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Stretto di Suez, Iran sfida Europa con navi da guerra nel Mediterraneo

February 18, 2012 Leave a comment

Si tratta di una notizia di cui pochi, quasi nessuno sta parlando, forse perché fa paura o forse perché gli iraniani ci hanno spesso abituato a varie intemperanze poi sempre sistematicamente rientrate. Ma l’annuncio dell’Ammiraglio Habibollah Sayyari, comandante della Marina della Repubblica Islamica, lascia nello sconcerto. Infatti l’Ammiraglio subito dopo che le navi da guerra iraniane avevano superato lo Stretto di Suez, ha dato l’annuncio che parte della loro flotta si trova ora nel Mar Mediterraneo. Ancora non si conoscono i particolari della situazione e l’esatta ubicazione di questi colossi belligeranti dei mari. Intanto le uniche notizie fin’ora trapelate, parlano di due navi iraniane, un cacciatorpediniere e una nave d’appoggio, che avrebbero superato lo Stretto di Suez grazie al consenso del governo egiziano. Non resta che attendere e sperare che non si verifichino fatti più gravi.

Fonte: AGS Cosmo

Mediterraneo, primo test sistema anti tsunami

Sarà sottoposto ad un test nel mar Mediterraneo, lo stesso sistema di allarme e mitigazione per gli tsunami che attualmente viene utilizzato nell’Atlantico Nord orientale. Scopo del test è quello di poter garantire una efficace informazione fra tutti quei centri regionali e nazionali dove ci sono i punti più focali in cui possono verificarsi gli tsunami. Si tratta di una vera e propria esercitazione in cui parteciperanno 31 Paesi di tutto il mondo che si coordineranno con il sistema di telecomunicazioni globali dell’Osservatorio di Istanbul e dell’istituto di ricerca sui terremoti – il Koeri – in Turchia. Il lavoro di monitoraggio e coordinamento nella trasmissione dei dati su eventuali maremoti è derivato dalla osservazione che hanno effettuato gli studiosi relativa agli eventi storici che hanno coinvolto in tal senso sia la zona del Nord-Est Atlantico e sia la parte meridionale del mar Mediterraneo. Infatti fra i dati storici ci sono lo tsunami avvenuto nel 1755 nella faglia occidentale Azzorre-Gibilterra che distrusse Lisbona e il maremoto del 1908 che causò 85mila vittime a Messina in Italia. Ma fra gli altri dati a disposizione c’è anche quello relativo ad una sequenza di piccoli e fino ad ora innocui tsunami che si sono verificati al largo delle coste dell’Algeria dal 2003 fino ad oggi.

Carla Liberatore

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Energie rinnovabili, mare tesoro da sfruttare

Per soddisfare il fabbisogno energetico attuale e nei prossimi anni, l’Italia potrebbe attingere energia dalle onde e dalle maree. Infatti secondo gli esperti nei mari di tutto il Mondo c’è un vero e proprio tesoro energetico che è ancora tutto da sfruttare. Tale teoria è stata avvalorata anche dagli esperti italiani riunitisi al convegno organizzato dall’ENEA. Dal convegno è emerso che nel nostro Paese, lo sviluppo di tecnologie è ancora molto indietro rispetto agli altri paesi della comunità europea, ed ora, visto i risultati sul nucleare, l’Italia dovrà fare maggiori sforzi in tal senso. L’ENEA sta comunque monitorando e mappando le acque del Mediterraneo a caccia delle zone che più di tutte manifestano le caratteristiche necessarie per lo sviluppo di energia rinnovabile dal mare. Una stima generale delle potenzialità del mare nello sviluppo di energia, è stata già fatta dalla IEA che ha calcolato che ci sarebbero fra i 20mila ed i 90mila Terawattora ogni anno che si potrebbero sfruttare dal movimento delle onde e delle maree. Tale risorsa potrà fruttare un giro di affare di circa 1,2 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni.

Carla Liberatore

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Estati roventi entro il 2070

Uno studio pubblicato sulla rivista Climate Change afferma che entro i prossimi 60 anni le estati nel Mediterraneo saranno sempre più calde, anzi, caldissime e ai Tropici è già in atto un forte surriscaldamento e nei prossimi anni il 70% delle stagioni estive sarà molto più caldo della media. Il fenomeno è collegato all’aumento di CO2 nell’atmosfera e secondo i ricercatori entro il 2050 ampie aree di Europa, USA e Cina si scalderanno così velocemente che l’estate più fredda prevista sarà più calda delle estati registrate come più roventi dell’ultimo secolo.

