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Nick Kamen, muore il cantante modello protégé di Madonna

La notizia diffusa da Boy George. Il cantante aveva 59 anni e aveva avuto grande successo alla fine degli anni Ottanta anche grazie a uno spot dei jeans Levi’s

È morto il modello e cantautore inglese Nick Kamen, pupillo di Madonna. Conosciuto per la sua hit Each time you break my heart del 1986, Kamen aveva 59 anni. La notizia è stata data dal suo amico Boy George con un messaggio via Instagram. Da tre anni Kamen combatteva contro un tumore.

Nick Kamen, che era nato nell’Essex con il nome di Ivor Neville Kamen, raggiunse la notorietà a 23 anni prima di diventare cantante grazie alla pubblicità uscita in tutto il mondo dei jeans Levi’s 501. Nello spot si vede il modello, al quale proprio in quella occasione venne dato il soprannome di Nick, entrare in una lavanderia in jeans e maglietta bianca e togliersi poi i vestiti rimanendo in boxer prima di metterli in lavatrice, sulle note di Heard it through the grapevine di Marvin Gaye. Fu proprio quello spot, notato da Madonna, a mettere in contatto Kamen con la Material Girl che scelse di affidargli una canzone scritta con Stephen Bray, proprio la hit Each time you break my heart, in cui Madonna compare per i cori.

La hit, che raggiunse la vetta della classifica inglese e ottenne grande successo anche in Germania, Spagna, Francia e Italia, diede il titolo all’omonimo album che seguì, primo dei quattro dischi che Nick Kamen pubblicò tra il 1987 e il 1992. Per il suo secondo album Us del 1988, Madonna gli assicurò la collaborazione del suo produttore Patrick Leonard, offrì i cori in Tell me ma non si occupò più della scrittura e della supervisione come aveva fatto in occasione del primo album. Il brano Tell me ottenne uno straordinario successo soprattutto in Italia, dove durante i mesi estivi rimase per nove settimane in prima posizione nella classifica dei singoli.

L’anno successivo Kamen cantò il brano Turn it up per la colonna sonora del film Disney intitolato Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi. Ma è nel 1990 che l’artista inglese piazza il suo successo internazionale più grande, I promised myself, che raggiunse il primo posto in classifica in otto Paesi europei, il quarto singolo più suonato dalle radio e dalle tv quell’anno. Il suo ultimo album nel 1992, quando Kamen fece uscire Whatever, whenever. Da allora un sostanziale silenzio interrotto oggi dalla notizia della sua morte. 

Il motivo non confermato della sua morte sarebbe un cancro al midollo osseo: unica fonte della notizia è la pagina Instagram dell’amico fotografo Johnny Rozsa, che nel 2018 aveva pubblicato una foto insieme a Kamen in una stanza d’ospedale e ora dopo l’annuncio della morte in un post scrive: “Non molto tempo prima della diagnosi di cancro al midollo osseo, Nick Kamen venne a farmi visita quando era di passaggio a Londra. Ho milioni di ricordi della nostra lunga amicizia e sono veramente devastato dalla notizia della sua scomparsa questa mattina”.

di Carlo Moretti

Fonte: Repubblica

Alber Elbaz, muore il grande designer che ha rivitalizzato Lanvin

April 26, 2021 Leave a comment

Lutto nel mondo della moda: è morto il grande designer che ha saputo ringiovanire Lanvin. Era amatissimo per sua carica di umanità

Amatissimo da chi si intente di moda, non solo per l’indiscusso talento, ma per la sua carica di umanità. Alber Elbaz è morto all’età di 59 anni. il designer più noto per il suo spettacolare rilancio Lanvin dal 2001 al 2015, è deceduto sabato all’American Hospital di Parigi. Secondo quando scrive il giornale WWD, la morte dello stilista è stata confermata dalla Compagnie Financière Richemont, entrata in società con Elbaz nella sua recentissima avventura nel campo della moda, la AZ Factory, dedicata a una moda per tutte, senza distinzioni di taglie. «Creo per far sentire le donne belle e a proprio agio senza pensare se sono alte o basse magre o morbide», diceva. Lo stilista che sapeva ascoltare le donne è morto per le conseguenze del Covid la notte del 24 maggio . Era ricoverato da qualche settimana all’American Hospital. Secondo la tv israeliana Keshet 12 nonostante fosse già stato vaccinato, sarebbe stato infettato dalla variante sudafricana»

«La moda intelligente che ha un cuore»

Una scomparsa improvvisa, quella di Elbaz, che ha lasciato tutti sotto shock. «Ho perso non solo un collega, ma un caro amico» ha dichiarato il fondatore e presidente di Richemont, Johann Rupert, ricordando che Alber aveva una meritata reputazione come una delle figure più brillanti e amate del fashion. «Sono sempre stato colpito dalla sua intelligenza, la sensibilità, la generosità e la creatività sfrenata —ha aggiunto Rupert — . Era un uomo di eccezionale calore e talento, e la sua visione singolare, il senso della bellezza e l’empatia lasciano un segno indelebile. È stato un grande privilegio vedere Alber nel suo ultimo sforzo mentre lavorava per realizzare il suo sogno di moda «intelligente che ha un cuore». Una definizione che riassume il carattere dell’uomo che ha sempre messo la sua creatività esplosiva al servizio delle donne, per farle sentire belle e proprio agio, fondendo l’artigianato della sartoria haute couture con le nuove tecnologie. «Sei bella come sei, ho visto troppe donne soffrire», aveva detto nell’ultima intervista al Corriere

Disegnava moda a 7 anni

Nato in Marocco da una famiglia ebrea marocchina, Elbaz era cresciuto in Israele. Aveva iniziato a disegnare abiti all’età di 7 anni e per questo, consapevole del suo talento, la madre lo aveva incoraggiato a trasferirsi a New York dove era arrivato a metà degli anni Ottanta. Dopo un periodo in un’azienda di abiti da sposa, era stato assunto come assistente da Geoffrey Beene, dove era rimasto per 7 anni. Quindi, dal 1996 al 1998 Elbaz aveva lavorato per la maison Guy Laroche. Nel 1998 la realizzazione di un sogno: succedere a Yves Saint Laurent al timone del pret-à-porter, fino all’esonero, quando il Gruppo Gucci (oggi Keering) acquisì il brand arruolando Tom Ford. 

Anche la moda italiana deve creatività ad Alber Elbaz: il designer aveva collaborato per un anno con Krizia a Milano. Quindi il ritorno a Parigi e l’approdo, dopo un anno di stop, a Lanvin, piccola azienda che riesce a riportare nel firmamento delle grandi griffe e lo consacra tra i grandi designer del nostro tempo. I suoi cocktail dress, sofisticati e iper femminili nel segno delle leggerezza — spesso arricchiti da drappeggi e fiocchi – sono stati indossati dalle star sul red carpet, da Demi Moore, Nicole Kidman, RhiannaCatherine Deneuve e Kate Moss. Nel 2012 Meryl Streep ritirò l’Oscar per The Iron Lady fasciata di un abito Lanvin. 

L’assenza dalle passerelle parigine per cinque anni, dopo l’uscita da Lanvin nell’ottobre 2015, si era fatta sentire. Elbaz prima di collaborare con Richemont, aveva disegnato i costumi per Natalie Portman nel film «A Tale of Love and Darkness» e aveva firmato consulenze, tra cui Tod’s e Converse per le scarpe e le Sportsac per gli accessori.

La paura del Covid: «Sento che il nemico mi attaccherà» 

Elabaz aveva scelto Parigi come luogo dove vivere. La pandemia da Covid-19 lo aveva turbato, come confessava in una intervista via Zoom alla rivista Numéro. «Sono un vero ipocondriaco — aveva spiegato —, quindi preferisco sempre essere in una grande città, vicino a un ospedale, per ogni evenienza … Specialmente adesso!». 

Era preoccupato Elbaz: «Ogni volta che c’è una consegna, sento che il nemico mi attaccherà. È un momento surreale, ogni bussare alla porta crea paura in me. E questo va contro la mia filosofia di vita, non aprire la porta agli altri — aveva aggiunto —. Devo dire che stiamo attraversando un momento bizzarro. Questi sono tempi molto strani e lunghi giorni tristi per me e per tutti noi». Ma poi tornava a guardare avanti, con la solita umanità: «Credo che il nostro cervello sia addestrato ad affrontare il post trauma. Voglio credere che si riuscirà a tornare a un po’ di modestia, umiltà e semplicità. Stavamo vivendo maratone folli. Forse questo è il momento per riflettere. Il tempo e la bellezza sono le mie definizioni di lusso».

di Maria Teresa Veneziani

Fonte: Corriere Della Sera

Milva, muore la celebre “rossa” della musica italiana 

April 24, 2021 Leave a comment

Addio a Maria Ilva Biolcati, cantante e attrice teatrale italiana

Milva — morta a Milano a 81 anni — , volto multimediale, doppia e tripla personalità. Per molti è stata la «Pantera di Goro», provincia ferrarese, ai tempi in cui cantava a Sanremo col capello ribelle e il vestito di mammà Il mare nel cassettotesti di Marotta, arrivando terza e diventando pure la terza voce della nuova trinità con Mina e Vanoni; per altri è stata l’attrice il cui gene vocale fu modificato da Strehler, Pigmalione che la lanciò nell’universo di Brecht, del teatro impegnato di Weiss; per altri ancora resta la partner di Piazzolla in alcune indimenticabili serate di Tango, ma la si può identificare anche come prima donna di musical, quando «passeggiava» con Gino Bramieri in Angeli in bandiera di Garinei e Giovannini, 1969. 

Di sicuro Maria Ilva Biolcati, classe ‘39, è stata caparbia e ribelle, non si è mai negata nulla, in tv neanche il Cantatutto con Villa e Arigliano nel 63-64, neanche Milva club, arrivando fino all’Olympia di Parigi, alla Scala con La vera storia di Berio-Calvino nell’82 e al Regio di Torino in Orfeo all’inferno di Offenbach. Un coraggio ripagato dal successo internazionale specie in Germania, grazie alla padronanza della lingua, dove nel 62 incide Liebelei. Certo, la prima cosa bella è che a 16 anni inizia a cantare come dilettante, si esibisce come Sabrina nelle balere emiliane ma intanto studia lirica a Bologna. Alla Rai vince un concorso che la spedisce nel gennaio 60 a Sanremo, tempi dell’Italia del boom e della Dolce vita. La prima sera, effetto mediatico pop, diventa un personaggio per il look, diciamo, non sofisticato: al festival tornerà ciclicamente nel corso della sua carriera oltre una dozzina di volte e nel ‘62 arriva seconda con Tango italiano.

Tra i molti uomini-manager che nel corso del tempo l’hanno trasformata, il primo fu Maurizio Corgnati, marito-regista (e padre della sua unica figlia Martina),seguìto da altri incontri che hanno sempre segnato il suo destino artistico, da Mario Piave a Strehler e altri filosofi attori complici. Non diventa mai la my fair lady del copione, continua per 50 anni a riprovare e ricominciare per il gusto della sfida e quasi sempre con talento e successo, sia che fosse un cortile sia che fosse un tabarin. Dapprima rilancia la musica pop finendo sul palco del Lirico il 25 aprile ‘64 con Foà per i Canti della Libertà, invitata da Grassi; poi si specializza in musica colta, quindi non solo i recital di song brechtiani che, guardata a vista, rendeva benissimo specie l’indimenticata Jenny delle Spelonche dell’Opera da tre soldiereditata da Milly, ma anche tutto il repertorio espressionista del cabaret tedesco e della canzone italiana sentimental grottesca tra le due guerre («Ma cos’è questa crisi?», sempre al Piccolo): è un’emanazione del mito di Marlene, Lotte Lenya fino a Ute Lemper. 

A Berlino vince con I sette peccati capitali dei piccolo borghesima ogni tanto, dopo aver provato perfino col padovano del Ruzante, si concede vacanze popolari alla tv (Un mandarino per Teo e Mai di sabato signora Lisistrata di Garinei e Giovannini con Bramieri, Al Paradise e Palcoscenico) e al Festival di Sanremo, per allenarsi a qualsiasi stile, esigenza e pubblico. Nel 70 debutta alla Carnegie Hall di New York, nel ‘73 affronta l’Opera da tre soldi con Modugno, nel ‘78 Diario della assassinata di Negri alla Piccola Scala. 

Un po’ alla volta quella ragazza sprovveduta è diventata sofisticata,  dopo lungo studio e preparazione, perché con certi autori e registi non si scherza. Eccola con Piazzolla a Milano, alcuni recital memorabili, ripetuti a Parigi in trionfo e rieditati in un bello spettacolo di Pippo Crivelli. Vince premi, pubblica album di alto gradimento anche culturale da La rossa con canzoni di Jannacci a Milva e dintorni e Svegliando l’amante che dorme in collaborazione con Battiato. Certo, qualcosa non va sempre per il verso giusto, come la Lulu di Wedekind che affronta in prosa diretta da Sepe, La storia di Zazà o Tosca, ovvero prima dell’alba di Rattigan, spettacolo funestato una domenica pomeriggio a Milano dal suicidio del suo partner e amico Luigi Pistilli. A scadenza fissa torna il mago dei prodigi Strehler a farle un nuovo tagliando artistico, sempre con Brecht che affronta nel ‘95 nel recital portato in giro per tre anni in tutto il mondo, Non sempre splende la luna, ultimo incontro col genio che le aveva rifatto il volto, la voce e la scheda elettorale. Col cinema si è sempre «presa» poco, ma qualche tentativo c’è stato: La bellezza di Ippolitacon la Lollo diretto da Zagni fra le nebbie di una stazione di servizio, D’amor si muore da Patroni Griffi, Via degli specchiCelluloide di Lizzani (la storia di Roma città aperta) e un documentario di Herzog (la Germania è la sua seconda patria artistica) sulla vita di Carlo Gesualdo da Venosa, su cui ha da tempo in mente un film Bernardo Bertolucci. 

Decine i ricordi, del mondo dello spettacolo e della politica, e non solo. «Con Milva scompare una protagonista della musica italiana, una interprete colta, sensibile e versatile, molto apprezzata in Italia e all’estero. Esprimo sentimenti di cordoglio e vicinanza alla famiglia», ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella attraverso un messaggio pubblicato sulla pagina Twitter del Quirinale. «È stata una delle interpreti più intense della canzone italiana. La sua voce ha suscitato profonde emozioni in intere generazioni», ha aggiunto il ministro della Cultura, Dario Franceschini. Un pensiero commosso anche quello giunto da Iva Zanicchi: «Io Aquila, lei Pantera. Ma dietro le quinte eravamo amiche». La camera ardente per Milva sarà allestita nel foyer del Piccolo Teatro Strehler, martedì 27 aprile, dalle ore 9.30 alle ore 13.30. Seguiranno funerali «in forma strettamente privata».

di Maurizio Porro

Fonte: Corriere Della Sera

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Principe Filippo d’Inghilterra, diparte Sua Altissima Maestà Duca di Edimburgo

April 9, 2021 Leave a comment

Filippo, consorte della regina Elisabetta, è morto nella mattinata di oggi, «serenamente», all’età di 99 anni: l’annuncio ufficiale dall’account della Famiglia Reale

Dal nostro corrispondente
LONDRA — Sempre un passo indietro: per tutta la sua vita. Questo è stato il destino di Filippo, consorte di Elisabetta, morto nella mattinata di oggi — «serenamente», come comunicato «con profondo dolore» dalla Regina attraverso l’account ufficiale di Buckingham Palace —, all’età di 99 anni: compagno della regina Elisabetta, ma non suo pari. 

Un ruolo che il duca di Edimburgo – quello il suo titolo – ha sempre interpretato con rispetto e dignità: ma anche con la libertà concessa a chi non portava il peso della corona sul capo. Il duca di Edimburgo sarà probabilmente sepolto ai Frogmore gardens del castello di Windsor e la regina Elisabetta ha fatto sapere che rispetterà otto giorni di lutto per la morte del marito. Inoltre non ci saranno funerali di Stato ma, ha fatto sapere la casa reale inglese, solo «una cerimonia di natura privata».

Principe delle gaffe, per certi versi, se si ricordano tutte le sue uscite sopra e fuori le righe: che poi gaffe non erano, ma piuttosto la maniera di esternare l’inevitabile insofferenza per le costrizioni cui veniva sottoposto. Ma anche principe modernizzatore, artefice nel corso dei decenni di molte aperture della monarchia britannica. 

Un animo tormentato, al fondo, dietro la maschera di giullare che talvolta indossava, specie nella tarda età. Perché la sua famiglia aveva sofferto: e lui con essa

Nipote del re di Grecia, aveva visto la monarchia ellenica rovesciata dalla rivoluzione; sua madre, la principessa Alice, aveva trascorso l’esistenza tra crisi mistiche e ricoveri in manicomio; sua sorella era morta in un incidente aereo e lui aveva dovuto presenziare ai funerali, appena sedicenne. 

Già, la famiglia di Filippo: un po’ danesi e un po’ tedeschi, tutte le sue sorelle sposarono nobili germanici e finirono, chi più chi meno, compromesse col nazismo. 

Ma l’influenza più grande su di lui la esercitò lo zio, Louis Mountbatten, nipote della regina Vittoria e ultimo viceré d’India: che lo considerò sempre alla stregua di un figlio, lo volle con sé in Inghilterra e fece in modo di propiziarne il matrimonio con Elisabetta, erede al trono britannico e lontana cugina di Filippo. 

Con l’incoronazione della moglie, lui entra nel cono d’ombra: e deve perfino rinunciare a dare il proprio cognome, Mountbatten, ai suoi figli. Ma è lui che ha l’idea di mostrare in televisione la cerimonia solenne: aprendo così per la prima volta la monarchia allo sguardo dei sudditi. 

Così come sarà sua, più tardi, l’iniziativa di chiedere alla Bbc di produrre un documentario sulla famiglia reale, con l’obiettivo — non tanto riuscito — di apparire persone in qualche modo normali. 

Spirito irrequieto, quello di Filippo: che trovava sfogo nelle imprese fisiche e sportive. Da giovane si era distinto nel servizio in Marina e poi era diventato un provetto pilota di aerei. Ed è su suo impulso che nasce il programma chiamato «Duke of Edimburgh Award»: sulla scorta del quale fino a oggi schiere di giovani britannici hanno passato e passano settimane nei boschi e sulle montagne, per forgiare il corpo e il carattere. 

Sarà anche per questo che Filippo non ha mai avuto un rapporto facile col figlio Carlo, la cui indole di timido intellettuale contrastava con l’esuberanza del padre: che gli ha imposto una educazione severa che poco gli si addiceva. Per non parlare dell’interferenza nella vita privata: Filippo si mise di traverso alla relazione di Carlo con Camilla Shand e spinse il figlio verso la vergine aristocratica Diana(anche se poi Carlo ha finito per sposare Camilla e la condurrà un giorno al trono). 

Così come Filippo mal sopportava Sarah Ferguson, la moglie del principe Andrea: fra i due scorreva una ricambiata antipatia. Perché il duca non ha mai visto di buon occhio l’arrivo nella famiglia reale di queste donzelle di incerta fortuna e grandi ambizioni: da cui l’ostilità e il sospetto nei confronti di Meghan Markle. 

Negli ultimi anni Filippo aveva assunto un po’ il ruolo di «guardiano» della famiglia reale: ed è anche a causa del suo pensionamento, tre anni fa, che si spiega quell’aria di «liberi tutti» che ha portato scompiglio a corte negli ultimi tempi. Era venuta a mancare la barra. 

Filippo si era ormai ritirato dalla vita pubblica, anche se non aveva rinunciato alle sue passioni e ai sui vezzi: come quello di guidare l’auto da solo, alla sua veneranda età, fino a essere coinvolto, due anni fa, in un pauroso incidente stradale. 

La sua scomparsa — arrivata dopo un’ultima operazione al cuore, avvenuta nelle scorse settimane — lascia sicuramente un vuoto nella monarchia che non è possibile colmare facilmente. Mancheranno al pubblico le sue uscite imbarazzanti, con le quali riusciva a irritare i dignitari stranieri. Mancherà alla regina la solida spalla su cui appoggiarsi nei momenti difficili. Mancherà a tutti un gentiluomo dei tempi andati.

di Luigi Ippolito

Fonte: Corriere Della Sera

Claudio Coccoluto, muore il dj italiano più famoso nel mondo

March 3, 2021 Leave a comment

L’artista internazionale si è spento alle 4.30 di stamattina nella sua casa di Cassino accanto alla moglie e ai figli. Linus: “Un fuoriclasse”

Aveva 58 anni ed è deceduto nella sua casa di Cassino. E’ stato un nome di caratura internazionale nel clubbing con 40 anni di carriera alle spalle.

Lutto nel mondo della musica e del clubbing. E’ morto Claudio Coccoluto. Aveva 58 anni ed era considerato uno dei più grandi dj sulla scena italiana e internazionale. Il decesso, dopo una lunga malattia, è avvenuto nella sua casa di Cassino. Accanto al dj c’erano la moglie e i figli.

Tra i primi a rendergli omaggio il socio Giancarlo Battafarano, in arte Giancarlino, con cui avevano fondato il Goa di Roma (con 25 anni di storia è stato l’unico club in Italia a finire nelle classifiche dei migliori al mondo): “Se ne va il maestro più grande e l’amico di sempre. Ha dato cultura alla musica nei club come dj e artista fuori dal coro. Sempre pronto a metterci la faccia con i media sia per gli aspetti gioiosi sia per i problemi del nostro settore. Con lui se ne va una parte di me”.

Originario di Gaeta, aveva iniziato proprio nella sua città natale a fare il dj a 13 anni, per hobby, nel negozio di elettrodomestici del padre. Esordisce nel 1978, cominciando a far conoscere la sua voce via etere attraverso Radio Andromeda (prima emittente privata a Gaeta). Nel mondo del clubbing approda negli anni Ottanta senza più uscirci: da lì diventa la sua professione, affermandosi come uno dei dj di musica house più conosciuti in Italia e a livello internazionale. Negli anni a venire è stato il primo italiano a guadagnarsi una fama internazionale suonando in club storici come il Ministry of Sound di Londra e il Sound Factory Bar di New York.

Durante il lockdown, quando anche il mondo dei club si è fermato, è stato tra i più attivi nel sensibilizzare la politica e l’opinione pubblica sulle difficoltà del settore. “Chi fa clubbing è un volano culturale per i movimenti giovanili, finora l’approccio delle istituzioni è stato riduttivo: sia il governo, sia il Mibact ancora non definiscono un ruolo definitivo per questo comparto, nonostante muova un indotto enorme. La mancanza di interesse e di sussidi crea una condizione pericolosa, i professionisti dovrebbero arrivare vivi a un’ipotetica data di riapertura che nessuno ancora conosce, mentre devono pagare l’affitto, le bollette” aveva detto a maggio 2020 in un’intervista. 

Fonte: TGcom24

Categories: Obituario

Paolo Rossi, muore il simbolo della nazionale Mondiale del 1982

December 10, 2020 Leave a comment

L’ex attaccante nel 1982 fu capocannoniere del Mondiale vinto dagli Azzurri di Bearzot e vinse anche il Pallone d’oro. Morto a 64 anni per un male incurabile

Una notizia terribile, nel cuore della notte. Che sconvolge il mondo del calcio, italiano e mondiale. E gli italiani tutti insieme. A 64 anni è morto Paolo Rossi, sconfitto da un male inesorabile, l’eroe dell’Italia campione del mondo del 1982, quella che battè il Brasile di Zico, l’Argentina di Maradona, la Polonia di Boniek e in finale la Germania di Rummenigge. L’Italia di Zoff e Bearzot. Il protagonista principale fu Pablito, che veniva dalla squalifica per calcio scommesse e dopo un brutto inizio di Mondiale, decollò e con lui l’Italia di Collovati e del giovane Bergomi, di Tardelli che diventerà l’uomo dell’urlo e di Gentile attaccato ai pantaloncini di Diego, di Antognoni e del fantastico Bruno Conti.

CHE ANNO, IL 1982…

In quella estate del 1982 l’Italia intera scese in piazza per far festa, a Madrid per la finale volò anche il presidente Pertini, esultante in tribuna al fianco del re di Spagna. Paolo Rossi era un centravanti da area di rigore che viveva per il gol. Esplose nel Vicenza, passò al Perugia e poi alla Juventus per i suoi anni migliori. In nazionale fu il simbolo dell’Italia di Bearzot e alla fine di quella magica cavalcata vinse il Pallone d’Oro. Tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania in finale e così l’Italia conquistò il terzo titolo di campione del mondo. Dopo la Juve andò al Milan prima di chiudere la carriera a Verona. Insieme a Baggio e Vieri detiene il record di gol azzurro ai Mondali con 9, è stato il primo giocatore, poi eguagliato da Ronaldo, a vincere nelle stesso anno il Mondiale, il titolo di capocannoniere e il Pallone d’oro. Con la Juve ha vinto due scudetti, una coppa delle coppe, una Supercoppa Uefa e una Coppa dei Campioni, con il Vicenza un campionato di serie B nel quale fu capocannoniere. Conclusa la carriera di calciatore è stato a lungo opinionista per Mediaset e la Rai. Lascia la moglie, Federica, e tre figli: Sofia Elena, Maria Vittoria e Alessandro.

LA MORTE DI PABLITO

A dare la notizia della scomparsa dell’eroe del Mundial è stata la moglie Federica Cappelletti, con un due commoventi post sui social.

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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Diego Armando Maradona, muore el Pibe de Oro orgoglio napoletano

November 26, 2020 Leave a comment

Il leggendario calciatore argentino ha subito un arresto cardiocircolatorio nella sua casa di Tigre, in Argentina

E’ morto Diego Armando Maradona. Ha subito un arresto cardiocircolatorio nella sua casa di Tigre, in Argentina, dove stava trascorrendo la convalescenza dopo l’intervento chirurgico alla testa di qualche settimana fa. Aveva appena compiuto 60 anni.

Quante vite dentro una vita che non c’era già più. Quante volte si è perso Diego, quante volte l’avevamo perduto, anche di vista. Maradona ricoverato, Maradona ingrassato, Maradona operato, Maradona tossico, Maradona dopato, Maradona alcolizzato, Maradona disintossicato, Maradona operato al cervello. E poi, ancora, Maradona con il bypass gastrico per salvarlo dalla bulimia (2005) una prima e una seconda volta (2015). Maradona e la cocaina, Maradona e l’efedrina, Maradona che sforna figli come gol: le due bambine (Dalma Nerea e Gianinna Dinorah) con la prima e storica moglie Claudia Villafane, poi Diego junior con Cristiana Sinagra, la ragazza napoletana che dovette combattere per anni in attesa che il campione riconoscesse quel figliolo identico a lui, non serviva il test del Dna per dimostrarlo, bastavano un paio d’occhi e una vecchia figurina. E poi, ancora, una bambina di nome Jana, avuta da una nuova fidanzata, tale Valeria Sabalaìn, e per chiudere un altro Diego, questa volta un Diego Fernando, figlio (ultimo) di Maradona e Veronica Ojeda. Amori, forse. Ma chi può dire cosa ciascuno porta nel cuore?

Il più grande di tutti

La prima vita di Diego resta immortale, e si può dire conclusa nel 1994 quando ai mondiali americani venne trovato positivo all’antidoping. Quel giorno, dopo il famoso urlo nella telecamera che era un ruggito, un barrito, il verso dell’animale tornato re di ogni foresta e di ogni savana, Diego Armando Maradona cominciò la sua morte prolungata come la “rottura” dei cavalli da corsa. Quando si comincia, non si finisce più. Anche di morire, a volte, non si finisce più. Ma se sei stato Maradona, cosa potrai mai essere dopo? Cosa potrai chiedere di più?

Del giocatore, immenso e unico, praticamente una divinità, quasi non vale neppure la pena parlare. Sarebbe ovvio, superfluo. Sarebbe come voler dire chi era Odisseo, chi era Dante Alighieri, chi era Gesù Cristo nostro Signore, chi era Einstein, chi era il colonnello Aureliano Buendia. Trasfigurato dalla sua stessa gloria, probabilmente e semplicemente il più grande calciatore di tutti i tempi, Maradona è stato Uno e Due. Uno: il migliore e basta. Due: il perduto, lo smarrito.

E questa sua seconda vita, lunghissima e dolente, è forse il miglior modo – sebbene tristissimo – per accompagnare il ricordo di Diego fino a questo epilogo tragico, un colpo di testa ma contro il pavimento e non contro un pallone, l’ematoma, il peggioramento repentino, il ricovero (l’ennesimo), le mani di un chirurgo purtroppo invano, l’operazione, la convalescenza, l’illusione, il cuore che alla fine non ne può più. La morte che ci annichilisce tutti.

Ma alzi la mano chi da anni non si aspettava che Maradona facesse una brutta fine, coerente con la sua caduta nel pozzo. Uno scivolamento lento e costante, progressivo e senza tonfi ma ogni volta sempre più giù, sempre più in fondo dove nulla può rischiarare il buio, neppure il più bello dei gol, meno che mai la mano de Dios.

Dall’Olimpo alla panchina

La seconda vita (ma era poi vita?) di Diego lo ha visto diverse volte in panchina, tentando una carriera da allenatore piuttosto improbabile: la carriera, e anche l’allenatore. E dire che a un certo punto gli consegnarono addirittura la Nazionale dell’Argentina, a furor di popolo, e Maradona la portò comunque ai quarti di finale di un mondiale, quello in Sudafrica nel 2010, quando l’Albiceleste venne eliminata dalla Germania (e poi, Diego esonerato).

Eppure, la ricerca del peggio e del limite, della periferia sportiva e della marginalità agonistica, Maradona l’ha compiuta con animo girovago e gitano, cominciando ad allenare persino durante la prima squalifica per doping: eccolo infatti nel 1994 sulla panchina del Textil Mandiyù, squadra argentina ai più sconosciuta. Una caratteristica, questo semi-anonimato dei club affidati a Dieguito, che proseguirà nel tempo in una serie bislacca che comprende l’Al-Wasli (Dubai), il Fujarah (Emirati Arabi), i Dorados (Messico), fino al ritorno in Argentina ma non certo al River Plate, o meno che mai al suo adorato Boca, semmai alla guida del Gimnasia La Plata. Come intermezzo non meno bizzarro, la presidenza onoraria di un club bielorusso, la Dinamo Brest, frammento di meteora nel firmamento del pallone.

Nulla, di questa sua seconda vita coerente col disastro e lo sperpero di sé, ha avvicinato la meraviglia e l’estasi della prima. Molti sono stati gli incontri clamorosi, da Fidel Castro a Chavez passando per Menem, ma è sembrato un folclore emotivo, la disperata ricerca di essere ancora qualcosa di unico, di clamoroso. Diego lo ha fatto a cicli, sparendo e riapparendo altrove, una volta più magro e un’altra volta più grasso, una volta biondo ossigenato e un’altra volta totalmente tatuato. Sempre danzando sul confine tra una vita perduta e una morte scontata vivendo, come avrebbe detto il poeta.

Però, ragazzi, il poeta era lui.

di Maurizio Crosetti

Fonte: La Repubblica

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Gigi Proietti, muore il grande mattatore del teatro italiano

November 2, 2020 Leave a comment

L’attore romano era ricoverato a Roma a Villa Margherita per problemi cardiaci: lascia la moglie Sagitta, due figlie, e una eredità di interpretazioni e sketch entrati nel cuore del pubblico. I funerali il 5 novembre nella chiesa degli artisti di piazza del Popolo, a Roma

«Riportare in scena “A me gli occhi please”?. Piuttosto, dovrei interpretare “A me gli occhiali please”», scherzava Gigi Proietti sulla sua età avanzata, nonostante la tempra fisica e la forza scenica da assoluto mattatore che lo ha sempre accompagnato in oltre mezzo secolo di vita artistica. 

Purtroppo, però, il grande attore, colui che viene considerato l’erede di Ettore Petrolini, stavolta non ce l’ha fatta.

È morto la notte scorsa, all’età di 80 anni appena compiuti, nella clinica romana Villa Margherita, dove era stato ricoverato nei giorni scorsi in terapia intensiva, colpito da un attacco cardiaco. 

Era nato a Roma il 2 novembre 1940 da una famiglia semplice: «Mio padre era un impiegatuccio, mamma era casalinga: erano persone di un altro secolo – raccontava Gigi al Corriere qualche tempo fa —. Non sono figlio d’arte, insomma, però, ora che ci penso forse la vena artistica l’ho ereditata proprio da mia madre: mio nonno materno faceva il pecoraro, ma era un poeta. Quando è morto abbiamo ritrovato una serie di libretti con bellissime poesie, erano sonetti dove non c’era una virgola sbagliata. E chissà, forse ho ripreso da lui il gusto di scriverne anch’io in romanesco». 

Non solo attore di teatro, cinema e televisione, ma anche showman, cantante e direttore artistico di palcoscenici importanti a Roma, come il Brancaccio e, negli ultimi 17 anni, del Globe Theatre a Villa Borghese. Ed è sconfinata la lista delle sue interpretazioni: dal film «Febbre da cavallo» al «Maresciallo Rocca» sul piccolo schermo; da «Cavalli di battaglia» al recentissimo «Edmund Kean» in palcoscenico. Una sfilza di successi destinati a un pubblico vastissimo, da vera rockstar: recentemente, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in una quindicina di serate aveva raccolto circa 60 mila spettatori.

Gli erano vicine la compagna Sagitta e le figlie Susanna e Carlotta. Giovedì 5 novembre saranno celebrati a Roma i funerali, nella chiesa degli artisti in piazza del Popolo. La sindaca Virginia Raggi proclamerà il lutto cittadino per quel giorno.

Le origini
La carriera e la famiglia

Eppure il Gigi nazionale aveva debuttato nel teatro impegnato d’avanguardia degli anni Sessanta: «Era il tempo delle cantine – ricordava – e con Antonio Calenda, Piera Degli Esposti e altri compagni avevamo creato il gruppo dei 101: recitavamo davvero in un vecchio magazzino, ex deposito di scope. E dopo lo spettacolo, spesso c’era il “dibbbbbattito” , quello co’ trecento b». 

Ma in realtà il futuro attore aveva iniziato studiando Legge all’università: «Frequentavo Giurisprudenza non per scelta ideologica, ma perché a quel tempo il futuro agognato da un giovane come me, che veniva dalla periferia romana e che non aveva alle spalle una famiglia di professionisti, era l’impiego fisso. Mio padre, infatti, ripeteva: “piove o tira vento, prendi lo stipendiuccio e la tredicesima…”». Per mantenersi agli studi faceva il cantante nei night con un gruppo di amici: «Sul mio passaporto c’era scritto “orchestrale”! Avevo un repertorio sconfinato: cominciavo alle 10 di sera e finivo alle 4 di mattina… uscivo col collo gonfio: non c’era misura di camicia che tenesse, semmai ce voleva un copertone». E cantava anche nelle piscine del Foro Italico, dove conobbe proprio la futura compagna di una vita, Sagitta: «Lei era la classica svedese innamorata dell’Italia. Faceva la hostess che accompagnava i turisti in giro per monumenti, e la sera li portava lì a prendere il fresco e a sentire musica. Tra me e lei scattò la scintilla ballando l’alligalli».

Il successo 

Ma il clic della passione scenica scattò con il «Dio Kurt» di Alberto Moravia, con cui ebbe un successo inaspettato di pubblico, «e mi resi conto che, forse, potevo campare di questo mestiere, anche se fare l’attore – diceva – è un mestiere che non dà mai sicurezza economica, altroché posto fisso!». La svolta vera e propria arrivò con Garinei e Giovannini, che lo scelsero per «Alleluja brava gente» accanto a Renato Rascel Mariangela Melato: «Una botta di fortuna – ammise Gigi – prendevo il posto di Domenico Modugno, che aveva litigato con Rascel e quindi aveva abbandonato il progetto. Lì mi resi conto che si poteva coniugare il teatro ludico, divertente, con la qualità artistica: il cosiddetto teatro popolare». 

Tuttavia, il mattatore che ha regalato divertimento a intere generazioni di spettatori, stavolta ha abbassato definitivamente il sipario. 

Ma oggi esiste un erede di Gigi Proietti? «Un erede mio? – aveva risposto al Corriere – Speramo de no!».

di Emilia Costantini

Fonte: Corriere Della Sera

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Sean Connery, muore il leggendario 007

November 1, 2020 Leave a comment

L’attore scozzese ha iniziato la sua carriera di agente segreto nel ’62 con ‘Licenza di uccidere’ e l’inaspettato successo lo ha portato a interpretarlo altre sei volte. Dopo aver abbandonato il personaggio ha spaziato tra i generi, da ‘Il nome della rosa’ a ‘Gli intoccabili’, ‘Caccia a Ottobre Ross’ e ‘Indiana Jones’

Sean Connery è morto all’età di 90 anni. Se n’è andato serenamente nel sonno mentre si trovava alle Bahamas, circondato dai suoi familiari. È come se, in un giorno solo, avessimo perduto due vecchi amici: il celebre attore scozzese e James Bond. Benché negli anni l’agente segreto con licenza di uccidere abbia assunto i tratti di molte altre star, infatti, per unanime consenso Sean Connery è stato il “vero” e unico 007, la faccia autentica con cui identificare il personaggio immaginario di Ian Fleming. Che lo aveva inventato nel 1953 e gli aveva già dedicato una decina di libri (tra cui un racconto adattato per la tv), quando l’entrata in scena di Connery lo promosse al grado di eroe per eccellenza dell’Olimpo mediatico. Il percorso per arrivare a un simile risultato non era stato dei più semplici.

Quando, a 32 anni, Sean Connery si candida per portare sul grande schermo l’agente 007, deve gareggiare con Cary Grant, James Mason e Richard Burton. Ma è lui il prescelto, quello che arriva per primo ad ammirare il bikini bianco di Ursula Andress (‘007 – Licenza di uccidere’, Terence Young, 1962). Prima di questo ruolo che gli cambierà la vita aveva fatto di tutto, compreso il lucidatore di bare e rappresentato la Scozia al Concorso per Mister Universo, classificandosi al terzo posto. Dopo una serie di ruoli di secondo piano in cinema e tv negli anni Sessanta diventa la star James Bond. Quasi sessant’anni dopo è ancora lui – a detta di molti – lo 007 più amato. Ma nella lunga carriera altri ruoli lo hanno confermato nel talento e nel fascino: il nobile Ramirez di Highlander, il Robin Hood ormai anziano accanto a Audrey Hepburn, il padre di Indiana Jones, il frate detective del Nome della Rosa

Nato a Fountainbridge, sobborgo di Edimburgo, il 25 agosto 1930, da genitori di modeste condizioni, Thomas Sean Connery lasciò la scuola a sedici anni e si arruolò nella Royal Navy, che dovette lasciare per colpa di un’ulcera. Fece i classici mille mestieri (bagnino, lavapiatti, muratore, guardia del corpo); poi, alto, prestante e bello com’era, trovò anche lavoro come modello e rappresentò la Scozia nel concorso di Mister Universo del 1953, malgrado la precoce calvizie iniziata a soli diciannove anni. Ma per fortuna i parrucchini esistono e Sean, che mirava in alto, dopo piccole parti in tv e al cinema (incluso un film di Tarzan) affrontò i concorsi per incoronare il futuro 007. Scelto da Albert Broccoli e Harry Saltzman, iniziò la sua carriera di agente segreto con un primo film a modesto budget, Agente 007 licenza di uccidere (1962), il cui inaspettato successo ne generò poi altri sei: tutti interpretati da lui, ambientati in universi filmici sempre più complessi, futuribili e costosi. Come osservò a suo tempo Umberto Eco, le avventure di James Bond non cambiano mai: variano solo l’antagonista e l’ordine degli episodi. Finché durò la Guerra Fredda, comunque, questa invariabilità fu una garanzia presso il pubblico mondiale: che sapeva cosa aspettarsi da Bond e lo ritrovò puntualmente in Dalla Russia con amoreMissione GoldfingerThunderballSi vive solo due volte. Tutti film di enorme successo.

Oltre che bello e fascinoso, però, Connery voleva essere bravo ed era deciso a non restare per sempre legato a un personaggio: come vecchi colleghi che avevano finito per credersi Tarzan (Johnny Weissmuller) o Dracula (Bela Lugosi). Del resto si era già messo al sicuro lavorando, tra un Bond e l’altro, per registi come Alfred Hitchcock nel suspenser Marnie (1964) o Sidney Lumet, nel dramma militare La collina del disonore(1965). Dopo Si vive solo due volte decise di separarsi dal character con cui era ormai identificato: salvo riprenderlo, dopo il flop del suo sbiadito successore George Lazenby, in Una cascata di diamanti. Troverà miglior erede in Roger Moore (ma tornerà una volta ancora, ormai ultracinquantenne, a fare un ultimo Bond in Mai dire mai). Il suo fascino, comunque, non sbiadiva. Quando, nel 1999 (lo stesso anno della sua elezione a baronetto) fu proclamato dalla rivista People “l’uomo più sexy del secolo”, ai giornalisti che gli chiedevano un commento rispose con humor scozzese: “Non saprei. Non sono mai stato a letto con un uomo di sessant’anni, calvo”.

Mentre la stampa continuava ad alimentarne il mito (malgrado la sua nota riservatezza sulle questioni private) – facendone di volta in volta un uomo attaccato al denaro, manesco con la prima moglie Diane Cilento, patriota scozzese (celebri le sue uscite in kilt) generoso di sovvenzioni all’indipendentismo – dopo il divorzio dal suo alter ego Connery non mancò certo di occasioni. Interpretò almeno quaranta film, spaziando tra i generi e richiamando quasi sempre in sala folle di spettatori. Non tutti capolavori, a onor del vero: alcuni, anzi, decisamente mediocri (il western Shalako con Brigitte Bardot, Il primo cavaliereLa leggenda degli uomini straordinari) o di semplice routine. Molti, però, destinati a diventare cult, anche grazie alla sua presenza. Elencando liberamente: il fantascientifico Zardoz (1974); l’epico Il vento e il leone, dove impersona al culmine della fotogenia il fiero capo berbero Raisuli (1975); l’avventuroso L’uomo che volle farsi re di John Huston (1975); il crepuscolare Robin e Marian (1976), in cui è una versione stanca e attempata di Robin Hood (nel film di Kevin Costner sull’arciere di Sherwood farà Riccardo Cuor di Leone) e tanti altri.

Gli ultimi anni 80 sono un’altra età dell’oro per l’attore: nel 1986 è Guglielmo di Baskerville nella riduzione cinematografica del Nome della rosa di Umberto Eco, parte che gli frutta il premio Bafta come miglior protagonista; l’anno seguente vince Golden Globe e Oscar all’attore non protagonista col ruolo dell’agente Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma. Nel 1989 si diverte a interpretare il papà di Harrison Ford in Indiana Jones e l’ultima crociata di Spielberg. Il 1990 lo vede protagonista di due intrighi internazionali di grande successo: Caccia a Ottobre Rosso La casa Russia (dove l’età non gli impedisce di flirtare con Michelle Pfeiffer; come, più tardi, con l’ancora più giovane Catherine Zeta Jones in Entrapment). Nel 2000 si regala uno dei suoi ruoli migliori – quello di un anziano scrittore solitario e ipocondriaco – in Scoprendo Forrester di Gus Van Sant. Ma cinque anni dopo Connery, che non ha mai amato gli eufemismi e le mezze parole, dichiara a un giornale neozelandese di aver rifiutato il ruolo di Gandalf nel Signore degli anelli, che non ha mai trovato interessante, e aggiunge di volersi ritirare dallo spettacolo perché “stufo degli idioti”. Promessa che (salvo prestare la voce per un videogame su 007) ha rigorosamente mantenuto.  

di Roberto Nepoti

Fonte: La Repubblica

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Kenzo Takada, muore lo stilista giapponese per Covid-19

October 5, 2020 Leave a comment

Il designer, scomparso per complicanze da Covid-19, non era riuscito a causa del suo stato di salute a partecipare il 30 settembre alla sfilata del marchio che porta il suo nome, oggi di proprietà di LVMH. I suoi abiti dalle silhouette inusuali hanno segnato la storia della moda

Lo stilista giapponese Kenzo Takada, universalmente conosciuto come Kenzo, è morto domenica 4 ottobre per complicazioni da Covid-19. Aveva 81 anni. Lo ha reso noto un portavoce di K3, la linea di tessile per la casa che aveva lanciato pochi mesi fa, spiegando che il designer, da anni residente a Parigi, si è spento all’ospedale americano di Neully-sur-Seine. Inutile dire quanto colpisca la scomparsa di uno dei nomi simbolo della moda proprio nel pieno delle sfilate francesi: la collezione per la primavera/estate 2021 del marchio, disegnato da inizio anno da Felipe Oliveira Baptista, è andata in passerella solo lo scorso 30 settembre. Il brand è di proprietà del gruppo LVMH dal 1993 ma, come fa notare al WWD Sidney Toledano, CEO di LVMH Fashion Group, Kenzo ha sempre continuato a sostenerlo: la sua assenza all’ultima sfilata si spiega infatti con l’aggravarsi delle sue condizioni. “Penso fosse un grande designer e una gran bella persona”, ha dichiarato Toledano.

La carriera del creativo giapponese è sempre stata atipica: nato il 27 febbraio 1939 a Himeniji, una cittadina nella regione del Kansai, nonostante un interesse nella moda sviluppato sin da piccolo, a 18 anni per volere dei genitori si iscrive all’università di Kyoto per studiare letteratura, per poi abbandonare gli studi dopo un anno e iscriversi al Bunka Fashion College di Tokyo, celebre scuola di moda giapponese fino a quell’anno aperta solo alle donne: Kenzo fu il primo studente maschio. 

Nel 1960 inizia a lavorare per i grandi magazzini Sanai: disegna abiti per ragazze, e arriva a produrre sino a 40 look al mese. Nel 1964, su suggerimento dei suoi professori, si trasferisce a Parigi, che diventa presto la sua città. Inizia come free lance, disegnando per altre case di moda, fino a quando nel 1970 apre la sua prima boutique, ribattezzata Jungle Jap, in un’antica bottega all’interno della Gallerie Vivienne, non lontana dal Pais Royal. In poco tempo i suoi abiti oversize e le silhouette inusuali, unite all’unicità del suo negozio, colgono l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori. Nel 1983 lancia la collezione uomo, nel 1988 arriva il primo profumo, Kenzo de Kenzo, anche se il best seller del brand, Flower by Kenzo, viene lanciato nel 2000. 

Dopo la cessione a LVMH del marchio nel 1993, Kenzo resta altri 6 anni alla guida del marchio, per poi ritirarsi nel 1999. Gli sono succeduti alla guida creativa della maison Antonio Marras (2003-2011), Humberto Leon e Carol Lim (2011-2019) e, da quest’anno, il portoghese Felipe Oliveira Baptista. 

Fonte: La Repubblica