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Catherine Spaak, muore la famosa attrice francese

April 18, 2022 Leave a comment

Attrice, cantante e conduttrice: è scomparsa a Roma a 77 anni dopo una lunga malattia. Tra le interpretazioni più note, “Il Sorpasso”, “L’Armata Brancaleone” e “Febbre da cavallo”. In tv lanciò Forum, poi per anni fu il volto di “Harem”, primo talk al femminile

Il mondo dello spettacolo ha perso oggi una delle sue rappresentanti più note ed eclettiche. È morta a 77 anni in una clinica romana Catherine Spaak: malata da tempo, l’attrice, conduttrice, cantante, ballerina e scrittrice è stata colpita da un’emorragia cerebrale. La conferma è stata data dal ministro della Cultura Dario Franceschini: “Apprendo con dolore della scomparsa di Catherine Spaak, artista poliedrica, colta ed elegante che nel nostro Paese ha trovato una casa che l’ha accolta e amata. Mi stringo ai familiari e agli amici in questa triste giornata”.

DAL CINEMA ALLA TV 

La Spaak era nata in Francia, a Boulogne-Billancourt il 3 aprile del 1945 da una famiglia belga. Naturalizzata italiana, qui aveva ha conosciuto la fama negli anni Sessanta e Settanta. Il suo debutto nel cinema italiano ad appena 15 anni, nel film Dolci inganni di Alberto Lattuada. La consacrazione è arrivata con La voglia matta di Luciano Salce e soprattutto con Il sorpasso di Dino Risi. Da non dimenticare la sua partecipazione ad altre pellicole amatissime dagli italiani come L’armata Brancaleone di Mario Monicelli e Febbre da cavallo. Nella musica trovò il successo grazie soprattutto alla cover di Tous les garçons et les filles di Françoise Hardy e L’esercito del surf. Negli Anni 80 trovò spazio anche nel piccolo schermo: fu la prima conduttrice di Forum che guidò per le edizioni del 1985 e 1986 ma soprattutto volto di Haremche, su Raitre, fu il primo vero talk al femminile, quindi alcune partecipazioni in Un posto al sole e Un medico in famiglia e persino una breve partecipazione all’Isola dei famosi 2015 che lasciò dopo poco tempo dall’inizio.

QUATTRO MATRIMONI  

Catherine Spaak riempì le pagine di rotocalchi e settimanali anche grazie alla sua movimentata vita sentimentale. È stata infatti sposata quattro volte. La prima negli anni Sessanta con Fabrizio Capucci, incontrato sul set della pellicola La voglia matta, da cui ebbe una figlia, Sabrina. Più tardi, dal 1972 al 1979, con Johnny Dorelli, da cui ha avuto un altro figlio, Gabriele. Quindi con l’architetto Daniele Rey, dal 1993 al 2010, e tre anni più tardi con Vladimiro Tuselli, che lasciò nel 2020.

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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Monica Vitti, muore un talento smisurato del cinema italiano

February 3, 2022 Leave a comment

Aveva 90 anni, da anni ritirata dalla vita pubblica per la malattia che l’aveva colpita. Ha lavorato con i più grandi: musa di Michelangelo Antonioni, compagna di avventure di Alberto Sordi. Autrice e regista. La notizia data dal marito Roberto Russo

È morta Monica Vitti, talento smisurato del cinema italiano. Aveva compiuto 90 anni a novembre, da anni si era ritirata dalla vita pubblica per la malattia che l’aveva colpita. Ha lavorato con i più grandi: musa di Michelangelo Antonioni, compagna di avventure di Alberto Sordi ma anche autrice e regista. La notizia è stata data dal marito Roberto Russo attraverso Walter Veltroni che su Twitter ha scritto: “Roberto Russo, il suo compagno di tutti questi anni, mi chiede di comunicare che Monica Vitti non c’è più. Lo faccio con dolore, affetto, rimpianto”.

La grandezza di Monica Vitti si misura sulla distanza tra due battute cinematografiche: “Mi fanno male i capelli” e “Ma ‘ndo hawaii se la banana non ce l’hai”. Lei è stata capace – unica nella sua generazione – a coprire tutta la gamma di espressioni del cinema italiano. La donna borghese, nevrotica, dolente dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni. La popolana, sguaiata, di un’allegria contagiosa, con Alberto Sordi. Punto di riferimento imprescindibile per tutte le attrici venute dopo di lei, Monica Vitti è stata tutto: profonda, enigmatica, sensuale, spiritosa. Intellettuale, popolare, malinconica, intelligente. Bellissima.

Negli ultimi anni, a causa di una malattia degenerativa, non è più apparsa in pubblico ma la sua eredità è rimasta fortissima nel mondo del cinema che, in occasione di anniversari e compleanni, non ha mancato di tributarle affetto con mostre fotografiche e rassegne dei suoi più di cinquanta film. Una carriera straordinaria e molti riconoscimenti: 5 David di Donatello come migliore attrice protagonista (più altri quattro riconoscimenti speciali), 3 Nastri d’Argento, 12 Globi d’oro (di cui due alla carriera) e un Ciak d’oro alla carriera, un Leone d’oro alla carriera a Venezia, un Orso d’argento alla Berlinale, una Cocha de Plata a San Sebastián, una candidatura al premio BAFTA.

Quella nuca bellissima: dal teatro al cinema

E pensare che al cinema Monica Vitti non aveva nessuna intenzione di dedicarsi. La sua passione era il teatro, scoperto ancora bambina durante la guerra (era nata a Roma il 3 novembre del 1931 con il nome di Maria Luisa Ceciarelli) quando giocava con i fratelli mettendo in scena spettacoli con i burattini per distrarli dalla realtà che li circondava.

Il debutto, ancora ragazza, con La nemica di Dario Niccodemi, poi l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica (dove si diplomò nel ’53), e una breve ma intensa attività teatrale, da Shakespeare a Molière, da Brecht a Sei storie da ridere di Luciano Mondolfo. Poi arrivò il doppiaggio e fu proprio lì, dalla cabina di regia, mentre Monica stava prestando la sua voce a Dorian Gray ne Il grido che Antonioni disse quella frase destinata a cambiare la sua carriera e la sua vita: “Ha una bella nuca, potrebbe fare del cinema”.

Antonioni e il cinema dell’incomunicabilità

L’incontro con Antonioni fece saltare tutti i progetti dell’attrice che stava per sposarsi con un fidanzato architetto. Via il fidanzato, via la carriera teatrale Vitti divenne la musa del regista e di quella pagina del suo cinema dedicata alla nevrosi della coppia, alle inquietudini della donna moderna. Uno dietro l’altro arrivarono L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962) e Deserto rosso (1964): quattro donne diverse ma simili, quattro variazioni sullo stesso tema, la tormentata Claudia che cerca l’amica tra le isole delle Eolie, la tentatrice Valentina che “ruba” Mastroianni a Jeanne Moreau, la misteriosa e scontenta Vittoria che si fa corteggiare senza entusiasmo dall’agente di cambio Alain Delon e la depressa e tormentata Giuliana, moglie di un imprenditore insoddisfatta della vita.

