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Qatargate, lacrime di coccodrillo nello scandalo UE

December 15, 2022 Leave a comment

In queste ore, con lo scandalo del cosiddetto “Qatargate”, c’è chi a Bruxelles, come la Presidente maltese dell’Europarlamento, Roberta Metsola, manifesta il proprio disappunto su quanto accaduto affermando che: “la democrazia europea è sotto attacco”, come se la favola dell’Unione Europea, raccontataci per anni nelle scuole e dalla quasi totalità degli organi d’informazione, non si fosse trasformata nell’incubo che ormai tutti i cittadini ben conoscono e della quale hanno contezza anche i bambini più innocenti.

C’è chi, poi, è fuori di sé, come il francese e deputato dei verdi, David Cormand: ”perché”, come ha affermato egli stesso: “quando si fa correttamente il proprio lavoro al parlamento europeo, vedere queste attitudini che portano discredito a tutti, fa male.”

A questo punto, quasi, quasi, ci verrebbe da dirgli … “povera stellina!

Ma davvero costui è in buona fede? Non sa forse che la democrazia europea, fino a prova contraria, non è mai esistita e, in merito, poi, al cosiddetto corretto lavoro dell’europarlamento, in che cosa mai sarebbe consistito e cosa c’è mai stato di corretto?

È infatti notorio all’universo mondo che quasi tutte le grandi multinazionali, le organizzazioni, e anche le Ong, hanno almeno un ufficio nella capitale europea, e tra i corridoi e i bar dei “Palazzi”, non è difficile notare i rappresentanti di queste organizzazioni, sono infatti più di 15 mila, registrati presso il Parlamento Europeo, riconoscibili dai loro badge color marrone portati al collo, intenti nel loro lavoro di lobbista: influenzare, cioè, le decisioni delle istituzioni europee, e che, come da regolamento comunitario, non possono essere respinti dagli eurodeputati.

Ed è proprio questo il peccato originale dell’UE, croce e delizia di tutti i burocrati comunitari, essere cioè parte, non di un Super Stato come forse anelava Altiero Spinelli o di una qualsivoglia Istituzione Politica, ma, di un aggregato di mercanti, di faccendieri, di apolidi, di voltagabbana. Roba, insomma, che, la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, a confronto, oggi risulterebbe essere “La Città del Sole” di Tommaso Campanella.

Questi politici comunitari, in altre parole, si venderebbero anche la madre per una valigia carica di soldi, altro che ideali e diritti inalienabili dell’umanità.

Nello specifico, infatti, non è per me scandaloso che taluni deputati abbiano potuto sposare o promuovere, la visione del mondo proposta dalla monarchia qatarina se questa visione avesse un’impostazione di tipo  ideologica e quindi sincera.

Personalmente io non sono un estimatore del Regno del Qatar, non ne condivido le politiche, ma non per questo non rispetto chi, invece, ha un’opinione diametralmente opposta alla mia.

Altra cosa, invece, è sposare la visione di un Paese non perché si è estimatori dello stesso ma molto più semplicemente perché si è attratti dai denari che, personalmente, ci si potrebbe ritrovare elargiti da quest’ultimo qualora se ne decanti le lodi.

Ad esempio, se questo giornale è apertamente filorusso, come lo è, non lo è certo perché si è mai ricevuto il ben che minimo piacere da parte del Cremlino, ma molto più semplicemente perché la Russia di Putin rappresenta, per noi, l’ultimo baluardo di un mondo tradizionale e sovranista.

D’altronde se non fosse così non si capirebbe il perché – benché nessuno Stato occidentale, a parole, non abbia mai condiviso le politiche sessiste, omofobe, religiose e lavorative, di Doha – la FIFA abbia assegnato nel 2010 i mondiali di calcio, attualmente in corso, proprio al Qatar.

Allo stesso modo, se la Russia è stata sanzionata, per l’invasione dell’Ucraina, anche con l’esclusione da ogni competizione calcistica internazionale sia dalla FIFA che dalla UEFA, non si capisce perché un simile trattamento non sia stato riservato a Paesi come il Qatar, piuttosto che l’Iran o la Cina.

Semplice! 

Perché, in realtà, l’Occidente non ha più il boccino tra le mani per decidere, in modo unilaterale, chi fa chi e chi fa cosa, e, ancor più francamente, perché la nostra supremazia culturale, o meglio gli sviluppi di essa, non è più tale rispetto a quella del cosiddetto mondo emergente.

Vige, in altri termini, in questo particolare momento storico, il più fervido relativismo culturale per il quale ciò che è giusto per noi non è detto che lo sia altrettanto per gli altri. 

Siamo quindi in presenza di un pensiero debole e quando il pensiero è debole l’argent può tutto.

Capita così che una bella donna come la greca Eva Kaili, vicepresidente del Parlamento Europeo, venga arrestata, nonostante l’immunità parlamentare, perché colta in flagranza di reato. Infatti nella sua abitazione sono stati ritrovati letteralmente “sacchi di banconote”.

Questa è l’icona di una degenerazione politica che coinvolge principalmente la sinistra europea perché essa è fondamentalmente permeata, più di altre forze, dalla setta di Davos, e quindi da George Soros & Co., che sono notoriamente interessati a orientare le istituzioni internazionali ed i governi.

Non a caso sono coinvolte anche delle Ong quali, ad esempio “No Peace Without Justice”, fondata da Emma Bonino, e che tradotto in italiano significa “Non c’è pace senza giustizia”, così come la “Fight impunity” che tradotto significa “Combatti l’impunità” e il cui Presidente è l’ex eurodeputato del Pd e di Articolo 1, Antonio Panzeri. 

Nomi di organizzazioni, quindi, coscientemente altisonanti e nobilitanti, ma che, nella realtà, stando all’inchiesta belga, sarebbero solo servite a nascondere operazioni di riciclaggio in favore di una penetrazione qatarina nel vecchio continente, e, a questo punto, la situazione si fa più delicata.

Infatti dietro questa monarchia del Golfo ci sarebbe la Cina che, attraverso Doha, cercherebbe di aggirare lo stop americano alla Via della seta in Europa.

Ora gli interessi sino-qatarini, negli ultimi, anni sono cresciuti a dismisura e la Guerra in Ucraina non ha fatto altro che rafforzarli.

D’altronde lo scopo di Pechino, in questo frangente, è proprio quello di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico ed essere meno vulnerabile alle turbolenze della guerra in corso che, si badi bene, non si sta combattendo apertamente solo in Ucraina ma, in maniera sotterranea, anche nel Pacifico e Taiwan, in questo caso, altro non è che la punta dell’iceberg.

Per Pechino l’internazionalizzazione dello yuan è un chiodo fisso e nel 2015 a Doha è stato aperto il primo centro di compensazione delle transazioni in valuta cinese per potenziare la presenza economica della Repubblica Popolare nei Paesi del Golfo”; ma non solo, la Terra del Celeste Impero è il Paese che importa la maggiore quantità di GNL a livello mondiale e i suoi principali fornitori sono l’Australia, il Qatar e gli Stati Uniti. 

Ora però, i rapporti con l’Australia sono divenuti difficili e con gli Usa sono pessimi, pertanto la fonte qatarina è diventa strategicamente essenziale per Pechino, ed è in quest’ottica che va inquadrato l’accordo tra Pechino e Doha che prevede una fornitura di gas naturale liquefatto (GNL) di 4 milioni di tonnellate l’anno per i prossimi 27 anni, a partire dal 2026.

Dunque, non è un caso che le aziende cinesi abbiano sponsorizzato il Mondiale per quasi 1,4 miliardi di dollari, superando quelle degli Stati Uniti, che hanno investito 1,1 miliardi. Inoltre, è stata la China Railway construction corp international, a costruire, per un costo totale di 770 milioni di dollari, Lusail, il più grande stadio del Qatar.

Ma prima che accadesse ciò il Qatar faceva comodo agli Stati Uniti.

Infatti la monarchia qatarina da sempre accoglie e protegge la diaspora della Fratellanza Musulmana, un movimento integralista giudicato sovversivo e pericoloso da molti paesi arabi e islamici, ma che, si badi bene, è stata protagonista delle primavere arabe e, conseguentemente, assai interessante per gli occidentali nell’ottica del dividi ed impera in Magreb.

Tuttavia, anche in quest’ultimo caso, non è detto che le ciambelle escano sempre con il buco. Testimonianza ne è che tra le fila della Fratellanza sono cresciuti i leader di Hamas prima e di Al Qaida poi.

A Doha, invece, è vissuto in esilio, fino alla morte sopraggiunta, lo scorso settembre, Yusouf Al Qaradawi, il predicatore simbolo della Fratellanza Musulmana autore di una fatwa in cui pronosticava la riconquista di Roma “attraverso la predicazione e le idee”.

Ma tutto questo la bella Alessandra Moretti, così impegnata a spalare letame sul Cremlino e la Russia, non lo sa, ed è forse  per questo che in un post su Facebook nel febbraio del 2020 scrisse: << Sono di rientro da Doha dove sono stata relatrice al convegno “Social Media, challenges and ways to promote freedom”. Ho parlato di hate speech e fake news. Ho incontrato tante giovani che si battono per la parità di genere. Qui in Qatar >>, ecco, << stanno facendo passi in avanti nella tutela dei diritti anche delle donne e dei lavoratori. Siamo andati a visitare uno degli 8 stadi che stanno costruendo in vista dei Mondiali di calcio 2022 e abbiamo verificato le condizioni di vita di chi sta offrendo manodopera per la realizzazione degli impianti (…) >>.

Chissà, invece, cosa sapevano o pensavano personaggi come il segretario generale della Confederazione internazionale dei sindacati (Ituc), Luca Visentini, ex Segretario Generale dell’Unione Regionale UIL del Friuli Venezia Giulia e membro del consiglio generale del comitato esecutivo della UIL, nonché Segretario Generale della Camera Confederale del Lavoro di Trieste, Nicolò Figà -Talamanca, segretario generale della Ong fondata da Emma Bonino “No Peace Without Justice” e il compagno della vicepresidente del Parlamento Europeo Francesco Giorgi, già assistente di Antonio Panzeri e ora assitente di Andrea Cozzolino, deputato europeo del Pd, quest’ultimo, come la Moretti, non coinvolto nell’inchiesta?

Vedendo tutti questi nomi ci si rende conto di come l’Italia sia nell’occhio del ciclone e di come, siamo franchi, chi oggi vuole rovesciare il tavolo, cioè gli Stati Uniti, abbiano acconsentito affinché il nostro Paese si impelagasse con i qatarini, giacché, sempre per correttezza, è inutile ricordare che in Italia non c’è foglia che si muova che l’Amerika non voglia.

Così, nel “Bel Paese” sono arrivati, dopo il 2013, circa 25 milioni di euro della «Qatar Charity» con cui l’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (Ucoii) conta di realizzare ben 45 progetti per la costruzione di moschee, luoghi di preghiera e centri culturali islamici. Il tutto mentre Al Qaradawi suggerisce di destinare qualche spicciolo anche al Caim, il Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza. 

Un’intuizione a dir poco geniale visto che, subito dopo, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, fece eleggere nelle liste Pd e accogliere in Consiglio Comunale, la militante islamica Sumaya Abdel Qader. 

Una militante orgogliosamente velata formatasi, guarda caso, tra le fila del Forum Europeo delle Donne Musulmane, braccio operativo della Fratellanza Musulmana a Bruxelles. 

Una mossa che alla luce delle attuali cronache la dice lunga sui rapporti intessuti dal Pd con l’Ucoii e i suoi referenti internazionali. 

Legami confermati dalle scelte dell’ex-ministro della giustizia Andrea Orlando firmatario, nel 2016, della convenzione che affida proprio agli imam dell’Ucoii il compito di prevenire la penetrazione nelle carceri dell’Islam radicale. 

Una mossa che equivale a mettere la volpe nel pollaio.

Mah, all’epoca, a Washington ciò andava bene perché il Qatar era funzionale alla lotta contro l’Iran e la Siria degli Assad.

Ecco perché, l’azione attuale di un altro spregiudicato come Massimo D’Alema, intento ad accompagnare i qatarini in Sicilia per l’acquisto degli stabilimenti della Russa Lukoil viene vista dagli Stati Uniti con grande sospetto, perché potrebbe aprire le porte non tanto a Doha, quanto a Pechino.

Insomma, l’Italia e l’Europa, si confermano, anche in questo frangente, terra di conquista e di guerre per procura dove gli Usa, ad esempio, con lo scoppio della guerra in Ucraina, hanno messo economicamente in ginocchio la Germania (la Nazione più coinvolta con il “Dragone”) e hanno riallineato Paesi come il nostro alle logiche stringenti della Nato, mentre dovremmo essere noi, e solo noi italiani, a scegliere liberamente, secondo un impianto mentale ideologico, strategico ed economico con chi rapportarci, siano essi qatarini, cinesi, piuttosto che americani o russi … e non certo per la vile convenienza del singolo individuo quanto per il benessere della Nazione!

Lorenzo Valloreja

Fonte: L’Ortis

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NASA, fenomeni uap in collaborazione con Ucraina

October 4, 2022 Leave a comment

Non so quanti di voi possano esserne realmente a conoscenza, quando si parla di oggetti non identificati le emittenti televisive sembrano chiudersi nel silenzio più cupo, specialmente quando la Nasa inizia ricerche particolari dietro l’attenzione degli Stati Uniti d’America. 

Recentemente la NASA sta effettuando studi particolari in Ucraina, più precisamente iniziati verso la seconda metà della scorsa estate, a fine agosto, commissionando ad un team di ricerca l’osservazione di strani avvistamenti UAP (Unidentified Aerial Phenomenon), avvistati sui cieli ucraini, in collaborazione con l’Osservatorio Astronomico di NAS, il quale stava già effettuando studi indipendenti, mediante l’ausilio di due stazioni per il monitoraggio dello spazio intorno alla Terra.

Nello specifico si tratta di una serie di strani avvistamenti che si manifestano singolarmente oppure a gruppi o squadroni, muovendosi ad una velocità dai 3 ai 15 gradi al secondo.

Gli UAP sono di due tipologie: Cosmic, oggetti sferici più luminosi dello sfondo del cielo, mostrano una variabilità di luminosità regolare nell’intervallo di 10 – 20 Hz; Phantoms, oggetti scuri di forma indefinita, i quali non emettono ma assorbono radiazioni, avvistati nella troposfera ad una distanza di 10-12 km. La peculiarità sembra sia dovuta alle dimensioni, da 3 ai 12 metri, e all’alta velocità di 15 chilometri al secondo, diciamo per intenderci 54.000 km/h. 

Questi fenomeni sono monitorati costantemente da due stazioni per il monitoraggio dei meteoriti, considerando l’altissima velocità, e sono gli unici che riescono a monitorarne gli spostamenti, impercettibili ad occhio nudo. 

Marius Creati 

Categories: LAMERIKANO, Mysterium, Scientia Tags:

Mattia Sorbi, giornalista italiano dimenticato dagli accoliti di Stato

September 16, 2022 Leave a comment
epa10170216 A handout still image taken from video provided by the Russian Defence Ministry press-service shows Italian journalist Mattia Sorbi, who was injured in a mine explosion in the Kherson region, while covering the fighting from the side of the Armed Forces of Ukraine, pictured in hospital in Kherson, Ukraine, 08 September 2022. According to the Russian Defence Ministry information ‘People dressed as military servicemen of the Armed Forces of Ukraine promised to escort reporter Mattia Sorbi by taxi to the line of contact between Ukrainian and Russian troops. While driving along the road, the car with the journalist was blown up by a Ukrainian mine. The taxi driver died on the spot, and Mattia Sorbi was seriously injured. Seeing a civilian car blown up on a mine, Russian servicemen, despite fire from Ukrainian positions, pulled Mattia Sorbi out of the burning car. On the spot, Russian servicemen provided him with first aid, carried him to a safe place and ensured an emergency delivery of the seriously wounded journalist to a medical facility’. EPA/RUSSIAN DEFENCE MINISTRY PRESS SERVICE/HANDOUT HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

“Le fiamme della morte bruciano sulle ali della libertà mentre l’Icaro Sorbi cade sotto il fragore ardente del Sol Malato!”

Conosciamo ormai l’avventura sinistra del buon Mattia Sorbi, un fiero reporter italiano inviato speciale in Ucraina, spesso e mal volentieri relatore a favore del regime di Kiev, per raccontare spaccati di vita e di morte nella fatidica guerra del Donbass.

Si da il caso che costui, vittima ignara designata, sia rimasto intrappolato in una delle sue tante storie di vita spezzata!

Il buon Mattia, di buon mattino, si reca in territorio ostile – “gli avevan detto che fosse terra sicura” – per pianificare il suo ennesimo servizio di guerra da presentare all’Occidente! Ma nel bel mezzo del nulla, a metà del percorso stradale designato, quella che avrebbe dovuto rappresentare la scorta baliva fino a destinazione lo barcamena in periferia dicendo di proseguire in direzione del vento, verso le nubi oscure dell’incertezza, e se ne va lasciando il prode giornalista e il suo tassista sventurato in balia di una sorte avversa, in realtà già profetizzata. 

Si, perché quel sentiero dissestato era e rimane ancora un percorso minato dai soldati ucraini con svariate mine di provenienza occidentale, gli stessi che in qualche modo lo avevano condotto verso la sua dipartita.

Tutti noi conosciamo i presupposti di un tipico attentato in fervido vecchio stile Old America che evidentemente piace ancora agli occidentali … e non.

Si da proprio il caso che siano stati un manipolo di soldati russi, in realtà un distaccamento di brigata in perlustrazione, a salvar la vita al giovane militante della stampa italiana dalle fiamme ardenti del tradimento, strappando il povero Mattia, tumefatto dalle ustioni e dalle ferite della detonazione, da morte sicura. 

E si da proprio il caso che la Signora in Nero abbia scelto l’autista per fare scempio della notizia, lasciando una dose di verità scomoda in balia dell’onda mediatica, che sicuramente in questi giorni non ha fatto salti di gioia per osannare la salvezza del prode giornalista sacrificato dai poteri alti, il quale sarebbe dovuto perire in sordina per divenire egli stesso falsa notizia di propaganda negativa nei confronti dei russi. 

In barba agli stolti, la Morte ne dispensa l’atto e fa sapere al mondo che un misfatto è stato compiuto! È risaputo che la cerea Nera Mietitrice non accetti il tradimento di buon grado, specie quando la terra pullula di corpi esanimi da lei non pianificati!

Mattia Sorbi è sopravvissuto al suo attentato! I soldati russi lo hanno strappato dal flagello del fuoco che ne avrebbe insabbiato l’omicidio, ordito dallo stesso governo di Kiev e dai suoi mandatari ostili!

Ma la storia non finisce nel silenzio di un letto d’ospedale in attesa di un sentito risveglio! 

Anzi la salvezza dell’Icaro Sorbi diventa preludio dell’anti-storia, quella che nessuno ancora abbia reso nota al mondo e che mi appresto a diffondere!

Mattia Sorbi impastava cera per modellare le sue ali cerose nel sogno di concretizzare la notizia perfetta che lo avrebbe consacrato nelle alte sfere del giornalismo di guerra. Quando i fogli cerei della sua propaganda furono disciolti da una cernita blasfema, quella della sua ora decretata! 

Quel fatidico giorno del 29 agosto le sorti di Sorbi erano state già sentenziate! Lui doveva perire! E di conseguenza diventare l’ennesimo eroe di guerra sacrificato ingiustamente per dare in pasto al mondo l’ennesima notizia di scempio occidentale ed alimentare così il dissenso russo. 

In questi giorni il governo di Kiev cerca di smentire la notizia, facendo sapere che il buon prode giornalista, dissuaso dal personale militare ucraino, decise di varcare volontariamente la soglia del fato, quella linea di contatto di combattimento in luogo non specificato, senza coordinamento a discapito della sua stessa incolumità. Come sono bravi a mettere le pezze quando serve giustificare l’evidenza, senza considerare che il buon Mattia abbia asserito di persona di aver ricevuto la conferma dal famoso personale militare ucraino che il percorso era sicuro! Sta di fatto che se son pezze, sono pezze rattoppate in maniera maldestra e le suture del rattoppo sono così evidenti da evidenziare una pessima manifattura! 

Già… signori e signore avete inteso bene! Mattia Sorbi è stato mandato a morire ingiustamente, la stampa italiana non lo ha difeso e nessun personaggio politico di spicco che abbia speso due parole in sostegno della sua condizione. Dove sono le parole di conforto dei grandi leader politici che avrebbero dovuto fare monologhi in difesa del giornalista italiano attentato in Ucraina, oserei dire non dai russi. Il governo tace, la stampa tace, la politica asserisce il “tacimento”. E nel marasma del silenzio tacito, qualche ora dopo dal fragore della scomoda notizia, il buon vecchio Mario Draghi, alza la cornetta del telefono per chiamare il baldanzoso presidente americano Joe Biden per fagli sapere che in Italia va tutto bene e che il governo italiano, non possiamo parlare del popolo italiano dissente, è ancora al fianco della sua governance belligerante. Sì, perché noi italiani possiamo morire sotto un fuoco amico, per mano di un alleato, e nessuno spenderà due parole in difesa di quella morte!

E quindi vorrei perorare la causa del buon giornalista, dato che in Italia quelli che contavano qualcosa hanno scelto la finzione tacita decretandone la sorte con un indegno silenzio indiscreto. Mattia Sorbi, il giornalista reporter, attentato ingiustamente per scopi iniqui, non avrebbe dovuto subire l’onta del suo sacrificio, l’ennesima cavia italiana immolata da una governance corrotta che fa scempio del nostro nazionalismo, del nostro libero arbitrio, della nostra libertà.

Editoriale di Marius Creati

“La messa in scena come metodo della politica occidentale”, Sergej Viktorovič Lavrov per il Centro internazionale d’Informazione “Izvestia”

July 26, 2022 Leave a comment

Articolo di S.V. Lavrov, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, per il Centro internazionale d’Informazione “Izvestia”

Oggi, le Forze armate russe e le milizie della #DNR (Repubblica Popolare del #Donbass) e della #LNR (Repubblica Popolare di #Lugansk) stanno risolutamente svolgendo i propri compiti nel quadro dell’operazione militare speciale (OMS), cercando di porre fine alla palese discriminazione e al genocidio dei russi e di eliminare le minacce dirette alla sicurezza della Federazione Russa create, nel corso degli anni, dagli #StatiUniti e dai loro satelliti sul territorio ucraino. Poiché stanno perdendo sul campo di battaglia, il regime ucraino e i suoi patroni occidentali non esitano a inscenare “bagni di sangue” per demonizzare il nostro Paese presso l’opinione pubblica internazionale. Ci sono già stati #Bucha, #Mariupol, #Kramatorsk e #Kremenchuk. Il Ministero della Difesa russo, fatti alla mano, avverte ogni volta che si sta preparando la messa in scena di nuovi incidenti.

Le scene provocatorie messe in atto dall’Occidente e dai suoi tirapiedi hanno una firma riconoscibile. Scene, peraltro, che non sono iniziate in #Ucraina, ma molto prima.

1999, provincia serba del #Kosovo e Metochia, villaggio di Racak. Una squadra di ispettori dell’#OSCE arriva sul luogo del ritrovamento di diverse decine di cadaveri in abiti civili. Il capo della missione dichiara immediatamente, senza alcuna indagine, che si tratta di un atto di genocidio, benché non rientri nei poteri di un funzionario internazionale trarre tali conclusioni. La #NATO lancia immediatamente un’aggressione armata contro la Jugoslavia, distruggendo deliberatamente un centro televisivo, ponti, treni passeggeri e altre strutture civili. In seguito, si scopre che i cadaveri non erano di civili, ma di membri di una banda dell’Esercito di liberazione del Kosovo travestiti con abiti civili. Tuttavia, la messa in scena aveva già funzionato come pretesto per il primo uso illegale della forza contro uno Stato membro dell’OSCE dalla firma dell’Atto finale di Helsinki nel 1975. È significativo che il capo della missione OSCE, la cui dichiarazione è servita da “innesco” per gli attentati, fosse P. Walker, un cittadino statunitense. Il risultato principale dell’aggressione è stata la separazione forzata del Kosovo dalla Serbia e l’insediamento della più grande base militare americana nei Balcani, Bondsteel.

2003 – la famigerata esibizione del Segretario #Powell al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con una provetta di polvere bianca presentata al mondo come spore di antrace presumibilmente prodotte in Iraq. L’imbroglio ha funzionato ancora una volta: gli anglosassoni e compagnia hanno bombardato l’#Iraq, che ancora oggi non è riuscito a ripristinare pienamente la propria statualità. La bufala è stata rapidamente smascherata: tutti hanno ammesso che in Iraq non c’erano armi biologiche o altre armi di distruzione di massa. In seguito, uno dei promotori dell’aggressione, il primo ministro britannico Tony Blair, ha riconosciuto la falsificazione, dicendo qualcosa del tipo: beh, è stato un errore, capita a tutti di sbagliare. Lo stesso Powell si giustificò in seguito dicendo di essere stato “incastrato dai servizi segreti”. In un modo o nell’altro, l’ennesima provocazione messa in scena è servita come pretesto per attuare piani di distruzione di un Paese sovrano.

2011. #Libia. Qui la trama del dramma è stata particolare. Non ci sono state vere e proprie bugie, come in Kosovo e in Iraq, ma la NATO ha interpretato in maniera palesemente fuorviata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle #NazioniUnite. La risoluzione aveva imposto una zona di interdizione al volo sulla Libia per bloccare gli aerei da combattimento di #Gheddafi che sono rimasti a terra. Tuttavia, le forze della NATO hanno semplicemente iniziato a bombardare le unità dell’esercito libico che combattevano i terroristi. Gheddafi è stato assassinato brutalmente, della Libia non è rimasto nulla – si sta ancora cercando di rimetterne insieme i pezzi e a guidare questo processo è stato scelto di nuovo un rappresentante degli Stati Uniti, nominato personalmente dal Segretario Generale delle Nazioni Unite senza alcuna consultazione con il Consiglio di Sicurezza. Nell’ambito di questo processo, i colleghi occidentali hanno più volte messo in scena accordi elettorali inter-libici, che si sono conclusi con un nulla di fatto. La Libia rimane un territorio ostaggio di gruppi armati illegali. La maggior parte di loro opera a stretto contatto con l’Occidente.

2014, febbraio, Ucraina. L’Occidente, rappresentato dai ministri di Germania, Francia e Polonia, ha di fatto costretto il Presidente Yanukovych a firmare un accordo con l’opposizione per porre fine allo scontro e risolvere pacificamente la crisi interna ucraina, istituendo un governo provvisorio di unità nazionale e tenendo elezioni anticipate entro pochi mesi. Tuttavia, anche in questo caso si è trattato di una messinscena: al mattino l’opposizione ha inscenato un colpo di stato, con slogan russofobi e razzisti, e i garanti occidentali dell’accordo non hanno nemmeno cercato di farli ragionare. Per giunta, hanno immediatamente iniziato a incoraggiare i golpisti nella loro politica antirussa, scatenando una guerra contro la loro stessa popolazione e bombardando le città del Donbass solo perché si rifiutavano di riconoscere il colpo di Stato anticostituzionale. Per questo, gli abitanti del Donbass sono stati dichiarati “terroristi”, sempre con l’incoraggiamento dell’Occidente.

Va notato che anche l’omicidio dei manifestanti di #Maidan, che l’Occidente ha attribuito alle forze di sicurezza fedeli a Viktor Yanukovych e ai servizi speciali russi, era una messinscena, come è presto emerso. In realtà, la provocazione è stata inscenata dai radicali dell’opposizione che collaboravano strettamente con i servizi di sicurezza occidentali. I fatti sono stati presto svelati, ma ormai lo spettacolo era andato in scena.

Quando la guerra nel Donbass è stata fermata e grazie agli sforzi di Russia, Germania e Francia nel febbraio 2015 sono stati firmati gli accordi di Minsk tra Kiev, Donetsk e Lugansk, Berlino e Parigi hanno assunto un ruolo attivo, proclamandosene orgogliosamente garanti. E nonostante questo, per i successivi sette anni, non hanno mosso un dito per costringere Kiev – come esplicitamente richiesto dagli accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’#ONU – ad avviare un dialogo diretto con i rappresentanti del Donbass al fine di concordare status speciale, amnistia, ripristino dei legami economici e svolgimento delle elezioni. I leader occidentali sono rimasti in silenzio anche quando Kiev – sia con Poroshenko, sia con #Zelensky – ha preso provvedimenti in esplicito contrasto con gli accordi di Minsk. Inoltre, i tedeschi e i francesi hanno dichiarato che il dialogo diretto tra Kiev e DNR e LNR era impossibile, addossando la responsabilità alla #Russia, nonostante questa non sia neanche menzionata nei documenti di Minsk e in tutti questi anni sia stata sostanzialmente l’unica a insistere sulla loro attuazione.

Se qualcuno aveva dei dubbi sul fatto che #Minsk fosse un’altra messa in scena, questi sono stati fugati da Poroshenko, che il 17 giugno 2022 ha dichiarato: “Gli accordi di Minsk non significavano nulla per noi, non avevamo alcuna intenzione di attuarli… il nostro compito era quello di allontanare la minaccia… di guadagnare del tempo per ripristinare la crescita economica e costruire la potenza delle Forze Armate Ucraine. L’obiettivo è stato raggiunto. Gli accordi di Minsk hanno esaurito il loro compito. Il prezzo di questa messa in scena lo sta ancora pagando il popolo ucraino, che per anni è stato costretto dall’Occidente a rassegnarsi a vivere sotto l’oppressione di un regime neonazista e russofobo. E quando Olaf Scholz ora chiede di costringere la Russia ad accettare un accordo sulle garanzie di integrità territoriale e sovranità dell’Ucraina, sta facendo uno sforzo vano. Un accordo di questo tipo c’era: gli accordi di Minsk, uccisi solo da Berlino e Parigi facendo da scudo a Kiev, che si è apertamente rifiutata di applicarli. Così la messa in scena è finita, “finita la commedia”. (N.d.t.: in italiano nel testo)

Tra l’altro, Zelensky è un degno successore di Poroshenko, davanti al quale era pronto a inginocchiarsi teatralmente in un comizio elettorale all’inizio del 2019 per porre fine alla guerra.

Nel dicembre dello stesso anno, egli stesso ha avuto la possibilità di attuare gli accordi di Minsk: a Parigi si è tenuto il “vertice di Normandia”, dove, in una dichiarazione adottata al massimo livello, si è impegnato a risolvere le questioni relative allo status speciale del Donbass. Naturalmente non ha fatto nulla e Berlino e Parigi lo hanno coperto ancora una volta. Un altro documento tanto pubblicizzato si è rivelato essere nient’altro che una messa in scena ucraino-occidentale – esattamente in linea con la logica di Poroshenko – per guadagnare tempo e rifornire di armi il regime di Kiev.

E poi la #Siria. Dopo l’attuazione dell’accordo del 2013 per la distruzione delle armi chimiche siriane, ratificato dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), che grazie a questo accordo ha vinto il Premio Nobel per la pace, nel 2017 e nel 2018 si sono verificate provocazioni plateali con la messa in scena dell’uso di armi chimiche a Khan Sheikhoun e nel sobborgo di Damasco di Douma. Sono stati diffusi video in cui compaiono persone, chiamate “Caschi Bianchi” (che si sono proclamate un’organizzazione umanitaria, ma non si sono mai presentate nel territorio controllato dal governo siriano) che aiutano i presunti residenti avvelenati, senza indossare indumenti protettivi o utilizzare accessori di protezione. Tutti i tentativi di convincere il Segretariato tecnico dell’OPCW a svolgere il proprio lavoro in buona fede e a garantire un processo di indagine trasparente sugli incidenti, come richiesto dalla Convenzione sulle armi chimiche (#CAC), sono stati infruttuosi. Ciò non sorprende: il Segretariato Tecnico è stato a lungo “privatizzato” dai Paesi occidentali, i cui rappresentanti vi occupano posti chiave. Proprio loro hanno collaborato a orchestrare le suddette bufale, che Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno utilizzato come pretesto per lanciare attacchi missilistici e dinamitardi sulla Siria, un giorno prima che una squadra di ispettori dell’OPCW, su nostra insistenza, arrivasse sul posto per indagare sugli incidenti, dopo la strenua resistenza opposta dall’Occidente all’invio degli ispettori.

La capacità dell’Occidente e del subdolo Segretariato tecnico dell’OPCW di organizzare messe in scene è stata evidente anche negli avvelenamenti di Skripal e Navalny. In entrambi i casi, le numerose richieste inviate ufficialmente da parte russa all’Aia, a Londra, a Berlino, a Parigi e a Stoccolma rimangono senza risposta, sebbene siano formulate nel pieno rispetto dei requisiti della CAC e debbano essere esaudite.

Allo stesso modo, occorre rispondere alle domande sulle attività segrete che il Pentagono (attraverso la sua Threat Reduction Agency) ha svolto in Ucraina. “Le scoperte fatte dalle forze dell’Operazione Militare Speciale nei laboratori militari-biologici nei territori liberati del Donbass e nelle aree adiacenti indicano chiaramente violazioni dirette della Convenzione sulle armi biologiche e tossiche (#BWC). I documenti sono stati presentati da noi a Washington e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È stata avviata una procedura di chiarimento della BWC. A dispetto dei fatti, l’amministrazione statunitense sta cercando di giustificarsi sostenendo che tutte le ricerche biologiche svolte in Ucraina erano esclusivamente pacifiche e di natura civile. Ma non ci sono prove.

Su scala più ampia, le attività militari-biologiche del Pentagono in tutto il mondo, soprattutto nello spazio post-sovietico, richiedono la massima attenzione alla luce delle prove sempre più evidenti di esperimenti criminali, spacciati per pacifici, con gli agenti patogeni più pericolosi, al fine di creare armi biologiche.

La messa in scena di “crimini” commessi dalle milizie del Donbass e dai partecipanti all’Operazione militare Speciale russa sono già stati menzionati in precedenza. Il costo di queste accuse è illustrato da un semplice fatto: dopo aver mostrato al mondo la “tragedia di Bucha” all’inizio dell’aprile 2022 (si sospetta che gli anglosassoni abbiano avuto un ruolo nella “regia della scena”), l’Occidente e #Kiev non rispondono ancora a domande elementari: se siano stati definiti i nomi delle vittime e quali siano i risultati degli esami autoptici. Come nei casi Skripal e Navalny sopra descritti – la “prima” pubblicitaria dello spettacolo messo in scena dai media occidentali è andata in onda e ora – “è impossibile riprendere le fila della storia”, smentire non serve a nulla.

Questo è il senso dell’algoritmo della politica occidentale: inventare una falsa informazione, gonfiarla fino a farla diventare una catastrofe universale nel giro di due o tre giorni, bloccando l’accesso della popolazione a informazioni e valutazioni alternative, e quando i fatti si fanno strada, vengono semplicemente ignorati, al massimo citati nelle ultime pagine delle notizie a caratteri piccoli. È importante capire che non si tratta di innocui giochi di guerra mediatici, perché tali rappresentazioni sono direttamente utilizzate come pretesto per azioni piuttosto concrete: punire i Paesi “accusati” con sanzioni, compiere barbare aggressioni contro di loro con molte centinaia di migliaia di vittime civili, come nel caso dell’Iraq e della Libia, tra gli altri. O – come nel caso dell’Ucraina – per usarla come materiale sacrificabile nella guerra dell’Occidente contro la Russia. Inoltre, gli istruttori NATO e i puntatori dei sistemi lanciarazzi multipli sembrano già dirigere le azioni delle Forze Armate Ucraine e delle Forze di Sicurezza Nazionale direttamente “sul campo”. Spero che tra gli europei ci siano politici responsabili e consapevoli delle conseguenze di questa situazione. In questo contesto è interessante che nessuno nella NATO e nella UE abbia stigmatizzato le parole inopinatamente pronunciate dal capo di stato maggiore dell’aeronautica tedesca Gerharz, che ha dichiarato necessario prepararsi all’uso di armi nucleari e ha aggiunto: “Putin, non cerchi di competere con noi”. Il silenzio dell’Europa suggerisce che essa ignora con compiacimento il ruolo della Germania nella propria storia.

Se guardiamo agli eventi odierni attraverso la lente della storia, l’intera crisi ucraina si presenta come un “grande gioco” basato sulla sceneggiatura promossa un tempo da Zbigniew Brzezinski. I discorsi sulle buone relazioni e sulla disponibilità dell’Occidente a tenere conto dei diritti e degli interessi dei russi che la dissoluzione dell’URSS ha colto nell’Ucraina indipendente e in altri Paesi post-sovietici, si sono rivelati solo una finzione. Già all’inizio degli anni 2000, Washington e l’Unione Europea hanno iniziato a chiedere apertamente a Kiev di decidere con chi stare: con l’Occidente o con la Russia?

Dal 2014. L’Occidente è inequivocabilmente al comando del regime russofobico che ha portato al potere con un colpo di Stato. Anche la presenza di Zelenski sul palcoscenico di un forum internazionale ancora più importante fa parte di una messa in scena. Fa discorsi patetici e poi, quando improvvisamente propone qualcosa di sensato, viene bacchettato, come è successo dopo il round di Istanbul dei colloqui russo-ucraini: a fine marzo sembrava esserci un po’ di luce nel dialogo, ma Kiev è stata costretta a fare un passo indietro, sfruttando tra l’altro l’episodio apertamente orchestrato di Bucha. Washington, Londra e Bruxelles hanno iniziato a chiedere a Kiev di non iniziare i negoziati con la Russia fino a quando l’Ucraina non avesse raggiunto la piena supremazia militare (particolarmente decisa è stata l’azione dell’ex primo ministro britannico B. Johnson, insieme a molti altri politici occidentali ancora in carica ma che hanno già dimostrato simile livello di inadeguatezza).
La dichiarazione del capo della politica estera della UE, J. #Borrell, secondo cui il conflitto dovrebbe terminare con “una vittoria dell’Ucraina sul campo di battaglia”, suggerisce che anche uno strumento come la diplomazia sta perdendo il suo significato nella “rappresentazione scenica” della UE.

Più in generale, è interessante osservare come l’Europa, “costruita” da Washington sul fronte anti-russo, soffra più di altri di sanzioni insensate, svuoti i propri arsenali fornendo armi a Kiev (senza pretendere di sapere chi poi le controlla e dove finiscono), liberando il proprio mercato per i successivi acquisti di prodotti militari-industriali statunitensi e del costoso GNL americano al posto del conveniente gas russo. Queste tendenze, unite alla fusione pratica della UE con la NATO, fanno sì che i discorsi fatti finora sulla “autonomia strategica” della UE non siano altro che una rappresentazione. La politica estera dell’”Occidente collettivo” è un “teatro per un attore solo” che per giunta porta alla ricerca costante di nuovi teatri di guerra.

Parte della strategia geopolitica contro la Russia consiste nel concedere all’Ucraina e alla Moldavia (che sembrano anch’esse destinate a un destino poco invidiabile) lo status di Paese candidato perpetuo alla UE. Nel frattempo, viene pubblicizzata la “comunità politica europea” avviata dal presidente francese Macron, in cui non ci saranno particolari benefici finanziari ed economici, ma si chiederà la piena solidarietà con la UE nelle sue azioni antirusse. Non si tratta più di un principio di “o l’uno o l’altro”, ma di “chi non è con noi è contro di noi”. Lo stesso Macron ha spiegato di che tipo di “comunità” si tratta: la UE inviterà tutti i Paesi europei – “dall’Islanda all’Ucraina” – a farne parte, ma non la Russia. Devo dire subito che noi non ne abbiamo bisogno, ma la dichiarazione stessa è rivelatrice, svela l’essenza di questa nuova impresa conflittuale e divisiva.

L’Ucraina, la #Moldavia e altri Paesi, che oggi vengono corteggiati dalla UE, sono destinati a fare da comparse nei giochi dell’Occidente. Gli Stati Uniti, in quanto principali produttori di questi spettacoli, scelgono la musica e la trama, sulla base delle quali viene scritta una sceneggiatura anti-russa in #Europa. Gli attori sono pronti; hanno competenze acquisite in ” “Studio Kvartal 95″; saranno in grado di dare voce a testi pieni di pathos non peggiori della già dimenticata Greta #Tunberg, e, se necessario, suonare strumenti musicali. Gli attori sono bravi: ricordiamo quanto Zelenski abbia interpretato in modo convincente il democratico in “Servo del popolo”, combattente contro la corruzione, contro la discriminazione dei russi e in generale “per ogni bene”. Ricordatelo e confrontatelo con il modo in cui si è trasformato istantaneamente in presidente, letteralmente secondo il metodo Stanislavskij: divieto della lingua russa, dell’istruzione, dei media, della cultura. “Se vi sentite russi, per il bene dei vostri figli e nipoti, andate a vivere in Russia”. Un buon consiglio. Ha definito gli abitanti del Donbass non persone, ma “esemplari”. E a proposito del battaglione nazista Azov ha detto: “Sono quello che sono. Ne abbiamo molti così”. Persino la #CNN si è vergognata di lasciare questa frase nell’intervista.

Ci si chiede quale sarà l’epilogo di tutte queste storie. In realtà, la messa in scena del sangue e del dolore umano è tutt’altro che divertente, ma è la manifestazione di una cinica politica di creazione di una nuova realtà in cui si cerca di sostituire tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale in generale con un “ordine” basato sulle proprie “regole”, nel tentativo di perpetuare un inafferrabile predominio negli affari mondiali.

Le conseguenze più devastanti per le relazioni internazionali contemporanee sono state le partite giocate in seno all’OSCE dall’Occidente all’indomani della fine della Guerra Fredda, di cui si è considerato vincitore. Rompendo rapidamente le promesse fatte all’URSS e alla leadership russa di non espandere la NATO verso est, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno comunque dichiarato il proprio impegno a costruire uno spazio comune di sicurezza e cooperazione nell’area euro-atlantica e, insieme a tutti i membri dell’OSCE, hanno firmato solennemente ai massimi livelli, nel 1999 e di nuovo nel 2010, l’impegno politico a garantire una sicurezza uguale e indivisibile, nell’ambito della quale nessuno tenti di rafforzare la propria sicurezza a scapito degli altri e nessuna organizzazione rivendichi un ruolo dominante in Europa. Ben presto è risultato chiaro che i membri della NATO non stavano mantenendo la parola data, poiché avevano puntato al dominio dell’Alleanza Nord Atlantica. Anche in quell’occasione, abbiamo proseguito i nostri sforzi diplomatici offrendo di sancire lo stesso principio di sicurezza uguale e indivisibile in un trattato giuridicamente vincolante. L’abbiamo proposto molte volte, l’ultima nel dicembre 2021. La risposta è stata un rifiuto categorico. Hanno detto senza mezzi termini: non ci saranno garanzie legali al di fuori della NATO. In altre parole, il sostegno occidentale ai documenti politici adottati ai vertici dell’OSCE si è rivelato una finzione a buon mercato. E ora la NATO, guidata dagli Stati Uniti, si è spinta oltre, chiedendo la soggezione non solo dell’area euro-atlantica, ma anche dell’intera regione Asia-Pacifico. L’amministrazione della NATO non fa mistero del principale destinatario delle sue minacce e la leadership cinese ha già dato una valutazione di principio di tali ambizioni neocoloniali. Pechino le ha messe a confronto con il già citato principio dell’indivisibilità della sicurezza, sostenendo la sua applicazione su scala globale per impedire a chiunque nel mondo di avanzare pretese sulla propria esclusività. Questo approccio coincide pienamente con la posizione della Russia. Lo difenderemo con coerenza insieme ai nostri alleati, ai partner strategici e a molte altre persone che la pensano come noi.

L’Occidente collettivo dovrebbe tornare sulla terra dal mondo delle illusioni. La messa in scena, per quanto continui, non funzionerà. È tempo di giocare pulito, non secondo le regole dei bari, ma sulla base del diritto internazionale. Quanto prima tutti si renderanno conto che non ci sono alternative ai processi storici oggettivi di formazione di un mondo multipolare sulla base del rispetto del principio dell’uguaglianza sovrana degli Stati, fondamentale per la Carta delle Nazioni Unite e per l’intero ordine mondiale, tanto meglio sarà.

Se i membri dell’alleanza occidentale non sanno vivere secondo questo principio e non sono pronti a costruire un’architettura veramente universale di sicurezza e cooperazione paritarie, allora che lascino in pace gli altri, che smettano di costringere nel loro campo con minacce e ricatti chi vuole fare di testa propria, che riconoscano nei fatti il diritto alla libertà di scelta di Paesi indipendenti che rispettano sé stessi. Questa è la democrazia – nella vita reale e non nella finzione di un palcoscenico politico disonesto.

Sergej Lavrov

18 luglio 2022

Ambasciata della Federazione Russa in Italia / Посольство России в Италии | Facebook

Questa guerra di Putin non è rivolta all’Europa… 

Questa guerra di Vladimir Putin non è rivolta all’Europa… il gioco della nuova guerra in Europa ha trame sottili e ben affusolate, che iniziano con una provocazione velata da parte degli Stati Uniti d’America sotto la presidenza di Barack Obama, lo ricordate il presidente nero sorridente e accomodante… una lusinghiera facciata! Joe Biden tesseva le fila di una guerra in sordina nascosto agli occhi del mondo, ma non a quelli della Nato… diciamo che faceva buon viso e cattivo gioco! Sarebbe stato facile inasprire i cuori degli ucraini piazzando benessere e savoir faire di tipo americano in un paese abituato al rigore! Noi siamo stati svezzati con hamburger e coca cola! Mentre con la scusa di formare false democrazie (pandemia, vaccini, tamponi e green pass sono un esempio) negli anni furono promosse guerre su guerre portatrici di morte e distruzione! Ma fino a quando erano lontane da casa tutto filava liscio… La Nato era contenta di vendere armi al popolo e al governo e un nuovo ideale di vita in Ucraina! Ma il profitto era ciò che contava! Nulla di più! Per i contestatori contrari e i filo-russi nel Donbass se ne occupavano le milizie Azov e Aidar… tanto i nazionalsocialisti discendenti delle Schutzstaffel SS sono annidati anche nei poteri delle potenze occidentali! Era tutto in famiglia! … Questa guerra di Putin non è rivolta all’Europa… questa guerra è stata progettata contro la Russia, ma il presidente russo l’ha semplicemente anticipata con un’invasione. La guerra ci sarebbe stata ugualmente! Sarebbe stata escogitata dopo l’entrata di Zelens’kyj in Nato… era imminente entro i primi di marzo… ma questo Putin lo ha evitato sventando l’inizio di una guerra tra potenze mondiali! E mentre in Ucraina si combatte per far crollare un complotto occidentale che brama per il controllo globale, nel contesto gli ucraini sono tra l’incudine e il martello, dal lato ovest del mondo si cerca in tutti i modi di trasformare un conflitto per il controllo dei confini degli stati cuscinetto in una guerra che abbia il sentore di terza guerra mondiale! E quel che la Nato sembra aver dimenticato è che la Russia per ben due volte nella storia delle grandi guerre è stata al fianco della salvaguardia dei paesi europei, tra errori misfatti e alleanze, mentre il governo democratico americano ha sempre cercato di frammentarne la forza, la compattezza, l’unione della Grande Europa, cuore del Vecchio Mondo!

Marius Creati

NATO, ex militari accusano menzogne per la guerra contro Iraq e Afghanistan

June 4, 2012 Leave a comment

Durante il vertice NATO a Chicago, sotto lo sguardo della polizia antisommossa, diverse dozzine di ex combattenti della guerra di Iraq e Afghanistan hanno gettato le loro medaglie e presentato le loro scuse.
“Non c’è nessun onore in queste guerre – ha commentato tra gli altri Alejandro Villatoro, ex sergente dell’esercito americano – c’è solo vergogna”.
« Non ho parole per qualificare questa guerra globale al terrorismo, una vergogna. »
“Quando mi sono arruolato ero convinto di farlo perché stavamo dalla parte del giusto – racconta ad esempio Graham Clumpner, 27 anni, dallo stato di Washington – Ora non ci credo più, ne ho viste troppe: vite violate, soldi buttati, abusi inutili. Tutto per far guadagnare le aziende che incassano profitti con la guerra, mentre a noi davano 1.500 dollari al mese per farci sparare addosso”.
« Avrei dovuto liberare delle persone, ma ho liberato solo campi di petrolio. »
« Nessuna medaglia, nessun nastro, nessuna bandiera possono nascondere la somma della sofferenza umana causata da questa guerra. »
« Sono soprattutto dispiaciuto. Sono dispiaciuto per voi, mi dispiace… »
« L’esercito è in crisi, i soldati soffrono di traumatismi sessuali, di stress post traumatici, di traumatismi celebrali, e non ricevono nemmeno i trattamenti che meritano e di cui hanno bisogno. »
I manifestanti affermano che la guerra in Iraq e in Afghanistan sono basate su menzogne e su delle politiche destinate a fallire. Queste guerre hanno un costo di centinaia di migliaia di vite e di miliardi di dollari che sarebbero potuti, secondo gli ex militari, essere consacrati al finanziamento di scuole, di cliniche e di programmi sociali negli Stati Uniti.

Dioni – Fonte: Voltairenet

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Shell, trivelle pronte in prossimità dell’Alaska

May 22, 2012 Leave a comment

L’amministrazione Obama ha dato via libera alla Shell per impiantare trivelle vicino al Mar Glaciale Artico, in prossimità dell’Alaska. Ma il colosso petrolifero anglo-olandese prima di poter iniziare i lavori in 4 pozzi al largo dell’Alaska dovrà ottenere l’autorizzazione anche da parte dell’Agenzia per la protezione ambientale, l’Agenzia per la preservazione della fauna e quella per la gestione delle risorse marine. In definitiva però il maggiore scoglio, quello dell’approvazione da parte del Congresso degli Stati Uniti è stato superato grazie alla volontà del presidente Obama. Secondo una ricerca effettuata e pubblicata sul New York Times, l’Alaska potrebbe avere risorse petrolifera pari a circa 27 miliardi di barili di petrolio, una stima che coprirebbe il fabbisogno di 25 milioni di automobili per un periodo di 35 anni.

Carla Liberatore

Fonte: MondoRaro

Anita Garibaldi, eroina nazionale brasiliana

Il nome di Anita Garibaldi è definitivamente entrato nel libro degli eroi brasiliani, infatti una legge federale la include nel ‘Libro degli eroi della patria’ per effetto di un testo a firma della presidente Dilma Rousseff, custodito gelosamente presso il Pantheon delle libertà e della democrazia a Brasilia. Nel libro degli eroi sono annoverati tutti coloro che si batterono con eroismo per dare vita allo stato del Brasile.

Fonte: AGS Cosmo

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Argentina, petrolio nazionalizzato dalla presidentessa Cristina Kirchner

April 16, 2012 Leave a comment

L’Argentina nazionalizza il petrolio espropriando la quota di controllo di una società, YPF, che rappresenta un quarto dell’utile operativo del gruppo spagnolo Repsol. L’annuncio ha lasciato a bocca aperta Madrid e Buenos Aires ha subito rassicurato i gruppi stranieri presenti nel Paese: non dovete temere per il vostro futuro. Una rassicurazione che è suonata però come una minaccia. Ora tra gli investitori stranieri in Argentina regna la paura.
La presidentessa argentina Cristina Kirchner ha annunciato questo pomeriggio che prenderà il controllo della compagnia del petrolio YPF, filiale del gruppo spagnolo Repsol. In un intervento nella Casa Rosada il capo dell’esecutivo argentino ha annunciato “l’esproprio” del 51% delle azioni della compagnia che passeranno nelle mani del governo: il 49% di questa fetta sarà distribuito tra le province produttrici di petrolio, il 51% resterà allo Stato centrale. I dettagli dell’iniziativa, annunciati da una voce registrata in mezzo ai cori da stadio peronisti nella sede del governo, lascia a bocca aperta la Spagna in cui è in corso un vertice di crisi per studiare una risposta.
Il governo argentino, la cui decisione è stata preceduta da mesi di voci e inchieste giornalistiche, non ha giustificato la misura come «una questione di interesse nazionale»: nel 2010 il paese si è visto obbligato a importare combustibili per un totale di 10 miliardi di dollari. La decisione è stata presentata sotto il titolo altisonante di «Sovranità degli idrocarburi della Repubblica Argentina» ed è stata giustificata con il fine del «raggiungimento dell’autosufficienza». Secondo Kirchner, «l’Argentina è l’unico paese d’America che non gestisce le proprie risorse naturali». L’annuncio arriva dopo mesi di pressioni del governo argentino su Repsol: La Kirchner punta il dito sulla mancanza di investimenti della compagnia sul territorio che sarebbe la causa della caduta della produzione.
L’esproprio riguarda il 51% della totalità di YPF che corrisponde esattamente alla quota di Repsol. La restante proprietà rimarrà in mano della famiglia Eskenazi e di altri piccoli investitori.
Ma per capire a fondo questa storia è necessario ricordare l’acquisizione: nel 1999 Repsol decise di scommettere sulla internazionalizzazione e comprò il gruppo YPF per 13 miliardi 437 milioni di euro, un prezzo nemmeno pronunciabile se tradotto nelle antiche pesetas. Eppure anche il Financial Times allora premiò il presidente del gruppo, Alfonso Cortina, per aver condotto la fusione dell’anno. Come è facile da immaginare l’acquisizione fu un duro colpo per l’opinione pubblica , tanto che il successore di Cortina, Antonio Brufau, dovette compiere enormi sforzi per mantenere gli equilibri all’altro lato dell’oceano. Il gruppo Petrersen (della famiglia Eskenazi) fu scelto nel 2008, con il consenso del governo che mantenne diritto di veto, per argentinizzare la gestione, ed estese la sua quota al 26%. L’inizio della fine è stato un lento deterioramento delle relazioni del governo Kirchner con la famiglia proprietaria di Petersen.
I tentativi di salvare il salvabile da parte spagnola sono stati numerosi, tanto da fare intervenire in un’occasione il capo dello Stato (il re Juan Carlos) per contenere i danni. YPF rappresenta un quarto dell’utile operativo di Repsol, che non può attualmente reggere il colpo dell’esproprio. Nell’intervento alla Casa Rosada, Kirchner ha fatto riferimento a un articolo apparso negli ultimi giorni sulle pagine del quotidiano spagnolo El País in cui si riportavano questi dati e si accusava «la politica economica del governo con aumenti dei salari superiori al 20% e congelamento delle tariffe e dei prezzi dei prodotti» di essere la causa dei problemi di approvvigionamento energetico argentino. In relazione al testo ha dichiarato che «la presidentessa argentina non risponde a nessuna minaccia». Ha poi rassicurato dicendo che nessun gruppo straniero, che investe in Argentina, deve temere per il proprio futuro. Una rassicurazione che suona più che altro come una minaccia.
Tra gli investitori stranieri in Argentina regna il timore. Il congelamento delle tariffe che non segue l’andamento della crescita dei costi già soffoca il mercato. Ogni gruppo straniero, secondo quanto conferma un insider, ha nel proprio Cda almeno un uomo del governo. In concomitanza di questa azione contro Repsol l’uomo del governo avrebbe insistito affinché i dividendi venissero reinvestiti nel 100% sul territorio. Questo significa che la mano della Kirchner non ha bisogno degli espropri, i metodi di pressione sono variegati. Per quanto riguarda l’Italia, due gruppi del nostro paese gestiscono le reti del gas, sono Camuzzi e Techint, anche se la loro posizione non è nemmeno paragonabile a quella di Repsol.
In Spagna, il quotidiano El País informa questa sera che il presidente del Governo Mariano Rajoy, la vicepresidente dell’Esecutivo Soraya Sáenz de Santamaría e il ministro dell’Industria, José Manuel Soría si sono riuniti in un incontro di emergenza per studiare per reagire all’esproprio. Nel frattempo le azioni di YPF sono cadute del 19% alla borsa di New York.

Fonte: Linkiesta

Kofi Annan, incontro con Bashar Assad in Siria

March 10, 2012 Leave a comment

L’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan è arrivato in Siria per cercare di aiutare a mettere fine al conflitto che da un anno sta insanguinando il Paese. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa statale Sana, Anna è già a colloqui con il presidente Bashar Assad. La visita, aveva spiegato lo stesso ex segretario generale dell’Onu, si concentrerà su la possibilità di trovare una via d’uscita pacifica alla crisi che ha già provocato la morte di oltre 7.500 persone. Ma la missione internazionale di alto profilo si è dovuta imbattere ancora prima di iniziare con il secco no da parte dell’opposizione agli appelli di Annan al dialogo con il regime.
La missione segna un importante passo della comunità internazionale in direzione della pace a quasi un anno dall’inizio delle proteste dell’opposizione contro Assad, nate sull’onda delle rivoluzioni scattate in Tunisia ed Egitto. Secondo quanto riferito ieri ai giornalisti dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, la priorità di Annan è il raggiungimento immediato della fine delle violenze da parte di soldati governativi e combattenti dell’opposizione. Un cessate il fuoco, ha aggiunto Ban, dovrà comunque essere immediatamente seguito da colloqui politici che includano tutte le parti.
Un compito tutt’altro che semplice, visto che solo ieri il leader del Consiglio nazionale siriano, Burhan Ghalioun, ha respinto gli inviti da parte di Annan al dialogo. “Ogni soluzione politica – ha detto parlando da Parigi – non avrà successo se non accompagnata dalla pressione militare sul regime. Nel suo incarico di inviato internazionale, speriamo che (Annan, ndr) abbia modo di mettere fine alle violenze”.

Fonte: La Presse

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