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Project Trumpmore, scultura di ghiaccio in Artide

May 13, 2018 Leave a comment

trump mania

Una sfida per Trump: scultura di ghiaccio in Artide, resistera’ la sua faccia?

Il riscaldamento globale è una balla? Allora la sua faccia dovrebbe resistere per centinaia di anni…

Quattro settimane di tempo per un costo complessivo stimato in 400.000 dollari per un colosso di ghiaccio alto 35 metri dal profilo piuttosto riconoscibile potrebbe un giorno svettare sulle acque dell’Artico. Un’idea piuttosto provocatoria quella di un gruppo ambientalista finlandese, Melting Ice, che si dice pronto a intagliare il volto di Donald Trump in un iceberg nei ghiacci dell’artico.

Se il presidente USA ha ragione in fatto di clima, il suo profilo dovrebbe infatti attraversare indenne il prossimo millennio, nel caso contrario la telecamera che verrebbe installata davanti al colosso di ghiaccio potrebbe filmare il deterioramento della struttura a causa del riscaldamento climatico, evento molto piu’ probabile.

Il Project Trumpmore prende spunto dalle posizioni perseguite dalla Casa Bianca e in particolare dal desiderio di Trump di vedere un giorno il suo volto scolpito sul Monte Rushmore, accanto a quelli di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln.

di Andrea Raggini
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PAS, il cervello emotivo delle “persone altamente sensibili”

March 12, 2018 Leave a comment

pas

Non è sempre facile. A volte, ci risulta complicato entrare in sintonia con questo mondo così ostile, così pieno di pettegolezzi, di egoismo e di arrivismo. Le Persone Altamente Sensibili (PAS) sono molto vulnerabili e privilegiate allo stesso tempo: possono sentire ciò che gli altri non percepiscono o farlo con un’intensità tale da vedere realtà che ad altri sfuggono.

Cos’è che rende tali le Persone Altamente Sensibili? C’è un fattore genetico? Perché soffrono più degli altri? Perché, nelle loro relazioni, l’amore è sia intenso che doloroso? Perché stanno bene in solitudine, ma, allo stesso tempo, avvertono una profonda incomprensione sin dalla tenera età?

Nel 2014, venne pubblicata un’interessante ricerca elaborata dall’Università di Stony Brook, a New York, in cui si voleva dare una spiegazione alle particolarità del cervello delle Persone Altamente Sensibili. Si volevano scoprire, inoltre, le differenze fra le PAS e coloro che non presentano questa apertura emotiva così speciale. Tale lavoro venne svolto da sei ricercatori e i suoi risultati vennero pubblicati sulla rivista “Brain and Behaviour”; vi proponiamo ora le interessanti conclusioni tratte, siamo certi che vi sorprenderanno!
Il cervello emotivo delle Persone Altamente Sensibili (PAS)

Si calcola che quasi il 20% della popolazione mondiale sia dotato delle caratteristiche basiche per essere definito “altamente sensibile”. La cosa più normale è che queste persone passino la maggior parte della loro vita senza sapere di appartenere a questo piccolo gruppo di privilegiati. Non sanno di essere nate con un paio di “occhiali invisibili” che fanno vedere il mondo in altro modo, con un cuore più aperto, ma anche più fragile. La ricerca svolta rivelò che le Persone Altamente Sensibili sono dotate di un cervello emotivo capace di grande empatia. Si tratta di cervelli totalmente orientati verso la “socievolezza” e all’unione con i loro simili.

Cosa significa tutto ciò? Basicamente che i processi cerebrali di tali persone mostrano una sovreccitazione nelle aree neuronali collegate con le emozioni e con l’interazione: questi soggetti sono in grado di decifrare ed intuire i sentimenti di coloro che li circondano, ma, allo stesso tempo, devono affrontare un problema molto chiaro… Il resto del mondo è privo di tale empatia; pertanto, vi è un evidente squilibrio tra la loro sensibilità e quella delle persone attorno a loro. È per questo che le Persone Altamente Sensibili vedono sé stesse come “diverse”.

Per arrivare a queste conclusioni, si realizzarono varie prove, come per esempio le risonanze magnetiche, con il fine di studiare le differenze tra i processi mentali delle PAS e le persone nelle quali non era stata riscontrata una sensibilità speciale. A questo scopo, i soggetti in analisi vennero esposti a diversi stimoli, per poter verificare l’attività biochimica e le differenti strutture che conformano il cervello.

I risultati furono particolarmente visibili in due aspetti:

  • I neuroni specchio. Di certo ne avrete già sentito parlare; essi compiono una funzione sociale, perciò sono presenti soprattutto negli umani e nei primati. Sono situati nella corteccia frontale inferiore del cervello, molto vicino alla zona del linguaggio, e sono collegati soprattutto con l’empatia e con l’abilità di captare, processare e interpretare le emozioni altrui. Nelle PAS, la loro attività è continua e molto intensa sin dall’infanzia.
  • L’insula. Si tratta di una piccola struttura, situata molto in profondità nel nostro cervello. Si trova nella corteccia insulare ed è collegata con il sistema limbico, una struttura basica per le nostre emozioni. È proprio essa che ci permette di avere una visione più soggettiva ed intima della realtà.

