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Thierry Mugler, muore lo stilista visionario della moda francese

January 24, 2022 Leave a comment

Esploratore dei diversi ambiti artistici, dalla fotografia, al teatro, aveva 73 anni. La notizia della sua scomparsa è stata annunciata sui social, con un post completamente nero. Attivo dagli anni ’70, Mugler ha vestito con i suoi abiti star come Diana Ross, Lady Gaga, George Michael e Madonna

Thierry Mugler, lo scandaloso stilista che ha dominato le passerelle europee tra la fine degli anni‘80 e l’inizio degli anni ‘90, è morto domenica. Aveva 73 anni: la sua scomparsa (“per cause naturali”) è stata diffusa in modo social, pubblicata sul profilo Instagram ufficiale del suo marchio. “#RIP – recita il testo  – Siamo devastati nell’annunciare la morte del signor Manfred Thierry Mugler domenica 23 gennaio 2022. Possa la sua anima riposare in pace”.

Thierry Mugler, lo scandaloso stilista che ha dominato le passerelle europee tra la fine degli anni‘80 e l’inizio degli anni ‘90, è morto domenica. Aveva 73 anni

Arrivati domenica sera, due dei suoi amici più cari hanno confermato la sua morte ma hanno rifiutato di essere intervistati, dicendo che erano troppo sconvolti.

Il brand

Dal 1975 ad oggi, il brand Mugler è sempre stato sinonimo di moda alternativa: il capolavoro dell’eccesso. Lo stilista è stato uno dei principali artefici di un’estetica della fine degli anni‘80, il creativo che ha coniugato sadomasochismo e haute couture.

La sua silhouette era una specie di triangolo rovesciato con spalle giganti e una vita stretta. Amava il lattice, la pelle e le curve. Le sue prime muse includevano Grace Jones e Joey Arias. Ha avuto una lunga collaborazione creativa con David Bowie e lo ha persino vestito per il suo matrimonio con Iman. La sua spiccata sensibilità lo ha portato dall’haute couture alla messa in scena di uno spettacolo di grande successo delCirque Du Soleil a Las Vegas. Molto tempo dopo essere entrata in uno stato di semi-pensionamento la sua creatività, all’inizio degli anni 2000 è arrivato il suo profumo “Angel”, diventato un enorme successo.

L’elegante sensibilità punk di Alexander McQueen deve molto al lavoro di Mugler. Proprio come il look iniziale di “Bad Romance” di Lady Gaga. Mugler è anche noto per aver vestito alcuni dei più grandi nomi di Hollywood e non solo, tornando nel 2019 vestendo Kim Kardashian per il Met Gala. Il meraviglioso abito a sirena che Mugler ha disegnato per la Kardashian per il Met Gala del 2019, l’ha fatto conoscere a milioni di nuovi fan.

Il cordoglio

“Manfred, sono così onorato di averti incontrato e di lavorare nel tuo meraviglioso mondo – il saluto del suo attuale direttore creativo, Casey Cadwallader – . Hai cambiato la nostra percezione di bellezza, fiducia, rappresentazione e auto-potenziamento. La tua eredità è qualcosa che porto con me in tutto ciò che faccio. Grazie“.

La morte dello stilista francese è stata annunciata anche su Facebook dal suo agente, Jean-Baptiste Rougeot. “Siamo devastati nell’annunciare la morte del signor Manfred Thierry Mugler domenica 23 gennaio 2022”. Il post, condiviso sulla pagina ufficiale dello stilista, è stato un colpo al cuore per tutte le amanti della moda, ma non solo. Perché nella sua carriera, Mugler di successi ne ha raggiunti.

Le sue origini

Nato a Strasburgo il 21 dicembre del 1948, Mugler ha vissuto l’arte e la creatività sin da bambino. Oltre alla danza, da giovane ha subito il fascino del design d’interni. La sua vita, tuttavia, è cambiata quando si è trasferito a Parigi: nel 1970, ha iniziato a lavorare come vetrinista nella boutique Gudule. E, nel suo tempo libero, come chiunque rincorra un sogno, disegnava abiti, seguiva corsi di arte, ricercava il suo stile

La grande mostra a Parigi

“Ma la sua non era ‘una donna oggetto’, bensì un ‘soggetto donna’, che esaltava il corpo cosciente”, sottolinea Thierry-Maxime Loriot, curatore della mostra retrospettiva in corso al Muséee des Arts Décoratifs di Parigi, inaugurata a settembre con una festa, dal titolo “Thierry Mugler: Couturissime”, la prima rassegna dedicata allo stilista: raccoglie circa 150 capi realizzati tra il 1977 e il 2014. “Sono molto felice che una selezione così armoniosa del mio lavoro venga mostrata all’Arts Decoratifs, perché il mio lavoro è strettamente legato alla scultura, alla pittura e a tutte le altre arti decorative”, aveva detto lui stesso della retrospettiva.

“Sono sempre stato affascinato dall’animale più bello della terra: l’essere umano diceva un entusiasta Thierry Mugler – . Ho usato tutti gli strumenti a mia disposizione per sublimarlo: non sono un uomo che guarda al passato, a Parigi ho voluto mettere in scena le mie creazioni e immaginare una visione artistica globale, libera e reinventata. Così mi sono immerso in questa avventura creativa! Oggi si apre un capitolo molto bello per noi, questa è la città che mi ha aperto le braccia, e al Musée des Arts Décoratifs, che per me è il più bello degli scenari”.

Già presentata a Montreal, Rotterdam e Monaco – la mostra è stata inaugurata il 30 settembre dello scorso anno ad apertura della fashion week parigina. Esposte le creazioni di Mugler dal ’73, anno della prima sfilata, al 2003, quando il multiforme genio francese ha deciso di abbandonare il mondo della moda.

Le mostra “Thierry Mugler hierry Mugler: Couturissime“, inaugurata il 30 settembre 2021 al 24 resyterà a perta fino al 24 aprile al  Musée des Arts Décoratifs de Paris, 107 rue de Rivoli, 75001 Parigi

“La danza mi ha insegnato molto rispetto al linguaggio del corpo, l’importanza delle spalle, come tenere la testa, camminare e posizionare le gambe”, spiegava il designer parlando del suo modo di interpretare il movimento.

Iconico, eccentrico e indipendente

A soli 25 anni, il primo negozio, Cafè de Paris, trampolino di lancio verso quella che un anno dopo sarebbe diventata l’azienda Thierry Mugler. Alla fine degli anni ‘90, il lancio del suo profumo, “Angel“, in una bottiglia a forma di stella, diventato uno dei profumi più venduti della storia, capace di rivaleggiare persino con il leggendario “Chanel N 5“.

Eccentrico e con enorme senso di indipendenza, Mugler aveva rifiutato la proposta di Bernard Arnault di dirigere Dior, proprio come aveva rifiutato qualche anno prima di lavorare al guardaroba di un film di Francis Ford Coppola.

Body-building e chirurgia plastica

L’uso della corsetteria e il suo esagerato approccio al corpo femminile gli aveva attirato critiche, ma lui stesso nel 2019, posando per un photoshot con Interview Magazine, aveva spiegato la sua passione per il body-building, lo yoga e la chirurgia plastica. “Penso che sia importante per le persone arrivare a una completa realizzazione di se stessi: sono sempre stato affascinato dal corpo umano e ho volute rendere omaggio a cosa puo’ fare”. Iconico il tributo pubblicato sulla sua pagina Instagram: “Un visionario la cui immaginazione ha consentito alle persone in tutto il mondo di essere più audaci e sognare in grande ogni giorno”.

Fonte: Luce La Nazione

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Gaspard Ulliel, la tragica morte del giovane attore francese

January 21, 2022 Leave a comment

Tragico incidente: perde la vita l’attore Gaspard Ulliel

Il giovane interprete di Hannibal Lecter ha tragicamente perso la vita mentre sciava, in un violento incidente. Una notizia spaventosa che ha colpito il mondo del cinema. Conosciuto in Italia per la sua interpretazione di Hannibal Lecter nel film Hannibal Begins, è morto a seguito di un tragico incidente avvenuto  martedì 18 gennaio 2022, nel primo pomeriggio. Secondo le ultime ricostruzioni, Gaspard Ulliel si sarebbe scontrato con un altro sciatore e così ha perso la vita, tra due piste a La Rosiere, in Savoia. Su quanto accaduto è stata avviata un’indagine.

Il primo ministro francese Jean Castex ha commentato la prematura scomparsa di Ulliel in un post su Twitter: “È cresciuto con il cinema e il cinema è cresciuto con lui”. La notizia è stata riportata dalla famiglia del giovane attore attraverso l’agenzia France Press. Gaspard non è morto subito: quando è avvenuto l’impatto, è stato portato in elicottero al Policlinico universitario di Grenoble. Le sue condizioni si sono rivelate subito molto gravi ed è morto in ospedale.

Gaspard Ulliel, chi era: carriera, figlio e fidanzata: Questa è sicuramente una notizia che nessuno vorrebbe mai leggere, e il mondo del cinema francese ora piange. Gaspard Ulliel è stato scoperto all’età di 19 anni con Anime erranti di André Techiné, insieme a Emmanuelle Beart. Nel 2005 ha vinto il César per il suo ruolo di soldato in Una lunga domenica di passione. Nove anni dopo, ha interpretato il ruolo del famoso stilista Yves Saint-Laurent in una biografia di Bertrand Bonello.

La madre di Gaspard è una stilista e suo padre è un designer. Pertanto, è certamente molto importante per lui vestire questi panni. Tre anni dopo, ha vinto un secondo Premio César per il suo ruolo di scrittore in È solo la fine del mondo, che ha vinto il Grand Prix de la Jury a Cannes. In Francia è noto non solo per le sue interpretazioni nel mondo del cinema.

Infatti, negli anni l’abbiamo visto sfoggiare la sua bellezza come protagonista di vari spot pubblicitari,  come quello di Chanel. È difficile per gli spettatori dimenticare il complicato personaggio di Hannibal Lecter, che ha interpretato nel 2007.

Infine ha partecipato anche alla serie Moon Knight. Gaspard Ulliel era il padre di un bambino di cinque anni con la sua attuale compagna, la modella Gaëlle Pietri.

Fonte: Primo Articolo

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David Sassoli, muore il presidente del Parlamento europeo

January 12, 2022 Leave a comment

Aveva 65 anni. Lascia la moglie e due figli. A settembre aveva contratto una polmonite da legionella. Ieri la grave crisi che lo ha portato nel centro oncologico di Aviano

Non ce l’ha fatta, David Sassoli. Il presidente del Parlamento europeo, ricoverato dal 26 dicembre per una grave forma di disfunzione del sistema immunitario, è morto all’1.15 della notte, a 65 anni. Si trovava nel centro oncologico di Aviano, in provincia di Pordenone. A dare la notizia il suo portavoce da anni, Roberto Cuillo. Il funerale verrà celebrato dal cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, venerdì 14 gennaio alle ore 12 presso la chiesa Santa Maria degli Angeli, in piazza della Repubblica a Roma, mentre la camera ardente si terrà giovedì 13 in Campidoglio nella sala Protomoteca dalle ore 10 alle 18.

Ieri sempre Cuillo aveva annunciato la cancellazione di ogni impegno ufficiale del presidente. E subito erano arrivati messaggi di solidarietà da ogni forza politica e dalle istituzioni dell’Unione. Ancora ieri, dall’account Twitter di Sassoli, partiva un messaggio per ricordare Silvia Tortora, figlia di Enzo.

Sassoli – sposato e con due figli – aveva già dovuto annullare gli impegni istituzionali da settembre a inizio novembre dello scorso anno, a causa di una “brutta” polmonite dovuta al batterio della legionella, come lui stesso aveva spiegato in un video pubblicato su Twitter dopo la guarigione.

Una malattia che gli aveva impedito di presiedere la seduta plenaria nella quale la presidente della Commissione von der Leyen aveva pronunciato il discorso sullo stato dell’Unione. A dicembre Sassoli aveva detto che non si sarebbe ricandidato alla guida dell’Europarlamento. E giovedì prossimo era prevista l’elezione del suo successore, per la seconda metà della legislatura.

Giornalista, conduttore televisivo, vicedirettore del Tg1, Sassoli era entrato in politica come europarlamentare del Partito democratico nel 2009. Una vita con due grandi passioni: il giornalismo e la politica, declinata soprattutto in chiave europea. Un’esperienza, quella nelle istituzioni dell’Unione, culminata con l’elezione alla guida dell’assemblea di Strasburgo il 3 luglio del 2019 (già nel 2014 era stato vicepresidente). Nel 2013, invece, aveva provato a cimentarsi con la politica nazionale candidandosi alle primarie per il sindaco di Roma: arrivò prima di Paolo Gentiloni ma dopo il vincitore, Ignazio Marino.

Nato a Firenze, David Sassoli si era trasferito fin da piccolo a Roma seguendo il padre, giornalista (ma era rimasto tifoso della Fiorentina). Il liceo classico Virgilio, poi l’iscrizione a Scienze politiche, Sassoli passò però subito alla pratica professionale: Il Tempo, l’agenzia Asca, la redazione romana del Giorno e poi la Rai, dove venne assunto nel 1992. E in Rai divenne uno dei volti più familiari per il grande pubblico, come conduttore del Tg1, fino alla vicedirezione nell’era di Gianni Riotta.

Tra le sue ultime battaglie, l’impegno per il voto a distanza nell’era Covid all’Europarlamento e quello per i diritti in Russia e il caso Navalny, per cui era finito nella lista nera di Mosca.

Fonte: La Repubblica

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Lina Wertmuller, muore la regista iconica della commedia italiana

December 10, 2021 Leave a comment

E’ morta Lina Wertmuller, aveva 93 anni

Addio alla regista, si è spenta nella sua casa romana. Prima donna nella storia ad essere candidata all’Oscar. Il lungo applauso della Camera.

E’ morta Lina Wertmuller. La regista, che aveva 93 anni, si è spenta nella sua casa romana la regista. Al secolo Arcangela Felice Assunta Wertmuller von Elgg Spanol von Braueich, era nata nella capitale il 14 agosto 1928. Origine aristocratiche e svizzere, sposata allo scenografo Enrico Job, è stata la prima donna nella storia ad essere candidata all’Oscar, nel 1977, come migliore regista (ma anche per il miglior film straniero e migliore sceneggiatura) per ‘Pasqualino Settebellezze’. Solo nel 2020 le è stato assegnato il Premio Oscar alla Carriera.

Una vita ricca di incontri e amicizie, quella di Lina Wertmuller, incontri che si riveleranno indispensabili e fondamentali per la sua carriera. Sui banchi di scuola conosce Flora Carabella che, qualche anno più tardi diventerà la moglie di Marcello Mastroianni (con lui e Sophia Loren girerà nel 1978 ‘Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici’, pellicola che vanta il guinness dei primati come titolo più lungo nella storia del cinema), tra i suoi attori-icona accanto a Giancarlo Giannini. 

Ancora adolescente la giovane Lina frequenta il mondo del cinema e del teatro, si iscrive all’Accademia Teatrale diretta da Pietro Sharoff, anima un teatro di burattini, collabora all’inizio con Guido Salvini, Giorgio De Lullo, Garinei e Giovannini, lavora in radio e televisione, firma la prima Canzonissima e il ‘Giornalino di Gian Burrasca’ con Rita Pavone protagonista in abiti maschili. La sua prima apparizione sul grande schermo è del 1953 nel ruolo di segreteria di edizione con ‘… e Napoli canta!’ di Armando Grottini, seguirà poi ‘La dolce vita’ felliniana come aiuto regista. Il vero esordio è targato 1963 con ‘I basilischi’, girato tra la Basilicata e la Puglia, Vela d’argento al Festival di Locarno, mentre nel ’68 sotto un ‘nom de plume’ (Nathan Witch) dirige un western all’italiana ‘Il mio corpo per un poker’ con un’affascinante Elsa Martinelli.

Nella seconda metà degli anni ’60 l’incontro con Giancarlo Giannini. Un matrimonio artistico perfetto, un sodalizio irripetibile foriero di trionfi, ovunque nel mondo (‘Mimi metallurgico ferito nell’onore’, ‘Film d’amore e d’anarchia’, ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto, ‘Pasqualino Settebellezze’, ‘La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia’). Al suo attivo oltre 30 film anche come sceneggiatrice accanto a Sergio Sollima (‘Città violenta’), Pasquale Festa Campanile (‘Quando le donne avevano la coda’, ‘Quando le donne persero la coda’), Franco Zeffirelli (‘Fratello Sole, sorella Luna’), Enrico Maria Salerno (‘Nessuno deve sapere’) e serie, corti e film tv, tra i quali ‘Il decimo clandestino’, ‘Francesca e Nunziata’, ‘Roma, Napoli, Venezia… in un crescendo rossiniano’. Nel suo lungo carnet anche la Radio, prosa e varietà, (‘Prova generale’, ‘Un Olimpo poco tranquillo’, ‘La dolce vitaccia’)

Il cinema si trasforma in una palcoscenico dove denunciare e affrontare con coraggio temi politici, come quello del terrorismo (‘Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada’), ma anche per ‘dipingere’ affreschi storici (‘Fernando e Carolina’). E intanto Lina Wertmuller riscopre un’altra grande passione, la lirica. Incursioni rare, ma non passate inosservate. ‘Carmen’ al San Carlo di Napoli per l’inaugurazione della stagione 1986-87, ‘Bohème’ all’Opera di Atene nel 1997 accanto a diverse sceneggiature e regie teatrali che portano la sua firma.

Tra i riconoscimenti, oltre all’Oscar alla Carriera, il Premio Flaiano alla carriera (2008), il Globo d’oro alla carriera (2009), il David di Donatello alla carriera (2010), il cavalierato di gran croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. E’ stata insignita, inoltre, di due cittadinanze onorarie, dai comuni di Napoli e Minori. Lina Wertmuller lascia un’eredità non solo artistica, ma di pensiero e di vita. In una intervista aveva dichiarato: “Più di quello che è stato, mi piace pensare a quello che farò. Forse un altro film, ho tanti progetti in cantiere, e magari un’altra autobiografia. Lavoro e scrivo sempre, ogni giorno, perché la chiave di tutto è sempre lì, nella storie”. Un testamento anche per le nuove generazioni.

FRANCESCHINI: “CLASSE E STILE INCONFONDIBILE”

“L’Italia piange la scomparsa di Lina Wertmüller, una regista che con la sua classe e il suo stile inconfondibile ha lasciato un segno perenne nella nostra cinematografia e in quella mondiale. Prima regista donna a essere candidata all’Oscar per ‘Pasqualino settebellezze’ nel 1977, premio Oscar alla carriera nel 2020, ha avuto una carriera lunga e intesa, consegnandoci opere alle quale ognuno di noi resterà per sempre legato. Grazie, Lina”. Così il ministro della Cultura, Dario Franceschini, nell’apprendere della scomparsa della regista.

LUNGO APPLAUSO DELLA CAMERA

L’aula della Camera con un lungo applauso ha reso l’ultimo omaggio a Lina Wertmuller. E’ stato il deputato di Iv, Luciano Nobili, a dare la notizia che la regista romana era morta all’età di 93 anni. “Nel 1977 è stata la prima donna a essere candidata al premio Oscar per la regia con il film ‘Pasqualino settebellezze’, ben prima di Jane Campion, Kathryn Bigelow o Sofia Coppola che in seguito hanno riconosciuto come l’esempio e il lavoro di Lina Wertmuller fosse stato così importante. “Nel 2020 ebbe l’Oscar alla carriera, un riconoscimento importantissimo che ha onorato il suo cinema, il suo lavoro e il nostro Paese. Credo che tutti gli italiani la ricorderanno per i suoi film, la sua intelligenza e il carattere e la sua grande capacità di coniugare impegno politico, ironia e grande successo popolare”, ha concluso Nobili.

CAMERA ARDENTE IN CAMPIDOGLIO

”Con Lina Wertmüller se ne va una leggenda del cinema italiano, una grande regista che ha realizzato film densi di ironia e intelligenza, la prima donna candidata all’Oscar per la miglior regia. Roma le darà l’ultimo saluto allestendo la camera ardente in Campidoglio”. Così in un tweet il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Fonte: Adnkronos

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Raffaella Carrà, muore una delle più grandi showgirl italiane

July 5, 2021 Leave a comment

Raffaella Carrà, una delle più grandi showgirl italiane, è morta all’età di 78 anni, dopo una malattia che — ha detto il suo ex compagno Sergio Iapino — «da qualche tempo aveva attaccato il suo corpo così minuto, ma pieno di energia»

Raffaella Carrà, una delle più grandi showgirl italiane, è morta all’età di 78 anni. A dare l’annuncio, all’agenzia Ansa, è stato Sergio Iapino, regista di tutti i suoi spettacoli e, per lunghi anni, suo compagno.

«Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre», ha detto, «unendosi al dolore degli adorati nipoti Federica e Matteo, di Barbara, Paola e Claudia Boncompagni, degli amici di una vita e dei collaboratori più stretti».

La malattia

Raffaella Carrà — il cui vero nome era Raffaella Maria Roberta Pelloni  — era nata a Bologna il 18 giugno del 1943. Aveva iniziato la sua sterminata carriera nel mondo dello spettacolo all’età di 9 anni, nel 1952: e nonostante l’enorme successo è riuscita a rifuggire la mondanità, le ospitate, i gossip. 

Si è spenta alle 16.20 di oggi, lunedì 5 luglio, dopo una malattia che — ha spiegato sempre Iapino — «da qualche tempo aveva attaccato quel suo corpo così minuto eppure così pieno di straripante energia. Una forza inarrestabile la sua, che l’ha imposta ai vertici dello star system mondiale, una volontà ferrea che fino all’ultimo non l’ha mai abbandonata, facendo si che nulla trapelasse della sua profonda sofferenza. L’ennesimo gesto d’amore verso il suo pubblico e verso coloro che ne hanno condiviso l’affetto, affinché il suo personale calvario non avesse a turbare il luminoso ricordo di lei». 

«Migliaia di figli»

Nella nota all’Ansa, Iapino descrive Raffaella Carrà come una «donna fuori dal comune eppure dotata di spiazzante semplicità, non aveva avuto figli ma di figli — diceva sempre lei — ne aveva a migliaia, come i 150mila fatti adottare a distanza grazie ad “Amore”, il programma che più di tutti le era rimasto nel cuore».

Le disposizioni sui funerali

Non è ancora noto quando, né dove, si svolgeranno i funerali. Si sa invece — ed è sempre Iapino a comunicarlo — che «nelle sue ultime disposizioni, Raffaella ha chiesto una semplice bara di legno grezzo e un’urna per contenere le sue ceneri. Nell’ora più triste, sempre unica e inimitabile, come la sua travolgente risata. Ed è così che noi tutti vogliamo ricordarla».

La celebrazione da parte del Guardian

Carrà — famosissima non solo in Italia, ma anche in Spagna, «icona gay per le mie canzoni e la mia allegria», come aveva raccontato a Massimo Gramellini — era stata celebrata lo scorso novembre da un lungo articolo del quotidiano britannico «Guardian», che la descriveva come la «pop star italiana che ha insegnato all’Europa la gioia del sesso». «Se è così, sono felice», aveva sorriso nell’ultima intervista a «7», il magazine del Corriere della Sera. «Certo le donne italiane hanno grande simpatia per me perché non sono una mangiauomini: si può avere sex appeal insieme a dolcezza e ironia, non bisogna per forza essere Rita Hayworth». 

Nell’intervista, rilasciata nel dicembre scorso, Carrà lasciava anche spazio al dolore per un anno — il 2020 — che per lei era stato particolarmente duro. «Ho avuto e ho molta paura. Non esco e così questo 2020 è diventato un anno sabbatico. Il 31 dicembre bisogna spaccare tutto. Lo farò in privato nella mia terrazza, a costo di chiamare il muratore il giorno dopo». E concludeva: «Nel giro di poco tempo mi sono vista due volte al telegiornale. Mi sono detta: oddio, che succede. Ho pure pensato: la terza volta diranno che sono morta. E ho toccato ferro». 

Fonte: Corriere Della Sera

Carla Fracci, muore la regina solenne della danza

May 28, 2021 Leave a comment

La ballerina aveva 84 anni. Le origini popolari, lo studio tenace, il successo nei più grandi teatri del mondo. “Mi lamento perché sono polemica, ma la mia è stata una gran bella vita”

È vissuta volando ma di sé diceva orgogliosa: “Sono cresciuta tra i contadini, nelle campagne vicino Cremona, libera, tra molti affetti e necessità concrete. E proprio lì, ben piantate nella terra, ci sono le mie radici”. E così, leggiadra e solida, dolce e tenace, se n’è andata un “monumento nazionale”, un mito del balletto, una delle più grandi artiste della danza internazionale. Carla Fracci è morta a Milano a 84 anni per un tumore che l’aveva colpita già da tempo e che aveva vissuto con coraggio e strettissimo riserbo. “Eterna fanciulla danzante”, la definì il poeta Eugenio Montale. “You are wonderul” le confessò commosso Charlie Chaplin dopo averla vista.

Carla Fracci è stata davvero una artista unica, un misto di concretezza meneghina e leggerezza della poesia, una protagonista sia dell’esclusivo mondo del balletto classico che di quello pop della televisione e dei rotocalchi: un viaggio longevo e trionfale, il suo, delicatissima e struggente Giselle, toccante Giulietta, aerea Sylphide nei più grandi teatri del mondo; non solo la Scala ma anche il Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet, il Royal Swedish Ballet e, dal 1967, artista ospite dell’American Ballet Theatre, con i più eccelsi partner come Erik BruhnRudolf NureyevMikhail BaryshnikovGheorghe IancuVladimir VasilievHenning Kronstam, gli italiani Amedeo AmodioPaolo Bortoluzzi, e coreografi come CrankoDell’AraRodriguesNureyev, ButlerBéjartTetley e molti altri.

Carla Fracci, una vita sulle punte

84 anni quasi tutti passati danzando. Carla Fracci, la ballerina classica più famosa al mondo e considerata una delle più talentuose del Novecento, si è avvicinata alla danza subito dopo la seconda guerra mondiale entrando a far parte della Scuola del Teatro alla Scala dove è stata sempre di casa. Nella sua lunga carriera è stata nel corpo di ballo del London Festival Ballet, il Sadler’s Wells Ballet, ora noto come Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet e il Royal Swedish Ballet. Ha ballato con tutti i principali danzatori da Rudolf Nureyev a Roberto Bolle, tra i tanti riconoscimenti nella sua carriera il premio del Senato che le è stato attribuito lo scorso anno. Molti dei suoi lavori sono stati realizzati in collaborazione con il marito, il regista Beppe Menegatti, con cui ha avuto un figlio Francesco.

Carla Fracci era nata il 20 agosto del 1936 a Milano. Amici di famiglia convincono i genitori a iscriverla alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala dopo averla vista muoversi nel salone del dopolavoro del papà tranviere. Carla ha 10 anni, è magra, esile, “all’inizio non capivo il senso degli esercizi ripetuti, del sacrificio, dell’impegno mentale e fisico. Io, poi, sognavo di fare la parrucchiera. Fu pesantissimo”, raccontava in una intervista sui suoi inizi. Ma il visino dolce, la leggerezza dei movimenti colpiscono le insegnanti, Vera Valkova, Edda Martignoni, Paolina Giussani e a 12 anni è una comparsa in La bella addormentata con Margot Fonteyn. L’incontro ravvicinato con la grande ballerina le fa capire che i sacrifici, lo studio, la disciplina possono produrre poesia. Si diploma nel 1954, nel 1955 debutta nella Cenerentola alla Scala; nel 1958, a 22 anni, viene promossa prima ballerina.

Sapienza tecnica, leggerezza, una spiccata capacità interpretativa le aprono i teatri del mondo e i maggiori ruoli (ne ballerà circa centocinquanta): oltre ai popolarissimi Lago dei cigniLo schiaccianoci, diventano suoi i ruoli romantici, Giulietta, la Swanilda di Coppelia, Francesca da Rimini, soprattutto Giselle, il “suo” personaggio: nei panni della giovane contadinella innamorata, coi capelli sciolti e un leggerissimo tutù, entrerà per sempre nella storia del balletto.

Dopo la prima del 1959 a Londra al Royal Festival Hall, Fracci sarà Giselle in tantissime edizioni e tra le più belle si ricordano quella con Erik Bruhn al Met, e l’altra con Nureyev. L’incontro con Rudy risale al 1963 e sarà un sodalizio artistico che incanterà mezzo mondo per oltre un ventennio. “Ballare con Rudolf era una sfida. Carattere difficile. Eccentrico e competitivo. Ma di grandissima generosità. Era inammissibile per lui che nel lavoro non ci si impegnasse. E per guadagnarsi la sua stima, bisognava essere più forti e uscirne vittoriosi”, ricorderà lei che proprio nei primi anni Sessanta, aveva lasciato la Scala (con una polemica per un balletto cancellato) e da ballerina indipendente, era diventa l’étoile italiana più famosa nel mondo, “la prima ballerina assoluta” scriverà il New York Times.

“In tanti mi hanno chiesto come ci si sente a essere un mito. Ma i miei che erano dei lavoratori, padre tranviere, madre operaia mi hanno insegnato che il successo si deve guadagnare. E io ho lavorato, lavorato, lavorato… “. Continua a farlo anche dopo il matrimonio con Beppe Menegatti, aiuto regista di Visconti, nel ’64, e dopo che è diventata mamma nel ’68. Con Menegatti realizzerà molti spettacoli e personaggi (Medea, Pantea, Titania, Ariel, Luna, Ofelia, Turandot), coinvolgendo compagnie non sempre all’altezza del suo nome. “L’importante è che la gente veda la danza” diceva, e lei lo ha fatto vedere con sorprendente longevità anche fuori dal repertorio classico – e tra MedeaConcerto baroccoLes demoiselles de la nuitIl gabbianoLa bambola di Kokoschka, svetta la Gelsomina de La strada di Nino Rota creata apposta per lei dal coreografo Mario Pistoni – e anche fino a 80 anni quando, fisico ancora asciutto, elastico, fece un cameo in La musa della danza al San Carlo di Napoli.

Ben prima di Roberto Bolle, Carla Fracci ha contribuito a portare la danza in contesti pop, a cominciare dalla televisione: nel’67 con Scarpette rosa, di Vito Molinari, in molti show del sabato sera e ancora in quella che resta una autentica e notevole prova di attrice, nello sceneggiato tv su Giuseppe Verdi, come indimenticata Giuseppina Strepponi, la soprano e seconda moglie del compositore (ma attrice lo è stata anche al cinema in Storia vera della signora delle Camelie di Bolognini con Isabelle Huppert e Gian Maria VolontéNijinskij di Herbert Ross con Jeremy Irons), fino alle civetteria di ridere con autoironia della bella imitazione di Virginia Raffaele al Festival di Sanremo.

Per la diffusione del balletto, d’altra parte, Carla Fracci si è spesa nei contesti più diversi, anche politici. Da sempre mpegnata a sinistra (nel 2009 diventa assessore alla Cultura della Provincia di Firenze) si è battuta contro lo smantellamento dei Corpi di Ballo dalle fondazioni liriche, anche con un appello nel 2012 all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Il ballo classico ha dato prestigio al nostro Paese ed è triste che oggi sia considerato residuale. Un’arte nobile come questa non può essere trattata come una Cenerentola”.  Lei stessa si era impegnata in prima persona a tenerli vivi: alla fine degli anni Ottanta quando dirige il Corpo di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli, poi nel ’96 quello dell’Arena di Verona, e dal 2000 per dieci anni alla testa della compagnia di danza all’Opera di Roma, tuttavia sempre nel rimpianto, carico di rancori, della mancata direzione del balletto alla Scala dove proprio per questi dissapori non ballerà più dal ’99.

A gennaio di questo 2021 è il nuovo direttore del Ballo, Manuel Legris, a invitarla a tenere due masterclass su Giselle, ricucendo così quella rottura, e di cui resta una testimonianza nella docufiction Corpo di ballo su RaiPlay. “Mi ha toccata l’accoglienza di tutto il teatro, il lungo applauso. Ho sentito rispetto e gratitudine. Spero che ci saranno altre di queste masterclass. Ai giovani voglio spiegare che la tecnica c’è ma non va esibita”. Leggendaria la sua frase “la danza non è piedi e gambe. È testa”, che racchiude tutta la sua poetica.

La sua storia, invece, l’ha raccolta nell’autobiografia Passo dopo passo (Mondadori, 2013), che ora diventerà una fiction tv con Alessandra Mastronardi: non solo ha dato la sua consulenza insieme al marito e alla storica collaboratrice Luisa Graziadei, ma ha regalato un cameo nei panni della sua insegnante alla scuola della Scala. Come a chiudere il cerchio. “Mi lamento spesso e sono una polemica” ha confessato in una delle ultime apparizioni tv, vestita di bianco, come sempre, suo unico vezzo, “ma la mia è stata una gran bella vita”.

di Anna Bandettini

Fonte: Repubblica

Franco Battiato, muore il genio della musica italiana

May 19, 2021 Leave a comment

Aveva 76 anni. Nella sua lunghissima carriera ha consegnato brani indimenticabili come ‘La cura’, ‘Centro di gravità permanente’ ma è stato anche regista cinematografico. Compositore e artista poliedrico, aveva 76 anni. Si è spento nella sua casa di Milo

È morto Franco Battiato. Il cantautore si è spento oggi nella sua residenza di Milo, era malato da tempo. Dopo la frattura al femore e al bacino era riapparso sui social ma non più in pubblico. Era nato a Jonia il 23 marzo del 1945, aveva 76 anni. La conferma è stata data dalla famiglia che fa sapere che le esequie si terranno in forma strettamente privata e ringrazia tutti per le innumerevoli testimonianze di affetto ricevute. I funerali si terranno infatti domani in tarda mattinata nella chiesetta all’interno della villa del maestro, villa Grazia, la casa di Milo che il cantautore catanese aveva dedicato alla madre. Ad officiare il rito funebre saranno padre Orazio Barbarino, parroco di una chiesa di Linguaglossa e un sacerdote di Milano, amico del fratello di Battiato. Il corpo del cantautore, per un suo preciso volere, sarà cremato e le spoglie ritorneranno a villa Grazia.

Difficile incasellarlo, impossibile metterlo all’interno di un genere, dargli una pur semplice etichetta, e quindi se c’è un modo semplice per spiegare il suo lavoro è quello di chiamarlo “artista” e godere della sua musica senza tempo, ma anche del suo cinema, della sua pittura. Nella sua lunghissima carriera ha consegnato brani indimenticabili come La cura, Centro di gravità permanente, Voglio vederti danzare. E sulla morte diceva: “Non esiste, è solo trasformazione”.

Capace di spaziare tra generi diversissimi dalla musica pop a quella colta, toccando momenti di avanguardia e raggiungendo una grande popolarità, ha sperimentato l’elettronica, si è misurato con la musica etnica e con l’opera lirica. Ha diretto anche diversi film tra cui Perdutoamor Musikante su Ludwig van Beethoven presentato alla Mostra del cinema di Venezia.

Le visioni e le emozioni

La sensazione che una specie di appagamento interiore, di soddisfazione artistica, l’avesse alfine raggiunta, dopo tanto peregrinare, l’aveva data nel 1991, quando uscì Come un cammello in una grondaia. Il titolo diceva già tutto di quello che era diventato Battiato, ovvero un cantautore che sceglieva un titolo ispirandosi ad Al-Biruni, uno scienziato persiano del XII secolo. A dir poco insolito. Nel disco c’era uno strano pezzo intitolato L’ombra della luce, non certo dei suoi più famosi, anzi, una mini-sinfonia di 4 minuti che sprigionava una calma e trasognata serenità. Come se esibisse un frammento di assoluto. Il pezzo aveva qualcosa di misterioso, come fosse dovuto a logiche poco attinenti al mondo della canzone, ed effettivamente quando gli chiedemmo ragione di questa sensazione lui rispose con uno sguardo consapevole e commosso: “sì, è proprio così, quel pezzo è arrivato da altrove”. Confessò che gli aveva attraversato la mente mentre era assorto in meditazione. Era fatto così, si commuoveva per queste visioni, non certo per i sentimenti ordinari, per gli amori cantati, e la sua rivoluzione l’aveva portata avanti proprio così, combattendo gli stereotipi, le rime facili, i mielosi sentimentalismi. E del resto in quello stesso disco c’era anche Povera patria, la più struggente elegia cantata in Italia di fronte allo scempio della bellezza e della dignità umana. Un pezzo da ascoltare sempre, come una salutare prescrizione medica, come un compito da assolvere nelle scuole.

Battiato e quella storia iniziata nel 1971

Alle canzoni c’era arrivato quasi per scommessa. Anzi ci era tornato per scommessa, perché i suoi primi anni nella musica furono milanesi, alla corte della grande editoria musicale del tempo, in Galleria, dove si era trasferito abbandonando la natia Sicilia, e dove provò effettivamente a fare il cantantino commerciale per qualche anno, seppure con scarsi esiti, ma è l’unico passato che Franco rinnegava. Non amava quella roba, non la ricordava con simpatia.

La sua storia cominciò davvero nel 1971, quando uscì dalle nebbie purpuree della rivoluzione come artista devastante e minaccioso, autore di dischi avanzati e sperimentali come Fetus Pollution e protagonista di spettacoli che stordivano o addirittura facevano infuriare gli spettatori. Era spietato, abnorme, col volto trasfigurato dai trucchi, una vocazione all’“épater le bourgeois” che tutto sommato gli è rimasta addosso per tutta la vita, anche quando da quelle lussureggianti provocazioni era passato a qualcosa di più consonante. Ma è vero che i successi arrivarono per scommessa, come lui stesso ha raccontato anni dopo, ricordando di aver risposto alla provocazione di un pugno di giornalisti musicali, tra cui il sottoscritto, radunati intorno alla rivista alternativa Muzak, che gli dissero che forse, se anche avesse voluto scrivere canzoni popolari, non ne sarebbe stato capace.

L’era del cinghiale bianco

Detto fatto, si mise a scrivere canzoni, anche se il primo dei dischi della nuova “era”, alla lettera L’era del cinghiale bianco, sembrava tutt’altro che popolare, ma era un gioiello, delicato e suggestivo, intrigante, ipnotico, capace di indicare una strada nuova percorsi che la nostra canzone non aveva m ai battuto. E non erano solo gli argomenti, fascinazioni mistiche, esoterismi, citazioni colte, era il linguaggio stesso che era inedito, una scelta quasi oggettiva, senza partecipazione emotiva, spesso incastrando frasi con una tecnica di montaggio frammentata e surreale, con perle di staordinaria bellezza come Stranizza d’amuri, ben ribadita dal seguente Patriots, il suo secondo capolavoro, con Veneza-IstanbulProspettiva Nevski, dove si definisce ancora meglio quel sorprendente modo di intendere melodie e parole.

‘La voce del padrone’ e il boom commerciale

Poi arrivò l’esplosione commerciale, puntuale e travolgente con La voce del padrone, con pezzi che sembrarono inni intelligenti e spiazzanti dell’alba degli anni Ottanta, ovvero Bandiera biancaCuccurucucù e Centro di gravità permanente, una sbalorditiva sequenza che andò a celebrare un periodo irripetibile della canzone d’autore italiana e che portò al livello di massa idee e concetti che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo qualche anno prima.

Di quel clamoroso successo Battiato era allo stesso tempo lusingato, appagato, ma anche infastidito. Dopo aver dimostrato che era possibile, che grazie anche a un periodo di fertile Rinascimento culturale, si poteva utilizzare la canzone per fare arte, ironica, leggera, ma allo stesso tempo incisiva e a suo modo profonda, decise che bisognava andare avanti, migliorarsi, tornare ad atmosfere più pacate, più adatte al suo modo di concepire la musica e la performance. Il tono si fece più dolente, riflessivo, ma sempre più prezioso, e furono E ti vengo a cercareL’oceano di silenzio fino alla inarrivabile La cura, tutti pezzi che possedevano l’insondabile ambiguità del doppio significato, rivolti ad amori terreni, così come a pensieri astratti, celesti, spirituali.

In realtà Battiato è stato anche tante altre cose, regista di film, autore di opere incredibilmente aliene e anche quelle lontane dagli stereotipi classici, pittore, generoso benefattore di giovani musicisti al cui appello non ha mai saputo né voluto resistere, autore di canzoni per altri e soprattutto per tante voci femminili che ha coltivato come un’arte a se stante, da Alice a Milva.

La ricerca della spiritualità

In fin dei conti è stato soprattutto un accanito ricercatore di arte e spiritualità, non disposto a compromessi, rigoroso, coerente. A volte sembrava spigoloso, quasi burbero, ma in genere capitava quando si trovava di fronte all’imbecillità o all’ignoranza, quelle davvero non le sopportava, altrimenti era gentile, protettivo, un uomo che aveva scelto la musica per raggiungere un obiettivo che andava molto al di là della musica stessa. Per questo il suono gli era sacro, per questo l’atto della composizione era per lui il più sublime e insostituibile dei gesti umani, l’unico in grado di elevarci, di portarci in prossimità di quella verità che ha inseguito per tutta la vita, fino all’ultimo dei suoi giorni terreni.

di Gino Castaldo

Fonte: Repubblica

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Nick Kamen, muore il cantante modello protégé di Madonna

La notizia diffusa da Boy George. Il cantante aveva 59 anni e aveva avuto grande successo alla fine degli anni Ottanta anche grazie a uno spot dei jeans Levi’s

È morto il modello e cantautore inglese Nick Kamen, pupillo di Madonna. Conosciuto per la sua hit Each time you break my heart del 1986, Kamen aveva 59 anni. La notizia è stata data dal suo amico Boy George con un messaggio via Instagram. Da tre anni Kamen combatteva contro un tumore.

Nick Kamen, che era nato nell’Essex con il nome di Ivor Neville Kamen, raggiunse la notorietà a 23 anni prima di diventare cantante grazie alla pubblicità uscita in tutto il mondo dei jeans Levi’s 501. Nello spot si vede il modello, al quale proprio in quella occasione venne dato il soprannome di Nick, entrare in una lavanderia in jeans e maglietta bianca e togliersi poi i vestiti rimanendo in boxer prima di metterli in lavatrice, sulle note di Heard it through the grapevine di Marvin Gaye. Fu proprio quello spot, notato da Madonna, a mettere in contatto Kamen con la Material Girl che scelse di affidargli una canzone scritta con Stephen Bray, proprio la hit Each time you break my heart, in cui Madonna compare per i cori.

La hit, che raggiunse la vetta della classifica inglese e ottenne grande successo anche in Germania, Spagna, Francia e Italia, diede il titolo all’omonimo album che seguì, primo dei quattro dischi che Nick Kamen pubblicò tra il 1987 e il 1992. Per il suo secondo album Us del 1988, Madonna gli assicurò la collaborazione del suo produttore Patrick Leonard, offrì i cori in Tell me ma non si occupò più della scrittura e della supervisione come aveva fatto in occasione del primo album. Il brano Tell me ottenne uno straordinario successo soprattutto in Italia, dove durante i mesi estivi rimase per nove settimane in prima posizione nella classifica dei singoli.

L’anno successivo Kamen cantò il brano Turn it up per la colonna sonora del film Disney intitolato Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi. Ma è nel 1990 che l’artista inglese piazza il suo successo internazionale più grande, I promised myself, che raggiunse il primo posto in classifica in otto Paesi europei, il quarto singolo più suonato dalle radio e dalle tv quell’anno. Il suo ultimo album nel 1992, quando Kamen fece uscire Whatever, whenever. Da allora un sostanziale silenzio interrotto oggi dalla notizia della sua morte. 

Il motivo non confermato della sua morte sarebbe un cancro al midollo osseo: unica fonte della notizia è la pagina Instagram dell’amico fotografo Johnny Rozsa, che nel 2018 aveva pubblicato una foto insieme a Kamen in una stanza d’ospedale e ora dopo l’annuncio della morte in un post scrive: “Non molto tempo prima della diagnosi di cancro al midollo osseo, Nick Kamen venne a farmi visita quando era di passaggio a Londra. Ho milioni di ricordi della nostra lunga amicizia e sono veramente devastato dalla notizia della sua scomparsa questa mattina”.

di Carlo Moretti

Fonte: Repubblica

Alber Elbaz, muore il grande designer che ha rivitalizzato Lanvin

April 26, 2021 Leave a comment

Lutto nel mondo della moda: è morto il grande designer che ha saputo ringiovanire Lanvin. Era amatissimo per sua carica di umanità

Amatissimo da chi si intente di moda, non solo per l’indiscusso talento, ma per la sua carica di umanità. Alber Elbaz è morto all’età di 59 anni. il designer più noto per il suo spettacolare rilancio Lanvin dal 2001 al 2015, è deceduto sabato all’American Hospital di Parigi. Secondo quando scrive il giornale WWD, la morte dello stilista è stata confermata dalla Compagnie Financière Richemont, entrata in società con Elbaz nella sua recentissima avventura nel campo della moda, la AZ Factory, dedicata a una moda per tutte, senza distinzioni di taglie. «Creo per far sentire le donne belle e a proprio agio senza pensare se sono alte o basse magre o morbide», diceva. Lo stilista che sapeva ascoltare le donne è morto per le conseguenze del Covid la notte del 24 maggio . Era ricoverato da qualche settimana all’American Hospital. Secondo la tv israeliana Keshet 12 nonostante fosse già stato vaccinato, sarebbe stato infettato dalla variante sudafricana»

«La moda intelligente che ha un cuore»

Una scomparsa improvvisa, quella di Elbaz, che ha lasciato tutti sotto shock. «Ho perso non solo un collega, ma un caro amico» ha dichiarato il fondatore e presidente di Richemont, Johann Rupert, ricordando che Alber aveva una meritata reputazione come una delle figure più brillanti e amate del fashion. «Sono sempre stato colpito dalla sua intelligenza, la sensibilità, la generosità e la creatività sfrenata —ha aggiunto Rupert — . Era un uomo di eccezionale calore e talento, e la sua visione singolare, il senso della bellezza e l’empatia lasciano un segno indelebile. È stato un grande privilegio vedere Alber nel suo ultimo sforzo mentre lavorava per realizzare il suo sogno di moda «intelligente che ha un cuore». Una definizione che riassume il carattere dell’uomo che ha sempre messo la sua creatività esplosiva al servizio delle donne, per farle sentire belle e proprio agio, fondendo l’artigianato della sartoria haute couture con le nuove tecnologie. «Sei bella come sei, ho visto troppe donne soffrire», aveva detto nell’ultima intervista al Corriere

Disegnava moda a 7 anni

Nato in Marocco da una famiglia ebrea marocchina, Elbaz era cresciuto in Israele. Aveva iniziato a disegnare abiti all’età di 7 anni e per questo, consapevole del suo talento, la madre lo aveva incoraggiato a trasferirsi a New York dove era arrivato a metà degli anni Ottanta. Dopo un periodo in un’azienda di abiti da sposa, era stato assunto come assistente da Geoffrey Beene, dove era rimasto per 7 anni. Quindi, dal 1996 al 1998 Elbaz aveva lavorato per la maison Guy Laroche. Nel 1998 la realizzazione di un sogno: succedere a Yves Saint Laurent al timone del pret-à-porter, fino all’esonero, quando il Gruppo Gucci (oggi Keering) acquisì il brand arruolando Tom Ford. 

Anche la moda italiana deve creatività ad Alber Elbaz: il designer aveva collaborato per un anno con Krizia a Milano. Quindi il ritorno a Parigi e l’approdo, dopo un anno di stop, a Lanvin, piccola azienda che riesce a riportare nel firmamento delle grandi griffe e lo consacra tra i grandi designer del nostro tempo. I suoi cocktail dress, sofisticati e iper femminili nel segno delle leggerezza — spesso arricchiti da drappeggi e fiocchi – sono stati indossati dalle star sul red carpet, da Demi Moore, Nicole Kidman, RhiannaCatherine Deneuve e Kate Moss. Nel 2012 Meryl Streep ritirò l’Oscar per The Iron Lady fasciata di un abito Lanvin. 

L’assenza dalle passerelle parigine per cinque anni, dopo l’uscita da Lanvin nell’ottobre 2015, si era fatta sentire. Elbaz prima di collaborare con Richemont, aveva disegnato i costumi per Natalie Portman nel film «A Tale of Love and Darkness» e aveva firmato consulenze, tra cui Tod’s e Converse per le scarpe e le Sportsac per gli accessori.

La paura del Covid: «Sento che il nemico mi attaccherà» 

Elabaz aveva scelto Parigi come luogo dove vivere. La pandemia da Covid-19 lo aveva turbato, come confessava in una intervista via Zoom alla rivista Numéro. «Sono un vero ipocondriaco — aveva spiegato —, quindi preferisco sempre essere in una grande città, vicino a un ospedale, per ogni evenienza … Specialmente adesso!». 

Era preoccupato Elbaz: «Ogni volta che c’è una consegna, sento che il nemico mi attaccherà. È un momento surreale, ogni bussare alla porta crea paura in me. E questo va contro la mia filosofia di vita, non aprire la porta agli altri — aveva aggiunto —. Devo dire che stiamo attraversando un momento bizzarro. Questi sono tempi molto strani e lunghi giorni tristi per me e per tutti noi». Ma poi tornava a guardare avanti, con la solita umanità: «Credo che il nostro cervello sia addestrato ad affrontare il post trauma. Voglio credere che si riuscirà a tornare a un po’ di modestia, umiltà e semplicità. Stavamo vivendo maratone folli. Forse questo è il momento per riflettere. Il tempo e la bellezza sono le mie definizioni di lusso».

di Maria Teresa Veneziani

Fonte: Corriere Della Sera

Milva, muore la celebre “rossa” della musica italiana 

April 24, 2021 Leave a comment

Addio a Maria Ilva Biolcati, cantante e attrice teatrale italiana

Milva — morta a Milano a 81 anni — , volto multimediale, doppia e tripla personalità. Per molti è stata la «Pantera di Goro», provincia ferrarese, ai tempi in cui cantava a Sanremo col capello ribelle e il vestito di mammà Il mare nel cassettotesti di Marotta, arrivando terza e diventando pure la terza voce della nuova trinità con Mina e Vanoni; per altri è stata l’attrice il cui gene vocale fu modificato da Strehler, Pigmalione che la lanciò nell’universo di Brecht, del teatro impegnato di Weiss; per altri ancora resta la partner di Piazzolla in alcune indimenticabili serate di Tango, ma la si può identificare anche come prima donna di musical, quando «passeggiava» con Gino Bramieri in Angeli in bandiera di Garinei e Giovannini, 1969. 

Di sicuro Maria Ilva Biolcati, classe ‘39, è stata caparbia e ribelle, non si è mai negata nulla, in tv neanche il Cantatutto con Villa e Arigliano nel 63-64, neanche Milva club, arrivando fino all’Olympia di Parigi, alla Scala con La vera storia di Berio-Calvino nell’82 e al Regio di Torino in Orfeo all’inferno di Offenbach. Un coraggio ripagato dal successo internazionale specie in Germania, grazie alla padronanza della lingua, dove nel 62 incide Liebelei. Certo, la prima cosa bella è che a 16 anni inizia a cantare come dilettante, si esibisce come Sabrina nelle balere emiliane ma intanto studia lirica a Bologna. Alla Rai vince un concorso che la spedisce nel gennaio 60 a Sanremo, tempi dell’Italia del boom e della Dolce vita. La prima sera, effetto mediatico pop, diventa un personaggio per il look, diciamo, non sofisticato: al festival tornerà ciclicamente nel corso della sua carriera oltre una dozzina di volte e nel ‘62 arriva seconda con Tango italiano.

Tra i molti uomini-manager che nel corso del tempo l’hanno trasformata, il primo fu Maurizio Corgnati, marito-regista (e padre della sua unica figlia Martina),seguìto da altri incontri che hanno sempre segnato il suo destino artistico, da Mario Piave a Strehler e altri filosofi attori complici. Non diventa mai la my fair lady del copione, continua per 50 anni a riprovare e ricominciare per il gusto della sfida e quasi sempre con talento e successo, sia che fosse un cortile sia che fosse un tabarin. Dapprima rilancia la musica pop finendo sul palco del Lirico il 25 aprile ‘64 con Foà per i Canti della Libertà, invitata da Grassi; poi si specializza in musica colta, quindi non solo i recital di song brechtiani che, guardata a vista, rendeva benissimo specie l’indimenticata Jenny delle Spelonche dell’Opera da tre soldiereditata da Milly, ma anche tutto il repertorio espressionista del cabaret tedesco e della canzone italiana sentimental grottesca tra le due guerre («Ma cos’è questa crisi?», sempre al Piccolo): è un’emanazione del mito di Marlene, Lotte Lenya fino a Ute Lemper. 

A Berlino vince con I sette peccati capitali dei piccolo borghesima ogni tanto, dopo aver provato perfino col padovano del Ruzante, si concede vacanze popolari alla tv (Un mandarino per Teo e Mai di sabato signora Lisistrata di Garinei e Giovannini con Bramieri, Al Paradise e Palcoscenico) e al Festival di Sanremo, per allenarsi a qualsiasi stile, esigenza e pubblico. Nel 70 debutta alla Carnegie Hall di New York, nel ‘73 affronta l’Opera da tre soldi con Modugno, nel ‘78 Diario della assassinata di Negri alla Piccola Scala. 

Un po’ alla volta quella ragazza sprovveduta è diventata sofisticata,  dopo lungo studio e preparazione, perché con certi autori e registi non si scherza. Eccola con Piazzolla a Milano, alcuni recital memorabili, ripetuti a Parigi in trionfo e rieditati in un bello spettacolo di Pippo Crivelli. Vince premi, pubblica album di alto gradimento anche culturale da La rossa con canzoni di Jannacci a Milva e dintorni e Svegliando l’amante che dorme in collaborazione con Battiato. Certo, qualcosa non va sempre per il verso giusto, come la Lulu di Wedekind che affronta in prosa diretta da Sepe, La storia di Zazà o Tosca, ovvero prima dell’alba di Rattigan, spettacolo funestato una domenica pomeriggio a Milano dal suicidio del suo partner e amico Luigi Pistilli. A scadenza fissa torna il mago dei prodigi Strehler a farle un nuovo tagliando artistico, sempre con Brecht che affronta nel ‘95 nel recital portato in giro per tre anni in tutto il mondo, Non sempre splende la luna, ultimo incontro col genio che le aveva rifatto il volto, la voce e la scheda elettorale. Col cinema si è sempre «presa» poco, ma qualche tentativo c’è stato: La bellezza di Ippolitacon la Lollo diretto da Zagni fra le nebbie di una stazione di servizio, D’amor si muore da Patroni Griffi, Via degli specchiCelluloide di Lizzani (la storia di Roma città aperta) e un documentario di Herzog (la Germania è la sua seconda patria artistica) sulla vita di Carlo Gesualdo da Venosa, su cui ha da tempo in mente un film Bernardo Bertolucci. 

Decine i ricordi, del mondo dello spettacolo e della politica, e non solo. «Con Milva scompare una protagonista della musica italiana, una interprete colta, sensibile e versatile, molto apprezzata in Italia e all’estero. Esprimo sentimenti di cordoglio e vicinanza alla famiglia», ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella attraverso un messaggio pubblicato sulla pagina Twitter del Quirinale. «È stata una delle interpreti più intense della canzone italiana. La sua voce ha suscitato profonde emozioni in intere generazioni», ha aggiunto il ministro della Cultura, Dario Franceschini. Un pensiero commosso anche quello giunto da Iva Zanicchi: «Io Aquila, lei Pantera. Ma dietro le quinte eravamo amiche». La camera ardente per Milva sarà allestita nel foyer del Piccolo Teatro Strehler, martedì 27 aprile, dalle ore 9.30 alle ore 13.30. Seguiranno funerali «in forma strettamente privata».

di Maurizio Porro

Fonte: Corriere Della Sera

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