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Erin Moran, muore l’attrice interprete della giovane Joanie Cunningham in Happy Days

April 24, 2017 Leave a comment
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Aveva 56 anni. Il dolore di “Fonzie”: “Ora troverai la pace cercata invano”. E quello di Ron Howard: “Illuminava gli schermi tv”. Era la sorellina di Ricky Cunningham, nella versione italiana chiamata “sottiletta”.

ADDIO a Erin Moran, la Joanie di Happy Days. L’attrice resa famosa dalla popolarissima serie tv degli anni ’70 e ’80 è morta all’età di 56 anni. Il corpo è stato ritrovato nella Harrison County, in Indiana, quando in seguito a una chiamata al numero di emergenza 911 sono arrivati i soccorsi. Ancora sconosciute le cause e le circostanze del decesso, sarà disposta un’autopsia.

Moran, originaria della California, in Happy Days era la sorella più piccola di Ricky Cunningham, il miglior amico di Fonzie, interpretato da un giovanissimo Ron Howard . Su Twitter il dolore di Henry Winkler, il mitico Fonzie: “Oh Erin… ora finalmente avrai la pace che hai cercato invano su questa terra”. Anche il regista Ron Howard ha affidato a un tweet il suo messaggio di saluto: “Una notizia triste, triste. Riposa in pace Erin. Ti ricorderò sempre nel nostro show cercando di recitare sempre meglio, divertendoti e illuminando gli schermi tv”.

Erin Moran deve tutta la sua popolarità alla serie alla quale partecipò per tutti i dieci anni in cui andò in onda, dal 1974 al 1984, sempre nel ruolo della sorellina di Ricky Cunningham, che nella versione italiana della serie tv veniva chiamata “sottiletta”, personaggio che aveva cominciato ad interpretare a dodici anni. Il ruolo di “sottiletta” aveva avuto anche l’onore di uno spin-off grazie alla serie Jenny e Chachi insieme a Scott Baio, che in tv era il cugino di Fonzie di cui si innamorava. Lo spin-off raccontava della coppia di fidanzati che si trasferiva a Chicago a metà degli anni Sessanta per cercare di sfondare come duo musicale. Per il suo ruolo in Happy Days Erin Moran nel 1983 vinse il premio Young Artist Awards.

Ha partecipato anche ad altre serie tv come Una famiglia americana (1971), Tre nipoti e un maggiordomo (1966), Io e i miei tre figli (1960), Una moglie per papà(1969), Gunsmoke (1955), La famiglia Smith (1971) e F.B.I. (1965). Anche se Erin Moran, il cui debutto era avvenuto in uno spot televisivo, è stata da sempre considerata un’attrice da piccolo schermo ha recitato anche in qualche film per il cinema: con Debbie Reynolds in Uffa papà quanto rompi (1968), con Godfrey Cambridge in L’uomo caffellatte (1970) e con Wayne Newton in 80 Steps to Jonah(1969).

Negli ultimi anni ha avuto problemi economici e sofferto di dipendenze da alcol e droghe. Nel 2012 è stata sfrattata da un camping dove viveva insieme al secondo marito, Steven Fleischmann, in una roulotte della suocera.

Nella versione italiana di Happy Days Joanie era doppiata da Liliana Sorrentino mentre in Jenny e Chachi era Anna Marchesini a prestarle la voce.

Fonte: Repubblica

 

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Gianni Boncompagni, muore l’innovatore della tv italiana

April 18, 2017 Leave a comment

Gianni Boncompagni

Il conduttore radiofonico, paroliere, autore televisivo e regista aveva 84 anni. In una carriera di oltre mezzo secolo, con i suoi programmi ha cambiato la faccia del piccolo schermo

È morto a Roma Gianni Boncompagni. Aveva 84 anni. Conduttore e autore radiofonico e televisivo, regista, nel corso di una carriera lunga circa mezzo secolo è stato l’ideatore di numerosi programmi che hanno segnato la storia della televisione italiana. Tra i grandi innovatori dello spettacolo insieme a Renzo Arbore, ha dato vita a show rivoluzionari come Alto gradimento, Bandiera gialla, Pronto, Raffaella?, Domenica In, Non è la Rai, Carramba. Boncompagni era nato ad Arezzo il 13 maggio del 1932. A dare la notizia della morte sono state le figlie Claudia, Paola e Barbara: “Dopo una lunga vita fortunata, circondato dalla famiglia e dagli amici se n’è andato papà, uomo dai molti talenti e padre indimenticabile”. La camera ardente sarà allestita martedì 18 aprile a Roma, alle 12, nella sede Rai di via Asiago 10.