Benvenuta commedia da Monicelli a Sordi

Nella seconda metà degli anni ’60, archiviato il cinema di Antonioni e lo stesso regista da cui si era separata (ma rimasero a vivere uno sopra l’altro per anni), Monica Vitti passò al genere della commedia che aveva ben frequentato a teatro. Con Mario Monicelli (La ragazza con la pistola, 1968) potè finalmente liberare la sua vis comica, già lucidamente preannunciato dal suo maestro di Accademia Sergio Tofano. Essendo bella ed elegante fu tra le prime attrici a saper dimostrare che per far ridere sul grande schermo non bisognava essere per forza bruttine o poco desiderabili. Accanto ad Alberto Sordi (che soffre molto per lei in Amore mio aiutami) cominciò un sodalizio che li porterà al grande successo di Polvere di stelle del 1973. In mezzo ci sono le collaborazioni con i nostri più grandi registi: Ettore Scola (Dramma della gelosiaaccanto a Giannini e Mastroianni), Dino Risi (Noi donne siamo fatte così), Luciano Salce (L’anatra all’arancia), Nanni Loy, Luigi Comencini (due degli episodi di Basta che non si sappia in giro).

L’amore con Di Palma, i suoi film e un po’ di tv

Negli anni Settanta l’attrice fu diretta per tre volte dal compagno di allora, il direttore della fotografia di Antonioni, Carlo Di Palma, passato alla regia. È lei Teresa la ladra, il film di debutto di Di Palma (1973), poi verrà Qui comincia l’avventura (1975), motociclista tuta in pelle e casco integrale nel film a due con Claudia Cardinale (sorta di Thelma e Louise ante litteram) e infine la farà diventare una regina di tabarin (Mimì Bluette…fiore del mio giardino,1976). Negli anni Settanta ecco anche alcune incursioni televisive, mentre continua a frequentare il teatro, nel ’74 si misura con due stelle del piccolo schermo come Raffaella Carrà e Mina cantando con loro Bellezze al bagno nel varietà Milleluci, quattro anni dopo recitò per la televisione nella commedia Il cilindro, di Eduardo De Filippo.

Anni Ottanta e debutto alla regia

Dagli anni Ottanta Monica Vitti cominciò a diradare le apparizioni sul grande schermo, figurando soprattutto nei film diretti dal suo nuovo compagno, il fotografo di scena poi diventato regista Roberto Russo, (Flirt, 1983; Francesca è mia, 1986) che dopo 27 anni di fidanzamento sposò nel 2000 in Campidoglio. Di dieci anni prima il suo debutto come regista per il film Scandalo segreto da lei scritto e interpretato che le regalò un’ultima grande soddisfazione, il David di Donatello per il miglior esordio. È la storia di Margherita, la stessa Vitti, che riceve in regalo da un amico regista una telecamera molto moderna, automatica, completa di telecomando; la sua vita cambierà radicalmente e la macchina le rivelerà non solo il tradimento del marito con la sua migliore amica (Catherine Spaak) ma anche la desolazione della propria esistenza. Nella sua vita ha scritto due libri: nel ’93 Sette sottane, autobiografia che prendeva il titolo dal soprannome che aveva da bambina “sette vestiti” dal momento che, se andava di fretta, era capace di mettersi un abito addosso all’altro e poi, nel ’95, Il letto è una rosa in cui scriveva “Lo smarrimento mi stringe alla gola come un boa trasparente. Non posso dimostrare che ci sia, ma lui mi avvolge e mi striscia sul viso, promettendo orrori…”.

55 donne in una sola

In 35 anni di cinema ha realizzato 55 film. Dando l’addio a Monica Vitti possiamo dare l’arrivederci alle tante donne che ha raccontato con grazia, femminilità e coraggio. Alle donne tormentate di Antonioni, alla spia Modesty Blaise di Joseph Losey, alla siciliana sedotta e tradita che vola a Londra per vendicarsi e scopre la libertà, alla Giuliana di Natalia Ginzburg portata sullo schermo da Luciano Salce in Ti ho sposato per allegria, alla donna che inventò la mossa: Mimì Tirabusciò. E ancora alla fioraia Adelaide divisa tra il muratore Mastroianni e il pizzaiolo Giannini, alla Tosca di Gigi Magni, alla soubrette Dea Dani nella Roma occupata dai nazisti, alla Mimì Bluette di Di Palma… tantissime donne in una sola, Monica: una nessuna e centomila.

Funerali e camera ardente

Venerdì in Campidoglio la camera ardente dell’attrice scomparsa all’età di 90 anni. L’apertura al pubblico, che vorrà darle l’ultimo saluto, dalle 10 alle 18. I funerali invece si terranno sabato 5 nella Chiesa degli Artisti a piazza del Popolo alle ore 15. 

di Chiara Ugolini

Fonte: La Repubblica

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Thierry Mugler, muore lo stilista visionario della moda francese

January 24, 2022 Leave a comment

Esploratore dei diversi ambiti artistici, dalla fotografia, al teatro, aveva 73 anni. La notizia della sua scomparsa è stata annunciata sui social, con un post completamente nero. Attivo dagli anni ’70, Mugler ha vestito con i suoi abiti star come Diana Ross, Lady Gaga, George Michael e Madonna

Thierry Mugler, lo scandaloso stilista che ha dominato le passerelle europee tra la fine degli anni‘80 e l’inizio degli anni ‘90, è morto domenica. Aveva 73 anni: la sua scomparsa (“per cause naturali”) è stata diffusa in modo social, pubblicata sul profilo Instagram ufficiale del suo marchio. “#RIP – recita il testo  – Siamo devastati nell’annunciare la morte del signor Manfred Thierry Mugler domenica 23 gennaio 2022. Possa la sua anima riposare in pace”.

Thierry Mugler, lo scandaloso stilista che ha dominato le passerelle europee tra la fine degli anni‘80 e l’inizio degli anni ‘90, è morto domenica. Aveva 73 anni

Arrivati domenica sera, due dei suoi amici più cari hanno confermato la sua morte ma hanno rifiutato di essere intervistati, dicendo che erano troppo sconvolti.

Il brand

Dal 1975 ad oggi, il brand Mugler è sempre stato sinonimo di moda alternativa: il capolavoro dell’eccesso. Lo stilista è stato uno dei principali artefici di un’estetica della fine degli anni‘80, il creativo che ha coniugato sadomasochismo e haute couture.

La sua silhouette era una specie di triangolo rovesciato con spalle giganti e una vita stretta. Amava il lattice, la pelle e le curve. Le sue prime muse includevano Grace Jones e Joey Arias. Ha avuto una lunga collaborazione creativa con David Bowie e lo ha persino vestito per il suo matrimonio con Iman. La sua spiccata sensibilità lo ha portato dall’haute couture alla messa in scena di uno spettacolo di grande successo delCirque Du Soleil a Las Vegas. Molto tempo dopo essere entrata in uno stato di semi-pensionamento la sua creatività, all’inizio degli anni 2000 è arrivato il suo profumo “Angel”, diventato un enorme successo.

