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Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati… tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali

Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati... tra musicalità e simbolismo nelle opere rinascimentali
Riccardo Magnani, noto scrittore italiano da molti anni ricercatore appassionato dell’opera di Leonardo Da Vinci, si é lasciato coinvolgere dallo studio dei dipinti del grande maestro rinascimentale e degli altri maestri artefici del periodo rinascimentale al fine di trovare una rispondenza autorevole tra l’arte, la musica, la musicalità dell’arte e il simbolismo esoterico delle opere del coevo periodo storico, a tal punto da condividere una serie di aspetti finora ritenuti misteriosi che indubbiamente continuano ad illuminare il percorso della storia verso nuovi bagliori della conoscenza. Una realtà innovativa per la ricerca dell’opera antica attraverso cui esporre nuovi concetti che vanno ad arricchire incontrovertibilmente il panorama culturale del nostro passato.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Quali sono i paesaggi che Leonardo Da Vinci e gli altri pittori del periodo cercano di rappresentare nelle loro opere durante il Rinascimento? Sono paesaggi piuttosto convenzionali o in loro sussiste un ideale che influenza le loro scelte?

R.M.: In prevalenza, il paesaggio su cui si focalizza l’attenzione dei più, a partire da Leonardo da Vinci stesso, è una montagna, il San Martino, caratterizzato dalla particolarità di presentare un buco centrale inconfondibile, oltre naturalmente al profilo caratteristico.
Mi chiedi se son paesaggi convenzionali o richiamano un ideale; in realtà né uno né l’altro aspetto. 
E’ come se vi fosse una sorta di autotassazione da parte dai pittori rinascimentali nel porre al centro dei paesaggi ritratti alcuni paesaggi ben determinati, ovvero le montagne attorno alla mia città, Lecco.
Un gesto che va ben oltre il mero manierismo, e che identifica invece la necessità di identificare un luogo ben preciso in cui una musica particolare è stata lasciata in deposito, quasi a dare delle direttive geografiche per raggiungerla.

M.C.: Perché nei vari dipinti rinascimentali viene spesso associato un carattere simbolico all’immagine dipinta? Cosa cercavano di dimostrare gli artisti del passato mediante alcune icone rappresentative?

R.M.: Non sveliamo nulla dicendo che la necessità di disseminare l’arte rinascimentale di simboli nascosti nasce dall’esigenza di trasmettere un sapere esoterico oltre le maglie strette del regime inquisitorio, nato a cavallo tra medioevo e rinascimento.
Sfruttando l’uso di un’iconologia di stampo cattolico, rigorosa dei canoni biblici di riferimento, si celavano nelle opere messaggi più o meno segreti e codificati in maniera tale che, all’osservatore attento e interessato, potessero giungere i messaggi che nell’opera si intendevano celare.
A volte si trattava solo di esprimere un’appartenenza ideologia o religiosa da parte del pittore e/o del suo committente, altre volte invece, come nelle opere leonardesche, si trattava di mettere in circolazione un vero e proprio canone sapienziale.
L’esempio più banale che posso citare in questa sede, è l’uso della mano espressiva dello Hieros Gamos, ovvero l’unione di due sigizie o divinità, più in generale espressione del rebis alchemico, ovvero la congiunzione della parte maschile con quella femminile, cioè la riunificazione tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, ombra e luce e così via. Utilizzato dagli allievi di Pitagora per riconoscersi tra loro, lo Hieros Gamos è espresso nella pittura rinascimentale dalla mano aperta in cui il dito medio e il dito anulare, il terzo e il quarto, il padre e la madre, sono uniti.
Potete osservare qualunque dipinto, e noterete come questo particolare da subito caratterizzi l’opera per contenuti esoterici o meno a seconda che la mano esprima o meno lo Hieros Gamos. A titolo esemplificativo posso citare la Vergine allo specchio di Tiziano, o la bellissima scultura del Bernini rappresentativa del Ratto di Proserpina, o tutta la produzione del Bronzino, pittore di corte Medicea; naturalmente il primo a imporre questa simbologia fu Leonardo, quando ancora era presso bottega dal Verrocchio.
In quel gesto, così semplice e apparentemente insignificante, è raccontato un vero e proprio mondo filosofico, ma anche matematico se vogliamo: lo Hieros Gamos, infatti, è espressione del teorema di Pitagora, in cui il figlio (cinque) è determinato dalla congiunzione sommatoria tra padre (tre) e madre (quattro); nel teorema omonimo, la funzione è espressa in potenza quadrata.
Naturalmente l’unione non è carnale, ma come detto alchemica: la sublimazione della nuova vita è dettata dalla sommatoria unificata tra parte animica e materica, intuitiva e razionale, maschile e femminile, etc etc.

M.C.: Come mai soltanto adesso si riesce a carpire il vero significato simbolico tralasciato dagli autori? Tale conoscenza brancolava nel buio oppure vagava nell’illusione offuscata dall’oblio?

