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Neuralink, integrazione cervello-macchina

April 1, 2017 Leave a comment

Neuralink, integrazione cervello-macchina

Si chiama Neuralink ed è il nuovo progetto con il quale Elon Musk ha intenzione di sviluppare una tecnologia in grado di effettuare connessioni dirette tra un cervello umano e un computer.

A coadiuvare Musk in questa ambiziosa avventura – che, secondo il Wall Street Journal è già in fase avanzata di sviluppo – saranno Vanessa Tolosa (ingegnere al Lawrence Livermore National Laboratory ed esperta di elettrodi flessibili), Philip Sabes (professore all’Università della California a San Francisco ed esperto dei modelli di controllo del movimento del cervello) e Timothy Gardner (professore all’Università di Boston e studioso del modo in cui cantano gli uccelli attraverso piccoli elettrodi impiantati nella corteccia cerebrale dei fringuelli). Un team di tutto rispetto per quesa startup, Neuralink, a quanto pare interamente finanziata dal numero uno di Tesla.

Quando si tratta di novità nell’ambito dell’intelligenza artificiale, Musk è un vulcano di idee: quest’ultima prevede, appunto, lo sviluppo di dispositivi da inserire direttamente nel cervello per metterlo in connessione diretta con un computer. Insomma, l’obiettivo è “fondere” l’intelligenza umana con quella artificiale. Lo scopo? Più che nobile: aiutare a trattare malattie come l’epilessia, il morbo di Parkinson o la depressione. Interfacciando il cervello direttamente con un sistema informatico sarà possibile regolare l’attività elettrica cerebrale tramite gli elettrodi.

Neuralink dovrebbe presentare (il condizionale è d’obbligo) un prototipo funzionante già nei prossimi mesi per dimostrare l’efficacia e l’affidabilità della nuova tecnologia. Qualora dovesse funzionare – e Musk ne è fortemente convinto – lo step successivo sarà quello di aumentare le prestazioni e la memoria del genere umano.

Fonte: Nibiru 2012

 

Lemuria, ritrovato il Continente Perduto

February 8, 2017 Leave a comment

lemuria

La scoperta di un antico pezzo di crosta terrestre nella zona dell’isola Mauritius riporta d’attualità le antiche teorie sulle terre sommerse

È stato ritrovato il Continente Perduto di Lemuria. Una specie di Atlantide: solo che sta nel posto di Mu, lo vogliono chiamare Mauritia, ed è un avanzo di Gondwana. È un tema in cui sguazzano fantascienza e fanta-archeologia, ma le antiche terre sommerse esistono davvero. Di una di queste ha parlato Nature Communications raccontando la scoperta di un’equipe di scienziati composta dal geologo Lewis Ashwal della sudafricana università del Witwatersrand, da Michael Wiedenbeck del entro di ricerca tedesco di Geoscienze e da Trond Torsvik, dell’università di Oslo.

La prima parola chiave è ovviamente Mauritia: da Mauritius, nell’Oceano Indiano. Li è stato trovato un antico pezzo di crosta terrestre coperto di lava con cristalli di zircone antichi tre miliardi di anni. Possibile, su un’isola vulcanica non più antica di nove milioni di anni? No: a meno, di non ammettere che quel minerale stava là da prima dell’isola. E siccome si tratta di un qualcosa che non si può formare in mare ma solo su un Continente, vuol dire che si tratta appunto di un avanzo di un Continente scomparso.

Qui arriva la seconda parola chiave: Atlantide. Idea platonica del continente scomparso sotto le onde da quando 2500 anni fa Platone ne raccontò la storia nei dialoghi “Timeo” e “Crizia”. Come indica appunto il nome, però, Atlantide stava nell’Atlantico, tra Europa e America. Da quando nel 1912 Alfred Wegener formulò la teoria della Deriva dei Continenti, però, si sa che l’Europa è stata attaccata al Nord America, e l’Africa al Sud America, come suggerisce anche l’impressionante combaciare delle coste di Golfo di Guinea e Brasile. Per l’Atlantide platonica non c’era dunque fisicamente posto, e infatti negli ultimi decenni chi ha provato a dimostrare la veridicità della sua storia ha cercato collocazioni alternative. Tra le più popolari, la Creta minoica.

