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Il maestro Giorgio Mattioli a colloquio con Marius Creati

Il maestro Giorgio Mattioli a colloquio con Marius Creati

Il celebre maestro Giorgio Mattioli, simbolo contemporaneo dell’arte italiana e mecenate eccelso della cultura che, dagli anni della sua giovinezza, espande attraverso le sue opere un pensiero artistico profondo e sapiente, militante da molti anni nell’arte figurativa mediante la quale traduce colori e forme in un linguaggio pittorico in sintonia con l’ambiente mentre, silente, si accosta alla corrente metafisica con tratti visibili intrisi di sublimazioni surreali.

Il maestro Mattioli opera nel palcoscenico mnemonico dell’evoluzione biologica nel quale corpi prestanti, forme sinuose, luoghi della memoria e strutture figurative rivelano il panorama illustrativo della fantasia tramite colori, segni, materia e accostamenti cognitivi della coscienza. Artista di frontiera, Giorgio Mattioli rivela una tranche del suo ammirevole sembiante dottrinale rivelando aspetti estetici e coscienziosi del suo ammirevole credo esistenziale dell’Arte.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Cosa rappresenta l’arte secondo la sua opinione?

G.M.: A mio avviso l’arte è un mezzo narcisistico ed una sorta di auto proiezione antropologica e psicologica che fa parte dei più nobili e profondi  istinti dell’uomo, sin dalla sua prima infanzia e sin dall’infanzia dell’umanità.

M.C.: Quale significato assume nello studio e nell’esperienza dell’espressione estetica delle sue opere?

G.M.: Il significato che mi appare chiaro è quello di un detective sempre impegnato in investigazioni che contengono proposizioni su/riguardo l’arte. Ogni elemento di una proposizione artistica è soltanto un elemento funzionante in un contesto più ampio: l’investigazione appunto. Comunque credo che il concetto di Arte sia totalmente astratto e che esista a mo’ di informazione.

M.C.: Secondo il suo parere, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni?

G.M.: Ho sempre creduto in Benedetto Croce e dell’arte come espressione del sentimento.

M.C.: In che rapporto si pone con la visione del colore? Come vive la sintesi rappresentata in ciascuna opera pittorica?

G.M.: La vivo in diverse fasi…prima  cancello, massacro la natura ed ogni tipo di modello precostituito o sedimentato nei miei ricordi, poi una volta sbarazzatomi da ogni costrizione segua la tempesta del mio Es fatta di violente spatolate di colore, segni, agitazioni profonde quasi inconsulte. Le mie opere sono ancora al limite della pittura, un limite ormai difficile da segnare come dire: NULLA DIES SINE LINEA!

M.C.: In che modo deve porsi dinnanzi all’espressione del suo operato? E come arriva a completarne la sua essenza?

G.M.: Con grande umiltà, animo puro e mente sgombra. Ciò è possibile solamente con una vita spartana contro le fantastiche dicerie che cantano di artisti dediti ad ogni forma di droghe e dissolutezze. Per completare l’essenza del mio operato  spesso ci vuole fortuna  che a sua volta può nascere unicamente dal fertile terreno del MINISTERIUM.

M.C.: Esistono qualità intrinseche generali per far si che un lavoro artistico assuma il connotato di opera d’arte? Esistono qualità profonde nella sua visione personale?

G.M.: E’ sempre rischioso definire un’opera d’arte. Si ha troppa fede nelle affermazioni teoriche, alle interpretazioni pseudo scientifiche di teorie fisiche, fisiologiche o psicologiche da parte degli addetti ai lavori, pubblico compreso! La storia dell’Arte ha dimostrato largamente che teorizzare troppo sull’opera d’arte puo’ portare a grossi strafalcioni. Io stesso a volte dubito sul valore delle mie quindici correnti create dal 1980 al 2010. Le qualità intrinseche oggi consistono maggiormente nell’interessare al proprio operato i critici ed i mercanti: sono loro gli DEI EX MACHINA che indirizzano l’incredibile FENICE del bello. Certo che esistono qualità intrinseche generali come esiste l’opera che si eleva sulle altre ma pochi sanno guardare perché di giorno in giorno aumenta la cecità!

M.C.: Quale significato assume la penetrazione dell’opera nel suo lato più intimo?

G.M.: Il  significato  spesso è di profondo piacere, liberazione, intima soddisfazione e, senza peccare di presunzione, anche di una gioia infinita per una creatura che non esisteva alla quale l’artista vero e puro, che della propria attività ne ha fatto un sacerdozio, ha donato la vita. Così si è forse vicini ad un complesso coacervo di sentimenti materni. 

M.C.: Esiste un binomio che unisce arte e scienza? In un eventuale processo evolutivo parallelo in che modo si correda con la realtà?

G.M.: Il binomio fra arte e scienza è una storica indissolubile unione e l’una non può e non deve esistere senza l’altra. Questo binomio ha portato all’evoluzione dell’uomo. Sebbene gli artisti sono stati considerati i reietti della società umana, essi e solo essi hanno elevato la razza umana dal livello primitivo a quello odierno. Quale processo evolutivo può esistere se la realtà rifiuta il governo degli artisti che non hanno alcuna possibilità di sostenersi? Come si può servire contemporaneamente il Massimo Fattor e Mammona?

M.C.: Intuizione, esistenza, esperienza… La creatività può giocare con la conoscenza pratica della vita?

G.M.: La creatività, figlia della fantasia e dell’immaginifico, vive in zone della mente che solo i grandi artisti hanno sviluppato. Questa nostra umanità tecnologica, robotizzata oltre misura, come può comprendere le immense forze degli uragani creativi con i quali risolverebbe tutti i problemi? Attorno a Noi Artisti esistono per la maggior parte piccoli omuncoli con grandi portafogli, ville, automobili, aerei perfettamente inseriti nella corruzione. Questa è la mia conoscenza pratica della vita e la mia creatività, purtroppo, non potrà mai giocarci.

M.C.: L’arte è sempre originale? In che modo si amalgama con la limitazione dell’opera?

G.M.: L’arte non è sempre originale. L’Arte è ben altro… in una sola parola l’Arte è l’evoluzione continua, costante e intelligente dei suoi sacerdoti che a volte giungono ad immolarsi per Essa; v.v. Van Gogh, Modigliani, Soutine, Merisi, Rossi e mille altri ancora.

M.C.: Secondo il suo parere, il processo creativo assume sempre la stessa fisionomia d’insieme per ciascun artista?

G.M.: Per quanto mi riguarda il processo creativo è legato ad un ormai perduto orientamento biofilo della moderna società umana. Aver perso l’orientamento biofilo significa aver perso l’amore per la vita, con le sue emozioni, i pensieri, i gesti! Questo porta alla fusione fra cellule ed organismi, alla creazione di un nuovo essere e nel nostro caso di una nuova opera d’Arte. Ed anche se biologi e filosofi sostengono che questa è una proprietà “innata” mi è naturale controbattere: ”innata si, ma non in questo nostro mondo che ha trasformato la necrofilia o desiderio per la morte e quindi del male in vanità, ricchezza e possesso egoistico. In questo contesto il processo creativo dipende dalla forza che ciascun artista possiede per isolarsi da tanto putridume. Platone nello ”Ione” risolve questo problema affidando la creatività dell’artista all’intervento di un Dio!  Ma i tempi passano e mutano ed ora il Dio si chiama fantasia, immaginazione, volontà, tecnica, professionalità, umiltà, coscienza, intelligenza, attitudine e soprattutto esperienza, tutte qualità queste diverse.

M.C.: Come vede il rapporto aulico tra l’uomo e l’arte? Esiste un concertato alchemico biunivoco imprescindibile sinonimo di culto estetico?

G.M.: Bisogna preparare l’uomo. Occorrerebbero scuole specifiche per preparare l’umanità a vedere ”OLTRE LO SGUARDO CHE NON SI ARRESTA”. E quando l’uomo riuscirà a creare anche un solo seme di grano allora io stesso presenterò al mondo l’ELISIR del culto estetico!

N.B. Per una maggior conoscenza di ciò che penso a proposito dell’Arte, consiglio di consultare la mia ultima pubblicazione titolata: “ 666 il Tempo della Bestia” – Di Felice Edizioni – Il libro, dedicato a tutti gli artisti, consta di una raccolta di 666 aforismi sull’Arte.

