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“Freddo Sud” di Liza Marklund, recensione di Viviana Musumeci

September 3, 2011 Leave a comment

Liza Marklund
Freddo Sud
Marsilio
Pag. 510
Euro 19

In Freddo Sud ritroviamo Annika Bengtzon, giornalista della “Stampa della Sera”, alle prese con un’intricata storia che si svolge, contrariamente ai precedenti intrecci , non a Stoccolma, bensì nell’afosa Costa del Sol spagnola, buon ritiro per una comunità straniera di ricconi e celebrità. L’uccisione della famiglia di Sebastian Sodestrom, stella svedese di hockey su ghiaccio, apre la
trama che, nel suo svolgersi, disvelerà un mondo parallelo contraddistinto da droga e corruzione, con diramazioni a Gibilterra, in Marocco, fino ad uno sperduto podere della Svezia. Lontana dalla sua Stoccolma, Annika ha per lo meno modo di lasciarsi alla spalle il matrimonio, ormai in crisi e prossimo al divorzio, la faticosa routine casa-lavoro-bambini, nonché gli sgradevoli cambiamenti alla guida della redazione del giornale. La trama è ben articolata, il ritmo serrato, combinato alle traversie personali di Annika, accresce la suspense; forse, per i frequenti rimandi contenuti, oltre che per apprezzare l’evoluzione di Annika come personaggio principale, sarebbe utile leggere, prima di “Freddo Sud”, il precedente racconto di Liza Marklund intitolato “Finchè morte non ci separi”, thriller di altrettanta intensità, sempre pubblicato da Marsilio. Non c’è ombra di dubbio:
Liza Marklund è la first lady del giallo nordico.

Fonte: Vivianamusumeciblog’s

Consapevolezza di Viviana Musumeci

L’Europa ha una lunga storia, cultura e molte tradizioni alle spalle. Spesso, a causa di ciò, nell’essere rapportata ai più recenti Stati Uniti si è erta – forse anche involontariamente – su un pulpitino per sentirsi migliore. La cultura lunga secoli del nostro continente, però, ha portato con se ancora oggi nel 2011, dei retaggi non lusinghieri che in tempi di internet e società dell’informazione dovremmo sforzarci di superare. La riflessione mi è stata posta su un piatto d’argento con il famigerato caso Strauss-Khan. Al di là dei comportamenti moralmente ed eticamente biasimevoli del protagonista, ciò che ha attirato la mia attenzione è stato l’atteggiamento della cameriera che ha denunciato l’aggressione. Una ragazza dalle umili origini e di colore lavora in un albergo di lusso nella Grande Mela. Riassetta letti, pulisce bagni e pavimenti quotidianamente. E’ un lavoro part time perché poi nel pomeriggio ha una bambina da crescere. Questa ragazza dalla vita normalissima incrocia in un giorno qualsiasi della sua vita un signore anziano, ricco e potente che forse si reputa al di sopra, non tanto di ogni sospetto – in patria il suo comportamento per alcune compagne di partito era ormai una certezza -, ma di ogni punizione. Ricco, potente e vecchio – sinonimo di affascinante per alcune -, questo signore decide di approcciarsi alla ragazza umile come spesso fa e ha già fatto con altre donne.. La ragazza umile, però, la cameriera non solo ha la forza di scappare, ma senza nemmeno pensarci denuncia subito l’accaduto. Ecco è qui che vorrei soffermarmi. Il gesto, l’atto compiuto immediatamente senza pensarci. In maniera istintiva. Senza meditare sulle possibili conseguenze di immagine o di opportunità. La ragazza, senza nemmeno pensare alle differenze di status, esige di essere risarcita moralmente – e forse non solo – per il torto subito. Non importa se è di colore; non importa se è una semplice cameriera; non importa se pulisce i cessi di uno dei più begli alberghi di New York: la ragazza è consapevole di aver diritto al rispetto come persona e come donna, pertanto che l’uomo in questione sia affascinante o meno – leggi ricco, potente e vecchio -, a lei non importa. Pur sotto shock, lo ha denunciato.
Oltre Oceano, nella vecchia Europa, invece, donne appartenenti alla medio/alta borghesia, che vestono très chic, che sono emancipate a tal punto da fare le giornaliste o aver abbracciato la carriera politica, nella patria de l’egalité, fraternité et liberté, quando incontrano sulla loro strada l’orco, decidono, con tutto il loro bagaglio culturale, di tacere. E’ proprio questa la differenza. Il bagaglio culturale. La Francia si è svegliata maschilista e sciovinista, le donne per fare carriera, lì non si sottoponevano al bunga bunga a fini remunerativi. No, parbleu.. C’est vulgaire. Meglio invece farsi fare e sopportare qualsiasi cosa – anche sulle proprie figlie – pur di non dare scandalo. Non è elegante. Chissà poi cosa potrebbe dire madame di qui o mademoiselle di là. E poi la carriera? No. Meglio tacere. Meglio non dire nulla, non rispondere nemmeno al signor Bernard Henry Levi che ha difeso a spada tratta il suo vecchio amico. Lui è un intellettuale e con le parole ha cercato di avvolgere di un’allure filosofica e charmante anche a uno dei gesti più odiosi che un uomo possa compiere su una donna. Se prendi le difese della vittima, non sei un uomo o una donna di mondo. Certo il dubbio deve sempre essere ragionevole, ma negli Stati Uniti una cameriera di colore ha detto al mondo intero che meritava rispetto. Nel vecchio continente, molte signore e signorine à la page, poco consapevoli di quel diritto, hanno taciuto.
Usa 1 – Vecchio Continente 0.

Fonte: Vivianamusumeciblog’s

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Viviana Musumeci a colloquio con Marius Creati

October 26, 2010 Leave a comment

Viviana Musumeci é una nota giornalista esperta in comunicazione, nonché specializzata nel gossip internazionale. Collabora con diverse testate redazionali specializzata in marketing e media business. Le sue costanti collaborazioni hanno contribuito ad alimentare il suo interesse per la ricerca analitica sugli stati di comportamento che influenzano i personaggi famosi e le celebrità, considerando le possibili caratteristiche influenzanti tutte le giovani e meno giovani generazioni spesso istigate dallo stile di vita smodato dei vari personaggi famosi.

 

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Come nasce l’idea di un libro dal titolo abbastanza ambiguo come “Divi a Perdere”?

Viviana Musumeci: Dall’osservazione della realtà come giornalista di comunicazione e marketing e, al contempo, come giornalista di gossip e costume per Dagospia e come blogger. Più che ambiguo direi ironico: i divi sono a perdere perché presi singolarmente non durano. Prima o poi ritornano come dei “vuoti a perdere” da dove vengono. Hanno una vita mediatica a tempo – hanno una scadenza – e alimentano un immaginario ben più ampio che a differenza loro, non ha limiti né fine.

M.C.: E’ più importante essere o apparire secondo il tuo punto di vista? E’ possibile constatare un intenso e perenne antagonismo? E tra le due proprietà é possibile che subentri una prevaricazione?

Viviana Musumeci: Nella società dei mezzi di comunicazione è indubbiamente più importante apparire altrimenti gli oggetti rappresentati non esisterebbero. La questione però da evidenziare è che i codici di comunicazione dei mezzi sono stati trasferiti anche nel nostro contesto quotidiano. Quando la gente cammina con gli iPod per strada si muove come se stesse affrontando un catwalk. Quando le persone vivono su Facebook e cercano persone reali che fanno parte del loro mondo vero, si “travestono” come se fossero delle piccole star. Più che di antagonismo parlerei di una continua invadenza da parte di un mondo sull’altro.

M.C.: Pensi davvero che nella giungla multimediale generalista si annida un reale consumo delle nuove presunte celebrità?

Viviana Musumeci: Assolutamente sì. Sono prodotti e come tali sono oggetto di consumo. Nascono, crescono e muoiono – oppure, se sono bravi e sono supportati da ottimi professionisti della comunicazione, possono durare anche a lungo. Del resto esistono anche i longseller -. Se penso al fenomeno di Lady Gaga e al suo ultimo anno e mezzo di celebrità, penso a un vero e proprio prodotto. Abbiamo assistito a ogni tipo di performance, visto ogni lembo della sua pelle con un’esibizione totale del suo corpo ovunque. 15 anni fa ci sembrava scandalosa Madonna con i suoi pizzi: Lady Gaga è riuscita a sottrarre erotismo alla sua immagine decostruendola e vendendola a pezzo. L’ultima uscita è stata quella dell’abito in carne – più metaforica di così -. In così poco tempo si è talmente esposta che sono curiosa di vedere come si rinnoverà nei prossimi sei mesi senza saturare il mercato.

M.C.: Esiste, secondo la tua opinione, un confine tra la vita privata e il mondo dello spettacolo?

Viviana Musumeci: E’ sempre più labile il confine tra la vita privata e il mondo dello spettacolo. Le star si espongono in ogni momento della giornata perché sono come i personaggi di una narrazione e creano significati nel muoversi sui giornali e sui mezzi di comunicazione in genere. La gente comune invece pensa che quel tipo di vita dia la felicità che nella vita quotidiana non si riesce a trovare. La vita da star attira e se con un paio di occhiali da sole di un certo marchio, piuttosto che un vestito di un altro – che magari ho visto indossare al mio beniamino -mi fanno sentire migliore, anche solo per un po’, li compro. Questo è il meccanismo di comparazione che scatta nella mente di chi vuole vivere da star.

M.C.: E’ possibile constatare l’esistenza di un decalogo dei comportamenti tipici ai quali i nuovi personaggi famosi fanno sovente riferimento?

Viviana Musumeci: Non so se esita un decalogo ma di certo si parte da una presenza pervasiva su più mezzi di comunicazione perché la cross medialità attribuisce ormai più esistenze parallele – ogni mezzo è un mondo a sè con un pubblico particolare per cui essere su più mezzi aiuta ad avere più pubblici e più vite -.

M.C.: Andy Warhol sosteneva che “Nel futuro, tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti”. Pensi che sia un’espressione mai estinta e soprattutto opportuna all’odierno consumismo dei mass media?

Viviana Musumeci: La frase mantiene certamente una sua attualità nell’ambito delle aspirazioni. In compenso forse non si è più famosi per 15 minuti, ma si gode di una visibilità in un ambito più ristretto  – vedi Facebook -.

M.C.: L’audience é davvero il nuovo surrogato stupefacente della nostra società?

Viviana Musumeci: Sì, il pubblico ci dà una ragione per esistere. Ci piace essere ascoltati, visti e letti.

M.C.: Come avverti l’avvento del reality show nel piccolo schermo? E’ possibile che tale fenomeno rimanga lungamente asserragliato nella televisione generalista?

Viviana Musumeci: Ormai è un format che darei per assodato come i giochi a premi, le fiction e altro. In realtà i reality sono ovunque, non solo nelle tv generaliste.

M.C.: L’onere del successo é un riscontro positivo o negativo per i protagonisti del momento? E come si ripercuote sui sostanziali fruitori assiepati al di là degli spalti?

Viviana Musumeci: L’onere del successo è una fatica tremenda! Penso al caso di Chiara Ferragni, per quanto riguarda internet. Raggiunge 50.000 contatti quotidiani, ma ha molti detrattori e soprattutto quello che era un divertimento – vestirsi come meglio credeva e farsi fotografare – è diventato un vero e proprio impegno.

M.C.: Pensi che l’intervento dei media abbia accelerato, per non dire propagato, l’evolversi della sottile vetrinizzazione della società? E’ possibile che siffatto fenomeno possa divenire un atto surrogatorio della nostra essenza?

Viviana Musumeci: I media hanno la maggiore responsabilità in questo. Se non avessi visto su qualche mezzo di comunicazione qualche vip vivere una vita “fantastica”, non avrei pensato di poterla vivere – anche in piccolo – quella vita. Non credo, tuttavia, che delle persone sane di mente possano surrogare del tutto la propria vita reale in questo modo.

Fonte: InsideLife MondoRaro

“Divi a Perdere, il consumo delle star nella società dello spettacolo” di Viviana Musumeci, Lupetti

September 20, 2010 2 comments

“Fra i bordi di Debord e le liquide rive di Bauman, scorre Divi a Perdere”.

“È più importante essere o apparire? Nella giungla delle televisioni, dei siti, delle pagine di giornale, Viviana Musumeci intercetta e descrive le regole dell’apparire, evidenzia il decalogo dei comportamenti, mette a fuoco il sempre più incerto confine fra la vita e lo show”.

Qualcuno disse che prima poi tutti avrebbero avuto 15 minuti di fama – ovviamente, stiamo parlando di Andy Warhol –. L’artista inventore della pop-art, però, non aveva previsto l’avvento dei reality show e di internet. Questi hanno fatto sì che la società di massa oggi consenta a chiunque non solo di esserci, ossia di occupare un qualsiasi spazio mediatico, ma anche di pretenderlo. Non importa se un personaggio non è conosciuto a livello planetario, l’importante è che una audience, anche piccola, possa registrare la presenza di chiunque decida di essere visibile – in tv oppure su qualche social network, Facebook o MySpace in primis –. Pochi oligarchi, detengono ancora in mano le redini dei media, ma l’utente ha l’illusione di poterli usare per godere di quella sferzata di euforia da popolarità – anche se momentanea-. E’ questa la nuova droga che viene somministrata per consentire al pubblico – di consumatori – di sottrarsi alla frustrazione della mediocrità quotidiana. E per far sì che ciò accada i divi si prestano – con la propria immagine, dando anima e corpo – come mezzi di comunicazione, come manichini su cui apporre ogni tipo di merce o logo che rimandi a un brand facilmente identificabile. Il divo in questo modo, anche quando vive nella sua quotidianità, trasforma magicamente in oro, come un novello Re Mida, persino un bicchiere di carta da cui sorseggia il proprio caffè. Non è un caso che i giornali, i film e le serie tv pullulino di celebrity e product placement.

Divi a perdere: il consumo delle star nella società dello spettacolo analizza, per dirla alla Camilla Baresani – che ha firmato la prefazione – “il sempre più incerto confine fra la vita e lo show”. Oltre ai lettori comuni, curiosi delle regole del mondo dell’immagine, i ragazzi che frequentano le facoltà dedicate ai media, una delle categorie di studenti più numerosa, scopriranno in questo libro un’ottima guida per la loro ricerca su significati e apparenze. Anche i protagonisti, siano star o promoter, troveranno in queste pagine aiuto e consigli per rispondere alla grande domanda cui hanno consacrato vita e carriera: il successo fa bene o fa male?

Divi a perdere mette in fila le categorie a rischio della nostra società e, analizzando il grande vuoto luccicante, mostra come sfuggirgli. Più esamina in dettaglio vicende e traiettorie di cantanti, attori e celebrità varie, più sembra tracciare un universo percorso da meteore con una lunga scia vaporosa.

Viviana Musumeci
Giornalista professionista, si occupa da anni di comunicazione, marketing e media business scrivendo per testate specializzate in tali ambiti. Ha inoltre maturato una certa passione per il gossip e la vita delle celebrities scrivendo per il dito Dagospia. Ha collaborato con “Vanity Fair”, Radio Deejay, Graziablog. Ha un blog dove coltiva tutto quanto ciò che le piace – ovviamente anche il gossip. L’indirizzo è http://vivianamusumeciblog.wordpress.com – e collabora con il portale dedicato al mondo del lusso http://www.luxerevolution.com

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