo

21:30 Serata comica con Enzo Emmanuello

Lunedì 27 maggio 2019

21:00 Spettacolo “Cosa ti manca per essere felice?” con Simona Atzori

(Presso Cinema Teatro Manzoni)

Martedì 28 maggio 2019

20:00 Neri Streetball 3×3

20:30 Torneo di calcio balilla

Mercoledì 29 maggio 2019

19:00 Processione con la Madonna degli scout da Madonna in prato all’oratorio

Giovedì 30 maggio 2019

18:30 Serata per festeggiare l’anno sportivo

21:00 Incontro formativo con A.S.D. Oratorio San Filippo e Parma calcio Academy

Venerdì 31 maggio 2019

18:30 Corsa “Busto di sera”

22:00 Serata Dr. Why

Erika Montedoro Cinema Teatro Manzoni

Ufficio Stampa Cinema Teatro Manzoni Via Calatafimi, 5 – 21052 Busto Arsizio VA

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Sabato 1 giugno 2019

14:30 – 19:00 Calcio Saponato

21:15 Serata Country con Chaltrones

Domenica 2 giugno 2019

10:00 S. Messa

15:00 – 19:00 Pallavolo acquatica

17:30 – 18:30 Spettacolo di magia “Magico Pongo Show”

18:30 Pranzo della comunit®§

19:30 Estrazione Lotteria

21:30 DJset: Full Night, c’e  un tempo per danzare

21:30 Spettacolo pirotecnico

Lunedì 3 giugno 2019

19:30 S. Messa di ringraziamento

20:30 Cena di conclusione della festa

Erika Montedoro Cinema Teatro Manzoni

Ufficio Stampa Cinema Teatro Manzoni Via Calatafimi, 5 – 21052 Busto Arsizio VA

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May 15, 2019 Leave a comment
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17 maggio – 15 luglio 2019
Inaugurazione giovedì 16 maggio, ore 18.30

Apre il 16 maggio 2019 al Museo MARCA di Catanzaro la mostra “Emilio Scanavino. Come fuoco nella cenere” che raccoglie, fino al 15 luglio, un significativo nucleo di opere, tutte di grandissimo formato.

Sono stati i generosi spazi del Museo delle Arti di Catanzaro, tra le realtà museali più vivaci dell’Italia meridionale, a indurre i curatori Greta Petese e Federico Sardella, in collaborazione con l’Archivio Scanavino, a selezionare per quest’esposizione i dipinti più imponenti dell’artista.

Il corpus di opere include oltre venti lavorirealizzati a partire dagli Sessanta: oli su tela, su tavola e carte provenienti dalle collezioni italiane più prestigiose, oltre che dalla Collezione Scanavino. Esposta, vi è anche l’opera che dà il titolo alla rassegna, “Come fuoco nella cenere”, presentata per la prima volta nella sala personale dedicata a Scanavino in occasione della XXX Biennale di Venezia, nel 1960, ed ora posta in dialogo con dipinti degli anni subito successivi.

I lavori selezionati propongono uno spaccato lineare sul percorso artistico di Scanavino, offrendo gli esempi più alti di alcune delle sue serie tipiche e coprendo un arco temporale di circa vent’anni, a partire dalla piena maturità, come Alfabeto senza fine del 1974 e I nostri fioridel 1973.

Il fare come necessità e la consapevolezza di un mondo di presenze da evocare attraverso la pittura costituiscono le ispirazioni preminenti dell’opera dell’artista e sono rintracciabili in tutta la sua riflessione esistenziale, estetica ed artistica.

Le opere esposte, infatti, oltre ad essere accomunate dall’imponenza dimensionale, rivelano ulteriormente come quella di Scanavino sia una pittura di evocazione, ricca di presenze.