La Deriva dei Continenti ha messo in mora anche Lemuria: terza parola chiave. L’esistenza di questo ponte di terra poi sommerso dall’Oceano Indiano era una serissima ipotesi scientifica formulata nel 1864 dal  geologo Philip Sclater per spiegare un qualcosa che all’epoca sarebbe stato se no inesplicabile: come mai l’arco di Asia tra gli attuali Pakistan e Malaysia è pieno di fossili di lemuri quando oggi quelle bestiole vivono solo tra Madagascar e isole vicine? Nel frattempo, però, nel 1920 l’esoterista James Churchward tirò fuori la teoria di Mu (quarta parola chiave). Un po’ identificato con Lemuria, un po’ indicato come un terzo continente perduto nell’attuale Oceano Pacifico.

Teorie fantascientifiche a parte, la geologia ci spiega comunque che 570 milioni di anni fa tutte le attuali terre erano raggruppate in due supercontinenti: Laurasia e Gondwana. Gondwana prende il nome da un’altra “Atlantide” descritta da un mito indù, ma esistette dunque davvero, anche se in epoca precedente a qualunque tipo di umanità. 245 milioni di anni fa si riunì a Laurasia in un supercontinente unico chiamato Pangea, ma a partire da 205 milioni di anni si frammentò di nuovo. Da Gondwana derivano le attuali Sudamerica, Africa, India, Antartide e Australia: ma anche, come si è appunto scoperto ora, la sommersa Mauritia.

Fonte: Il Foglio

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Mauritia, scovato il piccolo continente perduto dell’Oceano Indiano

February 8, 2017 Leave a comment

mauritia

Non c’è oceano di cui si favoleggi almeno un continente inabissato, che sia Atlantide, Lemuria oppure Mu. Tuttavia, solo quello dell’Oceano Indiano è esistito davvero, come afferma un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Communications” dai geologi di alcuni istituti di ricerca europei e sudafricani. I ricercatori l’hanno battezzato Mauritia, in omaggio all’isola tropicale che rappresenta buona parte di ciò che oggi ne rimane. Un nome nuovo, per distinguerla appunto dall’immaginaria Lemuria, il continente che secondo alcuni zoologi dell’ottocento avrebbe collegato in tempi remoti India e Madagascar, spiegando la presenza dei lemuri nelle due regioni. E pure dalle numerose leggende come quella del Kumari Kandam, una fertile mesopotamia presente nella cosmologia dei Tamil, oppure della Jambudvipa, il più importante dei continenti della mitologia Indù poiché vi sorge il monte Meru, sede di ogni tipo di godimento.

I primi indizi dell’esistenza di Mauritia risalgono a quattro anni fa quando il gruppo coordinato da Trond Torsvik, professore di Geofisica all’Università di Oslo e coautore del presente studio, trovò sulla spiaggia di Mauritius alcuni piccoli zirconi, tipicamente presenti nei graniti. Nell’articolo pubblicato su “Nature Geoscience” i ricercatori stabilirono che i cristalli si fossero formati durante processi geologici della croste molto più antichi dei basalti dell’isola. Mauritius nasce tra gli otto e i nove milioni di anni fa in seguito all’eruzione di alcuni vulcani sottomarini mentre gli zirconi risalivano a un’epoca compresa tra 660 e 1.970 milioni di anni fa. Il loro ritrovamento era quindi da attribuire all’attività vulcanica che avrebbe portato in superficie alcuni frammenti di una placca continentale sconosciuta e intrappolata sotto gli strati di lava dell’isola. Per quanto plausibile, l’esistenza di Mauritia rimaneva però un’ipotesi: i ricercatori non potevano garantire l’origine locale dei cristalli che avrebbero potuto giungere sulla spiaggia trasportati, per esempio, dal vento. Per fugare ogni dubbio, il gruppo di Lewis Ashwal, professore di Geochimica presso l’Università del Witwatersrand a Johannesburg, ha esaminato la composizione di alcune rocce estratte dalle profondità dell’isola. Il ritrovamento di altri zirconi, di età superiore a quelli trovati da Torsvik, ha rappresentato la prova definitiva dell’esistenza di un piccolo continente perduto. L’analisi degli isotopi di alcuni elementi chimici contenuti ha inoltre escluso la loro provenienza dalle vicine Madagascar, Seychelles e perfino dall’India.

