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Neuroscienze, tre casi celebri basilari per la storia delle scienze neurologiche

February 28, 2012 Leave a comment

I progressi nel campo delle neuroscienze sono legati a molti tipi di ricerca (neurobiologica, neuroanatomica, neuropsicologica) e, al giorno d’oggi, la validità di tutte queste ricerche tende a basarsi sulla statistica, ossia su studi che prendono in considerazione campioni numerosi. Questo ci permette di ricavare delle regolarità che consideriamo appunto valide per tutta la popolazione di riferimento. Eppure è curioso il fatto che alcune delle scoperte più importanti siano legate a casi singoli. Oggi quindi vediamo 3 pazienti celebri che hanno fatto la storia delle neuroscienze e che ogni bravo psicologo o neuroscienziato dovrebbe conoscere.
Il linguaggio: il caso di Leborgne
Non è solo il primo caso di questa breve lista, ma è il primo caso degno di nota e di conseguenza anche il più vecchio tra quelli di cui vi parlerò oggi. Stiamo parlando della metà dell’800 e Leborgne era un paziente di Paul Broca, antropologo, neurologo e chirurgo francese. Leborgne era incapace di produrre qualsiasi parola o frase, fatta eccezione per la sillaba tan, motivo per cui è noto anche come paziente Tan; nonostante gli evidenti problemi di produzione del linguaggio, la comprensione era intatta, insieme a tutte le altre funzioni di cognitive. Un attento esame post mortem (l’unico metodo utilizzabile nel 1861) eseguito da Broca localizzò la lesione di Leborgne nel piede della terza circonvoluzione frontale di sinistra, che prese il nome di area di Broca. Un lesione in quell’area causa quella che oggi viene chiamata Afasia di Broca, ossia un deficit nella produzione del linguaggio.
Il risultato degli studi di Broca è una delle pietre miliari dello studio del linguaggio nelle neuroscienze perché ci ha permesso di scoprire che i processi di produzione e comprensione del linguaggio avvengono in aree diverse.
La personalità: il caso di Phineas Gage
Il caso di Phineas Gage rappresenta senz’altro il caso più curioso, soprattutto se avete un certo gusto del macabro. Era il 1848 e Gage, allora venticinquenne, era un operaio capocantiere addetto alla costruzione delle ferrovie; un giorno, in seguito ad un’esplosione avvenuta sul lavoro, una barra di ferro gli entrò da sotto l’osso di sinistra della guancia e sbucò dalla parte superiore della testa dopo aver attraversato la parte anteriore del cranio, per essere poi ritrovata e recuperata a circa 30 metri dal luogo dell’incidente ricoperta di sangue e di materia cerebrale. Il caso ha dell’incredibile anche solo per il fatto che Gage sia sopravvissuto ad un incidente del genere, ma quello che a noi interessa in questa sede non è solo il fatto che il povero Phineas sia rimasto in vita con una lesione ai lobi frontali di proporzioni significative, ma quello che è successo dopo. Tutte le persone che lo conoscevano hanno in seguito lamentato il fatto che il paziente fosse completamente cambiato. Insomma, dopo l’incidente non era più la persona di una volta, era una persona diversa e nemmeno una delle migliori.
Perché quindi il caso di Phineas Gage ci piace tanto nell’ambito delle neuroscienze? Perché ci ha permesso di scoprire che la nostra “personalità” o per lo meno gran parte di essa risiede nei nostri lobi frontali, sede tra l’altro di tutte le funzioni superiori che danno vita a quello che comunemente chiamiamo “pensiero”.
Un piccolo appunto: per quanto il caso di Gage sia precedente a quello di Leborgne, l’analisi del danno risale al 1867, ossia 7 anni dopo la morte di Phineas. Per questo motivo in questa sede lo ricordiamo come successivo al paziente Tan di Broca.
La memoria: il caso di H.M.
Personalmente considero H.M. uno dei pazienti più sfortunati nella storia delle neuroscienze. H.M. soffriva di una grave forma di epilessia, resistente ai farmaci, per cui l’unico modo per alleggerire le sue crisi era intervenire chirurgicamente. Sfortunatamente William Scoville, il neurochirurgo che lo operò nel 1953, decise di asportare entrambi i lobi temporali, compreso l’ippocampo e i risultati furono disastrosi per il povero H.M.. Il paziente non solo mostrava un deficit, seppur leggero, nella memoria retrograda, ma soprattutto sviluppò enormi problemi legati alla memoria anterograda. Per dirlo in termini semplici: H.M. non si ricordava più fatti accaduti poco prima dell’intervento, ma soprattutto non riusciva più a formare nuovi ricordi. Intatte erano invece la memoria procedurale e quella a breve termine.
Che vuol dire tutto ciò? Beh prima di tutto che i ricordi già formati si trovano in una parte diversa del cervello rispetto a quella in cui si formano e consolidano, ossia nell’ippocampo. In secondo lungo ci permette di sapere che anche memoria a lungo termine e memoria a breve termine sono distinte, visto che la seconda non era stata danneggiata dall’intervento. Infine ci permette di distinguere la memoria a lungo termine in memoria dichiarativa e in memoria non dichiarativa: la prima è legata a fatti, episodi e conoscenza del mondo, mentre la seconda è quella che ci permette di ricordarci in modo solitamente inconscio come fare le cose o come usare gli oggetti. Ad un danno della prima, come nel caso di H.M., non corrisponde un danno della seconda.
Erika Gherardi

Fonte: Skimbu

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