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Archive for the ‘Interviste Letterarie’ Category

Intervista di Massimo Maugeri ad Antonio Paolacci

June 21, 2012 Leave a comment
M.M: Caro Antonio, parlaci degli obiettivi di ePop, la nuova collana di Perdisa Pop.
A.P.: La collana ha tre caratteristiche precise: la brevità dei testi, il prezzo molto basso e il formato esclusivamente digitale. Visto quello che è successo negli ultimi anni, non potevamo non pensare agli ebook: il libro italiano è sempre più penalizzato da un sistema di distribuzione, promozione e vendita ormai gestito dai grandi gruppi editoriali. È sufficiente pensare che hanno comprato tutto (distributori, librerie), per non dire che i loro sono gli unici libri, di fatto, di cui parla la tivù, presentandoli alla maggioranza della gente come il meglio che si possa trovare in libreria. Per un editore che propone cose diverse dalle più commerciali è molto dura far notare un proprio libro: tutto il sistema tradizionale è in sostanza nelle mani di persone che si occupano di pubblicità e marketing, persone che ignorano il valore culturale del libro e lo trattano come un prodotto da vendere, come scarpe alla moda o saponette. Ma i lettori che oggi deridono le classifiche non mancano: sono quelli delusi, stanchi di spendere quindici o venti euro per romanzi mediocri o perfino stupidi. Non c’è da biasimarli, se non si fidano più, se preferiscono non seguire l’editoria italiana in questo livellamento verso il basso. È a loro che si rivolge la collana, offrendo libri molto economici e facilmente reperibili: gli ebook ci consentono di proporre ai lettori delle alternative immediatamente disponibili e al prezzo di un periodico da edicola. Così il singolo lettore può “assaggiare” cose diverse, conoscere scrittori italiani che potrebbero piacergli molto, anche più di quelli che Fazio promuove in tivù, per intenderci. 

M.M: Cosa pensi del rapporto tra e-book e pirateria?

A.P.: Ho l’impressione che se ne parli un po’ per mancanza di argomenti, perché si pensa a quanto è già successo alla musica o al cinema. Ma tra sistemi di protezione dei file e scarsa qualità dei testi piratati, il fenomeno non sembra preoccupante. In ogni caso, al momento l’editoria ha problemi molto più seri da affrontare, legati soprattutto a quanto dicevo prima.

M.M: Ammesso che esista un pregiudizio sulla pubblicazione e sulla lettura di libri elettronici, secondo te – tale pregiudizio – è più presente tra gli scrittori o tra i lettori?

A.P.: Il pregiudizio è diffuso ovunque. Siamo un po’ tutti cresciuti con l’idea che il libro tradizionale sia in qualche modo sacro e venerabile come oggetto in sé, per cui il digitale ci piace poco. Se però pensiamo solo alla scrittura e alla lettura, questa ostilità dimostra quanto si sia legati alla forma più che alla sostanza. C’è chi dice che il digitale produrrebbe un impoverimento culturale, impedirebbe l’approfondimento, ridurrebbe le possibilità di lettura. È evidente che chi suppone questo non conosce l’oggetto di cui parla. La tecnologia consente esattamente l’opposto: maggiore comodità di lettura, maggiori approfondimenti, possibilità di leggere e portarsi dietro più libri contemporaneamente. Dobbiamo conoscere la realtà, perché potrebbe perfino piacerci: per esempio i dati statistici parlano di un forte aumento delle ore di lettura tra le persone che acquistano gli ebook. Chiaro che i problemi veri sono altrove: con una effettiva rivoluzione di questo genere, per esempio, il sistema di realizzazione e vendita dei libri cambia radicalmente, rendendo inutile il lavoro di molte persone. Questo è vero, però non si può evitare la realtà mentendo alla gente o battendo i piedi: bisogna prendere atto dei cambiamenti, sapere di cosa si parla, e ragionare di conseguenza.

M.M: Non temi che una collana che accolga solo e-book (la cui pubblicazione non comporta rischi di stampa e distribuzione), data l’ancora scarsa diffusione dei libri elettronici, possa essere considerata come una “collana di serie B”?

A.P.: Non lo temo, caro Massimo: ne sono certo. Ma ne ero certo fin da quando ho avuto l’idea. Per questo ho voluto che il primo titolo fosse mio: per mostrare che credo nel progetto anche come autore. Gli ePop sono comunque libri Perdisa Pop, cioè hanno alle spalle la stessa linea editoriale dei nostri cartacei, con la particolarità di poter arrivare ai lettori in modo molto più semplice. Poi è vero che i rischi per l’editore sono ridotti, ma relativamente, perché in realtà il sistema è analogo a quello dei cartacei: esistono anche qui un distributore e una libreria (online) che trattengono una percentuale sui libri venduti, e anche qui esistono costi di realizzazione che – quando se ne cura la qualità – sono maggiori di quanto si creda. Ed esiste anche un’IVA sugli ebook molto più alta che sui cartacei. A conti fatti, chi risparmia davvero è il lettore: le spese minori sono il motivo per cui i nostri ebook possono costare così poco a chi li acqui sta, ma non incrementano i guadagni dell’editore, che a parità di copie vendute incassa la stessa cifra. Insomma, so che pensare male delle case editrici è sempre facile, però esistono editori ed editori. E, per quelli che cercano di tenere alto lo standard delle proprie pubblicazioni, lo scopo non è trovare modi mefistofelici per arricchirsi, l’obiettivo è piuttosto sopravvivere, e sopravvivendo far esistere libri che sarebbe un peccato perdere.

M.M: Volendo tracciare un bilancio sulla casa editrice, da quando ne hai assunto la direzione editoriale a oggi, tenuto conto del periodo di crisi generale, che valutazione faresti?

A.P.: Sarei più che soddisfatto. Il condizionale è dovuto appunto al momento difficile, vale a dire a una difficoltà economica generale che si unisce ai problemi puramente editoriali che sappiamo. Per l’editoria italiana non è mai stata così dura, e tutto può accadere. Ma se, come dicevo, la sfida di oggi è riuscire a sopravvivere, Perdisa Pop la sta vincendo più che dignitosamente: senza attuare mosse commerciali, senza modificare la propria linea e le proprie idee, senza raccattare soldi con pubblicazioni a pagamento o operazioni bieche. La stima per Perdisa Pop è cresciuta di anno in anno, e oggi qualcuno lo definisce un marchio “già cult”: chi lo conosce sa cosa offre, sa che abbiamo lanciato autori e idee di scrittura, e continua a seguirci. Abbiamo anche ridotto drasticamente le uscite annuali, il che avrebbe potuto penalizzarci facendoci perdere visibilità, invece il nostro pubblico è addirittura in aumento.

M.M: Parliamo del tuo nuovo racconto, che apre la collana ePop. Il titolo è Tanatosi. Come nasce? Da quale idea o fonte di ispirazione?

A.P.: È un lavoro a cui tengo molto. La brevità e il tipo di pubblicazione hanno indotto alcuni a credere il contrario: al mio posto, altri avrebbero dato un lavoro minore a questa collana così sperimentale, per cui era forse lecito immaginare che potessi farlo anche io. Invece lo considero uno dei miei testi migliori. È nato da riflessioni e letture diverse che mi hanno accompagnato per anni, e mi dà la sensazione di aver centrato il punto, di aver detto esattamente ciò che volevo dire. In qualche modo racconta i nostri dubbi attuali e ha il sapore di un apologo: la storia meno realistica che io abbia scritto, eppure parla di noi, del nostro tempo, del senso che diamo ai gesti quotidiani in un momento storico di confusione e incertezze profonde.

M.M: In questo racconto tratti anche del rapporto padre-figlio. Se ne parla tantissimo nella narrativa di questi ultimi anni. Molto più che in passato. Per quale ragione, a tuo avviso?

A.P.: Il fatto è che viviamo in un’epoca bizzarra. Il mondo è cambiato tanto confusamente e velocemente che facciamo fatica anche ad accorgercene. La situazione economica, l’incidenza della cultura, il metodo dell’informazione: è tutto diverso. Lavoro, trasporti, politica, comunicazione, vita quotidiana: i nostri genitori pensavano e progettavano il futuro secondo schemi mentali che per noi sono ormai obsoleti. Il che ci fa paura e ci spiazza. E, come in ogni epoca, la narrativa ha i suoi automatismi: la più banale si limita a creare semplici meccanismi di immedesimazione (quindi oggi racconta scontri generazionali, problemi legati alle idee diverse di padri e figli, commoventi riconciliazioni con i genitori). Poi esiste la letteratura che non parla solo ai contemporanei, quella che durerà, quella per la quale un rapporto tra padri e figli diventa simbolico, allegorico, molto più potente. E allora ecco che McCarthy scrive La strada , per esempio, dove non a caso i protagonisti sono un padre e un figlio. Una storia come quella può mettere in scena rappresentazioni del passato e immagini del futuro con un respiro spaventosamente ampio, può farci riflettere su chi siamo stati e su cosa siamo diventati, su quale sia la nostra vera eredità culturale e, soprattutto, su quanto ci interessi conservarla.

Fonte: Gruppo Perdisa Editore

Intervista di Marius Creati a Salvatore Scalisi

January 26, 2012 Leave a comment

Salvatore Scalisi é un giovane scrittore siciliano dedito alla scrittura contemporanea caratterizzata da scenografie reali ricche di azione e intrise di aspetti fantastici curati con vibrante attenzione psicologica, attraverso cui condivide attimi di apprensione, ansiosa incertezza e amabile curiosità racchiusi nell’ombra di un lavoro scrupoloso nel quale egli pone tutta la sua creatività narrativa. Appassionato di letteratura noir, dai suoi romanzi evince il desiderio di raccontare storie inquietanti, spesso velate da una realtà pretenziosa, disegnando figure espressive peculiari inserite in un contesto carico di colpi di scena.

Da menzionare il suo ultimo romanzo “Linea 429”, una storia narrata alle spalle di un adattamento catastrofico, quello di un grave nubifragio che attanaglia l’intera comunità cittadina, nel quale l’autore traspone l’identità ciclica e stramaledettamente ordinaria di un normale autobus di linea in un contesto sfalsato, completamente rinnovato, vissuto sino all’inverosimile dai personaggi imbattuti nella vicenda.

Intervista di Marius Creati

M.C.: Come nasce l’idea del tuo nuovo libro?•

S.S.: L’idea è nata dal fatto che in città mi sposto spesso in Autobus; e Catania, la mia città, meravigliosa da vedere un po’ meno sotto l’aspetto della vivibilità, mi ha dato lo spunto per una storia che vuole evidenziare lo stato retrogrado di certe realtà ai limiti della civiltà. Certo, è vero, nel racconto ho inserito un eccezionale evento atmosferico che ne ha ampliato le “note dolenti”, ma questo non aggrava più di tanto quelle che sono le responsabilità di chi ci governa.

M.C.: Come descriveresti il tuo rapporto con la scrittura? In che modo ne percepisci la magica traspirazione tradotta poi in termini narrativi?

S.S.: Diciamo che per me la scrittura è il veicolo per allontanarmi dalla vita reale attraverso storie che poi non si discostano troppo dalla realtà; da essa ne traggo gli aspetti peculiari su cui puntare la mia analisi critica. Con un pizzico di trasgressione letteraria.

M.C.: Cosa desideri esprimere e quali emozioni suscitano in te i personaggi rappresentati nei tuoi romanzi?

S.S.: Curiosità. Credo che sia il termine giusto. Poi, naturalmente, dipende dalla storia, dai personaggi; in ogni caso la curiosità nell’insieme del racconto deve sempre rimanere per me e il lettore, un punto fermo.

M.C.: C’é sempre un personaggio preferito nei tuoi racconti? In tal caso trasponi sempre un po’ di te stesso nel plasmarne le caratteristiche?

S.S.: Beh, provare simpatia per i “buoni” o i personaggi principali, è la risposta più scontata. In “Linea 429, trattandosi di un racconto corale, posso dire che è proprio l’autobus, insieme al piccolo Cristian, ad attirare maggiormente la mia attenzione. È quasi inevitabile che un autore trasmetta parte del suo modo di essere in un personaggio; può anche succedere di volersi identificare in un eroe positivo; per esempio, mi sarebbe piaciuto essere un tipo come il detective John Parker. In verità, quando scrivo le sue avventure, in qualche modo mi sento invincibile come il protagonista

M.C.: La suspense riscontrata all’interno del nuovo romanzo é sintomo di una percezione vivibile nell’intero percorso narrativo?

S.S.: Più di suspense parlerei di storie che durante il percorso del racconto si evolvono, a volte apparentemente tranquillo, fino all’imprevedibile epilogo. Ciò caratterizza la mia scrittura; anche se mi cimentassi con una commedia, credo che la sostanza non cambierebbe.

M.C.: Esiste un metodo programmato per riuscire ad infondere determinati stati d’animo nel lettore o diviene a volte incognito giocoforza della fantasia?

S.S.: No, almeno per quanto mi riguarda; non potrebbe essere diversamente. Nella scrittura trasmetto quelle che sono le mie sensazioni ed emozioni, ma non è detto che questo determini il coinvolgimento del lettore; riuscirci è una grande soddisfazione. Comunque, è anche vero che non scrivo mai per me stesso, bensì per il pubblico; lo so che vado contro corrente, ma è così. Spiegarne il motivo non è semplice.

M.C.: Esiste un genere narrativo particolare nel quale trovi maggiore attinenza rispetto ad altri?

S.S.: Sicuramente il thriller – noir. Non è escluso che in futuro non possa intraprendere altri generi; diciamo, meno angoscianti.

M.C.: Qual è il tuo maggiore interesse quando realizzi un lavoro narrativo? Qual é l’elemento scatenante che ti spinge verso la sua realizzazione?

S.S.: Raccontare una storia che susciti interesse, curiosità. Di solito mi concedo un periodo di pausa molto ristretto fra un racconto e l’atro, quindi, capita spesso di iniziare uno scritto con pochissimi elementi a disposizione. La prima cosa che faccio è cercare di togliermi dalla mente e alla svelta il precedente racconto e di conseguenza iniziare a buttare giù le basi per la nuova storia. È una fatica. Non so, fin quando resisterò. Prometto sempre di prendermi un bel periodo di riposo…

M.C.: Pensi che uno scrittore deve reinterpretarsi costantemente?

S.S.: Se è possibile, direi proprio di sì. Ma non è necessario; ci sono artisti, non so, per fare un esempio: cantanti, registi, pittori etc, che proseguono imperterriti senza modificare di una virgola il proprio stile, continuando a riscuotere consensi positivi. Ma c’è chi riesce a cambiare pelle per non rimanere prigioniero del proprio cliché, ricevendo l’ammirazione del pubblico. Io prediligo quest’ultima soluzione; è utile per rigenerarsi.

M.C.: Pensi che l’ultimo romanzo redatto sia per lo scrittore una lodevole meta ambita oppure un punto di partenza per l’approfondimento di un nuovo racconto

S.S.: Nulla di tutto questo. Alla fine di un romanzo sono sempre convinto di aver dato il massimo delle mie possibilità per renderlo efficace sotto ogni aspetto. Tutto finisce lì. È naturale che se andassi a rileggerlo dopo qualche anno, o addirittura dopo pochi mesi, mi verrebbe voglia di cambiare qualcosa; ma ripeto, è del tutto naturale. E poi, non è detto che i cambiamenti lo migliorino. La scrittura rispecchia lo stato d’animo del momento, perciò è giusto avere rispetto per il proprio lavoro. “Linea 429” è l’ultima pubblicazione, ma non l’ultimo romanzo che ho scritto; ne sono seguiti altri due, fra questi il secondo episodio con Parker protagonista. Bene, sono convinto che a livello lessicale e strutturale ci siano delle differenze, anche impercettibili, fra questi due scritti e “Linea 429”; ma ciò non significa che l’uno sia migliore degli altri o viceversa. Quello che sento dentro di me quando inizio a scrivere un nuovo romanzo, è la consapevolezza di aver fatto un passo avanti verso l’affermazione come autore.

M.C.: Credi che la narrativa sia ancora in grado di meravigliare rispetto alle opere letterarie del passato?

S.S.: Guai se non fosse così; come si suol dire, potremmo chiudere bottega. Le opere letterarie del passato sono un punto di riferimento da custodire gelosamente, ma è un errore quando si vuole a tutti i costi paragonarle alla letteratura contemporanea; è come mettere a confronto un film di cinquanta anni fa con uno di recente produzione. Improponibile. Eppure, probabilmente, sarebbero entrambi degli ottimi film, ognuno con le proprie caratteristiche. Quindi, rispondendo alla tua domanda, ti dico che la narrativa di oggi è sicuramente in grado di meravigliare come in passato. Forse, l’unica differenza è che ai giorni nostri chiunque ha la pretesa di saper scrivere narrativa. Ma sappiamo benissimo che non è così. È vero, c’è un super affollamento di autori, recensori, direttori editoriali, molti dei quali si trovano all’interno del sistema solo per grazia ricevuta. Una volta sfogliavi un libro senza aver letto chi fosse l’autore, ma immediatamente dalle prime pagine ti rendevi conto chi l’avesse scritto. Oggi è difficile farlo perché c’è un appiattimento di argomentazioni e stili per certi versi preoccupante. Stai tranquillo! Esiste sempre la narrativa valida capace di creare forti emozioni, né più né meno dei classici del passato.


Intervista di Alessia Mocci a Simone Di Matteo ed alla sua casa editrice Diamond Edizioni

August 17, 2011 Leave a comment

La letteratura non si improvvisa, un romanzo non si scrive per caso, un racconto non è frutto di una semplice storia qualsiasi che passa per la mente.” Essere editore e scrittore non è semplice: ecco la sfida di Simone Di Matteo (Latina, 1984). Ormai giunto alla sua quinta pubblicazione con “La Venere Rea” può dichiararsi soddisfatto del lavoro svolto con impegno e caparbietà. Grazie al suo esordio da scrittore, Simone, ha ben compreso le problematiche attuali dell’editoria italiana soprattutto per la categoria degli esordienti che si ritrova spesso con un marea di proposte (a pagamento e non) ma senza garanzie di alcun tipo, neppure per il primo comandamento: credere nell’opera pubblicata. La Diamond consta di otto collane editoriali: “C’era una volta”, “Red Passion”, “Imago”, “Peolpe”, “Black Horse”, “Cocktail”, “Pillole”, “Frammenti”. Simone Di Matteo è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sulla casa editrice Diamond e sulla sua carriera da scrittore.

A.M.:  Che significato ha oggi il termine “cultura”?

Simone Di Matteo: La parola cultura è parola complessa e che si declina fra storia, antropologia e filosofia. La cultura è qualcosa di essenziale per l’uomo, anzi è quel che rende umano l’uomo.

A.M.: Editore e scrittore. Quale dei due ruoli ti da maggiori soddisfazioni? Se dovessi scegliere una sola strada quale percorreresti tra le due?

Simone Di Matteo: Finché posso cerco di portare avanti con passione e dedizione entrambi i due mondi, diversi seppur paralleli.
Non abbandonerei mai la scrittura così come non potrei mai abbandonare l’editoria. Non riesco ad immaginare una scelta di questo genere. Non posso concepirla. Non sarei più io e per me essere me stesso nel bene e nel male è essenziale. Naturalmente essere editore comporta rischi maggiori e grandi responsabilità, ma grandi sono anche le soddisfazioni che stanno arrivando.

A.M.:  Cinque aggettivi su “La Venere Rea”.

Simone Di Matteo: Non sono bravo a parlar bene di una mia opera. Anzi tutt’altro. Sono molto critico con me stesso. La “Venere Rea” è un libro che ha suscitato interesse ed è stato recensito da diversi ed è giusto lasciar parlare gli addetti ai lavori. Agli aggettivi che riporto seguiranno i link di chi ha recensito solo dopo averlo letto, il testo.

A.M.:  Un estratto del “La Venere Rea”…

Simone Di Matteo: Dalla Pagina 48:
“… ella rappresenta per me tenebre e maledizione. Morte per la carne. Dannazione per lo spirito. Buio per gli occhi. Peccato per le labbra. Malattia per la mente. Tormento per il cuore…

A.M.:  Hai in cantiere un nuovo romanzo?

Simone Di Matteo: Ho finito di romanzare una mia sceneggiatura dal titolo “Non Odiare” e tra un impegno ed un altro cerco di portare a termine la stesura di una trilogia fantasy.

A.M.:  Le due facce dell’editoria: pagamento e non. Quali sono i principi della Diamond Edizioni?

Simone Di Matteo: La nostra linea editoriale si pone come obiettivo quello di scoprire e proporre nuovi talenti letterari meritevoli di visibilità, che non troverebbero altrimenti spazio presso i grandi colossi editoriali, più disposti a puntare su autori già conosciuti e sicuri commercialmente, prediligendo così la qualità delle opere alle consuete regole del business. Non essendo interessati, inoltre, alle strategie di guadagno tipiche dell’editoria a pagamento, distanti dalla nostra idea di cultura, perché basate sulla pubblicazione dietro compenso economico a discapito della qualità dei testi, non chiediamo alcun contributo al fine della pubblicazione, né vincoliamo i nostri autori all’acquisto di copie della propria opera. La nostra attenzione non è rivolta solo alla qualità del prodotto letterario, ma anche all’eleganza estetica, infatti, i nostri illustratori sono artisti di comprovata esperienza scelti solo dopo una scrupolosa selezione dei loro lavori. Tanti tipi di autori per tanti tipi di lettori, perché come per i diamanti taglio e colore sono le caratteristiche fondamentali che li rendono diversi, speciali e unici, così, per la Diamond, le sue collane sono come gli scaffali di una libreria preziosa che raccolgono i libri secondo i vari generi. Ogni libro, una sfaccettatura di diamante. Ogni autore, un riflesso di luce. Ogni edizione, una sfumatura di colore.

A.M.: La Diamond si è unita all’associazione umanitaria riconosciuta in tutto il Mondo “La croce rossa Italiana” in una collaborazione che vede la donazione del 50% degli incassi derivati dalla vendita dei libri. Non è una scelta azzardata per una casa editrice giovane e senza richiesta di contributi per pubblicazione?

Simone Di Matteo: No, non lo è. Al contrario, ognuno dovrebbe pensare che la solidarietà è necessaria nella nostra società. Non mi interessa diventare ricco facendo l’editore, non mi interessa diventare ricco in senso lato. Quel che a me interessa davvero è, dopo esser rientrato delle spese e pagato i miei collaboratori ed ovviamente guadagnato quanto mi occorre per vivere, di scoprire nuovi scrittori di valore, lanciarli, cercando di superare il narcisismo e l’egoismo che in questo mondo (della letteratura e dell’editoria odierna) sembrano regnare sovrani.

A.M.:  Che cosa ci sai dire a proposito dei concorsi letterari della casa editrice? Come stanno andando?

Simone Di Matteo: Molto bene, sono nati per smuovere le acque e cercare di offrire possibilità a scrittori emergenti. Il vero problema, a mio avviso, è che molti scrivono, moltissimi si improvvisano scrittori, narratori, romanzieri, ma pochi, pochissimi leggano e studiano. La letteratura non si improvvisa, un romanzo non si scrive per caso, un racconto non è frutto di una semplice storia qualsiasi che passa per la mente. No! La letteratura è una cosa seria, la scrittura è arte, la narrazione è ciò che ci consente di vivere altre vite in questa vita. Così esorto tutti a leggere e studiare la narratologia, ed a partecipare ai nostri concorsi. Adesso c’è quello della collana Dittici: Il Rosso e il Nero, di cui potete leggere il bando sul sito della Diamond.

A.M.:  Qual è l’ultimo libro che hai letto? E l’ultimo film visto?

Simone Di Matteo: Ultimo libro letto: “Solitudine di Sebastian Kroll” di Ignazio Gori, Edizioni Libreria Croce. Un romanzo breve molto interessante, che assume, per evitare forme prolisse, le sembianze di un allucinato monologo in terza persona. Un libro contaminante ed autentico. Ultimo film visto: “Altromondo” di Fabiomassimo Lozzi. Una pellicola tra un’opera teatrale ed un documentario che affronta in modo diretto e scomodo due grandi temi d’attualità: la lotta all’omofobia e la paura delle diversità. Un’opera sperimentale, “politicamente scorretta”, che racconta le tante sfumature di un mondo a molti sconosciuto, ma non per questo invisibile.

A.M.: Siamo a poco più della metà del 2011. Ci sono novità od anticipazioni per il resto dell’anno?

Simone Di Matteo: Moltissime novità. Da qualche mese siamo entrati nelle Librerie Feltrinelli, ed ora i nostri titoli si possono ordinare ed acquistare all’interno di uno dei più grandi circuiti di vendita librari. Tra non molto pubblicheremo un libretto d’opera “D’amore e di libertà (ritratto frammentario della brigantessa Maria Elisabetta Rita di Giuliano)” di Antonio Veneziani, grande poeta e già noto scrittore contemporaneo. Un libretto d’opera illustrato da Giampaolo Carosi che è stato scritto per Maria Borgese che ne sarà la danzatrice – attrice oltre che la coreografa ed accompagnato dalle musiche originali dei Micasbah. Un libretto d’opera che vuole raccontare alcuni frammenti del brigantaggio femminile, ma soprattutto il cuore di una donna, poeta e briganta. Abbiamo pensato inoltre ad una nuova collana di letteratura migrante. Insomma, abbiamo tante cose da fare e tantissimi progetti che man mano attueremo e porteremo avanti con molta, molta passione ed altrettanta professionalità.

Ed aspettiamo, dunque, tutte queste novità editoriali con fiducia!

Lascio il link dell’accuratissimo sito della Diamond Edizioni, nel quale potrete leggere tutti i bandi dei concorsi letterari della casa editrice:

http://www.diamondeditrice.eu/

La Diamond è anche su Facebook:

http://www.facebook.com/profile.php?id=100001896950276

Alessia Mocci

Fonte: Oubliettemagazine

Intervista di Niva Mirakyan della radio La voce della Russia a Vincenzo Di Michele per “Io prigioniero in Russia”

August 3, 2011 Leave a comment

Onore alla popolazione  Russa :  in una sua rivisitazione storica, così ha dichiarato  Vincenzo Di Michele nella sua intervista  alla radio internazionale “ La voce della Russia “ in occasione della  ricorrenza del 70° anniversario dell’ offensiva Nazista contro l’Unione Sovietica

La prima linea era una vero bagno di sangue; era veramente  qualcosa di ossessionante. Di loro potevo immaginare dei ragazzi ventenni come me; Da Ivan di Pietroburgo ad Alexander del Kazakistan a Vladimir della Siberia  fino ad  Andrej di Mosca. Io però non li conoscevo. Loro erano il nemico bolscevico che dovevamo sconfiggere. E allora  dopo ben 50 anni , voglio ora   scrivere a Ivan, Alexander, Vladimir, Andrej e a tutti i ragazzi Russi,  allora poco più che ventenni: “noi soldati eravamo presenti, ma non disponevamo della padronanza delle nostre menti poiché il soldato semplice, ultima ruota come altre migliaia e migliaia,  è tenuto solo a obbedire e combattere.” (Brano  tratto da  “Io Prigioniero in Russia” di Vincenzo Di Michele – Testimonianza di Alfonso Di Michele, soldato Italiano nella campagna di Russia II guerra mondiale)

Nella ricorrenza  del 70° anniversario della  “Grande Guerra Patriottica”, così definita in Russia, che ha visto l’invasione della Germania nazista contro l’Unione Sovietica,   La Voce della Russia –  che si  colloca fra le cinque più popolari emittenti internazionali, con 109 milioni di audience con trasmissioni in 37 differenti lingue – ha intervistato Vincenzo Di Michele, autore del libro “ Io prigioniero in Russia, figlio del soldato Alfonso Di Michele che partecipò in forza alla divisione Julia alla Campagna di Russia.

L’intervista è stata rilasciata dall’autore alla corrispondente Niva Mirakyan.

N.M.:    Perché lei ha deciso di affrontare la storia della “Grande Guerra Patriottica”, precisando a tal conto la definizione da noi russi conferita a tale guerra  ?

Vincenzo Di Michele: Perché mio padre prima di morire nel 1993, dopo ben 50 anni, ha deciso di scrivere un diario raccontando la sua guerra in Russia. Ha raccontato la sua avventura cioè quella di un giovane ventenne che è andato a combattere in Russia nella Seconda Guerra Mondiale.  Pertanto, ho sentito il dovere di rendere una nuova visione storica, un nuovo panorama storico come mai prima si era raccontato. Infatti, si è parlato sempre di strategie di guerra ma non della guerra di ragazzi di 20 anni e del popolo italiano e del popolo russo.

N.M.: Che cosa ha scoperto della Russia e dei russi mentre faceva la ricerche per il Suo libro, che non sapeva prima?

Vincenzo Di Michele: Un popolo di grande umanità. Nei libri si è sempre narrato delle sofferenze patite dagli italiani per via dei russi. Indubbiamente, la guerra è guerra, ma quello che non sapevo è stata l’umanità dei Russi  e soprattutto delle mamme russe perché se io sono ora qui a raccontare  queste storie, lo devo proprio alle mamme russe che hanno aiutato tanti, tanti italiani.

N.M.: Che impressione ha fatto la Russia sul protagonista del Suo libro ovverosia su suo padre ?

Vincenzo Di Michele: La storia che io ho narrato, l’ho vissuta e quindi scritta  attraverso i racconti di mio padre. Non si può negare come tale guerra abbia provocato i migliaia di morti nei Campi di Prigionia. Ad onor di verità  neanche la Russia si aspettava quell’enorme massa di prigionieri. Peraltro si deve anche dire  che gli stessi russi hanno avuto milioni e milioni di morti perché addirittura, se non erro sono stati 20 milioni.

N.M. : Perché a Suo avviso, oggi, nel 2011, è ancora importante scrivere dei libri sulla Seconda Guerra Mondiale?

Vincenzo Di Michele: Perché è importante il revisionismo storico. Hanno sempre  descritto la Russia come un luogo di sofferenza dove sono morti tanti italiani. È vero, lo devo dire, sono morti tanti italiani e anche tanti russi però si deve dare onore alla Russia. Innanzitutto,  il popolo italiano è andato lì a combattere  invadendo  il territorio di un altro popolo e poi  siamo stati accolti nonostante l’evidente povertà economica, da un popolo con grande umanità. Senza dubbio un grande aiuto ai nostri soldati è stato dato dalle  donne  russe. Queste, pur essendo in tempo di guerra e a loro volta con dei figli da sfamare, con un cuore grande come le nostre mamme facevano del loro meglio porgendo ai nostri soldati quel poco   di cui disponevano tra patate, pane carote e miglio bollito. Un sentito tributo anche se a distanza di tempo deve essere conferito a quelle ragazze. Infatti,  e di questo posso dare testimonianza diretta grazie a mio padre il quale è stato un vero e proprio miracolato, anch’esse sono state decise protagoniste;  forse  poi ci sono state anche storie d’amore,  con i famosi “italiansky khorosho”, e grazie a loro, grazie alla Russia, si consegnano alla rivisitazione storica  nuovi elementi  che indubbiamente meritano di essere approfonditi.

Se volete ascoltare l’intervista direttamente dal sito della radio internazionale “La voce della Russia” clicca qui:

Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Vincenzo Di Michele

Fonte: Oubliettemagazine

Intervista di Alessia Mocci a Federica Ferretti ed alla sua collana Echi da Internet, Rupe Mutevole Edizioni

“Echi da Internet” è la nuova collana editoriale della casa editrice Rupe Mutevole Edizioni, la curatrice è Federica Ferretti. La collana intende raccontare il Nuovo Mondo ed il Nuovo Popolo. Un’idea abbastanza originale ed alternativa che ha come oggetto Internet ed il popolo che popola questo mondo virtuale. Racconti di chat visti come antichi pettegolezzi di lavandaie che si recano al mercato in piazza; la rete ormai è più reale della realtà ed “Echi da Internet” ha scelto di dare spazio alla seconda vita che ognuno di noi ha. Suddivisa in 4 sottocollane troviamo: “Arte in cucina”, “Gocce di memoria”, “Al bivio (La luce in fondo al Tunnel), “Contemporanea”. Federica Ferretti è stata molto disponibile nell’illustrarci la sua collana editoriale e nell’invitare tutti a partecipare alle nuove selezioni. Buona lettura!

A.M.: Perché nasce la collana editoriale  “Echi da Internet”?

Federica Ferretti: La collana “Echi da Internet” nasce per   rappresentare umori e sensazioni della  odierna realtà multimediale, fornire cioè  una panoramica  linguistica d’insieme di una società in continuo mutamento,  dove cogliere il colore delle voci che ogni giorno occupano la piazza, si incontrano, si conoscono, si “amano”, ci riempiono la vita, può essere fonte di notevole arricchimento…la rete viene rappresentata a tutto tondo, in ogni modo, secondo il linguaggio che è proprio di ognuno di noi, secondo le sue inclinazioni, le contaminazioni che più gli si addicono.

A.M.: Quando nasce la collana?

Federtica Ferretti: La nostra storia: abbiamo promosso un’iniziativa sul n. 15, 13 aprile 2011, di Donna Moderna, ospitati nella rubrica Amiche di Salvataggio, perché abbiamo creduto nella possibilità di una letteratura alternativa, multisfaccettata. Quest’idea, nelle sua profonda bellezza, non poteva non premiarci,  così, dai vari  spunti e suggerimenti  di quelle voci, sono nate le sottocollane:

  •  Arte in cucina:   non  racconterà solo delle vostre doti culinarie, ma rappresenterà il vostro modo di esprimervi nella cucina pensata ed assaporata nel tempo, secondo le   varie tradizioni di cui non possiamo  nè vorremmo, dimenticarci.
  • Gocce di memoria:  è il file rouge tra passato e presente, nel segno  della nostra cultura…un emozionante viaggio  a ritroso, nella storia della nostra terra.
  •  Al bivio( La Luce in fondo al Tunnel ): raccoglie il vissuto quotidiano, le  vicende di vita vera che in qualche modo ci solleticano gli occhi ed il cuore nella gravità dei loro aspetti e nell’aspirazione dellla loro risoluzione.
  • Contemporanea: accoglie a braccia aperte i nuovi scrittori di Non Conventional Literature

A.M.: Quanto è importante il linguaggio internettiano nella scrittura? E nell’oralità?

Federica Ferretti: Così, Echi da Internet, si  dovrebbe caratterizzare per uno stile di certo più asciutto, concreto,  …dico dovrebbe perché, come ho avuto modo di constatare leggendo e valutando i vari dattiloscritti inviati,    nel linguaggio internettiano, di certo più immediato, in realtà molti  riescono ad esprimere comunque perle di pura poesia…che mi piace definire letteratura  non convenzionale…Secondo me,  ciò lascia degli strascichi… o perlomeno si riflette irrimediabilmente nel parlato, specie  quando  il tempo sembra ormai  sfuggirci.

A.M.:  “Tu non sei bionda” è la vostra prima pubblicazione. Come sta reagendo il pubblico di lettori?

Federica Ferretti: La prima pubblicazione, “Tu non sei bionda”, è quella che, sin dalla scrittura, si impone come  una rappresentazione schietta di un dialogo virtuale a due, perciò, possiamo dire che  risente maggiormente della cultura multimediale, specie quando si  decide di vivere in maniera virtuale anche e forse soprattutto un sentimento d’amore e d’amicizia… con tutti i rischi, ma pure   emozioni… che ne possono scaturire…

A.M.: Rupe Mutevole è stata al Salone Internazionale del Libro di Torino suscitando notevoli consensi. Che ne pensi dell’esperienza? È stata positiva?

Federica Ferretti: L’esperienza del Salone Internazionale del Libro di Torino  ha coinvolto positivamente noi tutti, è stata  senz’altro il trampolino di lancio per molte ed importanti iniziative,  ridando parallelamente  smalto e tempra ad ognuno dei progetti già avviati e non può che avere lasciato un ricordo indelebile nei nostri cuori.  Quando ripartiamo?

A.M.: Quali sono i criteri di scelta per la pubblicazione di un manoscritto in “Echi da Internet”?

Federica Ferretti: Pubblicare con “Echi da Internet” è molto semplice in verità…cerchiamo l’anima vera della gente, che, (è questo  forse il grande merito di INTERNET), molto spesso emerge nella rete, dove, complice l’anonimato in cui è possibile rifugiarsi, si esprime nella sua più intima essenza….cari scrittori virtuali,  vi accogliamo nel mondo delle parole soffocate nel cuore e nell’anima;  urlate forte al cielo ma non ancora pronunciate di fronte all’oggetto del nostro sentire;  vi accogliamo tra le innumerevoli possibilità che le parole offrono, tra i sogni sopiti e le speranze che hanno appena preso corpo. Dai racconti di vita vissuta, ai saggi storici, o leggendari, musicali, pittorici, e perché no, di arte culinaria… daremo particolare risalto alle voci femminili che vogliono raccontare il loro rapporto con il virtuale, il loro navigare controcorrente, l’esito di ogni approdo, felice o doloroso che sia stato. 

A.M.: Qualche consiglio per gli esordienti che desiderano pubblicare?

Federica Ferretti: Ciò che mi sento di poter consigliare a chi si avvicina alla meravigliosa esperienza della scrittura, è di lasciarsi guidare dalla penna sul proprio foglio, con enorme spontaneità. Ciò non vuol dire  perdersi in inutili giri di parole, od allucinanti elucubrazioni…credo invece che uno degli ingredienti per la riuscita di un’opera letteraria, sia la semplicità espressiva…seguite il vostro istinto.

A.M.: Ci sono altre novità per il 2011? Puoi anticiparci qualcosa?

Federica Ferretti: Per quanto riguarda le novità, siamo interessati ad aprirci su vari altri fronti…da una parte, lanciare l’idea di una sottocollana più squisitamente dedicata all’arredamento od al savoir fare femminile: SWEET HOME…e dall’altra, avviare un approccio più scientifico…magari una sottocollana dedicata alla psico-musico-terapia…insomma, ragazzi, scriveteci…ce n’è davvero per tutti i gusti!!! 

Entusiasmo e piedi per terra: ecco ciò che si percepisce dopo aver letto le risposte di Federica Ferretti, una bella apertura mentale e tanta voglia di crescere.

Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

Fonte: Oubliettemagazine

 

Intervista di Carina Spurio a Elvira Facciolini, autrice di “L’addestratrice”

“L’addestratrice”, Demian Edizioni, 2011 è il titolo del tuo primo romanzo fantasy. Il termine fantasy, deriva dalla lingua inglese ed indica un genere letterario nato nell’ottocento, i cui elementi dominanti sono il mito e la fiaba stagliati dentro mondi e dimensioni immaginarie. Nel tuo racconto che ha come protagonisti personaggi di pura fantasia:”Tutto ha inizio in una strana notte nera come la pece … Akila, sedici anni, viene catapultata in un mondo tutto nuovo e strano, parallelo alla Terra , abitato da gente stravagante ed infestato da animali bianchi con gli occhi di ghiaccio”…

Racconta …
Non si tratta di comuni animali, sono in realtà dei veri e propri mostri spietati come del resto lo è anche chi dà loro ordini. Questi esseri hanno tutti delle caratteristiche particolari: sono bianchi e con gli occhi di ghiaccio. Apparentemente per caso, la protagonista s’imbatte in uno di questi, una tigre bianca, con cui ingaggia una lotta terribile al termine della quale l’animale muore e lei scopre di possedere una sorta di potere molto inquietante. L’uccisione della tigre scatena l’ira di tutti coloro che comandano le bestie bianche e che decidono di vendicarsi dell’affronto subìto, rapiscono la protagonista e tentano di far del male ai suoi amici, così la ragazza finisce nel mondo delle bestie bianche. Alla fine non le rimarrà altro che accettare un terribile compromesso.

C.S.: Da dove ha origine la tua passione per il fantasy?

E.F.: La mia passione per il fantasy è nata assieme a quella per la lettura. Questo è un genere che mi ha sempre affascinata fin dai primissimi romanzi che ho letto. E’ incredibile cosa la mente umana sappia creare per allontanarsi dalla realtà che vive.

C.S.: E la scelta del titolo?

E.F.: La scelta del titolo è stata difficoltosa. Abbiamo deciso di intitolare il romanzo “L’addestratrice” poiché dà una vaga idea degli argomenti trattati. Ovviamente c’è anche un’altra motivazione che il lettore scoprirà arrivando alla conclusione della storia.

C.S.: Nella copertina si ammira L’incubo H. Fuseli, 178, un’opera enigmatica e famosa che rivela chiaramente la materializzazione del sogno. L’immagine mostra la dimensione oscura dell’uomo (Inconscio), quella parte che si tende a rifiutare e che malgrado tutto prende forma attraverso ricordi ed emozioni rimosse. Anche tu hai trasformato qualcosa che ti era apparentemente estraneo?

E.F.: Probabilmente sì, l’ho fatto anche se non intenzionalmente. Penso che nei racconti di fantasia la parte inconscia della mente di chi scrive sia continuamente espressa e che prenda vita assumendo la forma di mostri e creature fantastiche. Nel quadro di Fuseli è un incubo a materializzarsi creando questi due animali inquietanti immersi nell’ombra. Credo che nessuna immagine sia più giusta per illustrare questo romanzo, infatti i due animali rappresentano paure e timori e forse anche quelli della mia storia simboleggiano difficoltà ed ostacoli da superare e che sono causa di timore ed inquietudine, chissà…

C.S.: Hai appena 19 anni e sei già autrice di un romanzo, avresti mai immaginato di scrivere un libro alla tua età?

E.F.: Non avrei nemmeno immaginato di scrivere un intero libro fino in fondo! E’ stata una sorpresa anche per me essere riuscita a concluderlo ed anche a pubblicarlo. Sono molto contenta di averlo fatto e spero che sia gradito ai lettori.

C.S.: Cosa vorresti dire ai lettori de “L’addestratrice”?

E.F.: Vorrei ringraziali di cuore per aver deciso di leggere il romanzo. Essendo una storia di fantasia ognuno potrà interpretarla a suo modo, anche se a me piace semplicemente guardarla come pura invenzione e nient’altro.

C.S.: Sono venuti prima i personaggi o la storia?

E.F.: Prima i personaggi, anzi il personaggio. Ho iniziato pensando a chi dovesse essere protagonista della storia, alla fine ho optato per Akila, una ragazza che aveva la mia stessa età quando ho cominciato a scrivere, cioè sedici anni. Ho deciso di narrare le sue avventure come se si trattasse di una mia amica che a sua volta me le raccontava.

C.S.: Cos’è per te la scrittura passione o libertà?

E.F.: Entrambe, in primo luogo deve essere passione perché immagino che altrimenti non avrei scritto nulla, ma è anche libertà, infatti ho scelto il genere fantasy per non essere vincolata dalla leggi della realtà che viviamo, senza le quali ho potuto scrivere tutto ciò che mi veniva in mente, anche cose davvero assurde.

C.S.: Come concili la scrittura con lo studio?

E.F.: Quando ho tanto da studiare sono costretta ad abbandonare la scrittura creativa ma mi sento come se mi mancasse qualcosa. Ci sono delle volte, comunque, in cui sono così ispirata che se non ho tempo di scrivere durante il giorno lo faccio in piena notte, al letto, con enorme disappunto da parte di mia sorella che dorme nella mia stessa stanza.

C.S.: Oltre alla scrittura hai la passione per il disegno …

E.F.: Adoro disegnare. Ci sono emozioni che riesco ad esprimere in modo efficace soltanto disegnando perché non otterrei lo stesso impatto con le parole. E’ semplicemente un altro modo di esprimere quello che si sente dentro.

C.S.: L’ultimo libro che hai letto?

E.F.: Non è un fantasy, si tratta di un libro di Giorgio Faletti, “Io sono Dio”. Mi piacciono molto i suoi libri, li ho letti tutti.

C.S.: A chi dedichi la tua creatività?

E.F.: A chi mi ha dato appoggio e coraggio, cioè alle mie due prime lettrici e amiche Laura ed Erika. Ovviamente lo dedico anche alla mia famiglia, con un grazie particolare a mio padre senza il quale non ci sarebbe stato alcun romanzo scritto da me.

C.S.: Ti piace il cinema?

E.F.: Mi piace tantissimo, ci vado sempre! Di solito comunque i film tratti dai libri non rendono giustizia alla storia narrata, forse perché mentre si legge si ha il potere di immaginare, che viene invece meno vedendo un film.

C.S.: Sei taciturna o loquace?

E.F.: Dipende dalla situazione, di solito sono abbastanza loquace.

C.S.: Come trascorri il tuo tempo libero?

E.F.: Con i miei amici, qualsiasi cosa diventa divertente con loro.

C.S.: Sei innamorata?

E.F.: No e penso che mia nonna non sarà molto contenta di saperlo!

C.S.: La letteratura è una porta che si apre verso mondi meravigliosi e sconosciuti:nei tuoi progetti futuri pensi di sperimentare nuovi generi, oppure di riproporti con un nuovo romanzo fantasy?

E.F.: Per ora penso di continuare con il genere fantasy, del resto è quello che mi piace di più. Ovviamente comunque si dovrà attendere il responso dei lettori. Escluderei altri generi con i quali non saprei proprio come muovermi, almeno per ora.

C.S.: Vivi a Montorio al Vomano. Qual è il rapporto con il tuo paese?

E.F.: Mi piace, è piccolo e tranquillo, secondo me come posto in cui vivere non è male. Mi piace soprattutto il fatto che tutti si conoscano, più o meno, e trovo che questo sia rassicurante.

Elvira Facciolini è nata a Teramo nel 1991 ed è studentessa universitaria. Oltre alla scrittura la sua passione è il disegno.

Fonte: Oubliettemagazine

Diego Dalla Palma a colloquio con Marius Creati

Diego Dalla Palma, icona importante del made in Italy, è una figura artistica tra le più conosciute e stimate nel mondo. Scrittore e noto esperto di immagine, nato a Enego nel 1950, inizia il suo ampio percorso artistico a Venezia, dove plasma doti e affinità culturali, per spostarsi successivamente a Milano, dove collabora, nel ruolo di costumista e scenografo, con la Rai e altri teatri rinomati. Personaggio carismatico, dotato di notevole intensità e professionalità scrupolosa, ha saputo ben conciliare i vari aspetti della consulenza mediatica nel mondo dello spettacolo, della moda e del management, rivelandosi un prestigioso image maker. Il suo lavoro testimonia il fascino della bellezza e dell’estetica per eccellenza, rimarcando i suoi ampi concetti di stile e di seduzione. In seguito intraprende un nuovo percorso culturale legato esclusivamente al mondo della scrittura, esperienza che lo porta inizialmente a pubblicare libri proprio sulla stessa bellezza infusa intorno a se, per poi sfociare in una visione più introspettiva dell’esperienza editoriale ritraendo spunti interessanti sul sentimento e sull’emozione intessendo in tal modo un nuovo sembiante intorno a se molto più intimista. Nell’editoria è rimarchevole il suo ultimo libro “A Nudo”, una nuova testimonianza dei suoi recenti percorsi votati all’interiorità e all’introspezione mediante il quale, attraverso spunti di riflessione legati all’esperienza diretta, rievoca racconti di momenti particolari e fasi cruciali della sua vita, sovente segnati da vicende toccanti e drammatiche che, attraverso il dolore, alimentano una spinta progressiva verso l’emersione del propria identità. Fedele ai suoi modelli di espressione è divenuto uno dei volti più rimarchevoli della televisione italiana, presente in svariate trasmissioni televisive in qualità di conduttore, altresì ospite di molti programmi noti, e testimonial di successo per prodotti di largo consumo e pubblicazioni legate all’orientamento del costume e del valore estetico del bello. Le foto riportate nell’articolo sono una realizzazione del fotografo Marco Marré Brunenghi.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Come è nato il desiderio di scrivere? C’é un meccanismo interiore che improvvisamente si é messo in movimento?

Diego Dalla Palma: Anzitutto, Marius, lasciami dire che tu hai il dono di formulare domande che racchiudono già una sorta di risposta. Diciamo che “senti” la risposta che il tuo interlocutore ti darà. Mi è sempre piaciuto scrivere. Ho iniziato a scrivere libri, legati alla sfera più tecnica del mio lavoro, in concomitanza con i miei esordi nel campo decorativo  poiché allora sentivo l’esigenza creare una situazione nuova ancora inesistente in Italia . Ho curato e tuttora curo delle rubriche su riviste settimanali e mensili. Gli argomenti erano esclusivamente tecnici, poiché il mio campo d’azione era volutamente indirizzato verso il make up. Da un po’ di tempo a questa parte ho sentito l’esigenza di diversificare la mia professione, apportando nuovi contenuti, e di raccontare la realtà come la sento, come l’ho sentita e l’ho vissuta.

M.C.: Da osannato cultore del fascino a brillante scrittore… come si é evoluta la tua professione nel corso di questi ultimi anni? Nel complesso in te qualcosa é cambiato?

Diego Dalla Palma: Sì, hai colto nel segno. Dopo anni e anni trascorsi a occuparmi esclusivamente di bellezza e quindi di qualcosa di assolutamente leggero, ho sentito l’esigenza di prendere in considerazione la bellezza interiore poiché mi sono reso conto che il mio percorso di vita poteva indirizzarmi verso nuovi percorsi.

M.C.: Il tuo nuovo libro “A Nudo” racchiude esperienze di una cornice realistica vissuta prima del successo, ma  il concepirlo nasce da un’esigenza pressoché inestirpabile?

Diego Dalla Palma: Proprio perché, come giustamente osservi l’esperienza che racconto nel libro è reale, ovviamente la genesi parte proprio da lì, dall’adolescenza, dalla gioventù e quindi dal prima del successo.

M.C.: In esso sei slanciato verso una crudezza leale, una sincerità viscerale… ma tracciarne una superficie ti ha permesso di esternare qualcosa di più penetrante?

Diego Dalla Palma: Mi ha consentito di capire e di imparare che il dolore può anche essere un motore che aiuta a rialzarti. Ci si può infangare nella vita, ci si può sfracellare, ma c’è modo di trovare strade diverse.

M.C.: C’é un tema particolarmente toccante che hai ritenuto opportuno descrivere tra le sue pagine?

Diego Dalla Palma: Ce ne sono diversi ma ognuno, a seconda della sua sensibilità, può cogliere e ritenere più toccante un capitolo piuttosto che un altro. 

M.C.: Quattro libri importanti sinonimo di quattro grandi successi, l’ultimo editato pochi mesi fa… Esiste un possibile comune denominatore tra loro che, in un certo senso, li equipara e li congiunge?

Diego Dalla Palma: Sì tutti e quattro appartengono a questo mio percorso i cui temi fondamentali sono: l’amore, la morte, il dolore, il perdono. Mi sono abituato ad ascoltare le mie emozioni e questo mi dà grande consapevolezza sulla vita e sulle persone che incontro. Più passa il tempo, più mi accorgo di essere sensitivo.

M.C.: Quattro temi divulgati in quattro differenti pubblicazioni in rappresentanza di diverse esternazioni della tua interiorità. Esiste un messaggio univoco inveterato che germoglia in te?

Diego Dalla Palma: Se vogliamo si possono intendere come un messaggio d’amore dedicato a mio padre e a mia madre.

M.C.: L’amore trionfa sempre dinnanzi alle avversità della vita?

Diego Dalla Palma: La ragione o, meglio, l’amore ragionato trionfa sempre sulle avversità della vita.

M.C.: Dolore e sconfitta intesi come preamboli di un conflitto esistenziale, ma come la débâcle di una vita si trasforma in trionfo? E’ davvero possibile?

Diego Dalla Palma: Direi di sì e la prova è questo libro. Ho avuto una vita molto dolorosa ma sono grato a Dio per tutto ciò che mi ha dato.

M.C.: E’ stato così facile raccontarsi, mettersi a nudo senza incorrere nella reticenza profusa dal peso della notorietà?

Diego Dalla Palma: Sono stato assolutamente me stesso e ho raccontato esclusivamente Diego.