Archive

Archive for the ‘Interviste’ Category

“A letto con Tilda”, conversazione intima con Tilda Swinton

April 3, 2021 Leave a comment

Conversazione intima tra un noto drammaturgo a teatrale e la più eterea delle star cinematografiche. Che, tra le lenzuola, parlano di cinema, moda, letteratura e… famiglia queer allargata

Questo articolo è pubblicato sul numero 14 di Vanity Fair in edicola fino al 6 aprile 2021

Per anni ho sognato il mio primo incontro con Tilda, un’attrice che non ha bisogno del cognome. Nelle mie fantasie giovanili, quando avevo scoperto il suo lavoro mentre divoravo Derek Jarman, immaginavo di incontrarla a un party frequentato da persone del mondo delle lettere, dell’arte e della moda, a cui io partecipavo, per caso, come «più uno» di qualche invitato. Oppure, immaginavo di essere ricevuto nella casa di famiglia in Scozia, dove avrei trascorso un weekend d’autunno nel suo giardino – come poi è successo a Nikolai von Bismarck, che ha scattato le foto di questa storia nella sua bellissima magione nelle Highlands scozzesi.

Ma, come tante fantasie, la mia non si è avverata. Il nostro primo rendez-vous è avvenuto via Zoom: io a Notting Hill e lei in Galles, immersa nei preparativi per un film di Joanna Hogg. Nonostante lo schermo, l’incontro è stato sublime, più intimo di quanto potessi immaginare. Tanto che è partito a letto…

Buongiorno, Tilda. Non è incredibile il fatto che entrambi stiamo parlando comodamente dal letto?

«Dovrebbe essere sempre così. Qui in Galles ho un letto un po’ strano, ma la carta da parati è molto bella».

Nemmeno io sono in camera mia, ma in un seminterrato, in casa di amici. È riuscita a lavorare durante tutto il lockdown, vero?

«È stato solo un caso. Pedro Almodóvar e io avevamo pianificato per mesi il nostro piccolo film, The Human Voice, poi tutto si è fermato. Ci siamo guardati e abbiamo detto, “Be’, in realtà si può fare: i protagonisti sono solo una donna e un cane”. È stato emozionante: eravamo arrivati al punto in cui i registi si stavano chiedendo che ne sarebbe stato di loro. Noi abbiamo accettato la sfida».

In generale, questo periodo non dovrebbe essere un momento di pausa, ma di spazio per l’invenzione.

«Concordo. Il bisogno aguzza l’ingegno. È buffo perché mi rendo conto del fatto che chi, come me, è cresciuto in modo non convenzionale sa gestire questo tipo di ostacolo, grazie alla sensazione di potersela cavare con poco ovunque. E c’è una parte di me, come professionista, che trova tutto ciò particolarmente eccitante».

Mi sono sempre chiesto come sia passata dalla Royal Shakespeare Company ai film di Derek Jarman, alla collaborazione con il performer Joan Jonas.

«Sotto molti punti di vista, per me il vero esperimento è stata la partecipazione alla Royal Shakespeare Company. È stata un’ottima opportunità per capire cosa non volevo fare. Mi ero messa a recitare in teatro perché avevo smesso di scrivere ed era un modo di stare con i miei amici che bazzicavano sul palcoscenico».

Come mai ha smesso di scrivere?

«Sono arrivata all’Università di Cambridge per diventare scrittrice, e ho mollato appena entrata. Sono ancora un po’ traumatizzata, mi sa».

Cos’è successo?

«Ero sopraffatta. Qualche anno fa sono tornata a Cambridge per l’inaugurazione della facoltà di Cinema e media: ero invidiosissima, perché quando studiavo io non c’erano corsi del genere. Quando ho incontrato una mia professoressa dell’epoca, le ho detto proprio così, che ero sopraffatta, a bassa voce. E lei ha risposto: “Oh, succede a molti. Ti esaurisci appena entri nel mondo accademico”. Per fortuna ho ritrovato in fretta la mia strada».

Ha recitato in due film, The Souvenir parte uno e due, con sua figlia Honor. Com’è stato?

«È passato un po’ di tempo da allora: mia figlia ora studia Psicologia e Neurologia a Edimburgo. In ogni caso, Honor è stata straordinaria. Si è messa in gioco con una grande apertura, con grazia e senza nessuna intenzione di seguire un percorso specifico. Mi sembra un dono fantastico poter condividere qualcosa di speciale con chi ami profondamente. Uno dei miei obiettivi è fare un film con più membri della mia famiglia. È una cosa meravigliosa, non vedo l’ora di realizzarla. Ogni tanto penso a come dev’essere per i miei figli. Sono circondati dall’arte. La nostra casa è piena delle opere del padre (il pittore e commediografo scozzese John Byrne, ndr) e del mio attuale compagno (l’artista tedesco Sandro Kopp, ndr); guardano film diretti da amici di famiglia; leggono libri scritti dai loro padrini. Mi sembra il lusso più incredibile che si possa immaginare. Io, invece, sono cresciuta in un ambiente in cui mi sentivo come quei bambini che vengono scambiati nella culla».

Ha provato nostalgia durante i vari lockdown?

«La mia primissima reazione è stata tornare ai primi amori: Michael Powell ed Emeric Pressburger, Hitchcock, Carole Lombard. Questo periodo è una sfida all’immaginazione e alla fantasia, che poi sono quello che facciamo al cinema. Ovunque si sono levati cupi presagi sul futuro nero del grande schermo, ma non sono mai stata d’accordo. Come direbbe Slavoj Žižek, abbiamo bisogno del cinema per conoscere i nostri desideri. Penso che la pandemia ci abbia fatto rendere conto ancora di più dell’importanza del cinema e della musica. Certo, siamo grati ai servizi di streaming, ma ci sono corde che non toccano. Mi spiace anche per chi, come lei, lavora in teatro».

Già. Sono preoccupato per i miei coetanei e per le persone più giovani di me che non hanno ancora avuto la possibilità di mostrare il loro talento, e forse non ce l’avranno per molto tempo.

«Sono d’accordo ma, allo stesso tempo, non solo perché sono una spudorata ottimista, ma perché credo nell’intelligenza, penso che i giovanissimi capiranno come fare. Sono altri che hanno bisogno di compassione e sostegno: quelli un po’ più grandicelli, che avevano già cominciato a scaldare i motori».

Tornando all’invenzione, cosa pensa della moda?

«Sono davvero grata di aver conosciuto, proprio all’inizio della mia carriera, una serie di persone geniali che lavoravano nella moda. Sono diventate amiche e poi abbiamo iniziato a collaborare. Per me sono importanti come i registi, gli scrittori o gli artisti con cui ho lavorato».

Chi erano queste persone?

«Avevo un rapporto meraviglioso con Karl Lagerfeld, che all’inizio non mi spiegavo visto che io assomigliavo a un gamberetto e lui lavorava nell’impero del bello. Detto questo, è grazie a lui che sono entrata in contatto con Chanel, che continua a essere una grande fonte di ispirazione. Da quando Karl se ne è andato, mi pare che la maison abbia sviluppato uno stile più lirico e aggraziato. La sensibilità di Virginie Viard rende i capi flessibili, adatti al movimento del corpo. L’apertura e la fluidità, che caratterizzano gran parte delle odierne interazioni sociali, si riflettono ovunque, inclusa la moda. È una folata di aria fresca, e sono convinta che sia Karl Lagerfeld sia Coco Chanel – entrambi grandi fautori della modernità – la accoglierebbero calorosamente».

Il capo Chanel che preferisce?

«Stiamo girando nel gelo invernale del Galles rurale e, ogni mattina, quando mi butto giù dal letto, penso a quanto sono fortunata ad avere tre capi Chanel di cui ormai non posso fare a meno: una tuta da lavoro in denim spesso, grigio scuro, che infilo sopra i vestiti o il pigiama; una maglia da marinaio dalla collezione Hamburg e un paio di stivali da neve alla caviglia blue navy. Oggetti eterni. È questa la gloria di Chanel: la capacità di durare e la praticità, a prescindere da quanto siano stravaganti o raffinati».

Altri stilisti che la ispirano?

«Iris van Herpen. E, ovviamente, Haider Ackermann. È come un fratello per me, nonché un collaboratore prezioso. Lavoriamo insieme da vent’anni».

Come ha festeggiato i sessant’anni?

«Non mi sarei mai immaginata un compleanno così, perché cadeva il primo giorno di riprese del mio nuovo film con Joanna Hogg, che è la mia più vecchia amica: non nel senso che lei è vecchia, ma nel senso che ci conosciamo da quando avevamo dieci anni. Ho come sentito il rintocco di una campana. Un magnifico suono che segnava l’inizio delle riprese il giorno del mio compleanno».

Sono poche le persone che riescono a fare carriera lavorando principalmente con artisti queer, eppure lei ci è riuscita. È stato voluto?

«Be’, ho incontrato Derek Jarman quando avevo 24 anni. Ero appena uscita dall’università e stavo per capire che non volevo diventare una performer. Ho lavorato nel teatro sperimentale, al Traverse e all’Almeida, di cui ho ricordi molto belli. Ma sono tagliata fuori adesso – un po’ come Rip van Winkle del racconto di Irving – perché vado molto raramente a Londra. Quando sono nati i miei figli, mi sono trasferita nelle Highlands, quindi vivo isolata dal mondo. So che l’Almeida è stato trasformato in un posto funzionale, all’avanguardia, ma c’era la segatura sul pavimento quando ci lavoravo io negli anni ’80 e nei primi anni ’90. Per me, però, era un luogo fantastico».

Che mi dice del cinema?

«Era prima del cinema indipendente con la I maiuscola. C’erano David Lean e Merchant Ivory, oppure il British Film Institute, ed è lì che ho trovato la mia tribù. Derek Jarman, Peter Greenaway, Sally Potter, Peter Wollen. Essere queer, per me, ha a che fare con la sensibilità. Ho sempre sentito di esserlo io stessa: stavo solo cercando il mio “circo”, e l’ho trovato. È il mio mondo. Ora ho una famiglia con i registi Wes Anderson, Bong Joon-ho, Jim Jarmusch, Luca Guadagnino, Lynne Ramsay, Joanna Hogg».

Il suo prossimo film, The French Dispatch di Wes Anderson, uscirà più avanti quest’anno. Anticipazioni?

«Interpreto J.K.L. Berensen, la corrispondente del giornale che dà il titolo al film. Ho avuto il grande onore di lavorare con Wes e la sua allegra banda diverse volte e, come sempre, è stato un vortice di piacere, talento e genio mozzafiato. Una vecchia fabbrica di feltro riempita con una miriade di set e i loro mondi, dagli abbaini ai campi di grano, dagli aerei divisi in due ai salotti, ai vernissage eleganti. Ogni giorno ci davamo un pizzicotto per capire se fosse tutto vero. Come Wes abbia immaginato, e ottenuto, ogni dettaglio di questa visione sarà sempre un mistero per noi. È un forziere pieno di tesori meravigliosi. E non vediamo l’ora di presentarlo al mondo».

Alcuni artisti emergenti che le piacciono particolarmente?

«Conosce un comico che si chiama Julio Torres?».

Adoro Julio, è un grande amico.

«È come una finestra su un mondo. Amo anche lo stilista Charles Jeffrey, e c’è un’artista francese molto interessante che si chiama Jeanne Vicerial. È straordinaria. In realtà, ho fatto un elenco perché immaginavo che mi avrebbe fatto una domanda sui giovani talenti. Poi, però, mi sono resa conto che alcuni di loro non sono proprio così giovani».

Non occorre che siano giovani anagraficamente.

«C’è un pittore interessante che si chiama Salman Toor. Mi imbarazza aver messo nel mio elenco Lizzo e Lady Leshurr, perché tutti li conoscono, ma forse li ho citati perché li ho conosciuti all’inizio della loro carriera. E c’è un meraviglioso regista indonesiano, chiamato Edwin – solo Edwin – che vale la pena cercare. Magari, se citiamo i loro nomi sulle pagine di questo giornale, qualche lettore potrebbe googlarli e scoprirli».

Lei si cerca mai su Google? Sono curioso di sapere se è consapevole di tutti i meme in cui compare. È diventata un riferimento costante su Twitter e Instagram.

«No, no, no, no, sono una luddista assoluta. Non sono presente su nessun social media, non lo sono mai stata. Ma sono felice che la gente si diverta con queste cose».

Non posso credere che lei riesca a vivere completamente senza social.

«Ho altre cose da fare. So che cosa sta succedendo. È come se ci fosse una foresta in fiamme da qualche parte in fondo al giardino, e io mi concentrassi sulle mie rose».

Pensa che, un giorno, la scrittura che fa con il corpo si trasformerà di nuovo in scrittura sulla pagina?

«È buffo perché mi è stato chiesto di tenere il discorso in memoria di Derek Jarman al Festival Internazionale del Cinema di Edimburgo del 2002. Volevo dire di no, che non sapevo scrivere, ma poi mi sono seduta e il ghiaccio si è sciolto. E, da allora, ho scritto saggi abbastanza regolarmente. Abbiamo una tartaruga a casa ed è come il mio avatar da scrittrice: se le metti davanti una foglia di lattuga, la sua piccola testa fa capolino. Allo stesso modo la mia testa si sta avvicinando lentamente a una sceneggiatura, ma senza sforzi. Piano piano».

Ho un’ultima domanda per lei.

«Prego».

In tutte le sue avventure ha saputo mantenere uno spirito indipendente senza scendere a compromessi. Nella moda, nel cinema, nelle scelte che fa, che cosa la tiene sempre sulla retta via?

«Non ho mai avuto alcuna ambizione come artista. Può sembrare assurdo e trasgressivo, ma è un dato di fatto. Se me l’avesse chiesto quando avevo 10 o 20 anni, avrei detto che le mie uniche ambizioni erano avere una famiglia, amici che mi fanno ridere e che ridono alle mie battute, vivere nelle Highlands scozzesi, vicino al mare, con un sacco di cani e un orto. Giuro. Riuscire a realizzare i miei sogni è stata una benedizione. Tutto il resto è un di più. È zucchero a velo, fiori e candele».

di JEREMY O. HARRIS / Foto NIKOLAI VON BISMARCK servizio di JERRY STAFFORD

Fonte: Vanity Fair

“Cerco sempre una deriva”, intervista di Elisa Fuksas

January 19, 2020 Leave a comment

Elisa-Fuksas-photo-Pietro-Coccia-1

La regista del nuovo film Netflix The App, “Sono curiosa, ma anche molto essenziale; ho il terrore di rimanere nel punto in cui sono nata, cerco sempre una deriva, un qualcosa che mi porti altrove, indietro o avanti che sia…”.

“Possiamo innamorarci di un’idea e per questa andare fino in fondo, senza sapere a cosa porterà? È possibile dimenticare il mondo, la vita, la realtà, per un sogno d’amore? È possibile perdere tutto per trovare se stessi?”. Parte da queste domande la giovane regista Elisa Fuksas con il suo nuovo film, The App, in arrivo su Netflix dal 26 dicembre prossimo con Nick (Vincenzo Crea) – il rampollo di una famiglia ricca che vuole fare l’attore – ed Eva (Jessica Cressy) – un tipo pragmatico, una borghese risoluta – divisi tra Los Angeles e Roma in un’estate torrida. C’è poi Maria (Maya Sansa) che è una voce che non può non farci ricordare quella di Her – il film di Spike Jonze con Scarlett Johansson – ma qui non è un algoritmo, perché esiste davvero. Intimità è la parola che viene in mente guardando questo film, la stessa che ci viene mostrata in tutti i modi, violata, condivisa, compresa o semplicemente negata in ogni scena e se questo accade, il merito va tutto alla Fuksas che è riuscita a scrivere (assieme a Lucio Pellegrini) e poi a dirigere un film che è una sorta di rilettura 2.0 del mito di Narciso. C’è un ragazzo ricco, c’è una donna – pardon, due – e un cellulare. In mezzo, un Oceano di sentimenti, lontananze, incomprensioni, non detti, silenzi e parole, tante, tantissime parole, pronunciate a voce o scritte in un messaggio. Lui è innamorato di se stesso e non riesce a vedere il volto dell’altro, figuriamoci quello del mondo, e al posto del lago per guardarsi dentro si specchia in un’altra immagine liquida che è lo schermo del cellulare scatenando un triangolo erotico-sentimentale.

“Tutto ha avuto inizio da un libretto d’opera di cui volevo farne la regia in scena lo scorso settembre al Maggio Fiorentino”, ci spiega Elisa Fuksas quando la incontriamo in un hotel romano. Ha un fascino antico evidenziato dal suo look e quando ti parla soppesa ogni parola guardandoti sempre negli occhi. La voce, magnetica e calda, non sorpassa mai i toni e dà alla conversazione una stabilità inattesa. “Sono stata a Firenze per diversi mesi e a un certo punto hanno ceduto dicendomi che avremmo potuto lavorare insieme, ma che avrei dovuto scrivere quel libretto, un dittico di Pagliacci. Unico vincolo, il tema: il tradimento. Sul treno verso Roma, mi tornò in mente un vecchio articolo che avevo letto su un sito di incontri dedicato alle coppie sposate, dove tutti condividevano lo stesso segreto: l’essere marito e moglie e il potersi divertire lo stesso. Il sito venne hackerato e vennero resi pubblici i volti di gente anche nota, attori, politici. Ci furono cinque suicidi, tra cui un prete che si era innamorato di una donna. Soltanto dopo la sua morte si è scoperto che lei non esisteva, perché tutto era virtuale. Praticamente lui si era ucciso per niente”.

Trentotto anni, figlia della coppia di archistar Massimiliano e Doriana Fuksas, Elisa ha scritto e diretto video musicali, spot, documentari (L’Italia del nostro scontento) e cortometraggi (Please leave a message, Nastro d’argento 2007), un film (Nina, 2012) e scritto un romanzo, La figlia di (Rizzoli, 2014), giocando sin dal titolo sulla sua condizione. “La grande lotteria dell’universo mi ha fatto nascere in quella famiglia che è il vero privilegio, sono loro la vera ricchezza”, ci spiega. “È molto difficile avere dei genitori così, questo è indiscutibile, ma è anche una fortuna immensa”. La ricchezza non credo sia un privilegio. Si pensi a questo mio film dove il vero privilegio sta nella giovinezza del protagonista che ha ancora tutto di fronte, ha il tempo”. “La ricchezza – precisa – è uno strumento e, purtroppo è brutto da dire, è meglio. Credo che tutti noi preferiamo stare bene piuttosto che stare scomodi. È il libero arbitrio: dipende da come usi le cose. Se le usi per costruire, diventano positive, se le usi per il contrario diventano armi pericolosissime”.

Ai due archistar – che ha già omaggiato col suo documentario La nuvola. Work in progress – dedica una delle scene più particolari del film, ambientandola proprio in quell’edificio speciale costruito all’Eur. “Purtroppo – ci dice Elisa col sorriso – non ce n’è un’altra di nuvola a Roma, dovevo per forza usare quella per avere uno spazio così particolare. È uno spazio quasi metafisico, decisamente unico”. In The App, un film che ha il profumo degli umori e delle sensazioni più varie, c’è la tecnologia e c’è il sentimento, ma anche la tecnologia al servizio del sentimento. È un mondo di solitudini che entra in connessione attraverso la rete e in uno spazio diverso in cui ci si conosce, ci si corteggia, ci si innamora come se quella stessa app fosse un luogo di incontro con tutti i rischi che la cosa può comportare. “Non ho paura di una app, ma non la saprei gestire perché ne sarei dipendente”, precisa. “Sono curiosa, ma anche molto essenziale; ho il terrore di rimanere nel punto in cui sono nata, cerco sempre una deriva, un qualcosa che mi porti altrove, indietro o avanti che sia, ma per me è fondamentale”. Non è un caso, aggiunge poco dopo, che abbia deciso di fare un passo importante. “Mi sono battezzata a Pasqua dopo due anni di un percorso religioso che mi è servito per conoscere un’altra realtà. Avevo bisogno di un dirottamento. Spesso faccio queste incursioni altrove che mi servono per cambiare le carte”. Nel film – prodotto da Indiana Production – ci sono anche Greta Scarano, nel ruolo della cameriera d’hotel, e Abel Ferrara, “un regista che fa il regista”, “un uomo con il quale sul set è molto semplice lavorarci, perché diventa un bambino di sei anni”, ricorda Elisa. “Per tutto il tempo pensavo che lui aveva fatto Il cattivo tenente, ma in quel momento ero io che gli dovevo dire le battute. Voleva sentirmi dire le cose”. Ultima protagonista, ma non ultima, Roma con tutta la sua bellezza. È la città in cui sono nata, la amo e la odio, ci dice prima di salutarci. “Vorrei andare via ogni giorno, ma ogni volta, quando vado via, non ci riesco. Amo il Circo Massimo e la Chiesa Sant’Anastasia aperta giorno e notte, un posto magico dove si fa l’adorazione perpetua. Amo la luce di Roma che è quello che ti strega e che ti costringe a lei. Ho vissuto a New York, a Parigi, a Londra, ma poi sono qui perché la amo, eppure… Con il suo traffico, la spazzatura e i mille disagi, la odio. Ma non riesco più ad andare via”.

