Archive

Archive for the ‘Figurativa’ Category

Sloughi in the Arts

November 9, 2016 Leave a comment

E’ verso il 1830 che l’Italia si aprì  all’influenza e alle suggestioni di culture lontane e misteriose. La tensione e la propulsione verso l’ignoto, i soggetti storici o fantastici, le atmosfere e le narrazioni ispirate all’Oriente introdussero al singolare genere di esotismo che si impose con forza anche nella pittura, e che fu vissuto sin dall’inizio con una forte prenominanza romantico/erotica. “Orientalisti“ è il termine, di origine francese, con cui furono denominati i pittori o gli artisti, che a partire dal secolo XVIII° si dedicarono a dipingere atmosfere e ambienti di Paesi arabi, dall’Africa del nord (Maghreb) alla Persia, ritraendo costumi e luoghi ricchi di fascino e, il più delle volte erotici. La tendenza prese piede in Francia con Eugene Delacroix che nel 1882 partecipò  ad una visita di Stato in Marocco riempiendo quaderni di schizzi con disegni di vita quotidiana locale. Da questi schizzi nacquerono opere come “La Morte di Sardanapalo” del 1827, al Louvre. Altro grande pittore orientalista francese, Jean-Léon Gérome, produsse una serie di quadri che ebbero un successo internazionale ed esposti nelle più importanti gallerie europee, con sovente dipinti degli Sloughi. Forse sono state le opere di questi artisti ad offfrire il modello per i numerosi pittori italiani che si cimentarono nel genere, che si sviluppo in Italia nel periodo del Romanticismo Storico con Francesco Hayez (“I profughi di Parga abbandonano la patria” del 1826, “Ruth” del 1835). Il gusto dell’Oriente si diffuse dal nord al Sud della Penisola; nel 1839 il napoletano Raffaele Carelli, della Scuola di Posillipo, iniziò  il suo percorso orientalista partendo verso i lidi di levante, così  come il veneto Ippolito Caffi, negli anni ’40 del ’900, si imbarcò per la Grecia (allora molto esotica), la Turchia e l’Egitto, dipingendo suggestivi paesaggi come il “Cairo, strada principale”  e i costumi volutamente riproposti in chiave romantica e fiabesca. Molti furono gli artisti veneziani attratti dall‘Oriente, e in particolare verso Costantinopoli, che per secoli era stata una minaccia e una calamita culturale. Alcuni si trasferirono, come Pietro Bellò, architetto e scenografo, e Fausto Zonaro, artista che si colloca tra gli esponenti più coerenti dell’Orientalismo. Ciò che suscitava curiosità erano ovviamente le colonizzazionie le scoperte, gli scavi archeologici di G.B. Belzoni in Egitto e quelli di Ludwing Burckhardt, uniti alle suggestioni della letteratura. Mariano Fortuny y Madrazo, pittore catalano residente in Roma tra il 1858 e il 1874, lascio’ decine di quadri di soggetto arabo-andaluso, mostrando un Marocco nuovo e anti-retorico. L’orientalista del periodo più importante (non episodico) fu l’emiliano Alberto Pasinio, che lavorava per il celebre mercante Goupil, che viaggio’ per anni nei Paesi islamici ottendendo commisioni dai sovrani. Paesaggi desertici, carovane di Touareg, flora lussureggiante, costumi pittoreschi e altopiani infiniti rivivono negli spettacolari dipinti di Pasini come “Fontana Turca“, “Carovana dello Scià di Persia” o “Superando il valico nelle grandi steppe del Korassan” del 1890-95. Da ricordare poi il fiorentino Stefano Ussi, orientalista en passant, il cui dipinto “Trasporto del Mahamal alla Mecca“, commisionatogli durante una sua permanenza a Suez nel 1869 e acquistato in seguito dal Sultano Abdul Aziz per il suo Palazzo di Costantinopoli, venne esibito con grande successo all’EsposizioneUniversale di Vienna del 1873. Al pittore il Ministero degli Esteri italiano affidò composizioni importanti, come “Ricevimento dell’ambasceria italiana in Marocco“, oggi alla Galleria nazionale d’Arte Moderna di Roma. Le tendenze tra Ottocento e Novecento portarono gli artisti ad una interpretazione ambiguadell’Oriente, visto quasi sempre come luogo di evasione e di sensuali ed eroticheperformances. Il rapporto dell’arte con il colonialismo, nell’Africa oramai conquistata, proseguì  poi con temi folk o applicò i modelli europei di stile novecentista ai Paesi vinti, assorbendone tipologie e tecniche. Questa linea pittorica non si esaurì  però  con la fine del secolo XVIII° e durante il novecento molto artisti proseguirono questo cammino. Artisti come Anselmo Bucci, Felice Casorati, Alberto Savinio, Melchiorre Melis, Giuseppe Biasi, Enrico Prampolini, Achille Funi e altri ancora.

