Archive

Posts Tagged ‘Luigi Pirandello’

“Sogno di Natale” di Luigi Pirandello

December 22, 2012 Leave a comment

Luigi Pirandello

Sogno di Natale

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

– Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?

– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

Categories: Fabula Tags:

“La maschera” di Luigi Pirandello

December 15, 2012 Leave a comment

Luigi Pirandello

La maschera

Io non ti prego, o vuoto cranio umano,
che il gran nodo mi voglia distrigar.
Follie d ’Amleto! Io sto co ’l Lenau: è vano
de la vita la Morte interrogar.

A che avventarti questa malacia
che in van mi rode, in stolidi perché?
Non vo ’ sapere a qual mai uom tu sia
appartenuto – ora, appartieni a me.

Tu nulla forse m ’avresti insegnato
quando un cervel chiudevi ed un pensier;
ora m ’insegni a ridere del fato,
e a vivere la vita – unico ver.

Vogliam noi oggi, amico teschio, un poco
rifarci de le noje aspre del dí?
Io ho pensato di prenderci gioco…
Amico teschio, indovina di chi?

De la luna, di lei… Non ti se ’ accorto
ch ’ella ti fa da un pezzo l ’occhiolin?
Anch ’ella è morta, come tu sei morto,
e vi potreste intendere un pochin.

Quando sorge dai monti e le gioconde
acque del Reno incande e le città,
co ’l primo raggio suo ti circonfonde,
da la finestra, e a contemplarti sta.

Vogliamo la comedia de la vita
rappresentar stasera tutti e tre?
Io tu e la Luna (sarà presto uscita);
la miglior parte la riserbo a te.

Ho comprato una maschera di cera,
che un volto finge di donna gentil,
una parrucca che par chioma vera,
e velo nero d ’ordito sottil.

Vedrai bel gioco! Scambio de la Luna,
temo di te non m ’abbia a innamorar…
Tu sembrerai un ’andalusa bruna
a le carezze del raggio lunar.

E allora dal mio tavolin vicino
un bel canto d ’amore io comporrò;
e quindi a te, facendo un grave inchino,
al lume de la Luna il leggerò.

Tu certamente non me ’l loderai,
e allora io ti dirò con molto ardor:
“Bella fanciulla, che lode non dài,
lodi io non voglio, ma voglio il tuo cor”

Né sí, né no. Ma in questo caso, è noto,
val sí il tacere; ed io cadrò al tuo piè,
e ti dirò… Tu ridi, o teschio vuoto
che sciocca vita! io rido al par di te.

Bonn am Rhein, 1890.

Categories: Musa Tags:

“Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello prossimamente in scena al Palacongressi del Villaggio ad Agrigento

November 30, 2011 Leave a comment

La commedia “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, per la regia di Silvia Donadoni e Raffaele Spina, sarà messa in scena giovedì 8 dicembre, alle 21.15, al Palacongressi del Villaggio ad Agrigento, in chiusura della tre giorni del 48esimo Convegno internazionale di studi pirandelliani. Lo spettacolo è promosso dall’Arcobaleno Teatro Varese e dalla Fondazione Atlantide Teatro Stabile di Verona. Soddisfazione esprime il presidente e fondatore del Centro Nazionale Studi Pirandelliani di Agrigento ed organizzatore del Convegno internazionale di studi pirandelliani, il professor Enzo Lauretta che afferma: “Il Berretto a sonagli è una delle opere più significative di Pirandello che volle scrivere anche in dialetto girgentano a conferma di quanto la “dolce parlata” della sua città natale potesse esprimere con suoni e ritmi che non esistono nella lingua italiana”.
“La messa in scena (le luci, i pupi, la camera della tortura che si chiude sul personaggio a cui sta per sfuggire il dominio sul senno) è sostenuta da una recitazione che corre lungo una tensione drammatica che non cosce sbavature. Un ‘Berretto’ che vale la pena di vedere e di gustare”. Uno spettacolo, dunque, che sposa in pieno il titolo del convegno di quest’anno “Quel che il cinema deve a Pirandello”. Sul palco del Palacongressi saliranno gli attori Silvia Donadoni che interpreta Beatrice, Sergio Stefini che sarà Ciampa, Roberto Aielli “il Delegato”, Alessandro Dinuzzi nel ruolo di Fifì, Annalisa Esposito è Fana e Lucia Malcovati “la Saracena, Nina”. Per i critici si tratta di “uno spettacolo dall’impianto moderno e attuale, un’intensa prova di recitazione per tutti gli interpreti, che attraverso ritmi incalzanti e momenti di alta poesia, ci restituisce il testo pirandelliano nella sua bellezza autentica e affascinante complessità. Un capolavoro del teatro novecentesco che non finisce mai di stupirci, nella sua sconcertante attualità”.

La maschera… continuazione

Quanti personaggi vivono in noi?
Chi può dire di averli conosciuti tutti, accettati, amati?
Ogni essere umano possiede una personalità variegata con diversi copioni da recitare, maschere da indossare, come abiti, nelle occasioni della vita.
Ma, in questo diversificarsi e mutare dei volti, l’uomo si smarrisce, perdendosi nelle sue contraddizioni, in balia delle emozioni che lo costringono ad assumere ogni volta un ruolo diverso.
Eppure, uniti, insieme questi volti formano il grande album della nostra vita.
Guardiamolo e scopriremo: bambini tristi, adolescenti arrabbiati, uomini duri, intellettuali, poeti.
Sotto la maschera il nostro spirito freme per la sua continua mutabilità, ma ci freniamo sia per non urtare contro i pregiudizi della società, sia per la nostra tranquillità, perché nel mondo mutevole ed enigmatico in cui viviamo, quella nostra “forma”, o maschera fissa è l’unico punto fermo al quale ci aggrappiamo disperatamente per non essere travolti dalla tempesta.
Ma, a volte capita che l’anima istintiva, che è in noi, esploda violentemente, in contrasto con l’anima morale, facendo saltare ogni pudore o freno inibitorio.
Allora la maschera si spezza e siamo come un violino fuori di chiave, cioè stonato, come un attore che si mette a recitare sulla scena una parte del copione che non gli è stata assegnata.
Anche in questo caso, tuttavia, non abbiamo motivo di rallegrarci, perché una volta usciti dalla vecchia maschera, il senso di libertà che proviamo è di breve durata, in quanto il nuovo modo di vivere ci imprigiona in un’altra “forma”, diversa sì dalla prima, ma altrettanto soffocante, e allora tanto vale rientrare nell’antica “forma”: un ritorno che però si rivela impossibile per il continuo mutare della realtà. Quando l’uomo scopre il contrasto tra “forma“ e “vita” può reagire in tre modi, passivamente, ironicamente, tragicamente.
La reazione passiva è quella dei deboli che si rassegano alla maschera che li imprigiona, incapaci di ribellarsi o delusi dopo l’esperienza di una nuova maschera: chi si rassegna vive quel senso doloroso tra la frattura della vita che vorrebbe e quella che è costretto a vivere.
La reazione ironico-umoristica è caratteristica di chi non si rassegna alla maschera, e poiché non se ne può liberare, sta al gioco delle parti, però con un atteggiamento ironico, polemico, aggressivo e umoristico.
Infine, la reazione drammatica quella di chi, sopraffatto dalla disperazione, né si rassegna, né riesce a sorridere alla vita, allora si chiude in una solitudine disperata che lo porta o al suicidio o alla pazzia.
Il disagio dell’uomo non deriva dunque solo dall’urto con la società, ma anche dalla continua ribellione del suo spirito che non gli permette di conoscere bene sé stesso, né di cristallizzarsi nel rapporto vita-forma in una personalità definitiva.
La maschera è un mezzo ambiguo, dietro il quale da un lato la verità ama nascondersi per salvaguardare la propria profondità, ma che dall’altro noi utilizziamo per non vedere la realtà, per sfuggire da essa.

Citazioni:
“A chi dire “io”? Che valeva dire “io” ? se per gli altri aveva un senso e un valore che non potevano mai essere miei; e per me, così fuori degli altri, l’assumerne uno diventa subito l’orrore di questo vuoto e di questa solitudine?”, in Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello.
“Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri, e fuori intanto dalla mia?”, in Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello.
“…deve sapere che abbiamo tutti come tre corde l’orologio in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile, per cui sta qua, in mezzo alla fronte.–Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati.–Non si può. E che faccio allora? Do una giratina alla corda civile. Ma può venire il momento che le acque si intorbidano. E allora..e allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, per rimettere le cose a posto ,dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio.”, in Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello.

Fonte: Francamente

Categories: Sententia Tags: