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Smart Cities, città del terzo millennio

September 18, 2012 Leave a comment

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Le Smart Cities vengono definite come ambienti urbani in grado di agire attivamente per migliorare la qualità della vita dei propri cittadini. In realtà dietro a queste “città del futuro” vi sono molti aspetti discussi e tanta confusione. Scopriamo insieme quali sono le vere prospettive di queste ricerca d’avanguardia che ci offrono le nuove tecnologie.
Cosa e chi
E’ molto difficile trovare un’occasione di vero dibattito sull’argomento, dato che ognuno per acquisire sicurezza tende a fossilizzarsi sulle proprie convinzioni senza spazio per altre considerazioni, ma se è vero che è finito il tempo delle ideologie in politica ecco che vale lo stesso per le città intelligenti.
La città è quindi l’oggetto della discussione, ma forse il vero fulcro su cui riflettere è il soggetto, cioé noi, l’uomo inserito nella comunità cittadina. L’intelligenza è una capacità o un dono che si esprime in infiniti modi e le tematiche di un discorso sulla città sono altrettanto innumerevoli, perciò alla forma mentis con cui affrontiamo questa sfida va dato il massimo risalto, sapendo di partire da approfondimento e riflessione.
Perché
Le nuove tecnologie mettono alla prova la nostra capacità di inventare soluzioni che migliorino le nostre città. In Italia la storia delle comunità cittadine è antichissima ma il prodotto non è comunque perfetto e oggi ce ne accorgiamo sotto molti punti di vista.
Ci sono fattori che un dibattito decennale ha fissato come principali: il clima (cui le conferenze di Rio de Janeiro e di Kyoto non hanno efficacemente risposto), la salute pubblica, l’energia e infine le logiche economiche-finanziarie collegate. Le responsabilità intorno a queste tematiche sono a cascata: il cittadino, il piccolo paese, la città, la metropoli, le nazioni, i continenti e in ultimo l’impatto globale, nessuno è escluso.
Il nostro scopo deve essere elevare la qualità della vita nel senso più ecologico e sostenibile possibile. Cosa abbiamo fatto fino ad oggi? Quasi l’opposto visto che di sicuro non è “intelligente” né quindi ecologico e sostenibile continuare con l’attuale abbandono delle aree verdi soprattutto pubbliche e urbane, con un’edilizia tecnologicamente obsoleta, con piani della mobilità errati perché incentrati sull’autovettura privata, ma soprattutto va frenata quella tendenza folle al consumo del suolo che non è altro se non la prima tappa per la creazione di ulteriore sprowl urbano ossia nuove periferie fatiscenti.
Le tecnologie faranno di questo necessario cambio di passo uno scatto decisivo nella storia dell’umanità.
Dove e come
In tutto il mondo l’uomo si è sempre riunito in comunità che poi hanno dato vita a centri abitati che sono diventati città, in modi diversi a seconda delle coordinate ovviamente ma alla base delle scelte delle singole civiltà c’era questo denominatore comune. Se il fenomeno delle città è globale, allora lo è anche quello delle smart cities e l’approccio, la forma mentis, non può essere unico ma risponderà al principio del “glocal” dove l’elemento unificante potrebbe proprio essere la tecnologia, sfruttata poi in modo diverso a seconda del luogo e quindi delle necessità. E’ infatti vero che il mondo non ha raggiunto un unico livello di sviluppo, ma ci saranno soluzioni avanzatissime adatte al mondo occidentale che rasenteranno l’inutilità in posti dove si raggiunge appena la sussistenza. Anche questi aspetti sono da curare, se non inquadriamo la dimensione del problema difficilmente formuleremo soluzioni realizzabili.
Ripensare lo sviluppo delle città significa prestare attenzione ai diversi livelli, dal macro al micro e intervenire con nuove idee su ciascuno di essi, perché se cambiamento deve esserci non può che avvenire con il coordinamento di tutte le parti in gioco.
Smart Cities and Communities
E’ nato seguendo questa logica il progetto “Smart Cities and Communities” dell’Unione Europea che si focalizza su 5 argomenti sviluppati da altrettanti focus group: efficienza energetica e costruzioni, reti di approvigionamento energetico, mobilità e trasporti, finanziamento, road map.
Una sezione chiamata Smart Cities Stakeholder Platform si occupa di stimolare e seguire idee credibili e valide, una sorta di laboratorio da cui trarre gli spunti da consolidare poi all’interno del progetto “maggiore”.
I criteri di analisi e valutazione sono importanti, infatti il Politecnico di Vienna – in collaborazione con l’Università di Lubiana e il Politecnico di Delft – alcuni anni fa ha iniziato una ricerca sulle città europee di media grandezza (popolazione inferiore a 500.000 abitanti) che successivamente è diventata lo strumento di ranking del progetto, con scopi non di classifica ma di sprone. Denominato “european smart cities” vede oggi 256 città potenzialmente candidate di cui si vuole risvegliare la coscienza nelle proprie potenzialità, offrendo un’indagine su quali fattori rendono le città “smart” – come spazio vitale e piattaforma economica – riferita a sei caratteristiche quali economy, people, governance, mobility, environment e living. Prendiamo a prestito la definizione del professor Giffinger (capo progettista del Politecnico di Vienna):
una città di media grandezza viene considerata una smart city quando, basandosi sulla combinazione tra i dati di fatto locali e le attività realizzate da parte dei politici, dell’economia e degli abitanti stessi, presenta uno sviluppo duraturo nel tempo, delle sei caratteristiche sopra citate
Sapere qual è la condizione attuale permette di comprendere e di concentrarsi dove veramente c’è bisogno, per questo “european smart cities” è così interessante.. Le basi scientifiche che lo caratterizzano ne determinano anche un’alta versatilità in termini di ampiezza dei fattori considerati e quindi delle varie situazioni cui si può adattare senza perdita di attendibilità. Gli stessi ricercatori tengono poi a sottolineare come una politica basata solamente sull’economia non porta affatto a un miglioramento del ranking, anzi talvolta il contrario perché è dimostrato che se l’unico faro a cui si guarda è l’economia e la “monetizzazione” si assiste a un peggioramento degli altri fattori dai quali dipende maggiormente la qualità della vita. Infine il ranking è importante ma il team di ricerca tiene a specificare che lo è ancora di più il potenziale di miglioramento; comunque al momento c’è un gruppo leader nei paesi coinvolti ed è al suo interno dominato da Finlandia e Danimarca.
SENSEable City Lab
Progetto per un nuovo villaggio olimpico
Al MIT sono all’avanguardia anche su questa applicazione della tecnologia e non dovremmo stupirci. Attraverso una serie di studi ed iniziative un gruppo di lavoro guidato dal professor Carlo Ratti – ebbene si, un altro italiano pezzo grosso di cui non avete mai sentito parlare – sta approfondendo qualche nuovo aspetto, concentrandosi soprattutto sui sensori diffusi e sulla mole di dati che si possono raccogliere e mettere a disposizione degli utenti, oggi superconnessi grazie agli smartphone sia per ricevere che per inviare informazioni.
Conclusioni
Il tempo che abbiamo a disposizione è veramente poco. Il mondo occidentale è preda di una crisi che abbiamo costruito con le nostre mani ma la Storia ci insegna che è proprio dalle crisi che è possibile uscire più forti perché più cose posso cambiare, quindi la nostra priorità deve essere l’uscire dalla crisi secondo modelli di sviluppo migliorati. Il resto del mondo si divide tra Paesi che stanno emergendo a un ritmo forsennato e Nazioni invece in grandissime difficoltà. Per queste realtà che ancora devono giungere all’apice del loro sviluppo sarebbe importante arrivarci seguendo la strada giusta, la migliore per una sostenibilità globale che sia nei fatti e non solo nelle parole. Pensiamo all’impatto sul mercato delle materie prime che hanno Paesi come la Cina e il Brasile e che un domani avrà l’Africa: siamo insostenibili oggi e lo saremo ancora più allora, se aspettiamo ancora a cambiare il nostro concetto di vita e di sviluppo non ne usciremo.

Fonte: Tasc

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Iran, sospensione delle esportazioni in Regno Unito e Francia

February 20, 2012 Leave a comment

L’Iran ha sospeso le esportazioni di petrolio a Regno Unito e Francia. Lo rende noto il ministero del Petrolio iraniano sul suo sito shana.ir. La mossa sembra conseguente alla decisione dell’Unione europea, che ha scelto di boicottare il petrolio iraniano a partire da luglio. Ai 27 Paesi dell’Unione europea è destinato il 18% delle esportazioni del petrolio dell’Iran.  “Le esportazioni di greggio a compagnie britanniche e francesi sono state bloccate”, scrive sul sito il portavoce del ministero del Petrolio, Ali Reza Nikzad-Rahbar. “Abbiamo i nostri clienti e non abbiamo problemi a vendere e a esportare il nostro petrolio ad altri clienti”, si legge ancora sul sito. La scelta di prendere di mira Regno Unito e Francia sembra essere una decisione politica mirata a punire i due Paesi per aver sostenuto sanzioni più rigide contro l’Iran per il suo programma nucleare. La scorsa settimana i media di Stato avevano annunciato che l’Iran aveva in programma di tagliare le esportazioni di petrolio a sei nazioni europee, tra cui la Francia, ma successivamente avevano rivisto la versione dicendo che Teheran aveva semplicemente fatto sapere che non avrebbe problemi a rimpiazzare i clienti europei.

Fonte: La Presse

Campania, rifiuti trasferiti presto in Germania

L’Unione Europea si è dichiarata soddisfatta del piano di intervento per la rimozione definitiva dei rifiuti a Napoli. L’immondizia sarà trasportata in Germania ed in altri Paesi stranieri, come l’Olanda, la Danimarca, la Svezia e il Belgio. Le migliaia di tonnellate di rifiuti napoletani saranno dunque spalmante in tutto il nord Europa, da lì triturate, riciclate e distrutte. Il piano d’intervento è contenuto in una lettera a risposta della soluzione di messa in mora per la situazione rifiuti ed ha ottenuto l’apprezzamento della Commissione Europea.

Fonte: AGS Cosmo

Bioenergie, sfida per il futuro

November 29, 2011 Leave a comment

La domanda mondiale di energia aumentera’, entro il 2030, di oltre il 50% rispetto al 2000 e, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, sulla base del trend attuale i combustibili fossili copriranno oltre l’80% dell’aumento della domanda di energia e provocheranno una crescita delle emissioni globali di CO2 di circa il 55% rispetto al livello attuale.
Previsione in netto contrasto con gli obiettivi assunti dalla comunita’ internazionale (da ultimo il G20 di Cannes) per la riduzione di almeno il 50% delle emissioni globali di CO2 entro il 2050.
In questo quadro le bioenergie, in particolare i biocombustibili, rappresentano – secondo gli esperti – un’ opzione gia’ disponibile in grado di assicurare sia risposte immediate sia ulteriori sviluppi tecnologici in tempi relativamente brevi.
Della possibilita’ di contrastare i cambiamenti climatici se ne e’ parlato a Roma durante il workshop internazionale organizzato da Global Bioenergy Partnership (Gbep), in collaborazione con il ministero Italiano dell’Ambiente e il Forum Das Americas, e presieduto da Corrado Clini, presidente del Gbep.
Al tavolo erano presenti i rappresentati dei Paesi dell’area Sudamericana, come Brasile e Argentina, e quelli di alcuni Paesi del continente africano, come Egitto, Ghana e Mozambico.
L’Italia, che insieme al Brasile condivide la direzione del Gbep, nata durante il G8 di Gleaneagles del 2005, ha la grande possibilità di diventare, in vista degli impegni assunti dall’ Ue per il raggiungimento entro il 2020 di una quota biocombustibili per il trasporto urbano pari al 10%, un autorevole referente..
Le bioenergie contribuiscono attualmente a circa l’ 11% dell’energia primaria e rappresentano l’80% della fonti rinnovabili impiegate a livello globale. Inoltre gli impegni assunti negli ultimi anni da molti Paesi per raggiungere nel proprio portafoglio energetico quote obbligatorie di biocombustibili tra il 2010 e il 2020 (Unione Europea, Usa, Canada, Brasile, Cina, Colombia, Malaysia, Thailandia) rendono indispensabile sviluppare nuove tecnologie per la produzione di biocarburanti di seconda e terza generazione, in grado si assicurare la compatibilità dei biocombustibili con la sicurezza alimentare e ambientale.
E’ prevedibile che, entro il 2020, saranno disponibili bioetanolo e biodiesel di “seconda generazione” derivati da biomassa cellulosica (produzioni agricole dedicate non alimentari, lolla di riso, bagassa da canna da zucchero, residui agricoli, rifiuti solidi urbani). Mentre, seppur con un orizzonte più lungo, sono promettenti le prospettive di sviluppo di biocombustibili dalla fertilizzazione con CO2 delle alghe, è emerso dal convegno Gbep.
Nell’ambito europeo l’Italia ha una grande opportunità di leadership. “Gli obblighi fissati a livello comunitario – ha detto Corrado Clini, presidente Gbep e direttore generale del ministero dell’Ambiente – sono stringenti e per rispettarli l’ Italia si troverà nella condizione di dover acquistare all’ estero il 90% dei biocombustibili per soddisfare la domanda. L’alternativa all’acquisto potrebbe essere l’investimento sui Paesi che, come l’Africa, hanno grandi prospettive sul piano produttivo. Abbiamo il know- how per sviluppare la tecnologia, lo dimostrano gli accordi di collaborazione Eni-Novamont, le ricerche e le sperimentazioni in corso sull’impiego delle alghe e, non ultimo, anche l’impegno dei privati come quelli del Gruppo Mossi&Ghisolfi che ha dato il via, nel vercellese, alla costruzione del primo impianto al mondo per la produzione di bioetanolo di seconda generazione. Occorre ‘solo’ la volontà delle istituzioni”.

Fonte: Ansa