Come Africa, Antartide, Australia e India, Mauritia era in origine parte del grande supercontinente meridionale noto come Gondwana. Circa 84 milioni di anni fa, nell’epoca del Cretacico superiore, India e Madagascar iniziarono ad allontanarsi in direzioni opposte. Trovandosi tra le due, Mauritia subì un progressivo stiramento che assottigliò e sfilacciò la sua crosta, riducendola in numerosi piccoli frammenti presto sommersi dal neonato Oceano Indiano. Secondo gli autori i resti del continente perduto comprenderebbero infatti una serie di isole e isolotti tra i quali l’arcipelago delle Laccadive, le isole Chagos e buona parte delle Mascarene. La presenza in profondità di porzioni di crosta continentale, più spessa di quella oceanica, spiegherebbe inoltre le anomalie gravimetriche misurate in alcune regioni dell’Oceano Indiano. Insomma, nessun cataclisma o punizione divina: Mauritia si inabissò in risposta a dinamiche geologiche naturali, milioni di anni prima che potesse svilupparsi alcuna civiltà umana. I sognatori possono dichiararsi comunque soddisfatti: Atlantide è esistita davvero anche se circondata dalle acque di un altro oceano.

Fonte: National Geographic Italia

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Eros, energia sessuale fonte primaria dell’Agape

January 12, 2017 Leave a comment

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L’energia sessuale è un po’ il lupo cattivo nella storia dell’evoluzione della coscienza

Chi vorrebbe evitarla, chi crede di trovarla affascinante.

Nessuno però che la accolga come la manifestazione primaria e naturale dell’energia psicofisica che rappresenta, riconoscendole il diritto di fluire armonicamente nella totalità del proprio essere.

L’energia sessuale è trattata come una manifestazione DIVISA dal Sé. Ma poiché il Sé è la totalità della Vita nella coscienza, quest’ultimo non sarà realizzato senza che sia prima integrata anche questa manifestazione dell’energia.

Non solo: essendo l’impulso sessuale la forma più bassa e -proprio per questo- più potente del potenziale energetico insito nella nostra macchina biologica, nessuno stato superiore sarà autentico e stabile se non sarà alimentato da questa sorgente zampillante di energia.

Il grande asceta cristiano Origene (183-254 d.C.) affermava addirittura che l’Agape insegnato dal Cristo -la forma più sublime e divina dell’Amore- non potesse essere attinto se non contattando e integrando l’Eros creaturale, ovvero l’energia sessuale. La Via dell’Amore è sempre stata e sempre sarà una Via dell’Alchimia Sessuale.

In termini psicoanalitici questo sarà tradotto da Sigmund Freud nel concetto per cui la sorgente primaria di ogni manifestazione psichica è proprio l’energia sessuale o “Libido”.

Più edotto sui segreti dei grandi iniziati cristiani, Carl Gustav Jung ripartirà da questo assunto ma domandando con più sottigliezza:

“L’energia sessuale è innanzitutto “energia sessuale” o è innanzitutto semplice energia?”

L’energia psicofisica infatti, nella sua forma originaria, non è mai innanzitutto “sessuale”: è energia!

Su questa scoperta semplice eppure cruciale si basa il processo di Trasmutazione che gli insegnamenti di Gesù permettono di realizzare.

Solo quando io rifiuto una certa manifestazione dell’energia e dunque la separo dalla totalità del mio essere, questa pare avere una forma particolare, distinta dal tutto.

Ma in origine la rabbia non è rabbia, è energia.
Il dolore non è dolore, è energia.
Il desiderio sessuale non è desiderio sessuale, è energia!

Quando accolgo in me quella dinamica energetica che attraversa i corpi della personalità, rabbia, dolore, desiderio sessuale tornano a integrarsi nella mia costituzione psicofisica; sul piano emotivo, ogni stato psicofisico nella sua forma perfettamente integrata ha un sapore ben preciso: quello di uno smisurato innamoramento.

L’Agape è il percepire emotivamente la gioia e l’innamoramento che derivano dall’aver ritrovato la propria integrità, dal sentirsi uno in se stessi per aver accettato e riconosciuto ogni parte di sé.

Jung aveva ragione: ogni dinamica psicofisica è innanzitutto pura energia. E l’insegnamento del Cristo aggiunge questa importante precisazione: l’energia in ogni sua forma, una volta integrata nella coscienza, è Amore!

Quel processo di patologica scissione interiore che nella Bibbia viene chiamato “peccato” o “caduta” consiste in una separazione paradossale da se stessi: il Sé che si separa da Sé senza più riconoscersi, acquisendo la Conoscenza del Bene e del Male, ma perdendo l’integrità primeva.

L’Eros è la forma primaria dell’energia psicofisica, e dunque la prima da cui l’essere umano “caduto” si sente separato. Quando la mia energia sessuale è bloccata interiormente essa appare nella forma di un bisogno rivolto all’esterno: il desiderio sessuale. Da questa scissione primaria che sancisce la percezione -patologica- di una separazione tra “Io” e “mondo esterno”, sorgono tutte le conseguenti sfumature emotive: rabbia, euforia, tristezza, etc..

Le indicazioni di lavoro su di sé fornite da Gesù hanno lo scopo di invertire questo movimento di separazione e di riconciliare l’essere umano con se stesso e con il mondo. In questo tipo di lavoro incontriamo prima quelle che siamo soliti definire “emozioni”: rabbia, paura, allegria. Ma presto o tardi dovremo iniziare a lavorare lì dove tutto ha tratto origine, ovvero direttamente sull’energia sessuale.

I pregiudizi che la separazione ha instillato in noi ci fanno credere che il lavoro sull’energia sessuale sia una cosa a parte o richieda di cimentarsi in strane tecniche (talvolta persino dannose!): al contrario la carica sessuale obbedisce agli stessi principi osservati per ogni altro fenomeno psicofisico.

Essa può essere rifiutata attraverso l’esternazione o la repressione, oppure finalmente accolta attraverso l’integrazione.

Le sette indicazioni di lavoro riportate nei Vangeli (di cui tratto approfonditamente nel libro “La Via dell’Amore Perfetto”) hanno lo scopo di produrre l’integrazione progressiva di ogni aspetto di sé, per convertirlo nella sua forma più autentica: l’Amore.

Come Origene aveva compreso, nello stato di salute non c’è alcuna contrapposizione tra Eros e Amore: non c’è altro che Dio, e Dio è Amore (1Gv 4, 8).

Alessandro Baccaglini

Fonte: Facebook

L’ostrica e la perla

January 12, 2017 Leave a comment

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Come fa l’ostrica perlifera a fabbricare una perla? All’origine c’è un corpo estraneo – spesso un granello di sabbia o un parassita – che cade nel suo guscio. Per difendere i suoi tessuti dall’irritazione, l’ostrica produce e deposita vari strati di calcio che, in combinazione con altri minerali, creano intorno al corpo estraneo questo particolare oggetto prezioso chiamato perla. In pratica, questa inaspettata intrusione produce una forte reazione nell’animale che, non riuscendo ad espellere il corpo estraneo, comincia a secernere una sostanza cristallina liscia e dura, definita madreperla. Fino a quando il corpo estraneo resta all’interno, l’ostrica perlifera continua a secernere intorno ad esso la sostanza madreperlacea, strato su strato. Dopo pochi anni, il risultato sarà quello di una bella e splendente gemma. Mentre le pietre preziose devono essere sottoposte al taglio e levigate per farne emergere la bellezza, le perle non hanno bisogno di questo processo complementare. Nascono da questi molluschi con una naturale iridescenza e una lucentezza che nessun’altra gemma al mondo possiede.

Per l’ostrica quel corpo estraneo è una difficoltà, poiché la irrita. Non lo sopporta e vorrebbe espellerlo. Allora si mette a “lavorare su di sé” nell’unico modo che conosce: trasforma l’oggetto estraneo affinché non rappresenti più un fastidio per lei. La difficoltà la costringe a secernere una materia speciale con la quale avvolge quel granello di sabbia tanto sgradevole, e questo, anziché venire distrutto o espulso, resta all’interno… ma diviene bellissimo e prezioso.

In questo fenomeno naturale sono contenuti i due processi più importanti del lavoro alchemico:

1)   Portare la piena attenzione sulla difficoltà, senza cercare di evitarla

2)   Produrre dalla propria stessa sostanza una nuova materia capace di trasformare la difficoltà in un oggetto prezioso

Ogni difficoltà, nel momento in cui smettiamo di volerla allontanare da noi continuando ostinatamente a considerarla un “corpo estraneo”, costringe il nostro Cuore a produrre una sostanza che trasforma la difficoltà in pietra preziosa. Questo effetto è dato dal potere dell’attenzione nel qui-e-ora. Di fronte allo stesso evento proveremo allora un’emozione di gioia e non più sofferenza. In alchimia si parla di “trasmutare il Veleno in Farmaco”.

E chi l’ha voluta capire… l’ha capita.

Fonte: La Porta D’Oro

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Bio-genetica, organi umani da corpi animali

January 7, 2017 Leave a comment

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I biologi stanno cercando di capire come far crescere organi umani all’interno di animali come i maiali grazie ai recenti progressi nella tecnologia delle cellule staminali. Un risultato simile farebbe diminuire drasticamente la carenza di organi da trapianto. L’idea è prendere cellule staminali umane e impiantarle all’interno di embrioni suini allestiti per far sì che l’organismo che ne risulta, chiamato chimera, si sviluppi in un animale con pancreas, reni o altri organi umani. Se gli esperimenti pilota avranno successo e i ricercatori avranno l’autorizzazione delle autorità competenti, l’obiettivo è consentire alle chimere di proseguire lo sviluppo fino al termine della gestazione (quattro mesi per i maiali), per vedere se produrranno organi umani utilizzabili.

Fonte: Le Scienze

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Roma, vulcano alle porte della capitale

January 7, 2017 Leave a comment

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L’area vulcanica a una ventina di chilometri in direzione sud-est dal centro di Roma, conosciuta come Colli Albani, non è estinta. Gli scienziati hanno ricostruito la storia delle eruzioni avvenute in questo distretto vulcanico, insieme a quella delle deformazioni della crosta terrestre che hanno accompagnato nel tempo la sua evoluzione e hanno dimostrato che quest’area non solo è attiva, ma addirittura dà segni di risveglio. La quiete eruttiva dura ormai da 36.000 anni, un intervallo che si avvicina molto al tempo di quiescenza medio calcolato dai ricercatori. Non è però possibile fare previsioni sui tempi in cui potrebbe avvenire una nuova eruzione. Di sicuro ci vorranno secoli, più probabilmente millenni prima, che il magma trovi una via di risalita fino alla superficie.

Fonte: Le Scienze

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