Gli studiosi che si sono occupati di questo lavoro soprannominarono l’insula “la poltrona della coscienza”, poiché riunisce la gran parte dei nostri pensieri, intuizioni, sentimenti e percezioni di tutto ciò che viviamo in ogni istante. Nelle Persone Altamente Sensibili, questa interessante struttura svolge un’attività molto più energica di quella delle persone prive di tanta sensibilità.

Questo studio concluse anche che le PAS, oltre ad essere più ricettive degli stimoli visivi collegati al volto umano e alle emozioni, presentano anche una soglia di sopportazione di luci intense o rumori forti (stimoli fisici in generale) molto bassa. È addirittura possibile che, in questi casi, in loro si attivino le strutture cerebrali associate al dolore.

Le Persone Altamente Sensibili hanno questa particolarità: quella di sentire e capire il mondo attraverso un sistema nervoso più acuto e sofisticato. Non scelgono di essere così, lo sono e basta; perciò devono imparare a vivere con il cuore, accettando questo prezioso dono, perché soffrire non è un obbligo, ma un’opzione che non vale la pena scegliere.

 I 4 doni delle persone altamente sensibili (PAS)

Quando qualcuno si sente in minoranza, di solito prova disagio e paura. Si pensa: “Perché percepisco le cose in modo diverso? Perché soffro più degli altri? Perché mi sento sollevato quando sono solo? Perché osservo e sento cose che gli altri ignorano?”.

Far parte di quel 20% della popolazione che si riconosce come persone altamente sensibili (PAS) non è uno svantaggio, né etichetta le persone come diverse. È probabile che durante la vostra vita, e specialmente durante l’infanzia, abbiate percepito questa distanza emotiva e, a volte, avete avuto la sensazione di vivere in una specie di bolla.

L’alta sensibilità è un dono, uno strumento che vi permette di approfondire ed enfatizzare le cose.
Poche persone sono capaci di capire in tal modo la vita.

Fu Elaine N. Aron che, agli inizi degli anni ’90, studiando le personalità introverse, ritrasse minuziosamente le caratteristiche di una nuova dimensione non descritta fino a quel momento, che rifletteva una realtà sociale: quella delle persone altamente sensibili, riflessive, quelle che reagivano emotivamente.

Se è il vostro caso, se vi identificate con le caratteristiche di cui ha parlato la dottoressa Aron nel suo libro “The Highly Sensitive Person”, è importante che vi convinciate che l’alta sensibilità non deve farvi sentire strani o diversi. Al contrario, dovete sentirvi fortunati per possedere questi 4 doni:

  1. Il dono della conoscenza emotiva
    Fin dall’infanzia, i bambini con alta sensibilità percepiscono aspetti della vita quotidiana che provocano loro angoscia, contraddizione e affascinante curiosità. I loro occhi captano aspetti che gli adulti non considerano.

Quel senso di frustrazione dei loro maestri, quell’espressione preoccupata sul volto delle loro madri…. sono capaci di percepire cose che altri bambini non vedono e, loro, insegneranno agli altri che la vita è difficile e contraddittoria. Verranno al mondo con lo sguardo già aperto al mondo delle emozioni, senza sapere ancora da cosa sono guidati, cosa li fa vibrare o che cosa fa soffrire gli adulti.

La conoscenza delle emozioni è un’arma silenziosa, ma potente.
Ci avvicina di più alle persone per capirle, ma, allo stesso tempo, ci rende più vulnerabili al dolore.

La sensibilità è come una luce che risplende, ma che ci rende più vulnerabili al comportamento degli altri, alle bugie, agli inganni, all’ironia…Te la prendi per tutto- ti dicono di continuo- Sei troppo sensibile. Ed è proprio così, ma siete quello che siete. Un dono ha bisogno di un’alta responsabilità e la conoscenza delle emozioni vi esige anche di sapervi proteggere. Di sapervi prendere cura di voi stessi.
2. Il dono di godere della solitudine
Le persone altamente sensibili trovano piacere nei momenti di solitudine. Sono rifugi di cui hanno bisogno per svolgere al meglio i loro compiti e le loro azioni. Sono persone creative che amano la musica, la lettura. E anche se questo non significa che non amino stare in compagnia degli altri, sono veramente felici solo quando sono soli.

Le persone altamente sensibili non hanno paura della solitudine.
È proprio in quegli istanti che possono connettersi meglio con se stessi, con i loro pensieri, liberarsi dagli attaccamenti, dalle catene e dagli sguardi estranei.

3. Il dono di un esistenza col cuore

Alta sensibilità significa vivere col cuore. 
Nessuno vive più intensamente l’amore, i piccoli gesti quotidiani, le amicizie, l’affetto..

Quando si parla delle persone altamente sensibili, le si associa spesso alla sofferenza. Alla loro tendenza alla depressione, alla tristezza, al loro sentirsi vulnerabili di fronte agli stimoli esterni, di fronte al comportamento della gente. Tuttavia, c’è qualcosa che gli altri non sanno: poche emozioni sono vissute tanto intensamente come l’amare e l’essere amati…
Non parliamo solo di relazioni di coppia, ma di amicizia, affetto quotidiano, captare la semplice bellezza di un quadro, di un paesaggio o di una melodia, è per le persone altamente sensibili un’esperienza intensa, radicata nel loro cuore.

