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“The Tree of Life” di Terrence Malick (2011)

July 28, 2011 Leave a comment

The Tree of Life è un film a colori di genere drammatico della durata di 139 min. diretto da Terrence Malick e interpretato da Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Kari Matchett, Joanna Going, Jackson Hurst, Jennifer Sipes, Brenna Roth, Crystal Mantecon.
Prodotto nel 2011 in USA – uscita originale: 27 maggio 2011 (USA) – e distribuito in Italia da 01 Distribution il 18 maggio 2011.

Dopo la morte di suo fratello minore, Jack si prepara a incontrare dopo molti anni suo padre, con cui da bambino aveva un rapporto conflittuale. L’evento doloroso sarà l’occasione, per l’uomo, per una riflessione sulla sua vita, sulla sua storia familiare e, più in generale, sul senso e lo scopo ultimo dell’esistenza.

Per assistere al nuovo film di Terrence Malick, un’opera certo non facile, ma sicuramente attesa con curiosità. Un film interpretato da Brad Pitt, Sean Penn e dalla bella Jessica Chastain sullo sviluppo del quale il regista de La sottile linea rossa e The new world – Il nuovo mondo ha lavorato molto a lungo.

Natura e grazia secondo Malick

a cura di Marco Minniti

E’ un’opera complessa, The Tree of Life, ancor più complessa di quanto sarebbe stato lecito attendersi: spiazza e stordisce, parte dal privato per arrivare all’universale, mostrando una polifonia di voci e di motivi che necessitano tempo (e forse più visioni) per essere assimilati appieno.

Tra i registi venuti alla ribalta nel periodo della New Hollywood, Terrence Malick è quello che ha avuto il percorso artistico più insolito, certo quello che ha offerto agli spettatori il suo cinema con la maggior parsimonia. Dal folgorante esordio de La rabbia giovane (1973), solo cinque film in quasi quarant’anni di carriera, ognuno di questi comprensibilmente un evento, amplificato dal carattere solitario del regista, dal suo costante negarsi alle interviste, dalla sua affascinante aura di uomo di cinema fuori dagli schemi che gli ha fatto guadagnare la fama, più che mai meritata, di autore di culto. L’attesa per questo The Tree of Life era dunque massima, considerati anche i continui rinvii (il film era inizialmente previsto per il 2009) e la consueta penuria di dettagli sulla trama: la storia del rapporto trentennale, e conflittuale, tra un padre e un figlio, interpretati rispettivamente, nelle due epoche in cui il film si svolge, da due star come Brad Pitt e Sean Penn. E poi, foto che mostravano come sempre una costruzione visiva elaboratissima, insieme a oniriche immagini di deserti e di creature preistoriche che promettevano, ancor più che in passato, una pellicola fuori dagli schemi.

E’ in effetti un’opera complessa, The Tree of Life, ancor più complessa di quanto sarebbe stato lecito attendersi. Il rigore narrativo che aveva accompagnato, seppur in modi diversi, pellicole come il citato La rabbia giovanee La sottile linea rossa è qui solo un ricordo: questo nuovo film di Malick mostra una polifonia nel racconto che sembra costruita appositamente per spiazzare, suddivide l’espediente della voice over (presente praticamente in tutti i film del regista) tra personaggi ed epoche diverse in modo volutamente disomogeneo, parte dal privato e dai rapporti tesi e conflittuali di una famiglia per arrivare ad un universale che si estende oltremodo nello spazio e nel tempo, giungendo persino ai motivi della creazione e a quesiti filosofici sull’esistenza. Spiazza e stordisce, appunto, specie in quei venti minuti iniziali in cui, dopo l’annuncio di una morte e il previsto nuovo incontro (che non vedremo mai) tra padre e figlio, il personaggio di quest’ultimo inizia a rivedere la sua vita, e quella della sua famiglia, ponendosi domande sull’esistenza di Dio e sulla ragione dell’accadere degli eventi: accompagnato, in queste riflessioni, da immagini che mostrano la creazione, le stelle, il cosmo, creature primordiali e fantastiche, proiezioni di un’immaginazione non riconciliata, e forse irrimediabilmente segnata, dal passato. Motivi che Malick rende con un digitale che non avevamo ancora visto nel suo cinema, certo visivamente affascinante ma da assimilare gradualmente, specie per i suoi inserimenti non lineari nella struttura della trama.

Il motivo principale, o uno dei motivi principali, del film è il contrasto, esplicitato all’inizio, tra la natura e la grazia: laddove la prima è vista come resa alla violenza, alla brutalità e all’egoismo, ma anche a una libertà incondizionata nel vivere l’amore, mentre la seconda è programmatica rinuncia, rigore, controllo ma anche garanzia di una vita che acquisti un senso. Il profondo senso di religiosità che permea tutto il film, rigorosamente protestante e improntato a una visione della predestinazione che acquista il senso dell’ineluttabilità, è evidente nel personaggio del protagonista Jack (interpretato da Penn nella sua versione adulta, e dall’esordiente, ma convincente, Hunter McCracken in quella giovane) ma anche, declinata in chiave laica, in quella di suo padre, un uomo che unisce a un rigore nell’educazione dei figli a tratti spietato, frutto del suo passato da militare, una ferrea etica borghese del guadagno che diventa cinismo e apertura alla sopraffazione, in fondo non dissimile dall’etica della realizzazione, e dei segni della grazia da rinvenire nell’arricchimento personale, che caratterizzano il calvinismo. E’ proprio questo personaggio, interpretato ottimamente da Pitt, il più complesso e problematico dell’intera pellicola, un uomo combattuto e fino alla fine enigmatico e spiazzante, capace di aperture di affetto nei confronti dei suoi tre figli seguite da esplosioni di rabbia o da momenti di spietata, e a tratti apparentemente insensata, tendenza alla disciplina.

Malick ha sempre fatto un largo uso di simbologie nel suo cinema, così come dell’esibizione del mondo naturale trattato come vero e proprio personaggio, entità in grado di interagire con i suoi protagonisti più che semplice palcoscenico per le loro vicende: qui, però, il privato e l’universale, la vita civile e quella del cosmo, la natura e la grazia appunto, sembrano più che mai soffrire di uno scollamento. Quello che si cerca e, almeno a una prima visione, non si riesce a trovare nel film, è un motivo che unisca la vicenda, umana e molto concreta, di una famiglia borghese degli anni ’50, alla sovrabbondanza di simboli e motivi filosofici che il regista ha voluto inserire nella storia, frutto di una sceneggiatura che a quanto pare ha cambiato volto più volte, e di cui si fa fatica a trovare un centro. L’impressione che resta è quella di una pellicola visivamente molto elaborata, con singole sequenze caratterizzate da un grande fascino (e la loro parte, anche in questo caso, la fanno pure le maestose musiche di Alexandre Desplat) ma forse troppo ambiziosa e narrativamente poco coesa, frutto dell’estro di un autore che stavolta sembra aver voluto inserire troppi elementi, e in modo poco organico, in un singolo film. Resta comunque il fatto che The Tree of Life trasmette anche l’impressione di essere un’opera troppo complessa, e ricca di motivi di riflessione, per essere pienamente assimilata con una singola visione. Queste righe, scritte forzatamente a caldo dopo la visione del film, restano quindi un punto di vista parziale (e questo è normale) ma anche assolutamente aleatorio e non definitivo, su una pellicola che comunque va vista, rivista e ripensata nel tempo, certo opera di un regista che ancora una volta, col suo lavoro, non lascia indifferenti.

Fonte: Movieplayer.it

“The Tree Of Life” di Terrence Malick [2011]

May 25, 2011 Leave a comment

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La terribile dispersione della coscienza

Presentato tre giorni fa al 64° Festival di Cannes, ha ricevuto una quantità elevatissima di fischi e critiche ancor prima che i titoli di coda comparissero sullo schermo.

E non sono stati abbastanza!

Questo film è un insulto allo spettatore che si trova di fronte agli occhi un’opera che si pone su un livello altissimo, come fosse un capolavoro, ma che garantisce solo noia e rabbia.

I paragoni che qualcuno ha proposto citando 2001: Odissea Nello Spazio del maestro Stanley Kubrick sono utili soltanto ad affossare tremendamente la [non] espressione di Malick.

E’ vero, i 7 o 8 minuti più validi di tutto il film sono proprio quelli che citano Kubrick. Le immagini sono quelle di un cosmo rappresentazione di un dio primordiale, che non sono altro che l’inutilissima riproposizione aggiornata delle straordinarie scene che Kubrick inserì verso la fine del suo capolavoro del ’68, dove viene rappresentato il “trip” spazio-temporale-esistenziale del protagonista.

In The Tree Of Life non c’è contestualizzazione, né innovazione, né coinvolgimento. E, ripeto, sono le scene migliori del film!

I 138 minuti sono stati interminabili per me, come per tutti quelli che erano in sala con me. Alcuni dei quali non si sono trattenuti dallo sbadigliare, altri dall’alzarsi e andarsene abbandonando la proiezione anzitempo e, addirittura, dal rispondere al cellulare in sala…

Brad Pitt non recita, così come l’altrove bravo Sean Penn nelle poche scene a lui riservate.

La fotografia è apprezzabile a sprazzi, ma l’allibente banalità dell’intera opera è disarmante…

La sceneggiatura vanta frasi del tipo: “Bisogna amare… per vivere felici…” e sono pronunciate con una intonazione degna di qualche telefilm per ragazzine di 7 anni.

Il montaggio è interessante ma totalmente fuori luogo. Vorrebbe essere evocativo, ma non evoca un bel niente.

La macchina da presa si muove come in un b-movie, cercando di portare lo spettatore all’interno del contesto familiare dei personaggi ma in realtà non riesce a far prendere le parti né di un personaggio né dell’altro. E nemmeno ci lascia fuori dalla questione, perché vorrebbe essere un punto di vista soggettivo, ma non lo è, quindi non è nemmeno oggettivo. E nemmeno esperienziale come aspirerebbe.

È semplicemente banale e fallimentare.

E persino quando viene utilizzata la steady-cam per darci un senso di eterea sovrannaturalità non funziona. Kubrick la utilizzò al meglio in Shining. Stop. Non c’è nulla di sovrannaturale qui, se non nella mente del regista.

E ancora, le musiche classiche che accompagnano lo spettatore tanto nelle scene di vita reale quanto nell’allineamento di fantomatici pianeti richiamano un Kubrick che, qui più che mai è scimmiottato, svilito.

Debbo ammetterlo, è un peccato. E non perché l’idea sia buona o meno, bensì perché lo spazio vacuo della trama vorrebbe e dovrebbe essere riempito da immagini pronte a essere fruite come sola percezione. Purtroppo, ripeto, il coinvolgimento nella storia dei personaggi in causa ci lascia totalmente indifferenti. E’ come se stessimo forzatamente leggendo le pagine di un libro che non ci piace e nemmeno ci interessa. La buona volontà ci lascia seduti sulla poltrona, ma non è sufficiente a farci apprezzare le infantili scene proposte. E non infantili nel senso di “pure” come invece qualcuno ha già interpretato, bensì nel senso di stereotipate, già viste, che entusiasmano solo un bambino perché ha visto troppi pochi film nella sua vita.

Vorrei precisare che le idee che propongo in questo spazio non vogliono essere sentenze inequivocabilmente vere, bensì semplice risultato soggettivo di percezioni personali. E in quanto tali possono tranquillamente essere talmente chiuse da non essere in grado, per incompetenza o restrizione mentale, di riconoscere quello che alcuni definiscono come “il cinema del futuro” richiamando a sostegno di ciò i fischi che maestri del passato si sono presi da più parti, e un esempio su tutti potrebbe proprio essere quello del già citato Kubrick.

A questi pensieri però, ne aggiungo altri che sono quelli del mio amore per un cinema non estremamente convenzionale, fatto in primis di sperimentalismi tecnici ed espressivi. Cito Electroma nel contemporaneo. E ancora Sokurov. Ma in passato ci sono stati Kenneth Anger, Jodorowski e ancora più indietro Duchamp, Richter, Eggeling… insomma, la lista sarebbe lunga e assortita.

Però malgrado ciò in questo lungometraggio di Malick mi risulta davvero impossibile trovare sia qualcosa di interessante a livello di comunicazione visuale oltrepassante la comprensione mentale dell’opera, sia diventa arduo identificare spunti di intelligenza registica. Una regia monotòna, ripetitiva, già vista in alcuni punti e mal assortita a quelli che non avremmo voluto vedere. Una regia pregna di banalità perbenista che non ci racconta alcuna storia della vita ma che inscena una inutilissima parata del disinteresse suscitato nello spettatore.

La visionarietà del regista è presente tramite un montaggio a tratti sincopato e disorientante, ma le immagini vivono in accostamenti non solo incomprensibili [cosa che non è di per sé affatto negativa] ma, purtroppo, inconsistenti e impalpabili.

L’unico punto a favore del film è dato dall’alta qualità dell’immagine che, purtroppo, perde ogni possibilità comunicativa ed evocativa a causa delle onnipresenti dannose e banali voci fuori campo che continuano a domandar[c][s]i perché dio non si opponga ai cattivi e perché sulla terra non regni l’amore cosmico.

Spiace dirlo, ma è sicuramente una delle peggiori esperienze cinematografiche della mia vita.

Danilo Cardone

Fonte: Cinefobie