Roseto degli Abruzzi, 07-07-13

Giorgio Mattioli

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Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati… tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali

Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati... tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali
Riccardo Magnani, noto scrittore italiano da molti anni ricercatore appassionato dell’opera di Leonardo Da Vinci, si é lasciato coinvolgere dallo studio dei dipinti del grande maestro rinascimentale e degli altri maestri artefici del periodo rinascimentale al fine di trovare una rispondenza autorevole tra l’arte, la musica, la musicalità dell’arte e il simbolismo esoterico delle opere del coevo periodo storico, a tal punto da condividere una serie di aspetti finora ritenuti misteriosi che indubbiamente continuano ad illuminare il percorso della storia verso nuovi bagliori della conoscenza. Una realtà innovativa per la ricerca dell’opera antica attraverso cui esporre nuovi concetti che vanno ad arricchire incontrovertibilmente il panorama culturale del nostro passato.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Quali sono i paesaggi che Leonardo Da Vinci e gli altri pittori del periodo cercano di rappresentare nelle loro opere durante il Rinascimento? Sono paesaggi piuttosto convenzionali o in loro sussiste un ideale che influenza le loro scelte?

R.M.: In prevalenza, il paesaggio su cui si focalizza l’attenzione dei più, a partire da Leonardo da Vinci stesso, è una montagna, il San Martino, caratterizzato dalla particolarità di presentare un buco centrale inconfondibile, oltre naturalmente al profilo caratteristico.
Mi chiedi se son paesaggi convenzionali o richiamano un ideale; in realtà né uno né l’altro aspetto. 
E’ come se vi fosse una sorta di autotassazione da parte dai pittori rinascimentali nel porre al centro dei paesaggi ritratti alcuni paesaggi ben determinati, ovvero le montagne attorno alla mia città, Lecco.
Un gesto che va ben oltre il mero manierismo, e che identifica invece la necessità di identificare un luogo ben preciso in cui una musica particolare è stata lasciata in deposito, quasi a dare delle direttive geografiche per raggiungerla.

M.C.: Perché nei vari dipinti rinascimentali viene spesso associato un carattere simbolico all’immagine dipinta? Cosa cercavano di dimostrare gli artisti del passato mediante alcune icone rappresentative?

R.M.: Non sveliamo nulla dicendo che la necessità di disseminare l’arte rinascimentale di simboli nascosti nasce dall’esigenza di trasmettere un sapere esoterico oltre le maglie strette del regime inquisitorio, nato a cavallo tra medioevo e rinascimento.
Sfruttando l’uso di un’iconologia di stampo cattolico, rigorosa dei canoni biblici di riferimento, si celavano nelle opere messaggi più o meno segreti e codificati in maniera tale che, all’osservatore attento e interessato, potessero giungere i messaggi che nell’opera si intendevano celare.
A volte si trattava solo di esprimere un’appartenenza ideologia o religiosa da parte del pittore e/o del suo committente, altre volte invece, come nelle opere leonardesche, si trattava di mettere in circolazione un vero e proprio canone sapienziale.
L’esempio più banale che posso citare in questa sede, è l’uso della mano espressiva dello Hieros Gamos, ovvero l’unione di due sigizie o divinità, più in generale espressione del rebis alchemico, ovvero la congiunzione della parte maschile con quella femminile, cioè la riunificazione tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, ombra e luce e così via. Utilizzato dagli allievi di Pitagora per riconoscersi tra loro, lo Hieros Gamos è espresso nella pittura rinascimentale dalla mano aperta in cui il dito medio e il dito anulare, il terzo e il quarto, il padre e la madre, sono uniti.
Potete osservare qualunque dipinto, e noterete come questo particolare da subito caratterizzi l’opera per contenuti esoterici o meno a seconda che la mano esprima o meno lo Hieros Gamos. A titolo esemplificativo posso citare la Vergine allo specchio di Tiziano, o la bellissima scultura del Bernini rappresentativa del Ratto di Proserpina, o tutta la produzione del Bronzino, pittore di corte Medicea; naturalmente il primo a imporre questa simbologia fu Leonardo, quando ancora era presso bottega dal Verrocchio.
In quel gesto, così semplice e apparentemente insignificante, è raccontato un vero e proprio mondo filosofico, ma anche matematico se vogliamo: lo Hieros Gamos, infatti, è espressione del teorema di Pitagora, in cui il figlio (cinque) è determinato dalla congiunzione sommatoria tra padre (tre) e madre (quattro); nel teorema omonimo, la funzione è espressa in potenza quadrata.
Naturalmente l’unione non è carnale, ma come detto alchemica: la sublimazione della nuova vita è dettata dalla sommatoria unificata tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, maschile e femminile, etc etc.

M.C.: Come mai soltanto adesso si riesce a carpire il vero significato simbolico tralasciato dagli autori? Tale conoscenza brancolava nel buio oppure vagava nell’illusione offuscata dall’oblio?

R.M.: Purtroppo, come spesso accade, il linguaggio nato per soddisfare la necessità di svelare una realtà esoterica, diventava a sua volta un linguaggio dogmatico; questa è stata la sorte delle scritture bibliche, trasposizione di miti religiosi più antichi di carattere pagano, ma questo è ormai arcinoto.
La simbologia utilizzata per comunicare oltre le maglie delle restrizioni dei censori dogmatici nel rinascimento ha così assunto a sua volta il carattere di ciò che intendeva combattere e aggirare, ovvero un terzo significato a sua volta vincolante.
L’espressione di ciò l’abbiamo raggiunta col ruolo di Maria di Magdala, la Maddalena, assurta alle cronache moderne con l’artifizio letterario di Dan Brown proprio cavalcando la simbologia contenuta nelle opere leonardesche; in realtà essa è espressiva di una ghiandola del nostro corpo, l’amigdala, sentinella di un’altra ghiandola molto importante, la pineale (che gli antichi egizi hanno sintetizzato con l’Occhio di Horus) Ma come detto, nell’immaginario collettivo ha assunto un carattere dogmatico pur nascendo da una simbologia di ispirazione esoterica.
Quindi, per rispondere alla domanda, credo di poter dire che l’evoluzione temporale dal tratto simbolico alla sua decodificazione sia un riflesso fisiologico dell’inerzia con cui un dogma tiene vincolate a sé le menti delle persone.
Il maggior nemico della conoscenza sono spesso le sovrastrutture dogmatiche e accademiche di riferimento, e non è un caso che le maggiori scoperte che hanno dato nuovo impulso alla scienza e alla conoscenza siano nate da intuizioni o da personaggi normalmente non affini al mondo accademico.
A questo si aggiunga la non ininfluente circostanza che l’uomo è portato a credere e illudersi nella vana speranza di un facile beneficio ultraterreno, creato ad arte dai propositori della fede per compensare un disagio terreno nelle menti di coloro che vi si affidano.

M.C.: Quanto la musica affascinava l’opera degli artisti rinascimentali? Che tipo di valore si attribuiva al discorso pittorico musicale?

R.M.: Per dare una risposta corretta a questa domanda bisogna chiarire cosa si intenda per musica, innanzitutto.
Al giorno d’oggi, in cui la conoscenza è inquadrata secondo paternità e genealogie fittizie, siamo soliti far risalire l’uso delle annotazioni musicali a Pitagora, anche se gli elementi di osservazione oggettivi ci riportano a conoscenze musicali ben più anteriori, risalenti a migliaia di anni prima.
Mi è però utile richiamare Pitagora per inquadrare il concetto di musica; egli affermava che “la geometria è musica solidificata”, esprimendo così la sintesi perfetta di cosa si debba intendere per musica allorquando si voglia comprendere il messaggio musicale inserito nell’arte rinascimentale.
La musica è di fatto quel sistema armonico vibrazionale appartenente alla nostra galassia che determina una legge assoluta di dipendenza imponendo a tutto ciò che la compone una sorta di vincolo di risonanza vibrazionale.
Ciò che la natura crea, è soggetto a questa regola naturalmente; ciò che è creato dall’uomo, invece, o da esso mediato, non sempre segue questa naturalezza.
Da sempre, la musica intesa in questo modo è legata al cosiddetto “regno dei cieli”, e quindi nella rappresentazione che ne veniva fatta da parte degli artisti rinascimentali.
Questa “musica” ha regole matematico-geometriche rigorosissime che trovano nella forma di un Nautilus o di una pigna la propria espressione massima: elicoidale logaritmica e numerologia, in rapporti matematici rigorosi e imprescindibili: sezione aurea e sequenza di Fibonacci ne sono la sintesi sintattica.
A queste regole “auree”, desunte dallo studio dei classici greci e portate a Firenze in occasione del Concilio che Cosimo de Medici volle fortissimamente nel tentativo di riunire la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, si sono ispirati tutti i pittori rinascimentali, nel tentativo di esprimere questa regola aurea naturale imprescindibile per il raggiungimento del cosiddetto regno dei cieli.
Anche in questo caso, troviamo in un passo di Cicerone tratto dal De Repubblica un passo importante per comprendere:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”

M.C.: Come si dovrebbe intendere l’universo musicale delle opere leonardesche? E’ possibile classificare i suoi paesaggi secondo un compendio puramente storico oppure in essi si nasconde un fondamento più misterioso?