“A tutti i maggiori degli anni 18, a tutti i maggiori degli anni 18, questo programma è rigorosamente riservato ai giovanissimi”. Poi la sigla con la voce di Rocky Roberts. Boncompagni e Renzo Arbore aprono così Bandiera Gialla, è il 1965, la Rai è quella di Ettore Bernabei che solo quattro anni prima aveva fatto indossare i collant neri coprenti alle gemelle Kessler. Bandiera Gialla per primo, nella storia della radio italiana, porta una ventata beat, apre le porte a Patty Pravo, Lucio Battisti e alla swingin’ London, all’umorismo e alla goliardia. La liturgia radiofonica va a gambe all’aria, i giovani scoprono di essere giovani e soprattutto scoprono che c’è spazio anche per loro, per divertirsi. Un trend che la coppia svilupperà e amplificherà con Alto gradimento (1970), fucina dell’improvvisazione e del sommo cazzeggio nonsense.

“La nostra amicizia è nata quando avevamo all’incirca 25 anni – ricorda Arbore – un’amicizia non conclusa ora che eravamo più vicini agli Ottanta che ai Settanta, come diceva sempre lui con il suo straordinario spirito toscano. Per me è stata un’amicizia provvidenziale, spero lo sia stato anche per lui. Ci conoscemmo ai tempi di quando frequentavamo il corso di maestro programmatore, eravamo compagni di banco. Aveva una visione moderna della vita, un senso d’umorismo all’avanguardia. Una visione che lo ha portato a rivoluzionare la radio e la tv. Spero di essergli stato utile con il mio atteggiamento più riflessivo e romantico, ma altrettanto teso a rivoluzionare la radio e la tv”.

Nel 1977 Boncompagni debutta in tv con Discoring. Poi arriva Pronto, Raffaella?(1984), condotto da Raffaella Carrà, di cui è stato pigmalione e con la quale ha avuto una lunga relazione sentimentale. Tocca poi a Pronto, chi gioca? (1985) condotto da Enrica Bonaccorti e a tre edizioni di Domenica in. Nel 1991 il passaggio a Mediaset, con Primadonna condotto da Eva Robin’s e soprattutto Non è la Rai, il programma che ha per protagoniste decine di ragazze adolescenti, alcune destinate ad continuare la carriera nella tv e nel cinema, come Claudia Gerini, Alessia Merz, Antonella Elia, Laura Freddi, Lucia Ocone, Romina Mondello, Sabrina Impacciatore e soprattutto la “primadonna” Ambra Angiolini che diventa l’idolo dei teenager. E che oggi lo ricorda con questo messaggio: “Se n’è andato il giorno di Pasqua ….è stato un genio anche nel salutarci. Grazie da una ragazzina normale che tu hai fatto in modo che crescesse con il coraggio di essere diversa da tutto, nel bene e nel male . Sei ovunque”.

Torna alla Rai, nel 1996-97 firma due edizioni di Macao (la prima con Alba Parietti, poi esclusa), la cui seconda edizione chiude per bassi ascolti. Ugualmente sfortunata l’esperienza di Crociera. Nel 2002 il rilancio con il Chiambretti c’è di Piero Chiambretti, tra informazione e varietà, poi tra il 2007 e il 2008 dirige e conduce Bombay su La7.