Fonte: MarieClaire

Yohji Yamamoto, worries and wisdom of the master

October 9, 2015 Leave a comment
yohji yamamoto
After his Paris collection at the weekend, we spoke to the master about a career and life lived without regrets, and why his brand will die with him.

You have said that fashion had nothing to do with trends, what do you mean by that?
I never followed the rules of fashion. I always found short cuts, and paths that I created especially for myself. I wanted to oppose the system of trends and propose something new. When everyone says that something is beautiful, I don’t like it.

Do you feel like an artist?
I don’t know. I’ve always been very careful with the word “art”. What is art? Something that can pierce your heart and change your life? It is a precious word, it is dangerous to use it inappropriately. If fashion was art, it would not be in fashion.

Has fashion never been an art?
No, never. It is always clothes.

Do you think the fashion world has changed a lot since you started?
Yes, fast fashion ruined everything. People waste clothing. They buy and buy, sometimes without even wearing it, and ultimately end up swinging it in the trash. It is pollution. Even some products that are used to make the clothes are toxic. There is already so much unnecessary waste in the world. How many planes are flying in the sky right now? The earth is becoming warmer. She is angry. We should really think about how to better manage our industry. I am not an environmentalist, but for some time I have felt very strongly that the earth is angry. We need everyone to calm down. Do not rush. It’s tiring — those people who always want more. Money is a boring thing, don’t you think? Something that is meant to bring comfort is making people uncomfortable.

Are you aware of having influenced a generation of designers?
The new generation does not have time to breathe. They should stop watching their screens. They think about the world through their computers, but they do not know. For me there is no fight. I never found someone at my level. I have no rival. In any case, not yet.

Do you ever plan to stop one day?
I can not imagine myself retired. It must be so boring. I also think it’s hard to imagine my brand without me. I think Yohji Yamamoto will die with Yohji Yamamoto.

Are you nostalgic?
Yes, a little bit. There is something romantic in the past. It stimulates me intellectually. But I do not rest on my laurels. I want to innovate, every season. That rhythm, that momentum, that’s what keeps me going. I’m never satisfied, never happy with my work. This pursuit of “always better”, that’s my engine, which is something more than nostalgia. I am pessimistic; my mother was a widow, I grew up in poverty. At the age of five I realised that the world was unfair. I always had fire in my belly. It’s hard, but that weight forced me to never fall into mediocrity.

What can we do to avoid mediocrity?
When I started in Tokyo, everyone criticised me, “Why does he creates these dirty outfits?” Rather than resign myself, I decided to take a risk, moving to Paris, this beautiful city, and opening a small store in the hope that people out there would appreciate my dirty clothes.

Well it worked, you’ve had a lot of success!
I have always been wary of success, it attracts a lot of violence. People are envious and jealous. And then when we taste it, we’re just constantly chasing. For me, success is the reward for work well done. Americans have other ideas of success (laughs).

What do you want?
I have become an encyclopaedia, when it comes to clothing. I can answer any question. But it’s starting to annoy me. Sometimes I want to move on. I have started to write and paint. I am a phoenix. I want to make films too.

What kind of movies?
Half fiction, half documentary. Or maybe porn.

Text Tess Lochanski – Photography Charlie Engman

Fonte: i-D

Il maestro Giorgio Mattioli a colloquio con Marius Creati

Il maestro Giorgio Mattioli a colloquio con Marius Creati

Il celebre maestro Giorgio Mattioli, simbolo contemporaneo dell’arte italiana e mecenate eccelso della cultura che, dagli anni della sua giovinezza, espande attraverso le sue opere un pensiero artistico profondo e sapiente, militante da molti anni nell’arte figurativa mediante la quale traduce colori e forme in un linguaggio pittorico in sintonia con l’ambiente mentre, silente, si accosta alla corrente metafisica con tratti visibili intrisi di sublimazioni surreali.

Il maestro Mattioli opera nel palcoscenico mnemonico dell’evoluzione biologica nel quale corpi prestanti, forme sinuose, luoghi della memoria e strutture figurative rivelano il panorama illustrativo della fantasia tramite colori, segni, materia e accostamenti cognitivi della coscienza. Artista di frontiera, Giorgio Mattioli rivela una tranche del suo ammirevole sembiante dottrinale rivelando aspetti estetici e coscienziosi del suo ammirevole credo esistenziale dell’Arte.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Cosa rappresenta l’arte secondo la sua opinione?

G.M.: A mio avviso l’arte è un mezzo narcisistico ed una sorta di auto proiezione antropologica e psicologica che fa parte dei più nobili e profondi  istinti dell’uomo, sin dalla sua prima infanzia e sin dall’infanzia dell’umanità.

M.C.: Quale significato assume nello studio e nell’esperienza dell’espressione estetica delle sue opere?

G.M.: Il significato che mi appare chiaro è quello di un detective sempre impegnato in investigazioni che contengono proposizioni su/riguardo l’arte. Ogni elemento di una proposizione artistica è soltanto un elemento funzionante in un contesto più ampio: l’investigazione appunto. Comunque credo che il concetto di Arte sia totalmente astratto e che esista a mo’ di informazione.

M.C.: Secondo il suo parere, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni?

G.M.: Ho sempre creduto in Benedetto Croce e dell’arte come espressione del sentimento.

M.C.: In che rapporto si pone con la visione del colore? Come vive la sintesi rappresentata in ciascuna opera pittorica?

G.M.: La vivo in diverse fasi…prima  cancello, massacro la natura ed ogni tipo di modello precostituito o sedimentato nei miei ricordi, poi una volta sbarazzatomi da ogni costrizione segua la tempesta del mio Es fatta di violente spatolate di colore, segni, agitazioni profonde quasi inconsulte. Le mie opere sono ancora al limite della pittura, un limite ormai difficile da segnare come dire: NULLA DIES SINE LINEA!

M.C.: In che modo deve porsi dinnanzi all’espressione del suo operato? E come arriva a completarne la sua essenza?

G.M.: Con grande umiltà, animo puro e mente sgombra. Ciò è possibile solamente con una vita spartana contro le fantastiche dicerie che cantano di artisti dediti ad ogni forma di droghe e dissolutezze. Per completare l’essenza del mio operato  spesso ci vuole fortuna  che a sua volta può nascere unicamente dal fertile terreno del MINISTERIUM.

M.C.: Esistono qualità intrinseche generali per far si che un lavoro artistico assuma il connotato di opera d’arte? Esistono qualità profonde nella sua visione personale?

G.M.: E’ sempre rischioso definire un’opera d’arte. Si ha troppa fede nelle affermazioni teoriche, alle interpretazioni pseudo scientifiche di teorie fisiche, fisiologiche o psicologiche da parte degli addetti ai lavori, pubblico compreso! La storia dell’Arte ha dimostrato largamente che teorizzare troppo sull’opera d’arte puo’ portare a grossi strafalcioni. Io stesso a volte dubito sul valore delle mie quindici correnti create dal 1980 al 2010. Le qualità intrinseche oggi consistono maggiormente nell’interessare al proprio operato i critici ed i mercanti: sono loro gli DEI EX MACHINA che indirizzano l’incredibile FENICE del bello. Certo che esistono qualità intrinseche generali come esiste l’opera che si eleva sulle altre ma pochi sanno guardare perché di giorno in giorno aumenta la cecità!

M.C.: Quale significato assume la penetrazione dell’opera nel suo lato più intimo?

G.M.: Il  significato  spesso è di profondo piacere, liberazione, intima soddisfazione e, senza peccare di presunzione, anche di una gioia infinita per una creatura che non esisteva alla quale l’artista vero e puro, che della propria attività ne ha fatto un sacerdozio, ha donato la vita. Così si è forse vicini ad un complesso coacervo di sentimenti materni. 

M.C.: Esiste un binomio che unisce arte e scienza? In un eventuale processo evolutivo parallelo in che modo si correda con la realtà?

G.M.: Il binomio fra arte e scienza è una storica indissolubile unione e l’una non può e non deve esistere senza l’altra. Questo binomio ha portato all’evoluzione dell’uomo. Sebbene gli artisti sono stati considerati i reietti della società umana, essi e solo essi hanno elevato la razza umana dal livello primitivo a quello odierno. Quale processo evolutivo può esistere se la realtà rifiuta il governo degli artisti che non hanno alcuna possibilità di sostenersi? Come si può servire contemporaneamente il Massimo Fattor e Mammona?

M.C.: Intuizione, esistenza, esperienza… La creatività può giocare con la conoscenza pratica della vita?

G.M.: La creatività, figlia della fantasia e dell’immaginifico, vive in zone della mente che solo i grandi artisti hanno sviluppato. Questa nostra umanità tecnologica, robotizzata oltre misura, come può comprendere le immense forze degli uragani creativi con i quali risolverebbe tutti i problemi? Attorno a Noi Artisti esistono per la maggior parte piccoli omuncoli con grandi portafogli, ville, automobili, aerei perfettamente inseriti nella corruzione. Questa è la mia conoscenza pratica della vita e la mia creatività, purtroppo, non potrà mai giocarci.

M.C.: L’arte è sempre originale? In che modo si amalgama con la limitazione dell’opera?

G.M.: L’arte non è sempre originale. L’Arte è ben altro… in una sola parola l’Arte è l’evoluzione continua, costante e intelligente dei suoi sacerdoti che a volte giungono ad immolarsi per Essa; v.v. Van Gogh, Modigliani, Soutine, Merisi, Rossi e mille altri ancora.

M.C.: Secondo il suo parere, il processo creativo assume sempre la stessa fisionomia d’insieme per ciascun artista?

