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Archive for the ‘Storia del teatro’ Category

Théâtre du Grand-Guignol (parte III)

Estremismo ed esasperazione teatrale rappresentavano i tratti salienti di un naturalismo incalzante, caricaturale e narrante le vicende scabrose e disumane di una parodia parigina che prendeva forma e sostanza dai sogni, dalle follie e dalle illusioni dei suoi grandi artefici, Oscar Metenier e Max Maurey. In contropartita una nuova figura emblematica stava sistematicamente varcando le soglie d’ingresso del succinto teatro degli orrori. Il Théâtre du Grand-Guignol era sul punto di creare il personaggio più bizzarro e controverso della sua storia, “Il principe del terrore”, così definito dallo storico Albert Sorel per gli scempi compiuti dalla sua prolifica mania descrittiva, il romanziere e drammaturgo André de Lorde, in realtà André de Latour conte de Lorde, un uomo pingue dall’aspetto aggraziato, dall’incarnato roseo e un viso ben rasato, di buon aspetto e uno sguardo vivido nascosto da una stucchevole montatura in oro, ma nonostante le sua presentabile cedevolezza era in grado di rappresentare tutte le raccapriccianti delizie della paura, fomentando uno sgomento inquietante che dipartiva dalla scena del brivido sobbalzando sui cuori e sulle coscienze dei suoi affiliati, dispensandone l’ideologia nella sua completezza. Scrisse Georges Courteline: “E’ singolare che con un unico termine si esprima la paura della morte, la paura della sofferenza, del ridicolo, di essere ingannati, oppure la paura dei topi: sentimenti diversi ed estranei”. Ma codesta paura era probabilmente sinonimo di un sentimento che proveniva dai remoti meandri del suo vissuto, rimescolato negli anni, rivalutato nei concetti e riconsiderato basandosi sulle incertezze del momento, un periodo nefasto a cavallo tra la fine del 1800 e l’avvento della prima guerra mondiale, nel quale la gente era irrimediabilmente sprofondata in una trepidazione di massa suggestionante che conduceva all’esubero della fobia.

Sostenne Alfred Binet, direttore del laboratorio di psicologia della Sorbona di Parigi: “C’é in lui un fanciullo che ha paura”, come se una sottile angoscia provenisse dalle lontane rimembranze scosse dall’incertezza della vita. Disse una volta Lorde: “Mio padre era un medico e io ero dominato dalla curiosità incontenibile di sapere quel che accadeva nel suo studio. Egli voleva spegnere in me qualsiasi motivo di paura e mi portava  con sé a constatare i decessi. Io non entravo nella camera mortuaria, ma restavo nella stanza accanto, nella quale mi giungevano i pianti e le grida…”.

Incertezza della vita e paura della morte, questi i due principali ingredienti patrocinati dalla fervida mente del noto drammaturgo del terrore, il quale contribuì alla riconfigurazione del fantastico cercando nuovi espedienti fortuiti in ambientazioni ancora inesplorate dalla fantasia, sfruttando l’incomprensibilità della tenebra, in parte alimentata dal mero simbolismo scaturito dal quotidiano nell’istante in cui si imbatte nell’ignoto e nel mistero, temi inquietanti sempiterni che da sempre hanno alimentato l’ossessione imperitura del teatro di tutte le civiltà divulgate nel corso dei secoli. Il Théâtre du Grand-Guignol, quindi, inteso come teatro del turbamento nel quale minacce, crudeltà, spavento e disavventure divennero strumenti sovversivi meticolosi affioranti alla coscienza che spesso si contrapponeva al costume dell’epoca, sarcasticamente definito Belle époque.

Sostenne André de Lorde: “Se si volesse caratterizzare lo stato d’animo della nostra epoca basterebbe una parola: l’inquietudine. Questa inquietudine si mostra in ogni avvenimento. Che lo confessiamo o no, un’oscura angoscia attanaglia la maggior parte dei nostri contemporanei… Questo secolo febbrile non ha conosciuto la gioia di vivere; ha visto invece fin dal suo inizio farsi più grande una minaccia ogni giorno più precisa…”.

a cura di Marius Creati

Fonte: A Tutta Cultura MondoRaro

Théâtre du Grand-Guignol (parte II)

E’ assurdo pensare che dalla realtà del Théâtre du Grand-Guignol sia scaturita una vera mania di genere sfociante, con il trascorrere del tempo, nel paradosso della diffusione di una terminologia alquanto grottesca, per appunto “granguignolesco”, diligentemente impiegata piuttosto come termine metaforico, identificante tutto ciò che esprima un senso di macabro o cruento, anche al di fuori dello spettacolo in senso stretto e quindi assolutamente non riconducibile alla teatralità che rappresentò nel suo completo contesto artistico nel periodo della sua massimo splendore scenico.

Grand-Guignol, inteso dunque come fenomeno dell’esasperazione, intriso del suo particolare estremismo di scena adottato negli stili rappresentati negli spettacoli realizzati, spesso arricchiti da espedienti di carattere naturalistico che donavano alla scena un sottile ed efferato senso realistico. E’ da aggiungere che durante quegl’anni la ricerca degli effetti scenici, che la tecnologia teatrale poteva fornire all’uopo, raggiunse l’apice dello sviluppo e dei quali godeva pienamente il suddetto teatro.

Vi furono diverse testimonianze dirette, conservate per iscritto, confermanti l’operosa abilità teatrale granguignolesca, riportanti fedelmente le sensazioni subliminali, le emozioni condivise tra incertezza e stupore, le atmosfere languide dal gusto sanguinolente, manifestate dinnanzi al piccolo teatro degli orrori.

Il medico e autore del Guignol, René Berton, scrisse in merito al realismo crudo ed efferato scaturito dalle palpitazioni vibranti provocate al suo interno:

“Fra tutti i teatri parigini il Grand-Guignol è forse quello dove si respira maggiormente quella specie di atmosfera che si è convenuto di chiamare atmosfera teatrale. Lo spettatore che per la prima volta entra  nella saletta di rue Chaptal è colto fin dall’ingresso da un vago senso d’inquietitudine. E’ strana questa lunga sala con i suoi muri ricoperti da tappezzerie scure, i suoi legni severi, quelle due porte misteriose e sempre chiuse ai lati della scena e quei due angeli inaspettati che sorridono enigmaticamente dall’alto del soffitto. E quando lo spettatore è comodamente seduto sulla sua poltrona, quando si sono uditi i tre colpi dietro il sipario, ecco che d’improvviso tutte le luci si spengono nella sala. E’ allora, nei pochi istanti che precedono l’aprirsi del sipario, il momento del gran brivido… nel mezzo di questa improvvisa oscurità, nella quale il pallore dei volti forma macchie biancastre come di spettri, in questo silenzio impressionante violato a volte da scoppi di risa nervose di qualche signora…  L’aria imbevuta d’angoscia pesa orrendamente sulle fronti madide. Tutte le grida di dolore, gli urli di terrore, i rantoli d’agonia che così spesso si sono uditi su questa scena, sembrano uscire dallo spessore stesso dei muri…”.

E ancora, Camillo Antona Traversi, autore della Histoire du Grand-Guignol (Paris, 1933), narra le doti e la celebrità di una delle migliori protagoniste di scena del teatro, la signorina Paula Maxa:

“Creatura stupenda, dai grandi occhi incantatori, dai tratti fini, è riuscita a darsi sulla scena di rue Chaptal una maschera tragica, il bel volto tormentato dagli orrori da lei vissuti con tanta bravura. La sua più grande forza è l’arte con la quale ha saputo morire. Nella sua carriera di principessa dell’orrore la fatale circostanza le è capitata all’incirca tremila volte, in sessanta modi diversi. L’acqua, il fuoco, il ferro, la corda, lo strangolamento, lo sventramento, la decapitazione, il palo, il soffocamento: tutti i cammini che recano al fatale trapasso, la signorina Maxa li ha percorsi. Così le è capitato, per duecento sere di fila, di decomporsi in scena.  L’operazione durava due buoni minuti durante i quali la fanciulla si trasformava lentamente in un cadavere ripugnante. Naturalmente il lavoro era accompagnato da una lunga serie di quei famosi urli di gola di cui la signorina Maxa conservava il segreto e l’esclusiva”.

Quando nel 1962 il teatro fu chiuso, tutto il materiale contenuto al suo interno fu inventariato per essere venduto all’asta. Nei vari magazzini trovarono un numero svariato di oggetti e attrezzature di vario genere, tra cui ghigliottine, pistole nei vari calibri e modelli, fruste, sarcofagi di svariate misure, pugnali di vario genere a lama fissa o mobile, ossa e scheletri, strumenti di tortura, perette di gomma, emoglobina 2 ( una speciale tintura color rosso sangue) usata per enfatizzare  le scene più cruenti dove la visibilità del cruore rosseggiante era incontrovertibilmente ambito.

a cura di Marius Creati

Fonte: A Tutta Cultura MondoRaro


Théâtre du Grand-Guignol (parte I)