4. Il dono della crescita interiore
L’alta sensibilità non si cura. Uno viene al mondo già dotato di questo dono, che si può notare fin da quando si è piccoli. Le loro domande, le loro intuizioni, la loro tendenza al perfezionismo, la loro soglia bassa del dolore fisico, il fastidio che in loro provocano le luci e gli odori forti, la loro vulnerabilità emotiva..

Non è facile vivere con un dono simile. Tuttavia, una volta che ci si rende conto di possederlo, bisogna riconoscerlo e sapere cosa questo comporta, perché arriverà il momento in cui bisognerà imparare a gestire molti di questi dettagli. Non dovete permettere alle emozioni negative di straripare in alcuni momenti.

Dovete anche imparare che gli altri vanno a un ritmo diverso da voi, che non possiedono la vostra stessa soglia emotiva, che non vivranno certe cose con la vostra stessa intensità, anche se questo non significa che, ad esempio, vi vogliano meno bene. Rispettateli, capiteli. Capite voi stessi.

Una volta che avrete scoperto il vostro essere e le vostre facoltà,
raggiungerete l’equilibrio e fomenterete la vostra crescita personale.
Siate unici e vivete con il cuore. Siate pacifici, sicuri e felici.

Fonte: La Mente é Meravigliosa

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Artide, spedizione imminente in cerca del dirigibile ‘Italia’

February 16, 2018 Leave a comment

dirigibile Italia

“Ad agosto partirà una spedizione per il Polo Nord, alla ricerca dei resti del dirigibile ‘Italia’, l’aerostato progettato e comandato dall’ufficiale della Regia Aeronautica Umberto Nobile, precipitato il 25 maggio del 1928 sulla superficie ghiacciata del mar Glaciale Artico”. Ad annunciarlo all’Adnkronos è Simone Orlandini, parente del comandante Umberto Nobile, anche lui esploratore artico e con la passione per il volo, ora candidato della Lega al Senato nella circoscrizione estero Europa alle prossime politiche.

”Nobile -spiega Orlandini, promotore della missione che costerà circa 2 milioni di euro, già raccolti e finanziati da 60 sponsor- non era un militare, nè un politico, non apparteneva a nessun partito, era un ingegnere, ma soprattutto un uomo libero, mosso da una grande passione per il volo e la ricerca scientifica. Grazie a lui sono state scoperte terre e confini fino ad allora sconosciuti”. ”Con questa impresa -dice-proviamo a battere 4 record per entrare nel Guinness dei Primati. Il primo: si tratta della prima spedizione artica in barca a vela. Con un veliero raggiungeremo il Polo per arrivare a 82,5 gradi di latitudine Nord. Secondo: nessuno fino ad ora ha provato a recuperare i resti del dirigibile ‘Italia’ precipitato sul ghiaccio nel 1928. Se ci riusciamo, li doneremo al museo nazionale dell’Aeronautica di Vigna di Valle, a Bracciano. Terzo: Faremo ricerche per il cambiamento climatico e l’inquinamento delle acque da microplastiche a oltre l’ottantesimo grado di latitudine. Quarto record da battere: raggiungeremo una zona ancora incontaminata e sconosciuta’‘.

Resta ancora un giallo l’incidente che funestò l’impresa: tra le ipotesi una tempesta di neve, con vento molto forte. E’ indubbio che le condizioni meteo fossero estreme, ma le circostanze della perdita di quota non sono mai state del tutto chiarite. Poco dopo la mezzanotte del 24 maggio, l’Italià portò Nobile per la seconda volta sopra il Polo. Anche stavolta, fu lanciato il tricolore, insieme alla croce benedetta da Papa Pio XI.

Ripreso il viaggio, in prossimità delle montagne delle isole Svalbard, il grande pallone, probabilmente travolto da una tempesta, si schiantò sul ‘pack’, perdendo la cabina con dieci uomini, compreso Nobile. Nonostante le avversità climatiche, il velivolo riuscì a rialzarsi, ma forse sballottato dal vento, scomparve nel ‘mare bianco’ con altri sei componenti della spedizione rimasti prigionieri dell’involucro del dirigibile. Uno di loro Arduino, gettò ai compagni rimasti sul ghiaccio viveri, la radio e una tenda. Colorata di rosso grazie all’anilina utilizzata per le rilevazioni altimetriche, divenne la leggendaria tenda rossa dove i superstiti attesero i soccorsi per sette settimane. Solo il meteorologo svedese Finn Malmgre morì.

Partì una vera e propria mobilitazione da tutto il mondo per salvarli: partirono piloti, marinai ed esploratori di diversi paesi. Anche Amundsen provò a raggiungerli con un idrovolante francese, nonostante le frizioni di due anni prima con Nobile, ma perse la vita durante le ricerche. Non brillarono per iniziativa gli italiani, pare per ordine di Benito Mussolini e su input di Italo Balbo, geloso delle imprese di Nobile e sin dal primo momento contrario a un’aeronautica improntata sulla tecnica aerostatica.

Una spedizione internazionale riuscì a raggiungere i naufraghi. Nobile fu tratto in salvo per primo, il 23 giugno, anche se lui, raccontano, avesse fatto resistenza e chiesto di imbarcare i compagni feriti e questo scatenò forti polemiche e critiche. L’Italia fascista condannò il suo operato. Tant’è che Nobile, promosso dal Duce a generale del Genio aeronautico prima della missione al Polo Nord, fu costretto a dimettersi da tutte le cariche e solo alla fine della seconda guerra mondiale venne riabilitato.