R.M.: Purtroppo, come spesso accade, il linguaggio nato per soddisfare la necessità di svelare una realtà esoterica, diventava a sua volta un linguaggio dogmatico; questa è stata la sorte delle scritture bibliche, trasposizione di miti religiosi più antichi di carattere pagano, ma questo è ormai arcinoto.
La simbologia utilizzata per comunicare oltre le maglie delle restrizioni dei censori dogmatici nel rinascimento ha così assunto a sua volta il carattere di ciò che intendeva combattere e aggirare, ovvero un terzo significato a sua volta vincolante.
L’espressione di ciò l’abbiamo raggiunta col ruolo di Maria di Magdala, la Maddalena, assurta alle cronache moderne con l’artifizio letterario di Dan Brown proprio cavalcando la simbologia contenuta nelle opere leonardesche; in realtà essa è espressiva di una ghiandola del nostro corpo, l’amigdala, sentinella di un’altra ghiandola molto importante, la pineale (che gli antichi egizi hanno sintetizzato con l’Occhio di Horus) Ma come detto, nell’immaginario collettivo ha assunto un carattere dogmatico pur nascendo da una simbologia di ispirazione esoterica.
Quindi, per rispondere alla domanda, credo di poter dire che l’evoluzione temporale dal tratto simbolico alla sua decodificazione sia un riflesso fisiologico dell’inerzia con cui un dogma tiene vincolate a sé le menti delle persone.
Il maggior nemico della conoscenza sono spesso le sovrastrutture dogmatiche e accademiche di riferimento, e non è un caso che le maggiori scoperte che hanno dato nuovo impulso alla scienza e alla conoscenza siano nate da intuizioni o da personaggi normalmente non affini al mondo accademico.
A questo si aggiunga la non ininfluente circostanza che l’uomo è portato a credere e illudersi nella vana speranza di un facile beneficio ultraterreno, creato ad arte dai propositori della fede per compensare un disagio terreno nelle menti di coloro che vi si affidano.

M.C.: Quanto la musica affascinava l’opera degli artisti rinascimentali? Che tipo di valore si attribuiva al discorso pittorico musicale?

R.M.: Per dare una risposta corretta a questa domanda bisogna chiarire cosa si intenda per musica, innanzitutto.
Al giorno d’oggi, in cui la conoscenza è inquadrata secondo paternità e genealogie fittizie, siamo soliti far risalire l’uso delle annotazioni musicali a Pitagora, anche se gli elementi di osservazione oggettivi ci riportano a conoscenze musicali ben più anteriori, risalenti a migliaia di anni prima.
Mi è però utile richiamare Pitagora per inquadrare il concetto di musica; egli affermava che “la geometria è musica solidificata”, esprimendo così la sintesi perfetta di cosa si debba intendere per musica allorquando si voglia comprendere il messaggio musicale inserito nell’arte rinascimentale.
La musica è di fatto quel sistema armonico vibrazionale appartenente alla nostra galassia che determina una legge assoluta di dipendenza imponendo a tutto ciò che la compone una sorta di vincolo di risonanza vibrazionale.
Ciò che la natura crea, è soggetto a questa regola naturalmente; ciò che è creato dall’uomo, invece, o da esso mediato, non sempre segue questa naturalezza.
Da sempre, la musica intesa in questo modo è legata al cosiddetto “regno dei cieli”, e quindi nella rappresentazione che ne veniva fatta da parte degli artisti rinascimentali.
Questa “musica” ha regole matematico-geometriche rigorosissime che trovano nella forma di un Nautilus o di una pigna la propria espressione massima: elicoidale logaritmica e numerologia, in rapporti matematici rigorosi e imprescindibili: sezione aurea e sequenza di Fibonacci ne sono la sintesi sintattica.
A queste regole “auree”, desunte dallo studio dei classici greci e portate a Firenze in occasione del Concilio che Cosimo de Medici volle fortissimamente nel tentativo di riunire la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, si sono ispirati tutti i pittori rinascimentali, nel tentativo di esprimere questa regola aurea naturale imprescindibile per il raggiungimento del cosiddetto regno dei cieli.
Anche in questo caso, troviamo in un passo di Cicerone tratto dal De Repubblica un passo importante per comprendere:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”

M.C.: Come si dovrebbe intendere l’universo musicale delle opere leonardesche? E’ possibile classificare i suoi paesaggi secondo un compendio puramente storico oppure in essi si nasconde un fondamento più misterioso?

R.M.: L’utilizzo dei paesaggi da parte di Leonardo da Vinci segue un rigoroso compendio storico-impressionistico asservito alla necessità di comunicare “verità” filosofiche. Le faccio un esempio immediato: la grotta naturale in cui egli inscrive la scena della Vergine delle Rocce è una grotta realmente esistente, poco sopra la città di Lecco; si tratta presumibilmente di una delle miniere dei Pian dei Resinelli, utilizzata in quest’opera per esprimere un concetto caro a Platone e Dante, ovvero quel mito della Caverna di Platone che per Dante diviene Selva Oscura.
Lo stesso sfondo della Gioconda, espressivo della città di Lecco, viene frazionato in due parti: l’una, posta a sinistra, che identifica il Nord magnetico, e l’altra, posta a destra, che identifica il Sud magnetico. Solo riposizionando il paesaggio di destra sotto quello di sinistra si ottiene la naturalità del paesaggio lecchese, ma a ben pensare questo atto ripete idealmente il concetto di Rebis alchemico, la riunione degli opposti, la parte femminile e quella maschile, istinto e ragione, che in ultima analisi è il tema portante del quadro.
La Mona Lisa altri non è se non la parte femminile di Leonardo riunita alla sua parte maschile; non c’entrano nulla Lisa di Gherardini, Bianca Maria Sforza e tutti gli altri improbabili accostamenti che si sono fatti fino ad oggi dagli studiosi, lacunosi di questo messaggio sotteso all’opera.
Lo stesso messaggio è riproposto in analoga maniera da Raffaello, il quale ci consegna la sua propria Gioconda nella rappresentazione di San Sebastiano; allo stesso modo di Leonardo, Raffaello si ritrae nei panni femminili, a richiamare una androginia sottesa e un rimando musicale nemmeno troppo velato, contenuto nella veste, in cui appare un chiaro frammento di tastiera, sul quale vi consiglio di porre la mano della Vergine delle Rocce (visto che ne abbiamo parlato poc’anzi): apparirà chiaro un accordo vincolante, ripreso poi da innumerevoli artisti rinascimentali e successivi.

M.C.: La simbologia leonardesca assume soltanto un semplice connotato artistico oppure trafigge la realtà con la parvenza di un pensiero più profondo? In tal contesto in essa è possibile menzionare un ‘segreto’ mai rivelato?

R.M.: Appare chiaro ed evidente, già da queste poche annotazioni, come la simbologia leonardesca trascenda la mera rappresentazione della realtà; questo modus operandi nasce dall’esigenza di superare un vincolo di censura imposto dal dogma, ovvero la verità imposta, calata dall’alto, insindacabile.
Sicuramente l’intenzione è rivelare qualcosa di esoterico, ovvero esterno al dogma, e già per questo motivo potenzialmente più attinente al vero. Il titolo dato alla mia prima opera, mutuato da Platone, era inteso a esprimere proprio questo concetto: “la fede è una menzogna più grande dell’opinione”, laddove una opinione, seppur mendace, aveva nei suoi presupposti una potenziale oggettività che la fede nel dogma, per costituzione, non ha.
La cosa divertente, però, è che questo “segreto mai rivelato” celato nelle opere leonardesche è quanto di più attinente alla legge naturale possa esistere.
Interpretando l’opera leonardesca, o più in generale l’arte tutta, spesso si incorre nell’errore (non so quanto involontario) di attribuire alle intenzioni dell’autore una simbologia comunicativa errata, e per questo se ne mistifica il contenuto, come è stato il caso del Codice da Vinci di Dan Brown o come le ho mostrato poc’anzi parlando della Mona Lisa.

M.C.: Musica delle sfere celesti raccolta in un volo di uccelli? Come è possibile che una partitura musicale straordinaria possa aver scaturito una strabiliante attenzione da parte dei nomi più eccelsi della musica del periodo rinascimentale e barocco?

codice-volo-uccelli-leonardo-da-vinciR.M.: Mi risulta difficile parlare di queste opere senza l’ausilio delle immagini, quindi le chiedo in questo caso di specie di poter fare una eccezione, proponendo in visione il volo da lei richiamato.
Ora mi sarà semplice rispondere alla sua domanda, riproponendo un passo già offerto, e chiedendovi di leggerlo osservando il volo degli uccelli di Leonardo:
“Tu odi quest’armonia che è formata da ineguali intervalli calcolati secondo proporzioni perfette, e riprodotti dai movimenti delle sfere. I suoni bassi si uniscono a quelli acuti in accordi sempre mutevoli, perché queste colossali rivoluzioni planetarie non saprebbero compiersi nel silenzio, e la natura esige che suoni chiari echeggino ad un estremo e suoni cupi rispondano dall’altro. Così il mondo degli astri che ha moto più rapido rotea con un precipitoso trillo argentino, mentre il corso lunare che gli sottosta emette un suono lento e cavernoso. Così le sfere producono sette toni distinti, e il numero settenario e il nucleo di tutto quello che esiste. E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime, nella stessa maniera con cui altri si sono innalzati col genio alla conoscenza delle cose divine.”
Questo dipinto, al pari dell’Ultima Cena in Santa Maria delle Grazie a Milano, contiene la colonna sonora portante della nostra galassia, con la quale entrando in risonanza si “accede al regno sublime dei cieli”.
Risulta dunque semplice comprendere come questa partitura divenga tassativa e vincolante per chiunque nel Rinascimento e nel Barocco avesse voluto fare Musica, inteso come quel compendio armonico-geometrico di rapporti musicali atto a riprodurre quello che per Dante era “Amor che move il Sole e le altre stelle”, e che per Verdi, ne la Traviata, era più esplicitamente “palpito dell’Universo”.
La cosa divertente, nel modo in cui i musicisti rinascimentali e barocchi si rifanno a questa musica, è il modo in cui Giovanni da Palestrina, capostipite della musica romana del XVI° secolo anticipatore del movimento bachiano, si fa ritrarre su una carrozza dal cui finestrino appare inequivocabilmente lo sfondo sinistro della Gioconda, lo stesso sfondo che Leonardo utilizzerà anche per la messa in scena dell’Orfeo di Poliziano.

M.C.: Nei dipinti di Leonardo Da Vinci in che modo uccelli e mani formano una geometria in termini di musica codificata?

R.M.: Ognuno di noi, esercitando inconsapevolmente un’arte vera e propria, udendo una musica soave è portato a chiudere gli occhi e a muovere la mano per replicarne l’armonia: questa azione si chiama Chironomia, dal nome dei Maestri Chironomi che già 2.000 anni prima di Cristo venivano rappresentati sulle pareti dei templi egizi nell’atto di impartire annotazioni musicali a gruppi eterogenei di musicisti dinanzi a loro.
Oltre ad essere l’evidenza oggettiva di quanto dicevo prima, ovvero che non sia stato Pitagora il capostipite della spaziatura musicale, questo particolare modo di indicare le note rappresenta, come dicevo, una vera e propria scienza, insegnata anche nei conservatori di tutto il mondo, espressa in un numero cospicuo di trattati nel XV° secolo, scemando man mano che l’annotazione su pentagramma della musica prendeva corpo.
Allo stesso modo, nella partitura di Leonardo da Vinci, le diverse tipologie di uccelli (sette, tengo a precisare) e la loro grandezza esprimono la misura di ogni singola annotazione. 
L’azione è ripresa da quasi tutti i pittori rinascimentali, italiani e non, anche se in maniera meno puntuale, ma non per questo sostanziale; Ghirlandaio lo fa sia nella Cappella Sistina in Vaticano e sia a Palazzo Tornabuoni a Firenze, con gruppi di uccelli che volano da sinistra verso destra e viceversa, e un paio si accoppiano in volo.
Lo stesso fanno, tra gli altri, Volgemutt, maestro di Albrecht Durer, Cranach, a cui Lutero affidò il compito di ritrarlo e Tintoretto, la cui particolarità nel suo dipinto della Creazione del Paradiso è di mettere proprio sette diversi uccelli accoppiati, in un rimando alla funzione di elevazione catartica che questa musica contribuisce a sviluppare. 
Qui dovrei dilungarmi a dismisura, parlando dell’Ultima Cena, ma magari avremo altre occasioni per farlo in seguito.

M.C.: Che tipo di legame sussiste tra l’opera rinascimentale e l’esoterismo? Quanto l’opera degli artisti rinascimentali può condurre alle ricerche esoteriche? Quanto lo sforzo della ricerca esoterica influenzò la rappresentazione artistica del XVI secolo?

R.M.: Come detto prima, l’arte rinascimentale è stato un importantissimo mezzo di trasmissione del sapere esoterico per scampare alle maglie severe e restrittive della censura inquisitoria. L’uso di immagini a sfondo sacro permetteva agli artisti di trasmettere messaggi sottesi volti  all’indirizzo di occhi amici, nell’intento di una vera e propria propaganda politica in cui la conoscenza era un mezzo importantissimo.
Purtroppo non sempre la trasmissione della conoscenza ha prodotto conoscenza, in quanto spesso l’uso elitario della stessa ha prodotto letture errate volutamente speculative (ho già accennato al caso Codice da Vinci).
Come si dice, di necessità virtù: sicuramente lo sviluppo dell’arte è stato corroborato dalla necessità di comunicare contenuti di carattere esoterico nell’alveo della rappresentazione sacra, o mitologica.

M.C.: Per quale motivo molti simboli antichi sembrano voler tornare alla luce nelle opere di questo preciso periodo storico? Esiste una chiave di lettura particolare in questo richiamo emblematico votato alla segretezza?

R.M.: C’è una bellissima poesia dell’amico Piero Vannucci che amo ricordare in questi casi:

“La lingua
dicevo
è metà dell’uomo
e l’altra metà
sono quasi tutte bugie.
Il ricordo
(forse)
può essere il fondamento della verità”

Il fatto che una certa simbologia abiti in maniera ricorrente le rappresentazioni artistiche di più periodi storici consiglio di leggerlo nell’intento disperato dell’uomo di “ricordare per non disperdere” i fondamenti delle regole naturali da cui non possiamo prescindere.
L’unico segreto nell’approcciare queste simbologie che mi sento di rivelare è quello di conservare “occhi da bambino”, l’immediatezza dell’osservazione, senza lasciare che la mente con tutte le proprie sovrastrutture prenda il sopravvento.
Come diceva Leonardo da Vinci:
“..porto con me null’altro che uno zero / la mia purezza, la mia innocenza e la mia fiducia / perchè solo dei quattro elementi e di questo ho bisogno per fare un salto nell’ignoto. E quanto piccolo apparirò in cielo a chi non sà volare…”

“Ciclo Corsini”, estratto di poesie di Marius Creati, MondoRaro & La Promenade

March 19, 2013 Leave a comment

Copertina Ciclo Corsini Marius Creati fronte1-w600-h600

– Nel 2013, in seguito alla morte di mio padre, inizia a scrutare all’indietro nel tempo per fare un bilancio della sua vita, ricordando drammi e gioie della giovinezza cresciuto in seno a una famiglia complessa, e scopre nuovamente quella parte sopita in me vissuta negli anni della poesia, affidata sapientemente alle pagine di un quaderno logorato dal decorso delle stagioni e dimenticato a lungo in un cassetto polveroso di una camera rimasta chiusa a lungo. Costretto ad una vita solitaria per scelta, ma amalgamata tra intrepidi fasti mondani, intrighi amorosi, isolamento intenzionale e conflitti familiari riscopre un’identità sopita, mai abbandonata del tutto, ma semplicemente accantonata per un lungo periodo di tempo. Il Ciclo Corsini rappresenta un tratto particolare di questo percorso vissuto in età giovanile attraverso il manifestarsi di una vena poetica accattivante e allo stesso tempo struggente, nonostante lo stile possa definirsi scostato da ciò che potrebbe definirsi convenzionale con la realtà di oggigiorno.

– Marius Creati, operatore di moda e costume, non che appassionato di letteratura e arte, è da sempre molto vicino al mondo silenzioso e sensibile della poesia.

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Disponibile su Lulu –

“Padre mio” di Marius Creati

November 23, 2012 Leave a comment

Padre mio

Uno sguardo assolto nella rugiada di un mattino smunto dalla nebula notte,
due sguardi dispersi nel vuoto, vacui come la gelida morte
tre sguardi lungimiranti, vagamente perplessi
all’orizzonte s’incontrano
e poi null’altro…
fiele di ragionevolezza… mentre in quella confusa mente
i tuoi occhi assenti divampano un grido disperato;
mente il destino spavaldo senza pudore alcuno, ti guardo e vorrei viverli meco,
come potrei viverli senza!
e ogni giorno che passa dovrei salutarli senza tormenti
e ogni giorno in più annusare il trapasso di un veto tormentato
senza dir nulla, al cospetto di una trasferta maledetta.
Non potrei viverli solo per un istante!
ti vedo in un batter d’occhio,
ti sento in un fervido sorriso estenuato,
ti parlo mentre confondi suoni, sillabe e consonanti
in un dissonare perpetuo limpido come omelia messale,
crocevia di un discorso intrecciato
crocicchio di note ottuse, ma diafane al mio cospetto.
Padre mio non serve dir nulla…
ciò che è detto è scritto in un sacro legame indissolubile.
flagello… flagello… flagello del mio corpo straziato
vidi una nuvola nel cielo cospargere a tratti barlumi di memoria
anfratti argillosi che ritti infrangevano contro le vestigia di eterni cruori,
tristi bagagli di una vita sprecata nell’incoerenza
di tristi rimorsi spezzati dalla misericordia
e ora che si defilano le ore, zitte e meticolose e taciturne
come sanno raccontar facelle indisturbate
tra disturbi irti nella mestizia.
Uno sguardo assolto nella rugiada,
Padre mio… tu sei la mia via per il paradiso
prego affinché tu sia vivo per altri mille anni or sono…
ho amato il tuo nome nonostante l’avessi negato all’eternità
ho vissuto in te nell’intimo del mio respiro, fino all’ultimo respiro del mio afflato;
le visioni sono attimi di eterna virtù
mentre un solco gitano, profondo quanto un miglio di saggezza,
s’intona con la terra gelida e trae la scia del pianto,
in quel lamento germano che accomuna le anime afflitte
in quel gemito stomachevole, guaito soffocante che corrode l’animo
Padre mio… quel mugolio diventa ispirazione
satrapo del fato costrutto, negus di una sorte avversa
mentre nella caligine più polverosa traggo la mia possanza
mentre nella polvere più tormentosa sollevo la vaga speranza
di averti meco per sempre, nell’inverosimile diligenza del miracolo compiuto
tra mille struggimenti, mille afflizioni e mille assilli
poiché dispongo del mio calvario, via crucis intima con Iddio
umiliato al cospetto divino e proclive all’immolazione profetica.
Imperituro e prezioso e unico padre, perché Padre mio…
e non potrò mai avere un altro, perché Padre mio…
e non potrò mai avere un altro.