Il Théâtre du Grand-Guignol, la più completa sorgente della Camera degli Orrori francese, nacque nel 1897, ufficialmente nel 1898, a Parigi quando il commediografo drammaturgo francese, Oscar Métenier, riuscì ad acquistare un piccolissimo teatro alla fine di un vicolo chiuso, al numero civico 20bis di rue Chaptal, una strada che percorre le pendici di Montmartre, nel distretto parigino di Pigalle, dando così inizio ad una serie interminabile di commedie atipiche, dal sapore tipicamente orrificante, nelle sue rappresentazioni fantasmagoriche vagamente naturalistiche. Un ambiente puramente di nicchia dalla conformazione chiesastica, da notare che l’edificio al principio era una piccola cappella di un convento giansenista distrutto quasi completamente durante la Rivoluzione Francese, un palcoscenico succinto dall’impronta confessionale, due angeli mastodontici penzolanti sull’orchestra del teatro e pannelli di rivestimento in legno in stile neogotico con bussole rivestite con ringhiere di ferro battuto a conformare uno stile misterico, a metà tra il macabro e il mistico. Il minuto edificio, scampato alla distruzione, fu ricostruito nel 1896 per assumere la mera funzione di oratorio destinato alla preghiera e al culto, ma sconsacrata in breve divenne un magazzino per oggetti religiosi, successivamente l’atelier del pittore storico, aggiungerei sessuomane per la tipologia delle tematiche trattate, Georges Rochegrosse ed infine il luogo simbolo di uno dei teatri più controversi della storia teatrale del mondo, sotto la direzione dell’autore drammatico Max Maurey.

“Un peu d’humour, beaucoup d’horreur” era il suo fiero grido di battaglia, un po’ d’umore e molto orrore per degli spettacoli dove i trucchi sanguinolenti e gli stratagemmi scenici procuravano sensazioni molto forti, in considerazione di un repertorio alimentato anche dagli scritti di personaggi come Guy de Maupassant, Georges Courteline, Sacha Guitry, Octave Mirbeau e Tristan Bernard.

La nomenclatura del nome, ossia il “teatro del grande fantoccio”, trova il suo emblematico significato in Guignol, un carismatico burattino popolare francese, raffigurante un operaio dell’industria serica di Lione, ideato dal celebre burattinaio francese Laurent Mourguet, fervido sostenitore delle accentuate contestazioni sociali negli anni successivi alla rivoluzione industriale e acceso portavoce, tramite il celeberrimo fantoccio, delle proteste dei Canut (i tessitori di seta), una sollevazione che portò alla rivolta della classe operaia tessile lionese il 21 novembre 1831, mediante un’incessante insurrezione che tenne la città sotto assedio per diversi giorni consecutivi fino all’arrivo dell’esercito nazionale, il successivo 3 dicembre, il quale costrinse la milizia operaia alla fatidica resa, ragion per cui le sue divertenti commedie burattinesche successive alla sommossa venivano frequentemente censurate dalle forze dell’ordine di Napoleone III,  durante le varie manifestazioni popolari e i vari teatrini da strada, al fine di evitare eventuali forme di sobillazione tra la gente del popolo.

Il Grand-Guignol diventa automaticamente la rappresentazione di un dramma canonico conforme all’orrido, fortemente accentuato da strabilianti scene macabre esasperate, pronunciate e spesso esageratamente efferate, mediante l’ausilio di effetti speciali più o meno rudimentali.

Per la scabrosità percepibile, il teatro era sovente soggetto a censura, mentre lo stesso Métenier diveniva un facile bersaglio da parte delle autorità e dell’opinione pubblica, in quanto fu il primo a rappresentare con assoluta temerarietà un ambiente suburbano mai considerato prima sulla scena teatrale, composta di vagabondi, orfanelli, prostitute e fannulloni, truffatori, criminali e “apache”, i cosiddetti teppisti parigini di inizio secolo, adottanti un linguaggio puramente informale e di propria appartenenza.

Infatti in una delle prime rappresentazioni teatrali del teatro del Grand-Guignol, “Mademoiselle Fifi” di Oscar Métenier, storia basata su una novella di Guy de Maupassant, il drammaturgo porta sulla scena la prima meretrice del palcoscenico, nonostante le pressanti censure iniziali perpetrate dalla polizia parigina per evitare la divulgazione scandalosa del fenomeno piagoso come sinonimo di arte e poeticità culturale; oppure nel successivo trattenimento scenico di “Lui!”, mediante il quale colloca sapientemente sul palcoscenico una prostituta e un criminale in uno spazio scenografico allestito a camera d’albergo. Serve semplicemente soffermarsi sul concetto teatrale accademico e solenne di quel periodo per comprenderne lo scandalismo generale generato dinnanzi allo scempio delle consuete fogge melodrammatiche.

Il Théâtre du Grand-Guignol crebbe pian piano di notorietà, attraverso quel suo dilagante contegno istrionesco indice di uno strabiliante successo immediato, con i suoi appena trecentoquarantasette posti disponibili rispetto ai portentosi stragrandi teatri di Parigi e dintorni, divenendo improvvisamente una fenomenologia di genere che visse nel cuore granguignolesco per più di mezzo secolo, fino al 5 gennaio del 1963, data decretante la chiusura effettiva, mediante ultima rappresentazione teatrale, causata dall’affermazione consecutiva del cinema dell’orrore, sebbene in realtà la chiusura ufficiale avvenne nel 1962, e successivamente adottata dalle nuove tipologie spettacolari moderne, come ad esempio la cinematografia splatter.

a cura di Marius Creati

Fonte: A Tutta Cultura MondoRaro