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Yohji Yamamoto, worries and wisdom of the master

October 9, 2015 Leave a comment
yohji yamamoto
After his Paris collection at the weekend, we spoke to the master about a career and life lived without regrets, and why his brand will die with him.

You have said that fashion had nothing to do with trends, what do you mean by that?
I never followed the rules of fashion. I always found short cuts, and paths that I created especially for myself. I wanted to oppose the system of trends and propose something new. When everyone says that something is beautiful, I don’t like it.

Do you feel like an artist?
I don’t know. I’ve always been very careful with the word “art”. What is art? Something that can pierce your heart and change your life? It is a precious word, it is dangerous to use it inappropriately. If fashion was art, it would not be in fashion.

Has fashion never been an art?
No, never. It is always clothes.

Do you think the fashion world has changed a lot since you started?
Yes, fast fashion ruined everything. People waste clothing. They buy and buy, sometimes without even wearing it, and ultimately end up swinging it in the trash. It is pollution. Even some products that are used to make the clothes are toxic. There is already so much unnecessary waste in the world. How many planes are flying in the sky right now? The earth is becoming warmer. She is angry. We should really think about how to better manage our industry. I am not an environmentalist, but for some time I have felt very strongly that the earth is angry. We need everyone to calm down. Do not rush. It’s tiring — those people who always want more. Money is a boring thing, don’t you think? Something that is meant to bring comfort is making people uncomfortable.

Are you aware of having influenced a generation of designers?
The new generation does not have time to breathe. They should stop watching their screens. They think about the world through their computers, but they do not know. For me there is no fight. I never found someone at my level. I have no rival. In any case, not yet.

Do you ever plan to stop one day?
I can not imagine myself retired. It must be so boring. I also think it’s hard to imagine my brand without me. I think Yohji Yamamoto will die with Yohji Yamamoto.

Are you nostalgic?
Yes, a little bit. There is something romantic in the past. It stimulates me intellectually. But I do not rest on my laurels. I want to innovate, every season. That rhythm, that momentum, that’s what keeps me going. I’m never satisfied, never happy with my work. This pursuit of “always better”, that’s my engine, which is something more than nostalgia. I am pessimistic; my mother was a widow, I grew up in poverty. At the age of five I realised that the world was unfair. I always had fire in my belly. It’s hard, but that weight forced me to never fall into mediocrity.

What can we do to avoid mediocrity?
When I started in Tokyo, everyone criticised me, “Why does he creates these dirty outfits?” Rather than resign myself, I decided to take a risk, moving to Paris, this beautiful city, and opening a small store in the hope that people out there would appreciate my dirty clothes.

Well it worked, you’ve had a lot of success!
I have always been wary of success, it attracts a lot of violence. People are envious and jealous. And then when we taste it, we’re just constantly chasing. For me, success is the reward for work well done. Americans have other ideas of success (laughs).

What do you want?
I have become an encyclopaedia, when it comes to clothing. I can answer any question. But it’s starting to annoy me. Sometimes I want to move on. I have started to write and paint. I am a phoenix. I want to make films too.

What kind of movies?
Half fiction, half documentary. Or maybe porn.

Text Tess Lochanski – Photography Charlie Engman

Fonte: i-D

Il maestro Giorgio Mattioli a colloquio con Marius Creati

Il maestro Giorgio Mattioli a colloquio con Marius Creati

Il celebre maestro Giorgio Mattioli, simbolo contemporaneo dell’arte italiana e mecenate eccelso della cultura che, dagli anni della sua giovinezza, espande attraverso le sue opere un pensiero artistico profondo e sapiente, militante da molti anni nell’arte figurativa mediante la quale traduce colori e forme in un linguaggio pittorico in sintonia con l’ambiente mentre, silente, si accosta alla corrente metafisica con tratti visibili intrisi di sublimazioni surreali.

Il maestro Mattioli opera nel palcoscenico mnemonico dell’evoluzione biologica nel quale corpi prestanti, forme sinuose, luoghi della memoria e strutture figurative rivelano il panorama illustrativo della fantasia tramite colori, segni, materia e accostamenti cognitivi della coscienza. Artista di frontiera, Giorgio Mattioli rivela una tranche del suo ammirevole sembiante dottrinale rivelando aspetti estetici e coscienziosi del suo ammirevole credo esistenziale dell’Arte.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Cosa rappresenta l’arte secondo la sua opinione?

G.M.: A mio avviso l’arte è un mezzo narcisistico ed una sorta di auto proiezione antropologica e psicologica che fa parte dei più nobili e profondi  istinti dell’uomo, sin dalla sua prima infanzia e sin dall’infanzia dell’umanità.

M.C.: Quale significato assume nello studio e nell’esperienza dell’espressione estetica delle sue opere?

G.M.: Il significato che mi appare chiaro è quello di un detective sempre impegnato in investigazioni che contengono proposizioni su/riguardo l’arte. Ogni elemento di una proposizione artistica è soltanto un elemento funzionante in un contesto più ampio: l’investigazione appunto. Comunque credo che il concetto di Arte sia totalmente astratto e che esista a mo’ di informazione.

M.C.: Secondo il suo parere, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni?

G.M.: Ho sempre creduto in Benedetto Croce e dell’arte come espressione del sentimento.

M.C.: In che rapporto si pone con la visione del colore? Come vive la sintesi rappresentata in ciascuna opera pittorica?

G.M.: La vivo in diverse fasi…prima  cancello, massacro la natura ed ogni tipo di modello precostituito o sedimentato nei miei ricordi, poi una volta sbarazzatomi da ogni costrizione segua la tempesta del mio Es fatta di violente spatolate di colore, segni, agitazioni profonde quasi inconsulte. Le mie opere sono ancora al limite della pittura, un limite ormai difficile da segnare come dire: NULLA DIES SINE LINEA!

M.C.: In che modo deve porsi dinnanzi all’espressione del suo operato? E come arriva a completarne la sua essenza?

G.M.: Con grande umiltà, animo puro e mente sgombra. Ciò è possibile solamente con una vita spartana contro le fantastiche dicerie che cantano di artisti dediti ad ogni forma di droghe e dissolutezze. Per completare l’essenza del mio operato  spesso ci vuole fortuna  che a sua volta può nascere unicamente dal fertile terreno del MINISTERIUM.

M.C.: Esistono qualità intrinseche generali per far si che un lavoro artistico assuma il connotato di opera d’arte? Esistono qualità profonde nella sua visione personale?

G.M.: E’ sempre rischioso definire un’opera d’arte. Si ha troppa fede nelle affermazioni teoriche, alle interpretazioni pseudo scientifiche di teorie fisiche, fisiologiche o psicologiche da parte degli addetti ai lavori, pubblico compreso! La storia dell’Arte ha dimostrato largamente che teorizzare troppo sull’opera d’arte puo’ portare a grossi strafalcioni. Io stesso a volte dubito sul valore delle mie quindici correnti create dal 1980 al 2010. Le qualità intrinseche oggi consistono maggiormente nell’interessare al proprio operato i critici ed i mercanti: sono loro gli DEI EX MACHINA che indirizzano l’incredibile FENICE del bello. Certo che esistono qualità intrinseche generali come esiste l’opera che si eleva sulle altre ma pochi sanno guardare perché di giorno in giorno aumenta la cecità!

M.C.: Quale significato assume la penetrazione dell’opera nel suo lato più intimo?

G.M.: Il  significato  spesso è di profondo piacere, liberazione, intima soddisfazione e, senza peccare di presunzione, anche di una gioia infinita per una creatura che non esisteva alla quale l’artista vero e puro, che della propria attività ne ha fatto un sacerdozio, ha donato la vita. Così si è forse vicini ad un complesso coacervo di sentimenti materni. 

M.C.: Esiste un binomio che unisce arte e scienza? In un eventuale processo evolutivo parallelo in che modo si correda con la realtà?

G.M.: Il binomio fra arte e scienza è una storica indissolubile unione e l’una non può e non deve esistere senza l’altra. Questo binomio ha portato all’evoluzione dell’uomo. Sebbene gli artisti sono stati considerati i reietti della società umana, essi e solo essi hanno elevato la razza umana dal livello primitivo a quello odierno. Quale processo evolutivo può esistere se la realtà rifiuta il governo degli artisti che non hanno alcuna possibilità di sostenersi? Come si può servire contemporaneamente il Massimo Fattor e Mammona?

M.C.: Intuizione, esistenza, esperienza… La creatività può giocare con la conoscenza pratica della vita?

G.M.: La creatività, figlia della fantasia e dell’immaginifico, vive in zone della mente che solo i grandi artisti hanno sviluppato. Questa nostra umanità tecnologica, robotizzata oltre misura, come può comprendere le immense forze degli uragani creativi con i quali risolverebbe tutti i problemi? Attorno a Noi Artisti esistono per la maggior parte piccoli omuncoli con grandi portafogli, ville, automobili, aerei perfettamente inseriti nella corruzione. Questa è la mia conoscenza pratica della vita e la mia creatività, purtroppo, non potrà mai giocarci.

M.C.: L’arte è sempre originale? In che modo si amalgama con la limitazione dell’opera?

G.M.: L’arte non è sempre originale. L’Arte è ben altro… in una sola parola l’Arte è l’evoluzione continua, costante e intelligente dei suoi sacerdoti che a volte giungono ad immolarsi per Essa; v.v. Van Gogh, Modigliani, Soutine, Merisi, Rossi e mille altri ancora.

M.C.: Secondo il suo parere, il processo creativo assume sempre la stessa fisionomia d’insieme per ciascun artista?

G.M.: Per quanto mi riguarda il processo creativo è legato ad un ormai perduto orientamento biofilo della moderna società umana. Aver perso l’orientamento biofilo significa aver perso l’amore per la vita, con le sue emozioni, i pensieri, i gesti! Questo porta alla fusione fra cellule ed organismi, alla creazione di un nuovo essere e nel nostro caso di una nuova opera d’Arte. Ed anche se biologi e filosofi sostengono che questa è una proprietà “innata” mi è naturale controbattere: ”innata si, ma non in questo nostro mondo che ha trasformato la necrofilia o desiderio per la morte e quindi del male in vanità, ricchezza e possesso egoistico. In questo contesto il processo creativo dipende dalla forza che ciascun artista possiede per isolarsi da tanto putridume. Platone nello ”Ione” risolve questo problema affidando la creatività dell’artista all’intervento di un Dio!  Ma i tempi passano e mutano ed ora il Dio si chiama fantasia, immaginazione, volontà, tecnica, professionalità, umiltà, coscienza, intelligenza, attitudine e soprattutto esperienza, tutte qualità queste diverse.

M.C.: Come vede il rapporto aulico tra l’uomo e l’arte? Esiste un concertato alchemico biunivoco imprescindibile sinonimo di culto estetico?

G.M.: Bisogna preparare l’uomo. Occorrerebbero scuole specifiche per preparare l’umanità a vedere ”OLTRE LO SGUARDO CHE NON SI ARRESTA”. E quando l’uomo riuscirà a creare anche un solo seme di grano allora io stesso presenterò al mondo l’ELISIR del culto estetico!

N.B. Per una maggior conoscenza di ciò che penso a proposito dell’Arte, consiglio di consultare la mia ultima pubblicazione titolata: “ 666 il Tempo della Bestia” – Di Felice Edizioni – Il libro, dedicato a tutti gli artisti, consta di una raccolta di 666 aforismi sull’Arte.

Roseto degli Abruzzi, 07-07-13

Giorgio Mattioli

Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati… tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali

Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati... tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali
Riccardo Magnani, noto scrittore italiano da molti anni ricercatore appassionato dell’opera di Leonardo Da Vinci, si é lasciato coinvolgere dallo studio dei dipinti del grande maestro rinascimentale e degli altri maestri artefici del periodo rinascimentale al fine di trovare una rispondenza autorevole tra l’arte, la musica, la musicalità dell’arte e il simbolismo esoterico delle opere del coevo periodo storico, a tal punto da condividere una serie di aspetti finora ritenuti misteriosi che indubbiamente continuano ad illuminare il percorso della storia verso nuovi bagliori della conoscenza. Una realtà innovativa per la ricerca dell’opera antica attraverso cui esporre nuovi concetti che vanno ad arricchire incontrovertibilmente il panorama culturale del nostro passato.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Quali sono i paesaggi che Leonardo Da Vinci e gli altri pittori del periodo cercano di rappresentare nelle loro opere durante il Rinascimento? Sono paesaggi piuttosto convenzionali o in loro sussiste un ideale che influenza le loro scelte?

R.M.: In prevalenza, il paesaggio su cui si focalizza l’attenzione dei più, a partire da Leonardo da Vinci stesso, è una montagna, il San Martino, caratterizzato dalla particolarità di presentare un buco centrale inconfondibile, oltre naturalmente al profilo caratteristico.
Mi chiedi se son paesaggi convenzionali o richiamano un ideale; in realtà né uno né l’altro aspetto. 
E’ come se vi fosse una sorta di autotassazione da parte dai pittori rinascimentali nel porre al centro dei paesaggi ritratti alcuni paesaggi ben determinati, ovvero le montagne attorno alla mia città, Lecco.
Un gesto che va ben oltre il mero manierismo, e che identifica invece la necessità di identificare un luogo ben preciso in cui una musica particolare è stata lasciata in deposito, quasi a dare delle direttive geografiche per raggiungerla.

M.C.: Perché nei vari dipinti rinascimentali viene spesso associato un carattere simbolico all’immagine dipinta? Cosa cercavano di dimostrare gli artisti del passato mediante alcune icone rappresentative?

R.M.: Non sveliamo nulla dicendo che la necessità di disseminare l’arte rinascimentale di simboli nascosti nasce dall’esigenza di trasmettere un sapere esoterico oltre le maglie strette del regime inquisitorio, nato a cavallo tra medioevo e rinascimento.
Sfruttando l’uso di un’iconologia di stampo cattolico, rigorosa dei canoni biblici di riferimento, si celavano nelle opere messaggi più o meno segreti e codificati in maniera tale che, all’osservatore attento e interessato, potessero giungere i messaggi che nell’opera si intendevano celare.
A volte si trattava solo di esprimere un’appartenenza ideologia o religiosa da parte del pittore e/o del suo committente, altre volte invece, come nelle opere leonardesche, si trattava di mettere in circolazione un vero e proprio canone sapienziale.
L’esempio più banale che posso citare in questa sede, è l’uso della mano espressiva dello Hieros Gamos, ovvero l’unione di due sigizie o divinità, più in generale espressione del rebis alchemico, ovvero la congiunzione della parte maschile con quella femminile, cioè la riunificazione tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, ombra e luce e così via. Utilizzato dagli allievi di Pitagora per riconoscersi tra loro, lo Hieros Gamos è espresso nella pittura rinascimentale dalla mano aperta in cui il dito medio e il dito anulare, il terzo e il quarto, il padre e la madre, sono uniti.
Potete osservare qualunque dipinto, e noterete come questo particolare da subito caratterizzi l’opera per contenuti esoterici o meno a seconda che la mano esprima o meno lo Hieros Gamos. A titolo esemplificativo posso citare la Vergine allo specchio di Tiziano, o la bellissima scultura del Bernini rappresentativa del Ratto di Proserpina, o tutta la produzione del Bronzino, pittore di corte Medicea; naturalmente il primo a imporre questa simbologia fu Leonardo, quando ancora era presso bottega dal Verrocchio.
In quel gesto, così semplice e apparentemente insignificante, è raccontato un vero e proprio mondo filosofico, ma anche matematico se vogliamo: lo Hieros Gamos, infatti, è espressione del teorema di Pitagora, in cui il figlio (cinque) è determinato dalla congiunzione sommatoria tra padre (tre) e madre (quattro); nel teorema omonimo, la funzione è espressa in potenza quadrata.
Naturalmente l’unione non è carnale, ma come detto alchemica: la sublimazione della nuova vita è dettata dalla sommatoria unificata tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, maschile e femminile, etc etc.

M.C.: Come mai soltanto adesso si riesce a carpire il vero significato simbolico tralasciato dagli autori? Tale conoscenza brancolava nel buio oppure vagava nell’illusione offuscata dall’oblio?

R.M.: Purtroppo, come spesso accade, il linguaggio nato per soddisfare la necessità di svelare una realtà esoterica, diventava a sua volta un linguaggio dogmatico; questa è stata la sorte delle scritture bibliche, trasposizione di miti religiosi più antichi di carattere pagano, ma questo è ormai arcinoto.
La simbologia utilizzata per comunicare oltre le maglie delle restrizioni dei censori dogmatici nel rinascimento ha così assunto a sua volta il carattere di ciò che intendeva combattere e aggirare, ovvero un terzo significato a sua volta vincolante.
L’espressione di ciò l’abbiamo raggiunta col ruolo di Maria di Magdala, la Maddalena, assurta alle cronache moderne con l’artifizio letterario di Dan Brown proprio cavalcando la simbologia contenuta nelle opere leonardesche; in realtà essa è espressiva di una ghiandola del nostro corpo, l’amigdala, sentinella di un’altra ghiandola molto importante, la pineale (che gli antichi egizi hanno sintetizzato con l’Occhio di Horus) Ma come detto, nell’immaginario collettivo ha assunto un carattere dogmatico pur nascendo da una simbologia di ispirazione esoterica.
Quindi, per rispondere alla domanda, credo di poter dire che l’evoluzione temporale dal tratto simbolico alla sua decodificazione sia un riflesso fisiologico dell’inerzia con cui un dogma tiene vincolate a sé le menti delle persone.
Il maggior nemico della conoscenza sono spesso le sovrastrutture dogmatiche e accademiche di riferimento, e non è un caso che le maggiori scoperte che hanno dato nuovo impulso alla scienza e alla conoscenza siano nate da intuizioni o da personaggi normalmente non affini al mondo accademico.
A questo si aggiunga la non ininfluente circostanza che l’uomo è portato a credere e illudersi nella vana speranza di un facile beneficio ultraterreno, creato ad arte dai propositori della fede per compensare un disagio terreno nelle menti di coloro che vi si affidano.

M.C.: Quanto la musica affascinava l’opera degli artisti rinascimentali? Che tipo di valore si attribuiva al discorso pittorico musicale?

R.M.: Per dare una risposta corretta a questa domanda bisogna chiarire cosa si intenda per musica, innanzitutto.
Al giorno d’oggi, in cui la conoscenza è inquadrata secondo paternità e genealogie fittizie, siamo soliti far risalire l’uso delle annotazioni musicali a Pitagora, anche se gli elementi di osservazione oggettivi ci riportano a conoscenze musicali ben più anteriori, risalenti a migliaia di anni prima.
Mi è però utile richiamare Pitagora per inquadrare il concetto di musica; egli affermava che “la geometria è musica solidificata”, esprimendo così la sintesi perfetta di cosa si debba intendere per musica allorquando si voglia comprendere il messaggio musicale inserito nell’arte rinascimentale.
La musica è di fatto quel sistema armonico vibrazionale appartenente alla nostra galassia che determina una legge assoluta di dipendenza imponendo a tutto ciò che la compone una sorta di vincolo di risonanza vibrazionale.
Ciò che la natura crea, è soggetto a questa regola naturalmente; ciò che è creato dall’uomo, invece, o da esso mediato, non sempre segue questa naturalezza.
Da sempre, la musica intesa in questo modo è legata al cosiddetto “regno dei cieli”, e quindi nella rappresentazione che ne veniva fatta da parte degli artisti rinascimentali.
Questa “musica” ha regole matematico-geometriche rigorosissime che trovano nella forma di un Nautilus o di una pigna la propria espressione massima: elicoidale logaritmica e numerologia, in rapporti matematici rigorosi e imprescindibili: sezione aurea e sequenza di Fibonacci ne sono la sintesi sintattica.
A queste regole “auree”, desunte dallo studio dei classici greci e portate a Firenze in occasione del Concilio che Cosimo de Medici volle fortissimamente nel tentativo di riunire la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, si sono ispirati tutti i pittori rinascimentali, nel tentativo di esprimere questa regola aurea naturale imprescindibile per il raggiungimento del cosiddetto regno dei cieli.
Anche in questo caso, troviamo in un passo di Cicerone tratto dal De Repubblica un passo importante per comprendere:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”

M.C.: Come si dovrebbe intendere l’universo musicale delle opere leonardesche? E’ possibile classificare i suoi paesaggi secondo un compendio puramente storico oppure in essi si nasconde un fondamento più misterioso?

R.M.: L’utilizzo dei paesaggi da parte di Leonardo da Vinci segue un rigoroso compendio storico-impressionistico asservito alla necessità di comunicare “verità” filosofiche. Le faccio un esempio immediato: la grotta naturale in cui egli inscrive la scena della Vergine delle Rocce è una grotta realmente esistente, poco sopra la città di Lecco; si tratta presumibilmente di una delle miniere dei Pian dei Resinelli, utilizzata in quest’opera per esprimere un concetto caro a Platone e Dante, ovvero quel mito della Caverna di Platone che per Dante diviene Selva Oscura.
Lo stesso sfondo della Gioconda, espressivo della città di Lecco, viene frazionato in due parti: l’una, posta a sinistra, che identifica il Nord magnetico, e l’altra, posta a destra, che identifica il Sud magnetico. Solo riposizionando il paesaggio di destra sotto quello di sinistra si ottiene la naturalità del paesaggio lecchese, ma a ben pensare questo atto ripete idealmente il concetto di Rebis alchemico, la riunione degli opposti, la parte femminile e quella maschile, istinto e ragione, che in ultima analisi è il tema portante del quadro.
La Mona Lisa altri non è se non la parte femminile di Leonardo riunita alla sua parte maschile; non c’entrano nulla Lisa di Gherardini, Bianca Maria Sforza e tutti gli altri improbabili accostamenti che si sono fatti fino ad oggi dagli studiosi, lacunosi di questo messaggio sotteso all’opera.
Lo stesso messaggio è riproposto in analoga maniera da Raffaello, il quale ci consegna la sua propria Gioconda nella rappresentazione di San Sebastiano; allo stesso modo di Leonardo, Raffaello si ritrae nei panni femminili, a richiamare una androginia sottesa e un rimando musicale nemmeno troppo velato, contenuto nella veste, in cui appare un chiaro frammento di tastiera, sul quale vi consiglio di porre la mano della Vergine delle Rocce (visto che ne abbiamo parlato poc’anzi): apparirà chiaro un accordo vincolante, ripreso poi da innumerevoli artisti rinascimentali e successivi.

M.C.: La simbologia leonardesca assume soltanto un semplice connotato artistico oppure trafigge la realtà con la parvenza di un pensiero più profondo? In tal contesto in essa è possibile menzionare un ‘segreto’ mai rivelato?

R.M.: Appare chiaro ed evidente, già da queste poche annotazioni, come la simbologia leonardesca trascenda la mera rappresentazione della realtà; questo modus operandi nasce dall’esigenza di superare un vincolo di censura imposto dal dogma, ovvero la verità imposta, calata dall’alto, insindacabile.
Sicuramente l’intenzione è rivelare qualcosa di esoterico, ovvero esterno al dogma, e già per questo motivo potenzialmente più attinente al vero. Il titolo dato alla mia prima opera, mutuato da Platone, era inteso a esprimere proprio questo concetto: “la fede è una menzogna più grande dell’opinione”, laddove una opinione, seppur mendace, aveva nei suoi presupposti una potenziale oggettività che la fede nel dogma, per costituzione, non ha.
La cosa divertente, però, è che questo “segreto mai rivelato” celato nelle opere leonardesche è quanto di più attinente alla legge naturale possa esistere.
Interpretando l’opera leonardesca, o più in generale l’arte tutta, spesso si incorre nell’errore (non so quanto involontario) di attribuire alle intenzioni dell’autore una simbologia comunicativa errata, e per questo se ne mistifica il contenuto, come è stato il caso del Codice da Vinci di Dan Brown o come le ho mostrato poc’anzi parlando della Mona Lisa.

M.C.: Musica delle sfere celesti raccolta in un volo di uccelli? Come è possibile che una partitura musicale straordinaria possa aver scaturito una strabiliante attenzione da parte dei nomi più eccelsi della musica del periodo rinascimentale e barocco?

codice-volo-uccelli-leonardo-da-vinciR.M.: Mi risulta difficile parlare di queste opere senza l’ausilio delle immagini, quindi le chiedo in questo caso di specie di poter fare una eccezione, proponendo in visione il volo da lei richiamato.
Ora mi sarà semplice rispondere alla sua domanda, riproponendo un passo già offerto, e chiedendovi di leggerlo osservando il volo degli uccelli di Leonardo:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”
Questo dipinto, al pari dell’Ultima Cena in Santa Maria delle Grazie a Milano, contiene la colonna sonora portante della nostra galassia, con la quale entrando in risonanza si “accede al regno sublime dei cieli”.
Risulta dunque semplice comprendere come questa partitura divenga tassativa e vincolante per chiunque nel Rinascimento e nel Barocco avesse voluto fare Musica, inteso come quel compendio armonico-geometrico di rapporti musicali atto a riprodurre quello che per Dante era “Amor che move il Sole e le altre stelle”, e che per Verdi, ne la Traviata, era più esplicitamente “palpito dell’Universo”.
La cosa divertente, nel modo in cui i musicisti rinascimentali e barocchi si rifanno a questa musica, è il modo in cui Giovanni da Palestrina, capostipite della musica romana del XVI° secolo anticipatore del movimento bachiano, si fa ritrarre su una carrozza dal cui finestrino appare inequivocabilmente lo sfondo sinistro della Gioconda, lo stesso sfondo che Leonardo utilizzerà anche per la messa in scena dell’Orfeo di Poliziano.

M.C.: Nei dipinti di Leonardo Da Vinci in che modo uccelli e mani formano una geometria in termini di musica codificata?

R.M.: Ognuno di noi, esercitando inconsapevolmente un’arte vera e propria, udendo una musica soave è portato a chiudere gli occhi e a muovere la mano per replicarne l’armonia: questa azione si chiama Chironomia, dal nome dei Maestri Chironomi che già 2.000 anni prima di Cristo venivano rappresentati sulle pareti dei templi egizi nell’atto di impartire annotazioni musicali a gruppi eterogenei di musicisti dinanzi a loro.
Oltre ad essere l’evidenza oggettiva di quanto dicevo prima, ovvero che non sia stato Pitagora il capostipite della spaziatura musicale, questo particolare modo di indicare le note rappresenta, come dicevo, una vera e propria scienza, insegnata anche nei conservatori di tutto il mondo, espressa in un numero cospicuo di trattati nel XV° secolo, scemando man mano che l’annotazione su pentagramma della musica prendeva corpo.
Allo stesso modo, nella partitura di Leonardo da Vinci, le diverse tipologie di uccelli (sette, tengo a precisare) e la loro grandezza esprimono la misura di ogni singola annotazione. 
L’azione è ripresa da quasi tutti i pittori rinascimentali, italiani e non, anche se in maniera meno puntuale, ma non per questo sostanziale; Ghirlandaio lo fa sia nella Cappella Sistina in Vaticano e sia a Palazzo Tornabuoni a Firenze, con gruppi di uccelli che volano da sinistra verso destra e viceversa, e un paio si accoppiano in volo.
Lo stesso fanno, tra gli altri, Volgemutt, maestro di Albrecht Durer, Cranach, a cui Lutero affidò il compito di ritrarlo e Tintoretto, la cui particolarità nel suo dipinto della Creazione del Paradiso è di mettere proprio sette diversi uccelli accoppiati, in un rimando alla funzione di elevazione catartica che questa musica contribuisce a sviluppare. 
Qui dovrei dilungarmi a dismisura, parlando dell’Ultima Cena, ma magari avremo altre occasioni per farlo in seguito.

M.C.: Che tipo di legame sussiste tra l’opera rinascimentale e l’esoterismo? Quanto l’opera degli artisti rinascimentali può condurre alle ricerche esoteriche? Quanto lo sforzo della ricerca esoterica influenzò la rappresentazione artistica del XVI secolo?

R.M.: Come detto prima, l’arte rinascimentale è stato un importantissimo mezzo di trasmissione del sapere esoterico per scampare alle maglie severe e restrittive della censura inquisitoria. L’uso di immagini a sfondo sacro permetteva agli artisti di trasmettere messaggi sottesi volti  all’indirizzo di occhi amici, nell’intento di una vera e propria propaganda politica in cui la conoscenza era un mezzo importantissimo.
Purtroppo non sempre la trasmissione della conoscenza ha prodotto conoscenza, in quanto spesso l’uso elitario della stessa ha prodotto letture errate volutamente speculative (ho già accennato al caso Codice da Vinci).
Come si dice, di necessità virtù: sicuramente lo sviluppo dell’arte è stato corroborato dalla necessità di comunicare contenuti di carattere esoterico nell’alveo della rappresentazione sacra, o mitologica.

M.C.: Per quale motivo molti simboli antichi sembrano voler tornare alla luce nelle opere di questo preciso periodo storico? Esiste una chiave di lettura particolare in questo richiamo emblematico votato alla segretezza?

R.M.: C’è una bellissima poesia dell’amico Piero Vannucci che amo ricordare in questi casi:

“La lingua
dicevo
è metà dell’uomo
e l’altra metà
sono quasi tutte bugie.
Il ricordo
(forse)
può essere il fondamento della verità”

Il fatto che una certa simbologia abiti in maniera ricorrente le rappresentazioni artistiche di più periodi storici consiglio di leggerlo nell’intento disperato dell’uomo di “ricordare per non disperdere” i fondamenti delle regole naturali da cui non possiamo prescindere.
L’unico segreto nell’approcciare queste simbologie che mi sento di rivelare è quello di conservare “occhi da bambino”, l’immediatezza dell’osservazione, senza lasciare che la mente con tutte le proprie sovrastrutture prenda il sopravvento.
Come diceva Leonardo da Vinci:
“..porto con me null’altro che uno zero / la mia purezza, la mia innocenza e la mia fiducia / perchè solo dei quattro elementi e di questo ho bisogno per fare un salto nell’ignoto. E quanto piccolo apparirò in cielo a chi non sà volare…”

Intervista di Viviana Musumeci a Nenella Impiglia, autrice del libro “Stoffa per la musica”

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Ci sono donne che non riescono proprio a fare una cosa alla volta. Sono eclettiche di natura e si cimentano in numerose attività. Nenella Impiglia è una di queste. Moglie di Renato Curzi – patron di Vic Matié -, madre di Silvia e Valentina, Nenella oltre a essere imprenditrice è anche studiosa di costume. Di recente ha pubblicato un libro dedicato alla storia della moda raccontata attraverso la musica “Stoffa per la musica” (Edizioni Galassia Arte).

Viviana Musumeci ha intervistato Nenella Impiglia.

V.M.: Chi è Nenella Impiglia e come si descriverebbe?

N.I.: Curiosa, testarda, sognatrice (naturalmente sogni realizzabili), fantasiosa, estremamente creativa, eclettica, infinitamente positiva, abbastanza pigra, molto permalosa.

 V.M.: Da dove parte l’interesse per la moda e per la musica?

N.I.: La musica parte dal cuore da sempre, la moda dalla mia mente creativa e dal rifiuto della banalità.

V.M.: Qual è il legame tra queste due arti?

N.I.: La moda veste la musica a la musica crea nuove mode. Moda e musica, due universi meravigliosi, artistici: la prima veste il nostro corpo, l’esteriorità, parla di noi, la seconda riscalda l’anima e libera le nostre emozioni.

V.M.: Ci fa alcuni esempi di come queste due discipline si incrociano e si incontrano?

N.I.: E’ con i Beatles che si assiste ad una completa contaminazione che passa dal sound alla moda e porterà a processi di identificazione, mediante l’imitazione degli stili da loro proposti, del modo di cantare e di abbigliarsi: caschetto, giacche con collo alla coreana, stivaletti. Proprio la musica ha aiutato a rendere famoso il loro stile. Sound e aspetto estetico venivano portati alla loro massima espressione.

V.M.: Qual è il suo gruppo musicale preferito?

N.I.: Quello che ha accompagnato la mia giovinezza, i suoi giorni migliori, che continuano con le loro meravigliose canzoni, ancora oggi, a formare un magico ponte tra passato e futuro e che riescono a far rivivere le stesse emozioni: naturalmente i favolosi Beatles!

(V.M)

Fonte: VM-Mag

Intervista di Viviana Musumeci a Ambra Medda

February 7, 2013 Leave a comment

Ambra Medda

E’ considerata un’icona postmoderna nel campo della moda e del design – infatti, ha fondato un evento come Design Miami, quando la città americana non sprizzava ancora glamour da tutti i pori -. AMBRA MEDDA- di origini italiane – è la nuova musa di Sportmax che le ha dato “carta bianca” per realizzare una capsule collection – da cui il nome Carte Blanche -. Dopo Lola Schnabel, Kim Gordon eChristophe Brunnquel, è la volta della creativa del design. La collezione in limited edition, prodotta da Sportmax in 1000 esemplari numerati, è nata dalla collaborazione a 4 mani fra la Medda e la giovane illustratrice cinese Ying Wu, scelta dalla Medda dopo la recente scoperta al Salone del Mobile di Milano. Insieme hanno affrontato tematiche sociali con la leggerezza dell’illustrazione, parlando di problemi del progresso e dei rischi per la natura, utilizzando grafiche surreali in cui animali si fondono con scenari urbani e tecnologia.

V.M.: Com’è nata questa partnership con Sportmax?

A.M.: Quando sono stata contattata da Sportmax per il progetto Carte Blanche, ho  pensato fosse stupendo poter unire la creatività di un’artista cinese emergente  con un brand italiano autorevole e di portata internazionale. Entrambe siamo onorate di aver potuto contribuire per una capsule collection per un brand così famoso. Speriamo che il nostro lavoro riesca a esprimere e rappresentare la cultura contemporanea in maniera divertente e inaspettata. Sono stata subito colpita e ispirata dalle creazioni di Ying Wu, sapevo  che avrei voluto fare qualcosa con questa designer. Sono sempre alla ricerca di nuovi talenti e opere accattivanti…per questo mi piace molto  frequentare gallerie d’arte, mercatini e mostre scolastiche.

V.M.: Sei cresciuta nel mondo dell’arte e il design è diventata la tua  passione. Che cos’è la creatività per te e quanto sei creativa?

A.M.: La creativita’ e’ la parte piu’ immaginativa e gioiosa dell’essere. Non potrei immaginare un mondo senza la creatività. Sarebbe molto triste e  noioso. Non so se potermi reputare una persona creativa ma di certo sono molto attratta dalla creativita’ e dalle persone creative.

V.M.: Sei considerata una donna molto glam con uno stile personale molto spiccato. Hai mai pensato di lavorare nel mondo della moda?

A.M.: Ho lavorato anche con altri marchi di moda. Recentemente con Fendi che ha sostenuto Design Miami – la fiera che ho co-fondato e diretto per 6 anni -. E di certo è sempre un’esperienza bellissima poter lavorare con il mondo della moda.

(Intervista di Viviana Musumeci)

“A Silent Dialogue”, mostra di Amalia Mora e Daniela Tieni presso lo Spazio Meme di Carpi

November 5, 2012 Leave a comment

A SILENT DIALOGUE
Mostra di Amalia Mora e Daniela Tieni 
A cura di Francesca Pergreffi e Filippo Bergonzini
Il 27 Ottobre alle ore 19, allo Spazio Meme, A Silent Dialogue, progetto nato dalle menti di Amalia Mora e Daniela Tieni, è uscito dalla rete e ha preso fisicità nella mostra a cura di Francesca Pergreffi e Filippo Bergonzini.
Le due illustratrici, nel Maggio del 2012, hanno dato vita ad un dialogo muto: “Io e te: dire sì o no, rispondendo solo con un disegno. Non una parola, né una spiegazione”.
Per sei mesi Amalia Mora e Daniela Tieni si sono parlate tra loro in silenzio attraverso le immagini. Attraverso il loro botta e risposta, a cadenza mensile, hanno dato vita ad una sorta feullieton visivo contemporaneo appassionante e coinvolgente.
Ora le artiste hanno scelto di esporre la loro conversazione composta da diciotto tavole, e di dialogare faccia a faccia attraverso un live painting sulla parete dello Spazio Meme. 
Per capire il “punto di partenza” delle artiste, i curatori hanno scelto di esporre anche una selezione di alcuni lavori a prescindere dal progetto A silent dialogue. Qui di seguitoun’intervista alle illustratrici a cura di Francesca Pergreffi e un testo critico di Filippo Bergonzini.
Ho deciso  d’intervistare Amalia Mora e Daniela Tieni per sentire le loro voci: 
Tutto ha inizio il 4 Maggio. Come vi siete “scelte”?
D: Amalia è stata l’ideatrice del progetto. Mi ha contattata, mi ha chiesto se avevo voglia di intraprendere questa conversazione con lei: ho accettato subito. Seguivo da tempo il suo lavoro e mi sembrava un buon modo per far confluire le energie e per conoscerci meglio.
E l’idea com’è nata?Dalla volontà di una scambio di linguaggio per un confronto artistico?
A: L’idea è nata prima di tutto dalla possibilità di avere una partner con la quale dialogare attraverso quello che ci accomuna: il disegno.  Indubbiamente il confronto artistico è inevitabile, ma resta una conseguenza.
Nella vostra prefazione si legge: “Io e te: dire sì o no, rispondendo solo con un disegno. Non una parola, né una spiegazione” vi siete date altre regole?
D: No, ma ci siamo responsabilizzate subito l’una verso l’altra. Ci siamo sentite in dovere di rispettare il lavoro che stavamo facendo, i nostri appuntamenti, libere di risponderci in qualunque modo.
Come affrontate la problematica della narrazione; ve la siete posta o vi lasciate andare all’impulso, alla casualità di quel che succede lì, per lì?
A: Abbiamo cercato di seguire gli indizi che ogni volta la tavola illustrata alla quale rispondevamo ci suggeriva. L’indizio trovato era il  trampolino dal quale saltare per arrivare più in là, verso un altro spazio, un’altra prospettiva, un’altra inquadratura, un’altra atmosfera.
Son passati sei mesi dall’inizio del vostra conversazione avete visto e sentito, o subito, delle trasformazioni rispetto alla prima battuta?
D: Dal punto di vista figurativo almeno per quel che mi riguarda sì. Ad un certo punto del percorso la figura femminile che entra nella bocca della donna, nel primo disegno di Amalia, smette di essere al centro dell’attenzione e tutto si sposta su un gioco di forme geometriche e di trasformazione. D’altronde un dialogo è anche questo. Si può iniziare a parlare di una cosa e si può finire a parlare di tutt’altro. È stato un ottimo esercizio, uno stimolo a raccogliere i segni di una persona lasciati sul foglio e farli vivere su un altro, come fosse il suo secondo giorno.
La visione del vostro carteggio mi ha affascinato e divertito perché c’è stato un momento di puro godimento giocoso: la curiosità da romanzo giallo di scoprire cosa vi state dicendo. Poi ho deciso di lasciarmi catturare dall’atmosfera che avete creato, infine  mi son concessa la libertà di “ignorarvi”e dare il mio significato senza cercare gli indizi. Di creare una mia storia.
Nella creazione del vostro carteggio che ha volutamente l’aspetto privato e pubblico vi siete mai sentite in dovere di decodificarlo agli altri?
A: No, è tutto nascosto nel disegno e non c’è nient’altro da aggiungere. La nostra è una strana creatura ibrida e il fascino della sua natura sta proprio nell’essere un dialogo privato che diventa pubblico. In questo caso spiegare sarebbe quasi come un venir meno a quella che è l’unica regola del nostro dialogo: il silenzio.
A silent dialogue nasce in rete quindi la partecipazione attiva del pubblico è maggiormente voluta,  che ruolo gli attribuite nel vostro progetto?
D: Esattamente per la curiosità che ha suscitato in te, e che hai descritto nella domanda precedente.
È interessante vedere cosa un’altra persona ha capito del nostro botta e risposta, se ha visto delle cose  che a noi non sono saltate all’occhio. In realtà nasce in rete dopo un periodo già fitto di scambi. Mancava un terzo occhio. Volevamo vedere come sarebbe stato accolto.
Dopo alcuni mesi avete sentito il desiderio di portare il vostro progetto al di fuori della rete, è un punto o un punto a capo?
A: Per ora è un punto e virgola.
Il 27 Ottobre vi incontrate in un dialogo faccia faccia di fronte ad una parete; rimarrete legate alle regole che vi siete date? A silent dialogue cambierà sia la forma che l’essenza poiché per la prima volta lavorerete insieme una affianco all’altra?
D: Direi la forma, ma l’essenza no. Vivremo insieme la serata e insieme dipingeremo su un unico spazio comune, ognuna con la sua voce. Disegno per disegno ci siamo lanciate un filo da stringere per dirci e raccontarci delle cose, seppure surreali e impossibili. Ma è bello conservare degli spazi per essere liberi, e avevamo voglia di dare una conclusione al progetto, di farlo incontrandoci e non stando in due città diverse. Farlo senza uno schermo davanti. 
Sarà il nostro abbraccio.
Francesca Pergreffi , Amalia Mora, Daniela Tieni
Meta-dialoghi:
In un’ epoca di velocissimi scambi sincronici e di rumorose conversazioni simultanee Amalia Mora  e Daniela Tieni hanno preso una strada diversa, inscenando un dialogo lento e silenzioso.
Un esperimento che ha avuto inizio il 4 maggio del 2012 con l’apertura di un blog dove le due artiste conversano solamente attraverso i loro disegni; nessun titolo, nessuna descrizione, nessun commento, ma solo una data a introdurre ogni segmento di questo dialogo visivo. Un botta e risposta afono e asincronico, dove tra la pubblicazione di un disegno e l’altro possono passare pochi giorni o intere settimane.
Piuttosto che di un’opera realizzata a quattro mani si potrebbe parlare di un progetto a due menti, uno scambio di stimoli mentali e visivi, un fluido incrocio di stili grafici.
E’ un dialogo muto dagli spunti narrativi fiabeschi con più di un richiamo ad atmosfere alla Alice in Wonderland, un carteggio onirico in cui le due artiste condividono sogni e visioni, completandosi a vicenda.
Come in una conversazione in cui a lungo andare le voci si sovrappongono lo stesso vale per lo stile dei disegni; se all’inizio le voci grafiche delle due artiste sono ben distinte e riconoscibili – più preciso e descrittivo il tratto di Amalia Mora, più evocativo e astratto quello di Daniela Tieni – in seguito diventano più affini e indistinte, accomunate dalla scelta di immagini sempre più bizzarre e sognanti e l’iniziale linearità e chiarezza del dialogo diventa un flusso mentale unico e amalgamato, un  processo di scrittura “automatica”- o per meglio dire, di disegno automatico – che procede su un binario doppio, ma parallelo verso un’ infinito e indistinto punto di congiunzione.
Ci sono due livelli di lettura, o meglio di ascolto, in questo dialogo senza voci: il primo è quello di un esercizio di stile, in cui gli espedienti retorici sono i richiami al fumetto, all’illustrazione per l’infanzia ma anche alla pittura surrealista e metafisica; il secondo è quello di una conversazione tra due sensibilità creative decise a svelare allo spettatore/uditore le loro fantasie grafiche più intime e meno vincolate alle normali esigenze narrative che fanno parte del lavoro di un illustratore.
Filippo Bergonzini
INFORMAZIONI  GENERALI
PROGGETTO/MOSTRA di Amalia Mora, Daniela Tieni
A CURA DI Francesca Pergreffi e Filippo Bergonzini
INAUGURAZIONE: 27 Ottobre ore 19
LIVE PAINTING: 27 Ottobre ore 19.30 di Amalia Mora e Daniela Tieni
SEDE: Spazio Meme, via Giordano Bruno 4, Carpi (Mo)
PERIODO: dal 27 Ottobre al 9 Dicembre 2012
ORARI: Da Lunedì alla Domenica 16-20, Sabato mattina 9.30-13, pomeriggio 16-20, chiuso al Giovedì.
INFO: Francesca Pergreffi: francesca@spaziomeme.org; Filippo Bergonzini: filippo@spaziomeme.org;  www.spaziomeme.org
Meme è un’associazione culturale che prevede una tessera soci annuale a offerta libera; gli eventi e le mostre sono a ingresso libero.
A Silent Dialogue: www.asilentdialogue.blogspot.it
Amalia Mora
Nasce nel 1982 a San Benedetto del Tronto, vive e lavora a Bologna. Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Bologna in Pittura.Lavora e collabora con: Bologna Dei Musei, Rockit , Lo Straniero,Watt Magazine, Pastiche magazine, Scp Italia, BeeSoft , PetitNoi.
Mostre personali:
NIENTE, BilBolBul festival  – Terre Rare Gallery, Bologna  ed Elastico, Bologna 2011
Collettive:
Weikap!,Castello della Rancia, Tolentino, 2010
C’era una volta Pasolini – Terre Rare Gallery, Bologna 2009
NEW RANT0.3, Tafuzzy Days, Castello degli Agolanti, Riccione 2002
4 tra il 5 l’8, L’Ariete Gallery, Bologna
www.amaliamora.com
Daniela Tieni
Nata nel 1982 a Roma, dove vive e lavora, si è laureata in Scenografia all’Accademia di Belle Arti e ha conseguito un Master in Artiterapie all’Università Roma Tre.
Collabora con artisti e scrittori per diversi progetti, mostre collettive.
Viene selezionata per il catalogo e la mostra ai concorsi internazionali: Ilustrarte 2009, Ilustrarte 2012 e alla Bologna Children’s Book Fair 2012.
Pubblicazioni:Confesso che ho desiderato, scritto da Giulia Belloni, Edizioni Campass,selezionato al CJ Picture Book Awards 2011. Noir grand, scritto da Sébastien Joanniez, Rouergue edizioni, 2012.
www.fridainnamorata.blogspot.it
www.daniela-tieni.tumblr.com 
www.flickr.com/photos/tienidaniela/
www.behance.net/danielatieni
 
 

Intervista di Viviana Musumeci a Yolanda Dominguez

Sarà allo Spazio Rojo a Milano dal 4 ottobre al 15 novembre la nuova mostra dell’artista spagnola Yolanda Dominguez. Per la prima volta l’artista presenta nel nostro Paese una selezione dei suoi lavori più riusciti e realizzerà una performance apposita per l’occasione. Il pubblico è sempre protagonista dei suoi allestimenti e delle sue attività artistiche e così sarà anche questa volta.

Intervista di Viviana Musumeci

V.M.: Qual’è il rapporto che lega la donna alla bellezza e alla moda?

Y.D.: La donna è da sempre associata al valore della bellezza, sin dalle prime pitture, opere di uomini e quello che li differenziava e apprezzavano di una donna era quasi esclusivamente il suo corpo e la sua bellezza. Queste prime immagini pittoriche, al tempo in cui la maggior parte della popolazione era analfabeta, funzionavano come riferimento di comportamento e modelli da imitare. Noi donne (che siamo perfette “interpreti”) detenevamo già un ruolo da imitare: se sono bella mi ameranno e così abbiamo continuato nella storia a coltivare questo suddetto “valore femminile”. Ora come ora le cose non sono molto cambiate, le riviste femminili ed i mezzi di comunicazione seguono questo presupposto prediligendolo rispetto a molti altri valori. Mi rattrista vedere che esistono grandi professioniste che svolgono lavori differenti e che acquisiscono valore nei mezzi di comunicazione in uno o nell’altro modo esclusivamente per il loro look, stile o i loro complementi. Si tratta di qualcosa che diamo tanto per scontato che non ce ne rendiamo conto. Quando ho fatto alcune interviste in tv, il commento che ho ricevuto da amiche e famigliari è stato se sono venuta bene o no. E’ abbastanza frustrante. La moda si occupa specificamente dell’apparenza e per questo è molto legata a questa ossessione femminile della bellezza.

V.M.: Come esprimi questo legame nella tua arte e performance?

Y.D.: Fondamentalmente tratto di tematiche che mi preoccupano o che mi interessano in quanto donna, dentro il mio contesto sociale. Una di queste è appunto la questione dell’ossessione per l’apparenza, il consumismo, i nuovi schiavismi femminili (che riguardano anche gli uomini anche se in maniera ridotta e con formule meno aggressive, per esempio gli uomini trasformano il loro corpo attraverso la ginnastica e noi donne ci sottoponiamo a varie operazioni chirurgiche che sono molto più pesanti da sopportare per il nostro corpo). Mi preoccupano tutti questi messaggi trasmessi dai brand che ci dicono costantemente che siamo malfatte e tutto quello che dobbiamo fare per essere perfette, non ci rispettano nè promuovono il messaggio di rispettarci, ci chiedono di trasformare il nostro corpo e di convertirci allo stereotipo “Non avere personalità, te ne fabbrichiamo una noi”. Vorrei esporre tutte queste problematiche in maniera esplicita in modo da condividerle con gli altri, sia uomini che donne. Mi piace ricevere feedback e commenti degli spettatori e da coloro che partecipano ai miei livings (avventure o esperienze inserite nella vita quotidiana).

V.M.: Quanto tempo dedichi alla tua bellezza?

Y.D.: Sicuramente più del necessario, bene o male vivo in questa società e sono influenzata dalle sue norme, se voglio essere accettata e amata devo seguire ciò a cui si dà valore (tutti ci muoviamo per amore degli altri, è un istinto di sopravvivenza). Credo che non ci sia nulla di male nell’essere bella e attraente, anzi! La nostra funzione come specie è quella di riprodurci e il rimanere in salute e attrattivi fa si che tu piaccia e che ti riproduca. Fin qui tutto bene, sempre che non si converta in un ossessione e nel rappresentare l’unico valore in una donna. Se convertissimo il tempo che dedichiamo al culto del corpo nel costruirci una carriera, sviluppare la mente smetteremmo di essere carne su cui testare i prodotti delle industrie, del marketing e delle imprese e smetterebbero di trattarci come un gregge di pecore. Ci sono donne che risparmiano per poter operarsi al seno invece che risparmiare per andare all’università.

V.M.: Sei anche tu una schiava della moda?

Y.D.: Non mi considero schiava della moda. Mi piace, per presupposto, vedere le creazioni dell’industria, alcune proposte mi interessano altre no. Ci sono stilisti che mi sembrano grandi creatori e in realtà non ho nulla contro la moda a parte i suoi aspetti dannosi, presenti del resto in tutti i campi. E’ pericoloso assorbire senza limiti i messaggi che ci lanciano senza capire quello che ci stanno raccontando, senza preoccuparci se conviene o no. Tutto è portato all’estremo, e nel mondo della moda ci sono molte dismisure, ci sono molte cose assurde. “Poses” vuole trasmettere precisamente quello che raccontano le pose delle donne modelle (che non hanno nulla a che vedere con le pose dei modelli uomini). Si analizza apertamente il modo in cui ci presentano le riviste e gli editori di moda, i messaggi sono abbastanza negativi: spalmate, sottomesse, ritorte, inferme, anoressiche… e gli uomini: forti, energumeni, trionfatori. Se le pose sono un fotogramma che presenta la femminilità… siamo perse! In generale mi piace che il modo in cui mi vesto rifletta quello che sono e la mia personalità però senza darle troppa importanza, che non richiami troppo l’attenzione, perchè io sono molto più di un paio di scarpe o una combinazione di colori e se l’unico messaggio che mi sforzo di trasmettere al mondo sono i vestiti che indosso, non è il massimo.

Fonte: VM-Mag

Intervista esclusiva a Francesco Cijecam Bonini

September 29, 2011 Leave a comment

E’ ancora caldo e l’afa rallenta i movimenti e i pensieri, nonostante tutto decido di trovarmi con Francesco Cijecam Bonini per quest’intervista; si decide per un aperitivo sul mare e il vento che si alza ci aiuta ad ingranare. Francesco è un designer-artigiano che si occupa principalmente di re-design con ottimi risultati, dimostrati dal successo che sta riscuotendo in rete attraverso il suo blog e i vari social network.

R.: Francesco, chi sei? Raccontaci di te?

F. C. B.: Livornese, ventotto anni, studi in Scienze ambientali, passione per il design, per il riciclo e da sempre recupero mobili cercando di dargli un carattere, diciamo particolare.

R.: Come mai questo nome Cijecam?

F. C. B.: E’ un nome ironico il cui significato preferisco non rivelare, mi piace come suona però, l’accostamento delle lettere richiama l’Est europeo.

R.: I tuoi studi non hanno trattato i campi in cui lavori, come nasce questa passione?

F. C. B.: Questa passione nasce da prima degli studi universitari, il primo lavoro che ho fatto è stato cambiare il colore ad una sedia della mia bisnonna. L’idea nasce dalla voglia di recuperare un oggetto caduto in disuso e fare tutto questo con pochi materiali.

R.: Da qui ti sei avvicinato al re-design?

F. C. B.: Si, in questo ha avuto una parte importante anche il mio percorso universitario, dove ho imparato le caratteristiche di riciclo dei vari materiali ed il ciclo dei rifiuti.

R.: Bricolage/fai da te/artigianato/design a quali di queste categorie ti senti di appartenere?

F. C. B.: Sicuramente i miei oggetti fanno parte del fai da te, le persone restano sorprese ma i processi per la realizzazione sono alla portata di tutti, non sono mai troppo elaborati. Poi mi sono “montato la testa” e lo chiamo design, anche se l’impronta artigianale è forte in ogni creazione.

R.: Nei tuoi lavori manca la parte della produzione in serie, tipica degli oggetti del disegno industriale, cosa ne pensi?

F. C. B.: La parte della produzione è assente perché sono tutti pezzi unici, il lavoro che svolgo è più legato al campo della decorazione; le idee si modellano sull’oggetto che trovo a disposizione volta in volta.

R.: Riportando quello che dici nel mio campo, l’architettura, è interessante pensare di poter lavorare solo sull’esistente andando a modificare il patrimonio edilizio pregresso, ma senza costruire nulla di nuovo.

F. C. B.: Si, mi trovo completamente d’accordo con questa considerazione, a Livorno in particolare, mi sembra ci sia un’eccessiva voglia di cementificare tutto. E’ il discorso che porto avanti anche nei miei lavori, perché comprare una sedia ad una determinata cifra prodotta in serie, che ha un certo impatto ambiental, quando puoi avere un pezzo unico, probabilmente ad un costo inferiore, evitando inoltre che vada a finire nel ciclo dei rifiuti prima del tempo.

R.: Da quello che dici sembra che le idee nascano sempre da un oggetto e non avvenga mai il contrario, è una giusta considerazione?

F. C. B.: Si, fondamentalmente è così che funziona, però mi capita anche di avere un’idea e di aspettare fino a quando non trovo l’oggetto giusto per l’ispirazione.

R.: Non ti sei mai interessato alla produzione ex-novo di un oggetto?

F. C. B.: Mi piacerebbe, ma non credo di avere le conoscenze tecniche; mi faccio più ispirare dalle forme che già esistono. Per esempio avevo delle sedie anni ’50, quelle classiche da osteria, che io chiamo innumerevoli perché ne ho ammassate tante nel corso del tempo, fino a quando non sono andato nel pollaio del mio babbo e non ho avuto l’ispirazione per combinarle con la rete per i polli.

R.: Le sedute sono una parte importante della tua produzione, è un fatto casuale o voluto?

F. C. B.: All’inizio le sedie sono stati gli oggetti più facili da reperire e trasportare, però mi sono reso conto col tempo che mi riesce meglio lavorare su una sedia piuttosto che su un altro prodotto. Ci vedo possibilità che altri mobili invece non hanno.

R.: Il colore è un altro tema fondamentale della tua produzione, cosa ci puoi dire a riguardo?

F. C. B.: Sono molto estemporaneo in questo, vedo un colore che mi colpisce e allora lo uso sull’oggetto, mi piace provare colori particolari come il blu acceso, fucsia, arancione. Poi molto della resa finale dipende dalla marca scelta, alcuni smalti rendono i colori eccezionali; inoltre bisogna considerare anche la superficie su cui vado a lavorare, a seconda del tipo la resa finale è molto diversa.

R.: Alcuni oggetti sembrano delle rivisitazioni di pezzi di design internazionale, penso soprattutto a poltronadicartone, hai dei particolari punti di riferimento?

F. C. B.: Solo una volta mi sono reso conto che un oggetto che avevo realizzato in realtà già esisteva…il cestello-lampada, la poltronadicartone invece è stato uno sfizio che mi sono voluto togliere sapendo di imitare qualcosa di già fatto.

R.: Il tuo blog raccoglie molti link di varia natura, cerchi di trarre ispirazione anche da mondi diversi tra loro?

F. C. B.: Si, alcuni siti servono da ispirazione per i miei lavori, ma sono anche amici e persone che ho conosciuto su internet, IDA interior lifestyle, Casa Andersen che mi ha avvicinato al mondo del tessile…

R.: Anche questo aspetto è molto interessanti, come ti sei avvicinato alla tessitura, sei autodidatta anche in questo aspetto?

F. C. B.: Ho iniziato con la macchina da cucire della mia nonna, facendo delle prove, poi per PercorsiMusicali, una scuola di musica di Livorno, ho realizzato dei divani, quasi dei pouf, partendo da zero.

R.: Allora degli oggetti ex-novo li hai fatti!

F. C. B.: (ride) Si, non ci avevo pensato.

R.: Altri progetti futuri?

F. C. B.: Ho una soffitta piena di mobili che attendono! E poi ho un altro progetto che parte a settembre che unisce la mia passione per i mobili con quella della progettazione; è un’iniziativa con altre due ragazze che hanno dei blog IDA interior lifestyle e Appunti di casa che si chiama Redecorate, 3 minds 1 project. Prendiamo in esame un progetto, lavorando ognuno sul proprio blog, io curo la parte progettuale, Ilaria (IDA) cerca un ispirazione del motivo conduttore e Valentina (Appunti di casa) propone altre situazioni simili. E’ da un po’ che avevo questa idea ma solo ora sono riuscito a concretizzarla. Molti impegni quindi. Bene io ho finito, è stato un piacere e in bocca al lupo per tutti questi progetti paralleli.

Fonte: Linea Di Sezione

Ilian Rachov a colloquio con Marius Creati – tra arte e design di lusso

Torna il mirabile artista contemporaneo Ilian Rachov a parlare di se, in questo frangente dedicato, raccontando le sua varie collaborazioni con il mondo del design e, in modo più concentrato, della moda. Ilian Rachov, grande interprete dell’arte moderna, dall’impronta tipicamente rétro per i suoi meravigliosi dipinti dai quali riaffiorano tendenze e stili estrapolati da un glorioso passato artistico, ha lasciato il suo segno tangibile disegnando per alcuni anni i fantastici disegni e bozzetti che hanno contraddistinto la prestigiosa maison Versace. Elementi ispirati al Barocco, al Rococò e a una serie di stilemi artistici di varia natura, formattati accuratamente in un eclettismo tipico della grande casa di moda, in seguito perseguita anche in altri ambiti collaborativi…

Intervista a cura di  Marius Creati

M.C.: Ricordi l’esordio delle tue collaborazione con il mondo della moda? E’ stata una ricerca accurata dal principio oppure una casualità opportuna degli eventi?

Ilian Rachov: Ricordo bene la telefonata che ho ricevuto dall’ufficio stile di Versace. Pensando che si trattasse di uno scherzo, non gli ho dato peso e addirittura non sono andato all’appuntamento. Poi dopo la seconda telefonata il giorno dopo la data dell’appuntamento… mi sono reso conto che era vero… Certo mi sono sempre interessato della moda in generale. E una delle massime espressioni d’arte oggi.

M.C.: Il doversi confrontare con la praticità dei tempi e dei metodi del design ha mai suscitato in te paure intrinseche?

Ilian Rachov: Non ho mai avuto nessuna pressione da parte di Versace ne riguardo i tempi di consegna dei disegni, ne riguardo il tema dei disegni o delle collezioni. Mi hanno sempre lasciato piena libertà di creare quello che mi piaceva di più anche quando certi disegni erano diversi dallo stile Versace in generale.

M.C.: E’ possibile che possa sussistere, secondo te, un valido riscontro tra l’arte pittorica e la fashion art? Esistono parametri di condivisione tra le due parti?

Ilian Rachov: Certo, l’Alta Moda si é sempre ispirata all’Alta Arte. Basta vedere le creazioni dei grandi stilisti dal mito Gianni Versace a John Galliano o altri stilisti dei nostri tempi. Dalle semplici stampe di opere d’arte sui tessuti fino a abiti che sembrano delle sculture contemporanee. La Moda è sempre stata incollata all’Arte. Anche nei secoli passati il modo di vestire è stato molto influenzato e anche ha influenzato l’Arte.

M.C.: Quali emozioni ha scaturito l’essere parte integrante della Maison Versace durante gli anni delle tue varie prestazioni stilistiche?

Ilian Rachov: Creare per Versace è stato un sogno per me. Oltre che io stesso ero un grandissimo fan di Gianni Versace, il fatto che creando una cosa sai che poi sarà vista dal mondo intero e che sarà indossata da persone come Elton John, Madonna, Christina Aguilera oppure Jennifer Lopez… ispira molto, sai? Ancora trovo online foto di grandi star che magari hanno avvolto intorno al loro collo un foulard che ho disegnato io. Oppure andando in giro per il mondo vedo in qualche albergo dei tessuti o dei cuscini o ad essa Las Vegas addirittura dei tappeti di Versace che ho creato io stesso con la mia mano nel mio piccolo studio a Torino. Questo mi fa sempre effetto.

M.C.: Hai un ricordo vivo del grande couturier Gianni Versace?

Ilian Rachov: Personalmente non ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere di persona Gianni Versace. Sono arrivato dopo, penso nel momento giusto per dare un tocco molto simile al suo per le collezioni casa in un momento quando le sue idee stavano scomparendo… come purtroppo sta accadendo anche con le nuove collezioni della Versace Home.

M.C.: Come riesci a tradurre il tuo stile pittorico in un dettaglio puramente stilizzato?

Ilian Rachov: Io nasco come un pittore che ha cominciato la sua attività artistica dipingendo icone bizantine, un’arte molto decorativa e poco pittorica. Dopo, evolvendo, ho cominciato a diventare più pittore in senso stretto. Creare elementi decorativi per le stampe di Versace per me è stato come ritornare un po’ indietro nel tempo utilizzando però tutta la qualità e la conoscenza nella storia dell’Arte acquisita durante gli anni passati nei musei italiani e non solo. Praticamente ho applicato la mia arte decorativa e il mio senso maniacale nei dettagli, cosa tipica degli artisti iconografi, con la mia grande passione per l’arte barocca unendo tutte e due le cose con lo stile rock and punk che li rende più contemporanei. Ed è questo lo stile che è piaciuto a Versace.

M.C.: Come hai vissuto il porre in discussione l’arte pittorica ridimensionata in un elemento tipicamente alla moda? E’ possibile definirlo un “traguardo emblematico” per la tua crescita professionale?

Ilian Rachov: Si, il mio lavoro nel campo della Moda e del design è sicuramente un traguardo emblematico per la mia crescita come artista. Ha liberato in me molte cose e sono felice di averlo fatto e di continuare a farlo anche adesso con le cose che creo per me stesso.

M.C.: Come si é evoluto il tuo percorso stilistico dopo la rimarchevole parentesi ambientata in casa Versace?

Ilian Rachov: Ho imparato moltissimo creando per Versace. Ho fatto delle ricerche nel campo del design, della moda, della ornamentazione che per conto mio non avrei avuto ne il tempo ne la voglia di fare. Sicuramente questo ha lasciato un segno nella mia evoluzione stilistica e anche culturale.

M.C.: Esiste oggi un Ilian Rachov ampiamente impegnato anche nel design di stile?

Ilian Rachov:  Ha ha ha… L’Ilian di oggi cerca piuttosto di rimanere Ilian.. .anche se certe volte questo non gli conviene… Io sono un artista, qualcuno mi ha dato una dote, forse me la sono meritata, oppure mi è stata data in prestito o in comodato d’uso. Dire che sono pienamente impegnato con il design e molto presuntuoso. Sono pienamente occupato con la mia crescita come artista e il design e lo stile ne fanno parte integrale dell’essere tale. Trovo limitanti le definizioni come stilista, designer, pittore, scultore, ecc. L’arte ha molti modi per esprimersi, non è detto che se uno fa lo stilista non possa essere scultore o pittore. Basta vedere alcuni dei grandi stilisti che sono anche bravissimi pittori o cantanti e viceversa.

M.C.: La pittura rimane pur sempre il tuo “cavallo di battaglia”?

Ilian Rachov: La pittura per adesso è il mio cavallo di battaglia per vari motivi della mia esistenza fin ora. Non è stato un mio sogno dall’infanzia fare il pittore anche se sono felicissimo di farlo. Però dicono che i sogni ogni tanto si avverano… Chissà cosa ci riserva il futuro??

Intervista di Giuseppe Giulio alla “Femme Fatale” dei colori, Liliana Comes

“Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista orginale”. Questa frase di Marcel Proust racchiude tutta l’essenza di un artista semplice ma ricca di espressioni umane, protagoniste del nostro quotidiano.
Lilliana Comes nasce a Napoli figlia d’arte di padre scultore, incisore e miniaturista, si diploma all’Istituto d’Arte “F.Palizzi” di Napoli, rivolge ben presto i suoi interessi alla pittura partecipando a molte mostre collettive di giovani artisti emergenti. Allieva dello scultore Lelio Gelli e di Enrico Cajati segue brillantemente i corsi di disegno del pittore Luigi Annunziata.
Appassionatasi in particolare agli artisti dell’ Ottocento Napoletano, ne studia le campiture e ne subisce il fascino coloristico, che influenzerà fin dall’inizio la sua tecnica pittorica. Il colore è al centro del suo mondo pittorico e continua gli studi approfondendo le ricerche coloristiche, in particolare viene attratta da ” La Teoria dei colori” Di J.W. Goethe, che diventa ben presto il suo vademecum.

G.G.: Ciao Liliana. Cosa significa per te dipingere?

Liliana Comes: Caro Giuseppe dipingere significa scatenare pura adrenalina…mi sento strettamente collegata alle mie creazioni…le vivo…mi emoziona anche solo il pensiero di intingere il pennello nel colore…l’idea di una tela bianca che accoglie forma e contenuto pittorico mi eccita…mi dà energia e penso al momento in cui si compie la magia della completa realizzazione dell’opera stessa che già è ben definita a livello emozionale nella mia mente…Anche il terrore iniziale della non riuscita… le difficoltà…le riflessioni su come affrontare l’esecuzione dell’opera mi danno un emozione indescrivibile..ogni volta mi sembra la prima volta…non mi stanco mai.

G.G.: Liliana, la tua biografia racconta di una particolare passione verso gli artisti dell’ottocento partenopeo. Cosa ti colpisce di questi artisti napoletani del XIX sec?

Liliana Comes: Dell’ottocento napoletano mi affascina lo studio coloristico degli artisti…la luce le campiture..il modo di narrare…..I dipinti di quell’epoca profumano di una particolare aria di umanità e libertà di espressione artistica oltre ad un ineguagliabile padronanza tecnica che porta oltre i canoni tradizionali ma questo vale per tutte le correnti artistiche dell’ottocento.

G.G.: Il “Colore” è al centro del tuo mondo e della tua arte. Qual è il colore che meglio ti rappresenta?

Liliana Comes: Prediligo le tonalità calde, ma non ho preferenza per un unico colore…sono tutti belli ..tutti hanno un loro fascino ed una loro utilità.

G.G.: “La teoria dei colori” di Goethe è il tuo vademecum. Ci sono altri “vademecum” nella tua vita da Artista?

Liliana Comes: Il più utile Vademecum c’è l’ ho nella testa..ma è difficile da spiegare.

G.G.: Il tuo stile pittoresco è molto intimistico e nobile, ma anche molto comunicativo. Un quadro può davvero essere un nuovo e forte mezzo di comunicazione?

Liliana Comes: L’arte in generale è sempre stato un forte mezzo di comunicazione ,il compito dell’artista è quello di comunicare le proprie emozioni e sensazioni … personalmente lo trovo un gesto d’amore verso gli altri, condividere con l’osservatore la propria creazione..essere compresi nel messaggio che si vuole comunicare…l’emozione più grande l’ho avuta alla mia prima personale ..si avvicinò una vecchietta e mi disse che le mie opere facevano compagnia..probabilmente era quello che a lei serviva in quel momento..si era identificata nei miei lavori..mi sono commossa.

G.G.: Cosa ti hanno lasciato Lelio Gelli e Luigi Annunziata?

Liliana Comes: Lo scultore Lelio Gelli mi ha trasmesso il rispetto per i volumi plastici, conoscerli mi è stato indispensabile per poi ridurli al minimo per mio gusto ed esigenza. Ed inoltre l’armonia di impostazione che nel mio caso ho adottato in pittura ed è necessaria per la riuscita di un opera piacevole….Luigi Annunziata mi ha trasmesso invece l’amore per il disegno.

G.G.: Napoli è una città bella ma maledetta allo stesso tempo. Come la rappresenteresti in un tuo dipinto?

Liliana Comes: La rappresenterei con i meravigliosi colori lavici del Vesuvio.

G.G.: Un Ultima domanda Liliana! Tra i tanti quadri,qual’è quello che ti emoziona,o meglio che ti lascia un brivido particolare ogni volta che lo guardi?

Liliana Comes: Tutti…non considero mai un opera realizzata se non mi dà una forte emozione…curo i miei lavori come se fossero dei figli..

Colori e Fiamme di vita, questa è l’arte di Liliana Comes.

Fonte: Oubliettemagazine

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