L’elegante sensibilità punk di Alexander McQueen deve molto al lavoro di Mugler. Proprio come il look iniziale di “Bad Romance” di Lady Gaga. Mugler è anche noto per aver vestito alcuni dei più grandi nomi di Hollywood e non solo, tornando nel 2019 vestendo Kim Kardashian per il Met Gala. Il meraviglioso abito a sirena che Mugler ha disegnato per la Kardashian per il Met Gala del 2019, l’ha fatto conoscere a milioni di nuovi fan.

Il cordoglio

“Manfred, sono così onorato di averti incontrato e di lavorare nel tuo meraviglioso mondo – il saluto del suo attuale direttore creativo, Casey Cadwallader – . Hai cambiato la nostra percezione di bellezza, fiducia, rappresentazione e auto-potenziamento. La tua eredità è qualcosa che porto con me in tutto ciò che faccio. Grazie“.

La morte dello stilista francese è stata annunciata anche su Facebook dal suo agente, Jean-Baptiste Rougeot. “Siamo devastati nell’annunciare la morte del signor Manfred Thierry Mugler domenica 23 gennaio 2022”. Il post, condiviso sulla pagina ufficiale dello stilista, è stato un colpo al cuore per tutte le amanti della moda, ma non solo. Perché nella sua carriera, Mugler di successi ne ha raggiunti.

Le sue origini

Nato a Strasburgo il 21 dicembre del 1948, Mugler ha vissuto l’arte e la creatività sin da bambino. Oltre alla danza, da giovane ha subito il fascino del design d’interni. La sua vita, tuttavia, è cambiata quando si è trasferito a Parigi: nel 1970, ha iniziato a lavorare come vetrinista nella boutique Gudule. E, nel suo tempo libero, come chiunque rincorra un sogno, disegnava abiti, seguiva corsi di arte, ricercava il suo stile

La grande mostra a Parigi

“Ma la sua non era ‘una donna oggetto’, bensì un ‘soggetto donna’, che esaltava il corpo cosciente”, sottolinea Thierry-Maxime Loriot, curatore della mostra retrospettiva in corso al Muséee des Arts Décoratifs di Parigi, inaugurata a settembre con una festa, dal titolo “Thierry Mugler: Couturissime”, la prima rassegna dedicata allo stilista: raccoglie circa 150 capi realizzati tra il 1977 e il 2014. “Sono molto felice che una selezione così armoniosa del mio lavoro venga mostrata all’Arts Decoratifs, perché il mio lavoro è strettamente legato alla scultura, alla pittura e a tutte le altre arti decorative”, aveva detto lui stesso della retrospettiva.

“Sono sempre stato affascinato dall’animale più bello della terra: l’essere umano diceva un entusiasta Thierry Mugler – . Ho usato tutti gli strumenti a mia disposizione per sublimarlo: non sono un uomo che guarda al passato, a Parigi ho voluto mettere in scena le mie creazioni e immaginare una visione artistica globale, libera e reinventata. Così mi sono immerso in questa avventura creativa! Oggi si apre un capitolo molto bello per noi, questa è la città che mi ha aperto le braccia, e al Musée des Arts Décoratifs, che per me è il più bello degli scenari”.

Già presentata a Montreal, Rotterdam e Monaco – la mostra è stata inaugurata il 30 settembre dello scorso anno ad apertura della fashion week parigina. Esposte le creazioni di Mugler dal ’73, anno della prima sfilata, al 2003, quando il multiforme genio francese ha deciso di abbandonare il mondo della moda.

Le mostra “Thierry Mugler hierry Mugler: Couturissime“, inaugurata il 30 settembre 2021 al 24 resyterà a perta fino al 24 aprile al  Musée des Arts Décoratifs de Paris, 107 rue de Rivoli, 75001 Parigi

“La danza mi ha insegnato molto rispetto al linguaggio del corpo, l’importanza delle spalle, come tenere la testa, camminare e posizionare le gambe”, spiegava il designer parlando del suo modo di interpretare il movimento.

Iconico, eccentrico e indipendente

A soli 25 anni, il primo negozio, Cafè de Paris, trampolino di lancio verso quella che un anno dopo sarebbe diventata l’azienda Thierry Mugler. Alla fine degli anni ‘90, il lancio del suo profumo, “Angel“, in una bottiglia a forma di stella, diventato uno dei profumi più venduti della storia, capace di rivaleggiare persino con il leggendario “Chanel N 5“.

Eccentrico e con enorme senso di indipendenza, Mugler aveva rifiutato la proposta di Bernard Arnault di dirigere Dior, proprio come aveva rifiutato qualche anno prima di lavorare al guardaroba di un film di Francis Ford Coppola.

Body-building e chirurgia plastica

L’uso della corsetteria e il suo esagerato approccio al corpo femminile gli aveva attirato critiche, ma lui stesso nel 2019, posando per un photoshot con Interview Magazine, aveva spiegato la sua passione per il body-building, lo yoga e la chirurgia plastica. “Penso che sia importante per le persone arrivare a una completa realizzazione di se stessi: sono sempre stato affascinato dal corpo umano e ho volute rendere omaggio a cosa puo’ fare”. Iconico il tributo pubblicato sulla sua pagina Instagram: “Un visionario la cui immaginazione ha consentito alle persone in tutto il mondo di essere più audaci e sognare in grande ogni giorno”.

Fonte: Luce La Nazione

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Gaspard Ulliel, la tragica morte del giovane attore francese

January 21, 2022 Leave a comment

Tragico incidente: perde la vita l’attore Gaspard Ulliel

Il giovane interprete di Hannibal Lecter ha tragicamente perso la vita mentre sciava, in un violento incidente. Una notizia spaventosa che ha colpito il mondo del cinema. Conosciuto in Italia per la sua interpretazione di Hannibal Lecter nel film Hannibal Begins, è morto a seguito di un tragico incidente avvenuto  martedì 18 gennaio 2022, nel primo pomeriggio. Secondo le ultime ricostruzioni, Gaspard Ulliel si sarebbe scontrato con un altro sciatore e così ha perso la vita, tra due piste a La Rosiere, in Savoia. Su quanto accaduto è stata avviata un’indagine.

Il primo ministro francese Jean Castex ha commentato la prematura scomparsa di Ulliel in un post su Twitter: “È cresciuto con il cinema e il cinema è cresciuto con lui”. La notizia è stata riportata dalla famiglia del giovane attore attraverso l’agenzia France Press. Gaspard non è morto subito: quando è avvenuto l’impatto, è stato portato in elicottero al Policlinico universitario di Grenoble. Le sue condizioni si sono rivelate subito molto gravi ed è morto in ospedale.

Gaspard Ulliel, chi era: carriera, figlio e fidanzata: Questa è sicuramente una notizia che nessuno vorrebbe mai leggere, e il mondo del cinema francese ora piange. Gaspard Ulliel è stato scoperto all’età di 19 anni con Anime erranti di André Techiné, insieme a Emmanuelle Beart. Nel 2005 ha vinto il César per il suo ruolo di soldato in Una lunga domenica di passione. Nove anni dopo, ha interpretato il ruolo del famoso stilista Yves Saint-Laurent in una biografia di Bertrand Bonello.

La madre di Gaspard è una stilista e suo padre è un designer. Pertanto, è certamente molto importante per lui vestire questi panni. Tre anni dopo, ha vinto un secondo Premio César per il suo ruolo di scrittore in È solo la fine del mondo, che ha vinto il Grand Prix de la Jury a Cannes. In Francia è noto non solo per le sue interpretazioni nel mondo del cinema.

Infatti, negli anni l’abbiamo visto sfoggiare la sua bellezza come protagonista di vari spot pubblicitari,  come quello di Chanel. È difficile per gli spettatori dimenticare il complicato personaggio di Hannibal Lecter, che ha interpretato nel 2007.

Infine ha partecipato anche alla serie Moon Knight. Gaspard Ulliel era il padre di un bambino di cinque anni con la sua attuale compagna, la modella Gaëlle Pietri.

Fonte: Primo Articolo

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David Sassoli, muore il presidente del Parlamento europeo

January 12, 2022 Leave a comment

Aveva 65 anni. Lascia la moglie e due figli. A settembre aveva contratto una polmonite da legionella. Ieri la grave crisi che lo ha portato nel centro oncologico di Aviano

Non ce l’ha fatta, David Sassoli. Il presidente del Parlamento europeo, ricoverato dal 26 dicembre per una grave forma di disfunzione del sistema immunitario, è morto all’1.15 della notte, a 65 anni. Si trovava nel centro oncologico di Aviano, in provincia di Pordenone. A dare la notizia il suo portavoce da anni, Roberto Cuillo. Il funerale verrà celebrato dal cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, venerdì 14 gennaio alle ore 12 presso la chiesa Santa Maria degli Angeli, in piazza della Repubblica a Roma, mentre la camera ardente si terrà giovedì 13 in Campidoglio nella sala Protomoteca dalle ore 10 alle 18.

Ieri sempre Cuillo aveva annunciato la cancellazione di ogni impegno ufficiale del presidente. E subito erano arrivati messaggi di solidarietà da ogni forza politica e dalle istituzioni dell’Unione. Ancora ieri, dall’account Twitter di Sassoli, partiva un messaggio per ricordare Silvia Tortora, figlia di Enzo.

Sassoli – sposato e con due figli – aveva già dovuto annullare gli impegni istituzionali da settembre a inizio novembre dello scorso anno, a causa di una “brutta” polmonite dovuta al batterio della legionella, come lui stesso aveva spiegato in un video pubblicato su Twitter dopo la guarigione.

Una malattia che gli aveva impedito di presiedere la seduta plenaria nella quale la presidente della Commissione von der Leyen aveva pronunciato il discorso sullo stato dell’Unione. A dicembre Sassoli aveva detto che non si sarebbe ricandidato alla guida dell’Europarlamento. E giovedì prossimo era prevista l’elezione del suo successore, per la seconda metà della legislatura.

Giornalista, conduttore televisivo, vicedirettore del Tg1, Sassoli era entrato in politica come europarlamentare del Partito democratico nel 2009. Una vita con due grandi passioni: il giornalismo e la politica, declinata soprattutto in chiave europea. Un’esperienza, quella nelle istituzioni dell’Unione, culminata con l’elezione alla guida dell’assemblea di Strasburgo il 3 luglio del 2019 (già nel 2014 era stato vicepresidente). Nel 2013, invece, aveva provato a cimentarsi con la politica nazionale candidandosi alle primarie per il sindaco di Roma: arrivò prima di Paolo Gentiloni ma dopo il vincitore, Ignazio Marino.

Nato a Firenze, David Sassoli si era trasferito fin da piccolo a Roma seguendo il padre, giornalista (ma era rimasto tifoso della Fiorentina). Il liceo classico Virgilio, poi l’iscrizione a Scienze politiche, Sassoli passò però subito alla pratica professionale: Il Tempo, l’agenzia Asca, la redazione romana del Giorno e poi la Rai, dove venne assunto nel 1992. E in Rai divenne uno dei volti più familiari per il grande pubblico, come conduttore del Tg1, fino alla vicedirezione nell’era di Gianni Riotta.

Tra le sue ultime battaglie, l’impegno per il voto a distanza nell’era Covid all’Europarlamento e quello per i diritti in Russia e il caso Navalny, per cui era finito nella lista nera di Mosca.

Fonte: La Repubblica

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Lina Wertmuller, muore la regista iconica della commedia italiana

December 10, 2021 Leave a comment

E’ morta Lina Wertmuller, aveva 93 anni

Addio alla regista, si è spenta nella sua casa romana. Prima donna nella storia ad essere candidata all’Oscar. Il lungo applauso della Camera.

E’ morta Lina Wertmuller. La regista, che aveva 93 anni, si è spenta nella sua casa romana la regista. Al secolo Arcangela Felice Assunta Wertmuller von Elgg Spanol von Braueich, era nata nella capitale il 14 agosto 1928. Origine aristocratiche e svizzere, sposata allo scenografo Enrico Job, è stata la prima donna nella storia ad essere candidata all’Oscar, nel 1977, come migliore regista (ma anche per il miglior film straniero e migliore sceneggiatura) per ‘Pasqualino Settebellezze’. Solo nel 2020 le è stato assegnato il Premio Oscar alla Carriera.

Una vita ricca di incontri e amicizie, quella di Lina Wertmuller, incontri che si riveleranno indispensabili e fondamentali per la sua carriera. Sui banchi di scuola conosce Flora Carabella che, qualche anno più tardi diventerà la moglie di Marcello Mastroianni (con lui e Sophia Loren girerà nel 1978 ‘Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici’, pellicola che vanta il guinness dei primati come titolo più lungo nella storia del cinema), tra i suoi attori-icona accanto a Giancarlo Giannini. 

Ancora adolescente la giovane Lina frequenta il mondo del cinema e del teatro, si iscrive all’Accademia Teatrale diretta da Pietro Sharoff, anima un teatro di burattini, collabora all’inizio con Guido Salvini, Giorgio De Lullo, Garinei e Giovannini, lavora in radio e televisione, firma la prima Canzonissima e il ‘Giornalino di Gian Burrasca’ con Rita Pavone protagonista in abiti maschili. La sua prima apparizione sul grande schermo è del 1953 nel ruolo di segreteria di edizione con ‘… e Napoli canta!’ di Armando Grottini, seguirà poi ‘La dolce vita’ felliniana come aiuto regista. Il vero esordio è targato 1963 con ‘I basilischi’, girato tra la Basilicata e la Puglia, Vela d’argento al Festival di Locarno, mentre nel ’68 sotto un ‘nom de plume’ (Nathan Witch) dirige un western all’italiana ‘Il mio corpo per un poker’ con un’affascinante Elsa Martinelli.

Nella seconda metà degli anni ’60 l’incontro con Giancarlo Giannini. Un matrimonio artistico perfetto, un sodalizio irripetibile foriero di trionfi, ovunque nel mondo (‘Mimi metallurgico ferito nell’onore’, ‘Film d’amore e d’anarchia’, ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto, ‘Pasqualino Settebellezze’, ‘La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia’). Al suo attivo oltre 30 film anche come sceneggiatrice accanto a Sergio Sollima (‘Città violenta’), Pasquale Festa Campanile (‘Quando le donne avevano la coda’, ‘Quando le donne persero la coda’), Franco Zeffirelli (‘Fratello Sole, sorella Luna’), Enrico Maria Salerno (‘Nessuno deve sapere’) e serie, corti e film tv, tra i quali ‘Il decimo clandestino’, ‘Francesca e Nunziata’, ‘Roma, Napoli, Venezia… in un crescendo rossiniano’. Nel suo lungo carnet anche la Radio, prosa e varietà, (‘Prova generale’, ‘Un Olimpo poco tranquillo’, ‘La dolce vitaccia’)

Il cinema si trasforma in una palcoscenico dove denunciare e affrontare con coraggio temi politici, come quello del terrorismo (‘Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada’), ma anche per ‘dipingere’ affreschi storici (‘Fernando e Carolina’). E intanto Lina Wertmuller riscopre un’altra grande passione, la lirica. Incursioni rare, ma non passate inosservate. ‘Carmen’ al San Carlo di Napoli per l’inaugurazione della stagione 1986-87, ‘Bohème’ all’Opera di Atene nel 1997 accanto a diverse sceneggiature e regie teatrali che portano la sua firma.

Tra i riconoscimenti, oltre all’Oscar alla Carriera, il Premio Flaiano alla carriera (2008), il Globo d’oro alla carriera (2009), il David di Donatello alla carriera (2010), il cavalierato di gran croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. E’ stata insignita, inoltre, di due cittadinanze onorarie, dai comuni di Napoli e Minori. Lina Wertmuller lascia un’eredità non solo artistica, ma di pensiero e di vita. In una intervista aveva dichiarato: “Più di quello che è stato, mi piace pensare a quello che farò. Forse un altro film, ho tanti progetti in cantiere, e magari un’altra autobiografia. Lavoro e scrivo sempre, ogni giorno, perché la chiave di tutto è sempre lì, nella storie”. Un testamento anche per le nuove generazioni.

FRANCESCHINI: “CLASSE E STILE INCONFONDIBILE”

“L’Italia piange la scomparsa di Lina Wertmüller, una regista che con la sua classe e il suo stile inconfondibile ha lasciato un segno perenne nella nostra cinematografia e in quella mondiale. Prima regista donna a essere candidata all’Oscar per ‘Pasqualino settebellezze’ nel 1977, premio Oscar alla carriera nel 2020, ha avuto una carriera lunga e intesa, consegnandoci opere alle quale ognuno di noi resterà per sempre legato. Grazie, Lina”. Così il ministro della Cultura, Dario Franceschini, nell’apprendere della scomparsa della regista.

LUNGO APPLAUSO DELLA CAMERA

L’aula della Camera con un lungo applauso ha reso l’ultimo omaggio a Lina Wertmuller. E’ stato il deputato di Iv, Luciano Nobili, a dare la notizia che la regista romana era morta all’età di 93 anni. “Nel 1977 è stata la prima donna a essere candidata al premio Oscar per la regia con il film ‘Pasqualino settebellezze’, ben prima di Jane Campion, Kathryn Bigelow o Sofia Coppola che in seguito hanno riconosciuto come l’esempio e il lavoro di Lina Wertmuller fosse stato così importante. “Nel 2020 ebbe l’Oscar alla carriera, un riconoscimento importantissimo che ha onorato il suo cinema, il suo lavoro e il nostro Paese. Credo che tutti gli italiani la ricorderanno per i suoi film, la sua intelligenza e il carattere e la sua grande capacità di coniugare impegno politico, ironia e grande successo popolare”, ha concluso Nobili.

CAMERA ARDENTE IN CAMPIDOGLIO

”Con Lina Wertmüller se ne va una leggenda del cinema italiano, una grande regista che ha realizzato film densi di ironia e intelligenza, la prima donna candidata all’Oscar per la miglior regia. Roma le darà l’ultimo saluto allestendo la camera ardente in Campidoglio”. Così in un tweet il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Fonte: Adnkronos

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Raffaella Carrà, muore una delle più grandi showgirl italiane

July 5, 2021 Leave a comment

Raffaella Carrà, una delle più grandi showgirl italiane, è morta all’età di 78 anni, dopo una malattia che — ha detto il suo ex compagno Sergio Iapino — «da qualche tempo aveva attaccato il suo corpo così minuto, ma pieno di energia»

Raffaella Carrà, una delle più grandi showgirl italiane, è morta all’età di 78 anni. A dare l’annuncio, all’agenzia Ansa, è stato Sergio Iapino, regista di tutti i suoi spettacoli e, per lunghi anni, suo compagno.

«Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre», ha detto, «unendosi al dolore degli adorati nipoti Federica e Matteo, di Barbara, Paola e Claudia Boncompagni, degli amici di una vita e dei collaboratori più stretti».

La malattia

Raffaella Carrà — il cui vero nome era Raffaella Maria Roberta Pelloni  — era nata a Bologna il 18 giugno del 1943. Aveva iniziato la sua sterminata carriera nel mondo dello spettacolo all’età di 9 anni, nel 1952: e nonostante l’enorme successo è riuscita a rifuggire la mondanità, le ospitate, i gossip. 

Si è spenta alle 16.20 di oggi, lunedì 5 luglio, dopo una malattia che — ha spiegato sempre Iapino — «da qualche tempo aveva attaccato quel suo corpo così minuto eppure così pieno di straripante energia. Una forza inarrestabile la sua, che l’ha imposta ai vertici dello star system mondiale, una volontà ferrea che fino all’ultimo non l’ha mai abbandonata, facendo si che nulla trapelasse della sua profonda sofferenza. L’ennesimo gesto d’amore verso il suo pubblico e verso coloro che ne hanno condiviso l’affetto, affinché il suo personale calvario non avesse a turbare il luminoso ricordo di lei». 

«Migliaia di figli»

Nella nota all’Ansa, Iapino descrive Raffaella Carrà come una «donna fuori dal comune eppure dotata di spiazzante semplicità, non aveva avuto figli ma di figli — diceva sempre lei — ne aveva a migliaia, come i 150mila fatti adottare a distanza grazie ad “Amore”, il programma che più di tutti le era rimasto nel cuore».

Le disposizioni sui funerali

Non è ancora noto quando, né dove, si svolgeranno i funerali. Si sa invece — ed è sempre Iapino a comunicarlo — che «nelle sue ultime disposizioni, Raffaella ha chiesto una semplice bara di legno grezzo e un’urna per contenere le sue ceneri. Nell’ora più triste, sempre unica e inimitabile, come la sua travolgente risata. Ed è così che noi tutti vogliamo ricordarla».

La celebrazione da parte del Guardian

Carrà — famosissima non solo in Italia, ma anche in Spagna, «icona gay per le mie canzoni e la mia allegria», come aveva raccontato a Massimo Gramellini — era stata celebrata lo scorso novembre da un lungo articolo del quotidiano britannico «Guardian», che la descriveva come la «pop star italiana che ha insegnato all’Europa la gioia del sesso». «Se è così, sono felice», aveva sorriso nell’ultima intervista a «7», il magazine del Corriere della Sera. «Certo le donne italiane hanno grande simpatia per me perché non sono una mangiauomini: si può avere sex appeal insieme a dolcezza e ironia, non bisogna per forza essere Rita Hayworth». 

Nell’intervista, rilasciata nel dicembre scorso, Carrà lasciava anche spazio al dolore per un anno — il 2020 — che per lei era stato particolarmente duro. «Ho avuto e ho molta paura. Non esco e così questo 2020 è diventato un anno sabbatico. Il 31 dicembre bisogna spaccare tutto. Lo farò in privato nella mia terrazza, a costo di chiamare il muratore il giorno dopo». E concludeva: «Nel giro di poco tempo mi sono vista due volte al telegiornale. Mi sono detta: oddio, che succede. Ho pure pensato: la terza volta diranno che sono morta. E ho toccato ferro». 

Fonte: Corriere Della Sera

Carla Fracci, muore la regina solenne della danza

May 28, 2021 Leave a comment

La ballerina aveva 84 anni. Le origini popolari, lo studio tenace, il successo nei più grandi teatri del mondo. “Mi lamento perché sono polemica, ma la mia è stata una gran bella vita”

È vissuta volando ma di sé diceva orgogliosa: “Sono cresciuta tra i contadini, nelle campagne vicino Cremona, libera, tra molti affetti e necessità concrete. E proprio lì, ben piantate nella terra, ci sono le mie radici”. E così, leggiadra e solida, dolce e tenace, se n’è andata un “monumento nazionale”, un mito del balletto, una delle più grandi artiste della danza internazionale. Carla Fracci è morta a Milano a 84 anni per un tumore che l’aveva colpita già da tempo e che aveva vissuto con coraggio e strettissimo riserbo. “Eterna fanciulla danzante”, la definì il poeta Eugenio Montale. “You are wonderul” le confessò commosso Charlie Chaplin dopo averla vista.

Carla Fracci è stata davvero una artista unica, un misto di concretezza meneghina e leggerezza della poesia, una protagonista sia dell’esclusivo mondo del balletto classico che di quello pop della televisione e dei rotocalchi: un viaggio longevo e trionfale, il suo, delicatissima e struggente Giselle, toccante Giulietta, aerea Sylphide nei più grandi teatri del mondo; non solo la Scala ma anche il Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet, il Royal Swedish Ballet e, dal 1967, artista ospite dell’American Ballet Theatre, con i più eccelsi partner come Erik BruhnRudolf NureyevMikhail BaryshnikovGheorghe IancuVladimir VasilievHenning Kronstam, gli italiani Amedeo AmodioPaolo Bortoluzzi, e coreografi come CrankoDell’AraRodriguesNureyev, ButlerBéjartTetley e molti altri.

Carla Fracci, una vita sulle punte

84 anni quasi tutti passati danzando. Carla Fracci, la ballerina classica più famosa al mondo e considerata una delle più talentuose del Novecento, si è avvicinata alla danza subito dopo la seconda guerra mondiale entrando a far parte della Scuola del Teatro alla Scala dove è stata sempre di casa. Nella sua lunga carriera è stata nel corpo di ballo del London Festival Ballet, il Sadler’s Wells Ballet, ora noto come Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet e il Royal Swedish Ballet. Ha ballato con tutti i principali danzatori da Rudolf Nureyev a Roberto Bolle, tra i tanti riconoscimenti nella sua carriera il premio del Senato che le è stato attribuito lo scorso anno. Molti dei suoi lavori sono stati realizzati in collaborazione con il marito, il regista Beppe Menegatti, con cui ha avuto un figlio Francesco.

Carla Fracci era nata il 20 agosto del 1936 a Milano. Amici di famiglia convincono i genitori a iscriverla alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala dopo averla vista muoversi nel salone del dopolavoro del papà tranviere. Carla ha 10 anni, è magra, esile, “all’inizio non capivo il senso degli esercizi ripetuti, del sacrificio, dell’impegno mentale e fisico. Io, poi, sognavo di fare la parrucchiera. Fu pesantissimo”, raccontava in una intervista sui suoi inizi. Ma il visino dolce, la leggerezza dei movimenti colpiscono le insegnanti, Vera Valkova, Edda Martignoni, Paolina Giussani e a 12 anni è una comparsa in La bella addormentata con Margot Fonteyn. L’incontro ravvicinato con la grande ballerina le fa capire che i sacrifici, lo studio, la disciplina possono produrre poesia. Si diploma nel 1954, nel 1955 debutta nella Cenerentola alla Scala; nel 1958, a 22 anni, viene promossa prima ballerina.

Sapienza tecnica, leggerezza, una spiccata capacità interpretativa le aprono i teatri del mondo e i maggiori ruoli (ne ballerà circa centocinquanta): oltre ai popolarissimi Lago dei cigniLo schiaccianoci, diventano suoi i ruoli romantici, Giulietta, la Swanilda di Coppelia, Francesca da Rimini, soprattutto Giselle, il “suo” personaggio: nei panni della giovane contadinella innamorata, coi capelli sciolti e un leggerissimo tutù, entrerà per sempre nella storia del balletto.

Dopo la prima del 1959 a Londra al Royal Festival Hall, Fracci sarà Giselle in tantissime edizioni e tra le più belle si ricordano quella con Erik Bruhn al Met, e l’altra con Nureyev. L’incontro con Rudy risale al 1963 e sarà un sodalizio artistico che incanterà mezzo mondo per oltre un ventennio. “Ballare con Rudolf era una sfida. Carattere difficile. Eccentrico e competitivo. Ma di grandissima generosità. Era inammissibile per lui che nel lavoro non ci si impegnasse. E per guadagnarsi la sua stima, bisognava essere più forti e uscirne vittoriosi”, ricorderà lei che proprio nei primi anni Sessanta, aveva lasciato la Scala (con una polemica per un balletto cancellato) e da ballerina indipendente, era diventa l’étoile italiana più famosa nel mondo, “la prima ballerina assoluta” scriverà il New York Times.

“In tanti mi hanno chiesto come ci si sente a essere un mito. Ma i miei che erano dei lavoratori, padre tranviere, madre operaia mi hanno insegnato che il successo si deve guadagnare. E io ho lavorato, lavorato, lavorato… “. Continua a farlo anche dopo il matrimonio con Beppe Menegatti, aiuto regista di Visconti, nel ’64, e dopo che è diventata mamma nel ’68. Con Menegatti realizzerà molti spettacoli e personaggi (Medea, Pantea, Titania, Ariel, Luna, Ofelia, Turandot), coinvolgendo compagnie non sempre all’altezza del suo nome. “L’importante è che la gente veda la danza” diceva, e lei lo ha fatto vedere con sorprendente longevità anche fuori dal repertorio classico – e tra MedeaConcerto baroccoLes demoiselles de la nuitIl gabbianoLa bambola di Kokoschka, svetta la Gelsomina de La strada di Nino Rota creata apposta per lei dal coreografo Mario Pistoni – e anche fino a 80 anni quando, fisico ancora asciutto, elastico, fece un cameo in La musa della danza al San Carlo di Napoli.

Ben prima di Roberto Bolle, Carla Fracci ha contribuito a portare la danza in contesti pop, a cominciare dalla televisione: nel’67 con Scarpette rosa, di Vito Molinari, in molti show del sabato sera e ancora in quella che resta una autentica e notevole prova di attrice, nello sceneggiato tv su Giuseppe Verdi, come indimenticata Giuseppina Strepponi, la soprano e seconda moglie del compositore (ma attrice lo è stata anche al cinema in Storia vera della signora delle Camelie di Bolognini con Isabelle Huppert e Gian Maria VolontéNijinskij di Herbert Ross con Jeremy Irons), fino alle civetteria di ridere con autoironia della bella imitazione di Virginia Raffaele al Festival di Sanremo.

Per la diffusione del balletto, d’altra parte, Carla Fracci si è spesa nei contesti più diversi, anche politici. Da sempre mpegnata a sinistra (nel 2009 diventa assessore alla Cultura della Provincia di Firenze) si è battuta contro lo smantellamento dei Corpi di Ballo dalle fondazioni liriche, anche con un appello nel 2012 all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Il ballo classico ha dato prestigio al nostro Paese ed è triste che oggi sia considerato residuale. Un’arte nobile come questa non può essere trattata come una Cenerentola”.  Lei stessa si era impegnata in prima persona a tenerli vivi: alla fine degli anni Ottanta quando dirige il Corpo di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli, poi nel ’96 quello dell’Arena di Verona, e dal 2000 per dieci anni alla testa della compagnia di danza all’Opera di Roma, tuttavia sempre nel rimpianto, carico di rancori, della mancata direzione del balletto alla Scala dove proprio per questi dissapori non ballerà più dal ’99.

A gennaio di questo 2021 è il nuovo direttore del Ballo, Manuel Legris, a invitarla a tenere due masterclass su Giselle, ricucendo così quella rottura, e di cui resta una testimonianza nella docufiction Corpo di ballo su RaiPlay. “Mi ha toccata l’accoglienza di tutto il teatro, il lungo applauso. Ho sentito rispetto e gratitudine. Spero che ci saranno altre di queste masterclass. Ai giovani voglio spiegare che la tecnica c’è ma non va esibita”. Leggendaria la sua frase “la danza non è piedi e gambe. È testa”, che racchiude tutta la sua poetica.

La sua storia, invece, l’ha raccolta nell’autobiografia Passo dopo passo (Mondadori, 2013), che ora diventerà una fiction tv con Alessandra Mastronardi: non solo ha dato la sua consulenza insieme al marito e alla storica collaboratrice Luisa Graziadei, ma ha regalato un cameo nei panni della sua insegnante alla scuola della Scala. Come a chiudere il cerchio. “Mi lamento spesso e sono una polemica” ha confessato in una delle ultime apparizioni tv, vestita di bianco, come sempre, suo unico vezzo, “ma la mia è stata una gran bella vita”.

di Anna Bandettini

Fonte: Repubblica

Franco Battiato, muore il genio della musica italiana

May 19, 2021 Leave a comment

Aveva 76 anni. Nella sua lunghissima carriera ha consegnato brani indimenticabili come ‘La cura’, ‘Centro di gravità permanente’ ma è stato anche regista cinematografico. Compositore e artista poliedrico, aveva 76 anni. Si è spento nella sua casa di Milo

È morto Franco Battiato. Il cantautore si è spento oggi nella sua residenza di Milo, era malato da tempo. Dopo la frattura al femore e al bacino era riapparso sui social ma non più in pubblico. Era nato a Jonia il 23 marzo del 1945, aveva 76 anni. La conferma è stata data dalla famiglia che fa sapere che le esequie si terranno in forma strettamente privata e ringrazia tutti per le innumerevoli testimonianze di affetto ricevute. I funerali si terranno infatti domani in tarda mattinata nella chiesetta all’interno della villa del maestro, villa Grazia, la casa di Milo che il cantautore catanese aveva dedicato alla madre. Ad officiare il rito funebre saranno padre Orazio Barbarino, parroco di una chiesa di Linguaglossa e un sacerdote di Milano, amico del fratello di Battiato. Il corpo del cantautore, per un suo preciso volere, sarà cremato e le spoglie ritorneranno a villa Grazia.

Difficile incasellarlo, impossibile metterlo all’interno di un genere, dargli una pur semplice etichetta, e quindi se c’è un modo semplice per spiegare il suo lavoro è quello di chiamarlo “artista” e godere della sua musica senza tempo, ma anche del suo cinema, della sua pittura. Nella sua lunghissima carriera ha consegnato brani indimenticabili come La cura, Centro di gravità permanente, Voglio vederti danzare. E sulla morte diceva: “Non esiste, è solo trasformazione”.

Capace di spaziare tra generi diversissimi dalla musica pop a quella colta, toccando momenti di avanguardia e raggiungendo una grande popolarità, ha sperimentato l’elettronica, si è misurato con la musica etnica e con l’opera lirica. Ha diretto anche diversi film tra cui Perdutoamor Musikante su Ludwig van Beethoven presentato alla Mostra del cinema di Venezia.

Le visioni e le emozioni

La sensazione che una specie di appagamento interiore, di soddisfazione artistica, l’avesse alfine raggiunta, dopo tanto peregrinare, l’aveva data nel 1991, quando uscì Come un cammello in una grondaia. Il titolo diceva già tutto di quello che era diventato Battiato, ovvero un cantautore che sceglieva un titolo ispirandosi ad Al-Biruni, uno scienziato persiano del XII secolo. A dir poco insolito. Nel disco c’era uno strano pezzo intitolato L’ombra della luce, non certo dei suoi più famosi, anzi, una mini-sinfonia di 4 minuti che sprigionava una calma e trasognata serenità. Come se esibisse un frammento di assoluto. Il pezzo aveva qualcosa di misterioso, come fosse dovuto a logiche poco attinenti al mondo della canzone, ed effettivamente quando gli chiedemmo ragione di questa sensazione lui rispose con uno sguardo consapevole e commosso: “sì, è proprio così, quel pezzo è arrivato da altrove”. Confessò che gli aveva attraversato la mente mentre era assorto in meditazione. Era fatto così, si commuoveva per queste visioni, non certo per i sentimenti ordinari, per gli amori cantati, e la sua rivoluzione l’aveva portata avanti proprio così, combattendo gli stereotipi, le rime facili, i mielosi sentimentalismi. E del resto in quello stesso disco c’era anche Povera patria, la più struggente elegia cantata in Italia di fronte allo scempio della bellezza e della dignità umana. Un pezzo da ascoltare sempre, come una salutare prescrizione medica, come un compito da assolvere nelle scuole.

Battiato e quella storia iniziata nel 1971

Alle canzoni c’era arrivato quasi per scommessa. Anzi ci era tornato per scommessa, perché i suoi primi anni nella musica furono milanesi, alla corte della grande editoria musicale del tempo, in Galleria, dove si era trasferito abbandonando la natia Sicilia, e dove provò effettivamente a fare il cantantino commerciale per qualche anno, seppure con scarsi esiti, ma è l’unico passato che Franco rinnegava. Non amava quella roba, non la ricordava con simpatia.

La sua storia cominciò davvero nel 1971, quando uscì dalle nebbie purpuree della rivoluzione come artista devastante e minaccioso, autore di dischi avanzati e sperimentali come Fetus Pollution e protagonista di spettacoli che stordivano o addirittura facevano infuriare gli spettatori. Era spietato, abnorme, col volto trasfigurato dai trucchi, una vocazione all’“épater le bourgeois” che tutto sommato gli è rimasta addosso per tutta la vita, anche quando da quelle lussureggianti provocazioni era passato a qualcosa di più consonante. Ma è vero che i successi arrivarono per scommessa, come lui stesso ha raccontato anni dopo, ricordando di aver risposto alla provocazione di un pugno di giornalisti musicali, tra cui il sottoscritto, radunati intorno alla rivista alternativa Muzak, che gli dissero che forse, se anche avesse voluto scrivere canzoni popolari, non ne sarebbe stato capace.

L’era del cinghiale bianco

Detto fatto, si mise a scrivere canzoni, anche se il primo dei dischi della nuova “era”, alla lettera L’era del cinghiale bianco, sembrava tutt’altro che popolare, ma era un gioiello, delicato e suggestivo, intrigante, ipnotico, capace di indicare una strada nuova percorsi che la nostra canzone non aveva m ai battuto. E non erano solo gli argomenti, fascinazioni mistiche, esoterismi, citazioni colte, era il linguaggio stesso che era inedito, una scelta quasi oggettiva, senza partecipazione emotiva, spesso incastrando frasi con una tecnica di montaggio frammentata e surreale, con perle di staordinaria bellezza come Stranizza d’amuri, ben ribadita dal seguente Patriots, il suo secondo capolavoro, con Veneza-IstanbulProspettiva Nevski, dove si definisce ancora meglio quel sorprendente modo di intendere melodie e parole.

‘La voce del padrone’ e il boom commerciale

Poi arrivò l’esplosione commerciale, puntuale e travolgente con La voce del padrone, con pezzi che sembrarono inni intelligenti e spiazzanti dell’alba degli anni Ottanta, ovvero Bandiera biancaCuccurucucù e Centro di gravità permanente, una sbalorditiva sequenza che andò a celebrare un periodo irripetibile della canzone d’autore italiana e che portò al livello di massa idee e concetti che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo qualche anno prima.

Di quel clamoroso successo Battiato era allo stesso tempo lusingato, appagato, ma anche infastidito. Dopo aver dimostrato che era possibile, che grazie anche a un periodo di fertile Rinascimento culturale, si poteva utilizzare la canzone per fare arte, ironica, leggera, ma allo stesso tempo incisiva e a suo modo profonda, decise che bisognava andare avanti, migliorarsi, tornare ad atmosfere più pacate, più adatte al suo modo di concepire la musica e la performance. Il tono si fece più dolente, riflessivo, ma sempre più prezioso, e furono E ti vengo a cercareL’oceano di silenzio fino alla inarrivabile La cura, tutti pezzi che possedevano l’insondabile ambiguità del doppio significato, rivolti ad amori terreni, così come a pensieri astratti, celesti, spirituali.

In realtà Battiato è stato anche tante altre cose, regista di film, autore di opere incredibilmente aliene e anche quelle lontane dagli stereotipi classici, pittore, generoso benefattore di giovani musicisti al cui appello non ha mai saputo né voluto resistere, autore di canzoni per altri e soprattutto per tante voci femminili che ha coltivato come un’arte a se stante, da Alice a Milva.

La ricerca della spiritualità

In fin dei conti è stato soprattutto un accanito ricercatore di arte e spiritualità, non disposto a compromessi, rigoroso, coerente. A volte sembrava spigoloso, quasi burbero, ma in genere capitava quando si trovava di fronte all’imbecillità o all’ignoranza, quelle davvero non le sopportava, altrimenti era gentile, protettivo, un uomo che aveva scelto la musica per raggiungere un obiettivo che andava molto al di là della musica stessa. Per questo il suono gli era sacro, per questo l’atto della composizione era per lui il più sublime e insostituibile dei gesti umani, l’unico in grado di elevarci, di portarci in prossimità di quella verità che ha inseguito per tutta la vita, fino all’ultimo dei suoi giorni terreni.

di Gino Castaldo

Fonte: Repubblica

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Nick Kamen, muore il cantante modello protégé di Madonna

La notizia diffusa da Boy George. Il cantante aveva 59 anni e aveva avuto grande successo alla fine degli anni Ottanta anche grazie a uno spot dei jeans Levi’s

È morto il modello e cantautore inglese Nick Kamen, pupillo di Madonna. Conosciuto per la sua hit Each time you break my heart del 1986, Kamen aveva 59 anni. La notizia è stata data dal suo amico Boy George con un messaggio via Instagram. Da tre anni Kamen combatteva contro un tumore.

Nick Kamen, che era nato nell’Essex con il nome di Ivor Neville Kamen, raggiunse la notorietà a 23 anni prima di diventare cantante grazie alla pubblicità uscita in tutto il mondo dei jeans Levi’s 501. Nello spot si vede il modello, al quale proprio in quella occasione venne dato il soprannome di Nick, entrare in una lavanderia in jeans e maglietta bianca e togliersi poi i vestiti rimanendo in boxer prima di metterli in lavatrice, sulle note di Heard it through the grapevine di Marvin Gaye. Fu proprio quello spot, notato da Madonna, a mettere in contatto Kamen con la Material Girl che scelse di affidargli una canzone scritta con Stephen Bray, proprio la hit Each time you break my heart, in cui Madonna compare per i cori.

La hit, che raggiunse la vetta della classifica inglese e ottenne grande successo anche in Germania, Spagna, Francia e Italia, diede il titolo all’omonimo album che seguì, primo dei quattro dischi che Nick Kamen pubblicò tra il 1987 e il 1992. Per il suo secondo album Us del 1988, Madonna gli assicurò la collaborazione del suo produttore Patrick Leonard, offrì i cori in Tell me ma non si occupò più della scrittura e della supervisione come aveva fatto in occasione del primo album. Il brano Tell me ottenne uno straordinario successo soprattutto in Italia, dove durante i mesi estivi rimase per nove settimane in prima posizione nella classifica dei singoli.

L’anno successivo Kamen cantò il brano Turn it up per la colonna sonora del film Disney intitolato Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi. Ma è nel 1990 che l’artista inglese piazza il suo successo internazionale più grande, I promised myself, che raggiunse il primo posto in classifica in otto Paesi europei, il quarto singolo più suonato dalle radio e dalle tv quell’anno. Il suo ultimo album nel 1992, quando Kamen fece uscire Whatever, whenever. Da allora un sostanziale silenzio interrotto oggi dalla notizia della sua morte. 

Il motivo non confermato della sua morte sarebbe un cancro al midollo osseo: unica fonte della notizia è la pagina Instagram dell’amico fotografo Johnny Rozsa, che nel 2018 aveva pubblicato una foto insieme a Kamen in una stanza d’ospedale e ora dopo l’annuncio della morte in un post scrive: “Non molto tempo prima della diagnosi di cancro al midollo osseo, Nick Kamen venne a farmi visita quando era di passaggio a Londra. Ho milioni di ricordi della nostra lunga amicizia e sono veramente devastato dalla notizia della sua scomparsa questa mattina”.

di Carlo Moretti

Fonte: Repubblica