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La Biennale di Venezia, Michael Mann Presidente della Giuria Internazionale del Concorso Venezia 69

June 4, 2012 Leave a comment

la Biennale di Venezia 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Michael Mann
Presidente della Giuria Internazionale del Concorso Venezia 69
E’ il regista, sceneggiatore e produttore statunitense Michael Mann – cineasta totale e una delle figure più influenti e rappresentative del cinema americano contemporaneo – la personalità chiamata a presiedere la Giuria Internazionale del Concorso della 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2012), che assegnerà il Leone d’oro e gli altri premi ufficiali.
La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Direttore della Mostra Alberto Barbera.
Come produttore, Michael Mann si è imposto realizzando alcune delle serie televisive di maggior successo (Miami Vice, Crime Story), per le quali ha contribuito a creare nuovi standard qualitativi di derivazione cinematografica. In qualità di sceneggiatore e soprattutto di regista, ha saputo trovare una cifra personalissima nell’elaborazione tematica e formale di motivi appartenenti in prevalenza alla mitologia dei thriller urbani (Manhunter, Heat, Insider, Collateral, Nemico pubblico), affermandosi come uno dei più grandi stilisti e innovatori del cinema hollywoodiano. E’ la prima volta che Michael Mann presiede la Giuria di un festival internazionale.
Dopo aver scritto, prodotto e diretto alcune serie televisive, e aver scritto e diretto il TV movie Jericho Mile (La corsa di Jericho, 1979), Michael Mann (Chicago, 1943) debutta nel 1981 nella regia cinematografica con Strade violente (Thief), cui segue il grande successo come produttore esecutivo di Miami Vice (1984). Un telefilm che diventa manifesto estetico e sociologico degli anni ’80. Il suo stile fiammeggiante e post-moderno, curato esteticamente e preciso nella definizione degli spazi fisici, nell’uso della musica, delle psicologie e delle emozioni, si mostra nella sua complessità con Manhunter-Frammenti di un omicidio (1986), tratto da un romanzo di Thomas Harris, film che segna la nascita cinematografica del personaggio di Hannibal Lecter, lo psicologo-cannibale. L’epico L’ultimo dei Mohicani (1992) e l’articolato intrigo di Heat-La sfida (1995), in cui per la prima volta recitano insieme Al Pacino e Robert De Niro, consacrano la sua versatilità e il suo talento nel raccontare storie complesse. Insider-Dietro la verità (1999), coinvolgente thriller politico, rivela l’anima solitaria del suo cinema, fatto di eroi intensi e di immagini stordenti.
Nel 2001 racconta con Ali la lotta per l’esistenza del pugile Muhammed Alì, per definire la sua identità e che cosa ha rappresentato, interpretato da Will Smith. L’impegno successivo di Mann come regista è Collateral (2004), con Tom Cruise, con cui ritorna al genere più amato, il thriller metropolitano. Il film partecipa Fuori Concorso alla 61. Mostra del Cinema di Venezia. Dopo la trasposizione su grande schermo della sua serie di culto Miami Vice (2006), con Colin Farrel, Jamie Foxx e Gong Li, Mann realizza Nemico pubblico-Public Enemies (2009), biopic noir sulla breve vita, le avventure e la morte del famoso rapinatore di banche anni ‘30 John Dillinger, interpretato da Johnny Depp, con Christian Bale e Marion Cotillard.
Come produttore, i lavori di Mann includono Aviator (2004), diretto da Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Hancock (2008) con Will Smith, Texas Killing Fields (2011) diretto da sua figlia Ami Canaan Mann, in Concorso alla 68. Mostra del Cinema di Venezia, e le serie HBO Luck (2011) e Witness.

Johnny Depp rapinatore protagonista in Nemico Pubblico

John Herbert Dillinger, durante il periodo nevralgico della Grande Depressione, era considerato dalle Forze dell’Ordine e dalla nascente organizzazione dell’FBI il nemico pubblico per eccellenza, editio princeps  di una lunga lista di malviventi. Era divenuto il più celeberrimo tra le folle popolari e il più temuto dagli agenti della sicurezza. Noto per i suoi continui assalti alle banche statunitensi, da lui considerate un tangibile strumento nelle mani della corruzione degli anni 30′, e ben disposto verso l’opinione pubblica, dalla quale riceveva acclamazione e benevolenza, era munito di una sua prerogativa insolita, quella di debellare la ricchezza dissoluta dei potenti depredandone le fonti e distruggendo i registri dei debiti e delle ipoteche delle persone più indigenti subitaneamente dopo ad ogni colpo.

Mito, icona della malavita organizzata americana e leggenda incontrastata per la sua procace determinazione, J. H. Dillinger rappresentava istintivamente l’immagine moderna precorritrice della nostra notorietà contemporanea. Bello, colto, elegante e raffinato vestiva i panni di una classe sociale in via di evoluzione,  spesso immedesimata almeno in parte nelle sue gesta efferate e sfociante in un amore platonico lautamente infatuato dai suoi comportamenti carismatici. Divo romantico per eccellenza per i meno fortunati,  era in realtà un famigerato bandito che rubava ai ricchi per donare, soprattutto a se stesso e ai poveri, un’alternativa diversa e nuova dalla crudele sporca realtà, quella di essere vittime di un sistema coercitivo e corrotto.

Egli amava la fama e l’adorazione delle masse, dotato di una capacità unica nel suo genere,  quella di mescolarsi tra la gente senza farsi riconoscere.

Una produzione da $100 milioni, in tempi difficili per un genere pressoché superato, secondo i tabloid generici, ma pur sempre ricco di fascinazioni noir e sparatorie vecchio stile, forse un emblema del nuovo cinema re-interpretante vecchi simboli e lontani stili di vita, spesso dimenticati dal vissuto dei nostri giorni, diretto ed interpretato dal bravissimo film director Michael Mann, maestro indiscusso del genere noir.

Divo per antonomasia nel lungometraggio hollywoodiano si scopre essere la figura eclettica di Johnny Depp, attore protagonista calatosi nei panni dell’integerrimo gangster e narrante le sue leggende di vita, le fughe e l’ambigua moralità, contesa  tra il buon samaritanismo e il cattivo esempio in una società perbenista in via di espansione.

Depp è sempre stato affascinato dalla figura di questo personaggio carismatico di cui sentiva spesso parlare da bambino attraverso racconti di povertà e banditismo, esternati dal nonno per catturarne la fantasia e gli spazi ricreativi. Un uomo per il quale nutriva curiosità e fascinazione, nonostante le sue parentesi oscure e spesso caratterizzate da episodi violenti. Un uomo diverso e indipendente che amava distaccarsi dal contesto per auto-identificarsi in un sistema innovativo in contrasto con quello preesistente. Ma era l’epoca degli uomini veri, degli uomini duri che amavano costruirsi da soli.

Secondo Depp, il cinema ha da sempre interpretato le storie di personaggi insoliti, cupi, spesso avvolti in un immaginario tenebroso cercando di scavarne i malesseri, di ritrarne gli aspetti enigmatici, tetri, ermetici al fine di infatuare un ruolo fantastico al negativo, ma sorridendo sottolinea personalmente: “Subiamo tutti la fascinazione delle zone oscure del male, degli aspetti demoniaci della natura umana e dell’uso e abuso del potere’”, e poi aggiunge simpaticamente citando un verso della Bibbia “Gli uomini amano l’oscurità più della luce”.

Ma il medesimo sottolinea in Dillinger tratti solari e aspetti ardimentosi nella vita e nello charme della sua complessità. Egli era un uomo audace innamorato della vita avventuriera e delle innovazioni, tra cui spiccava il cinema. Infatti sovente amava recarsi nel buio di una platea di un cinematografo per assistere alla visione dei films di Clark Gable, suo preferito, in una Chicago attratta completamente dal suo alter ego, ladro di autovetture costose o di ordinanza per fare scempio e dispetto di quella opulenza  e di quell’ordine, entrambi traviati, che lo infastidivano per i legami con un’altra malavita non molto dissimile dalla sua.

Johnny Depp trova una fortissima similitudine tra gli anni vissuti pienamente dall’illustre gangster, morto assassinato nel 1934 davanti al Biograph Theatre di Chicago alla fine del film Manhattan Melodrama interpretato dal suo amatissimo C. Gable narrante le vicende di un fuorilegge ispirato proprio a lui, e il nostro nuovo secolo vittima della disperazione di massa e sprofondato in un realismo estremo senza speranza, dove le vecchie fascinazioni verso personaggi discutibili, quali John Herbert Dillinger, sono sostituiti da nuove fonti d’attrazione, quali star della musica o del cinema.

“Una delle prime regole è quella di non lavorare mai con persone disperate”, una frase dillingeriana che ha particolarmente catturato l’attenzione della beneamata star di Hollywood, che ha presentito in lui la figura di un personaggio controverso presente nel suo destino!

a cura di Marius Creati