Fonte: Sloughi Marocco

“Le icone Veneto-Cretesi”, raffigurazione sacra prodotta nell’ambito della cultura bizantina e slava

February 26, 2014 Leave a comment

AnticStore-Large-Ref-21497

LE ICONE VENETO CRETESI Mostra a cura di Federico Andrisani
Per la XXIV edizione della kermesse forlivese, Federico Andrisani di Ponte San Nicolò (Pd), ha accolto i visitatori di Babilonia in un percorso che narra la storia dell’icona Sacra Veneto-Cretese.
L’icona è una raffigurazione sacra dipinta su tavola, prodotta nell’ambito della cultura bizantina e slava. Il termine deriva dal russo “икона”, a sua volta derivante dal greco bizantino “εἰκόνα” (éikóna) e dal greco classico “εἰκών –όνος” derivanti dall’infinito perfetto “eikénai” traducibile in “essere simile”, “apparire”, mentre il termine éikóna può essere tradotto con “immagine”.
Nella lunga genesi dell’iconografia cristiana, l’icona assume la propria fisionomia intorno al V secolo. L’occasione fu offerta dalla presenza nella tradizione Cristiana di prototipi, quali i ritratti di Gesù e Maria. Si tratta del Mandylion, della Sindone e dei numerosi ritratti della Vergine attribuiti a San Luca Evangelista. Quando nel 1453 l’Impero Romano d’Oriente crollò, i popoli balcanici contribuirono a incrementare sia la produzione, sia la diffusione di queste raffigurazioni sacre. Nella tradizione della Chiesa bizantina, l’icona assume un significato particolare. Il simbolismo e la tradizione non coinvolgevano solo l’aspetto pittorico, ma anche quello concernente la preparazione e al materiale utilizzato, oltre alla disposizione e al luogo entro il quale l’opera andava collocata. L’icona trasmette un particolare messaggio teologico per mezzo del linguaggio iconico, che è espresso dai colori utilizzati dall’artista.
Le icone erano dipinte su tavole di legno, generalmente di tiglio, larice o abete. Sul lato interno della tavoletta, in genere era effettuato uno scavo che era chiamato “scrigno” o “arca”, in modo da lasciare una cornice in rilievo sui bordi. La cornice, oltre a proteggere la pittura, rappresentava lo stacco tra il piano terrestre e quello divino in cui è posta la raffigurazione. Sulla superficie era incollata una tela con colla di coniglio, che serviva ad ammortizzare i movimenti del legno rispetto agli strati superiori. La tela veniva, infatti, ricoperta con diversi strati di colla di coniglio e gesso, che opportunamente levigati, con pelle di pesce essiccata o carte vetrate, consentivano di ottenere una superficie perfettamente liscia e levigata, adatta ad accogliere la doratura e la pittura.

Categories: Figurativa Tags:

Stag, opera in legno di betulla di Clive Roddy

May 20, 2013 Leave a comment

stag

Questa singolare opera in legno di betulla si chiama Stag ed è stata realizzata dall’artista inglese Clive Roddy. Composta da 14 pezzi ad incastro, questo trofeo aggiungerà prestigio alla vostra abitazione. Perfetto anche per le festività natalizie, vi basterà colorare il suo naso di rosso per avere, nella vostra casa, la compagnia della renna Rudolph. Tutto questo, ovviamente, senza aver ucciso alcun animale.

Fonte: Tasc

Categories: Figurativa Tags:

Aram Bartholl

March 4, 2013 Leave a comment

Aram Bartholl-w600-h600

Sì, quella della foto conficcata in un muro è proprio una penna USB. Sono questi gli elementi alla base dell’ultima idea del metafisico artista tedesco Aram Bartholl. Come si può leggere nella sua biografia, Bartholl cerca di coniugare due piani, quello digitale e quello fisico, che è sempre bene distinguere l’uno dall’altro per evitare di “perdersi” come può succedere ai più accaniti videogiocatori.
Tramite le sue opere lo schermo del nostro computer diventa una finestra sul mondo (fisicamente parlando) e, viceversa, il mondo che ci circonda diventa sempre più simile alla fitta rete di connessioni, immagini e suoni a cui ci ha abituato la Rete, a volte, anche aggiungendo un pizzico di ironia personale.
Laureato in architettura nel 2001 alla Berlin University of the Arts riceve premi e riconoscimenti che acquistano valore pensando alla giovane età dell’artista. Fin dagli studi universitari si è potuta notare l’impronta “digitale” impressa alle sue esposizioni.
Tutti i suoi progetti e le sue idee sono visionabili sul sito e quelle che abbiamo scelto di presentarvi oggi sono: Map, Sociial, CAPTCHA e DeadDrops (USB&DVD).
Map – City Centre Series
Vide luce per la prima volta nel 2006 e fu l’”installazione pubblica” che donò fama ai lavori dell’artista di Brema.
Il progetto “Map” consiste nell’installazione reale dei famosi segnalibri dell’ancor più noto motore di ricerca Google Maps.
Aram decise di posizionare queste opere negli esatti punti indicati proprio da Google Maps come il City Centre in giro per varie località d’Europa e del Mondo. L’artista era stato colpito da come queste piccole immagini sullo schermo del suo computer potessero ricreare una forma e un’ombra sulla mappa come se fossero davvero presenti nel paesaggio e, di conseguenza, si chiese: “Come apparirebbe il paesaggio se fisicamente vi fosse presente una struttura del genere?”.
Sociial – Tra Wii e Social networking
Sociial (2008) è un concept, una vera e propria performance fisica e artistica che nasce dall’unione tra la Wii (e il modo in cui essa ha cambiato il modo di interagire con i videogiochi) e alcuni dei più famosi siti web 2.0 (di cui molti social network).
Essa poteva essere divisa in due parti: da un lato quattro “ballerini” danzavano a ritmo di colpi di tennis giocando sulla console della Nintendo. Nel frattempo un uomo in una postazione computerizzata leggeva ogni 10 secondi la descrizione che ognuno dei 100 siti web 2.0 presi a campione usava per descrivere i propri prodotti.
Questa performance, al limite tra una mostra e una partita ai videogame, aveva il compito di mostrare al pubblico (che non vedeva niente oltre all’impegno che i “ballerini” mettevano nel gioco) come questi cambiamenti nella vita digitale possano, o meno, influenzare la vita di tutti giorni.
CAPTCHA – Are you human?
Con CAPTCHA (2009), Bartholl torna nell’ambiente urbano. Con l’acronimo inglese CAPTCHA si denota nell’ambito dell’informatica un test fatto di una o più domande e risposte per determinare se l’utente sia un umano (e non un computer). L’acronimo deriva dall’inglese “completely automated publicTuring test to tell computers and humans apart“.
Il genio di Aram trasformò quelle che per noi sono soltanto delle lettere alla rinfusa e scritte in modo strano in una vera e propria opera d’arte (stranamente!).
Egli, infatti, decise di creare dei CAPTCHA reali, fisici poi affissi in giro per varie città del Mondo.
Come afferma nel video l’artista, l’intento era quello di vedere fino a che punto potesse spingersi l’interazione fra l’uomo e i computer. Decise di “dare vita” ai codici CAPTCHA tirandoli fuori dal web e posizionandoli vicino ai graffiti in quanto anche questi rappresentano un tipo di scrittura particolare e “decodificabile” solo da un gruppo ristretto di persone.
DeadDrops – Not so dead
Eccoci giunti, infine, ai DeadDrops (2010). Si tratta forse dell’opera dell’artista tedesco che più si distacca dall’ambito artistico avvicinandosi più a quelle che possono essere le problematiche legate al mondo dell’informatica.
Di cosa si tratta? Parafrasando quanto scritto sul sito ufficiale, sono “an anonymous, offline, peer to peer file-sharing network in public space”, ossia: un network offline e anonimo per lo scambio di file in ambienti pubblici!
Le prime cinque unità furono installate dallo stesso Bartholl nell’Ottobre 2010 a New York. Dopodiché, quando il movimento cominciò ad allargarsi, fu necessario creare un sito e una mappa dove chiunque potesse inserire le coordinate delle proprie DeadDrops.
È interessante, girando un po’ sulla mappa, come molti dispositivi USB si trovino anche negli angoli più remoti della Terra. E se cercate bene, chi lo sa, potreste averne uno proprio sotto casa!
Per chiunque volesse creare la propria DD personale dopo aver letto sul sito il “DeadDrops Manifesto“ dovrà solamente seguire questi passi:
1) Scaricare i file di testo “deaddrops-manifesto.ita” e “readme-ita” nella chiavetta di modo che l’utente che si collegherà abbia modo di leggerli.
2) Per inserire la chiavetta usb in una crepa del muro a volte è necessario liberarla dal rivestimento di plastica a volte no, dipende dai casi.
3) Utilizzare del cemento a presa rapida per attaccare la dead drops alla crepa o al buco di un muro.
4) Assicurarsi che questa operazione non abbia rovinato l’estetica del muro, magari dai una ripassata di vernice per uniformare il colore.
5) Assicurarsi di inserire la dead drops in un punto comodamente accessibile (non tutti si portano dietro un cavo di estensione usb).
6) Per attaccare la dead drops a un oggetto invece di incastrarla a una crepa del muro, è consigliato l’utilizzo di colla epossidica.
7) Scattare (almeno) tre foto e scaricarle sulla chiavetta usb: panoramica della strada scelta, il punto della strada dove è stata inserita la dead drops, un piano ravvicinato della tua dead drops.
8) Inviare l’indirizzo esatto e le foto della tua dead drops più i tuoi crediti al database del sito.
DeadDrops 2.0 – DVD&Art
Per chiudere, ecco l’ultima trovata con cui il buon Aram ha voluto stupire il Mondo: una versione “aggiornata” della sua idea del 2010, stavolta appoggiata da un museo: il Museum of the Moving Image di New York.
Come notiamo subito dalla home page, su un muro esterno al museo è presente un piccola fessura nella quale è possibile inserire un DVD vergine dove, dopo 7 minuti e 30 secondi, verranno masterizzate immagini e video di alcune opere d’arte del museo che nel frattempo potremmo aver visitato in tutta calma.
Il successo, ovviamente, non tarda ad arrivare e in questo video vediamo lo stesso Aram che “autografa” DVD appena sfornati dal muro del MMI.
The End (?)
Tutto quello che passa per le mani di Aram Bartholl sembra diventare oro che sia esso fatto di carta, legno, bit o circuiti elettrici. La figura di quest’uomo è simile per certi versi a quella di un filosofo che però sembra proiettato in una dimensione diversa dalla nostra, lontana anni luce nel futuro rispetto a noi.
Aveva ragione Lucia Ayala che, parlando dell’arte di Bartholl si espresse così:
“Pixels seem to be unstatisfied with their binary existence and have decided to jump into the tangible universe.”