Fonte: MeteoWeb

 

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Cavallo di Troia… “In realtà era una nave”, secondo l’archeologo Francesco Tiboni

January 25, 2018 Leave a comment

Hippos Fenicio dal rilievo di Kohrsabad-kax-U110179952308348G-1024x588@LaStampa.it

È quanto sostiene Francesco Tiboni: «Hippos era una imbarcazione fenicia»

Il Cavallo di Troia non era un cavallo, ma una nave. È quanto sostiene, da circa un anno, un nostro “cervello in fuga”, l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca dell’Università di Marsiglia, collaboratore di diverse università e enti stranieri ed italiani.

L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva abitualmente chiamata “Hippos”, appunto.

Plinio il Vecchio sembra spiegare il perché di questa denominazione riferendo che tale imbarcazione fu inventata da un maestro d’ascia fenicio il cui nome era Hippus. Queste navi, non a caso, erano dotate di una caratteristica polena: una testa equina.

I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo». In età moderna, altri studiosi hanno accennato al fatto che potesse trattarsi di una nave, ma era necessario un archeologo con specifiche competenze nel settore navale per trovare e mettere insieme un puzzle di indizi tecnici rivelatori.

L’episodio dell’Eneide

Vale la pena di ricordare brevemente l’episodio narrato da Omero, ripreso e ampliato, secoli dopo, da Virgilio. Dopo dieci anni di assedio alla città di Troia, i Greci mettono in pratica un’astuzia ideata da Ulisse ed ispirata da Atena in persona. Fingendo di abbandonare l’impresa e di tornare in patria, lasciano sulla spiaggia un enorme cavallo di legno, vuoto, che nasconde al proprio interno i più valorosi guerrieri achei, tra cui lo stesso re di Itaca. Il giovane greco Sinone, fingendo di aver disertato, spiega a Priamo, re di Troia, che il cavallo è stato lasciato per placare l’ira di Atena, offesa per la profanazione del suo tempio compiuta da Ulisse. Tale dono avrebbe dovuto proteggere il ritorno a casa dei Greci, ed era stato costruito in dimensioni tali che i troiani non avrebbero potuto portarlo dentro la città. Nonostante gli avvertimenti del sacerdote Laooconte – che viene subito divorato da serpenti marini – i troiani praticano una breccia nelle loro mura tanto da far entrare il “cavallo” nell’inespugnabile Ilio. In questo modo firmano la loro condanna a morte, dato che nottetempo i greci usciranno dal ventre del cavallo e conquisteranno la città.

L’equivoco millenario

«Omero– spiega l’archeologo Tiboni – conosceva perfettamente l’argomento marinaresco tanto da lasciarci una grande quantità di informazioni sulla tecnologia costruttiva delle navi antiche. Nell’Iliade ed ancor più nell’Odissea, il poeta elenca con tutti i particolari le imbarcazioni dei greci e, quando descrive ad esempio l’episodio della costruzione di una zattera da parte di Ulisse, spiega con grande precisione i legni, gli utensili e le tecniche di assemblaggio utilizzati. Tuttavia, proprio questa sua serenità nell’uso del linguaggio tecnico ha fatto sì che i poeti post-omerici che tramandarono le sue opere, ne travisassero alcuni passaggi. Per Omero, parlare di un “Hippos” equivaleva a indicare la nave fenicia di questa tipologia. Per i suoi epigoni, digiuni di cose di mare, divenne un cavallo vero e proprio».

Linguaggio tecnico

Del resto, solo un archeologo specializzato in navi antiche avrebbe potuto leggere tra le righe e comprendere perché i Greci avessero deciso di concludere a tutti i costi l’assedio di Troia. Omero scriveva, infatti, che le “cuciture” delle navi greche erano ormai fradicie e per questo avrebbero dovuto affrettare il ritorno in patria. I posteri e i traduttori hanno spiegato che con cuciture si intendevano le funi e le vele, ma il degradarsi di questi accessori forse non sarebbe stato così grave da costringere gli Achei al rimpatrio.

«In realtà – continua Tiboni – molti traduttori di Omero ignoravano che il fasciame delle navi greche fosse veramente cucito con grossi punti a croce di fibre vegetali, cosa che noi oggi sappiamo grazie ai relitti antichi. La decomposizione di queste cuciture, pericolosissima per l’integrità di tutto lo scafo, avrebbe richiesto migliaia di ore di lavoro per ricostruire quasi dal nulla le imbarcazioni: per questo, gli achei, non avevano altra alternativa che concludere la guerra».

Tra le righe di Virgilio

Del resto, lo stesso Virgilio, quando nell’Eneide narra della costruzione del monumentale cavallo, descrive, in realtà, proprio le antiche tecniche della cantieristica navale del periodo: scrive di come il cavallo fosse stato costruito partendo dal guscio esterno (cosa tecnicamente improbabile nel caso di un vero cavallo), di come le “murate” (termine marinaro per indicare i fianchi delle navi) fossero di abete, mentre la costolatura interna di rovere, esattamente come si faceva per costruire le navi antiche, in particolare quelle fenicie. Virgilio cita infatti un trave centrale in legno di acero che, nella storia dei relitti, trova riscontro solo in una nave: la famosissima nave punico-fenicia di Marsala, oggi conservata nel locale Baglio Anselmi.

