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Gene Deitch, muore il regista di Popeye, Tom and Jerry e Krazy Kat

April 17, 2020 Leave a comment

Gene Deitch

Americano, aveva 95 anni ed è morto nella sua casa di Praga. Premio Oscar per il corto ‘Munro’

Il disegnatore e animatore statunitense Gene Deitch, regista dei cartoni animati diventati di culto Braccio di Ferro, Tom e Jerry e Krazy Kat e premio Oscar per il cortometraggio Munro (1961), è morto, per un improvviso malore, nella sua casa di Praga all’età di 95 anni. Non sono stati forniti ulteriori dettagli ma secondo quanto comunicato dalla famiglia il decesso non sarebbe legato al coronavirus.

Eugene Merril Deitch, detto Gene, era nato l’8 agosto 1924 a Chicago. Arrivò per motivi di lavoro legati all’industria cinematografica a Praga nel 1959 con l’intenzione di rimanervi per 10 giorni ma si innamorò della sua futura moglie, Zdenka Deitchová (sposata nel 1960) e da allora rimase nella capitale cecoslovacca pur recandosi spesso a Hollywood. Proprio nel 1960 nei celebri studi di animazione Bratri v Triku di Praga realizzò il film animato Munro, una feroce critica all’ottusità del mondo militare e degli adulti in generale che conquistò l’Academy Award: un bambino di quattro anni si ritrova a dover fare il servizio militare senza che nessuno si accorga del suo essere solo un semplice bambino.

Gene Deitch iniziò a lavorare nel campo dell’illustrazione artistica e tecnica nel 1942 subito dopo essersi diplomato alla Los Angeles High School. Tra le sue prime mansioni ci furono progetti di aerei per la North American Aviation e copertine e disegni per la rivista musicale The Record Changer. Nel 1950 Deitch entrò nello studio d’animazione United Productions of America e poi fece parte dello staff di animatori di Terrytoons.

Per oltre 50 anni si è diviso tra gli studi di animazione Bratri v Triku di Praa e Weston Woods Studios, facendo il regista di centinaia di cortometraggi. Ha ricevuto tre nomination all’Oscar per i film d’animazione Here’s Nudnik, How to Avoid Friendship e Sidney’s Family Tree. Deitch è noto anche per la creazione di cartoni animati Tom Terrific e Nudnik. In particolare Nudnik è stato protagonista di 11 cortometraggi prodotti dalla Paramount Picture tra il 1965 e il 1967. Deitch ha lavorato anche per Hanna & Barbera tra il 1960 e il 1964: è stato il regista di 28 episodi della serie a cartoni animati Popeye – Braccio di Ferro e ha diretto decine di episodi di Krazy Kat e Tom e Jerry.

Fonte: La Repubblica

Luis Sepúlveda, muore il grande scrittore cileno

April 17, 2020 Leave a comment

Luis Sepúlveda

OVIEDO – Addio a Luis Sepúlveda: la sua incredibile voce, sospesa tra l’America latina a cui apparteneva e l’Europa dove si era rifugiato, si è spenta in un ospedale di Oviedo. Covid-19 ha ucciso anche lui, l’ultimo dei combattenti. Aveva 70 anni.

Esule politico, guerrigliero, ecologista, viaggiatore dal passo ostinato e contrario, esordì con un racconto bollato come pornografia dal preside del suo liceo, a Santiago del Cile. “Era il ’63. Ci innamorammo tutti della nuova professoressa di storia. La signora Camacho, una pioniera della minigonna”. Un compagno di classe gli chiese di scrivere una storia su di lei. Quindici-diciotto pagine. Finirono nelle mani del preside: “Questa è pornografia”, gli disse. Provò a replicare: “Letteratura erotica”. “Pornografia – tagliò corto – ma scritta molto bene”.

Raccontava così Sepúlveda, pescando dal cilindro l’ennesimo saporito aneddoto quando di lui i lettori pensavano di conoscere già tutto: i lineamenti forti da guerriero stanco, gli occhi scuri che si accendevano di passioni, l’odore delle tante sigarette fumate. E lo faceva con quel talento da affabulatore che lo rendeva prima ancora che un abile scrittore, un inguaribile cantastorie. Scriveva favole Sepúlveda – e non ci riferiamo solo alla deliziosa Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare – ma ai tanti romanzi al cui centro c’era l’eterna lotta tra il bene e il male. Non amava la cronaca puntigliosa, credeva che la letteratura fosse finzione e intrecciava i fili della narrativa per dare vita a personaggi picareschi e trame avventurose inzuppate di passioni e ideali. I suoi ovviamente, quelli per cui aveva lottato, viaggiato e infine scritto.

Con il suo esordio – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, dedicato a Chico Mendes – regalò ai lettori un primo pezzo della sua intensa vita: sette mesi trascorsi nella foresta amazzonica con gli indios Shuar. Nel 1977, espulso dal Cile dopo due anni e mezzo di carcere, si era unito a una missione dell’Unesco per studiare l’impatto della civiltà sulle popolazioni native. Nacque così una storia sospesa tra due mondi, quello degli indios diffidenti nei confronti dei bianchi (cacciatori di frodo, cercatori d’oro, avanguardie dell’industria più feroce) e quei bianchi che al protagonista avevano insegnato a leggere dandogli così un rifugio per la perdita della giovane moglie.

Libertà, sogni, coraggio di volare: le parole di Sepúlveda che vivono in noi

Con il secondo romanzo, Il mondo alla fine del mondo, descrisse invece ciò che gli era sembrato inevitabile dal ponte di una nave di Greenpeace, organizzazione a cui si era unito negli anni Ottanta: navi-fabbrica che trascinano a bordo balene esangui e si trasformano in mattatoi, inseguimenti tra le nebbie dell’Antartide, militanti ecologisti contro pescatori giapponesi.

Vita, attivismo e letteratura nelle stesse pagine. Alla militanza politica ci pensò La frontiera scomparsa: i racconti che compongono il libro seguono le tappe di un cileno che dalle prigioni di Pinochet ritrova la libertà attraversando l’Argentina, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, in treno o su veicoli di fortuna fino a Panama dove si imbarcherà per la Spagna. A chi gli chiedeva perché mai ci avesse messo tanto a trasformare quell’esperienza in letteratura lui rispondeva con un sorriso tagliente che per l’appunto, era letteratura quella che voleva fare, non psicoletteratura. Detestava il pathos, aveva bisogno di mettere tra lui e il Cile la giusta distanza. Dal dramma si risollevava con la lingua: semplice, netta, sintetica. Tutto il contrario di Marquez: molto realismo, nessuna magia. O forse la magia della realtà. Per dirla con Hemingway, parole da venti centesimi e nessuna costruzione barocca. Era già abbastanza fantasiosa la vita con i suoi fasti e le improvvise cadute.

Seguì il filo della sua biografia anche ne La lampada di Aladino: tra mercanti levantini e angeli vendicatori, due giovani condividono le lotte del movimento studentesco e si ritrovano dopo gli anni della dittatura cilena e l’espatrio. In altre parole: la sua storia d’amore con la poetessa Carmen Yáñez. La loro relazione affiorò anche nel noir Un nome da torero. Il protagonista, che si chiama Juan Belmonte come il celebre torero che si suicidò con un colpo di pistola, è un ex guerrigliero cileno di quarantaquattro anni, che accetta di dare la caccia a un tesoro nazista nella terra del fuoco solo per amore di Veronica, una donna torturata dai militari e ritrovata viva, ma in condizioni psicologiche disastrate, in una discarica di rifiuti a Santiago. Nella realtà le cose non andarono proprio in quel modo, ma per Sepulveda non poteva essere altrimenti: trasformava le sue esperienze in materia letteraria, regalava pezzetti di vita ai suoi personaggi, ma le biografie no, quelle le lasciava ad altri.

RepIdee, Sepùlveda: “Che bel sogno il governo Allende, che privilegio averlo conosciuto”

Giocava coi generi: le favole per i sentimenti universali (oltre alla storia della Gabbianella, quella del gatto e del topo che diventò suo amico, della lumaca che scoprì la lentezza e del cane che insegnò a un bambino la fedeltà); la novela negra per denunciare l’arroganza dei potenti, la solitudine degli sconfitti o, come in Diario di un killer sentimentale, l’orgoglio di un uomo tradito; i racconti per mettere a nudo dopo un lento processo di maturazione le sue idee e passioni. Si legga ad esempio Incontro d’amore in un paese in guerra.

Salone del libro, Luis Sepúlveda: “Lavorare per creare società di cittadini e non di miserabili consumatori”

A unificare le diverse forme letterarie la calviniana leggerezza della lingua. Leggere Sepúlveda non richiede sforzi, le pagine scivolano sotto gli occhi ma le passioni di cui parla, i fantasmi che evoca, i grandi amori, gli ideali irrinunciabili lasciano tracce indelebili nella memoria dei lettori. Non può essere diversamente e Sepúlveda lo sapeva. Lo aveva anche raccontato nel poliziesco L’ombra di quel che eravamo, una storia di amicizia e speranza tra assalti alle banche, vecchi giradischi, un rocambolesco omicidio e un’ultima spregiudicata azione rivoluzionaria. In una notte piovosa a Santiago, quattro uomini che si erano persi di vista per più di trent’anni si ritrovano per un’ultima avventura. L’idea gli venne durante una grigliata a casa di un amico, dirigente del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, il movimento armato che non diede un giorno di tregua a Pinochet. Dopo cena iniziarono i racconti, storie di lotta e di resistenza. In quel momento lo scrittore si accorse che lui e il suo vecchio amico proiettavano ancora l’ombra di ciò che erano stati. L’ombra per esistere ha bisogno di luce. Quella di Sepúlveda non si è spenta e mai lo farà: nei suoi libri, nella nostra memoria, per sempre.

Fonte: La Repubblica

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Presidente Giuseppe Conte, ossequio per l’uomo che lotta per l’incolumità del paese

lacrime Giuseppe Conte

Nel contesto in cui stiamo vivendo non esistono colori differenti, né forme distinte di credo… Siamo un’unica forza social-culturale che, nel bene o nel male, deve andare avanti anche sbagliando alcune decisioni… e guidare un paese conformato in tutte le sue sfaccettature assume un ruolo fondamentale… Il Presidente Giuseppe Conte merita un doveroso ossequio e un ringraziamento per gli sforzi che, anche lui a suo modo, cerca di perpetrare per la nostra incolumità, in un mondo in cui non possiamo ritenerci assolutamente incolumi dinanzi all’evidente pandemia. Dopotutto rimane pur sempre un uomo! Grazie Presidente Giuseppe Conte.

Lucia Bosé, muore la diva predetta da Luchino Visconti

March 23, 2020 Leave a comment

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Coronavirus, è morta l’attrice Lucia Bosé: da Miss Italia al cinema, la splendida cassiera diventata diva

Aveva 89 anni e da tempo era in cattive condizioni di salute. A confermare la sua scomparsa è stato il figlio Miguel con un post sui social

E’ morta a 89 anni l’attrice italiana Lucia Bosé, madre del cantante Miguel Bosè. La donna era già in cattive condizioni di salute per patologie pregresse, come si legge sul quotidiano spagnolo El Pais, che ha dato la notizia. A confermare la scomparsa della madre è stato lo stesso figlio Miguel con un post sui social: “Cari amici … Vi informo che mia madre Lucía Bosé è appena morta. Si trova già in un posto migliore”.

Lucia Bosé è era diventata famosa quando, nel 1947, vinse a soli 16 anni, il concorso di Miss Italia. Al concorso ci era arrivata per caso, perché qualcuno, a sua insaputa, aveva inviato una foto al concorso. Fino a quel momento aveva fatto la cassiera di una nota pasticceria del centro di Milano, a due passi dal Duomo. Uno dei clienti abituali era Luchino Visconti, che per lei aveva predetto un futuro nel cinema. E così avvenne.

Dopo l’incoronazione da Miss la sua carriera si era  concentrata sulla recitazione, partecipando ad almeno una mezza dozzina di film di Luis Buñuel, Jean Cocteau e Federico Fellini. Tra gli altri, ha recitato in “Non c’è pace tra gli ulivi”, “Le ragazze di piazza di Spagna”, “La signora senza camelie”, “Fellini Satyricón” e “Metello”. L’apice del suo successo fu dagli anni Cinquanta ai primi anni Novanta.

L’attrice si sposò il 1 marzo 1955 con il torero Luis Miguel Dominguín, con il quale ebbe tre figli: Miguel Bosé, Lucía Dominguín e Paola Dominguín. Ha avuto ben 10 nipoti, alcuni noti come la compianta Bimba Bosé o anche l’attore Nicolás Coronado.

Ha continuato a recitare fino al 2014, pur a singhiozzo e con ruoli non di primo piano. Tra gli ultimi film interpretati ci sono però titoli di successo come “Cronaca di una morte annunciata” di Francesco Rosi, “Volevo i pantaloni”, “Harem Suare” di Ferzan Ozpetek e “I vicerè” di Roberto Faenza.

Lucia Bosé viveva a Brieva, una piccola città di Segovia, mentre le sue figlie Paola e Lucía vivono a Valencia e il suo primogenito, Miguel, in Messico con due dei suoi quattro figli.

Negli ultimi anni era stata anche al centro di un caso di cronaca, per la denuncia di una presunta appropriazione indebita di un disegno che Pablo Picasso aveva dato a Remedios de la Torre Morales, detta la “Tata”,  governante in casa Bosè per 50 anni. La procura di Madrid aveva chiesto contro Lucía Bosé una pena di due anni di reclusione, un risarcimento e una multa di otto mesi con una tassa giornaliera di 20 euro. Lucía Bosé ha venduto l’opera nel 2008 attraverso la casa d’aste Christie per 198.607 euro. Nell’aprile dell’anno scorso la Bosé era stata assolta.

Fonte: TGcom24

Flavio Bucci, muore un volto noto del cinema italiano

March 19, 2020 Leave a comment

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Flavio Bucci è morto all’età di 72 anni. A causare la morte un infarto che lo ha colpito mentre si trovava nella sua casa romana.

ROMA – Grave lutto nel mondo del cinema. E’ morto all’età di 72 anni Flavio Bucci, l’attore di origine molisana ma nato a Torino. Le cause del decesso non sono note ma le prime indiscrezioni parlano di un malore improvviso (infarto) che è stato fatale per l’artista mentre si trovava nella sua casa romana.

Nelle prossime la famiglia comunicherà tutte le modalità per omaggiare il grande artista italiano.

Chi era Flavio Bucci – Nato a Torino il 25 maggio 1947 (Gemelli), Flavio Bucci si è formato proprio nella città piemontese prima di fare l’esordio al cinema nel 1973 nel film La proprietà non è più un furto di Elio Petri. La sua popolarità è esplosa nel 1977 quando ha interpretato il ruolo di protagonista nello sceneggiato televisivo dedicato al pittore Ligabue. Ha preso parte anche ad altri due capolavori del nostro cinema: Il marchese del Grillo di Mario Monicelli con il ruolo del prete Don Bastiano e Il divo di Paolo Sorrentino dedicato alla vita di Giulio Andreotti. Grande schermo che ha fatto anche parte della sua vita privata. Bucci prima si è sposato con Micaela Pignatelli dalla quale ha avuto due figli e poi ha avuto una relazione con Loes Kamsteeg, produttrice olandese. Da questa storia è nato Ruben.

Flavio Bucci morto – La tragica morte di Flavio Bucci è avvenuta nelle prime ore di martedì 18 febbraio 2020 nella casa romana. Molto probabilmente è stato un infarto a stroncare l’attore ma la famiglia ha preferito mantenere il massimo riserbo sulle cause del decesso. Nelle prossime ore saranno molti i colleghi che andranno a salutare uno degli artisti più importanti del cinema italiano. E la sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile in questo mondo.

Fonte: Newsmondo

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Vittorio Gregotti, muore un maestro dell’architettura del Novecento

March 16, 2020 Leave a comment

Vittorio Gregotti

Aveva 92 anni. Ricoverato in seguito a una polmonite da coronavirus a Milano, è scomparso domenica mattina. Il cordoglio sui social: «Gli dobbiamo moltissimo»

È morto Vittorio Gregotti. Nato a Novara il 10 agosto 1927, il grande architetto, urbanista e teorico dell’architettura è scomparso nelle prime ore di domenica a Milano. Anche la moglie Marina Mazza è ricoverata nello stesso ospedale.

Era ricoverato all’ospedale San Giuseppe di Milano in seguito alle conseguenze di una polmonite da coronavirus. Tra i progetti più importanti realizzati dalla Gregotti Associati International (lo studio da lui fondato nel 1974) il piano di sviluppo del quartiere della Bicocca di Milano (1985-2005), il Centro Cultural de Belem a Lisbona 1988-1993), a confermare la dimensione internazionale del lavoro di Gregotti, e il teatro lirico di Aix-en-Provence (2003-2007), forse una delle realizzazioni da lui più amate.

Nel 1975 aveva curato la Biennale di Venezia, la prima in cui aveva fatto ufficialmente comparsa l’architettura «come ampliamento del settore Arti Visive». Il suo ultimo lavoro la ristrutturazione da ex fabbrica a teatro del Teatro Fonderia Leopolda a Follonica (Grosseto).

Sui social il cordoglio non solo degli italiani, ma di tutti gli appassionati di archit ettura: messaggi dal Giappone, dalla Spagna, dagli Stati Uniti. E da tutte le testate per cui Gregotti aveva lavorato, come «Casabella».

 

Il compianto del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini: «Con profonda tristezza apprendo della scomparsa del professor Vittorio Gregotti. Un grande architetto e urbanista italiano che ha dato prestigio al nostro paese nel mondo. Mi stringo alla famiglia in questa triste giornata». Il sindaco di Milano, Beppe Sala: «Con profonda tristezza salutiamo Vittorio Gregotti, uno dei nostri più grandi architetti e ambasciatori nel mondo. Milano gli deve moltissimo, dalla prima sala realizzata alla Triennale nel 1951 fino al quartiere Bicocca da lui interamente riprogettato. Grazie di tutto». Il messaggio del rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta: «Un grande uomo di cultura al quale dobbiamo molto e che non dimenticheremo».

Anche l’architetto e presidente della Triennale Stefano Boeri si aggiunge alle voci di chi piange Gregotti. «Se ne va, in queste ore cupe, un maestro dell’architettura internazionale, un saggista, critico, docente, editorialista, polemista, uomo delle istituzioni che ha fatto la storia della nostra cultura». Marco Tronchetti Provera, vicepresidente esecutivo e ceo di Pirelli: «Con Vittorio Gregotti scompare uno dei grandi protagonisti dell’architettura del Novecento, che ha contribuito a cambiare anche il volto di Milano, proiettandola in una dimensione internazionale. A lui si deve, tra l’altro, la progettazione e la riqualificazione dell’area Bicocca e dell’Headquarters Pirelli, uno dei migliori esempi di riconversione industriale. Il mio pensiero più affettuoso va alla sua famiglia».

 

A chi gli chiedeva quali fossero i progetti di cui andasse più fiero, Vittorio Gregotti era solito rispondere cosi: «Il lavoro che mi rappresenta di più è sempre l’ultimo».

Fonte: Corriere Della Sera

Kirk Douglas, muore una grande leggenda di Hollywood

February 7, 2020 Leave a comment

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Il leggendario attore e produttore, padre di Michael che ha dato la notizia, si è spento a 103 anni. Ha lavorato con tutti i più grandi, da Kubrick in giù

Era il decano degli attori hollywoodiani, il più anziano di tutti, capostipite di una dinastia. Aveva 103 anni Kirk Douglas, padre di Michael che ha dato l’annuncio della sua scomparsa: era malato da tempo e non si vedeva più da aprile. E si è spento . Ed è morto Spartacus, il sindacalista della Roma imperiale. È morto Ulisse, il globe trotter della Grecia omerica. È morto Van Gogh. Sono morti il cinico giornalista dell’«Asso nella manica», il boxeur che nel «Grande campione» non sa accettare la sconfitta, il cacciatore di pelli della vecchia frontiera del «Grande cielo», il produttore senza pietà del «Bruto e la bella» con Lana Turner. È morto l’ufficiale francese pacifista che si oppone alla follia bellica di «Orizzonti di gloria» di Kubrick, è morto il primo cow boy, il Doc Holliday di «Sfida all’OK Corral», e l’ultimo, quello che si scontra col cavallo contro le auto in «Solo sotto le stelle».

È morto con Kirk Douglas l’uomo senza paura di quasi 90 film, un metro e 80 della Hollywood dei sogni. Ed anche il patriarca della dinastia con la fossetta nel mento: se egli vinse solo un Oscar alla carriera nel ‘96, dopo averlo perso per tre volte (tanto che la seconda moglie Anne gliene regalò uno falso), il figlio Michael (gli altri sono Eric, Joel e Peter), a sua volta attore e produttore, ha legato la fama a «Un giorno di ordinaria follia», «Wall street», «Basic instinct». Douglas, con i suoi caratteri ambiziosi e tormentati, è l’esempio classico del “self made actor”, ha servito a tavola per mantenersi agli studi; ha lottato, non solo metaforicamente, prima di affrontare lo show business, cominciando dalla radio e dal teatro (se ne sentiranno gli echi in «Il lutto si addice ad Elettra» di O’Neill e «Zoo di vetro» di Williams). All’anagrafe risultava Issur Danielovitch Demsky, nato ad Amsterdam (New York) il 9 dicembre 1916 da una famiglia poverissima di emigrati ebrei russi, in cui il papà straccivendolo doveva sfamare 7 figli. Altro che cinema. Il peso delle origini (e la riscoperta, in vecchiaia, dopo un pauroso incidente, della fede in Mosè e nella Torah) gli ha fatto inaugurare, nel secondo tempo della sua vita, il lavoro creativo dello scrittore, con un libro di memorie («Il figlio del venditore di stracci») e altri romanzi («The devil’s dance», «The gift», «Last tango in Brooklyn», editi da Sperling & Kupfer. Nei libri trasferisce giusti dubbi, rivendicando le mezze tinte di alcuni suoi personaggi non sempre senza macchia e senza paura. Anzi. Così come rivendica impegni sociali, ideologici ed ecologici contro la guerra e i razzismi di ogni ordine e grado.

Fu bellissimo quando, nel ‘69, diretto da Elia Kazan, recitò il pubblicitario in crisi del «Compromesso», titolo doppiamente biografico in cui sono riassunti i dilemmi esistenziali dell’America ‘70. Ma per la gente Douglas è l’eroe che, in cinemascope e technicolor, lotta contro il mondo intero e spesso soccombe, un ruolo in cui l’attore mette un tocco di moderna ironia: il fiocinatore di «20.000 leghe sotto i mari» di Verne più Disney e il guerriero vichingo Einat cui cavano un occhio, mentre Van Gogh si tagliava l’orecchio, in «Un magnifico ceffo da galera» aveva una gamba sola e nell’«Uomo senza paura» era pieno di cicatrici: sadomasochismi e pene del contrappasso cinematografico. E’ Ulisse nel ‘54 per Camerini con una doppia Mangano (Circe e Penelope), primi tempi della Hollywood sul Tevere; e poi Spartacus (fu l’unico a girare con Kubrick due coraggiosi capolavori), che interpretò, produsse e protesse dagli attacchi isterici della Hollywood della caccia alle streghe, difendendo la sceneggiatura di Dalton Trumbo, nome della “black list” in odor di comunismo, ma licenziando Anthony Mann, che aveva iniziato le riprese. Ha parlato di cinema, col cinema, in compagnia del suo regista di fiducia Minnelli, che lo colorò con le migliori tinte del melodramma «fiction to fiction» nel «Bruto e la bella» e in «Due settimane in un’altra città», dove è un attore sul viale del tramonto a Roma.

Il cinema in realtà lo scoprì col marchio Paramount e su raccomandazione di Lauren Bacall in un ottimo giallo-melò con Barbara Stanwyck «Lo strano amore di Martha Ivers», Hollywood nera del ‘46. Segue una carriera che, senza soste, affronta tutti i generi, in prevalenza l’azione, scegliendo spesso il cinismo dell’uomo senza scrupoli, ma anche la commedia («Lettera a tre mogli» di Mankiewicz, ‘49), la biografia d’arte («Brama di vivere») e quella jazz («Chimere» di Curtiz su Bix Beiderbeck con la Bacall e Doris Day), il film da corsa («Destino sull’asfalto»); il dramma dell’ispettore fanatico in («Pietà per i giusti» di Wyler) del maggiore americano che nella «Città spietata» fa assolvere quattro reclute accusate di stupro. Ha lavorato con i maggiori registi, ciascuno si è fidato e ha vinto: alla grande Billy Wilder col film più spietato sul giornalismo da scoop («L’asso nella manica»); ma anche Frankenheimer che lo pose nel complotto fantapolitico di «7 giorni a maggio» come il colonnello fedele agli States ma scontento di se stesso.

Per il western ebbe una ricambiata passione intinta di senso del nevrotico: non solo fu uno splendido, tisico e alcolizzato Doc in «Sfida all’OK Corral» dichiarando eterna amicizia virile all’amico Burt Lancaster (con cui girò 7 film, fino a «Due tipi incorreggibili» dell’86), ma diresse con gusto anche «I giustizieri del West» nel ‘75. E nel curriculum della prateria non si possono dimenticare il bandito dell’«Occhio caldo del cielo» di Aldrich e il ladro del superbo «Uomini e cobra» di Mankiewicz, variazione sull’avidità dell’uomo. Tema che fu caro a Douglas, tanto che in finale di carriera, oltre ad alcune cose modeste tipo export girate anche in Italia, recitò un feroce zio ricco in «Greedy» con Michael J. Fox, oltre ad apparire in alcuni tv movies e progettare film con i figli, con cui stabilì un solido patto patriarcale, anche se non aveva un carattere facile, nè in famiglia nè sul set. «Mi hanno accusato di volere far sempre il regista» disse al momento di dirigere il suo primo film «almeno questa volta sapranno subito chi è il colpevole».

di Maurizio Porro

Fonte: Corriere Della Sera

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