Ugo Possenti

Fonte: Tasc

Categories: Figurativa Tags:

Peter Callesen, espressione della scultura con la carta

January 3, 2013 Leave a comment

28.origami-art-700x478

La carta è il supporto per scrittura e lettura più usato del mondo. Ne siamo letteralmente invasi. Tuttavia, guardandone l’aspetto più giocoso e artistico, non andiamo mai oltre il classico aeroplanino (anche se sulla sua costruzione potremmo spendere molte parole) o la barchetta. Ma il potenziale dei nostri odiatissimi libri di scuola però è molto più alto e Peter Callesen, artista danese, è riuscito a esprimerlo.
Partiamo dalle parole dell’artista: “Trovo il foglio di carta in formato A4 interessante per lavorare, perché è probabilmente il mezzo più comune e consumato del nostro tempo, è il formato più usato per il trasporto dell’informazione di oggi. Con la rimozione di tutto il suo contenuto, partendo da zero e utilizzando la pagina bianca e vuota dell’A4 da 80 gsm come base per le mie creazioni, sento di aver trovato un materiale con il quale tutti siamo in grado di relazionarci, e al tempo stesso neutro e quindi facile da riempire con significati diversi. La carta sottile e bianca dà anche alle sculture di carta una fragilità che sottolinea il tema tragico e romantico delle opere.”
Il suo lavoro è molto semplice: Callesen fondamentalmente incide il foglio di carta, che può variare dall’ A4 di cui parlava prima fino a formati di 5 metri per 7, creando un ritaglio che, sapientemente piegato e sottoposto a un processo chiamato Trattamento Callesen, fa acquistare tridimensionalità alla carta trasformandola in scultura. La cosa veramente straordinaria di queste opere è il loro significato più profondo. Callesen infatti, è solito presentare le sue opere sopra il foglio di carta da cui ha ritagliato il materiale per la statua di carta, che costituisce quindi una sorta di negativo per la scultura. Il risultato sono uccelli che prendono il volo dalla carta, uomini che prendono vita da quello che sembra essere nient’altro che la loro ombra, architetture che si alzano da un disegno in 2D. La figura cerca dunque di uscire dal piano della superficie, le due entità si fondono in un’unica opera.
Esiste commento migliore per un’opera d’arte che l’opera stessa?

