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ADRIAN La Serie, naïvismo surreale roccaforte di Adriano Celentano

ADRIAN La Serie, naïvismo indiscreto roccaforte di Adriano Celentano

Salve, mi dispiace che la serie sia stata sospesa temporaneamente, anche se auguro una completa guarigione al Sig. Celentano nell’attesa che torni al più presto a rappresentare le sue idee artistiche. Ho letto in questi giorni di accuse e critiche e tradimenti contro la sua persona… non mi permetto di lasciare opinioni su fatti di cui non sono personalmente a conoscenza, ma credo che prima di dissentire bisognerebbe ascoltare … le persone possono anche manifestare leggerezza! Viviamo in tempi bui e difficili, nei quali spesso la creatività e l’idealismo vengono penalizzati da falsi presupposti … lasciando in disparte i contenuti principali di un artefatto… vivere in un mondo troppo perfetto tende ad oscurare la vivacità delle idee. Probabilmente il pre-show presentava elementi e spazi vacillanti, poiché ormai si é abituati ad interpretare scalette ben definite e studiate nei minimi dettagli lasciando poco spazio all’interpretazione cruda che potrei definire naïve… nel senso genuino della parola. Adriano Celentano, agli occhi del mondo, potrebbe definirsi un artista naïf dello spettacolo, un uomo non omologato al costrutto televisivo… e anche se perlopiù possa sembrare annichilito, immagino che il suo concetto di stile vada oltre la semplicità che traspare. Celentano é un visionario sognatore, uno di quei… ormai introvabili… singolari individui, i quali tendono a rappresentare con semplicità e candore aspetti comuni della vita che si trasforma in una visione poetica e magica della realtà. Adrian La Serie ne rispecchia il personaggio, l’autore vive la sua creatura animata nel dietro le quinte del suo vissuto utopistico… con ironia, con fantasia, con seduzione! La serie é una bomba sotto tutti i punti di vista… ma bisogna essere puramente visionari per poterla intendere… come dire… “O taci, o dì cosa migliore del silenzio”…

Marius Creati

 

Categories: TV News

Mark Hollis, muore il celebre leader dei Talk Talk

February 25, 2019 Leave a comment

Talk Talk Singer Mark Hollis London 1990

Negli anni 80 la band divenne celebre con successi come “Such A Shame” e “Itʼs My Life”

Addio a Mark Hollis, leader dei Talk Talk. La band inglese divenne celebre a metà degli anni 80 con successi come “Such A Shame” e “It’s My Life”. Hollis, che aveva 64 anni, si era ritirato dal mondo dalla musica da oltre un ventennio. La notizia della sua morte è stata confermata ufficialmente in un post da Paul Webb, che dei Talk Talk fu il bassista. “Era un genio – ha scritto – E’ stato un onore essere in una band con lui”.

Tra i gruppi degli anni 80 i Talk Talk sono stati esponenti dell’ala più matura, capaci di coniugare una scrittura raffinata e complessa al grande successo commerciale. In poco meno di 10 anni di carriera e cinque album hanno attraversato diversi generi musicali passando dal synth-pop al jazz sperimentale e alla musica ambient. Il tutto reso unico proprio dalla voce di Hollis, dal timbro particolarissimo e riconoscibile tra mille, che racchiudeva tutta la malinconia e il romanticismo peculiari delle cose migliori di quegli anni.

Dopo il debutto con “The Party’s Over” (1982), capolavoro nel solco della new wave, con il suono forgiato dal produttore Colin Thurston (già con i primi Duran Duran, Human League e ingegnere del suono del Bowie berlinese), la grande popolarità arrivò con il secondo e il terzo lavoro, “It’s My Life” (1984) e “The Colour Of Spring” (1986). A trascinare il primo furono soprattutto la title track (negli anni 2000 riportata alla popolarità dalla cover dei No Doubt) e “Such A Shame”, ma anche pezzi divenuti comunque celebri come “Renee” e “Dum Dum Girl”. “The Colour Of Spring” invece fu il loro album più venduto, sulla scia del singolo “Life’s What You Make It“.

Il vero boom durò un paio di anni. Ma se “meteora” (commerciale, non certo artistica) furono, i Talk Talk lo furono per scelta personale. Dopo il grande successo la musica della band virò infatti su lidi sempre più sperimentali e sofisticati, tra il progressive e il jazz, con composizioni sempre più lunghe e strumentali meno adatte al grande pubblico. Ma “Spirit Of Eden” e “The Laughing Stock“, a dispetto degli scarsi esiti commerciali furono lavori complessi che aprirono la via al post-rock diventando fonte di ispirazione per numerosi artisti degli anni successivi. Una volta sciolta la band Hollis pubblicò solo un lavoro da solista, nel 1998, per poi ritirarsi a vita privata. Lasciando però un’eredità quasi unica nel suo genere.

La notizia è stata confermata da un post di tributo del bassista della band, Paul Webb: “Sono molto scioccato e rattristato nell’apprendere la notizia della marte di Mark Hollis. Musicalmente era un genio ed è stato un onore e un privilegio essere stato in una band con lui” ha scritto, aggiungendo che che erano “molti anni” che non lo vedeva. Ma come molti musicisti della nostra generazione, sono stato profondamente influenzato dalle sue pionieristiche idee musicali”.

Fonte: TGcom24

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Karl Lagerfeld, muore la polvere magica delle maisons Chanel e Fendi

February 19, 2019 Leave a comment

Karl Lagerfeld

Si è spento a 85 anni il leggendario stilista, fotografo, illustratore, artista, designer, icona pop e fashion superstar, e si può affermare con totale sicurezza che il mondo della moda non sarà più lo stesso. Ad assicurare la successione, per ora, Virginie Viard, suo braccio destro da 30 anni. Claudia Schiffer: “Karl era la mia polvere magica, mi ha trasformato da una timida ragazza tedesca in una supermodella”

“Se volete essere politically correct siatelo pure, ma per favore non provate a coinvolgere gli altri nella vostra discussione, perché sarebbe la fine di tutto. Volete essere noiosi? Basta essere politically correct”. Questo, in estrema sintesi, il Lagerfeld-pensiero: ironico, assolutamente non allineato, controtendenza e soprattutto personale. Se c’è una cosa che Karl Lagerfeld non ha mai cercato di fare è stato cercare di accattivarsi le simpatie del pubblico: lui è sempre andato avanti per la sua strada, a prescindere da successi (molti) e polemiche (altrettante). Karl Lagerfeld, leggendario stilista, fotografo, illustratore, artista, designer, icona pop e superstar della moda si è spento all’età (forse) di 85 anni, visto come ha sempre giocato sul suo anno di nascita, e si può affermare con totale sicurezza che il mondo della moda non sarà davvero più lo stesso.

“Karl era la mia polvere magica, mi ha trasformato da una timida ragazza tedesca in una supermodella. Mi ha insegnato la moda, lo stile e come sopravvivere nel mondo della moda». Così con un post su Instagram Claudia Schiffer ricorda lo stilista suo connazionale. «Quello che Andy Warhol era per l’arte lui lo era per la moda. È insostituibile. È l’unica persona che poteva rendere il bianco e nero pieno di colore. Gli sarò eternamente grata», aggiunge Schiffer.

Definito un uomo rinascimentale, capace di avere mille interessi e mille capacità diverse, un genio, un punk (la definizione è di Riccardo Tisci, che in un’intervista a D La Repubblica del 2013 lo portò a esempio della moda meno “allineata”), soprannominato Kaiser Karl per l’imponenza della sua figura nel panorama stilistico, rappresenta una figura unica, di quelle che gli americani definiscono “larger than life”, che valica i limiti del suo lavoro.

Una cosa va detta subito di Lagerfeld: le cose andavano fatte a modo suo, a prescindere dal resto. È accaduto così persino per la sua data di nascita e la sua famiglia: Karl Otto Lagerfed nasce ad Amburgo il 10 settembre 1933 da Christian, imprenditore nel campo dei prodotti caseari, ed Elizabeth Bahlmann, che all’epoca dell’incontro con il futuro marito lavorava come commessa in un negozio di Berlino. E qui, le cose si complicano: lui sostiene le origini nobiliari della famiglia, spiegando che la madre era conosciuta come “Elizabeth di Germania” e che il padre era Otto Ludwig Lagerfeldt, di una nobile casata svizzera, e di essere nato nel ’38, per poi parlare del ’35. Un programma televisivo tedesco, intervistando un suo compagno di scuola, conferma il ’33 come anno corretto, lui nicchia fino alla fine ma poco importa, lui può.

Quel che è certo è che a 14 anni va a Parigi a studiare arte e disegno, perché il talento è evidente. Parla diverse lingue, si fa subito notare, nel 1954 vince il neonato Woolmark Prize, antesignano dei premi di moda tanto in voga oggi: a dargli la vittoria il bozzetto di un cappotto, mentre l’altro talento emergente con cui si deve spartire il titolo, Yves Saint Laurent, ha creato un abito da sera.

Dopo il trofeo va a fare l’assistente da Pierre Balmain, all’epoca l’epitome dello chic parigino, poi per 5 anni disegna la haute couture di Jean Patou. Al suo debutto alcune giornaliste abbandonano la sala indignate per gli spacchi e gli scolli degli abiti: le critiche non sono particolarmente positive, ma per Lagerfeld la cosa conta poco, e continua a scorciare gli orli sino e a strutturare le forme in maniera nuova, inusitata. La verità è che la couture da sola gli sta stretta, perché è al contemporaneo, alla realtà e al progresso che tende naturalmente. L’arrivo da Chloé nel 1963 (fino al ’78, per poi tornare alla guida del brand tra il ’92 e il ’97) è dunque l’ideale per lui, perché può dar vita alla sua visione. Le sue donne sono eteree, bohémienne, sexy e a tratti persino camp, ma di sicuro sono vere e vestite per la realtà che le corconda. Nel ’65 inizia il suo sodalizio da Fendi, dove firma un contratto a vita (lo stesso accordo che sottoscriverà anni dopo da Chanel). Con le sorelle Fendi diventa uno di famiglia, le sarte degli atelier romani lo conoscono e lo adorano. E infatti oggi Silvia Venturini Fendi, Direttore Creativo di Fendi lo ricorda così: “Sono profondamente addolorata perché oggi abbiamo perso un uomo unico e un designer senza uguali, che ha dato così tanto a Fendi e a me stessa. Ero solo una bambina quando ho visto Karl per la prima volta. Il nostro rapporto era molto speciale, fondato su un profondo e genuino affetto. Tra noi c’era un grande apprezzamento reciproco ed un rispetto infinito. Karl Lagerfeld è stato il mio mentore e punto di riferimento. Bastava uno sguardo per comprendersi l’un l’altro. Per me e per Fendi, il genio creativo di Karl Lagerfeld è stato e sarà sempre la luce guida che ha plasmato il DNA della Maison. Mi mancherà moltissimo e porterò sempre con me i ricordi dei giorni passati insieme”.

Dopo l’arrivo a Fendi, Lagerfeld lavora instancabilmente su sempre più progetti: nel 1974 fonda anche il brand che porta il suo nome, e che a fortune alterne prosegue ancora oggi (nel 2005 lo ha rilevato Hilfiger, lasciandogli però il controllo artistico).

Nel 1983 le cose cambiano, ancora una volta. A dieci anni dalla morte di Coco gli viene chiesto di prendere in mano la maison Chanel e renderla di nuovo “di moda”. I suoi amici lo scongiurano di non farlo, di non rovinarsi la vita in quel mausoleo polveroso e superato, ma per lui è una sfida da vincere: e la vince, eccome. Con un notevole senso degli affari punta sui simboli della maison, manipolandoli e svecchiandoli sino a renderli pop. Spiega di sapere bene che Coco odierebbe quello che sta facendo, ma che il suo compito è proprio evitare di ripetere ciò che è stato già fatto, ma di proiettarsi nel futuro. Con lui Chanel torna a essere uno dei punto di riferimento dello stile, uno status symbol, qualcosa da esibire tanto per le gran dame quanto per le star e le it-girl della nuova generazione. Intanto, nel 1989, scompare il suo compagno storico, Jacques de Bascher, dandy di ultima generazione e carismatica figura del panorama notturno parigino. È l’unico legame che Lagerfeld, sempre molto discreto, abbia mai ammesso.

Assieme alla grandezza del marchio anche la fama di Lagerfeld cresce di pari passo: da fotografo realizza le campagne stampa di Fendi e Chanel, segue una serie di progetti “collaterali”, dall’editoria di moda (ultimo in ordine di tempo il numero di dicembre di Vogue Paris) al design di arredi, passando per la Steidl, casa editrice in cui detiene una partecipazione, al Calendario Pirelli, fino (persino) ai gadget e ai gelati. La sua casa di Parigi, con la spettacolare biblioteca, zeppa di volumi, è spesso adibita a suo studio fotografico: quello che conta per Lagerfeld è non fermarsi mai, continuare a fare e a scoprire cose nuove. È un onnivoro culturale, a chi gli chiede se sia mai pienamente soddisfatto dopo una sfilata risponde di essere come “una ninfomane che non raggiunge mai l’orgasmo”. Nel 2001 lui, appassionato di junk food e di Coca Cola, perde 42 chili in meno di un anno: la sua dieta diventerà anche un libro, e a chi gli chiede perché lo ha fatto, spiega che voleva potersi vestire con i completi di Hedi Slimane, da molti indicato come suo naturale successore, non solo spirituale.