G.M.: Per quanto mi riguarda il processo creativo è legato ad un ormai perduto orientamento biofilo della moderna società umana. Aver perso l’orientamento biofilo significa aver perso l’amore per la vita, con le sue emozioni, i pensieri, i gesti! Questo porta alla fusione fra cellule ed organismi, alla creazione di un nuovo essere e nel nostro caso di una nuova opera d’Arte. Ed anche se biologi e filosofi sostengono che questa è una proprietà “innata” mi è naturale controbattere: ”innata si, ma non in questo nostro mondo che ha trasformato la necrofilia o desiderio per la morte e quindi del male in vanità, ricchezza e possesso egoistico. In questo contesto il processo creativo dipende dalla forza che ciascun artista possiede per isolarsi da tanto putridume. Platone nello ”Ione” risolve questo problema affidando la creatività dell’artista all’intervento di un Dio!  Ma i tempi passano e mutano ed ora il Dio si chiama fantasia, immaginazione, volontà, tecnica, professionalità, umiltà, coscienza, intelligenza, attitudine e soprattutto esperienza, tutte qualità queste diverse.

M.C.: Come vede il rapporto aulico tra l’uomo e l’arte? Esiste un concertato alchemico biunivoco imprescindibile sinonimo di culto estetico?

G.M.: Bisogna preparare l’uomo. Occorrerebbero scuole specifiche per preparare l’umanità a vedere ”OLTRE LO SGUARDO CHE NON SI ARRESTA”. E quando l’uomo riuscirà a creare anche un solo seme di grano allora io stesso presenterò al mondo l’ELISIR del culto estetico!

N.B. Per una maggior conoscenza di ciò che penso a proposito dell’Arte, consiglio di consultare la mia ultima pubblicazione titolata: “ 666 il Tempo della Bestia” – Di Felice Edizioni – Il libro, dedicato a tutti gli artisti, consta di una raccolta di 666 aforismi sull’Arte.

Roseto degli Abruzzi, 07-07-13

Giorgio Mattioli

Sergio Maria Teutonico, intervista allo chef italiano volto noto di Alice

May 17, 2013 Leave a comment

Sergio-Maria-Teutonico

Riscoprire le gioie della coltivazione diretta della terra, può essere un modo rilassante per trascorrere il tempo. Mangiare la frutta e la verdura coltivate con le proprie mani, può rappresentare una grande fonte di soddisfazione, senza contare che la qualità è indubbiamente migliore poiché si ha il controllo di ciò che viene utilizzato per la coltivazione. Sergio Maria Teutonico, Chef e volto noto di Alice, ha pubblicato da poco un libro dedicato all’argomento: “Colto e Mangiato” edito da LT Editore.

Viviana Musumeci lo ha intervistato.

V.M.: Come è nata la tua passione per il cibo e come sei diventato Chef?

S.M.T.: Più che una passione parlerei di abitudine: sin da piccolo ho potuto, grazie alla cucina portentosa di mia madre, nutrirmi con grande qualità e varietà di ricette. L’amore per il cibo è divenuto vocazione quando decisi di iniziare questo lavoro che mi ha portato a diventare Chef dopo tanti anni di dura fatica, seguendo i percorsi che più o meno tutti quelli che fanno il mio mestiere percorrono.

V.M.: Qual è il trend relativo alla coltivazione del cibo? E’ vero che persone di ogni genere si avvicinano sempre di più alle attività legate alla coltivazione dell’orto?

S.M.T.: Le epoche moderne hanno portato un benessere alimentare dovuto al fatto che non avevamo più bisogno di produrre il cibo,  bensì potevamo acquistarlo. La produzione di massa è via via divenuta in molti casi sinonimo di dozzinalità e approssimazione. Dopo gli ultimi anni in cui molti ricercavano esclusivamente forme di edonismo alimentare, si è ritornati a una necessità di maggiore controllo su quello che mangiamo e, conseguentemente, sia sui costi che sulla qualità. La crisi sociale ed economica che affrontiamo è stata per molti lo sprone ad iniziare una vera e consapevole auto produzione alimentare, investendo sia in materie prime che nell’acquisizione di conoscenze teorico-pratiche per l’attuazione dei propri progetti.

V.M.: E’ possibile coltivare ortaggi e frutta anche su un terrazzo piccolo? Se sì, ci daresti qualche dritta?

S.M.T.: Certo che si! Basta realizzare un piccolo terrario che può essere a muro oppure orizzontale oppure verticale. Con un metro quadrato di “terreno” si potranno tranquillamente coltivare verdure, ortaggi ed erbe aromatiche con facilità, mentre vasi capienti accoglieranno, nelle zone d’Italia dal clima meno rigido, quasi tutte le varietà di agrumi che daranno frutti ottimi. Rivolgetevi a un vivaio ben fornito e scoprirete quanto è facile e divertente coltivare pomodori, melanzane, fragole o limoni …

V.M.: Che risultato hai ottenuto la prima volta che hai coltivato qualcosa?

S.M.T.: La mia esperienza da coltivatore fu con le lenticchie, ero un bambino di 3 anni! Arrivai a raccoglierle con l’aiuto dei miei genitori per poi scoprire che il loro sapore non mi piaceva affatto! Al di là di questo mi sono dedicato per lungo tempo prima alle piante ornamentali per poi passare alla cura vera e propria del mio orto. I risultati nel tempo sono stati sempre ottimi, anche se periodicamente ho dovuto ricominciare il mio lavoro poiché la vita del cuoco è spesso nomade.

V.M.: Qual’è la tua ricetta preferita?

S.M.T.: Lo spaghetto alla carbonara!

V.M.: Ci sveli qualche segreto particolare della tua cucina?

S.M.T.: Non ho segreti nella mia cucina, il mio è un mestiere che richiede studio, applicazione, sensibilità e continuo esercizio. Non servono doti divine per fare il cuoco, bensì una ferrea ed incrollabile determinazione unita ad una sottilissima nota di follia.

V.M.: A quale ingrediente non potresti mai rinunciare?

S.M.T.: Il bravo cuoco si adegua alle circostanze e trae il meglio da quello che ha a disposizione. Se di ingrediente posso parlare riferendomi a una delle mie peculiarità non potrei di certo rinunciare alla mia libertà di pensiero, di azione e di parola nella vita e in cucina.

V.M.: Qual è il primo cibo a cui hai legato un ricordo della tua infanzia?

S.M.T.: Le lenticchie di cui ho parlato prima e più ampiamente del cibo cattivissimo che servivano nella mensa dell’asilo che frequentavo. Già da piccolo sapevo quello che volevo e questo modo di fare non mi ha mai abbandonato.

Fonte: VM-Mag

Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati… tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali

Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati... tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali
Riccardo Magnani, noto scrittore italiano da molti anni ricercatore appassionato dell’opera di Leonardo Da Vinci, si é lasciato coinvolgere dallo studio dei dipinti del grande maestro rinascimentale e degli altri maestri artefici del periodo rinascimentale al fine di trovare una rispondenza autorevole tra l’arte, la musica, la musicalità dell’arte e il simbolismo esoterico delle opere del coevo periodo storico, a tal punto da condividere una serie di aspetti finora ritenuti misteriosi che indubbiamente continuano ad illuminare il percorso della storia verso nuovi bagliori della conoscenza. Una realtà innovativa per la ricerca dell’opera antica attraverso cui esporre nuovi concetti che vanno ad arricchire incontrovertibilmente il panorama culturale del nostro passato.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Quali sono i paesaggi che Leonardo Da Vinci e gli altri pittori del periodo cercano di rappresentare nelle loro opere durante il Rinascimento? Sono paesaggi piuttosto convenzionali o in loro sussiste un ideale che influenza le loro scelte?

R.M.: In prevalenza, il paesaggio su cui si focalizza l’attenzione dei più, a partire da Leonardo da Vinci stesso, è una montagna, il San Martino, caratterizzato dalla particolarità di presentare un buco centrale inconfondibile, oltre naturalmente al profilo caratteristico.
Mi chiedi se son paesaggi convenzionali o richiamano un ideale; in realtà né uno né l’altro aspetto. 
E’ come se vi fosse una sorta di autotassazione da parte dai pittori rinascimentali nel porre al centro dei paesaggi ritratti alcuni paesaggi ben determinati, ovvero le montagne attorno alla mia città, Lecco.
Un gesto che va ben oltre il mero manierismo, e che identifica invece la necessità di identificare un luogo ben preciso in cui una musica particolare è stata lasciata in deposito, quasi a dare delle direttive geografiche per raggiungerla.

M.C.: Perché nei vari dipinti rinascimentali viene spesso associato un carattere simbolico all’immagine dipinta? Cosa cercavano di dimostrare gli artisti del passato mediante alcune icone rappresentative?

R.M.: Non sveliamo nulla dicendo che la necessità di disseminare l’arte rinascimentale di simboli nascosti nasce dall’esigenza di trasmettere un sapere esoterico oltre le maglie strette del regime inquisitorio, nato a cavallo tra medioevo e rinascimento.
Sfruttando l’uso di un’iconologia di stampo cattolico, rigorosa dei canoni biblici di riferimento, si celavano nelle opere messaggi più o meno segreti e codificati in maniera tale che, all’osservatore attento e interessato, potessero giungere i messaggi che nell’opera si intendevano celare.
A volte si trattava solo di esprimere un’appartenenza ideologia o religiosa da parte del pittore e/o del suo committente, altre volte invece, come nelle opere leonardesche, si trattava di mettere in circolazione un vero e proprio canone sapienziale.
L’esempio più banale che posso citare in questa sede, è l’uso della mano espressiva dello Hieros Gamos, ovvero l’unione di due sigizie o divinità, più in generale espressione del rebis alchemico, ovvero la congiunzione della parte maschile con quella femminile, cioè la riunificazione tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, ombra e luce e così via. Utilizzato dagli allievi di Pitagora per riconoscersi tra loro, lo Hieros Gamos è espresso nella pittura rinascimentale dalla mano aperta in cui il dito medio e il dito anulare, il terzo e il quarto, il padre e la madre, sono uniti.
Potete osservare qualunque dipinto, e noterete come questo particolare da subito caratterizzi l’opera per contenuti esoterici o meno a seconda che la mano esprima o meno lo Hieros Gamos. A titolo esemplificativo posso citare la Vergine allo specchio di Tiziano, o la bellissima scultura del Bernini rappresentativa del Ratto di Proserpina, o tutta la produzione del Bronzino, pittore di corte Medicea; naturalmente il primo a imporre questa simbologia fu Leonardo, quando ancora era presso bottega dal Verrocchio.
In quel gesto, così semplice e apparentemente insignificante, è raccontato un vero e proprio mondo filosofico, ma anche matematico se vogliamo: lo Hieros Gamos, infatti, è espressione del teorema di Pitagora, in cui il figlio (cinque) è determinato dalla congiunzione sommatoria tra padre (tre) e madre (quattro); nel teorema omonimo, la funzione è espressa in potenza quadrata.
Naturalmente l’unione non è carnale, ma come detto alchemica: la sublimazione della nuova vita è dettata dalla sommatoria unificata tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, maschile e femminile, etc etc.

M.C.: Come mai soltanto adesso si riesce a carpire il vero significato simbolico tralasciato dagli autori? Tale conoscenza brancolava nel buio oppure vagava nell’illusione offuscata dall’oblio?

R.M.: Purtroppo, come spesso accade, il linguaggio nato per soddisfare la necessità di svelare una realtà esoterica, diventava a sua volta un linguaggio dogmatico; questa è stata la sorte delle scritture bibliche, trasposizione di miti religiosi più antichi di carattere pagano, ma questo è ormai arcinoto.
La simbologia utilizzata per comunicare oltre le maglie delle restrizioni dei censori dogmatici nel rinascimento ha così assunto a sua volta il carattere di ciò che intendeva combattere e aggirare, ovvero un terzo significato a sua volta vincolante.
L’espressione di ciò l’abbiamo raggiunta col ruolo di Maria di Magdala, la Maddalena, assurta alle cronache moderne con l’artifizio letterario di Dan Brown proprio cavalcando la simbologia contenuta nelle opere leonardesche; in realtà essa è espressiva di una ghiandola del nostro corpo, l’amigdala, sentinella di un’altra ghiandola molto importante, la pineale (che gli antichi egizi hanno sintetizzato con l’Occhio di Horus) Ma come detto, nell’immaginario collettivo ha assunto un carattere dogmatico pur nascendo da una simbologia di ispirazione esoterica.
Quindi, per rispondere alla domanda, credo di poter dire che l’evoluzione temporale dal tratto simbolico alla sua decodificazione sia un riflesso fisiologico dell’inerzia con cui un dogma tiene vincolate a sé le menti delle persone.
Il maggior nemico della conoscenza sono spesso le sovrastrutture dogmatiche e accademiche di riferimento, e non è un caso che le maggiori scoperte che hanno dato nuovo impulso alla scienza e alla conoscenza siano nate da intuizioni o da personaggi normalmente non affini al mondo accademico.
A questo si aggiunga la non ininfluente circostanza che l’uomo è portato a credere e illudersi nella vana speranza di un facile beneficio ultraterreno, creato ad arte dai propositori della fede per compensare un disagio terreno nelle menti di coloro che vi si affidano.

M.C.: Quanto la musica affascinava l’opera degli artisti rinascimentali? Che tipo di valore si attribuiva al discorso pittorico musicale?

R.M.: Per dare una risposta corretta a questa domanda bisogna chiarire cosa si intenda per musica, innanzitutto.
Al giorno d’oggi, in cui la conoscenza è inquadrata secondo paternità e genealogie fittizie, siamo soliti far risalire l’uso delle annotazioni musicali a Pitagora, anche se gli elementi di osservazione oggettivi ci riportano a conoscenze musicali ben più anteriori, risalenti a migliaia di anni prima.
Mi è però utile richiamare Pitagora per inquadrare il concetto di musica; egli affermava che “la geometria è musica solidificata”, esprimendo così la sintesi perfetta di cosa si debba intendere per musica allorquando si voglia comprendere il messaggio musicale inserito nell’arte rinascimentale.
La musica è di fatto quel sistema armonico vibrazionale appartenente alla nostra galassia che determina una legge assoluta di dipendenza imponendo a tutto ciò che la compone una sorta di vincolo di risonanza vibrazionale.
Ciò che la natura crea, è soggetto a questa regola naturalmente; ciò che è creato dall’uomo, invece, o da esso mediato, non sempre segue questa naturalezza.
Da sempre, la musica intesa in questo modo è legata al cosiddetto “regno dei cieli”, e quindi nella rappresentazione che ne veniva fatta da parte degli artisti rinascimentali.
Questa “musica” ha regole matematico-geometriche rigorosissime che trovano nella forma di un Nautilus o di una pigna la propria espressione massima: elicoidale logaritmica e numerologia, in rapporti matematici rigorosi e imprescindibili: sezione aurea e sequenza di Fibonacci ne sono la sintesi sintattica.
A queste regole “auree”, desunte dallo studio dei classici greci e portate a Firenze in occasione del Concilio che Cosimo de Medici volle fortissimamente nel tentativo di riunire la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, si sono ispirati tutti i pittori rinascimentali, nel tentativo di esprimere questa regola aurea naturale imprescindibile per il raggiungimento del cosiddetto regno dei cieli.
Anche in questo caso, troviamo in un passo di Cicerone tratto dal De Repubblica un passo importante per comprendere:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”

M.C.: Come si dovrebbe intendere l’universo musicale delle opere leonardesche? E’ possibile classificare i suoi paesaggi secondo un compendio puramente storico oppure in essi si nasconde un fondamento più misterioso?

R.M.: L’utilizzo dei paesaggi da parte di Leonardo da Vinci segue un rigoroso compendio storico-impressionistico asservito alla necessità di comunicare “verità” filosofiche. Le faccio un esempio immediato: la grotta naturale in cui egli inscrive la scena della Vergine delle Rocce è una grotta realmente esistente, poco sopra la città di Lecco; si tratta presumibilmente di una delle miniere dei Pian dei Resinelli, utilizzata in quest’opera per esprimere un concetto caro a Platone e Dante, ovvero quel mito della Caverna di Platone che per Dante diviene Selva Oscura.
Lo stesso sfondo della Gioconda, espressivo della città di Lecco, viene frazionato in due parti: l’una, posta a sinistra, che identifica il Nord magnetico, e l’altra, posta a destra, che identifica il Sud magnetico. Solo riposizionando il paesaggio di destra sotto quello di sinistra si ottiene la naturalità del paesaggio lecchese, ma a ben pensare questo atto ripete idealmente il concetto di Rebis alchemico, la riunione degli opposti, la parte femminile e quella maschile, istinto e ragione, che in ultima analisi è il tema portante del quadro.
La Mona Lisa altri non è se non la parte femminile di Leonardo riunita alla sua parte maschile; non c’entrano nulla Lisa di Gherardini, Bianca Maria Sforza e tutti gli altri improbabili accostamenti che si sono fatti fino ad oggi dagli studiosi, lacunosi di questo messaggio sotteso all’opera.
Lo stesso messaggio è riproposto in analoga maniera da Raffaello, il quale ci consegna la sua propria Gioconda nella rappresentazione di San Sebastiano; allo stesso modo di Leonardo, Raffaello si ritrae nei panni femminili, a richiamare una androginia sottesa e un rimando musicale nemmeno troppo velato, contenuto nella veste, in cui appare un chiaro frammento di tastiera, sul quale vi consiglio di porre la mano della Vergine delle Rocce (visto che ne abbiamo parlato poc’anzi): apparirà chiaro un accordo vincolante, ripreso poi da innumerevoli artisti rinascimentali e successivi.

M.C.: La simbologia leonardesca assume soltanto un semplice connotato artistico oppure trafigge la realtà con la parvenza di un pensiero più profondo? In tal contesto in essa è possibile menzionare un ‘segreto’ mai rivelato?

R.M.: Appare chiaro ed evidente, già da queste poche annotazioni, come la simbologia leonardesca trascenda la mera rappresentazione della realtà; questo modus operandi nasce dall’esigenza di superare un vincolo di censura imposto dal dogma, ovvero la verità imposta, calata dall’alto, insindacabile.
Sicuramente l’intenzione è rivelare qualcosa di esoterico, ovvero esterno al dogma, e già per questo motivo potenzialmente più attinente al vero. Il titolo dato alla mia prima opera, mutuato da Platone, era inteso a esprimere proprio questo concetto: “la fede è una menzogna più grande dell’opinione”, laddove una opinione, seppur mendace, aveva nei suoi presupposti una potenziale oggettività che la fede nel dogma, per costituzione, non ha.
La cosa divertente, però, è che questo “segreto mai rivelato” celato nelle opere leonardesche è quanto di più attinente alla legge naturale possa esistere.
Interpretando l’opera leonardesca, o più in generale l’arte tutta, spesso si incorre nell’errore (non so quanto involontario) di attribuire alle intenzioni dell’autore una simbologia comunicativa errata, e per questo se ne mistifica il contenuto, come è stato il caso del Codice da Vinci di Dan Brown o come le ho mostrato poc’anzi parlando della Mona Lisa.

M.C.: Musica delle sfere celesti raccolta in un volo di uccelli? Come è possibile che una partitura musicale straordinaria possa aver scaturito una strabiliante attenzione da parte dei nomi più eccelsi della musica del periodo rinascimentale e barocco?

codice-volo-uccelli-leonardo-da-vinciR.M.: Mi risulta difficile parlare di queste opere senza l’ausilio delle immagini, quindi le chiedo in questo caso di specie di poter fare una eccezione, proponendo in visione il volo da lei richiamato.
Ora mi sarà semplice rispondere alla sua domanda, riproponendo un passo già offerto, e chiedendovi di leggerlo osservando il volo degli uccelli di Leonardo:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”
Questo dipinto, al pari dell’Ultima Cena in Santa Maria delle Grazie a Milano, contiene la colonna sonora portante della nostra galassia, con la quale entrando in risonanza si “accede al regno sublime dei cieli”.
Risulta dunque semplice comprendere come questa partitura divenga tassativa e vincolante per chiunque nel Rinascimento e nel Barocco avesse voluto fare Musica, inteso come quel compendio armonico-geometrico di rapporti musicali atto a riprodurre quello che per Dante era “Amor che move il Sole e le altre stelle”, e che per Verdi, ne la Traviata, era più esplicitamente “palpito dell’Universo”.
La cosa divertente, nel modo in cui i musicisti rinascimentali e barocchi si rifanno a questa musica, è il modo in cui Giovanni da Palestrina, capostipite della musica romana del XVI° secolo anticipatore del movimento bachiano, si fa ritrarre su una carrozza dal cui finestrino appare inequivocabilmente lo sfondo sinistro della Gioconda, lo stesso sfondo che Leonardo utilizzerà anche per la messa in scena dell’Orfeo di Poliziano.

M.C.: Nei dipinti di Leonardo Da Vinci in che modo uccelli e mani formano una geometria in termini di musica codificata?

R.M.: Ognuno di noi, esercitando inconsapevolmente un’arte vera e propria, udendo una musica soave è portato a chiudere gli occhi e a muovere la mano per replicarne l’armonia: questa azione si chiama Chironomia, dal nome dei Maestri Chironomi che già 2.000 anni prima di Cristo venivano rappresentati sulle pareti dei templi egizi nell’atto di impartire annotazioni musicali a gruppi eterogenei di musicisti dinanzi a loro.
Oltre ad essere l’evidenza oggettiva di quanto dicevo prima, ovvero che non sia stato Pitagora il capostipite della spaziatura musicale, questo particolare modo di indicare le note rappresenta, come dicevo, una vera e propria scienza, insegnata anche nei conservatori di tutto il mondo, espressa in un numero cospicuo di trattati nel XV° secolo, scemando man mano che l’annotazione su pentagramma della musica prendeva corpo.
Allo stesso modo, nella partitura di Leonardo da Vinci, le diverse tipologie di uccelli (sette, tengo a precisare) e la loro grandezza esprimono la misura di ogni singola annotazione. 
L’azione è ripresa da quasi tutti i pittori rinascimentali, italiani e non, anche se in maniera meno puntuale, ma non per questo sostanziale; Ghirlandaio lo fa sia nella Cappella Sistina in Vaticano e sia a Palazzo Tornabuoni a Firenze, con gruppi di uccelli che volano da sinistra verso destra e viceversa, e un paio si accoppiano in volo.
Lo stesso fanno, tra gli altri, Volgemutt, maestro di Albrecht Durer, Cranach, a cui Lutero affidò il compito di ritrarlo e Tintoretto, la cui particolarità nel suo dipinto della Creazione del Paradiso è di mettere proprio sette diversi uccelli accoppiati, in un rimando alla funzione di elevazione catartica che questa musica contribuisce a sviluppare. 
Qui dovrei dilungarmi a dismisura, parlando dell’Ultima Cena, ma magari avremo altre occasioni per farlo in seguito.

M.C.: Che tipo di legame sussiste tra l’opera rinascimentale e l’esoterismo? Quanto l’opera degli artisti rinascimentali può condurre alle ricerche esoteriche? Quanto lo sforzo della ricerca esoterica influenzò la rappresentazione artistica del XVI secolo?

R.M.: Come detto prima, l’arte rinascimentale è stato un importantissimo mezzo di trasmissione del sapere esoterico per scampare alle maglie severe e restrittive della censura inquisitoria. L’uso di immagini a sfondo sacro permetteva agli artisti di trasmettere messaggi sottesi volti  all’indirizzo di occhi amici, nell’intento di una vera e propria propaganda politica in cui la conoscenza era un mezzo importantissimo.
Purtroppo non sempre la trasmissione della conoscenza ha prodotto conoscenza, in quanto spesso l’uso elitario della stessa ha prodotto letture errate volutamente speculative (ho già accennato al caso Codice da Vinci).
Come si dice, di necessità virtù: sicuramente lo sviluppo dell’arte è stato corroborato dalla necessità di comunicare contenuti di carattere esoterico nell’alveo della rappresentazione sacra, o mitologica.

M.C.: Per quale motivo molti simboli antichi sembrano voler tornare alla luce nelle opere di questo preciso periodo storico? Esiste una chiave di lettura particolare in questo richiamo emblematico votato alla segretezza?

R.M.: C’è una bellissima poesia dell’amico Piero Vannucci che amo ricordare in questi casi:

“La lingua
dicevo
è metà dell’uomo
e l’altra metà
sono quasi tutte bugie.
Il ricordo
(forse)
può essere il fondamento della verità”

Il fatto che una certa simbologia abiti in maniera ricorrente le rappresentazioni artistiche di più periodi storici consiglio di leggerlo nell’intento disperato dell’uomo di “ricordare per non disperdere” i fondamenti delle regole naturali da cui non possiamo prescindere.
L’unico segreto nell’approcciare queste simbologie che mi sento di rivelare è quello di conservare “occhi da bambino”, l’immediatezza dell’osservazione, senza lasciare che la mente con tutte le proprie sovrastrutture prenda il sopravvento.
Come diceva Leonardo da Vinci:
“..porto con me null’altro che uno zero / la mia purezza, la mia innocenza e la mia fiducia / perchè solo dei quattro elementi e di questo ho bisogno per fare un salto nell’ignoto. E quanto piccolo apparirò in cielo a chi non sà volare…”

Intervista di Viviana Musumeci a Nenella Impiglia, autrice del libro “Stoffa per la musica”

nenella_impiglia_-683x1024

Ci sono donne che non riescono proprio a fare una cosa alla volta. Sono eclettiche di natura e si cimentano in numerose attività. Nenella Impiglia è una di queste. Moglie di Renato Curzi – patron di Vic Matié -, madre di Silvia e Valentina, Nenella oltre a essere imprenditrice è anche studiosa di costume. Di recente ha pubblicato un libro dedicato alla storia della moda raccontata attraverso la musica “Stoffa per la musica” (Edizioni Galassia Arte).

Viviana Musumeci ha intervistato Nenella Impiglia.

V.M.: Chi è Nenella Impiglia e come si descriverebbe?

N.I.: Curiosa, testarda, sognatrice (naturalmente sogni realizzabili), fantasiosa, estremamente creativa, eclettica, infinitamente positiva, abbastanza pigra, molto permalosa.

 V.M.: Da dove parte l’interesse per la moda e per la musica?

N.I.: La musica parte dal cuore da sempre, la moda dalla mia mente creativa e dal rifiuto della banalità.

V.M.: Qual è il legame tra queste due arti?

N.I.: La moda veste la musica a la musica crea nuove mode. Moda e musica, due universi meravigliosi, artistici: la prima veste il nostro corpo, l’esteriorità, parla di noi, la seconda riscalda l’anima e libera le nostre emozioni.

V.M.: Ci fa alcuni esempi di come queste due discipline si incrociano e si incontrano?

N.I.: E’ con i Beatles che si assiste ad una completa contaminazione che passa dal sound alla moda e porterà a processi di identificazione, mediante l’imitazione degli stili da loro proposti, del modo di cantare e di abbigliarsi: caschetto, giacche con collo alla coreana, stivaletti. Proprio la musica ha aiutato a rendere famoso il loro stile. Sound e aspetto estetico venivano portati alla loro massima espressione.

V.M.: Qual è il suo gruppo musicale preferito?

N.I.: Quello che ha accompagnato la mia giovinezza, i suoi giorni migliori, che continuano con le loro meravigliose canzoni, ancora oggi, a formare un magico ponte tra passato e futuro e che riescono a far rivivere le stesse emozioni: naturalmente i favolosi Beatles!

(V.M)

Fonte: VM-Mag

Intervista di Viviana Musumeci a Ambra Medda

February 7, 2013 Leave a comment

Ambra Medda

E’ considerata un’icona postmoderna nel campo della moda e del design – infatti, ha fondato un evento come Design Miami, quando la città americana non sprizzava ancora glamour da tutti i pori -. AMBRA MEDDA- di origini italiane – è la nuova musa di Sportmax che le ha dato “carta bianca” per realizzare una capsule collection – da cui il nome Carte Blanche -. Dopo Lola Schnabel, Kim Gordon eChristophe Brunnquel, è la volta della creativa del design. La collezione in limited edition, prodotta da Sportmax in 1000 esemplari numerati, è nata dalla collaborazione a 4 mani fra la Medda e la giovane illustratrice cinese Ying Wu, scelta dalla Medda dopo la recente scoperta al Salone del Mobile di Milano. Insieme hanno affrontato tematiche sociali con la leggerezza dell’illustrazione, parlando di problemi del progresso e dei rischi per la natura, utilizzando grafiche surreali in cui animali si fondono con scenari urbani e tecnologia.

V.M.: Com’è nata questa partnership con Sportmax?

A.M.: Quando sono stata contattata da Sportmax per il progetto Carte Blanche, ho  pensato fosse stupendo poter unire la creatività di un’artista cinese emergente  con un brand italiano autorevole e di portata internazionale. Entrambe siamo onorate di aver potuto contribuire per una capsule collection per un brand così famoso. Speriamo che il nostro lavoro riesca a esprimere e rappresentare la cultura contemporanea in maniera divertente e inaspettata. Sono stata subito colpita e ispirata dalle creazioni di Ying Wu, sapevo  che avrei voluto fare qualcosa con questa designer. Sono sempre alla ricerca di nuovi talenti e opere accattivanti…per questo mi piace molto  frequentare gallerie d’arte, mercatini e mostre scolastiche.

V.M.: Sei cresciuta nel mondo dell’arte e il design è diventata la tua  passione. Che cos’è la creatività per te e quanto sei creativa?

A.M.: La creativita’ e’ la parte piu’ immaginativa e gioiosa dell’essere. Non potrei immaginare un mondo senza la creatività. Sarebbe molto triste e  noioso. Non so se potermi reputare una persona creativa ma di certo sono molto attratta dalla creativita’ e dalle persone creative.

V.M.: Sei considerata una donna molto glam con uno stile personale molto spiccato. Hai mai pensato di lavorare nel mondo della moda?

A.M.: Ho lavorato anche con altri marchi di moda. Recentemente con Fendi che ha sostenuto Design Miami – la fiera che ho co-fondato e diretto per 6 anni -. E di certo è sempre un’esperienza bellissima poter lavorare con il mondo della moda.

(Intervista di Viviana Musumeci)

Intervista di Marius Creati a Don Alfredo e Emidio De Florentiis, nota famiglia di impresari funebri

February 4, 2013 Leave a comment

Intervista di Marius Creati a Don Alfredo e Emidio De Florentiis, nota famiglia di impresari funebriDon Alfredo e Emidio De Florentiis, rispettivamente padre e figlio, sono imprenditori storici dell’omonima attività imprenditoriale di famiglia, la quale nel corso degli anni è riuscita ad instaurare una presenza autorevole nel mondo delle imprese funebri, localizzata nel territorio abruzzese, ma di ampio riscontro a livello nazionale ed internazionale. L’operato offerto dall’impresa De Florentiis supera di gran lunga per affinità e professionalità il buon nome di cui gode la famiglia, per prodigalità e penetrante gentilezza elargita nei momenti meno sereni nella vita delle persone affette da grave lutto.
L’appellativo storico profonde un senso di fiducia prodigato in un lavoro spesso tralasciato o scongiurato per scarsa informazione, ma in realtà corredato di un galateo funerario di grande risonanza dispensato in sordina in rispetto delle ovvie circostanze fortuite, ma inevitabili.
Don Alfredo e Emidio De Florentiis prestato attenzione alle richieste con grande parsimonia e, allo stesso modo, dispensano uno spaccato di vita lungo un secolo disserrando i portali di un mondo poco affine alla disadorna consuetudine, ma meramente contiguo alla vita di tutti i giorni.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Tra storia e tradizione, come nasce l’impresa di onoranze funebri della famiglia De Florentiis?

E/A.D.F.: L’impresa funebre della nostra Famiglia, nasce dall’intuizione di mio nonno “Midiuccio” al secolo Emidio De Florentiis,  e suo padre Emilio, maestri falegnami e grandi intagliatori, i quali,  nell’immediato  dopoguerra hanno pensato di aprire  una bottega di produzione di “casse da morto”.  
 In quel periodo a Pescara non era possibile effettuare trasporti funebri perché tale servizio era dato in appalto ad un’impresa locale.

M.C.: In generale, come si diventa impresari delle pompe funebri? Vocazione dell’animo, intuizione del destino o interesse fuori della consuetudine?

E/A.D.F.: Nella nostra famiglia essere “impresari  funebri” è normale, ovvero tutti noi siamo cresciuti tra le casse create da mio nonno, i carri monumentali che lui intagliava personalmente, quindi diciamo…. intuizione del destino…

M.C.: Qual è l’ingrediente misterioso che trasforma un’attività familiare in una realtà imprenditoriale lunga quattro generazioni?

E/A.D.F.: Solo passione, tramandata da padre in figlio; non esistono ingredienti misteriosi, è l’amore per il lavoro che i genitori dimostrano sempre, che spingono i figli ad intraprendere la stessa attività, a curarla con  amore e cercare di farla crescere.

M.C.: Come cambia la realtà del mestiere nel corso degli anni? Ci sono stati cambiamenti radicali che hanno tramutato la metodologia del lavoro?

E/A.D.F.: Il nostro lavoro è rimasto per anni fermo al palo, cioè senza evoluzione né rinnovamento perché i vecchi impresari funebri, si sono sempre sentiti una sorta di guru del lavoro, “portatori di verità assolute”, molto boriosi e sicuri di se, rifiutando, pertanto,  l’idea di investire grossi capitali per il rinnovamento della propria azienda. Invece non è così.

M.C.: Al di là dei decessi sempiterni, come sono cambiate le usanze rispetto alle antiche tradizioni del rito funebre?

E/A.D.F.: Oggi, l’impresa funebre è, a tutti gli effetti, una vera attività imprenditoriale, con tutti gli innumerevoli problemi di qualsiasi altra attività; che ha bisogno di rinnovarsi, per essere sempre all’avanguardia ed offrire servizi sempre più professionali.

M.C.: Esiste un segreto arcano che si nasconde alle spalle della figura del ‘libitinarius’ (impresario)? Esiste un’attitudine opportuna che ne distingue l’importanza durante il rituale?

E/A.D.F.: Io credo di si, c’è qualcosa di innato in noi che ci fa amare qualsiasi aspetto di questo lavoro, che spesso facile non è. E’ qualcosa che ci fa essere sempre disposti a fare di tutto perché abbiamo la consapevolezza di farlo con amore. Ed è proprio un’attitudine intesa come una sorta di talento che sicuramente ci fa distinguere e fa che le persone non facciano “di tutta l’erba un fascio”.

M.C.: Spesso l’immagine dell’impresario funebre è associato all’idea della morte… in generale quanto fa paura questa simbiosi oltre la pura retorica?

E/A.D.F.: Io forse non sono la persona adatta per rispondere a questa domanda, in quanto sono  cresciuto con questa etichetta e, sinceramente, non mi ha mai dato fastidio, perché sono consapevole che entriamo nelle vite delle persone in un momento triste che tutti vorrebbero velocemente cancellare, ma soprattutto intimo al quale nessuno di noi vorrebbe farne parte se la nostra presenza non fosse necessaria. Quindi è normale che ci associano all’idea di morte ma è, allo stesso tempo, normale che non può intaccare la nostra serenità.

M.C.: Quanto la tanatoprassi risulta funzionale durante la preparazione di una salma? La terapia di conservazione post-mortem agevola le funzioni rituali?

E/A.D.F.: La tanatoprassi sarebbe altamente funzionale e la conservazione post-mortem aiuterebbe, non poco, il rito; purtroppo in Italia, tutto questo, non è ancora ammesso, come sempre siamo rimasti indietro anni luce rispetto ad altri Paesi del mondo dove queste pratiche vengono effettuate, Io personalmente, ho seguito corsi di formazione alla tanatoprassi in Spagna, a breve tornerò per un ulteriore approfondimento che mi porterà, ad ottenere l’abilitazione alla pratica, anche se credo che in Italia passerà ancora molto tempo prima che si possa eseguire.

M.C.: La morte e i funerali sono ancora argomenti tabù?

E/A.D.F.: Dispiace ammetterlo, ma per la stragrande maggioranza delle persone la morte è ancora un argomento da evitare e conseguentemente quando si parla di funerali la reazione è, quasi sempre la stessa….scongiuri a non finire. Il quale, tra l’altro, non nuoce affatto, anzi è simpatico. Ormai tutti noi ci abbiamo fatto ampiamente l’abitudine e chiaramente, non ci facciamo più caso. Non è sicuramente lo scongiuro a pregiudicare il nostro operato.

M.C.: Il rito funebre è ancora importante nella società moderna? Quanto rimane inalterato del costume secolare?

E/A.D.F.: Le usanze sono cambiate forse poco o niente, quello che invece è cambiata è l’ottica con la quale si guarda al decesso e conseguentemente al rito funebre. Oggi è tutto più frenetico e, quindi, anche il funerale non assume più i risvolti della vera cerimonia di una volta. E’ tutto incentrato sulla sobrietà e sulla semplicità. Le “pomposità” di un tempo rimangono solo lontani ricordi.

M.C.: Quanto può nuocere l’eventuale scongiuro nella fattispecie di un’attività molto vicina alla logica della dipartita (idea della morte)?

E/A.D.F.: E’ normale che ci associano all’idea di morte ma è, allo stesso tempo, normale che non può intaccare la nostra serenità.

M.C.: Esiste un vero e proprio galateo funerario nel rituale funebre? Quale risonanza investe la figura del maestro di cerimonia?

E/A.D.F.: Esiste, certo che esiste. Io sono Maestro di Cerimonia e di Galateo funerario oltre ad essere proprio un Cerimoniere. L’importanza è enorme, l’avvicinarsi alle persone con i dovuti modi, è fondamentale in un lavoro come il nostro ed assumono un’importanza grandissima le così dette tecniche “dell’ascolto”, in quei momenti si deve essere coscienti di avere a che fare con persone che non sono per niente lucide e quindi hanno un grande bisogno di aiuto. L’impresario funebre deve e ripeto DEVE essere in grado di captare quello di cui il dolente in quel momento ha bisogno. 

M.C.: Dopo aver organizzato migliaia di eventi funebri, esiste un modo appropriato per lasciare questo mondo in visione dell’altro?

E/A.D.F.: Ognuno nella vita agisce come meglio crede, io penso che il modo appropriato di lasciare questo mondo in visione dell’Altro è solo comportarsi, nella vita terrena, con onestà e amore per il prossimo e per la propria famiglia. Il ricordo più bello di una persona che ci lascia è l’impronta di se che è riuscito a lasciare.

Onoranze Funebri Alfredo e Emidio De Florentiis

Intervista a Laura Manfredi, madre di due bambini autustici

December 18, 2012 1 comment
cilla-w600-h600
Vi ricordate che cosa avete esattamente nella vostra libreria? Magari c’è un oggetto che vedete quotidianamente e che pensate di conoscere bene, poi un giorno, improvvisamente vi capita tra le mani e vi rendete conto che ci sono delle caratteristiche che vi erano sfuggite. Non le avevate viste eppure pensavate di conoscere quell’oggetto molto bene, non alla perfezione, ma bene. Sulla base di questo ne avete parlato in maniera superba e arrogante, e qualcuno vi ha fatto notare che quell’oggetto lo conosceva meglio perché lo tocca, lo cura lo tratta, lo pulisce tutti i giorni, oltre ad averlo creato e quindi ne conosce ogni singola sfumatura.
Ieri, sulla scia dell’avvenimento accaduto in Connecticut, che ha scioccato mezzo mondo, ho messo in discussione sulla mia pagina di Facebook che l’assassino essendo affetto da Sindrome di Asperger, avrebbe potuto essere più debole e suggestionabile, soprattutto crescendo magari in un ambiente ostile – è difficile pensare che in una famiglia normale, una madre possa portare il figlio, affetto da sindrome o meno, a sparare in poligono di tiro -. Due donne coraggiose perché affrontano questa malattia quotidianamente, mi hanno fatto capire che il mio punto di vista era scorretto. Oggi, una delle due, Laura Manfredi, ha accettato di rispondere ad alcune domande per spiegare a chi non conosce la malattia o a chi la conosce parzialmente, com’è la vita in una famiglia con due bambini autistici. Laura non è un medico, ma trovandosi immersa in questa realtà ha letto moltissimo, si è confrontata continuamente – e continua a farlo – con medici esperti ed espone il suo punto di vista.

V.M.: Che cos’è l’autismo?

L.M.: La definizione tecnica è “una sindrome definita dalla presenza di una compromissione dello sviluppo, che si manifesta prima dei tre anni di vita, e da un tipo caratteristico di funzionamento anormale nelle aree dell’interazione sociale, della comunicazione e del comportamento, che è limitato e ripetitivo”. Nei fatti, una malattia molto complessa, che raggruppa in sé livelli diversi di gravità e caratteristiche non sempre perfettamente coincidenti, ma che comporta sempre un forte impoverimento della qualità della vita del soggetto autistico, come di tutta la famiglia.

V.M.: Come e quando viene diagnosticato?

L.M.: In genere, prima dei tre anni, anche se possono esserci diagnosi tardive nei casi ad esordio più lento e meno conclamato. Nei centri più qualificati predispongono dei ricoveri piuttosto lunghi, fino a due settimane, durante i quali i bambini vengono sottoposti a specifici test e a visite specialistiche, da parte di esperti neuropsichiatri, genetisti, psicologi. Quando la commissione è concorde sulla sussistenza della malattia, viene emessa la diagnosi.

V.M.: Si nasce autistici o si diventa?

L.M.: Possono succedere entrambe le eventualità. Da parte mia, sono certa che Niccolò, il mio piccolo, sia nato autistico, mentre Giacomo lo sia diventato. O, quanto meno, non abbia dato alcun segno di malattia prima dei tre anni.

V.M.: Quali sono le cause individuate sinora?

L.M.: Ci sono molto scuole diverse. Alcuni vedono i vaccini come causa dell’autismo e del suo spaventoso incremento nel tempo (siamo arrivati ad un bimbo autistico ogni 100 nati), anche se l’autismo esiste da molto prima della nascita dei vaccini. Certamente è una malattia genetica, che pare comporti un eccessivo proliferare di sinapsi neuronali nel bambino, già durante la gravidanza. Questo renderebbe i soggetti autistici sovrastimolati, continuamente, e la chiusura tipica dell’autismo sarebbe una forma di difesa da questo perenne “attacco sensoriale”. Ma, come dicevo, la malattia è complessissima ed ancor oggi piuttosto misteriosa.

V.M.: E’ una malattia in aumento nella popolazione?

L.M.: Si, i numeri stanno diventando epidemici. Un autistico ogni 100 nati, con un rapporto di 4 malati maschi ogni bimba affetta da autismo. In Italia, 360.000 famiglie devono combattere ogni giorno con le difficoltà che questa patologia comporta, in un Paese totalmente inadeguato ad offrire strutture, terapie e sostegno qualificato a scuola.

V.M.: Come si manifesta?

L.M.: I segni più tipici dell’autismo sono il fatto che spesso il bambino, quando chiamato, non risponde, tanto da sembrare sordo; evita vistosamente il contatto oculare; ripete in maniera ossessiva gesti, versi, movimenti; presenta interessi decisamente poveri, ripetitivi; reagisce con estrema ansia a cambiamenti ed imprevisti; è incapace di creare legami o anche solo di giocare con altri bambini. Molto spesso vi è un ritardo nell’uso del linguaggio. Il 50% dei bimbi autistici rimane non verbale per tutta la vita. La maggioranza degli autistici, contrariamente a quanto si crede, presenta un lieve ritardo mentale. Pochissimi quelli che hanno doti straordinarie e tratti di genialità.

V.M.: Si sa se si manifesta più in alcune zone geografiche che in altre?

L.M.: No, l’autismo presenta gli stessi tragici numeri in ogni parte del globo, ed in ogni classe sociale, con insignificanti variazioni da un paese all’altro. Ha numeri ancora più preoccupanti nelle isole (come in Sardegna), dove il minor “ricambio genetico” sembra aggravare le percentuali di bimbi affetti da autismo.

V.M.: E’ una malattia genetica?

L.M.: Si. Malattia genetica multifattoriale. Nel senso che diversi errori nel genoma danno esito alla stessa malattia. Purtroppo, ad oggi siamo riusciti a mappare solo il 10% del nostro patrimonio genetico: ancora troppo poco per avere risposte certe ed esami che possano predire, già in gravidanza, la malattia.

V.M.: L’ambiente che influenza ha sulla malattia?

L.M.: Questa è una domanda importante, molto. Un tempo si sosteneva che l’autismo fosse causato dall’indifferenza delle madri, definite “madri frigorifero”, che avrebbe portato ad una grave chiusura del figlio, ed all’incapacità di creare relazioni ed a sostenere comunicazioni verso l’esterno. Oggi, ringraziando il Cielo, si sono completamente superate queste teorie neolitiche. Ma resta il fatto che è fondamentale stimolare continuamente questi bimbi, cercare di agganciare la loro labile attenzione, migliorare la loro resistenza alle frustrazioni. Un allenamento eterno, faticosissimo per i nostri bimbi e per noi genitori, che non conosce fine. Che va fatto, per garantire la miglior qualità di vita possibile ai nostri figli.

V.M.: Alcuni sostengono che i vaccini possano avere una relazione con la malattia: è davvero così?

L.M.: Non lo so. Ho letto molto, ma le argomentazioni addotte non mi hanno completamente convinta.

V.M.: L’autismo è contagioso?

L.M.: Oddio…no! Assolutamente no! E’ contagiosa la forza che questi bimbi ogni giorno mettono nelle terapie, la loro pazienza nel rispondere alle nostre richieste, per loro così elevate e difficoltose, è contagiosa la loro anima incredibilmente candida, senza filtri, incapace di finzioni e delicatezze sociali, purissima.

V.M.: Qual è la differenza tra Autismo e Sindrome di Asperger?

L.M.: L’autismo è una sindrome, un ombrellone gigantesco sotto cui vengono raggruppate varie forme, gradi e manifestazioni di malattia. La sindrome di Asperger è un sottogruppo dell’autismo. E’ un disturbo pervasivo dello sviluppo di tipo autistico caratterizzato da un alto funzionamento. Questi bimbi, questi soggetti, sono decisamente più abili a gestire la quotidianità, hanno maggiori strumenti di adattamento, ed hanno sempre un quoziente intellettivo molto alto. Restano comunque soggetti chiusi, dediti a pochi ossessivi interessi, spaventati dal tumulto della vita.

V.M.: Cosa significa vivere con un bambino autistico?

L.M.: Vuol dire cambiare totalmente se stessi, la propria vita e le proprie aspettative. Significa sforzarsi continuamente di entrare in un mondo per noi difficilmente comprensibile, avere la forza ed il coraggio di affrontare il giudizio altrui, e la grande solitudine in cui la società e le istituzioni di abbandonano. Significa amare totalmente ed incondizionatamente.

V.M.: E con due?

L.M.: Il tutto, moltiplicato per cinque.

V.M.: Ci sono sostegni particolari? Cure particolari? Insegnamenti particolari?

L.M.: In Italia c’e’ una situazione drammatica. Pochissime strutture terapeutiche, lunghissime liste d’attesa, periodi di trattamento troppo brevi, assenza di figure di sostegno scolastiche preparate sulla malattia, e nessun piano di vita possibile. Con i numeri dell’autismo, e considerato che le terapie funzionano, e che si potrebbero recuperare ad una vita autonoma e dignitosa moltissimi di questi bambini, questa politica miope è suicida. Invece che pagare miliardi di pensioni di invalidità si potrebbe offrire un futuro a questi ragazzi. Ovviamente, a loro misura.

V.M.: E’ costoso allevare un bambino autistico?

L.M.: Molto. Chi riesce,  si affida a strutture private. Ma i costi sono ingentissimi, si parte dai 1000 euro al mese, in su. Una fatica non sostenibile da molti.

V.M.: Ci sono precauzioni che un genitore deve prendere per tutelarlo?

L.M.: Un milione, ma non bastano mai. L’istinto vorrebbe tenerli sempre sotto la nostra ala, delicati come sono, impauriti fino allo sfinimento. Ma occorre metterli a confronto con il mondo, per quando feroce con loro, e con tutto ciò che è diverso. Un giorno noi genitori non ci saremo più, occorre prepararli.

V.M.: Un bambino autistico in che misura può avere una vita sociale?

L.M.: Dipende dalla gravità della malattia. Ma, in generale, per loro è molto difficile maturare relazioni sociali. Per i ragazzi ad alto funzionamento questo può diventare possibile fra cerchie ristrette di coetanei che condividano le passioni del soggetto autistico. Un ragazzo autistico appassionato, per esempio, di astrofisica, sarà senz’altro molto più preparato di tutti i suoi coetanei. E questa sua competenza potrebbe essere stimata all’interno di un circolo di appassionati. Ma, in generale, i soggetti autistici preferiscono la solitudine.

V.M.: Un bambino autistico è violento?

L.M.: No, assolutamente. Il bambino autistico può avere delle profondissime crisi d’ansia, in certe situazioni. E tende a diventare violento verso se stesso, facile che batta la testa contro il muro, che si graffi o che si picchi. Tende, semmai, all’autolesionismo.

V.M.: Un ragazzo autustico può compiere una strage? Una strage come quella di cui si parla in questi giorni?

L.M.: Mi sembra altamente improbabile. Quell’atto mostruoso, inconcepibile è stato pianificato, organizzato. E’ stato necessario dimostrare una freddezza ed una padronanza di sé che un autistico non avrebbe mai, in nessuna occasione. Un autistico odia i rumori forti, figuriamoci gli spari! Un autistico non odia il mondo, ne è spaventato. E sarebbe sotto choc più di chiunque altro di fronte ad una tale mattanza. Ricordiamoci che sono soggetti ipersensibili.

V.M.: Dal tuo punto di vista personale il ragazzo che ha compiuto la strage nella scuola del Connecticut era autistico, era affetto da qualche altra patologia?

L.M.: Assolutamente si. Ritengo che si sia fatta grande confusione fra disturbo della personalità di tipo schizoide (che è una malattia psichiatrica) ed autismo (che è una malattia neurologica). Non sono un medico, ma ho conosciuto tantissimi bambini e ragazzi autistici. Sono più che certa che nessuno potrebbe anche solo concepire un atto del genere. Non sarebbe proprio nelle loro capacità, oltre che nelle intenzioni.

V.M.: Che idea ti sei fatta su quanto scritto dai giornali?

L.M.: Ho paura. I nostri bambini sono già sufficiente emarginati dalla società, dalle persone, da tutti. Nulla si sa sull’autismo e quello che non si conosce, spaventa. Lo si evita. In una vita per tutti noi indicibilmente difficoltosa, ci manca solo che le persone inizino a pensare che questi bimbi speciali, un po’ strani, siano capaci di gesti così aberranti. Io credo che i giornalisti, pur nel dovere di dare la notizia, avrebbero dovuto approfondire l’argomento con esperti, invece che parlare con qualche ragazzetto di provincia americano. Come, infatti, alcune testate di sono premurate di fare, parlando del rischio concreto di stigmatizzare delle persone che, nei fatti, sono vittime. Non certo carnefici.

V.M.: Che cosa pensi prima di addormentarti la sera?

L.M.: Prego di vivere a lungo, tanto a lungo.

Fonte: Vivianamusumeciblog’s