Padre della tv leggera e imprevedibile, Boncompagni firma anche delle hit musicali: Ragazzo triste, portata in classifica da Patty Pravo e Il mondo, successo mondiale lanciato nel 1965 da Jimmy Fontana, nonché tutte le hit di Raffaella Carrà, da Tuca tuca a Tanti auguri e ancora A far l’amore comincia tu. “Bandiera gialla”, ricordava, ” segnò un cambiamento culturale. Abbiamo lanciato i Beatles contro i Rolling Stones, i complessi li abbiamo battezzati tutti. Approfittando della scarsa conoscenza dell’inglese mettevamo anche canzoni con doppi sensi, allora inconcepibili per la radio, tipo Got My Mojo Working di Jimmy Smith, che voleva dire ‘porto il mio cosino a lavorare'”. Ma poi, con un po’ di malinconia, aggiungeva: “Oggi non s’inventa più niente. Gli stadi si riempiono con nomi orrendi, non ci sono mica i Beatles e loro, i giovani del cavolo, cantano canzoni senza senso. Quelli degli anni Sessanta erano spaventosi ma l’Italia era molto indietro. Quando dico che per certi cantanti ci vogliono gli arresti domiciliari così non fanno danni non deve ridere. Deve darmi retta”.

Interrogato, pochi anni fa, su quale fosse lo stato della tv, aveva detto: “Oggi guardo molto Sky, Maurizio Crozza su La7, History Channel o i film. Sulla Rai solo L’eredità, forse perché mi sento molto bravo nel dare le risposte. Ma la tv in generale verrà vista sempre meno, anzi nei prossimi dieci anni scadrà. A guardarla ormai sono solo donne anziane semianalfabete, quelle che votano Berlusconi. I ragazzi non sanno neanche cosa sia. La tv di oggi è Internet, con tutto quello che comporta. Sopravviverà per lo sport, che ci sarà sempre”.

Fonte: Repubblica.it

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George Michael, muore una grande icona della musica pop inglese

December 26, 2016 1 comment
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Aveva 53 anni. La polizia: “Non ci sono circostanze sospette” legate alla scomparsa dell’artista. La sua lunghissima carriera: 100 milioni di dischi in 40 anni

David Bowie, Prince, Leonard Cohen, Paul Kantner, Keith Emerson e Greg Lake, e solo un giorno fa Rick Parfit degli Status Quo: un 2016 di lutti nel mondo della musica e dello spettacolo. E, nel giorno di Natale, anche George Michael è scomparso.  “Pacificamente”, come dicono i familiari, nella sua casa in Inghilterra. I soccorsi, arrivati nel pomeriggio nella sua abitazione, nell’Oxfordshire, non hanno potuto che constatarne la morte. La polizia precisa che “non ci sono circostanze sospette” legate al decesso dell’artista.

Michael era arrivato al successo con i Wham, diventando dei personaggi più popolari del pop degli anni Ottanta, conquistando legioni di fan adolescenti e riportando nelle canzoni, nel pieno dell’esplosione post punk, la melodia. Musica da fotoromanzo rosa, quella degli Wham che, mentre l’Inghilterra si colorava delle tinte della new wave, tra dark, elettronica e “new romantics”, scelse assieme ad Andrew Ridgley di percorrere, e con incredibile successo, un’altra strada, quella del pop leggerissimo e vacuo, da consumare in fretta e dimenticare. Salvo poi mettere a segno due brani almeno, “Careless Whisper” e “Last Christmas” che, piaccia o no sono entrati a far parte del repertorio dei classici di ogni piano bar del pianeta e vengono sistematicamente suonati ad ogni festa, quando si vogliono ricordare gli anni Ottanta, quelli dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, che con lui condividevano il podio del pop britannico dell’epoca. Ma l’era delle canzoni rosa durò il tempo del successo dei Wham: quando il duo ebbe raggiunto il massimo del successo possibile Michael andò altrove e volò decisamente più in alto, al punto, addirittura, di potersi permettere di non cantare più i brani dei Wham in concerto, tanto per cancellare con un colpo di spugna una stagione musicale con la quale non voleva più avere nessun grado di parentela.

Del resto l’inizio della sua avventura solista, nel 1986, è assolutamente clamoroso: un duetto con Aretha Franklin, la leggendaria soul singer americana, un passaporto non solo per le parti alte della classifica americana ma soprattutto per il continente della “grande musica”. Scelta che non avvenne per caso, Michael voleva lasciarsi alle spalle il passato e “rinascere” musicalmente, voleva riscotruirsi una verginità musicale e dimostrare che era in grado di fare molto di più e molto di meglio.

Così, negli anni seguenti, la qualità delle sue canzoni e dei suoi concerti crebbe in maniera esponenziale, e il suo album del 1990, “Listen without prejudice vol.1”, chiedeva con il titolo l’attenzione che Michael meritava davvero. Prendeva forma con quel disco la sua straordinaria miscela di pop, sesso, simpatia, sfrontatezza, talento, spettacolarità, soul music, abilità, che lo portò in pochi anni ad essere la pop star che ambiva e meritava di essere.

Amava le luci del palcoscenico e, soprattutto in concerto, sapeva come portare il pubblico dalla sua parte, ma aveva anche un discreto impegno sociale, già dai tempi dei Wham, quando aveva messo per contratto che nulla dei soldi che guadagnava doveva essere investito in società che facevano affari con il Sudafrica razzista. E vanno ricordate le innumerevoli prese di posizione contro la politica di Margareth Tatcher ma anche contro quella di Tony Blair sull’Iraq, le molte battaglie in difesa dei diritti dei gay (anche se alcuni suoi colleghi omosessuali lo hanno spesso accusato di essere stato troppo “morbido” sulla materia), e anche la partecipazione al Live Aid e al Mandela Day.

Nel 1991 e nel 1992 ci sono le sue esibizioni più leggendarie, quella allo stadio di Wembley con Elton John e quella al tributo per Freddy Mercury, quando canta in maniera magistrale “Somebody to love”.

Poi, dal 1992 al 1996, un lungo periodo di silenzio, dovuto ad una estenuante battaglia legale con la sua casa discografica, quindi nel ‘96 un nuovo, eccellente, album, “Older”, dove nelle canzoni oltre al pop e al soul c’era anche la verità della sua vita, delle sue paure e delle sue fierezze. Gli anni seguenti sono segnati da altri successi, dai duetti con Withney Houston, Stevie Wonder e molti altri, ma anche dal clamoroso arresto del 1998 a Los Angeles, quando un poliziotto in borghese lo arrestò in un bagno pubblico per atti osceni e l’artista, subito dopo rilasciato, ammise apertamente di essere gay.

Nel 1999 pubblica un bellissimo album di cover “Songs from the last century” e poi un ultimo album di brani originali nel 2004, “Patience”. Nell’ultimo decennio diversi singoli, molti concerti, ancora altri arresti (nel 2006 e nel 2010, per alcol e cannabis), poi due anni fa un ambiziosissimo progetto live, diventato un disco, “Symphonica”, tra interpretazione di classici e brani nuovi. Michael era andato “fuori moda”, un po’ per motivi artistici, un po’ per scelta, “il pop è roba da giovani, non una gara di resistenza” amava dire.

“Un semplice parrucchiere con velleità canore”, lo definì Mick Jagger, in un periodo in cui Michael spopolava e gli Stones annaspavano tra droga e rumore. Di certo Mick Jagger è ancora tra noi con tutto il peso della sua leggenda, mentre Michael faticava da molti anni a tornare ai fasti di un tempo. Ma George Michael (al secolo Georgios Kyriacos Panayotou) è stato una star di epiche proporzioni fino alla fine degli anni Novanta, ha aperto la strada ad un’intera generazione di nuovi cantanti pop in Inghilterra e, una colpa forse più che un merito, a tutte le boy band venute dopo di lui. Michael, dopo i Wham, era riuscito a mettere insieme intrattenimento e qualità, per merito di una vocalità potente ma allo stesso tempo raffinata, con la quale poteva permettersi di cantare al fianco di chiunque senza mai sfigurare.

Fonte: La Repubblica

 

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Franca Sozzani, muore la signora della moda italiana

December 23, 2016 Leave a comment

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Si è spenta a Milano Franca Sozzani. Era nata nel 1950, aveva 66 anni. Era malata da oltre un anno. Originaria di Mantova, ha dedicato la sua vita all’edizione italiana di «Vogue». Dopo la laurea in lettere e filosofia all’Università Cattolica di Milano, aveva iniziato a lavorare per «Vogue Bambini», poi nel 1988 assunse la direzione di «Vogue», una carica mantenuta fino alla sua morte.

«Ma qualche volta, per favore, give me a break». Chiudeva così sette anni fa uno dei suoi blog più letti. «Felice di piacervi e non», il titolo. «Non si può sempre piacere a tutti e soprattutto non si deve». Ancora una volta è lei, Franca Sozzani, la più brava a raccontarsi. Testo, titolo e foto. Non ha mai nascosto a nessuno che era nata per questo, per andare avanti. «Il successo ce lo si guadagna, oserei dire ce lo si inventa. Niente arriva per caso anche se la fortuna di cadere al posto giusto, nel momento giusto, con la persona giusta agevola parecchio. Ma la sorte, si sa, è alterna. Non è proprio la base su cui costruire il proprio successo. Il talento, il tuo, è la vera forza».

Ha lottato sino all’ultimo

Così diceva. Poi con la bacchetta magica dell’ironia, sottile e intelligente, e con l’abito dell’eleganza, innata e personale era sempre un po’ più avanti di tutti. Franca Sozzani se ne è andata. Avrebbe compito 67 anni il 20 gennaio. Era ammalata da tempo, ma pochissimi sapevano. Una malattia incurabile, una di quelle per cui si era impegnata a combattere a suon di charity e serate: dal 2013 era presidente della Fondazione Ieo, Istituto Europeo di Oncologia. Sino all’ultimo ha combattuto contro il suo male e quello di altri. Alle sfilate in autunno era arrivata. No, non era a tutte, come spesso faceva. Un po’ affaticata. I lunghi capelli biondi più corti. Null’altro. Sempre disponibile a fare quattro chiacchere con chiunque. A rispondere alle domande. A dare il suo parere. E va detto perché non è così che si comportano tutte.

«Miranda non esiste»

«Dimenticate per favore Il Diavolo veste Prada. Miranda non esiste! Prepotenza, Capricci? Non ce ne sarebbe neanche il tempo. E poi, non vedo chi li sopporterebbe o chi mi sopporterebbe». Con questo la “direttora” non era una che le mandava a dire. Con il sorriso e l’ironia di cui sopra faceva sempre capire il suo punto di vista. Ai “suoi” ma anche a stilisti, fotografi, imprenditori. Lei è stata la moda in Italia, dal 1988, da quando è diventata direttore di VogueItalia rivoluzionando, sovvertendo, stupendo, contestando un sistema intero.

A 25 anni la passione per la moda

Nata a Mantova, un destino borghese che sembrava già scritto: matrimonio, famiglia, vacanze, frivolezze. Dopo il diploma al liceo classico “Virgilio” nella sua città, si laurea a Milano, alla Cattolica, in lettere e filosofia. Si sposa e dopo tre mesi di separa. A 25 anni quella grande passione per la moda, quella curiosità di capire e quelle idee, tante, tantissime. «Sì che sono una vincente! Non perché sia presuntuosa, ma perché tutte le mie idee hanno avuto successo». Erano gli anni Settanta ed entra a Vogue Bambino: «Ho deciso che volevo lavorare e fare la stylist e ho preso subito tutto sul serio. Oliviero Toscani racconta sempre che ero “una deficiente puntaspilli vestita Saint Laurent”», ironizza. Nel 1980 è già a dirigere un femminile vero Lei e nel 1983 le affidano anche la versione maschile Per lui. Nell’88 arriva a Vogue Italia e per la sua audacia più di una volta il direttore di Condé Nast International Jonathan Newhouse minaccia di licenziarla perché le sue «impertinenze», cioè foto e messaggi, sono troppo forti agli occhi di troppi pubblicitari perbenisti. Che dire del numero (luglio 2008) tutto con servizi con protagoniste solo modelle di colore e con articoli contro il razzismo? O quello contro la chirurgia estetica? O per le donne curvy? O contro le violenze domestiche? E tutto questo sul palcoscenico di un teatro di sete e lustrini. Da una parte le denunce sociali (nel 2014 è stata nominata anche ambasciatrice Onu per il programma alimentare). Dall’altra l’intuito per i talenti: da Gianni Versace a Giorgio Armani da Bruce Weber a Peter Lindbergh a Steven Meisel. E la consapevolezza che i giovani vanno aiutati, per esempio con i premi e i concorsi (Who’s Next). Dal 2006 è anche direttore di Vogue Uomo e dal 2015 è responsabile di tutti i periodici Vogue (Bambino e Sposa). In settembre a Venezia, durante la mostra del Cinema, è uscito il film documentario sulla vita di Franca Sozzani. La regia è del figlio, Francesco Carozzini, nato nel 1982, «Chaos and creation»: «La fama quella vera, deriva dalle capacità vere, dall’avere fatto cose vere. Questa è la vera fama».

Fonte: Corriere Della Sera

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Gene Wilder, muore l’attore preferito di Mel Brooks

August 31, 2016 Leave a comment

Gene Wilder

E’ morto l’attore americano Gene Wilder, aveva 83 anni. Wilder fu la star del film “Willy Wonka & the Chocolate Factory” del ’71 e nel mitico “Frankenstein Junior”, e tra gli attori preferiti da Mel Brooks.

Jerome Silberman – questo il suo vero nome – nasce l’11 giugno 1933 a Milwaukee, in Wisconsin, da una famiglia di ebrei russi immigrati. Terminati gli studi universitari negli Stati Uniti, Wilder decide di trasferirsi in Inghilterra, dove frequenta la Bristol Old Vic Theatre School, avvicinandosi per la prima volta al mondo dello spettacolo. Durante il soggiorno nel Regno Unito, frequenta anche una scuola di scherma, disciplina che gli tornerà utile al rientro in patria dove, per mantenersi, terrà proprio lezioni di scherma. Poi inizia a recitare nei teatri off-Broadway, entrando inoltre a far parte dell’Actor’s Studio. L’esordio sul grande schermo arriva nel 1967, con il film “Gangster Story” di Arthur Penn. La svolta per la sua carriera però coincide con l’inizio del sodalizio – che diverrà poi storico – con il geniale Mel Brooks.

Prima arriva la candidatura all’Academy Awards come Miglior attore non protagonista per il ruolo di Leo Bloom in “Per favore, non toccate la vecchietta“, poi il successo con la parodia “Frankenstein Junior” (1974), dove veste i panni del Dottor Frederick Frankenstein. La pellicola si aggiudica il premio Oscar per la Miglior sceneggiatura, che lo stesso Wilder stila a quattro mani con Brooks. Fra i suoi più grandi successi ci sono anche “La signora in rosso“, con Kelly LeBrock, “Non guardarmi: non ti sento” (1989) e “Non dirmelo… non ci credo” (1991).

Il 20 maggio 1989 una tragedia segna la vita di Wilder: la sua terza moglie, Gilda Radner, muore di tumore. L’attore fonda così il Gilda’s Club, per aiutare la ricerca contro il cancro. Un decennio dopo, lo stesso Wilmer è costretto a ritirarsi dalle scene a causa di un linfoma che lo costringe a sottoporsi a frequenti sedute di chemioterapia. Poi il lento declino dell’Alzheimer.

Fonte: Ansa

Sonia Rykiel, muore la stilista francese icona della libertà femminile

August 25, 2016 Leave a comment

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È morta oggi a Parigi, a 86 anni, la stilista francese Sonia Rykiel, fondatrice della «maison» che porta il suo nome. Ne hanno dato notizia i familiari ai media francesi. Nata a Parigi il 25 maggio del 1930 con il cognome Flis, la Rykiel è morta per le conseguenze del Parkinson, malattia di cui ha sofferto per anni e della quale aveva pubblicamente parlato. Appena appresa la notizia, il presidente francese François Hollande ha detto che Rikyel era “una donna libera, una pioniera che ha saputo tracciare il suo percorso”.

In una dichiarazione rilasciata dall’Eliseo, Hollande ha ricordato che la stilista aveva creato la sua casa di moda e aveva aperto il suo primo negozio a Saint-Germain-des-Prés, vicino al Quartiere Latino di Parigi, nel maggio del 1968, una data particolarmente significativa per le rivolte studentesche che si sono verificate proprio in quel periodo. Rikyel ha “inventato non solo una moda, ma anche un atteggiamento, un modo di vivere e di essere, e ha dato la libertà di movimento alle donne – ha detto il capo dello Stato, che ha anche sottolineato che il suo stile è noto in tutto il mondo e continuerà a durare nel tempo “come simbolo di perfetta unione di colore, di ’naturale’, di fluidità e di luce”.

Gli elementi che hanno segnato lo stile di Rykiel nel mondo della moda sono le righe, l’uso del nero e il tricot. Quando, a 28 anni, è rimasta incinta, si è resa conto che i vestiti che vedeva nei negozi non le stavano bene e, da lì, ha cominciato a progettare il tricot, che fu un successo immediato. Rykiel ha inventato il concetto di ’démode’, secondo cui è l’abbigliamento che deve adattarsi alle donne e non viceversa, concetto che si traduce in maglie e abiti comodi e materiali più fluidi. Nel 1987 ha dato un nuovo sviluppo al suo marchio con una collezione per uomo e bambino, una linea di profumi, accessori e scarpe. Al di là del mondo della moda, ha scritto romanzi, ha prodotto opere teatrali e ha disegnato costumi per spettacoli e commedie musicali.

Fonte: La Stampa

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Anna Marchesini, muore la celebre attrice dell’ironia italiana

July 31, 2016 Leave a comment
Anna Marchesini
Aveva 62 anni. Quarant’anni di teatro ma la popolarità grazie alla televisione insieme a Lopez e Solenghi che oggi dice: “È stata una grande amica”. In una sorta di testamento ironico sul suo sito aveva scritto: “Mettete le mie ceneri in un cofanetto di porcellana nella vetrina dell’Accademia”

Addio alla Signorina Carlo, alla sessuologa Merope Generosa, alla Sora Flora, alla cameriera secca dei signori Montagné e soprattutto alla bella figheira, alla Monaca di Ponza, alla Lucia manzoniana del piccolo schermo. È morta l’attrice Anna Marchesini, a darne l’annuncio su Facebook il fratello Gianni. “Prima che lo sappiate da quel tritacarne dell’informazione – dice in un post – tengo a dirlo io. Ora in questo momento è morta mia sorella Anna Marchesini. Grazie a tutti. Non sarò in grado di rispondervi”. L’attrice, storica componente del Trio assieme a Tullio Solenghi e Massimo Lopez, era nata a Orvieto ed era malata da tempo di artrite reumatoide. Avrebbe compiuto 63 anni a novembre. Lunedì i funerali nella sua città.

“In questo momento mi piace ricordare Anna e non la Marchesini. Mi piace ricordare, cioè, l’amica e la sorella con la quale ho condiviso 12 anni di vita in comune – ha detto Solenghi, primo dei colleghi a ricordarla  – Preferisco pensare ad Anna non soltanto come ad una grande attrice comica, quale è stata per 40 anni. Ma ad un’amica di cui si ricordano tutti gli aspetti privati. È stata un prodigio e ha contribuito a far diventare il Trio quello che è stato per tanti anni. Ma ora penso soprattutto alla persona che è stata”.

Dal teatro alla tv: la nascita del trio. Il debutto a teatro avvenne quando ancora era un’allieva dell’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico, nell’estate del 1976, con lo spettacolo Il Borghese Gentiluomo diretto da Tino Buazzelli. Diplomata tre anni dopo, entrò in compagnia con lo spettacolo Platonov di Anton Cechov per la regia di Virginio Puecher (Piccolo di Milano). L’incontro con i due colleghi che cambieranno la sua carriera è all’inizio degli anni Ottanta, nella sua biografia on line l’attrice scriveva “In Svizzera in un programma per gli italiani incontro Tullio Solenghi e già rido. Nel frattempo al doppiaggio di cartoni animati a cui mi dedicavo fra uno spettacolo e l’altro, conosco Massimo Lopez e ancora ridiamo”. Il sodalizio, come si dice in gergo, durerà tutta la vita anche se ufficialmente il trio si scioglierà nel ’94 pur tornando qualche volta insieme. L’esordio in tv è con lo spettacolo su Raidue Helzapoppin a cui seguirono negli anni Ottanta Tastomatto, Domenica In, Fantastico. Il trio conquistò il pubblico televisivo e poi lo traghettò a teatro: il loro primo spettacolo teatrale come trio Allacciare le cinture di sicurezza debuttò nel 1987 al Sistina di Roma e fece il tutto esaurito per tre anni consegnando loro di diritto il Biglietto d’oro.

Il boom dei Promessi sposi. Il successo straordinario della parodia del classico di Manzoni, trasmesso nel 1990 in 5 puntate da Rai 1 con un ascolto medio di 13 milioni e picchi di 17 milioni, li consacrò definitivamente. A quell’exploit tv seguì nel 1991 un secondo spettacolo a tre per il teatro In principio era il Trio, grande successo, biglietto d’oro e tre stagioni di turnée. Nel 1994 il trio si sciolse perché Massimo Lopez scelse di sperimentare la carriera solista. A questo periodo risalgono gli spettacoli a due, con Tullio Solenghi, La Rossa del Roxy Bar (in tv) e Due di Noi di Michael Frayn (a teatro). Poi arrivò la scelta di una serie di show da solista per l’attrice e regista che anche sola riempie il Teatro Olimpico. Dell’autore inglese Alan Bennett oltre a Una patatina nello zucchero portò in scena anche L’occasione d’oroLa cerimonia del massaggio, spettacoli che univano bene l’umorismo “british” dello scrittore con la sua ironia. Nel 2008 il ritorno del Trio in tv per la celebrazione dei 25 anni, con la conduzione a tre di Non esiste più la mezza stagione. Tra un impegno teatrale e uno televisivo Anna Marchesini si è dedicata molto anche al doppiaggio prestando la voce in una serie di cartoon: i francesi La profezia delle ranocchie e Principi e principesse e i film Disney Le follie dell’imperatore e Hercules, ma anche a Judy Garland nel nuovo doppiaggio de Il mago di Oz degli anni Ottanta e alcuni episodi di Star Trek e La casa nella prateria.

I libri e gli ultimi spettacoli. Scrittrice per il teatro naturalmente ma anche per la narrativa, Anna Marchesini ha pubblicato una serie di libri: con Solenghi Uno e trinoChe siccome che sono cecata di matrice teatrale, mentre più recentemente invece si era dedicata alla narrativa pubblicando per Rizzoli Il terrazzino dei gerani timidi e Di mercoledì. Anche il suo ultimo lavoro teatrale, Cirino e Marilda non si può fare in scena al Piccolo Teatro di Milano nel 2014, era tratto dal suo libro Moscerine, una galleria di personaggi femminili dolorosi e comici come quelli che nella sua lunga carriera aveva portato a teatro. Prima di questo la sua ultima sfida era stata portare in scena Giorni felici di Samuel Beckett nonostante le difficoltà causate dalla sua malattia.

Da allieva (bocciata) ad insegnante. Negli ultimi anni Anna Marchesini aveva insegnato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, una cosa di cui andava molto fiera perché entrare in Accademia era sempre stato il suo sogno fin da ragazza e per riuscire a realizzarlo aveva dovuto tentare l’ammissione tre volte, dal momento che le prime due l’avevano bocciata. “Certe volte entravo nella scuola salivo l’ascensore fino al 5° piano – la sede allora era in via 4 Fontane nel palazzo di una Marchesa – diceva – Salivo in “Paradiso” solo per sentire l’odore, attraversare un corridoio fare una domanda solo per “stare lì”. L’Accademia per me è uno dei posti più “evocativi” come dicono i poeti”.

L’ironia anche nel suo “testamento”. “Ho già adocchiato una vetrinetta in sala riunioni con un piccolo cofanetto verde di porcellana, credo. Ritengo sia ideale per contenere le mie ceneri – scriveva con la sua solita ironia sul suo sito – È una aspirazione che piano piano troverò il coraggio di far uscire alla luce. Che detto di un mucchietto di ceneri non è appropriato. Posso tentare…. e se mi ribocciano? E se poi l’Accademia trasloca? E se durante il trasloco il cofanetto verde si rompe? No eh! essere spazzata via dall’Accademia no mai più!”. Lascia la figlia Virginia di 23 anni appena laureata.

Fonte: La Repubblica

 

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