Come l’artista stesso rileva in una video intervista del 1961, sino ad oggi mai trascritta e trasposta nel catalogo realizzato per l’occasione: “Per me la pittura è condizione. E per condizione intendo il mio modo di vivere, le mie aspirazioni eccetera. [.] Ieri il pittore andava all’aperto, dipingeva col cavalletto e faceva il paesaggio. Direi che oggi son cambiate molte cose e il pittore ha necessità di guardarsi di più dentro, di sentire la vita direttamente, meditando certe emozioni, che non son più, diciamo così, panoramiche, ma sono interiori”. Aggiunge Federico Sardella nel suo saggio: “Lo spazio sembra aprirsi, incontrare ostacoli, punte, grovigli per poi assorbirli, compenetrarli e sommergerli, spostandosi dal pieno al vuoto, dall’indifferenziato al distinto, dall’esterno all’interno. [.] La sua pittura è pura emanazione nella quale presenze materiche, fautrici di presagi, sembrano cela re qualcosa di inviolabile”.

La mostra è accompagnata da un volumebilingue italiano/inglese pubblicato da Silvana Editoriale con saggi di Greta Petese, Federico Sardella e Sara Uboldi, due conversazioni tra Nini Ardemagni Laurini, Greta Petese, Federico Sardella e Antonella Zazzera, la trasposizione di una video intervista a Emilio Scanavino andata in onda nel 1961, e un’ampia selezione di immagini, molte delle quali inedite.

 

a cura di Greta Petese e Federico Sardella
in collaborazione con l’Archivio Scanavino
MARCA Museo delle Arti Catanzaro
17 maggio – 15 luglio 2019
Inaugurazione giovedì 16 maggio, ore 18.30
Via Alessandro Turco 63, 88100 Catanzaro
mart.-dom. h. 9.30/13 – 15.30/20. Chiuso lunedì.
t. 0961.746797 | info@museomarca.com| www.museomarca.info

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May You Live In Interesting Times, Biennale di Venezia 58. Esposizione Internazionale d’Arte

May 11, 2019 Leave a comment

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Si è aperta al pubblico sabato 11 maggio 2019 la 58. Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo May You Live In Interesting Times, a cura di Ralph Rugoff. La pre-apertura per la stampa e gli addetti ai lavori si è svolta l’8, 9 e 10 maggio; la Cerimonia di premiazione e inaugurazione ha avuto luogo a Ca’ Giustinian, sede della Biennale, sabato 11 maggio.
“Ci siamo spesso interrogati” – ha dichiarato il Presidente Paolo Baratta – “sul ruolo della Biennale e sulle sfide che deve affrontare, consapevoli delle molteplici ambivalenti possibili letture del nostro lavoro (della nostra missione), che si distingue da tanti altri non per quello che si fa (Exhibitions) ma forse per lo spirito con cui lo si fa e per le modalità con cui si opera, modalità che a loro volta devono essere coerenti con quello spirito.
In tempi di grandi cambiamenti è parso a tutti necessario essere attenti all’evoluzione del mondo e del mondo dell’arte. Devo riconoscere che alla guida della Biennale di Venezia siamo agevolati in questo esercizio dall’essere attivi in diversi settori artistici – dal Teatro alla Musica alla Danza al Cinema all’Architettura – non cessano mai gli stimoli, le sfide e le sollecitazioni”.

La mostra si articola tra l’Arsenale (Proposta A) e il Padiglione Centrale (Proposta B) ai Giardini e include 79 partecipanti da tutto il mondo, ciascuno dei quali è presente in entrambe le sedi espositive, con opere diverse che mostrano aspetti diversi della pratica di ciascun artista.
«Molte delle opere esposte affrontano le tematiche contemporanee più preoccupanti – spiega Ralph Rugoff – dall’accelerazione dei cambiamenti climatici alla rinascita dei programmi nazionalisti in tutto il mondo, dall’impatto pervasivo dei social media alla crescente disuguaglianza economica. Tuttavia, dobbiamo partire dal presupposto per cui l’arte è più di una mera documentazione del periodo storico in cui viene realizzata».
«May You Live In Interesting Times mette in evidenza opere la cui forma attira l’attenzione su ciò che la forma stessa nasconde e sui molteplici scopi perseguiti dalle opere. Forse, indirettamente, queste opere possono diventare una sorta di guida per vivere e pensare in ‘tempi interessanti’. Possiamo senza dubbio imparare qualcosa dal modo in cui gli artisti di questa Biennale sfidano le consuetudini del pensiero e ampliano l’interpretazione che diamo a oggetti e immagini, scenari e situazioni decisamente eterogenei».

La mostra è affiancata da 89 Partecipazioni nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 4 i paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan. Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è a cura di Milovan Farronato.
Completano il panorama espositivo della Biennale Arte 2019 i 21 Eventi collaterali ammessi dal Curatore e promossi da enti e istituzioni nazionali e internazionali, organizzati in numerose sedi della città di Venezia.
• La mostra sarà aperta fino a domenica 24 novembre 2019.

Mark Hollis, muore il celebre leader dei Talk Talk

February 25, 2019 Leave a comment

Talk Talk Singer Mark Hollis London 1990

Negli anni 80 la band divenne celebre con successi come “Such A Shame” e “Itʼs My Life”

Addio a Mark Hollis, leader dei Talk Talk. La band inglese divenne celebre a metà degli anni 80 con successi come “Such A Shame” e “It’s My Life”. Hollis, che aveva 64 anni, si era ritirato dal mondo dalla musica da oltre un ventennio. La notizia della sua morte è stata confermata ufficialmente in un post da Paul Webb, che dei Talk Talk fu il bassista. “Era un genio – ha scritto – E’ stato un onore essere in una band con lui”.

Tra i gruppi degli anni 80 i Talk Talk sono stati esponenti dell’ala più matura, capaci di coniugare una scrittura raffinata e complessa al grande successo commerciale. In poco meno di 10 anni di carriera e cinque album hanno attraversato diversi generi musicali passando dal synth-pop al jazz sperimentale e alla musica ambient. Il tutto reso unico proprio dalla voce di Hollis, dal timbro particolarissimo e riconoscibile tra mille, che racchiudeva tutta la malinconia e il romanticismo peculiari delle cose migliori di quegli anni.

Dopo il debutto con “The Party’s Over” (1982), capolavoro nel solco della new wave, con il suono forgiato dal produttore Colin Thurston (già con i primi Duran Duran, Human League e ingegnere del suono del Bowie berlinese), la grande popolarità arrivò con il secondo e il terzo lavoro, “It’s My Life” (1984) e “The Colour Of Spring” (1986). A trascinare il primo furono soprattutto la title track (negli anni 2000 riportata alla popolarità dalla cover dei No Doubt) e “Such A Shame”, ma anche pezzi divenuti comunque celebri come “Renee” e “Dum Dum Girl”. “The Colour Of Spring” invece fu il loro album più venduto, sulla scia del singolo “Life’s What You Make It“.

Il vero boom durò un paio di anni. Ma se “meteora” (commerciale, non certo artistica) furono, i Talk Talk lo furono per scelta personale. Dopo il grande successo la musica della band virò infatti su lidi sempre più sperimentali e sofisticati, tra il progressive e il jazz, con composizioni sempre più lunghe e strumentali meno adatte al grande pubblico. Ma “Spirit Of Eden” e “The Laughing Stock“, a dispetto degli scarsi esiti commerciali furono lavori complessi che aprirono la via al post-rock diventando fonte di ispirazione per numerosi artisti degli anni successivi. Una volta sciolta la band Hollis pubblicò solo un lavoro da solista, nel 1998, per poi ritirarsi a vita privata. Lasciando però un’eredità quasi unica nel suo genere.

La notizia è stata confermata da un post di tributo del bassista della band, Paul Webb: “Sono molto scioccato e rattristato nell’apprendere la notizia della marte di Mark Hollis. Musicalmente era un genio ed è stato un onore e un privilegio essere stato in una band con lui” ha scritto, aggiungendo che che erano “molti anni” che non lo vedeva. Ma come molti musicisti della nostra generazione, sono stato profondamente influenzato dalle sue pionieristiche idee musicali”.

Fonte: TGcom24

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“Masahisa Fukase, Private Scenes”, mostra retrospettiva presso Fondazione Sozzani a Milano

January 17, 2019 Leave a comment

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Masahisa Fukase Private Scenes

a cura di Foam Fotografiemuseum Amsterdam
in collaborazione con Tomio Kosuga, direttore di Masahisa Fukase Archives

Inaugurazione

Sabato 19 gennaio 2019 Ore 15.00 – 20.00

In mostra

20 gennaio – 31 marzo 2019
Tutti i giorni, 10.30 – 19.30 Mercoledì e giovedì, 10.30 – 21.00

Sabato, domenica e festivi Ingresso 5 € Ridotto 3 € (6-26 anni) Ingresso libero da lunedì a venerdì

La Fondazione Sozzani presenta “Masahisa Fukase, Private Scenes” la prima mostra retrospettiva italiana dedicata al grande fotografo giapponese, a cura di Foam Fotografiemuseum di Amsterdam in collaborazione con Tomio Kosuga, direttore di Masahisa Fukase Archives.

L’opera del fotografo giapponese Masahisa Fukase (Hokkaido, 1934-2012) è rimasta in gran parte inaccessibile per oltre vent’anni, in seguito a una tragica caduta che lo aveva lasciato con gravi danni cerebrali permanenti. Dopo la sua morte, gli archivi furono gradualmente aperti, rivelando un ampio materiale che non era mai stato mostrato prima. In questa ampia retrospettiva presentata in autunno al Foam di Amsterdam sono esposte stampe originali dagli archivi di Masahisa Fukase a Tokyo, oltre al suo corpus di lavori “Ravens” (corvi), importanti serie fotografiche, pubblicazioni e documenti che risalgono dagli anni ’60 al 1992.

Fukase ha incorporato la sua lotta personale contro il senso della perdita e la depressione nel suo lavoro in modo sorprendentemente giocoso. I suoi soggetti sono personali e molto intimi: nel corso degli anni, la moglie Yoko, il padre morente e l’amato gatto Sasuke comparivano regolarmente in narrazioni visive talvolta comiche, talvolta sinistre. Verso la fine della sua vita, rivolgeva la macchina fotografica sempre più verso di sé. L’enorme numero di autoritratti – quasi dei proto- selfie – testimonia il modo singolare, quasi ossessivo in cui l’artista si metteva in relazione con ciò che lo circondava e con sé stesso.

Fukase ha lavorato quasi esclusivamente con delle serie fotografiche, alcune nate nel corso di diversi decenni. Divenne celebre per i suoi “Ravens” (i corvi) (1975-1985), un racconto visivo atmosferico e associativo concepito durante un viaggio nella sua nativa Hokkaido.
Il libro Ravens è stato pubblicato nel 1986 e considerato come il miglior libro fotografico degli ultimi 25 anni dal British Journal of Photography nel 2010. Gli stormi dei corvi, quasi un presagio del destino, erano una sorta di metafora del suo stato d’animo di Fukase per il suo matrimonio con Yoko che stava finendo. Meno noto è il fatto che Fukase ha fotografato i corvi anche a colori.

Le rare polaroid della serie “Raven Scenes” (1985) sono esposte in Italia per la prima volta.

La sopravvivenza e il dolore personale sono diventati temi ricorrenti in Fukase per lunghi anni. Nella mostra Kill the Pig (1961), Fukase aveva presentato studi sperimentali sulla moglie incinta e sul bambino nato insieme a fotografie scattate in un macello: una riflessione insieme giocosa e macabra sull’amore, la vita e la morte. In Memories of Father (1971-1987) Fukase mostrava la vita, la decadenza e infine la morte di suo padre in un tenero omaggio e un commovente “memento mori”. I ritratti familiari di famiglia (1971-1989), a volte divertenti e talvolta seri, per i quali l’artista ha ritratto la sua famiglia nello studio fotografico dei suoi genitori, anno dopo anno, formano un’eccezionale cronaca familiare.

L’ esasperata idiosincrasia, la sua non accettazione verso sé stesso, e la continua sperimentazione, culminano negli autoritratti e nelle scene di “Private Scenes” (1990-1991), “Hibi” (1990-1992) e “Berobero” (1991) che documentano il vagabondaggio di Fukase per le strade e la vita notturna di Tokyo. Tre mesi prima della sua fatale caduta, le opere vennero esposte nella mostra “Private Scenes” (1992), insieme a Bukubuku (1991): una serie di autoritratti dell’artista nella vasca da bagno. Le stampe sono datate con il timbro digitale che Fukase aveva iniziato ad utilizzare negli ultimi anni della sua attività. Insieme queste opere costituiscono un diario che scandisce i giorni, i mesi e gli anni in cui Fukase ha vissuto, lavorato e giocato in totale isolamento.

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