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“Oltre le colline” di Cristian Mungiu, recensione di Marius Creati

August 30, 2016 Leave a comment

Oltre le colline di Cristian Mungiu, recensione di Marius Creati

Un film davvero commovente che sottolinea quanto l’essenza dell’amore, anche quello più recluso agli occhi degli uomini, tragga la sua forza  dalle situazioni più inverosimili… e per amore dell’altra si riesca a sopportare un livello di sopravvivenza psicologica al di fuori della normalità. Non è un film che va contro taluna forma di religione, anche se la venerazione, intesa come forma di salvezza dell’anima, nella narrazione diventa uno strumento di sofferenza interiore, non che di privazione corporale… ma diventa un confronto tra umanità e spiritualità mente l’amore stesso sottende la propria bestialità nutrita dalla vessazione della libertà, colpita nella sua fugacità mediante una spoliazione crescente che denuda le due donne nel profondo e le induce all’aberrazione del raziocinio… Ciò che si scopone nell’animo è avvertire quanto la purezza dei sentimenti possa posporre la fuga a favore del servo arbitrio, quale sottomissione appagante attraverso cui la morte diventa icona empirica della certezza… quella di voler amare fino all’estremo dell’ultimo respiro. Nella mia trasposizione virtuale della narrazione vedo le due giovani donne, Alina e Voichita, libere di potersi amare al di là degli schemi dell’indigenza, libere di potersi confrontare in un mondo più solidale.

Marius Creati

L’uomo che sapeva troppo… capolavoro di Hitchcock e Marrakech

June 3, 2013 Leave a comment

film

Vi chiederete cosa c’entra Hitchcock, il bellissimo film del 1956 e Marrakech. Una parte di questo capolavoro  è stato girato nella Ville Rouge, nei souks della medina, sulla Place Jemaa el Fna, presso alcune porte (Bab) delle antiche mura, al leggendario Hotel Mamounia e, la scena con lo zoom sul tajine di pollo, in un famoso ristorante di Riad Zitun, “Dar Essalam“, aperto ancora oggi. Come in tutti i suoi films, Alfred Hitchcock amava molto i figuranti e nel film si distinguono chiaramente molti di questi, come gli acrobati della Place sempre presenti. Bisogna sapere che gli abitanti di Marrakech, in primis quelli della medina, ignoravano a quell’epoca, di cosa si trattasse; vedevano un grande trambusto, gente che si spostava freneticamente, telecamere e macchine bizzarre che scoprivano per la prima volta. I protagonisti della Place Jemaa el Fna osservavano quell’uomo semplice ma nel contempo forte e determinato,  che si avvicinava a loro con un sorriso caloroso, senza minimamente sapere che si trattava di un regista conosciuto a livello mondiale, con un talento unico.   La storia del film è imperniata sulla figura del Dott. Benjamin McKenna (James Steward) e di sua moglie Jo (Doris Day), che si ritrovano invischiati in una storia di spionaggio internazionale. La coppia di turisti, insieme al figlioletto Hank, sull’autobus che li sta conducendo a Marrakech, fanno conoscenza con un misterioso personaggio, Louis Berbard (Daniel Gélin), che desta subito qualche perplessità nella diffidente Jo.  La sera i McKenna, recatisi a cena in un locale tipico, fanno la conoscenza dei coniugi Drayton, una coppia inglese che alloggia nel medesimo albergo, e con la quale si intrattengono per la serata. Nello stesso locale i McKenna intravedono l’onnipresente Bernard che, dopo averli visitati  nel pomeriggio presso la loro camera di albergo per invitarli a cena, li ha poi lasciati con una scusa. Il giorno successivo, mentre i McKenna e i Drayton visitano i souks di Marrakech, un uomo viene pugnalato a morte sotto i loro occhi. Il Dott. McKenna accorre in suo aiuto e scopre che l’uomo assassinato altri non è che Louis Berbard, camuffato in un abito tipico, un jellaba. L’uomo prima di morire rivela di un prossimo attentato ad un uomo di Stato a Londra.  La polizia francese (il Marocco in quel periodo era sotto protettorato)  invita i McKenna in commissariato, mentre il figlio Hank torna in albergo con i coniugi Drayton. Una telefonata misteriosa gli annuncia che suo figlio è stato rapito. Mi fermo qui perchè chi non ha ancora visto questo capolavoro deve assolutamente reperirlo e lasciarsi trasportare da questo intrigo internazionale. Mitica la figura del killer marocchino , interpretato dall’attore austriaco Reggie Nalder, celebre per il suo volto sfigurato da una bruciatura (appositamente ingaggiato a Marrakech, il cui volto è più simile ad un teschio che a un essere vivente), che appare nel bianco e nero dei souks  di Marrakech; impressionante. Come in tutti i suoi films, Hitchcock fa la sua apparizione davanti alla macchina da presa; lo si vede di spalle, mentre assiste allo spettacolo di alcuni saltibanchi nei souks di Marrakech. Infine il leitmotif di tutto il film: la celebre canzone “Que sera sera” (Whatever will be, Oscar come  Miglior canzone) cantata dalla splendida Doris Day, canzone  che salverà la vita al figlio dei McKenna nel film.

Paolo Pautasso

Fonte: VM-Mag

“Profumo – Storia di un assassino” di Tom Tykwer [2006]

June 30, 2012 Leave a comment

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L’odore dell’animo umano
La storia, il film, il cuore sono tutti in un unico incredibile personaggio, Jean-Baptiste Grenouille, e nel suo errare nel mondo sconosciuto ed in conoscibile se non attraverso gli odori.
Si credeva opera intraducibile in linguaggio filmico Il profumo di Patrick Süskind, uno dei romanzi più fortunati della storia della letteratura tedesca, arrivato inizialmente in Italia a puntate sul Corriere della sera per poi conoscere 11 differenti edizioni, e diventato in breve tempo un vero e proprio caso editoriale, con 15 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Quando ancora l’autore si rifiutava di cedere i diritti, Stanley Kubrick si dichiarò interessato a dirigerne la trasposizione cinematografica, abbandonando poi l’idea dopo aver verificato l’effettiva impossibilità di rendere sullo schermo lo straordinario, ma impalpabile mondo degli odori nato dalla penna ironica e brutale di Süskind. Bernd Eichinger, storico produttore di pellicole tratte da romanzi cult, tra cui La storia infinita e Il nome della rosa, è riuscito a convincere solo nel 2001 lo scrittore a dare il via libera alla realizzazione del film, e ha voluto che a dirigere un’opera così complessa e seducente fosse uno dei più talentuosi registi in circolazione, Tom Tykwer, un tecnico delle emozioni, esploso nel 1998 con Lola corre, ma poi poco valorizzato per i suoi successivi, meravigliosi lavori, La principessa e il guerriero e Heaven, regalo postumo di/a Kieslowski di inesprimibile bellezza.
Il regista tedesco si è trovato così tra le mani, per la prima volta, una materia estremamente difficile da dominare perché per sua natura sfuggente: l’universo impenetrabile degli odori. Jean-Baptiste Grenouille, una “tra le figure più geniali e scellerate” della Francia del diciottesimo secolo, rifiuto umano e artista “assoluto”, sguardo innocente e mano assassina, arriva oggi finalmente sul grande schermo, per disturbare e scuotere gli spettatori, ma soprattutto per mendicare quel briciolo di pietà che non gli è mai stato concesso. Una storia eccessiva, sempre sopra le righe, tra orrore e fiaba, quella del garzone Grenouille, dotato di un olfatto così acuto da poter far propri tutti gli odori del mondo, da riuscire ad arrivare, anche a grandi distanze, nell’anima di ogni più piccola cosa, ma vittima della tragedia massima per un essere umano: la mancanza d’amore, di attenzione, di calore, dovuta ad una diversità che spaventa ed allontana. E la diversità di Grenouille non sta nel suo aspetto fisico, ma nel fatto imperdonabile che il suo corpo non emana alcun odore, un’anomalia “demoniaca” che disgusta e terrorizza chi se lo ritrova intorno. E’ la beffa più grande ed inaccettabile per chi riesce ad entrare in contatto con il mondo solo attraverso il proprio naso: ecco allora che il non sentirsi lo consegna definitivamente a quella solitudine senza speranza che apre le porte al dramma.
Come in tutti i suoi precedenti film, anche in questo caso Tykwer va concentrando la sua attenzione sull’aspetto del crimine come motore della storia, come gesto disperato per arrivare all’amore. C’è sempre stata una agrodolce distanza tra i protagonisti dei suoi lavori e gli spettatori, perché per le sue storie la scelta è sempre caduta su personaggi fondamentalmente innocenti, ma costretti ad efferate azioni criminose. E’ così anche Grenouille che, per conoscere il cuore degli uomini, non esita ad uccidere le vergini di Grasse, deciso a distillarne il profumo estatico, una sfida impossibile, il motivo ultimo per la sua inutile esistenza. Gli viene fuori l’opera d’arte totale, la luce che da sul Paradiso, la magnificenza insopportabile che fa colare la bava al cannibale. Ma, come si è detto, la storia di Grenouille è troppo stupefacente per riuscire in una sua adeguata resa sullo schermo: si rischia sempre di cadere nel ridicolo, di suscitare le risa volgari degli onnipotenti spettatori, quando la sospensione dell’incredulità diviene sfida troppo grande. Tykwer riesce a cavarsela quasi sempre, anche nelle due difficilissime scene conclusive per le quali sceglie la via della delicatezza (con Grenouille trasformatosi in angelico direttore d’orchestra dell’animo umano, uno spettacolo!) rispetto alla brutalità che avrebbe forse richiesto un epilogo così sorprendente, che segna l’ingresso dell’uomo nell’era moderna.
Gli estimatori del libro non potranno dirsi delusi: l’adattamento è estremamente fedele, sono fatte salve l’ironia e la fascinazione misteriosa del romanzo, la voce fuori campo (certo invasiva e didascalica) legge proprio le pagine scritte da Süskind, la ricostruzione della Francia del ‘700, delle botteghe, dei laboratori è commovente nella sua accuratezza. Eppure, c’è una precisa scelta degli sceneggiatori che grava come un macigno su tutto il film: il non aver svelato immediatamente, come nel libro, quella anomalia che rende Grenouille un uomo totalmente scollato rispetto al mondo che lo circonda. Tykwer sceglie infatti di rivelare quell’informazione fondamentale per capire ed entrare nella profondità del personaggio dopo troppo tempo, in una sequenza senza dubbio d’effetto nella sua drammaticità, ed evita di sottolineare successivamente questo che nel libro di Suskind è l’aspetto più importante. Si crea così una distanza troppo grande tra chi guarda e il personaggio, figura ambivalente che ha un modo tutto suo di vivere le emozioni, da sembrarne quasi privo. Ma le sensazioni che muovono Grenouille traspaiono sempre, nelle sue corse, nei suoi affanni, nei suoi silenzi curiosi. In fondo, anche quando spezza la vita di fanciulle innocenti, non si può non sentirlo vicino, non si può non comprendere la sua glaciale disperazione.
Tykwer, solito chirurgo dell’immagine filmica, sembra maneggiare con qualche difficoltà di troppo una storia che evidentemente non sente sua fino in fondo e va spesso in confusione, osando dove non dovrebbe, frenando dove bisognerebbe calcare la mano. Il montaggio frenetico delle immagini più disturbanti che accolgono Grenouille nel mondo sono uno stratagemma insignificante, i viaggi di camera in fast motion per raggiungere l’origine dei profumi sono disorientanti, alcune scelte (come la penosa sequenza kitsch di Hoffman nel giardino dell’amore) troppo azzardate. Ma quando si concentra su ciò che sa fare meglio (i primi e primissi piani, l’indagine minuziosa dei corpi) Tykwer sorprende come al solito, incanta con la sua fine sensibilità, ci regala pura poesia d’immagini (una su tutte la sequenza della ragazza delle mirabelle) che non può essere facilmente dimenticata, grazie anche alla fotografia del solito Frank Griebe, che si lascia andare a continui, raffinati giochi di luci ed ombre, che svelano e nascondono, immergendo la storia nelle tonalità scure che rimarcano la miseria del tempo narrato, e nella luminosità degli spazi aperti quando la libertà per il protagonista sembra essere ad un passo. Ben Whishaw nel ruolo di Grenouille è francamente eccezionale, un talento incredibile: riesce a sostenere più di due ore di film senza quasi dire una parola, lasciando parlare essenzialmente il corpo, come chi, smarrito nel mondo sconosciuto, è guidato solo dal proprio naso.
Cinema e letteratura tornano ad incontrarsi, ma mai come questa volta la trasformazione della parola in immagine è stata così faticosa. Il profumo è un romanzo peculiare, giocato su quel senso, l’olfatto, difficile da stimolare fuori dalla realtà tangibile della vita vera. Tykwer esce dalla crisi artistica in cui era sprofondato dopo la fredda accoglienza riservata al suo Heaven, e si confronta con un blockbuster ad alto budget, che lo allontana per un po’ dalle storie minime che hanno caratterizzato la sua filmografia. Stavolta la storia, il film, il cuore sono tutti in un unico incredibile personaggio, Jean-Baptiste Grenouille, e nel suo errare nel mondo sconosciuto ed in conoscibile se non attraverso gli odori. Il risultato è contraddittorio, ma guai ad archiviare Profumo con superficialità, perché ricco di implicazioni sociologiche, esperimenti comunicativi, sfide percettive e di un formidabile discorso sull’Arte e sul genio. Finalmente cinema che torna a stimolare, finalmente una vera sfida per lo spettatore.

Massimo Borriello

Fonte: Movieplayer

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“Charlot” di Richard Attenborough [1992]

June 28, 2012 Leave a comment

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“Il film ha pennellate eleganti che però, messe insieme, non fanno un ritratto. Manca una visione d’insieme, un’ipotesi d’interpretazione forte del personaggio. Mille sono i punti di vista dai quali Chaplin può essere analizzato: l’ossessione erotica per le ragazzine, l’impegno politico, le accuse (ebreo, comunista) inventate dall’FBI e però da lui mai del tutto negate, l’odio-amore per l’America, il retaggio dickensiano dell’infanzia londinese, e tanti, tanti altri. Attenborough non ne sceglie uno: tenta di farli tutti confezionando un centone affascinante ma troppo didascalico. Alla fine del quale Chaplin rimane un mistero. Come si diceva: se volete saperne di più, guardate i suoi film.” (Alberto Crespi, ‘l’Unità’, 26 febbraio 1993)”Dopo Gandhi, Chaplin. Richard Attenborough continua con le sue biografie filmate. Questa volta, però, il personaggio era più complesso. Il problema era non solo dir tutto, ma anche condensare senza tradire: né il carattere rimasto sempre un po’ oscuro del protagonista, (nonostante le molte confidenze e confessioni), né l’epoca, il cinema e la gente che lo avevano accolto e in cui, qualche volta perseguitato, aveva saputo dominare. Attenborough ha pensato di vincere la difficile battaglia affidandosi a tre sceneggiatori di fama (William Boyd, Bryan Forbes, William Goldman) e rifacendosi, per le fonti, debitamente citate, all’autobiografia dello stesso Chaplin, ‘La mia vita’ e al bellissimo libro storico-critico di David Robinson, ‘Chaplin: la vita e l’arte’. Un’idea giusta, non sorretta però da una vera analisi del personaggio e affidata poi, come struttura narrativa, ad un seguito di eventi visti più come in uno sceneggiato tv che non come in un film, prodighi, in qualche momento, di invenzioni suggestive, ma ora troppo diluiti ora troppo rapidi per arrivare, come si voleva, ad un ritratto.” (‘Il Tempo’, 27 febbraio 1993)”Qualche momento intenso lo dobbiamo a Geraldine Chaplin nel ruolo di sua nonna Hannah, la mamma di Charlie e di Sydney Chaplin che tutta la vita combatte contro uno stato di depressione prossimo alla follia. Kevin Kline è irresistibilmente simpatico nella parte di Douglas Fairbanks, il grande amico di Chaplin e cofondatore della United Artists. E Milla Jovovich è molto bella e inquietante nel ruolo di Mildred Harris, la diciassettenne furba che divenne la prima moglie bambina di Chaplin. Ma su questa come sulle altre sue vicende amorose, si sente l’inevitabile autocensura che gli autori si sono imposti: Lady Oona era ancora viva ai tempi della preparazione del film. Per fortuna c’è Chaplin, quello vero. Quando sullo schermo compaiono la fioraia, il monello, il vagabondo, il suo finto Dittatore – e quello vero – improvvisamente si torna a ridere e a commuoversi, e appare più chiaro l’unico senso possibile di ‘Charlot’: ricordare uno dei massimi poeti di questo secolo. E spedire gli spettatori a rivedere i suoi film”.
Irene Bignardi
la Repubblica, 27 febbraio 1993

“Il castello nel cielo” di Hayao Miyazaki [1986]

April 28, 2012 Leave a comment

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L’Atlantide del cielo
Questo film, realizzato nel 1986, è il terzo lungometraggio di Hayao Miyazaki, il secondo a portare il marchio dello Studio Ghibli dopo il precedenteNausicaa (1984). Con quest’ultimo, così come con la serie televisiva Conan, questo film ha in comune l’ambientazione, a metà tra il fiabesco e il futuristico, e le tematiche di base, che sono l’ecologismo, l’antimilitarismo, l’avversione per la sete di potere umana e la fiducia, malgrado tutto, in sentimenti come l’amore e l’amicizia. Qui troviamo una società industriale apparentemente simile alla nostra, che si capisce però essere “regredita” dopo uno sviluppo tecnologico spropositato che le ha portato danni enormi; la città volante di Laputa, fiore all’occhiello di questa tecnologia, è infatti rimasta deserta a causa dell’atteggiamento irresponsabile e della brama di potere di chi la governava. Un atteggiamento, quello di Miyazaki nei confronti del potere, che appare evidente anche nella caratterizzazione dei personaggi: quelli negativi, qui, sono unicamente quelli dell’esercito, subdoli e folli nella loro brama di dominio; al contrario, i pirati appaiono simpatici, anarchici e un po’ pasticcioni, ma anche pieni di umanità, e presto si guadagneranno infatti la fiducia dei due protagonisti.
Il film parte con un’impostazione tipicamente fiabesca: i protagonisti sono due ragazzini, entrambi orfani, legati dal mistero e dall’emozione rappresentata dalla prospettiva di scoprire la leggendaria città fluttuante. Il clima è sognante, avventuroso, gioioso e carico di emozioni: un’impostazione debitrice di tanta narrativa, occidentale e non, per ragazzi, da Verne a I viaggi di Gulliver fino alle Mille e una notte. Non si deve pensare, però, che si tratti di un film rivolto esclusivamente a un pubblico infantile: tutt’altro. Non mancano momenti di grande tensione, alternati anche a scene di una certa crudezza: tra queste è da ricordare quella, impressionante, del risveglio del robot all’interno del palazzo dei militari, con la distruzione da esso seminata e la grande pietà che questa creatura meccanica, imprigionata per anni e costretta a distruggere, suscita nonostante tutto nello spettatore. Un motivo, questo dei robot “vivi”, tipico di certa animazione giapponese (si pensi al recente Metropolis) e che qui ritroviamo alla fine, all’interno della città sospesa nell’aria, trattato con un notevole lirismo: è facile provare simpatia per questi silenziosi custodi dei resti di una civiltà dimenticata, che rivelano comportamenti e modi di agire tipicamente umani. La città di Laputa è rappresentata con un misto, originale e riuscito, di scenari naturali e tecnologia futuristica, che creano un amalgama perfetto per quella che è a tutti gli effetti la visualizzazione di un sogno.
Visivamente, il film è di una bellezza tale da lasciare senza fiato. Prati sconfinati, splendidi scenari, il cielo e le nuvole, il grande segreto da esse rivelato: tutto concorre a creare una meraviglia intrisa di grande poesia. Miyazaki riesce a creare le immagini e l’atmosfera giusta per raggiungere l’obiettivo che qualunque opera fantasy si dovrebbe prefiggere: quello di sorprendere, ammaliare e far sì che lo spettatore si lasci andare alla meraviglia e all’emozione. Un impatto che si deve anche alla splendida colonna sonora di Joe Hisaishi: il tono sognante ed epico del commento musicale contribuisce in modo decisivo alla grande suggestione delle immagini create da Miyazaki e dal suo staff. Il livello tecnico del film è altissimo, e guardandolo oggi non si direbbe affatto che ci si trova di fronte ad una pellicola del 1986: molte produzioni recenti non reggono infatti il confronto. Le animazioni sono perfette, il character design accuratissimo, i fondali splendidamente disegnati. Uno sforzo produttivo enorme, insomma, per un film con un’anima, che, con intelligenza diverte, emoziona e commuove.

Marco Minniti

Fonte: Movieplayer.it

“Hugo Cabret” di Martin Scorsese [2011]

April 11, 2012 Leave a comment

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Il fantastico viaggio di Hugo
Hugo Cabret è principalmente un lirico omaggio tributato da Scorsese alla Settima Arte e ad uno dei suoi pionieri; ma è anche una favola moderna, romanzo di formazione su un ragazzino che cerca il suo posto nel mondo, in una società vista come un enorme ingranaggio in cui ogni pezzo deve trovare la sua collocazione e la sua funzione.
Parigi, 1931. La stazione è un crocevia di uomini e vite che si sfiorano distrattamente, in una metropoli che ormai, assorbita l’ondata di invenzioni della fine del secolo precedente, vive un’esistenza scandita dagli onnipresenti orologi, che ne compartimentano rigorosamente ogni aspetto. Una città nella quale non si è ancora spenta l’eco delle perdite della Grande Guerra, ma che già sente nell’aria il vento di una nuova, imminente tragedia. Nella stazione parigina, però, c’è anche chi ci vive stabilmente: come Hugo Cabret, orfano e ladro per necessità, silenzioso guardiano e manutentore degli orologi, custode di un segreto lasciatogli da suo padre di cui ancora non comprende a pieno la portata. Quando il ragazzino viene scoperto a rubare da Georges, l’anziano giocattolaio che ha il suo negozio all’interno della stazione, si rende presto conto di essere misteriosamente legato a quell’uomo burbero; e che, probabilmente, il legame sta proprio nel lavoro lasciato incompiuto dal genitore, uno strano automa che lui e Hugo stavano riparando, testimone di un tempo diverso e dimenticato. Georges non vuole ricordare, e anzi sequestra il taccuino di appunti che scopre in possesso di Hugo, deciso a seppellire per sempre un passato il cui ricordo gli procura solo dolore; ma Hugo vuole al contrario ricostruire la sua storia, trovare il suo scopo e il suo posto nel mondo, proprio attraverso quel silenzioso testimone meccanico, che forse può finalmente riuscire a far parlare. Per far questo, potrà contare sull’aiuto della coetanea Isabelle, figlia adottiva di Georges, elettrizzata all’idea di vivere un’avventura dagli esiti imprevedibili.
Con Hugo Cabret, a quasi settant’anni, Martin Scorsese si cimenta per la prima volta in più di una sfida. Si tratta innanzitutto dell’esordio del regista italoamericano nel campo del cinema per ragazzi, genere teoricamente lontano dall’universo di riferimento del regista di Mean Streets e Taxi Driver, lontano dalle sue figure di gangster e dai suoi lividi affreschi metropolitani, ma anche dalle eleganti rivisitazioni dell’action movie e del thriller offerte nei recenti The Departed – Il bene e il male e Shutter Island. Si tratta, secondariamente, della prima volta in cui Scorsese si cimenta col 3D: tecnologia da sempre molto amata dal regista (che ha dichiarato che il primo film che vide fu proprio una pellicola tridimensionale: si trattava de La maschera di cera di André de Toth, datato 1953) e che in questo periodo sta vivendo una faticosa e in parte contraddittoria (ri)affermazione. Ma si tratta anche, in fondo, della prima volta in cui Scorsese parla direttamente, e in modo esplicito, del cinema e della sua storia, ma soprattutto del suo (e nostro) rapporto con esso: il regista si mette senza pudore “ad altezza di bambino” e narra della meraviglia, unica e irripetibile, provata da un ragazzino di fronte a quel fascio di luce proiettato su uno schermo gigante, dell’inesplicabile senso di magia che quelle immagini trasmettono la prima volta che le si guarda, della ricerca caparbia del modo di catturare, sia pure per un solo istante, un po’ di quella originaria meraviglia. In questo senso, l’uso del 3D per una pellicola come Hugo Cabret è non solo opportuno: è probabilmente necessario, e con questo film siamo forse di fronte a uno dei pochissimi casi (il pluricitato Avatarne è l’esempio più scontato) in cui si può dire che, senza l’ausilio della stereoscopia, non saremmo davvero di fronte allo stesso film.
Il 3D di questo film, al pari di quello che ci ha mostratoJames Cameron nella succitata pellicola, è bello, potente, espressivo. E’ una vera gioia per gli occhi vedere la profondità e l’incredibile senso di realismo che emanano dalle scenografie di Dante Ferretti, la verticalità e il senso di vertigine della torre dell’orologio in cui vive Hugo, la resa minuziosa delle distanze e il grande lavoro del regista sulla costruzione dell’immagine e sulla profondità di campo: interni ed esterni, la stazione e la Parigi degli anni ’30 accarezzata dalla neve, gli anfratti del nascondiglio del protagonista e il fiabesco esterno della residenza del vecchio Georges Méliès, tutto urla meraviglia e parla delle potenzialità di una tecnologia tanto versatile quanto, finora, poco compresa e mal utilizzata. Ma la tridimensionalità di Hugo Cabret è qualcosa di più, qualcosa che nelle mani di Scorsese diventa discorso metacinematografico, riflessione sulla Settima Arte, sulla sua storia e sul modo di fruirla: è commosso e sincero l’omaggio del regista all’arte di Méliès (interpretato nel film da un grande Ben Kingsley) non a caso illusionista prima che cineasta, pioniere degli effetti speciali e di un cinema che (al di là delle infinite discussioni storiografiche sulla paternità del cinema “narrativo”) per la prima volta basava sulla meraviglia, sul coinvolgimento emotivo e sulla rappresentazione stessa dei sogni, la sua intima essenza. E’ la magia la chiave (non solo simbolica) di accesso alla storia, quella magia ricreata artigianalmente, con infinita pazienza, dalle mani di Méliès coi suoi trucchi e i suoi macchinari, quella che lo stesso Hugo vuole caparbiamente far rivivere nell’automa lasciatogli da suo padre, quella che, alla fine dell’Ottocento, ammaliava gli spettatori e li rendeva testimoni di uno spettacolo che era la versione moderna della lanterna magica. Un sortilegio di cui il grande artista francese capì per primo le reali potenzialità (quando i suoi stessi inventori, i fratelli Lumière, l’avevano già bollato come “moda passeggera”) e la cui potenza affabulatrice rivive ora grazie a una stereoscopiache, se usata nel modo giusto, ne restituisce in pieno il limpido potere mesmerico.
Hugo Cabret, ispirato a un romanzo per ragazzi dello scrittore Brian Selznick è dunque, principalmente, un lirico omaggio tributato da Scorsese alla Settima Arte e ad uno dei suoi pionieri; ma è anche una favola moderna, romanzo di formazione su un ragazzino che cerca il suo posto nel mondo, in una società da lui vista come un enorme ingranaggio in cui ogni pezzo deve trovare la sua collocazione e la sua funzione. Lo sguardo di Hugo, interpretato al meglio dal bravo Asa Butterfield, è quello di un personaggio dickensiano che non smette mai di osservare con fiducia, e inesausta curiosità, un mondo che a molti adulti (tra i quali lo stesso, invecchiato e disilluso Méliès) appare invece disordinato e incomprensibile; che divora i suoi libri di avventura con la stessa fame di emozioni e meraviglia con cui si pone davanti allo schermo, che cerca un cuore, e infine lo trova, in una creatura meccanica che porta in sé il ricordo e il perenne legame con un genitore che non ha mai smesso di amare. A fargli da spalla, e da supporto in una ricerca non priva di difficoltà e momenti oscuri (la sequenza dell’incubo è tra le più efficaci e significative del film) una Chloe Moretz altrettanto intensa, il cui personaggio, in questo viaggio che è insieme crescita e scoperta delle proprie radici, avrà modo di conoscere meglio le persone con cui vive, riuscendo infine a legarvisi definitivamente. Un cast messo insieme con grande intelligenza è completato, ma sarebbe meglio dire arricchito, dalle presenze di un sempre carismaticoChristopher Lee nel ruolo del saggio libraio, di un divertente Sacha Baron Cohen che dà il volto all’ispettore ferroviario perennemente sulle tracce di Hugo, e di un intenso Jude Law, fantasmatica guida e costante, tranquillo punto di riferimento per le azioni del protagonista. Non semplici comprimari, ma piuttosto compagni di un viaggio in cui, grazie al potere della stereoscopia, veniamo imbarcati quasi fisicamente, e in cui la memoria personale di chi lo ha voluto si mescola, senza soluzione di continuità, a quella cinefila, di noi tutti. L’approdo, per già noto che fosse a molti, non può che toccarci ed emozionarci. Profondamente.

Marco Minniti

Fonte: Movieplayer.it

“L’impero dei lupi” di Chris Nahon [2005]

March 31, 2012 Leave a comment

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Barocco francese
L’impero dei lupi è un film confuso e urlato, dove persino l’onesto mestiere e la simpatia di Jean Reno affogano senza lasciar traccia.
L’impero dei lupi è figlio di quella recente corrente del cinema di genere francese che è nata da I fiumi di porpora di Mathieu Kassovitz, a sua volta imparentato con gli stili estetici e narrativi delle produzioni di Luc Besson e di cui fanno parte pellicole come I fiumi di porpora 2 – Gli angeli dell’apocalisse, Vidocq e, parzialmente, Il patto dei lupi.
Di stili visivi e narrativi di questo filone il film diretto daChris Nahon (già regista del bessoniano Kiss of the Dragon) è sintesi ed amplificazione: dalla frenesia visiva alla fotografia opprimente e satura, passando per una trama che mescola azione e thiller non disdegnando riferimenti più o meno storiograficamente corretti a sette, gruppi, massonerie e mafie del presente e del passato.
Sintesi e amplificazione che porta al parossismo le caratteristiche più confuse e fastidiose di questo genere, arrivando a soffocarne del tutto i già non numerosissimi pregi.
L’impero dei lupi si apre con il racconto parallelo di due vicende che hanno all’apparenza ben poco in comune, ma che la confusa sceneggiatura porterà – dopo varie peripezie – ad unirsi. Due lati della storia che Nahon fotografa in maniera quasi opposta con riguardo alle cromìe (virata al blu la storia della donna interpretata da Arly Jover, più sulle dominanti rosse quella della strana coppia di sbirri Jean Reno Jocelyn Quivrin) ma con lo stesso identico taglio sincopato e tanto claustrofobico da risultare fastidioso.
Il film si sviluppa poi ancor concitato e confuso, sia per quanto riguarda l’intreccio che per la sua messa in scena formale (con tanto di nell’onnipresente, martellante ed invadente colonna sonora). Da ogni punto di vista lo stile di Nahon supera il barocco e fa approdare il film su versanti rococò e manieristi che stordiscono lo spettatore e non gli permettono di entrare nella storia, né d’empatizzare con quanto avviene sullo schermo.
L’impero dei lupi è un film confuso e urlato, dove persino l’onesto mestiere e la simpatia di Jean Reno affogano senza lasciar traccia. Se in passato quel filone cui facevamo riferimento poco sopra rappresentava un’esperienza interessante di un’industria cinematografica, quella d’oltralpe, comunque più vitale della nostra della nostra, è un peccato constatare oggi che con L’impero dei lupi questo sotto-genere si sia ripiegato su se stesso e (irrimediabilmente?) incancrenito.

Federico Gironi

Fonte: Movieplayer.it

“La Guerra Del Fuoco” di Jean-Jacques Annaud [1981]

March 26, 2012 Leave a comment

 

Trentennale l’anno scorso per questo film originale, sperimentale, che racconta un’immaginaria vicenda accaduta 80 mila anni fa ad uomini primitivi, quando si stava affacciando sul pianeta l’homo sapiens. Meritava celebrazione. Per dare idea dell’importanza dell’opera, comincio ad elencarne i premi: Oscar 1983: miglior trucco; 2 César 1982: miglior film e miglior regista; Saturn Award 1982: miglior film internazionale; 5 Genie Awards 1983: costumi, suono, realizzazioni, attrice principale.Grazie alla pagina Wiki posso attingere, tradotta, l’introduzione del film: “80.000 anni fa, la sopravvivenza degli uomini nelle immense distese inesplorate dipendeva dal possesso del fuoco. Per quegli esseri primitivi, il fuoco rimase un oggetto misterioso fino a quando non impararono a crearlo. Il fuoco doveva essere rubato alla natura, mantenuto in vita, protetto da vento e pioggia, difeso dai nemici. Il fuoco divenne simbolo di potere e sinonimo di sopravvivenza. Coloro che possedevano il fuoco, possedevano la vita.“.
E’ esattamente quello a cui si assisterà.
Una tribù, direi di neandertaliani, conserva un piccolo fagotto con all’interno una brace che si premura di mantenere sempre ardente, al fine di poter accendere in ogni momento il fuoco. Disporre del fuoco è vitale, serve certo a cuocere la carne delle prede ma soprattutto, cosa fondamentale, a non diventare preda! Li vedremo quegli animali che ancora risiedono nelle nostre paure ancestrali, e tra queste quella di morire sbranati è ancora la più temuta: lupi, mammuth, tigri dai denti a sciabola, orsi.
C’è però un nemico, ed è il più imprevedibile di tutti, che non viene allontanato dal fuoco, ne è anzi attratto e non esita ad ucciderti per procurarselo. Sono gli altri uomini. Saranno lotte sanguinose. Solo i primi sapiens, capaci di produrselo sfregando legni, usciranno da questa vita nomade, perennemente violenta, e saranno capaci di creare i primi insediamenti stabili. Il film ci mostrerà quel periodo in cui sapiens e neandertaliani (si pensa) hanno convissuto, la fase di passaggio e il finale sarà davvero commovente in questo senso, mostrandoci proprio una metamorfosi, col neandertal legato alla donna sapiens che guarda alla luna dopo essere riuscito ad accendere un fuoco dal nulla. Ci sarà un caldo senso di umanità in questo, nell’uomo che finalmente occupa la sua mente in qualcosa di più alto, che non sia il semplice sopravvivere: si comincia forse a Vivere.
Sempre dal citato wiki altre info molto importanti:
La guerra del fuoco (La guerre du feu) è un film del 1981 diretto da Jean-Jacques Annaud, ispirato all’omonimo romanzo di J. H. Rosny aîné.
Si tratta di un film d’avventura di ambientazione preistorica, la cui caratteristica peculiare è che gli interpreti si esprimono solo tramite gesti e suoni gutturali incomprensibili. Per rendere efficace questa scelta azzardata, Annaud si è servito di illustri consulenti: lo scrittore Anthony Burgess, noto per aver creato una lingua artificiale, il Nadsat, per il suo romanzo Arancia meccanica, ha ideato un linguaggio fittizio per il film, l’Ulam; l’etologo Desmond Morris si è occupato invece del linguaggio gestuale.
Questa del linguaggio, insieme alla ricostruzione ambientale e all’uso estremamente realistico degli animali, è la cosa che alla fine più mi ha colpito, anche e soprattutto dal punto di vista cinefilo. Non preoccupatevi di cercarlo in alcuna lingua o doppiaggio: si sentono solo dei suoni che nella vostra onomatopeica interpretazione, unita alla gestualità che comunque non è assimilabile alla nostra moderna, assumeranno i significati che voi spettatori vorrete dargli. Scoprirete lo stupore di “cominciare a capirli”, inteso non in modo testuale ovviamente. Ci si calerà nel contesto del periodo, e il poco che si faceva era brevemente descrivibile. Chiaro che il linguaggio non è una scienza indipendente, s’è evoluta con l’evolversi delle esigenze, ha seguito di pari passo il progresso delle organizzazioni sociali e dell’evoluzione tecnica/tecnologica.
Rappresentazione che raramente indugia sulla bellezza di paesaggi, non punta a commuovere e intenerire, ci sono anche momenti di vero “horror”. Bastante però a fornire fin troppe riflessioni in merito ai contenuti, cosa ancora più apprezzata vista la totale assenza di retorica. E’ un mini-ciclo virtuoso quello a cui si assiste. C’è un bene primario scarso, le inevitabili guerre, c’è chi ha trovato alternative per procurarsi quel bene senza dover combattere con altri simili, la trasmissione della conoscenza tra individui e individui, l’accrescimento della qualità della vita complessiva. Non è questo, ripeto, un CICLO VIRTUOSO che sempre dovrebbe contraddistinguere la storia dell’umanità?
Già troppe parole scritte per un film “muto”, tale lo è rispetto al linguaggio moderno.
Capolavoro notevolissimo per i tempi e ancora molto attuale, per qualità d’immagini, di trucco e di contenuti.
Visione obbligatoria.

Fonte: Robydickfilms

“Quasi Amici” di Eric Tolédano e Olivier Nakache [2011]

March 19, 2012 Leave a comment

Insieme, fumano hascich  ”che arriva direttamente dal Marocco“», sgommano  a 200 km orari sull’autostrada e si divertono un mondo a disprezzare le leggi e le convenzioni. Per dieci anni, Philippe Pozzo di Borgo, un ricco aristocratico tetraplegico e Abdel Sellou, suo ausiliare di vita, hanno vissuto una quotidianità unica e irripetibile. Tutto era contro i due: classe sociale, abitudini culturali e quant’altro, ma sono diventati amici. La loro storia, pazza e mai banale, ha ispirato il regista Eric Tolédano e Olivier Nakache ha realizzare il film Intoccabili (in Italia Quasi Amici), una commedia confortante, mai lacrimevole o stucchevole. Con François Cluzet e la rivelazione Omar Sy, questo lungo-metraggio, nelle sale ora, è uno dei più grandi successi nella storia del cinema francese.  Grazie anche al Marocco. La vera storia è questa: nato da una ricca famiglia corsa, Philippe Pozzo di Borgo (di ovvie origini italiane), è stato direttore di una grande società di produzione vinicole (champagne); una vita lussuosa e divertente, sino a quando la fortuna gli volta le spalle. Nel 1993, un incidente di parapendio lo rende tetraplegico: paralisi totale dai piedi alle spalle. Chiuso nella sua dimora parigina soffre di una profonda depressione. È  Abdel Sellou (Driss nel film), suo assistente domiciliare improvvisato, che grazie alla sua spontaneità e il suo modo di trattare l’handicap del datore di lavoro, riesce a far rivivere il borghese Philippe. Sedotto dal lusso che mai aveva avvicinato, Abdel si abitua alla nuova vita e al nuovo lavoro molto velocemente. “Vide in me una cassaforte, l’amicizia è arrivata in seguito”, racconta divertito Philippe Pozzo di Borgo. Amicizia che li porterà sino in Marocco, dove i loro cammini si separeranno, dopo un decennio di divertimenti, di avventure, di momenti rudi che si raccontano nel film. I due compari sbarcarono a Marrakech nell’inverno del 2003, dopo un estate canicolare, dove Philippe decise in seguito di restarci. Non arrivarono per l’haschich, non era necessario andare così lontano per questo, ma per il clima secco dell’inverno marrakchi. L’uomo ritrova poi una piccola parte della sua infanzia essendo vissuto in Marocco quando il padre si occupava di petrolio, nel 1960. Il sole di Marrakech aiuta il fisico di Philippe ma snerva il fido Abdel, che finirà al commissariato di polizia dopo una rissa con un guardiano di parking. I due compari partono poi per un viaggio a Saïda, dove Abdel incontra Amal, una receptionist d’hôtel che diventerà in seguito sua moglie. Oggi, la coppia vive in Algeria, la terra natale di Abdel, dove il giovane è diventato imprenditore, aprendo un allevamento industriale di polli. In quanto a Philippe, ha sposato Khadija, una gerente di riads della medina di Marrakech,  e vivono felici ad Essaouira.  Nel suo piccolo paradiso, una casa di campagna, Philippe ha ospitato l’equipe del film, prima della riprese. François Cluzet si è recato a Essaouira per osservare da vicino l’uomo che sarebbe diventato il soggetto del suo film, apprezzando l’umorismo sarcastico del tetraplegico.  Alla presentazione del film, Philippe ha condiviso il tono leggero con il quale il film abborda il dramma; un approccio che l’aveva sedotto quando il regista presentò il suo progetto. “Sdrammatizzare gli handicap, è una buona cosa”, spiega, cosciente del fatto che per lui “è stato facile, avendo a disposizione dei mezzi finanziari”.  I registi, ha dichiarato Philippe, hanno adattato la storia, ma è rimasta vera la complicità, l’amicizia. Certi aneddoti sono attenuati o modificati, come la scena del film in cui Omar Sy prende per il collo un vicino di casa in un parcheggio vietato (in realtà Abdel si prese due pugni dal vicino che lo fecero sanguinare non poco).  Altre scene sono esagerate, come quella con la prostituta che gli massaggia le orecchie, la sola zona erogena rimasta sensibile. “In quella scena hanno aggiunto un po’ di cose, esagerando. Ma comunque provate con le orecchie!”, consiglia Philippe.  Dopo l’uscita del film, Philippe Pozzo di Borgo è diventato una star. I media internazionali gli rendono visita a Essaouira per intervistarlo e in compagnia di François Cluzet è stato inviatato all’ultimo  Festival Internazionale  del Film di Marrakech dove si è visto passare sul tappeto rosso, senza imbarazzi o pregiudizi, rientrando poi velocemente a Essaouira per raggiungere i suoi due figli. Bella storia in cui il Marocco entra di prepotenza nella vita di due “quasi amici“, dividendoli ma lasciando ricordi indelebili per entrambi e la promessa di non dimenticarsi mai.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

“Factotum” di Bent Hamer [2005]

March 14, 2012 Leave a comment

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Un film alcolico
Bukowski ispira, nel bene e nel male, una pellicola di indagine nel mondo sotterraneo dell’american’s dream, che non sfrutta appieno le sue potenzialità, pur offrendoci un Matt Dillon in stato di grazia.
Charles Bukowski, oltre aver scritto il romanzo omonimo da cui è tratto Factotum, in qualche modo è presente in tutto lo svolgersi della storia. Un film alcolico, offuscato, immerso nella nebbia e nei fumi del whisky o della birra, che si dipana con lenta freddezza, con misurato sfascio lungo la vita di uno sbandato, o forse di un sognatore, o magari di un fallito. Di uno che probabilmente racchiude tutte e tre le cose, aggiungendoci, come se non bastasse, il fatto di avere uno strano dono per la scrittura, ma di riuscirla a sfruttare solo (?) all’interno di quel che è il suo mondo, raccontando così storie poco rassicuranti, lontanissime dall’American Dream, ma anche dalle consuete storie di dannazione e riscatto che tanto ipocritamente piacciono al pubblico dei dvd.
La messa in scena è, stranamente, sia il punto forte che la crepa del film.
Il primo aspetto si declina in una studiata lentezza, dell’andamento generale e dell’inquadratura singola, con l’accuratezza di non soffermarsi su dettagli trainspottinghiani, ma lavorando molto sui volti, sulle particolarità di determinate umanità e di determinati ambienti, non avendo paura di andare ad affrontare situazioni poco fruibili e non immediate.
Ma quel che è il suo punto di forza, rischia anche di indebolire strutturalmente un film che si trova invischiato in uno svolgersi dai tratti catatonici e dai colori che sembrano tutti convergere verso un grigio metallico. Una scelta, quella di premiare la riflessività dello sguardo della macchina da presa, che non premia l’incisività e la penetranza di una pellicola che, non foss’altro per le sue origini letterarie, indaga a fondo l’animo umano.
Fortunatamente gli interpreti aiutano l’operazione, caricandosi del bagaglio di responsabilità dell’assumersi il ruolo di veicoli principali della comunicazione filmica, e assolvendolo al meglio delle proprie possibilità. Molto brave le interpreti femminili, sia Marisa Tomei che, in particolareLili Taylor, vero paradigma della classica “donna da quattro soldi”, legata visceralmente al suo uomo da un misto di amore, senso di sicurezza, e di perizia nel fare sesso.
Altrettanto bravo Matt Dillon, che forse raggiunge nel film l’apice della sua carriera (almeno ad oggi) per espressività e senso dello spazio-tempo. Ogni mossa è calibrata alla perfezione, ogni sguardo soppesato, ogni battuta fatta pesare per quel che basta. Se Dillon era l’unico aspetto che si salvava nel fallimentare Crash – Contatto fisico, ultimo vincitore (purtroppo) dell’Oscar, qui è il vero elemento aggiunto di una pellicola di per sé ambigua, faticosa, che a momenti fa fatica a trovare il bandolo della matassa.
Lo si perdona comunque a Bent Hamer, regista scandinavo che è passato agilmente dalla piccola storia di caricatura quotidiana di Kitchen Stories – racconti di cucina, direttamente a Bukowski, riuscendo a cavarsela di fronte ad un tale maestro della letteratura in modo tutto sommato gradevole e sufficiente.
Ma poi, dopotutto, come diceva lo scrittore maledetto, in un film “ciò che conta davvero è come te la cavi a camminare sul fuoco”.

Pietro Salvatori

Fonte: Movieplayer.it

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