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“Profumo – Storia di un assassino” di Tom Tykwer [2006]

June 30, 2012 Leave a comment

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L’odore dell’animo umano
La storia, il film, il cuore sono tutti in un unico incredibile personaggio, Jean-Baptiste Grenouille, e nel suo errare nel mondo sconosciuto ed in conoscibile se non attraverso gli odori.
Si credeva opera intraducibile in linguaggio filmico Il profumo di Patrick Süskind, uno dei romanzi più fortunati della storia della letteratura tedesca, arrivato inizialmente in Italia a puntate sul Corriere della sera per poi conoscere 11 differenti edizioni, e diventato in breve tempo un vero e proprio caso editoriale, con 15 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Quando ancora l’autore si rifiutava di cedere i diritti, Stanley Kubrick si dichiarò interessato a dirigerne la trasposizione cinematografica, abbandonando poi l’idea dopo aver verificato l’effettiva impossibilità di rendere sullo schermo lo straordinario, ma impalpabile mondo degli odori nato dalla penna ironica e brutale di Süskind. Bernd Eichinger, storico produttore di pellicole tratte da romanzi cult, tra cui La storia infinita e Il nome della rosa, è riuscito a convincere solo nel 2001 lo scrittore a dare il via libera alla realizzazione del film, e ha voluto che a dirigere un’opera così complessa e seducente fosse uno dei più talentuosi registi in circolazione, Tom Tykwer, un tecnico delle emozioni, esploso nel 1998 con Lola corre, ma poi poco valorizzato per i suoi successivi, meravigliosi lavori, La principessa e il guerriero e Heaven, regalo postumo di/a Kieslowski di inesprimibile bellezza.
Il regista tedesco si è trovato così tra le mani, per la prima volta, una materia estremamente difficile da dominare perché per sua natura sfuggente: l’universo impenetrabile degli odori. Jean-Baptiste Grenouille, una “tra le figure più geniali e scellerate” della Francia del diciottesimo secolo, rifiuto umano e artista “assoluto”, sguardo innocente e mano assassina, arriva oggi finalmente sul grande schermo, per disturbare e scuotere gli spettatori, ma soprattutto per mendicare quel briciolo di pietà che non gli è mai stato concesso. Una storia eccessiva, sempre sopra le righe, tra orrore e fiaba, quella del garzone Grenouille, dotato di un olfatto così acuto da poter far propri tutti gli odori del mondo, da riuscire ad arrivare, anche a grandi distanze, nell’anima di ogni più piccola cosa, ma vittima della tragedia massima per un essere umano: la mancanza d’amore, di attenzione, di calore, dovuta ad una diversità che spaventa ed allontana. E la diversità di Grenouille non sta nel suo aspetto fisico, ma nel fatto imperdonabile che il suo corpo non emana alcun odore, un’anomalia “demoniaca” che disgusta e terrorizza chi se lo ritrova intorno. E’ la beffa più grande ed inaccettabile per chi riesce ad entrare in contatto con il mondo solo attraverso il proprio naso: ecco allora che il non sentirsi lo consegna definitivamente a quella solitudine senza speranza che apre le porte al dramma.
Come in tutti i suoi precedenti film, anche in questo caso Tykwer va concentrando la sua attenzione sull’aspetto del crimine come motore della storia, come gesto disperato per arrivare all’amore. C’è sempre stata una agrodolce distanza tra i protagonisti dei suoi lavori e gli spettatori, perché per le sue storie la scelta è sempre caduta su personaggi fondamentalmente innocenti, ma costretti ad efferate azioni criminose. E’ così anche Grenouille che, per conoscere il cuore degli uomini, non esita ad uccidere le vergini di Grasse, deciso a distillarne il profumo estatico, una sfida impossibile, il motivo ultimo per la sua inutile esistenza. Gli viene fuori l’opera d’arte totale, la luce che da sul Paradiso, la magnificenza insopportabile che fa colare la bava al cannibale. Ma, come si è detto, la storia di Grenouille è troppo stupefacente per riuscire in una sua adeguata resa sullo schermo: si rischia sempre di cadere nel ridicolo, di suscitare le risa volgari degli onnipotenti spettatori, quando la sospensione dell’incredulità diviene sfida troppo grande. Tykwer riesce a cavarsela quasi sempre, anche nelle due difficilissime scene conclusive per le quali sceglie la via della delicatezza (con Grenouille trasformatosi in angelico direttore d’orchestra dell’animo umano, uno spettacolo!) rispetto alla brutalità che avrebbe forse richiesto un epilogo così sorprendente, che segna l’ingresso dell’uomo nell’era moderna.