Roberto Collorafi

Fonte: Tasc

Categories: Figurativa Tags:

Marocco, il fantasma degli orientalisti

March 26, 2012 Leave a comment

Al debutto del XIX° secolo, gli occidentali sono divorati dall’ambizione colonialista e dall’Oriente in generale e, del Marocco in particolare, non ne sapevano nulla o quasi. Per loro, il Marocco non era che una parte dell’Oriente, senza un proprio carattere, descritto come un impero ostile e rinchiuso in se stesso. Scientifici ed esploratori, ma anche  artisti e romanzieri, hanno contribuito ad alzare il velo di mistero dell’Oriente. Questi “orientalisti”  si lanciarono anima e corpo in quello che credevano essere uno studio razionale e rigoroso dell’enigmaticità della società marocchina. Ma l’etnocentrismo è tenace e gli europei  guardavano lo stile di vita dei marocchini attraverso il prisma dei loro fantasmi. Pur di fare sensazione, gli orientalisti riportano quasi esclusivamente i costumi che loro stessi trovavano più eccentrici e insoliti. E’ grazie all’ispirazione di Victor Hugo, all’epoca 27 enne, che dobbiamo il termine “orientalista”, nato attorno alla sua raccolta di poemi “Gli Orientali” (1829). Da allora, il movimento, nato essenzialmente dalla letteratura e  nutrito dalla campagna d’Egitto di Napoleone, ebbe inizio. L’interesse europeo andava di pari passo con i progetti di conquista del XIX° Secolo ed era  logico in quel momento per la Francia informarsi sul Marocco, paese su cui aveva puntato i suoi interessi. Per fare questo, invio’ in missione alcuni artisti con lo scopo di portare nuove conoscenze nella metropoli. Queste sensibilità giocarono un ruolo chiave nelle derive dell’orientalismo perchè la finalità del romanticismo era quella di opporre la ragione al sentimento. I lavori sul Marocco si orientarono rapidamente verso l’esaltazione dei sentimenti personali, creando un impasse sulla realtà della società. “Quanto è bello, ho creduto di perdere la testa!” scrisse nella sua corriposndenza Alfred Dehodenq (1822-1882), uno dei primi pittori francesi a visitare il Marocco. Eugène Delacroix, un altra importante figura dell’orientalismo in Marocco, dono’ dei consigli ai suoi concittadini dopo il suo soggiorno in Marocco nel 1832: “Se avete qualche mese da perdere, qualche giorno, venite in Barbaria, voi vedrete il naturale che è sempre fuori dal nostro controllo, sentirete la preziosa e rara influenza del sole che dona a tutte le cose una via penetrante”. Le impressioni quindi donate dai primi orientalisti rilevavano sempre un approccio esaltante e naïf sul Marocco. La corrente orientalista risultava ugualmente senza una rappresentazione figurativa del mondo musulmano, un mondo che gli europei non potevano conoscere diversamente se non con la pittura.I marocchini e i musulmani in genererale, non erano  autorizzati dalla religione ha disegnare dei ritratti, o approcciarsi all’arte nella realtà. Tutti i tentativi di dipingere o di scolpire un essere vivente è un offesa alla realizzazione divina, perchè un musulmano non puo’ rivaleggiare con Dio. Questo vuoto artistico alimento’  dunque i fantasmi dell’inconscio. Con il processo di colonizzazione , l’orientalismo inizio’ ad essere usato a scopi politici. Il generale Lyautey mise gli orientalisti  al lavoro con l’intento di provocare seduzione per attrarre nuovi coloni francesi. Il suo obiettivo era chiaramente di far loro amare il Marocco, di suscitare la lor curiosità e di dirigerli verso un mondo incantato.  Jaques Majorelle (1886-1962), diede al generale molte soddisfazioni dipingendo una Marrakech carica di magia e di favole. Ma per attirare i nuovi coloni, Lyautey comprese bene che doveva mettere le mani sui fantasmi maschili e quindi non si privo’ di incoraggiare le rappresentazioni dei famosi harem orientali.  Questo aspetto dell’orientalismo è quello che chocco i marocchini, perchè metteva a nudo un tabù di una società ultraconservatrice. Questi luoghi normalmente inviolabili servirono agli appetiti (non solo politici) degli occidentali. I dipinti più conosciuti sono quelli che cristallizzano i fantasmi intorno agli harem. Eugène Delacroix (1798-1863) e più tardi Henri Matisse (1869-1954), fecero di queste rappresentazioni il soggetto-faro delle loro tele consacrate all’Oriente e al Marocco in particolare. Dipinti che sovente rappresentano donne orientali “denudate” la cui sola funzione è apparentemente di soddisfare le voglie dei loro padroni e signori. Ancor più dei personaggi, sono i luoghi che appassionano e intrigano i pittori orientalisti. Gli harem rappresentano inconsciamente il desiderio  maschile universale di possedere numerose donne. Un desiderio proibito, cosa che li rende ancora più affascinanti e in arabo la parola “Harem è appunto sinonimo di “proibito” (Haram). Vista la quantità impressionante dei dipinti prodotti su questo tema, gli osservatori musulmani del XIX° secolo si sono legittimamente posti  la domanda sull’accesso agli harem da parte degli occidentali. Infatti, pare evidente, conoscendo l’impenetrabilità dei luoghi privati nel Marocco dell’epoca, che molti pittori dipinsero questi luoghi solo con la loro immaginazione. Attardandosi sui dettagli dei dipinti, alcuni elementi  suscitano diversi interrogativi. Abdelkrim Belamine, un artista pittore marocchino, rileva che “i corpi delle donne orientali corrispondono stranamente ai criteri di bellezza occidentale dell’epoca”. Per il pittore, il trucco consiste nel riprendere schizzi di nudi realizzati in Europa ed “aggiungere volti di tipo orientale”, il tutto completato con un decoro arabo-musulmano. La tecnica risponde alle attese dei mecenati europei, tutti presi a realizzare molti soldi con pochi mezzi. Per usare un vocabolo moderno, molte di queste tele sono infatti ilprodotto di un montaggio.  L’assemblaggio estetico dei corpi dei marocchini con quello delle donne europee non è solo dovuto alla mancanza dei modelli locali ma è anche la proiezione dei fantasmi degli occidentali sulle loro società. Gli orientalisti trasposero quello che credevano essere la realtà della morale sessuale marocchina a loro modo, immaginando un ideale di donna sottomessa e schiava. E’ la definizione stessa del fantasma. La sociologa Fatima Mernissi, nel suo saggio “L’Harem e l’Occidente”, giudica oltraggioso lo spazio accordato alle donne arabe dagli orientalisti. La scrittrice traccia un parallelo con Sherazade, incarnazione della donna orientale nell’immaginario occidentale. Nel libro “Le Mille e una notte“, Sherazade utilizza la sua intelligenza e la sua arte di cantastorie per salvarsi, e salvare il suo popolo, dalla tirrania del marito sanguinario. Pertanto Fatima Mernissi nota che questo aspetto primordiale del personaggio e volontariamente occultato nelle rappresentazioni dell’Occidente. Lo spirito orientalista non fa altro che veicolare l’immagine carnale della sposa del sultano, sottomessa nel letto del suo crudele sposo. La scrittrice evoca ugualmente un dipinto di Henri Matisse, “L’odalisca con le culotte rosse”: “Il dipinto di Matisse conserva un potere più forte della realtà storica perché, ancora oggi (…) molti degli occidentali  pensano che in Oriente, niente è cambiato e che i musulmani non richiedano mai delle riforme o la modernità”. Questi dipinti rivelano una volontà politica di inserire il mondo arabo musulmano in un immagine decadente o perlomeno stagnante, che mette in luce, per contrasto, una società occidentale moderna e sempre in movimento.

Paolo Pautasso

Steve Mills, iper-realismo oltre il limite della perfezione

February 3, 2012 Leave a comment

Proprio così… quelle che sembrano semplici fotografie sono in realtà dipinti iper-realistici usciti direttamente dal pennello di Steve Mills. Le sue opere sono visionabili sul suo sito, un sito che ha la caratteristica di lasciare disorientato il normale visitatore, che vedendo le immagini dell’artista ha difficoltà a capacitarsi del fatto che siano dipinti. Dal disorientamento nasce però una riflessione: i pittori che rappresentano la realtà in modo perfetto, come possono distinguersi tra loro in senso artistico? C’è un limite oltre al quale è più opportuno accostarli ai fotografi?

Davide Magnaghi

Fonte: Skimbu

Categories: Figurativa Tags: