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“Alceste: una storia d’amore ferrarese” di Eugenio Bolognesi, Maretti Editore

February 24, 2015 Leave a comment
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Si apre, con il ritrovamento di un inedito carteggio, un nuovo straordinario panorama nella storia intima, culturale e artistica del Grande Metafisico Giorgio de Chirico. La pubblicazione di un centinaio di lettere dell’artista alla fidanzata Antonia Bolognesi, conosciuta e frequentata durante il suo soggiorno nella “Ferrara delle sorprese” (1915-1918), rivelano una nuova prospettiva in cui contestualizzare questo periodo così particolare nella vita dell’artista, neo-soldato con mansioni da scritturale.
Proprio nell’anno del Centenario dell’arrivo di de Chirico a Ferrara, città le cui “splendide apparizioni di spettralità e bellezza sottile” ha ispirato nuovi temi tra cui gli Interni metafisici, i Trovatori e le Muse inquietanti, il pronipote, Eugenio Bolognesi, fornisce alla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico un nuovo e quanto mai insolito strumento di indagine. In parallelo a una così bella storia d’amore tra giovani, con progetto di matrimonio (che non si attuerà), emergono anche nuove notizie sulla situazione professionale di de Chirico nell’immediato dopoguerra, che permettono una diversa ed ulteriore conoscenza sia sul piano personale che su quello artistico e professionale: “una diversa prospettiva, quella del retroscena di un rapporto sentimentale finora completamente sconosciuto” (Paolo Picozza).
La vicenda intima della famiglia Bolognesi nella figura di Antonia (per l’artista la mitologica Alcesti – la moglie ideale) viene qui trattata da Eugenio Bolognesi con squisita sensibilità al fine proprio di lasciare la parola a Giorgio de Chirico e per far emergere il valore intrinseco delle lettere inedite. Ci troviamo di fronte ad “un’altro ‘interno’ ferrarese”, sottolinea il Presidente della Fondazione de Chirico, “quello della sua condizione personale e affettiva durante gli ultimi due anni del soggiorno in questa città, non riguardante – scopriamo ora – i soli obblighi militari, la pittura e lo studio”. E continua: “La lettura degli scritti riguardo questa importante relazione […], completa il quadro di de Chirico come uomo, dal quale risalta una profonda integrità personale, l’onestà e il forte impegno lavorativo per conquistare le condizioni necessarie per realizzare il sogno di vita condiviso con la fidanzata e la propria fiducia verso il richiamo del destino”.
Nel proprio contributo, Fabio Benzi sottolinea l’eccezionalità del ritrovamento archivistico, avendo scritto in precedenza che per un’oggettiva carenza di notizie, il 1919 “anno cruciale della formazione del classicismo dechirichiano, è rimasto fino ad oggi dimenticato e sostanzialmente eluso da trattazioni più generiche che filologiche”.
Questo straordinario “diario” fornisce quindi uno strumento d’indagine paragonabile a quello di una prospettiva che, tra disegno e destino, rivela la nobiltà d’animo dei protagonisti e le usanze formali dell’epoca che hanno quel qualcosa di eterno e di classico, di armonia e di fatalità, che coincide con tutta l’arte di de Chirico: dalla Metafisica all’allora nuova ricerca classicizzante. Si scopre ora l’identità della giovane donna ritratta nell’opera esposta nella prima mostra personale dell’artista presso Casa d’arte Bragaglia (febbraio 1919) e acquistata poi da Signorelli. De Chirico scrive da Roma ad Antonia il 5 dello stesso mese: “L’esposizione va benone; il tuo ritratto ammiratissimo; l’ho intitolato ‘Alceste’”, e il 14, giorno di S. Valentino: “‘Alceste’ è molto corteggiata e temo che me la portino via”.
Grazie ad Eugenio Bolognesi (oggi) e alla Fondazione de Chirico (sempre) la città di Ferrara non potrà non riconoscere nell’opera del suo cittadino d’adozione, il proprio ritratto di città “quanto mai metafisica”, che, come ha notato de Chirico, offre bellezze sottili che “fermano e stupiscono il passante astuto ed educato nei misteri della intelligenza”.
Editore Maretti Editore
Anno 2015
Collana Libri d’Autore
Lingua italiano
Pagine 224
Formato 17×24 cm
Legatura brossura
Prezzo € 18.00
ISBN 978-88-98855-21-6
Stato disponibile

“Sogno di Natale” di Luigi Pirandello

December 22, 2012 Leave a comment

Luigi Pirandello

Sogno di Natale

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

– Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?

– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

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“Preghiera del giurista”, preghiera del Sommo Pontefice Pio XII

June 23, 2012 Leave a comment

Preghiera del giurista

Personalmente dettata dal Sommo Pontefice Pio XII

O Dio grande e onnipotente, da cui tutte le cose, come dalla loro fonte naturale, soavemente e ordinatamente emanano, accogli benignamente noi qui prostrati, che, coltivando e professando la scienza del diritto, sperimentiamo in modo speciale il bisogno del tuo aiuto per seguire sempre quella retta via, ove ad ognuno si attribuisce ciò che è suo, senza deviazioni né errori.

Illumina i nostri deboli occhi, affinché, in ogni momento e in ogni caso, sappiamo riconoscere ciò che è giusto; dà alla nostra intelligenza la penetrazione necessaria per poter scorgere in tutte le cose l’orma della tua santissima volontà e fa’ che non veniamo mai meno nell’applicarla, alle norme che debbono regolare l’attività personale degli uomini, il cammino della società e l’armonico concerto delle nazioni.

Ci assista in modo particolare la virtú della tua grazia, quando dobbiamo solennemente decidere in tuo nome ed in quello della umana società, acciocché il bene riceva il meritato premio e la malvagità il giusto castigo.

Se come giuristi vogliamo pubblicamente riconoscere in te il principio e la fonte di ogni diritto, prima e al di sopra di ogni volontà puramente umana o di ogni ordinamento sociale; come cristiani professiamo la intima relazione e dipendenza tra il diritto e la morale, tra il diritto e la religione, e come figli della Chiesa ammettiamo ed accettiamo il suo supremo magistero e la pienezza dei suoi sacri diritti.

Signore! In questo secolo tormentato, che sembra avanzare nei sentieri della storia come un cieco, che non sa ove porre il piede per sentirsi sicuro, ma che pur anela alla luce e alla vita; ricorriamo a te pieni di fiducia ed imploriamo la forza di cooperare all’equilibrio, alla tranquillità e alla pace del mondo, lavorando alla diffusione del diritto e della giustizia; in guisa che, partendo dalle norme puramente umane, sappiamo salire ed elevarci sino a te, per ridiscendere poi con piú ardente brama, che finalmente regni sulla terra la tua volontà e la tua legge, che regni tu stesso, o Signore, come trionfi e regni nel piú alto dei cieli e regnerai sempre per tutti i secoli dei secoli. Cosí sia.

Pius P.P. XII

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Zosimo di Panopoli, electrum e lo specchio di Alessandro il Macedone

June 15, 2012 Leave a comment

La storia antica tramanda che Alessandro il Macedone fu inventore dell’electrum in questo modo: «La folgore si abbatteva senza posa sulla terra e devastava ogni anno i frutti della terra e la stirpe degli umani, a tal punto che soltanto pochi sopravvivevano. «Quando ne venne a conoscenza, Alessandro, preso dal dolore, inventò questa lega, composta d’oro e d’argento, che fu detta electrum, cioè “intreccio”, proprio perché è una mescolanza di questi due metalli lucenti. «Se qualcuno in quei tempi si fosse trovato esposto ai colpi della folgore, avrebbe preparato con i metalli lucenti un electrum lucente e in virtù di esso non sarebbe stato colpito dalla calamità, come non ne fu colpito Alessandro. «Fu allora che Alessandro fece coniare delle specie di monete istoriate, composte d’oro e d’argento, e le fece diffondere nelle terre sulle quali si abbatteva la folgore. Le fece lavorare con l’erpice e le abbandonò a se stesse. La folgore non vi si abbattè più.
L’ELECTRUM E LO SPECCHIO
«Alessandro teneva nella sua reggia uno specchio che, a suo dire, proteggeva da tutti i mali. E non mentiva, perché non toccherà mai a nessun altro di trovarsi di fronte a sventure e contese pari a quelle che dovette affrontare lui. «I re che gli succedettero, a lui inferiori, lo credettero, ed entrarono in possesso di questo specchio, che essi custodivano nelle loro case come un talismano. Quando un uomo vi si guarda, questo specchio lo induce a investigare se stesso e a purificarsi dalla testa fino alla punta delle unghie. «Lo specchio fu poi custodito dai sacerdoti nel tempio detto “delle Sette Porte”. [ … ] «Lo specchio non era predisposto allo scopo di riflettervisi materialmente: appena lo si lasciava, si perdeva istantaneamente memoria della propria immagine. Che cos’era realmente questo specchio? Ascolta. «Lo specchio rappresenta lo Spirito- divino. Quando l’anima vi si riflette vede le proprie impurità e le allontana. Cancella le sue macchie e riposa irreprensibile. Quando si è purificata, imita e prende come modello il Sacro Spirito. Diventa essa stessa Spirito. Entra in possesso della quiete e incessantemente si riconduce allo stato superiore in cui si conosce il dio e dal dio si è conosciuti. Allora, divenuta senza macchia, si libera dagli impedimenti suoi propri e dai legami che ha in comune con il corpo e si innalza verso Colui che può tutto. Che cosa esprime infatti la parola dei filosofi? “Conosci te stesso.” Allude in tal modo allo specchio spirituale e noetico. «Che cos’è dunque questo specchio se non lo Spirito divino e sorgivo? A meno che non si dica che è il ‘Principio dei Princlpi, il Figlio del dio, il Lógos, Colui i cui pensieri e sentimenti promanano dal Sacro Spirito. «Tale, o donna, l’interpretazione dello specchio.
«Quando un uomo vi si guarda e si coglie in esso, distoglie lo sguardo da tutto ciò che porta nome di dio o di demone. Congiungendosi con il Sacro Spirito, diviene uomo compiuto. Vede il dio che è dentro di sé attraverso il Sacro Spirito. «Questo specchio è posto al di sopra delle Sette Porte, nel lato occidentale, in modo che colui che vi si rispecchia vede l’Oriente, là dove brilla la luce noetica che è al di sopra del velo. Esso è collocato anche nel lato che guarda a sud, al di sopra di questo mondo visibile, al di sopra delle Dodici Case e delle Pleiadi, che sono il mondo dei Tredici. Al di sopra di essi esiste quest’Occhio dei sensi invisibili, quest’Occhio dello Spirito, che dimora là e in tutti i luoghi. Là si contempla questo Spirito perfetto che ha ogni cosa in suo potere nel momento presente e fino alla morte. «Abbiamo esposto tutto ciò che precede perché qui ci ha condotti la trattazione dello specchio di electrum, lo Specchio dello Spirito.»

“I figli di Babbo Natale” di Italo Calvino

December 29, 2011 Leave a comment

I figli di Babbo Natale

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L’unico pensiero dei Consigli d’amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d’augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s’inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po’ abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino dànno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d’affari le grevi contese d’interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale.
Alla Sbav quell’anno l’Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.
L’idea suscitò l’approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un’acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.
Mentre il capo dell’Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l’idea: l’Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l’Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l’Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S, B, A, V.
Tutti erano presi dall’atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto – come ci ricorda il suono, firulí firulí, delle zampogne -, è ciò che conta.
In magazzino, il bene – materiale e spirituale – passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall’Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra ” tredicesima mensilità ” e ” ore straordinarie “. Con qui soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio.
Il capo dell’Ufficio Personale entrò in magazzino con una barba finta in mano: – Ehi, tu! – disse a Marcovaldo. – Prova un po’ come stai con questa barba. Benissimo! Il Natale sei tu. Vieni di sopra, spicciati. Avrai un premio speciale se farai cinquanta consegne a domicilio al giorno.
Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involti in carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d’agrifoglio. La barba d’ovatta bianca gli faceva un po’ di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall’aria.
La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi bambini. ” Dapprincipio, – pensava, non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo! ”
I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena.
– Ciao papà.
Marcovaldo ci rimase male. -Mah… Non vedete come sono vestito?
– E come vuoi essere vestito? – disse Pietruccio. – Da Babbo Natale, no?
– E m’avete riconosciuto subito?
– Ci vuol tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te!
– E il cognato della portinaia!
– E il padre dei gemelli che stanno di fronte!
– E lo zio di Ernestina quella con le trecce!
– Tutti vestiti da Babbo Natale? – chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale.
– Certo, tal quale come te, uffa, – risposero i bambini, – da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, – e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi.
Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po’ ci avevano fatto l’abitudine e non ci badavano più.
Si sarebbe detto che il gioco cui erano intenti li appassionasse molto. S’erano radunati su un pianerottolo, seduti in cerchio.
– Si può sapere cosa state complottando? – chiese Marcovaldo.
– Lasciaci in pace, papà, dobbiamo preparare i regali.
– Regali per chi?
– Per un bambino povero. Dobbiamo cercare un bambino povero e fargli dei regali.
– Ma chi ve l’ha detto?
– C’è nel libro di lettura.
Marcovaldo stava per dire: ” Siete voi i bambini poveri! “, ma durante quella settimana s’era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare:
– Bambini poveri non ne esistono più!
S’alzò Michelino e chiese: – È per questo, papà, che non ci porti regali?
Marcovaldo si sentì stringere il cuore.
– Ora devo guadagnare degli straordinari, – disse in fretta, – e poi ve li porto.
– Li guadagni come? – chiese Filippetto.
– Portando dei regali, – fece Marcovaldo.
– A noi?
– No, ad altri.
– Perché non a noi? Faresti prima..
Marcovaldo cercò di spiegare: – Perché io non sono mica il Babbo Natale delle Relazioni Umane: io sono il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche. Avete capito?
– No.
– Pazienza -. Ma siccome voleva in qualche modo farsi perdonare d’esser venuto a mani vuote, pensò di prendersi Michelino e portarselo dietro nel suo giro di consegne.
– Se stai buono puoi venire a vedere tuo padre che porta i regali alla gente, – disse, inforcando la sella del motofurgoncino.
– Andiamo, forse troverò un bambino povero, – disse Michelino e saltò su, aggrappandosi alle spalle del padre.
Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all’automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un’aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell’enorme macchinario delle Feste.
E Marcovaldo, tal quale come loro, correva da un indirizzo all’altro segnato sull’elenco, scendeva di sella, smistava i pacchi del furgoncino, ne prendeva uno, lo presentava a chi apriva la porta scandendo la frase:
– La Sbav augura Buon Natale e felice anno nuovo,- e prendeva la mancia.
Questa mancia poteva essere anche ragguardevole e Marcovaldo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma qualcosa gli mancava. Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.
Suonò alla porta di una casa lussuosa. Aperse una governante.
– Uh, ancora un altro pacco, da chi viene?
– La Sbav augura…
– Be’, portate qua, – e precedette il Babbo Natale per un corridoio tutto arazzi, tappeti e vasi di maiolica. Michelino, con tanto d’occhi, andava dietro al padre.
La governante aperse una porta a vetri. Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell’abete s’impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c’era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un’aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era li intorno non lo riguardasse.
– Gianfranco, su, Gianfranco, – disse la governante, – hai visto che è tornato Babbo Natale con un altro regalo?
– Trecentododici, – sospirò il bambino – senz’alzare gli occhi dal libro. – Metta lí.
– È il trecentododicesimo regalo che arriva, – disse la governante. – Gianfranco è cosí bravo, tiene il conto, non ne perde uno, la sua gran passione è contare.
In punta di piedi Marcovaldo e Michelino lasciarono la casa.
– Papà, quel bambino è un bambino povero? – chiese Michelino.
Marcovaldo era intento a riordinare il carico del furgoncino e non rispose subito. Ma dopo un momento, s’affrettò a protestare:
– Povero? Che dici? Sai chi è suo padre? È il presidente dell’Unione Incremento Vendite Natalizie! Il commendator…
S’interruppe, perché non vedeva Michelino. Michelino, Michelino! Dove sei? Era sparito.
” Sta’ a vedere che ha visto passare un altro Babbo Natale, l’ha scambiato per me e gli è andato dietro… ” Marcovaldo continuò il suo giro, ma era un po’ in pensiero e non vedeva l’ora di tornare a casa.
A casa, ritrovò Michelino insieme ai suoi fratelli, buono buono.
– Di’ un po’, tu: dove t’eri cacciato?
– A casa, a prendere i regali… Si, i regali per quel bambino povero…
– Eh! Chi?
– Quello che se ne stava così triste.. – quello della villa con l’albero di Natale…
– A lui? Ma che regali potevi fargli, tu a lui?
– Oh, li avevamo preparati bene… tre regali, involti in carta argentata.
Intervennero i fratellini. Siamo andati tutti insieme a portarglieli! Avessi visto come era contento!
– Figuriamoci! – disse Marcovaldo. – Aveva proprio bisogno dei vostri regali, per essere contento!
– Sí, sí dei nostri… È corso subito a strappare la carta per vedere cos’erano…
– E cos’erano?
– Il primo era un martello: quel martello grosso, tondo, di legno…
– E lui?
– Saltava dalla gioia! L’ha afferrato e ha cominciato a usarlo!
– Come?
– Ha spaccato tutti i giocattoli! E tutta la cristalleria! Poi ha preso il secondo regalo…
– Cos’era?
– Un tirasassi. Dovevi vederlo, che contentezza… Ha fracassato tutte le bolle di vetro dell’albero di Natale. Poi è passato ai lampadari…
– Basta, basta, non voglio più sentire! E… il terzo regalo?
– Non avevamo più niente da regalare, così abbiamo involto nella carta argentata un pacchetto di fiammiferi da cucina. È stato il regalo che l’ha fatto più felice. Diceva: ” I fiammiferi non me li lasciano mai toccare! ” Ha cominciato ad accenderli, e…
-E…?
– …ha dato fuoco a tutto!
Marcovaldo aveva le mani nei capelli. – Sono rovinato!
L’indomani, presentandosi in ditta, sentiva addensarsi la tempesta. Si rivesti da Babbo Natale, in fretta in fretta, caricò sul furgoncino i pacchi da consegnare, già meravigliato che nessuno gli avesse ancora detto niente, quando vide venire verso di lui tre capiufficio, quello delle Relazioni Pubbliche, quello della Pubblicità e quello dell’Ufficio Commerciale.
– Alt! – gli dissero, – scaricare tutto; subito!
” Ci siamo! ” si disse Marcovaldo e già si vedeva licenziato.
– Presto! Bisogna sostituire i pacchi! – dissero i Capiufficio. – L’Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!
– Così tutt’a un tratto… – commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima…
– È stata una scoperta improvvisa del presidente, – spiegò un altro. – Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi…
– Quel che più conta, – aggiunse il terzo, – è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato… Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d’un bambino… Il presidente dell’Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell’entusiasmo…
– Ma questo bambino, – chiese Marcovaldo con un filo di voce, – ha distrutto veramente molta roba?
– Fare un calcolo, sia pur approssimativo, è difficile, dato che la casa è incendiata…
Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente.
E la città sembrava più piccola, raccolta in un’ampolla luminosa, sepolta nel cuore buio d’un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni e un infinito manto di neve. Da qualche parte del buio s’udiva l’ululo del lupo; i leprotti avevano una tana sepolta nella neve, nella calda terra rossa sotto uno strato di ricci di castagna.
Usci un leprotto, bianco, sulla neve, mosse le orecchie, corse sotto la luna, ma era bianco e non lo si vedeva, come se non ci fosse. Solo le zampette lasciavano un’impronta leggera sulla neve, come foglioline di trifoglio. Neanche il lupo si vedeva, perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Solo se apriva la bocca, si vedevano i denti bianchi e aguzzi.
C’era una linea in cui finiva il bosco tutto nero e cominciava la neve tutta bianca. Il leprotto correva di qua ed il lupo di là.
Il lupo vedeva sulla neve le impronte del leprotto e le inseguiva, ma tenendosi sempre sul nero, per non essere visto. Nel punto in cui le impronte si fermavano doveva esserci il leprotto, e il lupo usci dal nero, spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, e morse il vento.
Il leprotto era poco più in là, invisibile; si strofinò un orecchio con una zampa, e scappò saltando.
È qua? È là? no, è un po’ più in là?
Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina.

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Gigino Gigetto

November 21, 2011 Leave a comment

Gigino Gigetto
stanno sul tetto
vola Gigino
vola Gigetto
torna Gigino
torna Gigetto.

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“La felicità” di Lev Nikolaevič Tolstoj

La felicità

Cristo ci rivela la verità. Se la verità esiste in teoria, deve esistere anche praticamente: e se la vita in Dio è felice e vera, essa dev’essere applicata alla vita reale: o la vita reale, infatti, deve conformarsi alla dottrina di Cristo, o la dottrina di Cristo è falsa.
Cristo ci chiama dalle tenebre alla luce, non già dalla luce alle tenebre. Egli ha compassione degli uomini, li tratta come agnelli perduti, e promette loro, per attrarli, un buon pastore e pascoli ubertosi. Ammonisce, però, subito i suoi discepoli che dovranno soffrire per la sua dottrina, e li scongiura d’essere incrollabili.
Egli non dice, però, che seguendo lui, soffriranno più che seguendo il Mondo: e soggiunge che la morale degli uomini rende infelice, mentre i suoi discepoli troveranno la felicità.
Questo insegnamento è indubbiamente di Cristo; la verità delle sue parole, il senso generale della dottrina da lui bandita, la sua vita e quella dei propri discepoli ne son tante prove.
È facile capire come i seguaci di Cristo siano più felici degli uomini che si piegano alla morale del Mondo: i primi, operando il bene, non provocano odio, e non servono di mira che alle persecuzioni dei cattivi. I partigiani del Mondo, invece, hanno per loro legge di vita la lotta e si divorano a vicenda. D’altronde, le prove umane sono eguali per tutti: ma, mentre i discepoli di Cristo le sopportano con calma, considerandole necessarie, i seguaci del Mondo si ribellano ad esse con tutte le loro forze, non conoscendo il motivo delle loro sofferenze. Richiami ciascuno alla mente i momenti dolorosi della sua vita, si rammenti le proprie passate sofferenze fisiche e morali, e si domandi in nome di quali principi egli .ha sopportato tanti mali: fu secondo lo spirito di Cristo o secondo quello del Mondo? Risalga l’uomo sincero, con la mente, il corso della sua esistenza, e constaterà di non aver mai sofferto seguendo la dottrina di Cristo, ma che la maggior parte delle disgrazie della sua vita provennero dall’aver seguito la morale dell’odierna società, resistendo alla sua propria coscienza. Nella mia vita, felice agli occhi altrui, l’insieme dei dolori che ho sopportato per parte degli uomini basterebbe a costituire un martirio per Cristo. I vizi che lordarono la mia esistenza, a cominciare dall’ubriachezza e dalla dissolutezza dei miei anni giovanili, nei quali mi dedicavo allo studio, per finire ai duelli, alle malattie, alle condizioni anormali e penose nelle quali lotto tuttavia, è un martirio offerto sull’altare del Mondo; e non parlo che della mia vita personale, eccezionalmente felice agli occhi degli altri. Quante vittime del Mondo esistono, delle quali non posso neppure immaginare le sofferenze! Noi siamo persuasi che i dolori causati da noi stessi sono condizioni usuali della vita; pertanto non possiamo capire come Cristo ci parli di liberazione dal male e di felicità.
Si afferma che la dottrina di Cristo è difficile da comprendere, là dove dice: «Chi vuole seguir me, deve abbandonare le sue terre, la sua casa, i fratelli, le sorelle e venire con me, che sono Dio, ed egli riceverà da me il cento per uno di quello che perde ».
Ma quando il Mondo grida: «Abbandona la tua casa, i tuoi campi, i tuoi fratelli della campagna, per venire nella città infetta », quel precetto nessuno lo trova difficile.
Le famiglie stesse consigliano la partenza ai figli. Oh! se il fine del Mondo fosse facile da raggiungere, gradevole e senza pericoli, si potrebbe credere che quello di Cristo fosse difficile e spaventoso. Ma in realtà la morale del Mondo è più faticosa da seguire di quella di Cristo. Vi furono, si dice, in altri tempi, dei martiri della dottrina cristiana. Ecco un fatto eccezionale. Nel periodo di mille ottocento anni, si contano trecento ottanta mila martiri, tra volontari e involontari, per Cristo. Fate il conto dei martiri che si ebbero per il Mondo; vedrete che su ogni martire per Cristo, ve ne sono mille per il Mondo; martiri le cui sofferenze furono cento volte più crudeli. Solo il numero degli uomini uccisi durante le guerre del nostro secolo ammonta a trenta milioni. Orbene, questi sono tutti martiri del Mondo, che se l’umanità seguisse l’insegnamento di Cristo, gli uomini non si ucciderebbero certamente fra loro.
Quando l’uomo avrà imparato a non credere più ai pregiudizi che impongono gli ornamenti, la catena all’orologio, il salotto inutile; quando si persuaderà ad evitare tutte le frivolezze mondane, egli non conoscerà più la sofferenza, le noie continue e il lavoro senza riposo e senza scopo, non si priverà più della natura, del lavoro che gli torna grato, della famiglia, della salute, non perirà più di una morte dolorosa e deplorevole.
Cristo non esige che si pervenga al martirio; c’insegna anzi a non tormentarci per delle false idee. La dottrina cristiana ha un senso profondamente metafisico; questo senso è universale, abbraccia tutta l’umanità, ma è altrettanto chiaro, semplice e pratico per la vita di ciascun uomo. Si può riassumere così: «Cristo insegna agli uomini a non commettere sciocchezze». Questa è la formula più semplice e più accessibile dei suoi insegnamenti.
Cristo dice: «Non incollerirti, non innalzarti al disopra degli altri: non è da uomo retto. Se ti adiri, se insulti tuo fratello, ne soffrirai ».
Poi dice: «Non rendere il male per il male, perché il male che tu farai, ti sarà reso centuplicato ».
Aggiunge ancora: «Non ti siano stranieri gli uomini di un paese e di una lingua, che non sia la tua. Se li consideri come nemici, tu ispirerai loro gli stessi sentimenti, e sarà peggio per te. Evita tutte queste bassezze, e te ne troverai soddisfatto ».
«Va bene – si risponde – ma la società è costituita in modo che non è possibile resisterle. Se l’uomo non acquistasse quel che il Mondo esige, egli e la sua famiglia perirebbero». Così parlano gli uomini, ma non così essi pensano. In coscienza, essi non credono quello che dicono: credono alla nuova morale del Mondo: temono la dottrina di Cristo col pretesto ch’essa costringe a varie sofferenze. Ora, noi vediamo gl’innumerevoli mali che gli uomini sopportano in nome dei pregiudizi mondani, ma non vediamo più, oggi, i patimenti subiti in nome della morale di Cristo.
Durante le guerre, trenta milioni d’individui perirono; migliaia e milioni periscono per la vita di dolori che impongono le convenzioni sociali; ma non saprei citare né milioni, né migliaia, e nemmeno un solo uomo che sia morto, che abbia avuto una vita di sofferenze seguendo la dottrina cristiana.
Questa dottrina ci è dunque ignota, noi non l’abbiamo mai accettata sul serio, e abbiam lasciato ci ripetessero che la dottrina di Cristo non è una regola di vita possibile.
Cristo chiama gli uomini a una sorgente di acqua pura, che si trova loro vicinissima. Eppure essi soffrono la sete, mangiano il fango, bevono il sangue dei loro simili, perché i loro maestri affermano che essi perirebbero se andassero alla sorgente dove li invita Cristo.
Gli uomini muoiono di sete a due passi dalla fonte, senza osare avvicinarsi. Basterebbe aver fede negli insegnamenti divini; recarci, noi tutti che siamo assetati, alla sorgente per scoprire la perfidia di chi ci guida e la puerilità della nostra sofferenza. Allora soltanto sapremmo quanto la salvezza ci fosse vicina!
Così andrebbe dispersa l’abominevole menzogna nella quale si dibatte il Mondo.
Da una generazione all’altra, noi ci affatichiamo per assicurarci la vita con mezzi violenti. La felicità consiste per noi nel possesso delle ricchezze e del potere. Questo concetto della felicità ci è tanto familiare, che la parola di Cristo, secondo la quale la felicità non è né il potere, né la ricchezza, ci si presenta come l’imposizione di un sacrificio attuale, allo scopo di raggiungere una felicità ventura.
Ma Cristo non ci chiede alcun sacrificio; ci dice anzi di evitare tutto ciò che può tornare a nostro nocumento, e di lavorare con un fine utile alla nostra esistenza terrena. Solo per amore degli uomini Cristo prescrisse di non prendere nulla con la violenza, di non desiderare la roba altrui, di evitare qualsiasi disputa tra fratelli; ed Egli conferma tale insegnamento con l’esempio della sua stessa vita.
Ci dice, è vero, che chi segue Lui deve essere pronto a morire ogni momento di morte violenta, di fame, di freddo; che non deve considerare come certa nessun’ora dell’esistenza. Ma non si tratta che di una constatazione di accidenti materiali, cui è stata esposta la vita di ogni uomo, e non una richiesta di sacrifici.
Un discepolo di Cristo deve sempre essere pronto a sopportare il dolore e la morte; ma non è forse la condizione naturale di qualsiasi individuo che vive secondo la morale del Mondo, questa? Siamo talmente incancreniti, nel nostro errore, che tutto ciò che è ordinato per la preservazione causale della nostra vita, e cioè eserciti, fortezze, provvigioni, indumenti, medicinali, proprietà, ecc., ci fa l’effetto d’essere effettivamente atto ad assicurare la nostra esistenza. Dimentichiamo la storia di quel ricco che voleva costruire granai per accumulare immense provvigioni da bastare molti anni, e che morì la notte stessa.
L’insegnamento di Cristo ci dice che la vita è incerta, e che bisogna essere pronti alla morte ogni momento. Questo insegnamento è da preferirsi a quello che richiede una continua preoccupazione per trovare i mezzi d’assicurare l’esistenza; poiché, mentre nell’un caso che nell’altro la morte permane inevitabile, e la vita sempre incerta, almeno la vita cristiana non è assorbita da una preoccupazione chimerica. Liberati da questo affanno, noi possiamo tendere a un fine naturale: il nostro bene e quello altrui.
Il discepolo di Cristo sarà povero, è vero, ma godrà, grazie alla natura, di tutti i benefici diretti di Dio, e la sua vita non sarà sacrificata.
Abbiamo qualificato la felicità con un termine che per il mondo significa sventura: quello di «povertà ».
Ora, il seguace di Cristo sarà povero, vivrà cioè in campagna, e non in città; invece di confinarsi nella sua casa, lavorerà nei campi o nei boschi; vedrà il sole, la terra, il cielo, gli animali; invece di cercare mezzi artificiali per eccitare l’appetito, sentirà fame tre volte al giorno, dormirà invece di rivoltarsi su guanciali morbidi, cercando un rimedio contro l’insonnia; avrà figli e vivrà con loro; comunicherà liberamente con tutti gli uomini, e, cosa molto preziosa, non farà ciò che non gli piace, senza alcun timore per l’avvenire. Come tutti, egli andrà soggetto alle sofferenze, alle malattie ed alla morte; ma la più gran parte della sua vita sarà stata felice. Il lavoro, non l’ozio, è la sorgente della felicità. Nessuno può fare a meno di lavorare e ciò per la natura stessa dell’uomo. Altrettanto dicasi per gli animali, dal cavallo alla formica. Bisogna rigettare la barbara superstizione che fa considerare come felice soltanto l’uomo ozioso che vive di rendita. È necessario ristabilire, nelle nostre idee, la nozione dei giusti, quella che Cristo predicava dicendo: «Soltanto chi lavora, è meritevole della sua nutrizione». Cristo non ammetteva che alcuno fosse ozioso, che alcuno considerasse il lavoro come una maledizione. E ci dice: «Quando un uomo approfitta del lavoro di un altro, il primo deve nutrire il secondo. Per questo il lavoratore ha una sussistenza sempre certa ».
La diversità fra la morale di Cristo e quella del Mondo sta in questo: che secondo la morale del Mondo, il lavoro è pari al valore di un individuo: valore che egli mette a confronto e scambia con altrettanti valori proporzionati al suo lavoro.
Secondo Cristo, il lavoro è una condizione indispensabile della vita, e la nutrizione ne è la necessaria ricompensa. Esso produce la nutrizione e la nutrizione esige il lavoro.
Seguendo l’insegnamento di Cristo, l’uomo sarà tanto maggiormente felice quanto meglio comprenderà lo scopo dell’umanità; che è quello di consacrare la propria vita alla felicità altrui.
«Un simile individuo» dice Cristo «è degno della sua mercede e questa non potrebbe mai mancargli ».
Cristo c’insegna che la nostra sussistenza ci viene assicurata col nostro diventar utili e necessari agli altri.
Chi sostiene che i precetti di Cristo non si possono avverare, e che l’uomo è costretto a procurarsi ricchezze per sé, per la propria famiglia, ciò che gli sarebbe impossibile praticando la dottrina cristiana, pensa da uomo futile e perverso.
Il lavoro è dunque condizione indispensabile della vita umana, ed è per esso che si arriva alla felicità. Non è giusto togliere agli altri il prodotto del loro lavoro: al contrario, ognuno deve concorrere al benessere comune. Se gli uomini si contendono a vicenda il nutrimento, morranno tutti di fame; se, d’altra parte, gli uni sfruttano gli altri con la violenza, una grande quantità di persone morrà pure di fame, e appunto questo avviene oggigiorno.
Ogni individuo vive in grazia della solidarietà del lavoro umano: ciascuno, in altri termini, viene fatto crescere e salvaguardato dai pericoli dagli altri. Ma affinché tutti continuino a custodire ed a mantenere questo unico uomo, bisogna che questi, a sua volta, diventi utile e proficuo.
Gli uomini, anche cattivi, custodiranno e manterranno con sollecitudine chi lavora per essi.
Il lettore decida qual sia la vita più vera, più felice: se quella del Mondo o quella di Cristo!

Nechljudov non si coricò e camminò un pezzo avanti e indietro per la stanza. La faccenda con Kàtjusa era finita. Essa non aveva bisogno di lui e ciò lo riempiva di tristezza e di vergogna. Ma non era questo che lo tormentava. L’altra sua opera non solo non era terminata, ma più forte che mai lo assimilava e richiedeva l’azione. Tutto il male atroce che aveva visto e conosciuto in quei mesi e soprattutto la sera stessa nell’orribile prigione, tutto il male che aveva sopraffatto anche il caro Krylzòv trionfava, imperava e non si intravedeva alcuna possibilità non solo di vincerlo, ma neanche di concepire il modo per vincerlo. Gli risorgevano dinanzi le centinaia, le migliaia di sciagurati rinchiusi in un’aria mefitica da indifferenti generali, procuratori, direttori di prigione, gli tornò in mente lo strano vecchio pazzoide che aveva apertamente accusato le autorità, e in mezzo ai cadaveri il bellissimo viso immoto e cereo di Krylzòv, morto nel suo corruccio. Con nuova forza, chiedendo imperiosamente risposta, gli si affacciò la domanda se fosse pazzo lui, o se fossero pazzi coloro che facevano tutto ciò pur ritenendosi creature ragionevoli.
Stanco di camminare e di pensare, sedette sul divano davanti alla lampada e apri macchinalmente il Vangelo che l’Inglese gli aveva dato per ricordo e che aveva gettato sul. tavolo quando si era vuotate le tasche.
«Dicono che qui dentro si possa trovare la spiegazione di ogni cosa», pensò e cominciò a leggere a casaccio dove il libro si era aperto. Era il capitolo XVIII di san Matteo.
1. In quell’ora i discepoli vennero a Gesù dicendo: Chi è il maggiore nel regno dei cieli?
2. E Gesù, chiamato a sé un piccolo fanciullo, lo pose in mezzo a loro e disse:
3. In verità, in verità io vi dico che se non siete nuovi e non divenite come i piccoli fanciulli, voi non entrerete nel regno dei cieli.
4. Ogni uomo dunque che si sarà abbassato come questo piccolo fanciullo è il maggiore nel regno dei cieli.
«Sì, sì, è così», pensò, ricordando che soltanto nella misura in cui si abbassava gustava la pace e la gioia della vita.
5. E chiunque riceve uno di questi piccoli fanciulli nel nome mio, riceve me.
6. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio sarebbe per lui che gli fosse legata una macina al collo e che fosse sommerso nel profondo del mare.
«Perché sta scritto: chiunque riceve? E dove lo riceve? E che cosa significa: nel nome mio? » si domandò, sentendo che queste parole non gli dicevano nulla. «E che c’entrano la macina al collo e gli abissi del mare? No, qui, c’è qualcosa che non va, che non è preciso, non è chiaro», e gli tornò in mente che a più riprese nella sua vita aveva cominciato a leggere il Vangelo, ma ogni volta era stato respinto dall’oscurità di certi passi. Lesse ancora il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo versetto sugli scandali che debbono avvenire nel mondo, sulla punizione mediante la geenna di fuoco in cui saranno precipitati gli uomini e sugli angeli dei bambini che vedranno il volto del Padre Celeste. «Peccato che sia così sconclusionato» pensò, «eppure si sente che qualcosa di buono c’è ».
11. Poiché il Figlio dell’uomo è venuto per salvare ciò che era perduto, – seguitò a leggere.
12. Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e una di esse si smarrisce, non lascerà egli le altre novantanove e non andrà su per i monti a cercare la smarrita?
13. E se avviene che egli la ritrovi, io vi dico in verità che più si rallegrerà di quella che delle novantanove che non si erano smarrite.
14. Così la volontà del Padre Nostro è che neppure uno di questi piccoli perisca.
«Già, non era volere del Padre che essi perissero, eppure periscono a centinaia, a migliaia. E non vi è mezzo di salvarli», pensò.
21. Allora, accostatosi a lui Pietro, disse: -Signore quante volte dovrò perdonare a mio fratello? Fino a sette?
22. Gli dice Gesù: – Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23. Perciò il regno dei cieli è simile a un re il quale volle fare i conti con i suoi servitori.
24. E avendo incominciato, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti.
25. E non avendo egli come pagarli, il suo signore comandò che lui, la sua moglie e i suoi figli e tutto quanto aveva fosse venduto e che il debito fosse pagato.
26. Allora il servitore cadde in ginocchio davanti a lui e disse: – Signore, abbi pazienza con me, e io ti pagherò tutto.
27. E il Signore, mosso da compassione, lo lasciò andare e gli rimise il suo debito.
28. Ma quel servitore, uscito fuori, trovò uno dei suoi compagni il quale gli doveva cento denari ed egli lo prese e lo strangolava, dicendo: – Pagami ciò che tu mi devi.
29. Allora il suo compagno si gettò ai suoi piedi e lo pregava dicendo: – Abbi pazienza con me, e io ti pagherò tutto.
30. Ma egli non volle, anzi andò e lo cacciò in prigione finché non avesse pagato il suo debito.
31. E vedendo ciò i suoi compagni ne furono grandemente contristati e vennero al loro signore e gli raccontararono tutto il fatto.
32. Allora il suo signore lo chiamò e gli disse: – Malvagio servitore! lo ti rimisi tutto il tuo debito perché tu me ne pregasti.
33. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno come io avevo avuto pietà di te?
«È possibile che sia tutto qui?» esclamò improvvisamente ad alta voce dopo aver letto queste parole. E la sua voce interiore gli rispondeva: «Si, è tutto qui ».
E accadde a Nechljudov quel che spesso accade a chi vive una vita spirituale. L’idea che al principio gli era apparsa una stranezza, un paradosso o addirittura uno scherzo, aveva trovato sempre più spesso una conferma nella vita e gli appariva a un tratto come la più semplice, lampante verità. Così gli era chiaro adesso che l’unico mezzo sicuro di salvezza dal terribile male di cui soffrono gli uomini consisteva nel riconoscersi colpevoli davanti a Dio e quindi incapaci di punire o di correggere gli altri. Gli era chiaro adesso che tutto il terribile male di cui era stato testimone nelle prigioni e nelle carceri e la tranquilla sicurezza degli autori di questo male proveniva soltanto dal fatto che gli uomini volevano una cosa impossibile: correggere il male, pur essendo cattivi. I viziosi pretendevano di correggere i viziosi e credevano di potervi arrivare con mezzi meccanici. Ma qual era l’unico risultato ottenuto? Gli uomini poveri e avidi di guadagno che si erano fatto un mestiere di queste presunte punizioni si erano essi stessi corrotti fino al midollo e corrompevano senza tregua anche coloro che essi tormentavano. Ormai gli era chiaro donde provenissero tutte le atrocità che aveva veduto, e come bisognasse agire per eliminarle. La risposta che non aveva potuto trovare era la stessa che Cristo aveva dato a Pietro: perdonare sempre, perdonare tutti, perdonare un infinito numero di volte, poiché non vi è nessuno che non sia colpevole e possa quindi punire o correggere.
«Ma è impossibile che sia così semplice!» diceva fra sé Nechljudov; e tuttavia vedeva senza ombra di dubbio che per quanto strano ciò apparisse sulle prime a lui, avvezzo al contrario, era nondimeno la soluzione sicura del problema, e non solo in teoria, ma anche in pratica. La consueta obiezione che bisogna pur agire in qualche modo contro i malvagi e che non è possibile lasciarli impuniti non lo turbava ormai più. Quest’obiezione avrebbe avuto valore, se fosse stato possibile dimostrare che le pene diminuiscono il numero dei delitti e correggono i delinquenti; ma essendo provato il contrario ed essendo manifesto che non era in potere degli uni di correggere gli altri, l’unica cosa ragionevole era smettere di fare ciò che oltre a essere inutile e dannoso era anche immorale e crudele. «Da parecchi secoli voi punite gli uomini che accusate di essere delinquenti. Li avete forse eliminati? No, non li avete eliminati, anzi, il loro numero si è accresciuto di tutti i criminali corrotti dalle pene e di tutti i criminali. magistrati, procuratori, giudici istruttori, carcerieri che giudicano e puniscono gli uomini». Nechljudov capiva adesso che la società e l’ordine esistono non già per merito di questi delinquenti autorizzati che giudicano e puniscono gli altri, ma perché, sia pure in mezzo a tanta depravazione, gli uomini continuano ad aver pietà gli uni degli altri e ad amarsi.
Con la speranza di trovare nel Vangelo la conferma a quest’idea, Nechljudov cominciò a leggerlo dal principio. Lesse la predica sulla montagna che l’aveva sempre commosso, e per la prima volta vi trovò non più bei pensieri astratti, espressione di un ideale. quasi sempre esagerato e irraggiungibile, ma comandamenti semplici, chiari e praticamente effettuabili che, tradotti in realtà (cosa del tutto possibile), fissavano un nuovo e meraviglioso ordinamento della società umana col quale non solo si distruggeva da sé tutta la violenza che l’aveva tanto sdegnato, ma si raggiungeva il più alto bene accessibile all’umanità: il regno di Dio sulla terra. Questi comandamenti erano cinque.
Primo comandamento (Matteo, V, 21-26): Non solo l’uomo non deve uccidere, ma non deve adirarsi contro il fratello, non deve considerare nessuno come cosa disprezzabile, come ‘raca’, e se ha avuto una contesa con qualcuno deve riconciliarsi prima di recare il suo dono a Dio, prima cioè di pregare.
Secondo comandamento (Matteo, V, 27-32): Non solo l’uomo non deve commettere adulterio, ma deve evitare di godere della bellezza femminile e una volta unitosi con una donna non deve mai tradirla.
Terzo comandamento (Matteo, V, 33-37): L’uomo non deve promettere alcuna cosa sotto giuramento.
Quarto comandamento (Matteo, V, 38-42): Non solo l’uomo non deve rendere occhio per occhio, ma deve porgere l’altra guancia dopo esser stato percosso sulla prima, deve perdonare le offese, sopportarle con umiltà e non rifiutare nulla di quel che gli altri gli chiedono.
Quinto comandamento (Matteo, V, 43-48): Non solo l’uomo non deve odiare i suoi nemici e combatterli, ma deve amarli, aiutarli, servirli. Nechljudov fissava immoto la luce della lampada.
Ricordando tutta la corruttela della nostra vita, si immaginò quel che avrebbe potuto essere la vita se gli uomini fossero stati educati in queste norme, e un entusiasmo da lungo tempo non provato gli invase ima come se dopo tanto languire e soffrire avesse trovato a un tratto la pace e la libertà.

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