Gli estimatori del libro non potranno dirsi delusi: l’adattamento è estremamente fedele, sono fatte salve l’ironia e la fascinazione misteriosa del romanzo, la voce fuori campo (certo invasiva e didascalica) legge proprio le pagine scritte da Süskind, la ricostruzione della Francia del ‘700, delle botteghe, dei laboratori è commovente nella sua accuratezza. Eppure, c’è una precisa scelta degli sceneggiatori che grava come un macigno su tutto il film: il non aver svelato immediatamente, come nel libro, quella anomalia che rende Grenouille un uomo totalmente scollato rispetto al mondo che lo circonda. Tykwer sceglie infatti di rivelare quell’informazione fondamentale per capire ed entrare nella profondità del personaggio dopo troppo tempo, in una sequenza senza dubbio d’effetto nella sua drammaticità, ed evita di sottolineare successivamente questo che nel libro di Suskind è l’aspetto più importante. Si crea così una distanza troppo grande tra chi guarda e il personaggio, figura ambivalente che ha un modo tutto suo di vivere le emozioni, da sembrarne quasi privo. Ma le sensazioni che muovono Grenouille traspaiono sempre, nelle sue corse, nei suoi affanni, nei suoi silenzi curiosi. In fondo, anche quando spezza la vita di fanciulle innocenti, non si può non sentirlo vicino, non si può non comprendere la sua glaciale disperazione.
Tykwer, solito chirurgo dell’immagine filmica, sembra maneggiare con qualche difficoltà di troppo una storia che evidentemente non sente sua fino in fondo e va spesso in confusione, osando dove non dovrebbe, frenando dove bisognerebbe calcare la mano. Il montaggio frenetico delle immagini più disturbanti che accolgono Grenouille nel mondo sono uno stratagemma insignificante, i viaggi di camera in fast motion per raggiungere l’origine dei profumi sono disorientanti, alcune scelte (come la penosa sequenza kitsch di Hoffman nel giardino dell’amore) troppo azzardate. Ma quando si concentra su ciò che sa fare meglio (i primi e primissi piani, l’indagine minuziosa dei corpi) Tykwer sorprende come al solito, incanta con la sua fine sensibilità, ci regala pura poesia d’immagini (una su tutte la sequenza della ragazza delle mirabelle) che non può essere facilmente dimenticata, grazie anche alla fotografia del solito Frank Griebe, che si lascia andare a continui, raffinati giochi di luci ed ombre, che svelano e nascondono, immergendo la storia nelle tonalità scure che rimarcano la miseria del tempo narrato, e nella luminosità degli spazi aperti quando la libertà per il protagonista sembra essere ad un passo. Ben Whishaw nel ruolo di Grenouille è francamente eccezionale, un talento incredibile: riesce a sostenere più di due ore di film senza quasi dire una parola, lasciando parlare essenzialmente il corpo, come chi, smarrito nel mondo sconosciuto, è guidato solo dal proprio naso.
Cinema e letteratura tornano ad incontrarsi, ma mai come questa volta la trasformazione della parola in immagine è stata così faticosa. Il profumo è un romanzo peculiare, giocato su quel senso, l’olfatto, difficile da stimolare fuori dalla realtà tangibile della vita vera. Tykwer esce dalla crisi artistica in cui era sprofondato dopo la fredda accoglienza riservata al suo Heaven, e si confronta con un blockbuster ad alto budget, che lo allontana per un po’ dalle storie minime che hanno caratterizzato la sua filmografia. Stavolta la storia, il film, il cuore sono tutti in un unico incredibile personaggio, Jean-Baptiste Grenouille, e nel suo errare nel mondo sconosciuto ed in conoscibile se non attraverso gli odori. Il risultato è contraddittorio, ma guai ad archiviare Profumo con superficialità, perché ricco di implicazioni sociologiche, esperimenti comunicativi, sfide percettive e di un formidabile discorso sull’Arte e sul genio. Finalmente cinema che torna a stimolare, finalmente una vera sfida per lo spettatore.

Massimo Borriello

Fonte: Movieplayer

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“Profumo – Storia di un assassino” di Tom Tykwer (2006)

June 28, 2012 Leave a comment

Profumo – Storia di un assassino (Perfume: The Story of a Murderer) è un film di genere drammatico, thriller della durata di 147 min. diretto da Tom Tykwer e interpretato da Ben Whishaw, Dustin Hoffman,Alan Rickman, Corinna Harfouch, Rachel Hurd-Wood, Karoline Herfurth, Sara Forestier, Ramon Pujol, Birgit Minichmayr, Simon Chandler.
Prodotto nel 2006 in Germania e distribuito in Italia da Medusa il giorno 22 settembre 2006.
Il trovatello Jean-Baptiste Grenouille, nato privo di odore, è dotato di un olfatto superiore a quello degli altri esseri umani e lo utilizza per creare i migliori profumi del mondo. Le cose prenderanno una piega drammatica quando Grenouille inizierà a cercare l’essenza suprema…
Francia, XVIII secolo – Jean-Baptiste Grenouille (Ben Whishaw) nasce da una ragazza madre tra i rifiuti di una Parigi povera e sporca. Una pescivendola al mercato si sente male, si sdraia dietro il banco ed espelle il feto (che la voce del narratore ci informa essere il quinto di una serie di feti nati morti) tagliandone il cordone con abitualità e noncuranza. Ma il neonato, abbandonato dalla madre tra sporcizia, topi e resti di pesce, inizia a respirare, e le sue urla subitanee richiamano l’attenzione di alcuni presenti. La madre, accusata di tentato infanticidio, viene impiccata.
Finisce in un orfanotrofio gestito da una megera che lo venderà, ormai ragazzo, a un conciatore. Parlerà tardi, dopo i 5 anni, ma presto scoprirà di avere un olfatto assolutamente fuori dal comune. Gli odori divengono il fulcro della sua esistenza: riesce a distinguere l’odore dell’erba, della pietra calda, del legno bagnato, dell’acqua e della rana che vi nuota.
Un giorno, in città per una consegna, incontra l’odore della sua vita: proviene da una fanciulla venditrice di prugne (Karoline Herfurth). La segue, l’odora e incidentalmente la soffoca tentando di farla star zitta per non essere scoperto.
Sempre per una consegna, capita nel negozio di Monsieur Baldini (Dustin Hoffman), un profumiere italiano in declino. Qui, nel suo studio, ricrea in poco tempo il famoso e vendutissimo profumo Amore e psiche del profumiere concorrente Pélissier. Baldini lo assume e Jean-Baptiste viene iniziato all’arte della profumeria e della distillazione. Modifica e migliora il profumo di Pélissier, la voce si sparge a Parigi e gli affari del negozio rifioriscono grazie alle creazioni dell’allievo.
Ma a Jean-Baptiste interessa soprattutto sapere come estrarre e distillare gli odori di tutte le cose. Cerca di distillare l’odore del rame, del vetro e persino del gatto di Baldini. Capisce che deve esistere qualche altra tecnica e, su consiglio del maestro, parte per la provenzale Grasse, il più rinomato centro per la produzione di profumi.
Qui, nel paese della lavanda, impara nuove tecniche e si sente pronto finalmente per creare il profumo perfetto, quello che lo renderà famoso in tutto il mondo. Ossessionato dal profumo di quella giovane venditrice di prugne, incontrata tempo prima, comincia a distillare il profumo di donna: ma gliene servono almeno 13. Un buon profumo è costituito da 12 essenze – diceva Baldini -: 4 per l’accordo di testa, 4 per l’accordo di cuore, 4 per l’accordo di base e l’ultima, la più potente, che farà di quel profumo l’unico e impareggiabile.
Uccide 12 bellezze e ne estrae l’essenza; gli manca l’ultima, la più bella, e la identifica nella bellissima Laura (Rachel Hurd-Wood), figlia del potente Richis (Alan Rickman). Grasse è in allarme per gli efferati delitti; non si riesce a trovare la chiave di lettura dei crimini. Le modalità sono sempre quelle: giovani donne belle vengono trovate nude, coi capelli rasati ma senza tracce di violenza sessuale. Richis ha paura per la figlia, la porta via da Grasse ma fallisce. E Jean-Baptiste, che nel frattempo è stato identificato come l’assassino ed è ricercato, riesce a estrarre l’ultima essenza. Il profumo perfetto è pronto ma egli viene catturato. Grazie proprio a quel profumo riesce a sfuggire il patibolo e si dirige verso Parigi.
La voce del narratore racconta: “Aveva ancora profumo a sufficienza da asservire il mondo intero se avesse voluto; sarebbe potuto andare a Versailles a farsi baciare i piedi dal Re, scrivere al Papa una lettera profumata e rivelarsi come il nuovo Messia. Avrebbe potuto fare questo e molto di più, se avesse voluto. Possedeva un potere più forte del potere del denaro o del terrore o della morte, l’invincibile potere di suscitare l’Amore nell’Umanità”.
Il 25 giugno 1767, entra in città da Rue Saint-Jacques. Avendo capito che il profumo, nonostante potesse farlo apparire come una divinità per il mondo intero, non poteva trasformarlo in un essere capace di amare e di essere amato veramente, si versa sul capo tutto il profumo con un gesto lento, davanti a una folla di poveracci infreddoliti, e si lascia uccidere inerte dalla smania e dall’adorazione di questi in quello che si rivelerà, il giorno seguente, essere un mercato del pesce, lo stesso posto dov’era nato.
Curiosità
Nota curiosa è come tutti i padroni di Jean-Baptiste siano morti subito dopo averlo lasciato: la madre viene impiccata poco dopo averlo partorito; la direttrice dell’orfanotrofio non fa in tempo a godersi i 7 franchi per cui ha venduto Jean-Baptiste, rapinata e sgozzata subito dopo averlo venduto; il proprietario della conceria per scansare una carrozza cade battendo la testa e poi dentro il fiume, dopo averlo venduto per 50 franchi; la casa di Monsieur Baldini crolla uccidendo sua moglie e Baldini stesso, con ancora fra le mani il libretto con le cento formule lasciategli da Jean-Baptiste e un sorriso sulle labbra; il proprietario dell’ultima azienda profumiera viene ucciso per il ritrovamento dei capelli delle vittime nel suo cortile, nascoste da Jean-Baptiste.
Tutti i personaggi del libro, infatti, per un motivo o per l’altro non riescono a portare a termine i loro scopi tranne Grenouille. Per esempio: la madre, avendo 25 anni, sperava un giorno non tanto lontano di poter diventare la moglie di qualche artigiano vedovo, per questo non si pente di lasciar morire i suoi precedenti 4 figli che avrebbero solamente decimato le sue possibilità, invece viene fatta impiccare; Grimal, dopo aver concluso il miglior affare della sua vita vendendo Grenouille, si compra delle bottiglie di vino, ma, ubriacatosi, confonde la strada del ritorno e muore di colpo gettandosi nella Senna; Madame Gaillard aveva progettato di morire in privato in casa sua evitando una morte pubblica e disgustosa come quella del marito nell’Hotel-Dieu, invece, a causa della vecchiaia, di una malattia tumorale alla gola e della rivoluzione che mise in crisi l’economia e il suo piccolo patrimonio, è costretta ad arrendersi e viene sepolta in una fossa comune; Giuseppe Baldini, dopo aver pianificato di vivere felicemente fino a vecchiaia inoltrata godendosi il ricco frutto delle creazioni di Grenouille, muore travolto dalle macerie dei due piloni del Pont au Change che sorreggevano la sua casa e il laboratorio; la ragazza di Rue des Marais viene strangolata per il semplice motivo che ha un profumo sublime, come anche le altre 25 vergini di Grasse, lo strumento per la realizzazione del profumo perfetto; il marchese della Taillade-Espinasse ingannato da Grenouille, crede di poter dimostrare come, salendo sulla montagna più alta della Francia e trascorrendovi una settimana di riposo, sia reale la sua teoria del fluidum vitale, ma muore nel tentativo sottovalutando i pericoli della montagna; Druot, il primo garzone di Madame Arnulfi, aveva sposato la sua datrice di lavoro ed era contento della sua situazione, ma siccome Grenouille era stato scarcerato, viene accusato e confessa, sotto tortura, di essere l’autore dei delitti. Ed ecco che così il nostro protagonista lascia sul sentiero dove è passato una scia di 33 morti alquanto stranamente correlate con lui (preso in considerazione il libro).
Nella versione italiana la voce narrante è di Omero Antonutti.

Fonte: Wikipedia

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