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“Credere nell’uomo” di Nazim Hikmet Ran

December 9, 2011 Leave a comment

Credere nell’uomo

Non vivere
Come un inquilino
O come un villeggiante
Nella natura.
Vivi in questo mondo
Come se fosse la casa di tuo padre .
Credi al grano
Alla terra, al mare,
Ma prima di tutto credi all’uomo.
Ama la nube, la macchina, il libro
Ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza
Del ramo che secca,
Del pianeta che si spegne,
Della bestia che è inferma ,
Ma prima di tutto la tristezza dell’uomo.
Che tutti i beni terrestri
Ti diano a piene mani la gioia,
Che l’ombra e la luce
Ti diano a piene mani la gioia,
Ma prima di tutto  che l’uomo
Ti dia a piene mani la gioia.

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“Lo specchio stregato” di Nazim Hikmet Ran

Lo specchio stregato

Praga è uno specchio stregato.
Mi guardo
e ritrovo i miei vent’anni.
Eccomi come un balzo
come trentadue denti
senza carie.
E il mondo è una noce.
Ma io non voglio nulla per me.
Soltanto la donna che amo
che mi tocchi le dita con le sue dita
che svelano tutti i misteri, del mondo.
Le mie mani spezzano il pane,
poco per me
molto per gli amici miei
dei villaggi di Anatolia.
Bacio gli occhi rosicati dal tracoma.
E cado non so dove in terra lontana
per la rivoluzione mondiale.
Ora portano il mio cuore su un cuscino di velluto
come l’ordine della Bandiera rossa.
Una fanfara suona la marcia funebre.
Seppelliamo i nostri morti ai piedi d’un muro
sotto la terra
come semi fecondi.
E le nostre canzoni sono scritte sulla terra
non in turco, in russo o in francese
ma in lingua di cartone.

Litin è coricato in una foresta nevosa,
corruga le ciglia
pensando a qualcuno,
guarda in fondo alle tenebre bianche,
vede i giorni futuri.
Eccomi come un balzo
come trentadue denti
senza carie.
E il mondo è una noce
con un guscio d’acciaio
gonfio di speranza.
Praga è uno specchio stregato.
Mi guardo
e lo specchio mi mostra sul mio letto di morte
col sudore sulla fronte
come se la candela fosse colata
con le braccia distese ai fianchi.
La tappezzeria verde,
e alla finestra
i tetti coperti di fuliggine d’una grande città.
Questi tetti non sono d’Istanbul.

I miei occhi sono aperti,
nessuno ancora li ha chiusi.
Ancora nessuno sa.
Tu chinati su di me,
guarda nelle mie pupille,
ci vedrai una giovane donna
che aspetta alla fermata del tram sotto la pioggia.
Chiudimi gli occhi
e in punta di piedi
esci dalla stanza, compagno.

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“L’ultimo autobus” di Nazim Hikmet Ran

 – L’ultimo autobus

Mezzanotte. L’ultimo autobus.
Il fattorino ha staccato il biglietto.
A casa non mi aspettano brutte notizie
né una tavola apparecchiata:
a casa mi aspetta
il distacco.
Ci vado,
senza tristezza,
senza paura.
Già la gran notte mi si è fatta incontro.
Posso guardare il mondo
senza agitarmi,
sereno.
Non ha più il potere di sorprendermi
la viltà dell’amico,
né il coltello ch’egli mi ficca in un fianco
mentre mi stringe la mano.
Il nemico
non ha più il potere di braccarmi.
Ho attraversato foreste di idoli,
aprendomi il varco con l’ascia.
Come crollavano!
Ho vagliato
tutto ciò che un tempo stimavo,
e grazie al cielo
è rimasto molto, che è solido.

1957

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“Il postino” di Nazim Hikmet Ran

Il postino

Notizie della patria, dell’uomo, del mondo,
notizie degli uccelli, delle bestie, degli alberi,
all’alba e a mezzanotte
ho portato agli uomini
nella borsa
del mio cuore.

Da ragazzo volevo fare il postino,
ma il postino vero, non come i poeti.
Con mozziconi di matite colorate
disegnavo ritratti di postini,
disegnavo, come i bambini sulla ghiaia,
goffo,
ma esatto,
disegnavo postini
sui libri di geografia
e sui romanzi di Jules Verne.

Ecco un uomo in passamontagna.
I cani tirano la slitta sul ghiaccio.
Sui pacchi postali
e sulle scatole di conserva
splende l’aurora boreale.
Stretta la cinghia ancora d’un buco,
io attraverso lo stretto di Behring.

Eccomi con la borsa nella steppa
sotto il peso delle nubi,
distribuisco lettere di soldati
e bevo tiepido latte.

Oppure cammino
per una via rumorosa,
e cerco un indirizzo.
Dov’è questo nome?
Nella mia borsa
porto solo buone notizie,
solo speranza.

Oppure, ecco
tempesta, neve,
tenebre alla finestra.
Una piccola ragazza è ammalata,
brucia di febbre.

Come è lunga questa notte…
Qualcuno bussa alla porta:
« Posta! ».
Gli occhi della piccola ragazza
guardano come fiordalisi dal buio.
Domattina
suo padre
uscirà di prigione…

E proprio io, postino, l’ho trovata qui,
proprio io nella neve e nel gelo
ho portato a questa ragazza
la più bella notizia del mondo.

Da ragazzo volevo fare il postino,
anche se nella mia Turchia
questo è un mestiere duro:
nelle lettere c’è dolore e tristezza,
raramente qualche buona notizia.

1954

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“Ore di Praga” di Nazim Hikmet Ran

Ore di Praga

1 L’alba

Barocco

A Praga mentre biancheggia l’alba
la neve cade
liquida
plumbea.
A Praga pian piano il barocco appare
agitato, lontano,
le dorature annerite
di tristezza.
Sul ponte Carlo quarto, le statue
sono uccelli venuti
da un pianeta morto.
A Praga il primo tram ha lasciato il deposito,
coi vetri illuminati, gialli, caldi.
Ma io so
che dentro ci fa un freddo glaciale
il fiato
del primo viaggiatore non l’ha scaldato
ancora.

A Praga Pepih beve il suo caffellatte
nella cucina bianca, la tavola di legno è
ben pulita.

A Praga mentre biancheggia l’alba
la neve cade
liquida
plumbea.

A Praga passa una vettura
una carretta tirata da un solo cavallo
davanti al cimitero ebreo.
La carretta è carica di nostalgia
d’un’altra città
e il carrettiere sono io…
A Praga pian piano il barocco appare
agitato, lontano,
le dorature annerite
di tristezza.
A Praga nel cimitero ebreo silenziosa,
muta, la morte…
Ah, mio amore, mio amore,
l’esilio è peggio della morte…

2 il mattino

Praga ottimista

Millenovecentocinquantasette, diciassette gennaio,
suonano le nove.
Il freddo è soleggiato, sincero,
il freddo è rosa pallido
il freddo è celeste cielo.
I miei baffi rossi stanno per gelarsi.
La città di Praga è incisa su una coppa di vetro
incisa con un diamante.
Risuonerebbe se la toccassi:
striata d’oro, limpida e bianca.
Sono le nove sonanti
a tutte le torri
e al mio orologio da polso.

In questo minuto, in questo istante
a Praga nessuno ha mentito
in questo minuto, in questo istante
le donne hanno partorito
senza doglie
e in tutte le strade
non è passata una sola bara :
in questo minuto, in questo istante
tutti i diagrammi sono saliti
eccetto quelli dei malati
in questo minuto, in questo istante
le donne erano tutte belle, tutti gli uomini
intelligenti
e i manichini di cera senza tristezza
in questo minuto, in questo istante
nelle scuole tutti i ragazzi han risposto
senza confondersi alle domande
in questo minuto, in questo istante
in tutte le stufe c’era carbone
tutti i termosifoni
erano caldi
e come sempre la Torre Nera dalla punta d’oro
in questo minuto, in questo istante
i ciechi han dimenticato la loro tenebra
e i gobbi la loro gobba
in questo minuto, in questo istante
non ho un solo nemico
nessuno può neanche immaginare
che i giorni passati potrebbero ritornare.
In questo minuto, in questo istante
Vastlar è sceso dal suo cavallo di bronzi
s’è mescolato alla folla
come uno sconosciuto
in questo minuto, in questo istante
mi amavi, mio amore,
come non hai mai amato nessuno

in questo minuto, in questo istante
il freddo soleggiato, sincero,
il freddo è rosa pallido
il freddo è celeste cielo.
La città di Praga è incisa su una coppa di vetro
incisa con un diamante.
Risuonerebbe se la toccassi
striata d’oro, limpida e bianca.

3 Mezzogiorno

L’orologio di mostro Honush

Prima ha smesso di nevicare lassù
dalla parte del castello di Praga.
Poi, d’improvviso, limpida
allegra, fresca, una luce turchina
è scesa sui castagni.
Dolcemente si espande.
Il poeta, lontano da casa sua
lacerato di nostalgia
stava nella città vecchia
sulla piazza, da solo.
In cima a un muro gotico
l’orologio di mastro Hanush
suonava mezzogiorno.
Con tuniche porporine
il santissimo Pietro in testa
dall’orologio sono usciti
i stanchi, i dodici apostoli
e Creso con la sua scarsella
e la fede e il male e la violenza.
« Ce ne andiamo come siam venuti! »
e un giannizzero di pietra

in basso, triste e sconsolato.
Le campane suonavano a morto
e sul tetto il gallo ha cantato.
Il poeta, lontano da casa sua
lacerato di nostalgia
pensoso, si è guardato attorno.
Allegra, fresca, una luce turchina
è discesa con un dondolio
sulla piazza, nel mezzogiorno…

4 La sera

Le vetrine di corso Vastlar

Quando sopra la sera anneriscono
le torri incappucciate della città di Praga
gli universi che invadono i sogni s’illuminano
nelle vetrine del corso Vastlar.
Stoffe cuoio cristallo e acciaio
gioia tristezza gioventù vecchiaia
appetito infinito come un corno forato
nelle vetrine del corso Vastlar.
Le nostre mani son tese oltre le vetrine
cercando di afferrare le nostre anime
ci contempliamo coi nostri propri occhi
nelle vetrine del corso Vastlar.
La nostra avarizia e la nostra generosità
la nostra dolcezza e la nostra durezza
la nostra furbizia e la nostra onestà
nelle vetrine del corso Vastlar.
Lo zoccolo pesante di ferro della nostra pazienza
il turbante del nostro orgoglio dai setti pennacchi
tutto ciò che accompagna il nostro pezzo di pane
nelle vetrine del corso Vastlar.
La nostra ammirazione per noi stessi
la nostra invidia il nostro amore per gli altri
dalla testa ai Piedi la nostra umanità
nelle vetrine del corso Vastlar .
Quando sopra la sera anneriscono
le torri incappucciate della città di Praga
gli universi che invadono i sogni s’illuminano
nelle vetrine del corso Vastlar.
Sono davanti a una vetrina:
un universo di giocattoli
orsi, lupi di un mondo magico
aeroplani che non uccidono
piroscafi dal fumaiolo giallo
autobus luccicanti…
C’è un Mehmet a Istanbul
che ha compiuto sei anni…

5 La notte

La casa del dottor Faust

Tardi nella notte
ai piedi delle torri, sotto gli archi ..
ho errato per Praga.
Il cielo nell’ombra è un alambicco che fa
l’oro
una storta d’alchimista
su una pianura turchina.
Sono sceso verso la piazza
e nell’ angolo, vicino alla clinica,
in un giardino, la casa
del dottor Faust
Ho bussato alla porta.
Il dottore non c’è.
Si capisce…
Due secoli fa
per un buco nel tetto
in una notte come questa
il diavolo l‘ha portato via.
Busso alla porta.
Voglio anch’io il mio contratto col diavolo
l’ho firmato col sangue anch’io,
Non voglio né oro
né sapienza né gioventù.
La nostalgia m’ha troppo ferito,
basta!
Che mi porti per un’ora a Istanbul
lo busso, busso ancora.
Ma la porta non s’apre più.
È un desiderio impossibile,
Mefistofele?
O la mia anima a pezzi
non vale la spesa?
A Praga sorge la luna giallo limone.
Sto qua
davanti alla casa del dottor Faust.
Busso alla porta che non s’aprirà
tardi nella notte.

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