R.M.: L’utilizzo dei paesaggi da parte di Leonardo da Vinci segue un rigoroso compendio storico-impressionistico asservito alla necessità di comunicare “verità” filosofiche. Le faccio un esempio immediato: la grotta naturale in cui egli inscrive la scena della Vergine delle Rocce è una grotta realmente esistente, poco sopra la città di Lecco; si tratta presumibilmente di una delle miniere dei Pian dei Resinelli, utilizzata in quest’opera per esprimere un concetto caro a Platone e Dante, ovvero quel mito della Caverna di Platone che per Dante diviene Selva Oscura.
Lo stesso sfondo della Gioconda, espressivo della città di Lecco, viene frazionato in due parti: l’una, posta a sinistra, che identifica il Nord magnetico, e l’altra, posta a destra, che identifica il Sud magnetico. Solo riposizionando il paesaggio di destra sotto quello di sinistra si ottiene la naturalità del paesaggio lecchese, ma a ben pensare questo atto ripete idealmente il concetto di Rebis alchemico, la riunione degli opposti, la parte femminile e quella maschile, istinto e ragione, che in ultima analisi è il tema portante del quadro.
La Mona Lisa altri non è se non la parte femminile di Leonardo riunita alla sua parte maschile; non c’entrano nulla Lisa di Gherardini, Bianca Maria Sforza e tutti gli altri improbabili accostamenti che si sono fatti fino ad oggi dagli studiosi, lacunosi di questo messaggio sotteso all’opera.
Lo stesso messaggio è riproposto in analoga maniera da Raffaello, il quale ci consegna la sua propria Gioconda nella rappresentazione di San Sebastiano; allo stesso modo di Leonardo, Raffaello si ritrae nei panni femminili, a richiamare una androginia sottesa e un rimando musicale nemmeno troppo velato, contenuto nella veste, in cui appare un chiaro frammento di tastiera, sul quale vi consiglio di porre la mano della Vergine delle Rocce (visto che ne abbiamo parlato poc’anzi): apparirà chiaro un accordo vincolante, ripreso poi da innumerevoli artisti rinascimentali e successivi.

M.C.: La simbologia leonardesca assume soltanto un semplice connotato artistico oppure trafigge la realtà con la parvenza di un pensiero più profondo? In tal contesto in essa è possibile menzionare un ‘segreto’ mai rivelato?

R.M.: Appare chiaro ed evidente, già da queste poche annotazioni, come la simbologia leonardesca trascenda la mera rappresentazione della realtà; questo modus operandi nasce dall’esigenza di superare un vincolo di censura imposto dal dogma, ovvero la verità imposta, calata dall’alto, insindacabile.
Sicuramente l’intenzione è rivelare qualcosa di esoterico, ovvero esterno al dogma, e già per questo motivo potenzialmente più attinente al vero. Il titolo dato alla mia prima opera, mutuato da Platone, era inteso a esprimere proprio questo concetto: “la fede è una menzogna più grande dell’opinione”, laddove una opinione, seppur mendace, aveva nei suoi presupposti una potenziale oggettività che la fede nel dogma, per costituzione, non ha.
La cosa divertente, però, è che questo “segreto mai rivelato” celato nelle opere leonardesche è quanto di più attinente alla legge naturale possa esistere.
Interpretando l’opera leonardesca, o più in generale l’arte tutta, spesso si incorre nell’errore (non so quanto involontario) di attribuire alle intenzioni dell’autore una simbologia comunicativa errata, e per questo se ne mistifica il contenuto, come è stato il caso del Codice da Vinci di Dan Brown o come le ho mostrato poc’anzi parlando della Mona Lisa.

M.C.: Musica delle sfere celesti raccolta in un volo di uccelli? Come è possibile che una partitura musicale straordinaria possa aver scaturito una strabiliante attenzione da parte dei nomi più eccelsi della musica del periodo rinascimentale e barocco?

codice-volo-uccelli-leonardo-da-vinciR.M.: Mi risulta difficile parlare di queste opere senza l’ausilio delle immagini, quindi le chiedo in questo caso di specie di poter fare una eccezione, proponendo in visione il volo da lei richiamato.
Ora mi sarà semplice rispondere alla sua domanda, riproponendo un passo già offerto, e chiedendovi di leggerlo osservando il volo degli uccelli di Leonardo:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”
Questo dipinto, al pari dell’Ultima Cena in Santa Maria delle Grazie a Milano, contiene la colonna sonora portante della nostra galassia, con la quale entrando in risonanza si “accede al regno sublime dei cieli”.
Risulta dunque semplice comprendere come questa partitura divenga tassativa e vincolante per chiunque nel Rinascimento e nel Barocco avesse voluto fare Musica, inteso come quel compendio armonico-geometrico di rapporti musicali atto a riprodurre quello che per Dante era “Amor che move il Sole e le altre stelle”, e che per Verdi, ne la Traviata, era più esplicitamente “palpito dell’Universo”.
La cosa divertente, nel modo in cui i musicisti rinascimentali e barocchi si rifanno a questa musica, è il modo in cui Giovanni da Palestrina, capostipite della musica romana del XVI° secolo anticipatore del movimento bachiano, si fa ritrarre su una carrozza dal cui finestrino appare inequivocabilmente lo sfondo sinistro della Gioconda, lo stesso sfondo che Leonardo utilizzerà anche per la messa in scena dell’Orfeo di Poliziano.

M.C.: Nei dipinti di Leonardo Da Vinci in che modo uccelli e mani formano una geometria in termini di musica codificata?

R.M.: Ognuno di noi, esercitando inconsapevolmente un’arte vera e propria, udendo una musica soave è portato a chiudere gli occhi e a muovere la mano per replicarne l’armonia: questa azione si chiama Chironomia, dal nome dei Maestri Chironomi che già 2.000 anni prima di Cristo venivano rappresentati sulle pareti dei templi egizi nell’atto di impartire annotazioni musicali a gruppi eterogenei di musicisti dinanzi a loro.
Oltre ad essere l’evidenza oggettiva di quanto dicevo prima, ovvero che non sia stato Pitagora il capostipite della spaziatura musicale, questo particolare modo di indicare le note rappresenta, come dicevo, una vera e propria scienza, insegnata anche nei conservatori di tutto il mondo, espressa in un numero cospicuo di trattati nel XV° secolo, scemando man mano che l’annotazione su pentagramma della musica prendeva corpo.
Allo stesso modo, nella partitura di Leonardo da Vinci, le diverse tipologie di uccelli (sette, tengo a precisare) e la loro grandezza esprimono la misura di ogni singola annotazione. 
L’azione è ripresa da quasi tutti i pittori rinascimentali, italiani e non, anche se in maniera meno puntuale, ma non per questo sostanziale; Ghirlandaio lo fa sia nella Cappella Sistina in Vaticano e sia a Palazzo Tornabuoni a Firenze, con gruppi di uccelli che volano da sinistra verso destra e viceversa, e un paio si accoppiano in volo.
Lo stesso fanno, tra gli altri, Volgemutt, maestro di Albrecht Durer, Cranach, a cui Lutero affidò il compito di ritrarlo e Tintoretto, la cui particolarità nel suo dipinto della Creazione del Paradiso è di mettere proprio sette diversi uccelli accoppiati, in un rimando alla funzione di elevazione catartica che questa musica contribuisce a sviluppare. 
Qui dovrei dilungarmi a dismisura, parlando dell’Ultima Cena, ma magari avremo altre occasioni per farlo in seguito.

M.C.: Che tipo di legame sussiste tra l’opera rinascimentale e l’esoterismo? Quanto l’opera degli artisti rinascimentali può condurre alle ricerche esoteriche? Quanto lo sforzo della ricerca esoterica influenzò la rappresentazione artistica del XVI secolo?

R.M.: Come detto prima, l’arte rinascimentale è stato un importantissimo mezzo di trasmissione del sapere esoterico per scampare alle maglie severe e restrittive della censura inquisitoria. L’uso di immagini a sfondo sacro permetteva agli artisti di trasmettere messaggi sottesi volti  all’indirizzo di occhi amici, nell’intento di una vera e propria propaganda politica in cui la conoscenza era un mezzo importantissimo.
Purtroppo non sempre la trasmissione della conoscenza ha prodotto conoscenza, in quanto spesso l’uso elitario della stessa ha prodotto letture errate volutamente speculative (ho già accennato al caso Codice da Vinci).
Come si dice, di necessità virtù: sicuramente lo sviluppo dell’arte è stato corroborato dalla necessità di comunicare contenuti di carattere esoterico nell’alveo della rappresentazione sacra, o mitologica.

M.C.: Per quale motivo molti simboli antichi sembrano voler tornare alla luce nelle opere di questo preciso periodo storico? Esiste una chiave di lettura particolare in questo richiamo emblematico votato alla segretezza?

R.M.: C’è una bellissima poesia dell’amico Piero Vannucci che amo ricordare in questi casi:

“La lingua
dicevo
è metà dell’uomo
e l’altra metà
sono quasi tutte bugie.
Il ricordo
(forse)
può essere il fondamento della verità”

Il fatto che una certa simbologia abiti in maniera ricorrente le rappresentazioni artistiche di più periodi storici consiglio di leggerlo nell’intento disperato dell’uomo di “ricordare per non disperdere” i fondamenti delle regole naturali da cui non possiamo prescindere.
L’unico segreto nell’approcciare queste simbologie che mi sento di rivelare è quello di conservare “occhi da bambino”, l’immediatezza dell’osservazione, senza lasciare che la mente con tutte le proprie sovrastrutture prenda il sopravvento.
Come diceva Leonardo da Vinci:
“..porto con me null’altro che uno zero / la mia purezza, la mia innocenza e la mia fiducia / perchè solo dei quattro elementi e di questo ho bisogno per fare un salto nell’ignoto. E quanto piccolo apparirò in cielo a chi non sà volare…”

Intervista di Marius Creati a Don Alfredo e Emidio De Florentiis, nota famiglia di impresari funebri

February 4, 2013 Leave a comment

Intervista di Marius Creati a Don Alfredo e Emidio De Florentiis, nota famiglia di impresari funebriDon Alfredo e Emidio De Florentiis, rispettivamente padre e figlio, sono imprenditori storici dell’omonima attività imprenditoriale di famiglia, la quale nel corso degli anni è riuscita ad instaurare una presenza autorevole nel mondo delle imprese funebri, localizzata nel territorio abruzzese, ma di ampio riscontro a livello nazionale ed internazionale. L’operato offerto dall’impresa De Florentiis supera di gran lunga per affinità e professionalità il buon nome di cui gode la famiglia, per prodigalità e penetrante gentilezza elargita nei momenti meno sereni nella vita delle persone affette da grave lutto.
L’appellativo storico profonde un senso di fiducia prodigato in un lavoro spesso tralasciato o scongiurato per scarsa informazione, ma in realtà corredato di un galateo funerario di grande risonanza dispensato in sordina in rispetto delle ovvie circostanze fortuite, ma inevitabili.
Don Alfredo e Emidio De Florentiis prestato attenzione alle richieste con grande parsimonia e, allo stesso modo, dispensano uno spaccato di vita lungo un secolo disserrando i portali di un mondo poco affine alla disadorna consuetudine, ma meramente contiguo alla vita di tutti i giorni.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Tra storia e tradizione, come nasce l’impresa di onoranze funebri della famiglia De Florentiis?

E/A.D.F.: L’impresa funebre della nostra Famiglia, nasce dall’intuizione di mio nonno “Midiuccio” al secolo Emidio De Florentiis,  e suo padre Emilio, maestri falegnami e grandi intagliatori, i quali,  nell’immediato  dopoguerra hanno pensato di aprire  una bottega di produzione di “casse da morto”.  
 In quel periodo a Pescara non era possibile effettuare trasporti funebri perché tale servizio era dato in appalto ad un’impresa locale.

M.C.: In generale, come si diventa impresari delle pompe funebri? Vocazione dell’animo, intuizione del destino o interesse fuori della consuetudine?

E/A.D.F.: Nella nostra famiglia essere “impresari  funebri” è normale, ovvero tutti noi siamo cresciuti tra le casse create da mio nonno, i carri monumentali che lui intagliava personalmente, quindi diciamo…. intuizione del destino…

M.C.: Qual è l’ingrediente misterioso che trasforma un’attività familiare in una realtà imprenditoriale lunga quattro generazioni?

E/A.D.F.: Solo passione, tramandata da padre in figlio; non esistono ingredienti misteriosi, è l’amore per il lavoro che i genitori dimostrano sempre, che spingono i figli ad intraprendere la stessa attività, a curarla con  amore e cercare di farla crescere.

M.C.: Come cambia la realtà del mestiere nel corso degli anni? Ci sono stati cambiamenti radicali che hanno tramutato la metodologia del lavoro?

E/A.D.F.: Il nostro lavoro è rimasto per anni fermo al palo, cioè senza evoluzione né rinnovamento perché i vecchi impresari funebri, si sono sempre sentiti una sorta di guru del lavoro, “portatori di verità assolute”, molto boriosi e sicuri di se, rifiutando, pertanto,  l’idea di investire grossi capitali per il rinnovamento della propria azienda. Invece non è così.

M.C.: Al di là dei decessi sempiterni, come sono cambiate le usanze rispetto alle antiche tradizioni del rito funebre?

E/A.D.F.: Oggi, l’impresa funebre è, a tutti gli effetti, una vera attività imprenditoriale, con tutti gli innumerevoli problemi di qualsiasi altra attività; che ha bisogno di rinnovarsi, per essere sempre all’avanguardia ed offrire servizi sempre più professionali.

M.C.: Esiste un segreto arcano che si nasconde alle spalle della figura del ‘libitinarius’ (impresario)? Esiste un’attitudine opportuna che ne distingue l’importanza durante il rituale?

E/A.D.F.: Io credo di si, c’è qualcosa di innato in noi che ci fa amare qualsiasi aspetto di questo lavoro, che spesso facile non è. E’ qualcosa che ci fa essere sempre disposti a fare di tutto perché abbiamo la consapevolezza di farlo con amore. Ed è proprio un’attitudine intesa come una sorta di talento che sicuramente ci fa distinguere e fa che le persone non facciano “di tutta l’erba un fascio”.

M.C.: Spesso l’immagine dell’impresario funebre è associato all’idea della morte… in generale quanto fa paura questa simbiosi oltre la pura retorica?

E/A.D.F.: Io forse non sono la persona adatta per rispondere a questa domanda, in quanto sono  cresciuto con questa etichetta e, sinceramente, non mi ha mai dato fastidio, perché sono consapevole che entriamo nelle vite delle persone in un momento triste che tutti vorrebbero velocemente cancellare, ma soprattutto intimo al quale nessuno di noi vorrebbe farne parte se la nostra presenza non fosse necessaria. Quindi è normale che ci associano all’idea di morte ma è, allo stesso tempo, normale che non può intaccare la nostra serenità.

M.C.: Quanto la tanatoprassi risulta funzionale durante la preparazione di una salma? La terapia di conservazione post-mortem agevola le funzioni rituali?

E/A.D.F.: La tanatoprassi sarebbe altamente funzionale e la conservazione post-mortem aiuterebbe, non poco, il rito; purtroppo in Italia, tutto questo, non è ancora ammesso, come sempre siamo rimasti indietro anni luce rispetto ad altri Paesi del mondo dove queste pratiche vengono effettuate, Io personalmente, ho seguito corsi di formazione alla tanatoprassi in Spagna, a breve tornerò per un ulteriore approfondimento che mi porterà, ad ottenere l’abilitazione alla pratica, anche se credo che in Italia passerà ancora molto tempo prima che si possa eseguire.

M.C.: La morte e i funerali sono ancora argomenti tabù?

E/A.D.F.: Dispiace ammetterlo, ma per la stragrande maggioranza delle persone la morte è ancora un argomento da evitare e conseguentemente quando si parla di funerali la reazione è, quasi sempre la stessa….scongiuri a non finire. Il quale, tra l’altro, non nuoce affatto, anzi è simpatico. Ormai tutti noi ci abbiamo fatto ampiamente l’abitudine e chiaramente, non ci facciamo più caso. Non è sicuramente lo scongiuro a pregiudicare il nostro operato.

M.C.: Il rito funebre è ancora importante nella società moderna? Quanto rimane inalterato del costume secolare?

E/A.D.F.: Le usanze sono cambiate forse poco o niente, quello che invece è cambiata è l’ottica con la quale si guarda al decesso e conseguentemente al rito funebre. Oggi è tutto più frenetico e, quindi, anche il funerale non assume più i risvolti della vera cerimonia di una volta. E’ tutto incentrato sulla sobrietà e sulla semplicità. Le “pomposità” di un tempo rimangono solo lontani ricordi.

M.C.: Quanto può nuocere l’eventuale scongiuro nella fattispecie di un’attività molto vicina alla logica della dipartita (idea della morte)?

E/A.D.F.: E’ normale che ci associano all’idea di morte ma è, allo stesso tempo, normale che non può intaccare la nostra serenità.

M.C.: Esiste un vero e proprio galateo funerario nel rituale funebre? Quale risonanza investe la figura del maestro di cerimonia?

E/A.D.F.: Esiste, certo che esiste. Io sono Maestro di Cerimonia e di Galateo funerario oltre ad essere proprio un Cerimoniere. L’importanza è enorme, l’avvicinarsi alle persone con i dovuti modi, è fondamentale in un lavoro come il nostro ed assumono un’importanza grandissima le così dette tecniche “dell’ascolto”, in quei momenti si deve essere coscienti di avere a che fare con persone che non sono per niente lucide e quindi hanno un grande bisogno di aiuto. L’impresario funebre deve e ripeto DEVE essere in grado di captare quello di cui il dolente in quel momento ha bisogno. 

M.C.: Dopo aver organizzato migliaia di eventi funebri, esiste un modo appropriato per lasciare questo mondo in visione dell’altro?

E/A.D.F.: Ognuno nella vita agisce come meglio crede, io penso che il modo appropriato di lasciare questo mondo in visione dell’Altro è solo comportarsi, nella vita terrena, con onestà e amore per il prossimo e per la propria famiglia. Il ricordo più bello di una persona che ci lascia è l’impronta di se che è riuscito a lasciare.

Onoranze Funebri Alfredo e Emidio De Florentiis

Intervista di Marius Creati agli avvocati di Maurizio Iori

July 17, 2012 Leave a comment

Il caso del Dottor Maurizio Iori è una tragica vicenda accaduta lo scorso Luglio 2011 che ha commosso l’Italia poiché la giovane figlia dell’indagato ha trovato la morte.
Di seguito l’intervista gli avvocati difensori del Dott. Maurizio Iori:Dott. Cesare Gualazzini (Foro di Cremona) e Dott. Marco Giusto (Foro di Crema)

M.C.: Secondo la vostra opinione, quanto si è vicini alla verità sul caso di Maurizio Iori?

C.G./M.G.: Il procedimento penale a carico del Dott. Iori, come da me evidenziato sin dal  giorno del suo arresto, si e’ sempre fondato su mere illazioni da parte degli inquirenti a cui non hanno fatto riscontro le prove scientifiche che la Procura ha ricercato a mezzo dei suoi C.T. ma che, anziche’ dare le risposte che quest’ultima si attendeva, hanno portato fondamentali elementi di prova a favore della tesi difensiva.

In particolare la perizia relativa alla cd. Tracce biologiche ha evidenziato che:

la pastiglia di xanax trovata nel lettino della piccola Livia e’ stata da quest’ultima vomitata (i succhi gastrici hanno infatti sciolto”l’involucro”)

sui blister vi sono tracce della Sig.ra Ornesi e non del Dott. Iori

sul quadro elettrico della casa non vi sono tracce del Dott. Iori

sul “rubinetto” della bombola non vi sono tracce del Dott. Iori, mentre vi e’ una traccia “mista” della Ornesi e della figlia: cio’ si spiega perche’ quando la bambina ha vomitato la pastiglia, la madre le ha pulito la bocca dal rigurgito (che era copioso dato che sono serviti ben 3 fazzoletti che hanno le tracce di Livia) e poi, essendosi sporcata le mani, ha trasferito il DNA di Livia anche sulle bombole.

L’assunto secondo il quale il Dott. Iori avrebbe fato in modo di non lasciar tracce e’ falso giacche’ vi sono tracce biologiche sue (oltre che certamente su molti oggetti non esaminati) anche sulle ciabatte (dove vi sono tracce di altri soggetti maschili non identificati) e soprattutto su di una bombola- tracce pero’ si bada miste con quelle della Ornesi, circostanza che prova che anche lei le ha toccate-da questo si desume che Iori non ha ne’ agito per non lasciare tracce, ne’ che si e’ premurato di cancellarle (circostanza questa molto difficile se non impossibile a parere dei C.T. biologici incaricati da accusa e difesa). Anche le perizie medico legale farmacologica del C.T. del P.M. contengono elementi tutti favorevoli alla difesa, mentre nulla porta alla tesi accusatoria la perizia informatica e pertanto non si puo’ che concludere che, allo stato, non e’ emersa alcuna prova da cui si possa sostenere la posizione dell’accusa.

M.C.: Esiste una perizia consegnata al Tribunale di Brescia dal Consulente Tecnico del P.M. che può scagionare il vostro assistito?

C.G./M.G.: Nessuna perizia e’ stata consegnata al Tribunale di Brescia che peraltro si e’ occupato del caso per l’ultima volta nel mese di febbraio u.s.; la perizia biologica del P.M. e’ stata in parte depositata dal Consulente in parte a fine gennaio ed in parte ad inizio maggio e, come ho gia’ detto, le emergenze sono palesemente favorevoli alla difesa; preciso che in questo procedimento come in quasi tutti quelli di questa natura, la prova biologica e’ la vera prova regina su cui si fonda quasi sempre la decisione del Giudicante.

M.C.: Qual è la situazione fisico-emotiva di Maurizio Iori, ad oggi ancora detenuto nel carcere di Cremona?

C.G./M.G.: Il Dott. Iori e’ certamente molto provato dalla lunga detenzione, che egli ritiene ingiusta, che si protrae da quasi 8 mesi, soprattutto perche’ si chiede legittimamente:  perche’ mai , nonostante tutte le prove scientifiche disposte dalla Procura siano risultate a lui favorevoli, devo continuare a rimanere in carcere? E’ chiaro che non intravvedere un certo momento finale contribuisce ad ulteriormente peggiorare la sua situazione emotiva che e’ gia’ stata messa a dura prova dagli eventi e dalla detenzione stessa.

M.C.: Cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi?

C.G./M.G.: Nei primissimi mesi e’ prevista per ora soltanto l’udienza inerente alla revoca della custodia cautelare in carcere, prevista vanti la Corte di Cassazione per il 19/07/2012; per quanto concerne il merito, la difesa auspica che, visto che, nonostante quanto sopra evidenziato, non pare esservi intenzione da parte del P.M. di richiedere l’archiviazione, venga fissata quanto prima l’udienza preliminare avanti il G.U.P. del Tribunale di Crema.

M.C.: Come ha preso la notizia della seconda parte della perizia Maurizio Iori?

C.G./M.G.: Come ho gia’ detto il Dott. Iori e’ quasi incredulo di fronte al fatto che, nonostante quanto emerso dalla C.T. del P.M., non giunga “alcun segnale” che lasci presagire la revoca o quantomeno l’attenuazione della misura cautelare  disposta nei suoi confronti.

M.C.: Secondo la vostra analisi, il Tribunale di Brescia che tipo di valutazione ha fatto sulle risultanze delle attività difensive?

C.G./M.G.: E’ evidente che il tribunale di Brescia, in qualita’ di Giudice di Appello non abbia, a mio parere, valutato compiutamente gli elementi che gli sono stati sottoposti; prova di tale assunto e’ la confusione che e’ stata compiuta allorquando e’ stata comparata la perizia relative alle impronte digitali (che non ha rilevato alcunché) con quella relativa alle tracce biologiche, che sono cosa ben diversa rispetto alle prime. Questa, come tutte le altri motivazioni contraddittorie espresse dal tribunale di Brescia, sono state sottoposte al gravame della Cassazione che dovra’ esprimere le proprie valutazioni a riguardo. Non e’ stata inoltre motivata l’esistenza del requisito previsto ex art.274 c.p.p.  lett. C), costituito dal rischio di reiterazione del reato che, nella fattispecie, sin dall’inizio e’ apparso palesemente insussistente, stante che il reato contestato al Dott. Iori e’ un reato che non risulta per sua natura reiterabili, in quanto non vi e’ al mondo alcuna persona che si trovi nelle medesime condizioni della Sig.ra Ornesi.

M.C.: Secondo le indagini sul DNA rinvenuto dai reperti probatori risultano tracce compromettenti che possono indirizzare l’accusa nei confronti di Iori?

C.G./M.G.: Ho gia’ risposto in precedenza a questa domanda: tutte le emergenze riguardanti le prove biologiche spiegano in modo non equivoco che si e’ trattato di un suicidio  e che il Dott. Iori non ha avuto alcuna parte nella causazione della morte della Sig.ra Ornesi e della figlia Livia.

M.C.: Su quali basi si fonda il castello accusatorio a carico del vostro assistito?

C.G./M.G.: Il “castello accusatorio” si fonda su mere illazioni sul conto del Dott. Iori , persona che forse in un piccolo centro come Crema puo’ non apparire simpatico in conseguenza della sua condotta relativa ai suoi rapporti personali con la Sig.ra Ornesi: a riguardo pero’ bisogna ricordare che il procedimento in questione non attiene ad una valutazione dei comportamenti del mio Assistito sotto il profilo della morale popolare, ma bensi’ ha per oggetto la commissione o meno di un delitto in relazione al quale il Dott. Iori risulta chiaramente estraneo. A suo carico vengono evidenziati l’acquisto di bombole e fornelli (acquisto peraltro pacificamente ammesso e concordato con la Sig.ra Ornesi medesima) , evento che non ha pero’ nessuna rilevanza penale (se uno regalo ad un amico un coltello e quest’ultimo lo usa per suicidarsi il primo non verra’ certo condannato per omicidio), e il piu’ volte citato alibi falso che, oltre a non essere processualmente utilizzabile, in quanto reso in assenza del difensore, dimostra solo che il Dott. Iori temeva di dire di essere stato a casa della Ornesi la sera prima perche’ tale circostanza gli avrebbe creato gravi difficolta’ con la attuale moglie e lo avrebbe fatto considerare immediatamente l’autore del tragico evento, cosiccome e’ accaduto poi. Infine si e’ sostenuto che in caso di omicidio-suicidio madre e figlia vengono sempre trovate abbracciate: la difesa poco convinta di fronte a tale assunto ha incaricato una C.T. al fine di farle svolgere un’indagine in proposito: da tale indagine, estesa a tutto il territorio nazionale per il periodo 2000-2011, e’ emerso che, salvo i casi in cui tale vicinanza e’ necessaria (se i soggetti si butano dal balcone o si suicidano all’interno di un automobile)   mai madre e figlia sono state trovate abbracciate: cio’ dimostra che anche alea sunto che era considerato assodato non e’ per nulla rispondente al vero.

M.C.: Per la misura cautelare nei confronti del vostro assistito, secondo la vostra opinione, è possibile richiedere la revoca della misura della custodia in carcere?

C.G./M.G.: Anche in tal caso ho gia’ in precedenza evidenziato come non sussistano nel caso di specie ne’ i gravi indizi di colpevolezza, ne’ il rischio di reiterazione del reato: mi auguro che tali valutazioni vengano condivise dalla Suprema Corte in occasione dell’udienza all’uopo fissata per il 19 di luglio, dove verra’ appunto richiesta la revoca della custodia cautelare in carcere in capo al Dott. Iori.

M.C.: Maurizio Iori, alla luce di tutto ciò che è accaduto, ha piena fiducia nel decorso della giustizia?

C.G./M.G.: Il Dott. Iori ha senz’altro fiducia nella giustizia, nonostante i dinieghi ricevuti a fronte della richiesta di revoca della misura cautelare non abbiamo contribuito a rafforzare questa sua fiducia e gli abbiano ingenerato preoccupazioni a riguardo, proprio a causa della notevole quantita’ di elementi probatori di natura scientifica emersi a suo favore, non comprendendo egli come, in una simile situazione probatoria, egli possa continuare a rimanere in carcere.

M.C.: C’è la possibilità che il procedimento venga celebrato entro la fine del 2012?

C.G./M.G.: La difesa si augura che il procedimento venga celebrato quanto prima, ritenendo di poter, in tale occasione, dimostrare l’innocenza del Dott. Iori. E’ senz’altro auspicabile, non essendovi piu’ alcuna attivita’ di indagine da svolgere che il giudizio venga disposto quanto prima e, considerando che non dovrebbe avere durata particolarmente ampia, stante la convergenza assoluta tra le emergenze scientifiche dell’accusa e quelle della difesa, dovrebbe essere certamente possibile addivenire ad una sentenza entro la fine dell’anno: inutile precisare che tali tempi non sono in alcun modo dettabili dalla difesa e che pertanto quanto da me sopra espresso e’ un auspicio ma non una certezza.

Diego Dalla Palma a colloquio con Marius Creati

Diego Dalla Palma, icona importante del made in Italy, è una figura artistica tra le più conosciute e stimate nel mondo. Scrittore e noto esperto di immagine, nato a Enego nel 1950, inizia il suo ampio percorso artistico a Venezia, dove plasma doti e affinità culturali, per spostarsi successivamente a Milano, dove collabora, nel ruolo di costumista e scenografo, con la Rai e altri teatri rinomati. Personaggio carismatico, dotato di notevole intensità e professionalità scrupolosa, ha saputo ben conciliare i vari aspetti della consulenza mediatica nel mondo dello spettacolo, della moda e del management, rivelandosi un prestigioso image maker. Il suo lavoro testimonia il fascino della bellezza e dell’estetica per eccellenza, rimarcando i suoi ampi concetti di stile e di seduzione. In seguito intraprende un nuovo percorso culturale legato esclusivamente al mondo della scrittura, esperienza che lo porta inizialmente a pubblicare libri proprio sulla stessa bellezza infusa intorno a se, per poi sfociare in una visione più introspettiva dell’esperienza editoriale ritraendo spunti interessanti sul sentimento e sull’emozione intessendo in tal modo un nuovo sembiante intorno a se molto più intimista. Nell’editoria è rimarchevole il suo ultimo libro “A Nudo”, una nuova testimonianza dei suoi recenti percorsi votati all’interiorità e all’introspezione mediante il quale, attraverso spunti di riflessione legati all’esperienza diretta, rievoca racconti di momenti particolari e fasi cruciali della sua vita, sovente segnati da vicende toccanti e drammatiche che, attraverso il dolore, alimentano una spinta progressiva verso l’emersione del propria identità. Fedele ai suoi modelli di espressione è divenuto uno dei volti più rimarchevoli della televisione italiana, presente in svariate trasmissioni televisive in qualità di conduttore, altresì ospite di molti programmi noti, e testimonial di successo per prodotti di largo consumo e pubblicazioni legate all’orientamento del costume e del valore estetico del bello. Le foto riportate nell’articolo sono una realizzazione del fotografo Marco Marré Brunenghi.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Come è nato il desiderio di scrivere? C’é un meccanismo interiore che improvvisamente si é messo in movimento?

Diego Dalla Palma: Anzitutto, Marius, lasciami dire che tu hai il dono di formulare domande che racchiudono già una sorta di risposta. Diciamo che “senti” la risposta che il tuo interlocutore ti darà. Mi è sempre piaciuto scrivere. Ho iniziato a scrivere libri, legati alla sfera più tecnica del mio lavoro, in concomitanza con i miei esordi nel campo decorativo  poiché allora sentivo l’esigenza creare una situazione nuova ancora inesistente in Italia . Ho curato e tuttora curo delle rubriche su riviste settimanali e mensili. Gli argomenti erano esclusivamente tecnici, poiché il mio campo d’azione era volutamente indirizzato verso il make up. Da un po’ di tempo a questa parte ho sentito l’esigenza di diversificare la mia professione, apportando nuovi contenuti, e di raccontare la realtà come la sento, come l’ho sentita e l’ho vissuta.

M.C.: Da osannato cultore del fascino a brillante scrittore… come si é evoluta la tua professione nel corso di questi ultimi anni? Nel complesso in te qualcosa é cambiato?

Diego Dalla Palma: Sì, hai colto nel segno. Dopo anni e anni trascorsi a occuparmi esclusivamente di bellezza e quindi di qualcosa di assolutamente leggero, ho sentito l’esigenza di prendere in considerazione la bellezza interiore poiché mi sono reso conto che il mio percorso di vita poteva indirizzarmi verso nuovi percorsi.

M.C.: Il tuo nuovo libro “A Nudo” racchiude esperienze di una cornice realistica vissuta prima del successo, ma  il concepirlo nasce da un’esigenza pressoché inestirpabile?

Diego Dalla Palma: Proprio perché, come giustamente osservi l’esperienza che racconto nel libro è reale, ovviamente la genesi parte proprio da lì, dall’adolescenza, dalla gioventù e quindi dal prima del successo.

M.C.: In esso sei slanciato verso una crudezza leale, una sincerità viscerale… ma tracciarne una superficie ti ha permesso di esternare qualcosa di più penetrante?

Diego Dalla Palma: Mi ha consentito di capire e di imparare che il dolore può anche essere un motore che aiuta a rialzarti. Ci si può infangare nella vita, ci si può sfracellare, ma c’è modo di trovare strade diverse.

M.C.: C’é un tema particolarmente toccante che hai ritenuto opportuno descrivere tra le sue pagine?

Diego Dalla Palma: Ce ne sono diversi ma ognuno, a seconda della sua sensibilità, può cogliere e ritenere più toccante un capitolo piuttosto che un altro. 

M.C.: Quattro libri importanti sinonimo di quattro grandi successi, l’ultimo editato pochi mesi fa… Esiste un possibile comune denominatore tra loro che, in un certo senso, li equipara e li congiunge?

Diego Dalla Palma: Sì tutti e quattro appartengono a questo mio percorso i cui temi fondamentali sono: l’amore, la morte, il dolore, il perdono. Mi sono abituato ad ascoltare le mie emozioni e questo mi dà grande consapevolezza sulla vita e sulle persone che incontro. Più passa il tempo, più mi accorgo di essere sensitivo.

M.C.: Quattro temi divulgati in quattro differenti pubblicazioni in rappresentanza di diverse esternazioni della tua interiorità. Esiste un messaggio univoco inveterato che germoglia in te?

Diego Dalla Palma: Se vogliamo si possono intendere come un messaggio d’amore dedicato a mio padre e a mia madre.

M.C.: L’amore trionfa sempre dinnanzi alle avversità della vita?

Diego Dalla Palma: La ragione o, meglio, l’amore ragionato trionfa sempre sulle avversità della vita.

M.C.: Dolore e sconfitta intesi come preamboli di un conflitto esistenziale, ma come la débâcle di una vita si trasforma in trionfo? E’ davvero possibile?

Diego Dalla Palma: Direi di sì e la prova è questo libro. Ho avuto una vita molto dolorosa ma sono grato a Dio per tutto ciò che mi ha dato.

M.C.: E’ stato così facile raccontarsi, mettersi a nudo senza incorrere nella reticenza profusa dal peso della notorietà?

Diego Dalla Palma: Sono stato assolutamente me stesso e ho raccontato esclusivamente Diego.

Ilian Rachov a colloquio con Marius Creati – tra arte e design di lusso

Torna il mirabile artista contemporaneo Ilian Rachov a parlare di se, in questo frangente dedicato, raccontando le sua varie collaborazioni con il mondo del design e, in modo più concentrato, della moda. Ilian Rachov, grande interprete dell’arte moderna, dall’impronta tipicamente rétro per i suoi meravigliosi dipinti dai quali riaffiorano tendenze e stili estrapolati da un glorioso passato artistico, ha lasciato il suo segno tangibile disegnando per alcuni anni i fantastici disegni e bozzetti che hanno contraddistinto la prestigiosa maison Versace. Elementi ispirati al Barocco, al Rococò e a una serie di stilemi artistici di varia natura, formattati accuratamente in un eclettismo tipico della grande casa di moda, in seguito perseguita anche in altri ambiti collaborativi…

Intervista a cura di  Marius Creati

M.C.: Ricordi l’esordio delle tue collaborazione con il mondo della moda? E’ stata una ricerca accurata dal principio oppure una casualità opportuna degli eventi?

Ilian Rachov: Ricordo bene la telefonata che ho ricevuto dall’ufficio stile di Versace. Pensando che si trattasse di uno scherzo, non gli ho dato peso e addirittura non sono andato all’appuntamento. Poi dopo la seconda telefonata il giorno dopo la data dell’appuntamento… mi sono reso conto che era vero… Certo mi sono sempre interessato della moda in generale. E una delle massime espressioni d’arte oggi.

M.C.: Il doversi confrontare con la praticità dei tempi e dei metodi del design ha mai suscitato in te paure intrinseche?

Ilian Rachov: Non ho mai avuto nessuna pressione da parte di Versace ne riguardo i tempi di consegna dei disegni, ne riguardo il tema dei disegni o delle collezioni. Mi hanno sempre lasciato piena libertà di creare quello che mi piaceva di più anche quando certi disegni erano diversi dallo stile Versace in generale.

M.C.: E’ possibile che possa sussistere, secondo te, un valido riscontro tra l’arte pittorica e la fashion art? Esistono parametri di condivisione tra le due parti?

Ilian Rachov: Certo, l’Alta Moda si é sempre ispirata all’Alta Arte. Basta vedere le creazioni dei grandi stilisti dal mito Gianni Versace a John Galliano o altri stilisti dei nostri tempi. Dalle semplici stampe di opere d’arte sui tessuti fino a abiti che sembrano delle sculture contemporanee. La Moda è sempre stata incollata all’Arte. Anche nei secoli passati il modo di vestire è stato molto influenzato e anche ha influenzato l’Arte.

M.C.: Quali emozioni ha scaturito l’essere parte integrante della Maison Versace durante gli anni delle tue varie prestazioni stilistiche?

Ilian Rachov: Creare per Versace è stato un sogno per me. Oltre che io stesso ero un grandissimo fan di Gianni Versace, il fatto che creando una cosa sai che poi sarà vista dal mondo intero e che sarà indossata da persone come Elton John, Madonna, Christina Aguilera oppure Jennifer Lopez… ispira molto, sai? Ancora trovo online foto di grandi star che magari hanno avvolto intorno al loro collo un foulard che ho disegnato io. Oppure andando in giro per il mondo vedo in qualche albergo dei tessuti o dei cuscini o ad essa Las Vegas addirittura dei tappeti di Versace che ho creato io stesso con la mia mano nel mio piccolo studio a Torino. Questo mi fa sempre effetto.

M.C.: Hai un ricordo vivo del grande couturier Gianni Versace?

Ilian Rachov: Personalmente non ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere di persona Gianni Versace. Sono arrivato dopo, penso nel momento giusto per dare un tocco molto simile al suo per le collezioni casa in un momento quando le sue idee stavano scomparendo… come purtroppo sta accadendo anche con le nuove collezioni della Versace Home.

M.C.: Come riesci a tradurre il tuo stile pittorico in un dettaglio puramente stilizzato?

Ilian Rachov: Io nasco come un pittore che ha cominciato la sua attività artistica dipingendo icone bizantine, un’arte molto decorativa e poco pittorica. Dopo, evolvendo, ho cominciato a diventare più pittore in senso stretto. Creare elementi decorativi per le stampe di Versace per me è stato come ritornare un po’ indietro nel tempo utilizzando però tutta la qualità e la conoscenza nella storia dell’Arte acquisita durante gli anni passati nei musei italiani e non solo. Praticamente ho applicato la mia arte decorativa e il mio senso maniacale nei dettagli, cosa tipica degli artisti iconografi, con la mia grande passione per l’arte barocca unendo tutte e due le cose con lo stile rock and punk che li rende più contemporanei. Ed è questo lo stile che è piaciuto a Versace.

M.C.: Come hai vissuto il porre in discussione l’arte pittorica ridimensionata in un elemento tipicamente alla moda? E’ possibile definirlo un “traguardo emblematico” per la tua crescita professionale?

Ilian Rachov: Si, il mio lavoro nel campo della Moda e del design è sicuramente un traguardo emblematico per la mia crescita come artista. Ha liberato in me molte cose e sono felice di averlo fatto e di continuare a farlo anche adesso con le cose che creo per me stesso.

M.C.: Come si é evoluto il tuo percorso stilistico dopo la rimarchevole parentesi ambientata in casa Versace?

Ilian Rachov: Ho imparato moltissimo creando per Versace. Ho fatto delle ricerche nel campo del design, della moda, della ornamentazione che per conto mio non avrei avuto ne il tempo ne la voglia di fare. Sicuramente questo ha lasciato un segno nella mia evoluzione stilistica e anche culturale.

M.C.: Esiste oggi un Ilian Rachov ampiamente impegnato anche nel design di stile?

Ilian Rachov:  Ha ha ha… L’Ilian di oggi cerca piuttosto di rimanere Ilian.. .anche se certe volte questo non gli conviene… Io sono un artista, qualcuno mi ha dato una dote, forse me la sono meritata, oppure mi è stata data in prestito o in comodato d’uso. Dire che sono pienamente impegnato con il design e molto presuntuoso. Sono pienamente occupato con la mia crescita come artista e il design e lo stile ne fanno parte integrale dell’essere tale. Trovo limitanti le definizioni come stilista, designer, pittore, scultore, ecc. L’arte ha molti modi per esprimersi, non è detto che se uno fa lo stilista non possa essere scultore o pittore. Basta vedere alcuni dei grandi stilisti che sono anche bravissimi pittori o cantanti e viceversa.

M.C.: La pittura rimane pur sempre il tuo “cavallo di battaglia”?

Ilian Rachov: La pittura per adesso è il mio cavallo di battaglia per vari motivi della mia esistenza fin ora. Non è stato un mio sogno dall’infanzia fare il pittore anche se sono felicissimo di farlo. Però dicono che i sogni ogni tanto si avverano… Chissà cosa ci riserva il futuro??

Paolo Pautasso a dialogo con Marius Creati

December 22, 2010 Leave a comment

Paolo Pautasso é un noto personaggio del mondo della moda, conosciuto negli ambienti del lusso, per aver prestato il suo talento manageriale a servizio di una grande azienda, quella fondata dalla prestigiosa famiglia Versace. Dopo anni di lavoro all’interno del settore, sceglie paradossalmente di cambiare stile di vita e soprattutto entourage professionale, segnando un confine tra il passato e il futuro della sua esistenza, rivalutando la sua ubicazione nella favolosa città di Marrakech, centro di vanità e misticismo alchemico, creando una nuova opportunità personale legata al mondo del Riad, tipica casa albergo magredina, miscelando un connubio estasiante tra la dinamicità occidentale e l’orfismo mistico tipico dei paesi asiatici.

Oggi Paolo Pautasso é diventato artefice di una visione ricca di nuovi contenuti che fanno dei suoi centri veri luoghi di ristoro nei quali imbattersi, ritrovarsi, esporsi e riconoscersi in totale armonia con una realtà scevra di compromessi burocratici; un uomo innamorato della sua libertà d’animo e fermamente convinto dei suoi cambiamenti, obiettivi di una vita re-interpretata.

Intervista di Marius Creati

M.C.: Come si diventa esponenti manageriali di una società eccelsa di grande rilevanza conosciuta in tutto il mondo? Esistono responsabilità che oltrepassano l’intensa mole professionale?

Paolo Pautasso: Con una lunga gavetta, partendo dal basso, percorrendo tutte le tappe fondamentali per acquisire esperienza, know how e affinando un talento che deve essere innato nel settore del Fashion.  La responsabilità maggiore è sicuramente quella di rappresentare con il tuo lavoro la griffe di una Maison conosciuta a livello mondiale, con rispetto e professionalità e non ultimo, la responsabilità di sapere che qualcuno crede in te, nel tuo lavoro, nella tua professionalità.

M.C.: Quali emozioni ha scaturito l’essere parte integrante della Maison Versace durante gli anni delle varie prestazioni professionali? Una carica manageriale di risalto sotto una grande egida aiuta a sentirsi migliori?

Paolo Pautasso: Emozioni tante, a volte anche frustranti, come durante gli anni bui dell’Azienda. Pero’ sicuramente la mia esperienza in un azienda così importante ha lasciato un segno indelebile, di grandi ricordi positivi e tante battaglie per essere vincenti. Sentirsi migliori è una sensazione privata, molto intima. E’ un riconoscersi virtù e pregi che si crede di possedere. Personalmente sono molto critico nei miei confronti e difficilmente riesco ad essere totalmente positivo con i miei atti, qualsiasi essi siano, sfera privata o professionale.

M.C.: In che modo é nata la passione per l’avventura marocchina? Puoi narrare alcuni tratti salienti del tuo improvviso cambiamento di stile?

Paolo Pautasso: Era nell’aria, sicuramente. Credo che si arrivi ad un certo momento della propria esistenza dove si inizia a fare un conto. Personalmente è successo in coincidenza con i miei 40 anni, ricordo che ero nell’aeroporto di Berlino, in attesa di una coincidenza, il giorno dei mio compleanno, solo. Entrai nel duty-free e mi gratificai regalandomi  una splendida Montblanc e un raffinato Dupont. In viaggio poi, verso gli Stati Uniti, ripensai a quell’atto, di per se insignificante, ma che mi cambio’ la vita. E’ stata un’analisi profonda, combattuta, sofferta, ma oggi l’approvo d’amblé. Il Marocco è arrivato dopo, per casualità, per curiosità e per l’amore che ho da sempre per il viaggio e per l’avventura.

M.C.: Lo stile di vita personale si trasforma radicalmente quando si da un taglio al passato in modo definitivo?

Paolo Pautasso: Si, radicalmente. Non porto più l’orologio, la qualità del tempo mi restituisce tempo, un tempo che in occidente avevo perso completamente. Tutto è più tenue, come addolcito, come certe domeniche mattina invernali della mia infanzia, il ghiaccio alle finestre e tu che ti crogioli sotto le coperte…difficile da spiegare… (hehehe)

M.C.: Come si proietta la tua storiografia nel nuovo entourage interamente magredino? Cosa rappresenta il “riad” nella tua sensibilità oltre lo spazio dirigenziale?

Paolo Pautasso: Con difficoltà, ovviamente. Sto cambiando, ma inizialmente è stato difficile. Noi occidentali ci portiamo dietro, giustamente, tutta una serie di regole, morali e civili, che contrastano nettamente con lo stile di vita dei paesi arabi. Quindi ho lavorato su me stesso per avvicinarmi ad una cultura che si trova agli opposti della nostra, creando un equilibro tra due culture difficile da mantenere, ma possibile. Il Riad per me è casa. Ritrovare dei silenzi, i miei libri, la mia musica e perché no i miei ospiti. Quando sono veramente solo tutto diventa magico. L’alzare lo sguardo dal patio  e vedere il cielo, salire sulle terrazze con il mio bulldog a giocare  e soccombere davanti ad un panorama fatto di minareti, palme, accecanti bouganvilleés in fiore e ficus e come fondale l’Atlas innevato. Impagabile.

M.C.: Ti senti soprattutto manager del nuovo business o piuttosto architetto di una nuova sensibilità creativa? Quale germe scaturisce nell’esistenza di un importante manager d’impresa inducendolo a cambiare sintonia di vita?

Paolo Pautasso: Sono me stesso. Paolo. Niente business, sell out, sell in, occupazione camere, niente di tutto questo. A volte penso di essere in vacanza, questo i miei ospiti lo percepiscono e si instaura quasi sempre un rapporto di amicizia, di confidenze, di rapporti interpersonali anche quando quest’ultimi partono. Mi reputo una persona molto fortunata per questo. Un lavoro che soggettivamente sento come una bella vacanza. La mia sensibilità creativa si è affinata, grazie alla miriade di cose, colori, oggetti, che vedo quotidianamente. Una creatività orientale che pero’ ho voluto mitigare nei miei Riad per non creare eccessi che rischiano di diventare comici. Il savoir faire marocchino, quello vero, è fatto di piccoli particolari, accenni, ombre, colori raffinati, magie di luci. Il successo di certe alchimie è un sottile mix di cultura arabo-orientale  e frammenti di vissuto, di storie personali, di esperienze  su una terra che non è la tua ma la senti intimamente tua, questo puo’ creare un «fascino» creativo, una allure che ti segue ovunque, se sei un creativo sensibile. Credo, guardando il Riad Golfame, che sono riuscito a raggiungere questo obiettivo.

M.C.: Due parole sulla città di Marrakech dalla quale sei stato letteralmente travolto… Fascino, attrattiva, embrione mistico, cosa ti ha indotto ad amarla perdutamente?

Paolo Pautasso: Bella domanda. (hehehe) A volte mi chiedo la stessa cosa. Tante sono le risposte. Marrakech è una città  magica, controcorrente, anarchica, sbruffona e vanesia. Marrakech crea stati d’animo irripetibili, basta uno sguardo accennato, il canto di un muezzin all’alba, una tempesta di sabbia che annulla i confini, un dicembre in mezzo ai fiori. E mi ricorda Napoli, la città che adoro da sempre, caotica, colorata, gioviale e tenera. La ritrovo a Marrakech, un po’ più esotica, più cialtrona, ma simili. Come scrissi a suo tempo sul mio blog, in qualche vita precedente sono stato ingaggiato su qualche galeone borbonico, che salpando da Napoli costeggiava il mare della Barbarie, attaccato da pirati feroci in cerca di oro e schiavi. O ancora mi vedo su di una fregata della Repubblica Marinara di Genova che tornando dall’Africa sconosciuta portava carichi di spezie, incensi e profumi d’oriente.

M.C.: Torneresti mai indietro sui tuoi passi per solcarne nuovamente le orme fino ad oggi?

Paolo Pautasso: No.