Quando si tratta di dare il suo parere, non si tira mai indietro, e i risultati spesso sono piuttosto controversi: per spiegare le ragioni della magrezza delle sue modelle afferma che a nessuno piace osservare delle donne giunoniche, descrive Adele un po’ troppo grassa (salvo poi scusarsi precipitosamente con lei), indica nei pantaloni delle tute il segno del cedimento finale, ammette di vestirsi come se fosse un personaggio in maschera per proteggersi dagli estranei, di odiare le conversazioni “intellettuali” perché l’unico parere che gli interessa è il suo, stigmatizza chi protesta contro le pellicce definendo l’argomento infantile per  una società in cui si mangia carne e ci si veste di pelle.

Non ha nemmeno paura di essere “popolare”: è a lui che H&M affida la prima collezione creata da un grande designer nel 2004. Le code fuori dagli store per accaparrarsi un pezzo sono lunghissime, ma lo stilista ha da ridire: troppo bassi i quantitativi prodotti, secondo lui, per una linea il cui scopo è quello di portare la grande moda di lusso alla massa (si irrita anche per il fatto che i suoi modelli, pensati per persone magre, siano stati prodotti anche in taglia 48 da donna, ma pazienza). Nello stesso periodo però, un documentario del 2005, “Signé Chanel”, racconta il rapporto di stima profonda e affetto che c’è tra lui e le sarte dell’atelier parigino, mentre la sua passione negli ultimi anni è Choupette, una bellissima gatta birmana donatagli dal suo protetto, Baptiste Giabiconi, alla quale lui riserva due cameriere 24 ore su 24 e che ritrae spessissimo nei suoi editoriali. E che oggi eredita di che fare la vita di una regina. A questo punto resta da capire chi prenderà il suo posto. Se ne è andata un’icona, amata e discussa: e quello è un vuoto che non si colmerà facilmente. Nel frattempo Virginie Viard, braccio destro di Karl Lagerfeld da oltre 30 anni garantirà la continuità del marchio, fino all’annuncio di un nuovo designer.

Fonte: D. Repubblica

Bernardo Bertolucci, muore l’ultimo grande maestro del Novecento

November 26, 2018 Leave a comment

Bernardo Bertolucci

Il regista aveva 77 anni. Ha attraversato la storia del cinema mondiale con capolavori come ‘Novecento’ e ‘Ultimo tango’. ‘L’ultimo imperatore’ ha vinto nove Oscar, compreso miglior regia e sceneggiatura

Se non fosse davvero esistito, il personaggio Bernardo Bertolucci – poeta, documentarista, regista, produttore, polemista, autore per eccellenza del cinema italiano, star del cinema internazionale – prima o poi, questo personaggio più grande che natura l’avrebbe inventato qualcuno, per raccontare, in maniera romanzesca ed esemplare, quello che ha attraversato il cinema nella seconda metà del secolo scorso, dallo sperimentalismo al cinema d’autore, dalla cinefilia alla grandeur, dai low budget alle megaproduzioni, dal provincialismo alla visione internazionale. Il regista di capolavori come Novecento, Ultimo tango a Parigi, Il té nel deserto, Piccolo Buddha e L’ultimo imperatore, il film da nove Oscar, è morto questa mattina alle 7 nella sua casa di Trastevere, a Roma, circondato dall’affetto della moglie Clare Peploe. Malato da tempo, costretto su una sedia a rotelle, aveva 77 anni. La camera ardente sarà allestita martedì 27 novembre, dalle ore 10 alle 19, in Campidoglio, Sala della Protomoteca. Lo comunica la famiglia, che ringrazia il Comune di Roma per la disponibilità. In data da definire seguirà una cerimonia di commemorazione aperta al pubblico, di cui verrà data comunicazione a breve.

Il figlio del poeta e la natia Parma

Bernardo Bertolucci, in queste avventure e capovolgimenti era sempre lì, da protagonista o da testimone del secolo. Così italiano e così internazionale. Così sofisticato e così nazional-popolare. Così letterario e così visuale. E non si può non restare stupefatti di fronte a una vicenda umana e a una carriera cinematografica che si sono aperte nell’Appennino di Casarola di Parma, la casa di famiglia dei Bertolucci, e hanno percorso le strade del mondo per viaggiare sempre, però, nello Zeitgeist, nello spirito del tempo, quello spirito che Bernardo, con antenne da vero artista, ha saputo identificare, interpretare, raccontare. Della favola, a tratti amara, sempre avventurosa che è stata la vita di Bernardo Bertolucci, ricordiamo l’inizio veramente da favola.

Quando il bel ragazzo ventenne, figlio di un grande poeta come Attilio Bertolucci, amico di Pier Paolo Pasolini, amato da Moravia, vicino a Elsa Morante, a Cesare Garboli, a Enzo Siciliano, a Dacia Maraini, vince a vent’anni il Premio Viareggio per la poesia con Il cerca del mistero. Da questo laboratorio culturale – in cui a tempo debito si muoveranno anche la sua bella moglie inglese Clare Peploe e il fratello più giovane di Bernardo, Giuseppe -, dalla tradizione letteraria e musicale della sua natia Parma, discendono, oltre all’amore di Bernardo Bertolucci per i testi letterari, il gusto per il melodramma, l’amore per le scene madri, l’approccio mitico e popolare, la tendenza postmoderna a costruire con materiali preesistenti – quelli che, direbbe Violeta Parra, formano il suo canto. E quindi, su una filmografia di sedici film, a realizzare ben cinque film di origine schiettamente letteraria pur restando un autore straordinariamente visivo.

L’incontro con PPP e la nascita della Nouvelle Vague italiana

È un percorso cinematografico affascinante. Bernardo lavora come assistente di Pasolini, gira documentari, affronta il primo film, La commare secca, su un’idea di PPP e con atmosfere tipicamente pasoliane. Poi un secondo, Prima della rivoluzione, nel 1964, una riscrittura a chiave di La Certosa di Parma, che diventa il suo manifesto cinematografico, annuncia il suo lato cinefilo (“Non si può vivere senza Rossellini” è la citazione imperdibile) e lo promuove autore e cantore della borghesia di fronte ai cambiamenti drastici che segnano gli anni ’60. E se inizialmente il film viene accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica italiana (ma, a Venezia, c’è chi gli consiglia di tornare a fare il poeta), e giusto un po’ meglio dai francesi, in compenso Pauline Kael, la dea della critica americana, assieme a un gruppo di “miracolosamente talentuosi ragazzi francesi” celebra anche Bernardo Bertolucci e il suo film, “stravagantemente bello per i suoi eccessi”, dove si racconta la bellezza della vita “prima” della rivoluzione. Alberto Moravia, in una sua accesa recensione, equivocherà e parlerà di “dopo” la rivoluzione, reinterpretando il film secondo l’equivoco. Poco importa. Quello che conta è che dalla cinefilia e dalla poesia è nata una stella, a cui si affiancherà , un anno dopo, a costituire il nucleo della Nouvelle Vague italiana, Marco Bellocchio con l’eversivo I pugni in tasca.

Tra il ’68 e Ultimo Tango

Nel fatidico ’68 Bertolucci gira un film tipicamente sessantottino, Partner. Poi nel 1970, per la Rai, quello che all’epoca colpì tutti come un piccolo, sofisticato gioiello, Strategia del ragno, ispirato a Borges. Per darci nel 1970, ancora, quello che resta forse il suo film più compiuto, maturo, personale, Il conformista, che trasforma ed è al tempo stesso fedele al testo di Moravia. Un film che se non riuscì all’epoca a farsi amare dal pubblico italiano, di nuovo venne amato dalla Kael, che lo definì “un’esperienza sontuosa, emotivamente piena”- e che a tutt’oggi di Bertolucci resta il film più riuscito, concluso, coerente.