Carla Liberatore

Prefazione introduttiva alla Civiltà Mesopotamica

L’origine della civiltà conosciuta risiede nei luoghi dell’Asia Minore e del Mediterraneo orientale, due ampi territori nei quali presero vita, destrezza e abilità le popolazioni antiche dai primordi delle colture primitive,  successivamente tramandate ai popoli meno progrediti dell’Occidente e del Settentrione.

Nel mondo antico esistevano tre grandi civiltà principali: Mesopotamica, Egizia e Cretese, emerse verso la fine del IV millennio a.C. e sviluppate contemporaneamente.

Mentre nei paraggi del delta del Nilo si formava la prima dinastia dei faraoni, in una regione meridionale in prossimità del Golfo Persico sorgeva la remota civiltà sumerica, le cui origini sono radicate nei periodi della preistoria,  che divenne nel corso dei secoli un excursus di popoli dalle diverse etnie, amalgamate tra loro, originanti civiltà più articolate e rimarchevoli, nonostante le caratteristiche peculiari conservate nel perdurare del tempo.

I principali popoli della Mesopotamia governarono con giustizia e diplomazia, un notevole pregio avveniristico per le antiche culture antecedenti alla nascita di Gesù Cristo, dai quali abbiamo tramandato gli elementi fondamentali della letteratura, delle arti e della scienza. Basti ricordare la codificazione delle leggi per la regolamentazione della vita comune, teorie che influenzarono profondamente le successive civiltà settentrionali, quella greca, etrusca e romana. Furono i popoli mesopotamici ad essere artefici dei principi rudimentali della matematica, della fisica e della filosofia, ad essere fautori delle prime teorie sull’astronomia e la medicina, nonché a introdurre i primi concetti fondamentali della scienza dei miti, ossia la mitologia.

La mancanza di pietra e legno intensificarono l’uso dell’argilla nella realizzazione dei mattoni, fattore determinante causante l’ampio deterioramento delle costruzioni mediante l’azione degli agenti atmosferici e dei terribili saccheggi ai quali furono sottoposte durante il corso dell’evoluzione della storia nei millenni. L’invenzione della volta, successivamente presa in considerazione dalla civiltà etrusca, è attribuita anch’essa alla civiltà sumerica.

Le città sorgevano intorno ai palazzi reali, grandiosi edifici monumento edificati con mura e torri merlate, ampiamente sviluppate in larghezza e adornate con imponenti statue colossali, a sua volta sovrastati dalle ziqqurat, altissimi templi a torre edificati a piani sovrapposti e muniti di giardini pensili, un esempio la biblica torre di Babele.

L’arte mesopotamica assume la caratteristica della poeticità del sentimento, della realizzazione naturalistica in cui spiccano un verismo altamente espressivo e un senso del colore vivace e armonioso. Essa è fastosa, suggestiva, originale e del resto si rispecchia nelle arti minori e nei costumi dell’epoca.

a cura di Marius Creati

 

Uomo Primitivo (parte II)

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Nonostante si pensi che la primitiva concia potesse adottare una metodica apparentemente semplice e obsoleta, bisogna redarguire dicendo che le tecniche erano abbastanza difficili e complesse, a tal punto che l’uomo dovette superare molti ostacoli prima di trovare una soluzione ottimale.

La pelle d’animale è morbida non appena scuoiata dall’involucro di carne, ma diventa dura da trattare una volta esalati tutti i vapori corporei. L’inconveniente era di non poterne mantenere la sofficità dopo il deperimento fisiologico post-mortem per conservarne lo stato naturale. Soltanto due erano i metodi possibili utilizzati a tal scopo: immersione completa nell’acqua e, una volta riemersa, successiva percussione con un mazzuolo di legno o masticazione durevole.

Queste due tecniche venivano adottate frequentemente poiché la pelle lavorata non conservava a lungo la morbidezza desiderata, specialmente dopo le prime tempeste.

L’uomo primitivo sperimenta quindi le prime forme d’ingegno mediante la sperimentazione diretta cercando di impedirne l’indurimento. Primo tentativo tramite immersione nell’olio, o succedaneo naturale, dopo averla saputamente ammorbidita nei modi conosciuti, ma considerando l’usura e la completa asciugatura nel tempo della sostanza liquida untuosa, adotta un nuovo metodo mediante immersione nell’acqua intrisa di un estratto preso dalla corteccia degli alberi, adatto a conferire morbidezza permanente e maggiore impermeabilità. Questo fu l’inizio della tannatura, derivante dal trattamento dell’acido tannico, sostanza che si trova appunto nella corteccia di certi alberi che a contatto con l’acqua produce il suddetto acido e dal quale si ottiene la concia del pellame, procedimento attualmente usato nelle aziende concerie.

