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Uomo Primitivo (parte II)

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Nonostante si pensi che la primitiva concia potesse adottare una metodica apparentemente semplice e obsoleta, bisogna redarguire dicendo che le tecniche erano abbastanza difficili e complesse, a tal punto che l’uomo dovette superare molti ostacoli prima di trovare una soluzione ottimale.

La pelle d’animale è morbida non appena scuoiata dall’involucro di carne, ma diventa dura da trattare una volta esalati tutti i vapori corporei. L’inconveniente era di non poterne mantenere la sofficità dopo il deperimento fisiologico post-mortem per conservarne lo stato naturale. Soltanto due erano i metodi possibili utilizzati a tal scopo: immersione completa nell’acqua e, una volta riemersa, successiva percussione con un mazzuolo di legno o masticazione durevole.

Queste due tecniche venivano adottate frequentemente poiché la pelle lavorata non conservava a lungo la morbidezza desiderata, specialmente dopo le prime tempeste.

L’uomo primitivo sperimenta quindi le prime forme d’ingegno mediante la sperimentazione diretta cercando di impedirne l’indurimento. Primo tentativo tramite immersione nell’olio, o succedaneo naturale, dopo averla saputamente ammorbidita nei modi conosciuti, ma considerando l’usura e la completa asciugatura nel tempo della sostanza liquida untuosa, adotta un nuovo metodo mediante immersione nell’acqua intrisa di un estratto preso dalla corteccia degli alberi, adatto a conferire morbidezza permanente e maggiore impermeabilità. Questo fu l’inizio della tannatura, derivante dal trattamento dell’acido tannico, sostanza che si trova appunto nella corteccia di certi alberi che a contatto con l’acqua produce il suddetto acido e dal quale si ottiene la concia del pellame, procedimento attualmente usato nelle aziende concerie.

Dopo aver risolto siffatto inconveniente assai scomodo, inizia a definire delle forme concrete da avviluppare o cingere con legacci intorno ad esso al fine di valorizzare la classica coperta, finora usata come ombrello contro le intemperie e gli agenti atmosferici, in modo tale da indossarne il prodotto ottenuto. Fase successiva alla soffice conservazione della impermeabilità durevole diventano il taglio e la presunta confezione delle pelli trattate, altamente rudimentali, impiegati per modellarne le parti da assemblare per ottenere l’abito, più complesso nel procedimento, ma meno ingombrante da trasportare. Sono vari i reperti a forma di punteruoli di silice e d’osso, o altri attrezzi similari, adatti alla lavorazione del cuoio. Infatti si pensa che le pelli, una volta tagliate in presunti modelli, fossero unite da appositi lacci, perforandone gli orli mediante tali arnesi con una serie di buchi entro cui si infilava una striscia sottile di cuoio o di legaccio.

Anche se grossolani, ruvidi, malconci e possibilmente maleodoranti questa nuova tipologia di vestiario rappresentava per l’uomo preistorico un indumento resistente e sicuro.

Successivamente la confezione dell’abito primitivo si avvale di una nuova innovazione ingegnosa, l’ago d’osso o di avorio che permetteva di poter cucire, in modo più flessibile, piuttosto che legare con lacci tramite l’uso di un filo più sottile e punti meno evidenti. I primi ritrovamenti attestanti la presenza di codesti piccoli utensili da lavoro risalgono al Paleolitico Superiore.

Assolutamente da non dimenticare l’uso del colore come presunto accessorio complementare al succinto vestiario adottato dall’uomo primitivo, circa 30.000 anni fa, usato non solo per dipingere le caverne, come da testimonianze riconosciute dall’archeologia preistorica, ma altresì per decorare il proprio corpo a protezione, mimetizzazione del medesimo e per incutere timore al nemico animale o umano, a seconda delle circostanze.

Gli indumenti creati attraverso la lavorazione della pelle di animali selvatici erano ideali per nomadi che vivevano sulle montagne e per le popolazioni residenti nel Nord dove il clima era indubbiamente molto rigido, ma sicuramente diveniva meno opportuno per le civiltà stabilitesi più a Sud, nel Mediterraneo e nell’Asia Minore, in quanto scomodi e meno funzionali per praticità e intolleranza al clima.

L’inconveniente principale era nella mancanza di materia prima leggera confezionabile.

In codeste zone climaticamente più calde, i primi prototipi di vestiario sono riconducibili a leggere cortecce d’albero bagnate con acqua e cucite tra loro.

La soluzione ottimale arriva con l’avvento della lana e successivamente delle varie fibre vegetali.

Il primo metodo adottato per l’ottenimento del tessuto è la feltratura, un procedimento consistente nel cardare i fiocchi di lana, inumidirli, disporli paralleli e batterli fino all’infeltrimento, producente un tessuto omogeneo compatto e unitario. Nonostante la lunga lavorazione il materiale ottenuto era ancora troppo pesante e inadatto al clima.

Successivamente l’uomo primitivo inizia ad avvalersi delle prime forme di tessitura, che permisero di produrre i primi tessuti, piccole pezze di stoffa ottenute mediante rudimentali strutture in legno, per poi inventare i primi telai adatti a produzioni più numerose. Il telaio primitivo era un macchinario piuttosto pesante per essere trasportato da popolazioni nomadi, quindi essendo vincolato dalle dimensioni e dal peso, era utilizzato solo dalle civiltà più sedentarie.

La lana fu la prima materia, di origine biologica, ad essere tessuta con telaio, ma ben presto furono scoperti anche il lino, la canapa e il cotone, tutti materiali di origine vegetale dalle fibre più leggere, durevoli e duttili da lavorare.

La tessitura nell’antichità investe un ruolo lavorativo a carattere familiare divenendo un occupazione di ampio prestigio, persino elogiato nelle grandi civiltà nascenti della storia antica. Infatti dalle prime testimonianze tramandate dei grandi imperi dell’antichità si deduce che il tessitore, e quindi in generale la tessitura, riscontrasse un grandissimo valore come simbolo di status.

In questo frangente storico del costume emergono due tipologie di vestiario ben distinte a seconda della zona di appartenenza, Nord o Sud, in definizione di un clima differentemente esigente.

Con il perdurare dei secoli tra continue migrazioni, conquiste, rapporti commerciali e scambi furono abbattute le enormi barriere del vestiario tra i diversi popoli esistenti, ma all’inizio della nostra storia, nella prima età del bronzo, le grandi civiltà del passato vivevano in un costante isolamento volontario, talmente evidente che neppure le vie del commercio riuscirono ad influenzarne il cosmopolitismo positivamente, limitando l’approfondimento culturale degli usi e costumi tipici del periodo.

a cura di Marius Creati

 

Uomo Primitivo (parte I)

 

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Che l’uomo del nostro remoto passato coprisse il suo corpo con indumenti rudimentali è una certezza riscontrata nei numerosi reperti archeologici ritrovati finora dagli studiosi esperti di archeologia antropologica, ma la mancanza di testimonianze tangibili e soprattutto tastabili con mano hanno reso particolarmente difficile la ricostruzione sistematica dell’abbigliamento primitivo, spesso identificata da vere supposizioni e laute ipotesi formulate tramite raffigurazioni evidenti di vario genere.

Ragion per cui studiarne la vera storia diventa alquanto difficile, se non attraverso tali forme d’espressione. In effetti, a differenza degli stessi manufatti ritrovati nei periodi primitivi dell’umanità, il vestiario antico è stato soggetto a facile deperimento, tranne in alcuni casi di eccezionale conservazione. Le uniche vere fonti autorevoli su cui poter attingere le informazioni storiche inerenti il costume tipico del periodo preistorico è mediante l’arte figurativa rupestre e, successivamente, la rappresentazione di testi scritti, ovviamente di inverosimile documentazione databile nei periodi più antichi della preistoria. E’ da considerare infatti che la scarsa conoscenza di nozioni sugli sviluppi culturali prima della tarda età del bronzo e dell’inizio dell’età del ferro è pressoché infruttuosa al fine di determinarne una classificazione dettagliata. Infatti da numerosi scavi effettuati si possono datare oggetti e resti fossili risalenti al Paleolitico (da circa 2,5 milioni a 11-10 mila anni fa), ma nessun riferimento attendibile che possa dimostrare con certezza l’utilizzo di indumenti da parte degli ominidi di quel periodo.

Il ritrovamento di alcune statuette propiziatorie in avorio, tra le prime quella della “Venere di Lespugue”, ritraente una donna nuda nelle classiche pose paleolitiche e succintamente vestita con tessuto di fibre elicoidali sfilacciate sul fondo, datata 25.000 a.C., inoltre di pitture parietali del  Paleolitico Medio-Superiore e di alcuni utensili di pietra, sovente di selce, realizzati con la tecnica della scheggiatura (o pietra scheggiata) rinvenute nel periodo Magdaleniano (18.000 a.C.) e usati per raschiare, scarnificare, tagliare, fanno supporre la presenza di un vestiario usato come copertura corporea, probabilmente pelli di animali selvatici, forse renne, che venivano rudimentalmente conciate con appositi strumenti realizzati manualmente. L’uso del pellame primitivamente conciato non era soltanto un metodo di difesa dalle pressanti intemperie a cui si era fortemente soggetti, ma assumeva un significato prettamente simbolico  propiziatorio, quando indossarlo equivaleva a identificarsi con la tipologia della specie specifica dimostrando la propria forza e il valore per averlo ucciso.

Probabilmente l’introduzione della pelle, usato come indumento per coprire il proprio corpo, potrebbe addirittura assumere un primordiale senso del pudore, anche se l’uomo nudo percepiva la propria diversità in rapporto alla consuetudine e quindi tendeva a conformarsi al gruppo pur di non essere emarginato.

 

a cura di Marius Creati