Ma il fenomeno internazionale B.B. esplode con Ultimo tango a Parigi, e la complessa vicenda giudiziaria/ censoria che seguì, e che rende difficile giudicare il film fuori dal suo contesto di scandalo. Uno scandalo paragonato dalla solita Kael allo shock culturale prodotto da Le sacre du printemps. E il fatto che Bernardo Bertolucci ogni tanto sia ritornato sulle sue responsabilità (o meglio sarebbe dire sulla sua irresponsabilità) nell’imporre scene e atmosfere brutali a Maria Schneider, non fa che rinnovare negli anni lo shock prodotto a suo tempo e a rendere più difficile un giudizio. Che all’epoca a taluni è sembrato semplice: intense le scene in interni, con un superbo Marlon Brando invecchiato e dolente, imbarazzanti le parti con Schneider e Leaud, appassionante (nonché discutibile) il tema della trasgressione e del sesso come unico valore.

I nove Oscar de ‘L’ultimo imperatore’

La storia delle vicende giudiziarie di Ultimo tango è un romanzo in se stesso, un po’ grottesco un po’ horror, tra condanne alla perdita dei diritti civili e roghi medievali di pellicola. Ma è la storia che ha creato la fama internazionale di B. B. e che gli consente nel 1976, sempre sensibile agli umori del tempo e ad anni di cultura di sinistra dominante, di girare Novecento, un’epica grandiosa e “hollywoodiana”, piena di grandi nomi del cinema nostro e internazionale, che racconta cinquant’anni di storia padana, a tratti potente e commovente, a tratti retorica e manieristica , sempre audace per le dimensioni e le ambizioni. Dopo la ricezione tiepida, nel 1979, di La luna, che racconta l’ambiguo e difficile rapporto , ai confini dell’incesto , di una madre e di suo figlio adolescente, dopo La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981), una storia di avidità provinciale e rapimenti, che conquista a Tognazzi un premio a Cannes ma ha un risposta modesta dalle sale, nel 1987 Bertolucci conquista a sorpresa nove Oscar con un film veramente epocale, un trionfo di diplomazia e creatività, di gusto scenografico italiano e di abilità narrativa, L’ultimo imperatore, un grande successo a livello mondiale che apre le porte del mondo cinese e consacra Bernardo Bertolucci come un grande regista internazionale.

L’ultimo Bertolucci dal Té nel deserto a Io e te

Tornato in Italia dopo un lungo periodo a Londra, sua seconda patria, Bertolucci, conIo ballo da sola, da un racconto di Susan Minot, esalta la bellezza del Chiantishire e il piacere di vivere “dopo” la rivoluzione. Con Il té nel deserto (1990) riscopre l’opera di Paul Bowles e il mondo tragico ed elegante degli “expat”. Quindi si muove, nel 1993, verso il Nepal, per raccontare la storia di Piccolo Buddha e aprire alle culture orientali. Nel 1996, tornato a Roma, dirige tutto in interni la storia di un’ossessione amorosa, L’assedio. Mentre nel 2003 ritorna all’amato, mitico ’68 con la storia di tre ragazzi che intrecciano scoperte erotiche, politica e cinefilia in The Dreamers, un film di scoperto voyeurismo e di scoperta nostalgia che per molti versi riconduce alle atmofere di Ultimo tango. Ma la malattia che da anni lo assedia, sta avendo il sopravvento. Bertolucci non riesce a “montare” il suo Gesualdo da Venosa, un film a cui pensa da tempo. Gli restano le storie intime e private, e gira, praticamente sotto casa, un intenso incontro scontro tra fratello e sorella in Io e te ( 2012), dal romanzo di Niccolò Ammaniti. È la fine della bella favola. Ma Bernardo Bertolucci, il ragazzo poeta, il regista, la star, il premio Oscar, se ne va lasciando un segno che resta.

Fonte: Repubblica

Linda Hunt, l’attrice spiega l’assenza dalle nuove puntate di ‘NCIS Los Angeles’

November 20, 2018 Leave a comment

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Hetty Lange è ancora assente dalle nuove puntate di ‘NCIS Los Angeles’: l’attrice ha spigato dov’è e perché ancora non rientra nel cast

Hetty Lange è uno dei personaggi più amati di NCIS: Los Angeles, eppure è assente dalla serie tv ormai da tempo. Nel corso della decima stagione del procedurale, in onda negli Stati Uniti dallo scorso 30 settembre, la sorte dell’ex agente dei servizi di informazione continua ad essere avvolta dal mistero. Ci ha pensato il sito web TVLine a chiarire questa vicenda, cercando una risposta dalla diretta interessata: Linda Hunt. L’attrice, 73 anni e un Premio Oscar vinto nel 1984 per la sua performance en travesti in Un anno vissuto pericolosamente di Peter Weir, ha spiegato perché ancora non rientra nel cast. Hetty Lange, NCIS: Los Angeles non è un mistero Linda Hunt è stata coinvolta in un brutto incidente stradale lo scorso 2 luglio, proprio mentre erano in corso i preparativi per la nuova stagione di NCIS: Los Angeles. L’attrice non ha si è fatta male ma è stata obbligata ad un lungo periodo di riposo.

“Voglio innanzitutto dire quanto abbia apprezzato il sostegno che mi è arrivato dai fan di NCIS: Los Angeles dopo il mio incidente stradale di quest’estate”, ha dichiarato. “Anche se all’inizio della stagione speravo di tornare a interpretare Hetty, ho dovuto prendere un po’ di tempo in più per riprendermi. Non vedo l’ora di tornare più avanti nel corso di questa stagione”.

NCIS: Los Angeles 10, cast rivoluzionato Nel originale della serie fin dalla prima stagione, Hunt ha vinto due volte il Teen Choice Award grazie al suo personaggio. Nella decima stagione, in sua assenza, Esai Morales (Ozark) ha preso il suo posto nei panni del vice-direttore Louis Ochoa, il pezzo grosso mandato da Washington che aiuta la squadra nella missione non autorizzata per salvare il figlio di Mosely dai cartelli della droga. Gerald McRaney, invece, ha recitato nella parte dell’ammiraglio della marina Hollace Kilbride.

Fonte: Popcorn Tv

Stan Lee, muore il leggendario fumettista Marvel

November 13, 2018 Leave a comment

Stan-Lee

Stan Lee, leggendario scrittore e fumettista della Marvel, si è spento all’età di 95 anni. A svelare la triste notizia è sua figlia, J.C. Lee, secondo cui il nostro sarebbe stato portato d’urgenza all’ospedale Cedars-Sinai di Los Angeles nel corso della mattinata, morendo poco dopo.

Figlio di immigrati ebrei, a soli 17 anni Stan divenne il più giovane editor presso la Timely Comics, azienda che poi sarebbe diventata successivamente la Marvel. La grande rivoluzione portata dall’autore in campo arrivò però all’inizio degli anni ’60, quando in risposta alla Justice League della DC, il nostro creò, assieme a Jack Kirby, i Fantastici 4, a cui seguiranno poi altri supereroi destinati a entrare nella cultura pop, e pensiamo a Spider-ManHulk, Doctor StrangeDaredevilIron ManThor e gli X-Men.

Molto amati, chiaramente, sono anche i suoi camei nei cinecomic Marvel, ormai diventati un imprescindibile appuntamento per tutti i fan dell’UCM, e basti citare ad esempio la sua partecipazione a Guardiani della Galassia Vol. 2, la quale ha dato via a numerose speculazioni secondo cui il nostro interpreti in verità Uatu l’Osservatore, personaggio creato da lui medesimo nel 1966.

Tra le tante commemorazioni nei confronti di Stan Lee, grande fumettista scomparso ieri all’età di 95 anni, non poteva certamente mancare quella della Walt Disney e della Marvel, che hanno ricordato l’autore sul sito ufficiale della Casa delle Idee.

«Oggi, la Marvel Comics e la Walt Disney si prendono una pausa per riflettere con grande tristezza sul trapasso di Stan Lee, Presidente Emerito della Marvel. Con un peso sul cuore, esprimiamo le nostre più profonde condoglianze a sua figlia e suo fratello, e onoriamo e ricordiamo il creatore, la voce e il campione della Marvel. “Stan Lee era tanto straordinario quanto i personaggi che ha creato. Un supereroe egli stesso per i fan Marvel di tutto il mondo, Stan aveva il potere d’ispirare, di intrattenere e di unire. La portata della sua immaginazione era superata solo dalle dimensioni del suo cuore”, ha detto Bob Iger, Presidente e Ceo della Walt Disney Company. […] Come redattore capo della Marvel, Stan “The Man” Lee ha reso la sua voce la voce stessa delle storie. Scrivendo praticamente ogni titolo Marvel e lavorando con altri luminari come Jack Kirby, Steve Ditko, Don Heck, Gene Colan e John Romita, Stan ha iniziato a costruire un universo di continuità interconnessa, uno in cui i fan sentivano di poter incontrare un supereroe all’angolo della strada. Una ricca collezione di personaggi è cresciuta dal suo lavoro ininterrotto, tra cui i Fantastici Quattro, Spider-Man, Thor; Iron Man, Hulk, gli X-Men e anche di più. Oggi, sarebbe quasi impossibile trovare un angolo dell’Universo Marvel non segnato dalla mano di Stan. […] La Marvel e tutta la Walt Disney Company rendono onore alla vita e alla carriera di Stan Lee offrendo la loro eterna gratitudine per i suoi impareggiabili traguardi. Ogni volta che aprirete un fumetto della Marvel, Stan sarà lì».

Qui invece le parole di Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios: «Nessuno più di Stan Lee ha avuto un impatto maggiore sulla mia carriera e su tutto ciò che facciamo ai Marvel Studios. Stan si lascia dietro una straordinaria eredità che sopravviverà a tutti noi. I nostri pensieri vanno a sua figlia, alla sua famiglia e ai suoi milioni di fan. Grazie Stan. Excelsior!».

Fonte: Best Movie

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Gilberto Benetton, muore la mente finanziaria di Benetton Group

October 23, 2018 Leave a comment
Gilberto Benetton
AVEVA 77 ANNI Addio a Gilberto Benetton, co-fondatore del gruppo

A tre mesi dalla scomparsa del fratello Carlo, se ne va la mente finanziaria del gruppo di Ponzano Veneto, Gilberto Benetton.

Nato a Treviso nel 1941, aveva lottato a lungo con la malattia e negli ultimi mesi, dicono fonti vicino alla famiglia, era rimasto fortemente scosso dalla morte improvvisa del fratello minore, stroncato in pochi mesi da un tumore, e dalla tragedia del ponte Morandi, sul quale lui – unico della famiglia veneta nel cda di Atlantia (che controlla Autostrade per l’Italia) – aveva rotto il silenzio parlando al Corriere della Sera a 24 giorni dal crollo.

Definito come una persona schiva, riservata, pragmatica, come lo sono spesso gli imprenditori veneti, e con un tenore di vita al di sotto delle proprie possibilità, Gilberto Benetton nel 1965, insieme ai fratelli Luciano (che ha da poco ripreso le redini dell’azienda), Giuliana e Carlo, aveva dato avvio all’attività di Benetton Group, ma è stato lui successivamente il regista della diversificazione del business di famiglia portata avanti negli ultimi 20 anni nei settori delle infrastrutture, della ristorazione, dell’immobiliare e della finanza.

Insieme al suo braccio destro, il fidato Gianni Mion, ha posto le basi per la creazione di una holding di partecipazioni molto articolata, Edizioni (di cui Gilberto era vicepresidente), che conta oggi circa 100mila addetti, divisi tra Autogrill, Aeroporti di Roma, Cellnex (attiva nel settore delle torri per le telecomunicazioni) e la stessa Benetton.

Un impero che si è espanso nel tempo, fino all’acquisizione tramite Atlantia – completata recentemente – della spagnola Abertis, con il fine di dare vita al più grande gruppo delle infrastrutture in Europa.

Con l’idea di dover un giorno passare il testimone, per gestire la cassaforte di famiglia negli ultimi anni Gilberto Benetton si è attorniato di alcuni manager, nominando Marco Patuano ad amministratore delegato e Fabio Cerchiai a presidente di Edizione e da mesi aveva diradato la sua presenza nei consigli di amministrazione.

«La sua lucida percezione del mondo e la sua capacità di cogliere e prevedere le evoluzioni economiche e sociali – dichiarano in una nota ufficiale Cerchiai e Patuano – hanno stimolato e indirizzato le più importanti scelte strategiche di Edizione. Non mancherà soltanto il grande imprenditore, ma resterà il vuoto di una persona con rare doti umane e con una innata capacità di restare ancorato alla concretezza della vita guardando lontano. Il suo stile riservato e rigoroso e il suo equilibrio resteranno sempre impressi nella nostra vita personale e professionale».

Cavaliere del Lavoro dal 2002, Cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore dal 2011, Stella d’oro al Merito Sportivo dal 2013, Gilberto Benetton secondo Forbes era il 12esimo uomo più ricco d’Italia (2 miliardi di dollari) e il 736esimo al mondo.

Dal 2012 ha fatto parte dell’Italia Basket Hall of Fame in qualità di benemerito, in virtù della sua esperienza nel mondo cestistico con la Benetton Pallacanestro Treviso.

Fonte: Fashion Magazine