                                                                                                          19 Settembre 2012
Antonio Gabriele Creati – RIP 16 Novembre 2012

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“Il corteo di Dioniso”, recensione di Marius Creati

October 11, 2012 Leave a comment

La letteratura e la poesia hanno il potere di farci viaggiare nel tempo? Vincenzo Consolo sembra voler interpretare pienamente il quesito, permettendo che l’impronta della memoria conduca verso lidi fantastici sconfinati, accattivati dalla forza d’animo dell’interlocutore, mentre un’io narrante traccia i contorni di un racconto sublime che rasenta un pensiero favolistico vacillante. Un libretto di poche pagine che fa sognare, un passe-partout narrativo da condividere con la propria intimità, un inequivocabile strumento di lettura. Leggendo tra le righe delle due novelle, si assimila un trasporto emotivo crescente che si adagia dolcemente verso i bagliori di una civiltà remota sopita nel riverbero dei libri di storia, ma vigile in maniera inverosimile nella memoria degli uomini, un trasporto emotivo che spinge alla lettura, verso un ritorno a ritroso nel passato dove l’incontro di menadi, satiri e baccanti, non che di baroni, giureconsulti, poeti e soldati normanni trapassa la barriera dello spazio temporale per imbattersi nell’arcipelago dei ricordi celati dal protagonista… e come i fantasmi della mente fluttuano lungo i tratti della narrazione divenendo icone silenziose di due storie dissimili, ma congiunte dal comune denominatore della rimembranza, ricollegate nell’insieme di un corteo simbolico, le trame confluiscono nella realtà dando origine ad una sequenza narrativa incantevole attraverso cui la voce narrante svela le parti più naturali di se, quella del sogno, del desiderio e della letizia, vissute con estrema naturalezza dai personaggi. ‘E la conclusione, si sa, era là,… nella Natività estatica’, dove il prodigio è oblio, sonno, sogno, ogni anno, nei primi giorni, nell’inizio…

Marius Creati

Intervista di Marius Creati a Salvatore Scalisi

January 26, 2012 Leave a comment

Salvatore Scalisi é un giovane scrittore siciliano dedito alla scrittura contemporanea caratterizzata da scenografie reali ricche di azione e intrise di aspetti fantastici curati con vibrante attenzione psicologica, attraverso cui condivide attimi di apprensione, ansiosa incertezza e amabile curiosità racchiusi nell’ombra di un lavoro scrupoloso nel quale egli pone tutta la sua creatività narrativa. Appassionato di letteratura noir, dai suoi romanzi evince il desiderio di raccontare storie inquietanti, spesso velate da una realtà pretenziosa, disegnando figure espressive peculiari inserite in un contesto carico di colpi di scena.

Da menzionare il suo ultimo romanzo “Linea 429”, una storia narrata alle spalle di un adattamento catastrofico, quello di un grave nubifragio che attanaglia l’intera comunità cittadina, nel quale l’autore traspone l’identità ciclica e stramaledettamente ordinaria di un normale autobus di linea in un contesto sfalsato, completamente rinnovato, vissuto sino all’inverosimile dai personaggi imbattuti nella vicenda.

Intervista di Marius Creati

M.C.: Come nasce l’idea del tuo nuovo libro?•

S.S.: L’idea è nata dal fatto che in città mi sposto spesso in Autobus; e Catania, la mia città, meravigliosa da vedere un po’ meno sotto l’aspetto della vivibilità, mi ha dato lo spunto per una storia che vuole evidenziare lo stato retrogrado di certe realtà ai limiti della civiltà. Certo, è vero, nel racconto ho inserito un eccezionale evento atmosferico che ne ha ampliato le “note dolenti”, ma questo non aggrava più di tanto quelle che sono le responsabilità di chi ci governa.

M.C.: Come descriveresti il tuo rapporto con la scrittura? In che modo ne percepisci la magica traspirazione tradotta poi in termini narrativi?

S.S.: Diciamo che per me la scrittura è il veicolo per allontanarmi dalla vita reale attraverso storie che poi non si discostano troppo dalla realtà; da essa ne traggo gli aspetti peculiari su cui puntare la mia analisi critica. Con un pizzico di trasgressione letteraria.

M.C.: Cosa desideri esprimere e quali emozioni suscitano in te i personaggi rappresentati nei tuoi romanzi?

S.S.: Curiosità. Credo che sia il termine giusto. Poi, naturalmente, dipende dalla storia, dai personaggi; in ogni caso la curiosità nell’insieme del racconto deve sempre rimanere per me e il lettore, un punto fermo.

M.C.: C’é sempre un personaggio preferito nei tuoi racconti? In tal caso trasponi sempre un po’ di te stesso nel plasmarne le caratteristiche?

S.S.: Beh, provare simpatia per i “buoni” o i personaggi principali, è la risposta più scontata. In “Linea 429, trattandosi di un racconto corale, posso dire che è proprio l’autobus, insieme al piccolo Cristian, ad attirare maggiormente la mia attenzione. È quasi inevitabile che un autore trasmetta parte del suo modo di essere in un personaggio; può anche succedere di volersi identificare in un eroe positivo; per esempio, mi sarebbe piaciuto essere un tipo come il detective John Parker. In verità, quando scrivo le sue avventure, in qualche modo mi sento invincibile come il protagonista

M.C.: La suspense riscontrata all’interno del nuovo romanzo é sintomo di una percezione vivibile nell’intero percorso narrativo?

S.S.: Più di suspense parlerei di storie che durante il percorso del racconto si evolvono, a volte apparentemente tranquillo, fino all’imprevedibile epilogo. Ciò caratterizza la mia scrittura; anche se mi cimentassi con una commedia, credo che la sostanza non cambierebbe.

M.C.: Esiste un metodo programmato per riuscire ad infondere determinati stati d’animo nel lettore o diviene a volte incognito giocoforza della fantasia?

S.S.: No, almeno per quanto mi riguarda; non potrebbe essere diversamente. Nella scrittura trasmetto quelle che sono le mie sensazioni ed emozioni, ma non è detto che questo determini il coinvolgimento del lettore; riuscirci è una grande soddisfazione. Comunque, è anche vero che non scrivo mai per me stesso, bensì per il pubblico; lo so che vado contro corrente, ma è così. Spiegarne il motivo non è semplice.

M.C.: Esiste un genere narrativo particolare nel quale trovi maggiore attinenza rispetto ad altri?

S.S.: Sicuramente il thriller – noir. Non è escluso che in futuro non possa intraprendere altri generi; diciamo, meno angoscianti.

M.C.: Qual è il tuo maggiore interesse quando realizzi un lavoro narrativo? Qual é l’elemento scatenante che ti spinge verso la sua realizzazione?

S.S.: Raccontare una storia che susciti interesse, curiosità. Di solito mi concedo un periodo di pausa molto ristretto fra un racconto e l’atro, quindi, capita spesso di iniziare uno scritto con pochissimi elementi a disposizione. La prima cosa che faccio è cercare di togliermi dalla mente e alla svelta il precedente racconto e di conseguenza iniziare a buttare giù le basi per la nuova storia. È una fatica. Non so, fin quando resisterò. Prometto sempre di prendermi un bel periodo di riposo…

M.C.: Pensi che uno scrittore deve reinterpretarsi costantemente?

S.S.: Se è possibile, direi proprio di sì. Ma non è necessario; ci sono artisti, non so, per fare un esempio: cantanti, registi, pittori etc, che proseguono imperterriti senza modificare di una virgola il proprio stile, continuando a riscuotere consensi positivi. Ma c’è chi riesce a cambiare pelle per non rimanere prigioniero del proprio cliché, ricevendo l’ammirazione del pubblico. Io prediligo quest’ultima soluzione; è utile per rigenerarsi.

M.C.: Pensi che l’ultimo romanzo redatto sia per lo scrittore una lodevole meta ambita oppure un punto di partenza per l’approfondimento di un nuovo racconto

S.S.: Nulla di tutto questo. Alla fine di un romanzo sono sempre convinto di aver dato il massimo delle mie possibilità per renderlo efficace sotto ogni aspetto. Tutto finisce lì. È naturale che se andassi a rileggerlo dopo qualche anno, o addirittura dopo pochi mesi, mi verrebbe voglia di cambiare qualcosa; ma ripeto, è del tutto naturale. E poi, non è detto che i cambiamenti lo migliorino. La scrittura rispecchia lo stato d’animo del momento, perciò è giusto avere rispetto per il proprio lavoro. “Linea 429” è l’ultima pubblicazione, ma non l’ultimo romanzo che ho scritto; ne sono seguiti altri due, fra questi il secondo episodio con Parker protagonista. Bene, sono convinto che a livello lessicale e strutturale ci siano delle differenze, anche impercettibili, fra questi due scritti e “Linea 429”; ma ciò non significa che l’uno sia migliore degli altri o viceversa. Quello che sento dentro di me quando inizio a scrivere un nuovo romanzo, è la consapevolezza di aver fatto un passo avanti verso l’affermazione come autore.

M.C.: Credi che la narrativa sia ancora in grado di meravigliare rispetto alle opere letterarie del passato?

S.S.: Guai se non fosse così; come si suol dire, potremmo chiudere bottega. Le opere letterarie del passato sono un punto di riferimento da custodire gelosamente, ma è un errore quando si vuole a tutti i costi paragonarle alla letteratura contemporanea; è come mettere a confronto un film di cinquanta anni fa con uno di recente produzione. Improponibile. Eppure, probabilmente, sarebbero entrambi degli ottimi film, ognuno con le proprie caratteristiche. Quindi, rispondendo alla tua domanda, ti dico che la narrativa di oggi è sicuramente in grado di meravigliare come in passato. Forse, l’unica differenza è che ai giorni nostri chiunque ha la pretesa di saper scrivere narrativa. Ma sappiamo benissimo che non è così. È vero, c’è un super affollamento di autori, recensori, direttori editoriali, molti dei quali si trovano all’interno del sistema solo per grazia ricevuta. Una volta sfogliavi un libro senza aver letto chi fosse l’autore, ma immediatamente dalle prime pagine ti rendevi conto chi l’avesse scritto. Oggi è difficile farlo perché c’è un appiattimento di argomentazioni e stili per certi versi preoccupante. Stai tranquillo! Esiste sempre la narrativa valida capace di creare forti emozioni, né più né meno dei classici del passato.


