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Monsignore N:.H:. Sandro Pulin, muore il Sacro Principe Teutonico Arconte del G:.O:.M:.P:.A:. di Venezia

September 6, 2017 Leave a comment

Sandro Pulin, Sacro Principe Teutonico Arconte del GOMPA

Alcune ore fa é venuto a mancare il Gran Maestro Sacro Principe Teutonico Cavaliere Templare e Arconte del G:.O:.M:.P:.A:. di Venezia, Monsignore N:.H:. Sandro Pulin,  dopo aver lottato con grande fermezza e determinazione contro una lunga malattia che, purtroppo, ha stroncato la sua mirabile vita dedicata completamente alle opere di pace e fratellanza nel mondo. Sostenitore accanito di tutte le forme d’arte sport e cultura, uomo gentile dal gusto d’antan, personaggio singolare e riservato, amante incondizionato della vita, accreditato come grande ambasciatore di pace in molte città internazionali prefiggeva il sogno di una fraternità globale in cui potersi ritrovare senza inibizioni di status stimolati da una forza d’animo emblematica attraverso cui potersi aiutare vicendevolmente. Questo lo scopo prefissato dall’inizio del suo operato quale Sacro Arconte del G:.O:.M:.P:.A:. di Venezia.

Una voce di cordoglio si innalza dal G:.O:.M:.P:.A:. Abruzzo a nome della Gran Fiduciaria imprenditrice Dott.ssa Angelica Bianco, Dott. Alessandro Carbone, Dott.ssa Antonella Ferrari di Roma, Dott.ssa Caterina Prearo presidentessa Ca’ della Nave golf club Venezia, designer imprenditore Marius Creati, pittrice Oliveria Velkova da Dubai, Sig.ra Edda Giuberti, Sig.ra Giusy Governali, la Segreteria Operativa Abruzzo e tutti i sostenitori  associati.

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Niccolò Ciatti, morte incredula nel mezzo di una catena vitale…

August 15, 2017 Leave a comment
Niccolò Ciatti, morte incredula nel mezzo di una catena vitale
“Nella vita sorridi sempre perché nessuno é così importante da toglierti il sorriso!”… Niccolò Ciatti…  morte incredula nel mezzo di una catena vitale il cui fulcro diventa nodo scorsoio tra la vita e la morte

Il degrado morale e sociale sfocia in massacro di gruppo nel quale pochi efferati uccidono liberamente sotto gli occhi di una piccola moltitudine incredula, come se il surrealismo blasfemo della violenza tridimenzionale subentri nel “fottuto” mondo reale colmo di noia consuetidaria, materializzandosi in un episodio truculento che si concretizza nell’osservare come sia possibile sopprimere un uomo a pochi passi dalla vita.

Quale pena sia la più plausibile per la perdita di una giovane vita stroncata dalla mera dabbenaggine deflagrante di una mediocre generazione contaminata se non quella più giustificata della morte stessa per castigare non il gesto irreparabile, bensì l’idillio della brutalità animosa che alberga sempre più frequentemente nelle giovani e meno giovani menti deviate di una colonia di massacratori urbani che credono di dover esprimere la propria personalità a suon di pugni e calci, quali sinonimi paradigmatici di rappresentativi epitaffi mortuari. In una civiltà globale cosmopolita dove l’ergastolo a vita ormai per molti non trasuda neppure un barlume d’ansia, la pena corporale diviene gioco mortale che si concretizzata in un’arena consociata piuttosto che penitenza espiabile per un reato commesso e la tracotanza arma il pugno protervo del sussiegoso bullismo di massa a discapito della benevolenza della brava gente.

Ed intanto si assiste increduli all’ennesimo atto di viltà attraverso cui l’ennesima vittima perisce sotto gli sguardi indiscreti e le recriminazioni generali dell’opinione pubblica, ma in realtà cosa cambia realmente dinanzi al millesimo scempio del degrado sociale. PENA DI MORTE esemplare per i tre assassini che, empi di virulenza virale, hanno plasmato la solidarietà in cinismo, lo svago in spregio e pietrificata l’esistenza in materia cinerea? Pura nefandezza d’animo… la possibilità di vederli fuori dal carcere tra dieci o quindici anni per buona condotta!!!