Dopo aver risolto siffatto inconveniente assai scomodo, inizia a definire delle forme concrete da avviluppare o cingere con legacci intorno ad esso al fine di valorizzare la classica coperta, finora usata come ombrello contro le intemperie e gli agenti atmosferici, in modo tale da indossarne il prodotto ottenuto. Fase successiva alla soffice conservazione della impermeabilità durevole diventano il taglio e la presunta confezione delle pelli trattate, altamente rudimentali, impiegati per modellarne le parti da assemblare per ottenere l’abito, più complesso nel procedimento, ma meno ingombrante da trasportare. Sono vari i reperti a forma di punteruoli di silice e d’osso, o altri attrezzi similari, adatti alla lavorazione del cuoio. Infatti si pensa che le pelli, una volta tagliate in presunti modelli, fossero unite da appositi lacci, perforandone gli orli mediante tali arnesi con una serie di buchi entro cui si infilava una striscia sottile di cuoio o di legaccio.

Anche se grossolani, ruvidi, malconci e possibilmente maleodoranti questa nuova tipologia di vestiario rappresentava per l’uomo preistorico un indumento resistente e sicuro.

Successivamente la confezione dell’abito primitivo si avvale di una nuova innovazione ingegnosa, l’ago d’osso o di avorio che permetteva di poter cucire, in modo più flessibile, piuttosto che legare con lacci tramite l’uso di un filo più sottile e punti meno evidenti. I primi ritrovamenti attestanti la presenza di codesti piccoli utensili da lavoro risalgono al Paleolitico Superiore.

Assolutamente da non dimenticare l’uso del colore come presunto accessorio complementare al succinto vestiario adottato dall’uomo primitivo, circa 30.000 anni fa, usato non solo per dipingere le caverne, come da testimonianze riconosciute dall’archeologia preistorica, ma altresì per decorare il proprio corpo a protezione, mimetizzazione del medesimo e per incutere timore al nemico animale o umano, a seconda delle circostanze.

Gli indumenti creati attraverso la lavorazione della pelle di animali selvatici erano ideali per nomadi che vivevano sulle montagne e per le popolazioni residenti nel Nord dove il clima era indubbiamente molto rigido, ma sicuramente diveniva meno opportuno per le civiltà stabilitesi più a Sud, nel Mediterraneo e nell’Asia Minore, in quanto scomodi e meno funzionali per praticità e intolleranza al clima.

L’inconveniente principale era nella mancanza di materia prima leggera confezionabile.

In codeste zone climaticamente più calde, i primi prototipi di vestiario sono riconducibili a leggere cortecce d’albero bagnate con acqua e cucite tra loro.

La soluzione ottimale arriva con l’avvento della lana e successivamente delle varie fibre vegetali.

Il primo metodo adottato per l’ottenimento del tessuto è la feltratura, un procedimento consistente nel cardare i fiocchi di lana, inumidirli, disporli paralleli e batterli fino all’infeltrimento, producente un tessuto omogeneo compatto e unitario. Nonostante la lunga lavorazione il materiale ottenuto era ancora troppo pesante e inadatto al clima.

Successivamente l’uomo primitivo inizia ad avvalersi delle prime forme di tessitura, che permisero di produrre i primi tessuti, piccole pezze di stoffa ottenute mediante rudimentali strutture in legno, per poi inventare i primi telai adatti a produzioni più numerose. Il telaio primitivo era un macchinario piuttosto pesante per essere trasportato da popolazioni nomadi, quindi essendo vincolato dalle dimensioni e dal peso, era utilizzato solo dalle civiltà più sedentarie.

La lana fu la prima materia, di origine biologica, ad essere tessuta con telaio, ma ben presto furono scoperti anche il lino, la canapa e il cotone, tutti materiali di origine vegetale dalle fibre più leggere, durevoli e duttili da lavorare.

La tessitura nell’antichità investe un ruolo lavorativo a carattere familiare divenendo un occupazione di ampio prestigio, persino elogiato nelle grandi civiltà nascenti della storia antica. Infatti dalle prime testimonianze tramandate dei grandi imperi dell’antichità si deduce che il tessitore, e quindi in generale la tessitura, riscontrasse un grandissimo valore come simbolo di status.

In questo frangente storico del costume emergono due tipologie di vestiario ben distinte a seconda della zona di appartenenza, Nord o Sud, in definizione di un clima differentemente esigente.

Con il perdurare dei secoli tra continue migrazioni, conquiste, rapporti commerciali e scambi furono abbattute le enormi barriere del vestiario tra i diversi popoli esistenti, ma all’inizio della nostra storia, nella prima età del bronzo, le grandi civiltà del passato vivevano in un costante isolamento volontario, talmente evidente che neppure le vie del commercio riuscirono ad influenzarne il cosmopolitismo positivamente, limitando l’approfondimento culturale degli usi e costumi tipici del periodo.

a cura di Marius Creati