Una vicenda più credibile

Dopotutto, scambiando il “cavallo” di Troia con una nave la vicenda narrata nell’Eneide non si snatura affatto, ma assume, anzi, contorni meno surreali e ben più credibili. La nave del tipo “Hippos” era solitamente usata per trasportare preziosi, pagare tributi e questo non solo avrebbe ingolosito ancor più i Troiani, ma avrebbe fornito un carattere più credibile di voto religioso in onore della dea.

Di certo sarebbe stato più semplice per i maestri d’ascia greci costruire una nave di un tipo ben conosciuto, piuttosto che improvvisarsi artisti e realizzare un cavallo.

Soprattutto, sarebbe stato molto più agevole nascondere nella doppia stiva di un’imbarcazione – piuttosto che nella pancia di un cavallo – il manipolo di guerrieri greci. Quanto al trasporto del cavallo all’interno delle mura di Troia, nell’Odissea Omero narra esplicitamente di un “alaggio”, un sistema di rotolamento su rulli che nell’antichità era utilizzato per il rimessaggio delle navi mercantili al termine della stagione di navigazione.

La scoperta e la comunicazione

Il Museo archeologico di Ventotene sorge su un sito noto per essere balzato anni fa agli onori della cronaca grazie alla scoperta di numerosi relitti sapientemente veicolata dall’equipe di ricercatori americani impegnati su di essi. La direttrice, Giovanna Patti, spiega: «Saper dare la giusta evidenza a certe scoperte è davvero importante. Certo, spesso, specie in Italia, non si rinuncia facilmente alla tradizione, e forse anche per questo motivo la teoria di Tiboni, le cui ragioni sono state prese subito molto sul serio dalla comunità archeologica internazionale, ancora suscita qualche diffidenza tra gli studiosi del nostro paese. Da noi l’eredità dell’idealismo crociano ha sempre lasciato in ombra il sapere scientifico rispetto a quello umanistico, ma, in moltissimi casi, è proprio la spiegazione tecnica a far piena luce su questioni storiche e letterarie dibattute. In questo caso, come già è stato per le scoperte che hanno arricchito il nostro museo, frutto di conoscenze e tecniche moderne ed interdisciplinari, occorre avere una visione espansa, che comprenda simultaneamente una quantità di indizi diversi».

Fonte: La Stampa

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Gornaya Shoria, sito megalitico di possibile natura artificiale in Siberia

December 9, 2017 Leave a comment

Gornaya Shoria

La partita si gioca tutta in Siberia: se dovesse essere confermata la natura artificiale del sito megalitico di Gornaya Shoria verrebbe automaticamente riscritta tutta la storia umana.

Nel cuore delle gelide montagne siberiane è stato riportato alla luce un antichissimo e sorprendente sito megalitico le cui origini sono tuttora oggetto di accesi e animosi dibattiti da parte dei ricercatori di tutto il mondo. Queste eccezionali strutture sono situate sulla cima del “Monte Shoria” a Gornaya Shoria, ad est delle fitte montagne meridionali di Altai, e sono stati trovati e fotografati per la prima volta nel 2013 dal ricercatore indipendente Georgy Sidorov, durante una spedizione organizzata proprio sui freddi luoghi siberiani.

Sembrerebbe esclusa l’ipotesi che si tratti di formazioni geologiche naturali, malgrado gli accademici e i geologi stessi si siano affrettati a precisare fin da subito il contrario, rifugiandosi come spesso accade in questi casi nella più sfrenata ortodossia.
Appare evidente invece attraverso le immagini, le riprese e i tanti dati raccolti sul campo dai ricercatori che hanno studiato personalmente il sito che siamo difronte a delle strutture artificiali, poiché i mastodontici blocchi presentano evidenti tagli simmetrici, superfici appiattite e sagomate, tagli operati in maniera orizzontale e verticale con angoli e spigoli a 90°.

Mura mastodontiche, non costruibili neanche con la tecnologia moderna

Questi sensazionali blocchi sia singoli che incastrati gli uni sugli altri sembrano rassomigliare in maniera sorprendente alle famose “mura ciclopiche” presenti in Europa, e più in generale sul suolo di ogni continente, come anche alle maestose piattaforme conosciute comunemente come “Trilithon”.

Ad oggi, si crede che la “Pietra di Janeen”, ovvero l’impressionante monolite rinvenuto nel 2014 in Libano presso il sito archeologico di Baalbek sia il blocco di pietra lavorato più pesante nella storia della terra, con il suo impressionante peso di 1660 tonnellate.

Qualora venisse ufficialmente confermata dai ricercatori la natura artificiale delle mura megalitiche di Gornaya Shoria verrebbe automaticamente riscritta la storia, poiché molte di queste gigantesche pietre di granito si stima possano arrivare a pesare addirittura oltre le 3.000 tonnellate, un peso assolutamente sconcertante, superiore addirittura di ben 2-3 volte ai più pesanti megaliti presenti a Baalbek, e più in generale di tutte le antiche rovine megalitiche rinvenute fino ad oggi sul vasto suolo terrestre.

Gli altri siti megalitici nel mondo

È ampiamente risaputo che i territori russi presentano un alto numero di antiche costruzioni megalitiche, che però sono state inspiegabilmente trascurate dagli storici e dagli studiosi nel corso degli ultimi secoli.
Solamente negli ultimi decenni, grazie anche all’interesse di tanti ricercatori indipendenti, molte di queste strutture sono state esplorate, fotografate e portate finalmente alla ribalta dell’opinione pubblica mondiale.

Un esempio sono i numerosi “Dolmen”, particolari strutture megalitiche preistoriche a camera singola, anch’essi presenti in ogni luogo terrestre.
Oppure le mirabili piramidi bosniache scoperte nel 2013 nella città di Visoko dall’archeologo freelance Semir Osmanovic e che, stando ad alcuni approfonditi studi, sarebbero addirittura da datare a 30.000 anni fa, ovvero decine migliaia di anni prima della nascita delle prime culture organizzate.

Certo, rimane il dilemma, il grande dilemma, di come blocchi di questa portata siano stati posizionati da normali esseri umani con una precisione maggiore di quella ottenuta nelle cave moderne, considerando anche che ad oggi (2017) il peso massimo attualmente issato dalla gru (fissa) più potente al mondo si aggira intorno alle 1000/1200 tonnellate.

Questi megaliti sono stati trasportati sulla cima del monte Shoria, come anche nel caso dei siti megalitici peruviani di Ollantaytambo e Machu Picchu, per poi venire assemblati in maniera così precisa da non lasciare spazi fra un masso e l’altro, e al punto tale che la lama di un coltello non riesce a penetrare negli interstizi.

Nessuna civiltà poteva secondo la storia produrre Gornaya Shoria

Stando alla storiografia ufficiale, sarebbe assolutamente impossibile che degli esseri umani che abitavano queste terre svariati millenni prima della nascita delle prime culture organizzate, in possesso nel migliori dei casi soltanto di vetusti utensili in pietra, siano stati capaci di realizzare delle architetture così sopraffine da apparire illogiche e misteriose persino agli occhi di uomini appartenenti ad un’epoca dal così alto livello tecnologico come quella attuale.

Appare quindi abbastanza evidente l’impossibilità di realizzare queste opere da parte delle genti dell’epoca, e ciò può significare solo una cosa, ovvero che in piena preistoria una grande civiltà globale con i suoi simboli e una potente capacità in campo edilizio, si stanziò sulla Terra e costruì maestose opere architettoniche nel bel mezzo del continente europeo e più in generale in ogni luogo del vasto spazio terraqueo.

Questa civiltà mostra anche una certa unità culturale, e la sua storia ha molto a che vedere con quanto riportato in tutte le antiche leggende e mitologie tramandate dagli uomini.
Certo, un’evoluzione fatta di piccoli e tortuosi passi, una stratificazione di montagne senza diluvi, una lenta e faticosa acquisizione di capacità cognitive, linguistiche, tecniche, artistiche, scientifiche, a partire dal tempo in cui ci siamo innalzati da terra diventando da quadrupedi bipedi, ogni giorno di più ha il sapore di una spiegazione buona solo per i tanti fratelli Grimm del Settecento, ma che oggi come oggi, alla luce delle evidenze archeologiche e paleontologiche non convince per nulla chi appena un po’ abbia il coraggio di mettersi semplicemente a pensare.

a cura di Giuseppe Di Re

Fonte: Nibiru 2012

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Archeoastronomia, allineamento astronomico dei megaliti

November 30, 2017 Leave a comment

allineamenti megaliti

L’interesse dell’uomo per il cielo è testimoniato fin dal Paleolitico. Nel Neolitico e durante l’Età del bronzo, in molte parti del mondo sono stati eretti numerosi megaliti disposti secondo forme geometriche ben definite, in prevalenza circoli ed ovali, ma anche veri e propri complessi templari allineati con i punti all’orizzonte in cui in quell’epoca sorgevano o tramontavano corpi celesti di particolare importanza. Monoliti e buche in cui in origine erano infissi dei pali, corridoi, pozzi e santuari di varia fattura realizzati tenendo ben presente la direzione del sorgere e del tramontare della Luna, del Sole o delle stelle più luminose visibili ad occhio nudo nel corso delle stagioni. Queste corrispondenze tra le pietre e il cielo oggi sono studiate dall’Archeoastronomia.

Questa scienza fornisce importanti informazioni sugli enigmatici monumenti realizzati prima della nascita della storiografia. Per quelle culture, evidentemente, gli eventi celesti con la loro periodicità inesorabile erano affidabili strumenti per predire le scadenze agricole e pastorali. Attraverso le grandi pietre gli antichi hanno traslato il cielo sul terreno, “fotografando” le levate eliache delle stelle, i solstizi e gli equinozi, le fasi lunari. Già intorno al XVI e XVII secolo alcuni studiosi incominciarono ad intravvedere possibili collegamenti tra i monumenti megalitici e gli astri. Nel XIX secolo Norman Lockyer dimostrò l’orientamento celeste delle piramidi egizie e dei monumenti megalitici europei, ma all’epoca la comunità scientifica non era ancora pronta ad attribuire conoscenze matematiche e astronomiche alle culture preistoriche e protostoriche. Questa disciplina ha trovato legittimazione poco più di una cinquantina di anni fa. La posizione della Stella polare, delle costellazioni e degli allineamenti celesti cambiano nel corso delle epoche per effetto del meccanismo astronomico noto come precessione.

Calcolando i puntamenti degli antichi megaliti è possibile ricostruire l’epoca approssimativa in cui le pietre sono state erette, sistema che può supportare gli archeologi nella ricostruzione del passato, quando i reperti databili rinvenuti nei siti sono scarsi o testimoniano occupazioni sovrapposte che possono confondere le stime. Gli antichi costruttori hanno spesso smontato e rimontato le grandi pietre, riposizionandole per mantenere le corrette corrispondenze celesti, a fronte del lento mutamento della volta celeste alla vista dell’osservatore terrestre. Le tracce dell’interesse dell’uomo per l’astronomia risalgono al Paleolitico superiore, come provano i numerosi calendari lunari ritrovati dagli archeologici. L’entrata della grotta di Lascaux, all’interno della quale si ritiene siano rappresentate alcune costellazioni come il Toro e le Pleiadi, è allineata con il solstizio d’estate. Nel Mesolitico e nel Neolitico le realizzazioni umane si fanno più complesse.

Il tempio di Gobekli Tepe, in Turchia, è il tempio in pietra più antico del mondo, risale a 11.500 anni fa. Le colonne a forma di T che compongono i cerchi megalitici sono decorate con altorilievi dalle forme animali. Secondo un’interpretazione, queste figure rappresentano le costellazioni come immaginate dagli uomini dell’epoca. Giulio Magli, professore ordinario presso la facoltà di Architettura civile del Politecnico di Milano, dove tiene un corso di Archeoastronomia , sostiene che tre degli anelli che costituiscono il tempio sono allineati con i punti dell’orizzonte in cui Sirio sarebbe sorta nel 9100, 8750 e 8300 a.C. Nel sito di Warren Campo, in Scozia, risalente a 10.000 anni fa, è presente una fila di dodici pozzi che rappresentano i mesi dell’anno e le fasi lunari del mese. L’attenzione per il cielo è proseguita anche nei millenni successivi. Le pietre del circolo megalitico di Nabta Playa, in Egitto, un sito che risale a un periodo tra i 6800 e i 5700 anni fa, sono allineate con i solstizi e con gli equinozi. Oltre al circolo di pietre principale, esistono due file di megaliti che continuano per chilometri, una in direzione nord ed una in direzione est. Secondo gli studi, la linea nord all’epoca era allineata con la costellazione dell’Orsa Maggiore, mentre quella a est era allineata con la costellazione di Orione.

I tanti megaliti della Bretagna sono stati eretti tra 6500 e 4000 anni fa e ancora una volta evidenziano un orientato astronomico. A Carnac, in Bretagna, lungo un territorio di una quindicina di chilometri, sono presenti numerosissimi menhir disposti in quattro allineamenti principali: gli studi eseguiti hanno permesso di riscontrare la corrispondenza degli allineamenti dei megaliti alla posizione del Sole nei giorni dei solstizi e con la posizione della Luna al sorgere e al tramonto. Nel sito megalitico di Morbihan, 135 dolmen su 156 sono orientati in base ai solstizi d’estate o d’inverno. Le strutture megalitiche di Malta e Gozo, realizzate prima dell’introduzione del bronzo nell’isola, datate all’incirca tra 6000 e 4500 anni fa, testimoniano la stessa attenzione per gli allineamenti celesti. Per esempio, i templi di Mnajdra e Hagar Qim (1200 anni più vecchi delle piramidi in Egitto e 1000 anni precedenti Stonehenge) vengono attraversati dai raggi del Sole durante i giorni di solstizio ed equinozio. Pure l’accesso al tumulo circolare di Newgrange, in Irlanda, un complesso megalitico risalente a 5200 anni fa, è stato progettato secondo criteri astronomici: nel giorno del solstizio invernale, il Sole al suo sorgere proietta un pennello di luce attraverso un’apposita apertura lasciata sopra l’ingresso.

Allo stesso modo, il vicino tumulo di Dowth è allineato al solstizio invernale, mentre un terzo tumulo, detto di Knowth, più antico di Newgrange di circa 500 anni, presenta due camere dirette rispettivamente ad est e ad ovest che indicano gli equinozi: all’entrata della camera est è anche presente una pietra con funzione di meridiana. Gli esempi sono infiniti: merita ancora ricordare il celebre sito di Stonehenge in Inghilterra, presumibilmente realizzato tra il 3100 e il 1600 a.C., Anche Stonehenge è un osservatorio celeste, già nel 1740 William Stukeley aveva notato gli allineamenti del monumento con il sorgere del Sole il 21 giugno e il tramonto il 21 dicembre. Gli studi hanno poi messo in evidenza i complessi calcoli relativi ai moti della Luna e alla cadenza delle eclissi.

Nelle cartine del megalitismo europeo non vengono adeguatamente considerate alcune zone importantissime, come Norvegia, Carelia e Penisola di Kola. Anche l’Europa centrale è ricca di megaliti, Germania e Svizzera su tutti, e così l’Est europeo, pensiamo a Romania, Bulgaria e Russia caucasica. Purtroppo queste aree restano misconosciute ai più. Ha ottenuto invece una più larga eco il sito di Carahunge in Armenia. Singolarmente o associate alle altre, le stesse tipologie megalitiche – d olmen, menhir, circoli di pietre, stanze scavate nella roccia, corridoi, altari e tumuli – sono presenti anche in tutto il continente americano, dal Canada al Cile, nell’Africa subsahariana, non solo sulla costa magrebina, poi ancora in Asia centrale, in India e in Estremo Oriente, dal Tibet al Giappone, sino all’area insulare del Sud-Est, perfino in Australia e nelle isole polinesiane del Pacifico. Ci troviamo di fronte a strutture con funzione dichiaratamente “sacra”, che rivelano il medesimo culto astronomico e naturalistico.

Fonte: Blog’N’Roll – Il Secolo XIX

Oumuamua, asteroide interstellare proveniente da Vega

November 25, 2017 Leave a comment
Oumuamua: first observed interstellar visitor
Rappresentazione artistica di Oumuamua. La usa forma allungata ha stupito i ricercatori

Per la prima volta nella storia il telescopio Pan-STARSS 1 delle Hawaii ha intercettato un bolide proveniente dallo spazio profondo: Oumuamua proviene da Vega e ha viaggiato 300.000 anni.

Il 19 ottobre 2017, il telescopio Pan-STARSS 1 in Hawai`i ha osservato un puntino di luce che si muoveva in cielo. All’inizio sembrava un tipico asteroide in rapido movimento, ma ulteriori osservazioni nei giorni seguenti hanno permesso di calcolarne l’orbita con precisione. I calcoli hanno mostrato senza possibilità di dubbio che questo corpo celeste non proveniva dall’interno del Sistema Solare, come tutti gli altri asteroidi o comete mai osservati, ma dallo spazio interstellare. Pur se originariamente classificato come cometa, le osservazioni dell’ESO e di altri siti non hanno trovato nessun segno di attività cometaria dopo il passaggio in prossimità del Sole nel settembre 2017. L’oggetto è stato quindi riclassificato come asteroide interstellare e chiamato 1I/2017 U1 (Oumuamua)

L’avvistamento

“Dovevamo muoverci in fretta”, spiega il membro dell’equipe Oliver Hainaut dell’ESO a Garching. Germania. “`Oumuamua aveva già oltrepassato il suo punto di avvicinamento al Sole e stava tornando verso lo spazio interstellare.”

Il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO è stato quindi messo subito in moto per misurare l’orbita, la luminosità e il colore dell’oggetto con più precisione dei piccoli telescopi. La rapidità era fondamentale perchè `Oumuamua stava rapidamente svanendo alla vista allontanandosi dal Sole e dall’orbita della Terra, nel suo cammino verso l’esterno del Sistema Solare. Ma c’erano in riserbo altre sorprese.

Combinando le immagini prese dallo strumento FORS sul VLT, usando quattro filtri diversi, con quelli di altri grandi telescopi, l’equipe di astronomi guidata da Karen Meech (Institute for Astronomy, Hawai`i, USA) ha scoperto che `Oumuamua varia di intensità in modo drammatico, di un fattore dieci, mentre ruota sul proprio asse ogni 7,3 ore.

Karen Meech spiega l’importanza della scoperta: “Questa variazione di luminosità insolitamente grande significa che l’oggetto è molto allungato: circa dieci volte più lungo che largo, con una forma complessa e contorta. Abbiamo anche scoperto che ha un colore rosso scuro, simile agli oggetti delle zone esterne del Sistema Solare, e confermato che è completamente inerte, senza la minima traccia di polvere.”

La forma di Oumuamua

Queste proprietà suggeriscono che `Oumuamua sia denso, probabilmente roccioso o con un contenuto elevato di metalli, che non abbia quantità significative di acqua o ghiaccio e che la sua superficie sia scura e arrossata a causa dell’irradiazione da parte dei raggi cosmici nel corso di milioni di anni. SI è stimato che sia lungo almeno 400 metri.

Calcoli preliminari dell’orbita hanno suggerito che l’oggetto sia arrivato dalla direzione approssimativa della stella brillante Vega, nella costellazione settentrionale della Lira. In ogni caso, anche viaggiando alla velocità vertiginosa di circa 95 000 km/h, c’è voluto così tanto tempo per questo viaggio interstellare fino al nostro Sistema Solare, che Vega non era nemmeno in quella posizione quando l’asteroide era là vicino circa 300 000 anni fa. `Oumuamua potrebbe aver vagato per la Via Lattea, senza essere legato a nessun sistema stellare, per centinaia di mliioni di anni prima di aver casualmente incontrato il Sistema Solare.

Un oggetto simile all’anno

Gli astronomi stimano che un asteroide interstellare simile a Oumuamua attraversi il Sistema Solare interno circa una volta all’anno, ma poichè sono deboli e difficili da trovare non sono stati identificati finora. Solo recentemente i telescopi per survey, come Pan-STARSS, sono diventati sufficientemente potenti per avere la possibilità di scovarli.

“Stiamo continuando a osservare questo oggetto, unico nel suo genere,” conlclude Olivier Hainaut, “speriamo di riuscire a identificare con maggior precisione il suo luogo di origine e la prossima destinazione di questo suo viaggio galattico. E ora che abbiamo trovato la prima roccia interstellare, ci stiamo preparando per le prossime!”.

Fonte: Nibiru 2012

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