Ed intanto si assiste, incapaci di ribellione culturale, alla dipartita di un giovane “gigante buono”, poco più di un fanciullo erto alle prime luci della giovinezza, il cui reato é stato semplicemente quello di amare una vita semplice e spensierata. Perché i buoni di cuore devono soccombere dinnanzi alla torbida viltà della spavalderia degenerata?

In memoria del milionesimo martire del ludibrio del nostro tempo

(mi stringo dolcemente ai cuori dei familiari e quanti coinvolti)

Marius Creati

Elsa Martinelli, muore una grande diva del cinema italiano

July 8, 2017 Leave a comment

Elsa Martinelli

Scoperta da Kirk Douglas, ha lavorato con tutti i grandi del cinema da Orson Welles a Mario Monicelli, da Roger Vadim ad Alberto Lattuada

Dalle passerelle ai set cinematografici, dalle folli notti della dolce vita ai festival internazionali, dai grandi amori ai colpi di testa. Elsa Martinelli era un tornado di vitalità, intelligenza, allegria. Nata a Grosseto nel 1935, settima di otto figli, padre ferroviere, madre casalinga, divenne star prima della moda e solo dopo del cinema. Scoperta, a Firenze, da Eileen Ford, titolare della più importante agenzia americana di indossatrici, lascia presto l’Italia e vola in America dove viene ritratta dai più grandi fotografi dell’epoca, ispirati dall’eleganza innata e dal fisico snello di quella Audrey Hepburn in versione italiana.

Un modello femminile antitetico a quello allora dominante delle maggiorate. Sul grande schermo Martinelli esordì nel 1954, al fianco di Kirk Douglas, nel western «Il cacciatore di Indiani». La sua carriera, da quel momento, prende il volo, film e flirt si intrecciano vorticosamente, restituendo l’immagine di una giovane diva decisa e anticonformista. Non a caso per lei persero la testa personaggi come John Wayne e Frank Sinatra.

La prima gratificazione importante arrivò grazie a Mario Monicelli, che la diresse in «Donatella» (dove era vestita da capo a piedi con abiti firmati dallo stilista Roberto Capucci, tra i suoi primi estimatori), facendole guadagnare l’Orso d’argento alla Berlinale del 1956. Dopo quel fortunato battesimo (a soli 21 anni) arrivarono i ruoli nella «Risaia» di Raffaello Matarazzo, nella «Notte brava» di Mauro Bolognini, in «Un amore a Roma» di Dino Risi, nella «Decima vittima» di Elio Petri e in «Sette volte donne» di Vittorio De Sica. Ma il fascino dell’attrice s’imponeva con forza anche all’estero, in Francia e ancora in America, dove Martinelli lavorò con mostri sacri come Orson Welles («Il processo») e Henry Hathaway («Il grande safari»).

La carta vincente, molto oltre l’aspetto fisico, era la capacità di non essere abbagliata dalla luce delle star e di saper metabolizzare le proprie esperienze, valutandole con arguzia e distanza, come dimostrò, anni dopo, scrivendo la biografia «Sono come sono Dolce vita e ritorno» (Rusconi). In quell’essere riuscita a tornare, senza farsi stritolare dai meccanismi del mondo dello spettacolo, sta la marcia in più, il segno di riconoscimento, del personaggio Martinelli.

Alla fine degli Anni 60, mentre continua a tenere banco nei salotti del jet set internazionale, l’attrice dirada le apparizioni sul grande schermo, incide un disco, si mette alla prova come giornalista, insomma volge altrove il suo sguardo, fino a incontrare quello del fotografo Willy Rizzo, con cui, nel ‘68, si unisce in seconde nozze. Il primo marito, Franco Mancinelli Scotti di San Vito, l’aveva fatta diventare contessa, nonchè madre di Cristiana, ma il matrimonio aveva creato gran scompiglio nella famiglia nobiliare e il legame tra i due si era logorato in poco tempo, soprattutto, raccontava Martinelli nel suo libro, a causa dei tradimenti di lui.

Nel 1971 l’attrice presenta il Festival di Sanremo insieme a Carlo Giuffrè, poi si dedica alla scrittura della biografia, mantenendo sempre vivi i suoi contatti cosmopoliti, nutriti da ricordi sfavillanti e da una profonda conoscenza della vita. La grande rentree in tv arriva nel 2004, con «Orgoglio», dove Martinelli si diverte a dipingere il ritratto di una cattiva temibile e ingegnosa. Il contrario di quello che è stata per tutta la vita. Una donna realizzata, perfettamente in grado di assaporare la fortuna di stare al mondo.

Fulvia Caprara

Fonte: La Stampa

 

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Paolo Villaggio, muore un grande personaggio cinematografico italiano

July 4, 2017 Leave a comment

paolo villaggio

L’attore genovese aveva 84 anni. Con lui scompare uno dei pochi veri attori comici italiani. Entrato nella cultura popolare con il personaggio del ragioniere Ugo, aveva recitato con Fellini, Olmi e Monicelli, ottenendo premi prestigiosi. Camera ardente in Campidoglio  e cerimonia laica alla Casa del cinema mercoledì

È morto a Roma Paolo Villaggio. L’attore aveva 84 anni. Ad annunciarlo la figlia Elisabetta su Facebook dove, su una foto del padre giovanissimo, scrive: “Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare”. Elisabetta, insieme al fratello Pierfrancesco, erano con lui nella clinica Paideia dove era ricoverato e hanno spiegato che il padre è morto per le complicanze del diabete che lui “aveva curato poco e male”. La camera ardente sarà allestita mercoledì 5 luglio nella sala della Protomoteca, dalle ore 9.30 fino alle ore 16.30. Alle 18.30 sarà il Teatro all’aperto – Ettore Scola di Casa del Cinema ad ospitare un saluto al grande attore ed autore con la partecipazioni dei familiari, degli amici e di tutti quelli che a Paolo Villaggio devono un sorriso, un pensiero, un ricordo. In serata la Casa del Cinema modificherà il suo programma estivo per proiettare, alle ore 21.30, Fantozzi di Luciano Salce (1976), preceduto da una testimonianza filmata di Paolo Villaggio alla Casa del Cinema. D’altronde per Villaggio un funerale religioso sarebbe stato possibile solo a San Pietro, come hanno ricordato con il sorriso sulle labbra i figli.  “Come vorrebbe essere ricordato? Con un funerale a San Pietro. Diceva spesso scherzando – ha ricordato la figlia Elisabetta -: se devo avere un funerale in chiesa, lo voglio a San Pietro”.

Con Paolo Villaggio se ne va uno dei pochi attori comici italiani. Se tanti sono gli attori “da commedia”, i comici si contano sulle dita di una mano: Totò, Franco Franchi, Villaggio appunto… Molte sono le analogie e le differenze col sommo De Curtis, in arte Totò. È vero che Villaggio non diede, al contrario di Totò, il proprio nome ai film, ma in compenso li intitolò al suo “doppio” Ugo Fantozzi, l’avatar da lui creato e interpretato in ben dieci pellicole. S’è fatto spesso riferimento a una condivisione dello stesso destino tra i due comici, che sarebbero stati ignorati a lungo da una critica sdegnosa, per essere poi “riscoperti” tardivamente.

Un’opinione suffragata da alcune iperboli su Fantozzi, da quando si cominciò a parlarne come l’erede della grande letteratura russa dei Gogol e dei Cechov. Ma non andò veramente così. Dopo una fortunata carriera nel cabaret e alla televisione (dove aveva indossato i personaggi del sadico professor Kranz e del sottomesso impiegato Fracchia, ottenendo subito una grande popolarità), Villaggio entrò nel cinema dalla porta principale. Nel 1970 fu l’alemanno infanticida in Brancaleone alle Crociate di Mario Monicelli; poi lo si vide a fianco di Vittorio Gassman in due film (Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto e Che c’entriamo noi con la rivoluzione?) e, nel 1974, in Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri. Fu semmai dopo il primo Fantozzi, diretto da Luciano Salce quando l’omonimo libro di Villaggio diventò un best-seller, che l’attore si convertì decisamente al cinema nazional-popolare, capitalizzando un successo destinato a crescere nei decenni seguenti.

Un’altra diversità rispetto a Totò consisteva nel fatto che questi (pur con “spalle” di qualità come Peppino o Fabrizi) fu sempre protagonista dei film, mentre Villaggio poteva alternare il ruolo principale adattandosi al gioco di squadra: soprattutto negli anni Settanta, allorché nel nostro cinema imperversavano la commedia corale e quella a episodi: vedi (continuamente riproposti in tv) I pompieri, Missione eroica i pompieri 2, Scuola di ladri, Scuola di ladri parte seconda, Rimini Rimini ecc.

E tuttavia, per continuare nel parallelo con Totò, la carriera comica di Villaggio fu punteggiata di film d’autore. Dal più grande di tutti, Federico Fellini, che nel 1989 lo diresse comprimario di Roberto Benigni nella Voce della luna, all’Ermanno Olmi del Segreto del Bosco Vecchio (1993), fino a Cari fottutissimi amici (1994), di nuovo con Monicelli.

Se i registi maggiori seppero valorizzare i tratti più amari e malinconici della sua grande “maschera” di perdente, non per questo Villaggio tradì il personaggio che gli aveva dato la fama (e che quei tratti, in fondo, conteneva già), continuando a portare sullo schermo le epiche sventure di Fantozzi. Ebbero meno fortuna, invece, altre varianti del suo repertorio comico, quali Professor Kranz tedesco di Germania (con Salce) e un paio di Fracchia diretti da Neri Parenti.

A Paolo Villaggio non sono mancate le soddisfazioni in vita, dal David di Donatello come miglior attore protagonista per il film di  Fellini al Leone d’Oro alla carriera (1992), dal Nastro d’argento per Il segreto del bosco vecchio al Pardo d’onore a Locarno (2000). Difficile dar conto in poche righe della sua attività di scrittore satirico o delle incursioni sulle scene teatrali, tra cui un memorabile Avaro (1996) e l’autobiografico Delirio di un povero vecchio (2000-2001). Ma sarebbe colpevole non ricordare la sua amicizia con Fabrizio De André, risalente agli anni in cui erano ragazzini e che produsse due canzoni memorabili come Il fannullone e Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers (testi di Paolo, musica di Fabrizio).

Alle esequie dell’amico Villaggio disse: “era una persona molto sensibile e ovviamente quando si è molto amici si parla della morte come di un fatto lontano, del tutto improbabile. Adesso che invece la cosa è accaduta e quando stava per succedere, non abbiamo mai avuto più il coraggio né di incontrarci, né di parlare della cosa, perché questa volta non era un gioco, non era letteratura, era la realtà”. Parole ineccepibili; anche per chi, come noi, preferirà ricordarlo con un sorriso.

Roberto Nepoti

Fonte: La Repubblica

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Paolo Limiti, muore il celebre conduttore televisivo

June 27, 2017 Leave a comment
Paolo Limiti presents music history book
Addio al conduttore televisivo e paroliere, in televisione al fianco anche di Mike Bongiorno, o con l’inseparabile cagnetta Floradora. Come paroliere aveva scritto alcune canzoni di Mina, era stato sposato con Justine Mattera

Paolo Limiti, scomparso a Milano a 77 anni dopo un anno di lotta contro un tumore che l’aveva colpito improvvisamente l’estate scorsa ad Alassio, è stato un consumatore onnivoro di spettacolo in prima persona ma soprattutto un divulgatore, un affabulatore, un medium di memoria collettiva, come un grande catalogo di curiosità, eccessi e successi.

Il personaggio

Amava il nazional popolare ovunque si annidasse: nella radici della musica folk, nelle canzonette cuore-amore di Sanremo, nel grande cinema pop italiano anni 50 (recensiva film su periodici), in quello americano di cui adorava certo gusto kitch, citando memorabili e ridicole battute; e poi i quiz di cui fu precursore scrivendo le domande di 4 edizioni con Mike del “Rischiatutto”, la Sanremo story in cui era un prof. imbattibile, l’amata rivista: tutto ciò alla fine formava una identità sociale e culturale, un ripostiglio, una soffitta di ricordi. Amava i retroscena, i pettegolezzi eleganti (su Wanda Osiris…), esibiva conoscenze dirette con dive divine come la sua amica Liz, Taylor ovviamente, o la Gina, Lollobrigida ovviamente, su cui scriveva un libro zeppo di confidenze di prima mano. Ed inoltre la Pampanini, sister Whoopy Goldberg, Sharon Stone, Esther Williams, l’ex star nuotatrice che invitò nella sua tv col peso lordo della nostalgia. Faceva andata e ritorno con Hollywood dove girava special e tornava con materiale per interviste, un documentario su Marilyn Monroe nel ‘92, specialista nel creare special tv dedicate ai grandi da Iglesias a Villa, da Battisti alla Osiris, dalla Callas alle serate storiche su Mina, senza scordarsi di giornate particolari come il 2 giugno e Natale.

Con Mina

Con Mina la sua collaborazione fu a lungo affettuosa, esclusiva e importante, tanto che proseguì col figlio Massimiliano Pani: per lei scrisse i testi di “Viva lei”, “Bugiardo e incosciente” (un piccolo capolavoro), “La voce del silenzio”, “Secumdì secumdà”), poi lavorando anche per la Vanoni e praticamente friendly con tutti i cantanti italiani dai 50 a oggi. Menzioni speciali per la Zanicchi e Betty Curtis e la sua fedele Giovanna: fu il primo ad ottenere fiducia da Jula de Palma e l’ultimo a intervistare Nilla Pizzi in tv. E anche se il rapporto con Mina, importante come quello con Mike Bongiorno, si interruppe, tre anni fa la cantante pose in Internet il testo di “Questa canzone” che era di Limiti, come a cercarne l’autore. Di tutte queste forme artistiche o pseudo tali Limiti fu osservatore e protagonista, attento alla moda e al gusto, precursore dell’ondata vintage di un passato sempre favoloso, che poi si è abbattuta in tv. Aveva contribuito al clima amarcord con gli appuntamenti nostalgici del primo pomeriggio anni 90, tanto da creare un luogo comune: Dove sono i Pirenei?, Ci vediamo in tv, Alle due su Raiuno e solo due anni fa “E-state con noi”, piccoli assaggi di storia italiana; anticipò in “Telemenù” con Wilma de Angelis l’inflazione degli chef. Amatissimo dal pubblico over 50 soprattutto femminile cui il perito tecnico (dal ’61) Limiti faceva ritrovare antichi beniamini, motivi mai dimenticati, volti ritrovati e immagini sperdute nei ricordi dei Cinema Paradiso.

Musica e tv

La sua specialità era assaggiare di tutto, l’aneddotica come puzzle, il talento del salotto che gli permise un’edizione di Domenica In ed infinite partecipazioni nei “talk”, oltre a collaborazioni con Funari, Predolin, Baudo, Zuzzurro e Gaspare. Aveva, oltre a quello di casa che contiene vere meraviglie in parte donate alla Cineteca Italiana, un archivio nel cervello. Ma le cose le sapeva e sapeva giudicarle: psicologo del pubblico, abile a interpretare i sogni, si divertiva col musical scrivendo “Canzone amore mio” e per la Biagini “Biondissimamente tua” ispirato alla Osiris, icona, come Mina, della cultura queer-gay; ma scrisse anche un’opera lirica andata in scena a Novara e Milano con Daniela Dessì, “La zingara guerriera”, musiche di Luigi Niccolini e una Carmen in versione pop. Amava tanto il melodramma, in ogni accezione, che intestò all’altrettanto amata madre, quando mancò, il Premio Etta Limiti per voci nuove, tre edizioni con ospiti eccellenti e strepitosi risultati di audience su Raiworld. Paroliere, come si dice in gergo, di 58 canzoni dal ’68 al 2015, scrittore, giornalista, cinefilo e cinofilo, direttore artistico di Tele Montecarlo in anni non sospetti, fu scoperto da Luciano Rispoli che lo fece uscire dalle quinte con “La maga Merlini” (nel senso di Elsa) laggiù negli anni 60. E poi lui scoprì, incontrandola per strada, fulminato dalla somiglianza con Marilyn, Justine Mattera, show girl americana, brevemente sua sposa agli inizi del millennio, secondo gossip patinati. Furono collaboratori no stop, con affetto: Justine, travestita da Marilyn come la donna che visse due volte, partecipava ai programmi di Paolo che poi la lanciò nei musical (“Victor Victoria”, “A qualcuno piace caldo”). L’ultimo anno è stato infernale ma racconta un amico che aveva alla fine placato anche il senso di ingiustizia che il Male porta con sé, e non aveva più neanche voglia di sfogliare vecchie riviste e di vedere vecchi film. Segno che stava già viaggiando altrove.

Maurizio Porro

Fonte: Corriere Della Sera

Carla Fendi, lutto nel mondo della moda

June 20, 2017 Leave a comment
Carla Fendi
La stilista aveva 80 anni ed era malata da tempo. Presidente onorario del Gruppo Fendi, ha legato la sua vita al marchio al cui successo ha contribuito con le 4 sorelle

È morta la regina delle pellicce. Carla Fendi si è spenta lunedì sera alle nove. La moda (e la cultura) perde una stella. Era appena rientrata a casa, nella sua residenza romana, a Palazzo Ruspoli, dopo essere stata dimessa dalla clinica Quisisana. Era malata da tempo, non aveva una malattia specifica, ma una serie di complicanze polmonari. In realtà era molto provata da tre anni, quando era morto suo marito Candido Speroni. Eppure la sua tenacia, la sua perseveranza, il suo attaccamento al lavoro non erano mai venuti meno. Ora stava lavorando a uno spettacolo sulla Genesi e Apocalisse, un’installazione di Peter Greenaway e Sandro Chia con la regia di Quirino Conti che debutterà il 2 luglio al Festival di Spoleto, di cui lei era mecenate e presidente onorario. Dal 2007 si dedicava a tempo pieno alla Fondazione che porta il suo nome e alle arti. Le avevamo di recente portato una foto con dedica di Riccardo Muti, che aveva diretto a Spoleto un concerto in memoria di suo marito ed era rimasta contenta, come una bambina.

Le «effe» incrociate

Carla incarnava il simbolo delle due «Effe» incrociate. Era una specie di soldatessa sabauda: disciplina, gentilezza, cura dei dettagli. Era la quarta delle cinque sorelle che nel 1960, dopo la morte del padre, presero il comando della maison. «Mia madre era orfana di padre», raccontava alcuni mesi fa, «andò a Firenze da sua zia, ma chiese di poter lavorare, anche se all’epoca poche donne lo facevano. Non voleva essere mantenuta dai parenti. Avevano una pelletteria. È cominciato tutto così. Poi mamma si fidanzò con mio padre e tornò a Roma, dove aprirono la loro pelletteria, a cui aggiunsero una piccola guarnizione di pellicceria: il manicotto, il cappello, la sciarpetta. Si portavano molto».
Suo padre lo aveva predetto: il marchio Fendi diventerà famoso. Perché il cognome è breve, unico, ed è musicale in tutte le lingue del mondo.

La collaborazione con Karl Lagerfeld

Nessuna delle cinque sorelle sapeva disegnare. Quando, nel 1965, cominciarono l’attività delle pellicce, si affidarono a degli stilisti. Ma nessuno le soddisfaceva. La svolta fu quando un loro amico, il conte Franco Savorelli di Lauriano, introdusse Karl Lagerfeld, che dopo cinquant’anni è ancora in azienda. Uno dei modelli che portò alla sua prima collezione fu cincillà color albicocca. Uno shock. «Quando un disegno non gli piaceva lo gettava nel cestino, io andavo a raccoglierlo», raccontò con un pizzico di civetteria. Nel 1968 le contestazioni coinvolsero anche le pellicce. Ma Catherine Deneuve disse a Carla: «Se non ho il piacere dello zibellino, è come togliermi le lenzuola di lino». Tanto cinema, Fellini e Visconti, Bolognini e Zeffirelli, Evita con Madonna e Il diavolo veste Prada con Meryl Streep. Poi la collaborazione con la sartoria Tirelli e l’amicizia di un altro grande del costume, Piero Tosi. Negli Anni ’90 la rivoluzione della borsa baguette. La borsa fino allora era piccola, rigida, c’entrava poca roba. «Noi ci siamo dette: oggi le donne lavorano, qui bisogna cambiare tutto. Era il momento dei materiali poveri. Non ci aveva ancora pensato nessuno alla borsa a tracolla, pratica, comoda, morbida, leggera». Nel 2000 le Fendi vendono al colosso francese Lvmh. Poi l’avventura era continuata nel mondo della musica e dell’arte.

Fonte: Corriere Della Sera

 

Laura Biagiotti, muore la signora della moda

May 26, 2017 Leave a comment
Laura Biaggiotti
La stilista aveva 73 anni. Èra stata ricoverata mercoledì sera al S.Andrea in seguito a un arresto cardiaco. Nel 2015 aveva festeggiato 50 anni di attività: sabato i funerali. È stata definita dal «New York Times» la «regina del cashmere». Ha sfilato a Pechino e a Mosca prima degli altri brand

Nella notte, in seguito a un nuovo arresto cardiocircolatorio, la stilista Laura Biagiotti è morta dopo due giorni di agonia all’ospedale Sant’Andrea di Roma, che ne ha certificato il decesso alle 2,47 di venerdì. A differenza di quanto annunciato in un primo momento, non sarà allestita alcuna camera ardente nella sua residenza di Guidonia, metre i funerali si terranno sabato alle 11 nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, a piazza della Repubblica. Già poche ore dopo l’arrivo in ospedale i medici avevano hanno dovuto avviare le procedure per l’accertamento della morte cerebrale. La designer, 73 anni, mercoledì sera era stata colta da un malore improvviso nel suo castello alle porte di Roma e ricoverata in condizioni disperate all’ospedale Sant’Andrea.

Il comunicato

Biagiotti era stata ricoverata martedì alle 21.30: un’ambulanza l’aveva trasportata in ospedale dalla sua residenza di Guidonia, vicino a Roma, il Castello dell’ XI secolo «Marco Simone». Il Sant’Andrea, in un comunicato, aveva ricostruito quanto accaduto: «Le manovre rianimatorie, avviate già prima che la paziente giungesse in ospedale, e poi ripetute più volte al pronto soccorso, hanno consentito la ripresa dell’attività cardiaca, ma il quadro clinico e gli accertamenti effettuati attestano un grave danno cerebrale di tipo anossico – si leggeva – La signora Biagiotti è ricoverata in terapia Intensiva in condizioni gravissime e stanno per essere avviate le procedure per l’accertamento strumentale della condizione di morte cerebrale». Poi, alle 2.47 di venerdì, un nuovo arresto cardiocircolatorio e la morte. La figlia Lavinia Biagiotti Cigna ha lasciato Londra, dove si trovava per lavoro, ed è rientrata urgentemente nella Capitale.

Visse d’arte, archeologa per formazione di studi e stilista per le avventure della vita che — spiegava sorridendo — è sempre capace di sorprenderci, collezionista d’arte futurista di importanza mondiale grazie al gusto infallibile più che ai budget illimitati da hedge fund asiatico, donna coltissima che ai backstage delle sfilate e all’uscita finale in passerella preferiva la compagnia dei diecimila libri della sua biblioteca e dei suoi adorati cani, tutti trovatelli: Laura Biagiotti, scomparsa improvvisamente per un attacco cardiocircolatorio a soli 73 anni, è stata sì «la regina del cashmere» (New York Times) ma soprattutto una dei pionieri della moda italiana, romana cosmopolita che sfilò in Cina quando i marchi giganteschi della moda globalizzata di oggi non esistevano o magari erano valigerie di lusso, in Russia quando gli stilisti superstar di oggi facevano ancora gli assistenti o magari erano ancora alle scuole superiori.

Mezzo secolo di attività

La designer romana, nota anche come la «Regina del cachemire», aveva da poco festeggiato i 50 anni di attività. Intensa, ininterrotta e, per un bel tratto di strada, alla guida di un’azienda tutta al femminile, prima con la mamma Delia e poi, dopo la prematura scomparsa, nel 1996, del marito Gianni Cigna, a fianco della figlia Lavinia, dal 2005 vicepresidente del gruppo.

Gli esordi nell’atelier della madre

Era il 1965 quando Laura, che da giovanissima aveva lavorato nell’atelier della madre, creatrice delle prime divise delle hostess Alitalia, fonda una società per acquisire produzione e distribuzione di grandi firme dell’alta moda romana: Schuberth, Capucci, Litrico, Barocco. Nel 1972 esce la prima collezione «Laura Biagiotti» e dalle sartorie di via Veneto e della Dolce Vita, la stilista, non ancora trentenne, conquista le passerelle del pret-à-porter milanese insieme a Krizia, Missoni, Walter Albini . Negli anni Ottanta sarà la prima a sfilare nella Cina comunista. E meno di dieci anni dopo, nel 1995, le si aprono le porte del Teatro del Cremlino a Mosca.

Gli abiti morbidi e i profumi

Figlia di Delia Soldaini Biagiotti, che aveva una bella sartoria romana, prese il business di famiglia e lo trasformò in un’impresa globale, un’azienda di donne fondata da sua madre diretta da lei e, dal 2005, in collaborazione con l’amatissima figlia Lavinia: in un mondo spesso cattivello come quello della moda di lei si sentiva dire soltanto una cosa, anzi due: che era «una signora» oppure «una gran signora». Incapace di vantarsi d’aver conosciuto l’ultimo imperatore della Cina anni prima del film di Bertolucci che trionfò all’Oscar, allergica al trionfalismo – e al vantarsi di qualcosa d’importante – anche quando la Repubblica Italiana la onorò, giustamente, con un francobollo. La moda ricorderà decenni di sfilate di abiti che la signora Biagiotti voleva morbidi come una carezza per coccolare un po’ le donne, che in un mondo così complicato ne hanno bisogno, il beauty ricorderà profumi di gran successo sempre dedicati a Roma la sua città (ma amava Milano, dove sfilava, dell’amore sincero dei romani laboriosi che riconoscono come sia una grande vetrina internazionale per il business e la città ideale per lavorare).

La passione per l’arte futurista

A Milano prestò, con la generosità di sempre, una delle cose più belle dell’Expo 2015, il grande quadro del «Genio Futurista» di Giacomo Balla, gloriosa esplosione di schegge del nostro tricolore che incantò milioni di visitatori: perché di Balla, Laura Biagiotti fu collezionista privata di riferimento, sempre disposta a mandare per il mondo opere alle mostre sul Futurismo da New York a Tokyo che ne facevano richiesta. Collezionista guidata dal gusto e, ancora una volta, dalle vicende della vita: «Una visita casuale in una galleria romana. Una piccola mostra nel 1986 – spiegò a la Lettura del Corriere della Sera – Mi piacque davvero tanto, uscimmo e mio marito mi disse comprali se ti sono piaciuti tanto. Così cominciò tutto, con una decina di pezzi minori».

Fonte: Corriere Della Sera

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