Archive

Posts Tagged ‘Sufismo’

Sufismo, dottrina in Marocco

September 1, 2012 Leave a comment

Molti marocchini, giovani e meno giovani, praticano il sufismo sotto diversi aspetti e forme. Elemento forte dell’identità marocchina, il sufismo assorbe tutti i membri della società, non importa quale sia l’età, sesso, status sociale o orientamento politico. Il sufismo attira sempre di più i giovani a causa della sua tolleranza, della sua interpretazione facilitata del Corano, del rifuto al fanatismo e per la sua modernità. I giovani trovano nei principi di “bellezza” e “umanità” del sufismo, uno stile di vita equilibrato che permette loro di amare le arti, la musica e l’amore senza essere obbligati ad abbandonare i loro obblighi spirituali e religiosi. Le confraternite sufiste esistono in tutto il Marocco. Organizzano regolarmente incontri di preghiera, per salmodiare e discutere di  sociale o di politica, del rispetto per l’ambiente o della solidarietà,  sino ad arrivare alla lotta contro le droghe o alla minaccia del terrorismo. Inoltre, i seminari sufi, pongono l’accento sui valori universali che l’Islam condivide con il cristianesimo e il giudaismo (come la ricerca della felicità, l’amore dei sensi, la tolleranza delle differenze razziali e religiose, la promozione della pace) e incitano i giovani a confrontarsi nel dialogo interreligioso. Nell’insieme, i seminari sufi, con i loro salmi e i loro raccoglimenti spirituali, offrono un veicolo sociale a milioni di marocchini, dove la fusione del sacro e del profano, dell’anima e del corpo, del singolo e dell’universo è a volte possibile e gratificante. I sufisti prendono le distanze dai fondamentalisti (che vedono l’Islam l’emulazione serrata e utopistica del profeta Maometto e dei suoi compagni) e insistono in particolare sull’adattamento della comunità alle problematiche e alle priorità dei tempi moderni. I sufi non condannano le donne senza velo cosi’ come non censurano le distrazioni della nostra epoca. Per gli adepti, la differenza tra vizio e virtù e strettamente correlata all’intenzione e non alla apparenza. Il sufismo è dilagato nella cultura marocchina al punto che il suo ruolo non può essere appreso se si riduce a capire una setta o un luogo sacro: la sua dottrina ha impregnato dei generi musicali detti “moderni” o “occidentali” come il raî, versione hip hop e rap marocchino, che ovviamente possono apparire troppo terresti o troppo sensuali per essere associati al sufismo. Questa musica si ispira alla poesia sufi per cantare l’essenza prima dell’essere umano, le virtù della semplicità e i doni curativi dei santi sufi come Sidi Abderrahman Majud, Sidi Ahmed Tijani e Sidi Boumediene, capi spirituali venerati dai loro discepoli per aver cercato, e trovato, l’unione spirituale con Dio nel corso della loro esistenza terrena. L’impatto del sufismo sulla cultura giovanile è esplicità nelle parole del gruppo urbano Nass Al Ghiwan e dei Sahara Gnawa. Questi due gruppi sono stati profondamente influenzati dalla musica pop marocchina dagli anni ’70 e le canzoni dei Ghiwan sono impregnate della filosofia hippie di gruppi come i Rolling Stones e i Pink Floid, spingendo un gran numero di loro ascoltatori verso una risposta psichica chiamata Shata, un termine arabo marocchino usato per parlare di danza moderna. I musicisti Gnawa, discendenti degli schiavi africani deportati in Marocco tra il XII° e XVII° secolo, produssero un effetto molto simile. Le loro musiche, mixate con parole religiose,  profondamente radicate nella tradizione dell’Africa subsahariana, e melodie melanconiche, ricordano il jazz e il blues americano. L’esecuzione Gnawa si concentra sul corpo che danza girando su se stesso, su di una voce spasmodica, ritmi poetici che rimandano ai salmi sufi in arabo come “Non esiste altro Dio che Dio e Maometto è il suo messaggero“. Queste parole, terribili se pronunciate da un terrorista, elevano l’anima quando sono cantate dai musulmani pii, dagli Gnawa e da altri musicisti ispirati dal sufismo.Anche il gruppo Fnaire, nuovo complesso  hip hop di Marrakech, si definisce come un mélange di tradizioni sufi e di rap americano. È opportuno segnalare che migliaia di giovani europei, americani e africani, affluiscono ogni anno ai Festivals di musiche sacre organizzati dai movimenti sufisti attraverso tutto il Marocco, per cantare e celebrare i loro entusiasmo per la vita e il loro attaccamento ai valori universali della Pace. La scena di questi Festivals rifiuta totalmente il tipo di immagine che i fondamentalisti cercano di trasmettere ai giovani marocchini. Questa fusione di sufismo e modernità produce un esperienza estetica unica, che attira i giovani che rifiutano la violenza, sostenendo i valori di una umanità condivisa.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Il Sufismo, dalla spiritualità all’ascetismo (parte II)

May 29, 2012 Leave a comment

Gli orientalisti della fine del XIX° e inizi del XX° secolo hanno sovente voluto intravedere nel sufismo una corrente che attestava un influenza esterna all’Islam, particolarmente il cristianesimo, e nel suo interno le correnti monastiche cristiane, donando alle correnti ostili al sufismo molti argomenti di lotta. I lavori di numerosi islamologi del XX° secolo sono tutti d’accordo nel rifiutare questa tesi. Per quanto riguarda la vita monastica, se gli hadith, di cui l’oggetto in questo caso è “l’instaurazione di un modello comportamentale”, sono particolarmente normativi su questo tema (“nessun monarchismo nell’Islam”), il Corano, in alcune formule di certi commentatori come Ibn Arabi, ha rivelato invece la grande complessità, sottolineando l’intenzione positiva iniziale: “Noi gli abbiamo donato (a Gesù) il Vangelo – Noi abbiamo stabilito che nei cuori di chi l’ha seguito vige la mansuetudine, la compassione e la via monastica che hanno instaurato – noi non l’abbiamo prescritto, unicamente spinti dal desiderio di piacere a Dio. Ma loro non hanno osservato come si sarebbe dovuto fare“. (Corano, LVII;27). I sufi sono organizzati in confrerie (turuq, plurale di tarîqa; cammino, via) fondate dai maestri spirituali (chaykh) che erano a volte considerati come dei discendenti di Maometto per parte di suo cugino Ali e la figlia Fatima. Ogni sufi si ricollega ad un “canale” (sisilah) che rappresenta la sua genealogia spirituale, grazie al quale interagisce con diversi intermediari del Profeta. Fatto salvo qualche eccezione tutte le vie spirituali si collegano tradizionalmente al Profeta tramite l’intermediario di Ali ibn Abi Talib. Se per i sufi è Maometto il profeta dell’Islam, che è il primo fra tutti, la Storia non trova tracce dei primi gruppi di sufi che a Koufa e a Bassora, a partire dal VIII° secolo d.c. , poi a Bagdad nel IX° secolo. Il XII° e il XIII° secolo marcarono per i sufi il passaggio ad una struttura e ad una organizzazione molto più formale e impostata: le confrerie appunto. Queste organizzazioni formali e dunque sociali non smentirono evidentemente che la natura stessa del sufismo, che è una voce spirituale (tarîqa), fosse trasformato. Ma questa evoluzione si tradusse con una visibilità maggiore e un impatto storico misurabile sulla società musulmana. Questo impatto è particolarmente evidente in certi casi dove il sufismo rappresentava la sola espressione della religione musulmana: gli esempi di islamizzazione dell’Africa dell’Ovest dalla Tidjaniyya e la Qâdiriyya, dove la resistenza contro i russi nel XIX° e XX° secolo da parte di una popolazione musulmana maggioritaria radicata alla Naqshbandiyya, lo dimostra in modo esplicito. Questa influenza socio-poltica di alcuni settori del sufismo si vide in primis nelle regioni tardivamente convertitesi all’Islam; in Asia centrale, in India, dove fù il cavallo di battaglia dell’islamizzazione, e nel mondo turco. E’ quindi evidente che la nozione del sufismo ricopre delle realtà molto variabili: alcune sono puramente spirituali e metafisiche mentre altre rappresentano le conseguenze dell’implicazione dei maestri sufi e dei loro discepoli nel territorio politico-sociale. Le confrerie furono perseguite da alcune autorità del sunnismo perchè giudicate eterodosse per certi dottori della legge musulmana e perchè alleati degli sciiti. Oggi ancora, alcune correnti salafiste o wahhabite, che pretendono di rappresentare l’Islam in toto (ortodosso), cercano di diminuire l’influenza delel confrerie sufi nel mondo intero, considerando il sufismo come uno strumento per uscire da una quadro rigido e letterale, evidenziando una deriva superstiziosa e pagana. In Persia, la dinastia dei Sefediti furono per lungo tempo una dinastia sufi. Dal punto di vista delle idee, il sufismo è una corrente esoterica che professa una dottrina affermante che tutte le realtà comportano un aspetto esteriore apparente (exoterico o zahir) e un aspetto interiore nascosto (esoterico o batin). Si caratterizza nella ricerca di uno stato spirituale che permette di accedere a queste conoscenze nascoste. Questa importanza accordata ai segreti ha portato, nei secoli, alla invenzione di lingue artificiali delle confrerie, di cui il più importante esempio è quella di Baleybelen. La prima fase del cammino sufista è quindi quello di rifiutare la coscienza abituale, quella dei cinque sensi, per la ricerca di uno stato di ebrezza spirituale, simile ad una sorta di estasi; i sufi la definiscono “exstinzione (al-fana’), l’annullazione dell’ego per arrivare alla coscienza della presenza dell’azione di Dio. Quando questa prima tappa è realizzata il sufi deve ritornare al mondo esteriore che aveva in un primo tempo rifiutato; il lessico sufista designa questa fase con differenti termini che corrispondono ad altrettanti aspetti del secondo viaggio: al-baqâ, “la sussistenza o la permanenza”, la lucidità (sahw), il ritorno (rujû) verso le creature. Questa descrizione sommaria ha forzatamente un carattere molto schematico e come mostra la letteratura sufista, questo processo è molto più ciclico che lineare e l’interpretazione dei termini di lessico sufi sono per natura esoterici. Un altro modo di presentare lo stesso processo, a partire dalla terminologia coranica, consiste nel descrivere i gradi di realizzazione spirituale. I maestri sufi distinguono tre fasi nell’elevazione dell’anima verso la conoscenza di Dio: in primis l’anima governata dalle sue passioni. I postulanti all’iniziazione, che è considerata come fondamentale in questo stadio, sono chiamati mourîd (novizio, nuovo adepto, discepolo). La seconda fase è il grado dell’anima che biasima se stessa, l’anima che cerca di correggersi interiormente e l’iniziato in questo stadio è chiamato saîk (viaggiatore) itinerante, allusione alla simbologia del “viaggio interiore“. La terza e ultima fase è quella dell’anima appagata. Per concludere ogni maestro di sufismo (shaykh) si attorna di un gruppo di discepoli e anima una conferia, o haqiqa, fondata da un grande maestro dei secoli passati. Possiede un metodo per l’accesso all’unità divina, e nessuno puo’ mettere in causa la validità del suo insegnamento che è riferito all’Islam. I maestri sufisti sono stati un esempio di vita religiosa che non ha avuto bisogno di radicamenti alle forme ufficiali di culto, evitando anche lo scoppio dell’Islam sunnita tra le diverse scuole giuridiche. L’ascensione verso Dio passa attraverso l’esercizio pratico nelle confrerie: veglie (sahar), digiuno (siyâm), danze (dervisci ruotanti), litanie (dhikr), controllo respiratorio. Questo movimento individualista venne condannato dall’Islam tradizionale (wahhâbismo) mettendo a morte al-Hallâdj nel 922.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