Aforisma di Marius Creati

“Non si perdona all’amore ciò che si perdona alla morte”. (1988)

Solofra Storica – il fascino estemporaneo del lusso tra il casual e lo chic – Marius Creati

il fascino estemporaneo del lusso tra il casual e lo chic

Il tema di presentazione consiste nel aver individuato un contatto tangibile con la storia attraverso la sintesi della storiografia solofrana, rivalutata secondo una concezione moderna della moda e identificata in un contesto bizzarro e irremovibile. “Solofra Storica”, vuole rappresentare un giusto equilibrio tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, poiché ogni traguardo futuribile lascia un segno irreversibile nel tempo che non trova alcun fondamento senza la considerazione del costume.

L’idea, da cui nasce l’elaborato, è semplice e articolata allo stesso tempo: il bisogno irrefrenabile di esprimersi attraverso l’intima e libera manifestazione delle idee. La mia personale esperienza professionale nel campo della moda, nutrita da una profonda passione intrinseca, ha contribuito a far sorgere il desiderio di riscontro, quale occasione di una rilevante forma d’espressione non competitiva, ma bensì di scambio interculturale.

Durante la breve fase di ricerca iniziale ho intuito l’importanza di identificare la realtà di un intero conglomerato sociale con l’immagine della sua identità. Effettuando ricerche sulle origini della città di Solofra, appunto http://www.solofrastorica.it, ho avvertito l’interesse per una dimensione storico culturale, per la quale si professa portavoce silenziosa, e ne ho almanaccato un racconto da poter rappresentare su di una ipotetica passerella percepita nella mente. Quindi ho fantasticato sulla padronanza della duchessa Beatrice Ferrella Orsini e sulla maestosa presenza della principessa Dorotea Orsini e di come avrebbero arzigogolato le loro giornate in tempi moderni, sulle pitture di Francesco Guarini e sui temi rappresentati nei suoi dipinti, anche per esempio sdrammatizzando l’iconografia sacra di S.Agata o di Santa Cecilia attraverso una rappresentazione mediatica a sfondo ludico di una stampa visage su T-shirt decorata con profilature di ruches monocromo in pelle.

 Le basi e i princìpi essenziali che danno fondamento e considerazione al tema rappresentato sono i seguenti:

– concepire ed esprimere il concetto di moda e costume come forma d’arte, concettualità di design e espressione artigianale che influisca e venga contaminata dall’iterazione dei processi stagionali del mercato della moda;

– garantire spazio evolutivo e collaborazione di idee e di imprenditoria al fine di oggettivare la metamorfosi di un sistema aziendale;

– proporre eventi che, grazie all’iterazione di vari processi espressivi, conferiscano un’immagine basilare adeguata per allestimenti esponitivi e installazioni divulgative in showroom.

 Il mio impegno in questa fase iniziale di progettazione è stato quello di:

– proporre la realizzazione di una collezione divulgativa partendo da un total look prettamente casual street  per poi giungere alla visualizzazione di un’icona prettamente couture;

– ideare un tema pertinente con un significato ideologico;

– costruire un’immagine sul medesimo;

– sviluppare il contenuto per attribuirne un’iconografia artistico commerciale;

– identificare l’impronta di stile desiderata.

Non sono riportati tessuti e definizione dei dettagli…

a cura di Marius Creati

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“Sentori all’alba” di Marius Creati

– Sentori all’alba –

Sovviene la quiete…

Il mondo decorre il suo giro sino al mattino,

aprendo gli occhi alla nuova luce.

I rumori del mattino, i primi albori.

I primi riflessi, i primi sentori.

I primi malesseri quotidiani.

Poi l’evidenza.

Il silenzio funereo, sacrificale, pretombale

di chi parla a lungo

e di chi ascolta incessantemente i muri di fondo.

Le candele consunte,

bruciate dalla fiamma che le aveva esalate.

Lo stridulare dei gabbiani, impavidi

che dal mare raggiungono le cime delle torri metafisiche.

Un dolce frastuono riflette le orme di deserti lontani,

di languide e sterminate distese inesplorate dall’uomo

ed ammassi di terra stranamente disperduti sull’oceano.

Un nuovo malessere.

Era un insieme di voci.

Un canto angelico disperso nella mente

assolto dall’ebbrezza dei fumi della notte appena consunta.

Un sussurro.

Un coro di angeli bianchi

sintonizzati sulla frequenza degli stimoli cerebrali.

Un eco accidentale.

L’eco dei miei errori, tristi rimorsi

spezzati dall’urlo delle mie incessanti passioni

e miscredenti l’esistenza di un elemento sireneo

che attendeva sopito in disparte,

al di là delle tende,

dietro le quinte della sua candida timidezza.

E’ triste sentirselo addosso.

E’ meglio lasciarsi trasportare dagli umori dolci

che sanno di zucchero

piuttosto che lasciarsi invadere dai dolori remoti

e dal sale delle rimembranze.

Marius Creati     20 marzo 2009

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Aforisma di Marius Creati

“Per sapere dove andremo bisogna conoscere cosa eravamo”. (2008)

Diego Dalla Palma a colloquio con Marius Creati

Diego Dalla Palma, icona importante del made in Italy, è una figura artistica tra le più conosciute e stimate nel mondo. Scrittore e noto esperto di immagine, nato a Enego nel 1950, inizia il suo ampio percorso artistico a Venezia, dove plasma doti e affinità culturali, per spostarsi successivamente a Milano, dove collabora, nel ruolo di costumista e scenografo, con la Rai e altri teatri rinomati. Personaggio carismatico, dotato di notevole intensità e professionalità scrupolosa, ha saputo ben conciliare i vari aspetti della consulenza mediatica nel mondo dello spettacolo, della moda e del management, rivelandosi un prestigioso image maker. Il suo lavoro testimonia il fascino della bellezza e dell’estetica per eccellenza, rimarcando i suoi ampi concetti di stile e di seduzione. In seguito intraprende un nuovo percorso culturale legato esclusivamente al mondo della scrittura, esperienza che lo porta inizialmente a pubblicare libri proprio sulla stessa bellezza infusa intorno a se, per poi sfociare in una visione più introspettiva dell’esperienza editoriale ritraendo spunti interessanti sul sentimento e sull’emozione intessendo in tal modo un nuovo sembiante intorno a se molto più intimista. Nell’editoria è rimarchevole il suo ultimo libro “A Nudo”, una nuova testimonianza dei suoi recenti percorsi votati all’interiorità e all’introspezione mediante il quale, attraverso spunti di riflessione legati all’esperienza diretta, rievoca racconti di momenti particolari e fasi cruciali della sua vita, sovente segnati da vicende toccanti e drammatiche che, attraverso il dolore, alimentano una spinta progressiva verso l’emersione del propria identità. Fedele ai suoi modelli di espressione è divenuto uno dei volti più rimarchevoli della televisione italiana, presente in svariate trasmissioni televisive in qualità di conduttore, altresì ospite di molti programmi noti, e testimonial di successo per prodotti di largo consumo e pubblicazioni legate all’orientamento del costume e del valore estetico del bello. Le foto riportate nell’articolo sono una realizzazione del fotografo Marco Marré Brunenghi.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Come è nato il desiderio di scrivere? C’é un meccanismo interiore che improvvisamente si é messo in movimento?

Diego Dalla Palma: Anzitutto, Marius, lasciami dire che tu hai il dono di formulare domande che racchiudono già una sorta di risposta. Diciamo che “senti” la risposta che il tuo interlocutore ti darà. Mi è sempre piaciuto scrivere. Ho iniziato a scrivere libri, legati alla sfera più tecnica del mio lavoro, in concomitanza con i miei esordi nel campo decorativo  poiché allora sentivo l’esigenza creare una situazione nuova ancora inesistente in Italia . Ho curato e tuttora curo delle rubriche su riviste settimanali e mensili. Gli argomenti erano esclusivamente tecnici, poiché il mio campo d’azione era volutamente indirizzato verso il make up. Da un po’ di tempo a questa parte ho sentito l’esigenza di diversificare la mia professione, apportando nuovi contenuti, e di raccontare la realtà come la sento, come l’ho sentita e l’ho vissuta.

M.C.: Da osannato cultore del fascino a brillante scrittore… come si é evoluta la tua professione nel corso di questi ultimi anni? Nel complesso in te qualcosa é cambiato?

Diego Dalla Palma: Sì, hai colto nel segno. Dopo anni e anni trascorsi a occuparmi esclusivamente di bellezza e quindi di qualcosa di assolutamente leggero, ho sentito l’esigenza di prendere in considerazione la bellezza interiore poiché mi sono reso conto che il mio percorso di vita poteva indirizzarmi verso nuovi percorsi.

M.C.: Il tuo nuovo libro “A Nudo” racchiude esperienze di una cornice realistica vissuta prima del successo, ma  il concepirlo nasce da un’esigenza pressoché inestirpabile?

Diego Dalla Palma: Proprio perché, come giustamente osservi l’esperienza che racconto nel libro è reale, ovviamente la genesi parte proprio da lì, dall’adolescenza, dalla gioventù e quindi dal prima del successo.

M.C.: In esso sei slanciato verso una crudezza leale, una sincerità viscerale… ma tracciarne una superficie ti ha permesso di esternare qualcosa di più penetrante?

Diego Dalla Palma: Mi ha consentito di capire e di imparare che il dolore può anche essere un motore che aiuta a rialzarti. Ci si può infangare nella vita, ci si può sfracellare, ma c’è modo di trovare strade diverse.

M.C.: C’é un tema particolarmente toccante che hai ritenuto opportuno descrivere tra le sue pagine?

Diego Dalla Palma: Ce ne sono diversi ma ognuno, a seconda della sua sensibilità, può cogliere e ritenere più toccante un capitolo piuttosto che un altro. 

M.C.: Quattro libri importanti sinonimo di quattro grandi successi, l’ultimo editato pochi mesi fa… Esiste un possibile comune denominatore tra loro che, in un certo senso, li equipara e li congiunge?

Diego Dalla Palma: Sì tutti e quattro appartengono a questo mio percorso i cui temi fondamentali sono: l’amore, la morte, il dolore, il perdono. Mi sono abituato ad ascoltare le mie emozioni e questo mi dà grande consapevolezza sulla vita e sulle persone che incontro. Più passa il tempo, più mi accorgo di essere sensitivo.

M.C.: Quattro temi divulgati in quattro differenti pubblicazioni in rappresentanza di diverse esternazioni della tua interiorità. Esiste un messaggio univoco inveterato che germoglia in te?

Diego Dalla Palma: Se vogliamo si possono intendere come un messaggio d’amore dedicato a mio padre e a mia madre.

M.C.: L’amore trionfa sempre dinnanzi alle avversità della vita?

Diego Dalla Palma: La ragione o, meglio, l’amore ragionato trionfa sempre sulle avversità della vita.

M.C.: Dolore e sconfitta intesi come preamboli di un conflitto esistenziale, ma come la débâcle di una vita si trasforma in trionfo? E’ davvero possibile?

Diego Dalla Palma: Direi di sì e la prova è questo libro. Ho avuto una vita molto dolorosa ma sono grato a Dio per tutto ciò che mi ha dato.

M.C.: E’ stato così facile raccontarsi, mettersi a nudo senza incorrere nella reticenza profusa dal peso della notorietà?

Diego Dalla Palma: Sono stato assolutamente me stesso e ho raccontato esclusivamente Diego.