Il Sufismo, dalla spiritualità all’ascetismo (parte I)

May 1, 2012 Leave a comment

Il sufismo (in arabo tassawwuf) è un movimento spirituale, mistico e ascetico dell’Islam, una dottrina esoterica apparsa nel VIII° secolo, prendendo le sue radici iniziali dall‘ortodossia sunnita, ma che si trasformo’ rapidamente in correnti autoctone, influenzando anche i dissidenti sciiti (ismaeliti, drusi). La parola Sufi deriva dall’arabo sûf (lana), in quanto i primi asceti musulmani venivano designati a causa delle loro tuniche in lana grezza che indossavano. Per altri la parola deriva dal greco “sofia” (la saggezza). Altri avanzano l’ipotesi che la parola sufi derivi dall’arabo “suffa” (banco), collegando il banco sul quale il profeta si sedeva per pregare nella moschea di Yathrib (Medina). I musulmani sufi sono dei credenti che privilegiano l’interiorizzazione, l’amore di Dio, la contemplazione e la saggezza. Sovente sono stati messi in opposizione all’Islam tradizionale dai clichés occidentali (insegnamento ortodosso). I sufi coltivano volentieri il mistero, l’idea per la quale Mohammed ricevette nello stesso momento il Corano e alcune rivelazioni esoteriche che condivise soltanto con alcuni dei suoi compagni. Essendo notabili, i sufi combattono, nel nome dell’Islam, i vizi sotto tutte le forme mostrando il comportamento corretto e la piena apllicazione delle leggi islamiche: bevande alcoliche, vino in primis, haschich, prostituzione ecc.. Le loro lotte sono sovente rivolte verso chi minaccia di carpire la spiritualità dei credenti, compresi alcuni emiri libertini. Al debutto dell‘Islam, Abû Dharr, per esempio, un Compagno di Maometto, si distinse per le sue condanne ai potenti, cosa che gli valse la prigione da parte delle autorità locali del tempo, i potenti appunto. Il sufismo ha per obiettivo la ricerca del consenso di Dio, la promozione della “tawhîd” (scienza dell’unicità di Dio). Combina la “charia” ( la legge islamica), e la “al-haqîqa” (la verità). L’adesione al Corano è una necessità preliminare alla comprensione del mondo. I riti sono inutili se non sono compiuti con sincerità. Per alcuni volgaristi il sufismo non è altro che l’esistenza di una conoscenza nascosta (‘ilmoul Batîn) e un ideale di non attaccamento alle cose del mondo unito alla lotta interiore contro i vizi. Questo ultimo punto è verificato ma il principo del “‘ilmoul Batîn” è una referenza alla accettazione del cuore ai versetti che puo’ essere tradotto in “niente assomiglia a Dio“; per questo motivo Al Halladj venne rinnegato e condannato dai musulmani quando pretese di essere “confuso‘ con Dio. Nel sufismo l’Essere supremo è Dio e vi si accede tramite l’Amore per Lui. I clichès occidentali sono tanti, di fianco alle verità scientifiche: il simbolismo dell’Albero della Conoscenza che rappresenta i progressi della meditazione e della saggezza: la barriera che separa l’uomo da Dio è simbolizzato invece dalla Montagna Cosmica (Qâf), una pretesa presenza invisibile di Dio nel cuore dei credenti, perseguita attraverso l‘esperienza ascetica e l’unione estatica (nell’amore fisico) che permetterebbe di rivelarsi all’amore e alla conoscenza del Creatore. Questo sufismo “in salsa occidentale” si riduce ad un movimento pacifista che utilizza certe idee sufiste. Il vero sufismo trae le sue origini dall’ascetismo monastico cristiano, la religione zoroastriana, buddista o indù, e dalle idee platoniche. La pratica dell’Islam è uno dei principali pre-requisiti del “tassawwuf“; ma se per alcuni il sufismo consiste nel “fare di più” degli altri musulmani, in materia di preghiere e di digiuno, per altri “si situa unicamente a livello di orientazione interiore e non cerca nè di aggiungere nè di togliere riti” (Ahmad Al Alawi). E’ caratterizzato,a volte, dalle pratiche ascetiche per purificare l’Ego (con la meditazione, Mouraqaba), ma l’elemento comune a tutti i sufi, senza eccezione,è il “dhikr“, che potremo tradurre come “chiamata” o “invocazione“, che consiste nel pronunciare il nome di Dio ripetendo tutti i suoi nomi divini oppure delle formule tradizionali prese dal Corano, come la “shahâda“, la testimonianza di fede. Lo scopo del sufismo è quello di condurre all’eccellenza della fede e del comportamento (al-ihsân) che, con la purificazione del cuore, conduce alla sincerità spirituale (ikhlâs), con la quale “si conosce”, “si vede”. Chi raggiunge questo scopo, il sufi, dopo aver compiuto il grande combattimento, si spoglia della sua individualità (ego) o meglio ancora il suo “essere domestico“, e spogliato di tutte le visioni parziali e illusorie accede al grado ricercato nella conoscenza di Dio, adorandolo. L’esercizio spirituale che i sufi prediligono è appunto il “dhikr” (ricordo); è una pratica che evoca Allah ripetendo il suo nome in maniera ritmata ed è considerata come una pratica purificatrice dell’anima, perchè si crede che il nome di Allah possieda una sorta di valore teugirco che smuove l’anima. Un’altra pratica comune è la recitazione di poemi a carattere spirituale, conosciuta come la lode al profeta dell’Islam, Maometto. Fine 1a parte

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen