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“La felicità” di Lev Nikolaevič Tolstoj

La felicità

Cristo ci rivela la verità. Se la verità esiste in teoria, deve esistere anche praticamente: e se la vita in Dio è felice e vera, essa dev’essere applicata alla vita reale: o la vita reale, infatti, deve conformarsi alla dottrina di Cristo, o la dottrina di Cristo è falsa.
Cristo ci chiama dalle tenebre alla luce, non già dalla luce alle tenebre. Egli ha compassione degli uomini, li tratta come agnelli perduti, e promette loro, per attrarli, un buon pastore e pascoli ubertosi. Ammonisce, però, subito i suoi discepoli che dovranno soffrire per la sua dottrina, e li scongiura d’essere incrollabili.
Egli non dice, però, che seguendo lui, soffriranno più che seguendo il Mondo: e soggiunge che la morale degli uomini rende infelice, mentre i suoi discepoli troveranno la felicità.
Questo insegnamento è indubbiamente di Cristo; la verità delle sue parole, il senso generale della dottrina da lui bandita, la sua vita e quella dei propri discepoli ne son tante prove.
È facile capire come i seguaci di Cristo siano più felici degli uomini che si piegano alla morale del Mondo: i primi, operando il bene, non provocano odio, e non servono di mira che alle persecuzioni dei cattivi. I partigiani del Mondo, invece, hanno per loro legge di vita la lotta e si divorano a vicenda. D’altronde, le prove umane sono eguali per tutti: ma, mentre i discepoli di Cristo le sopportano con calma, considerandole necessarie, i seguaci del Mondo si ribellano ad esse con tutte le loro forze, non conoscendo il motivo delle loro sofferenze. Richiami ciascuno alla mente i momenti dolorosi della sua vita, si rammenti le proprie passate sofferenze fisiche e morali, e si domandi in nome di quali principi egli .ha sopportato tanti mali: fu secondo lo spirito di Cristo o secondo quello del Mondo? Risalga l’uomo sincero, con la mente, il corso della sua esistenza, e constaterà di non aver mai sofferto seguendo la dottrina di Cristo, ma che la maggior parte delle disgrazie della sua vita provennero dall’aver seguito la morale dell’odierna società, resistendo alla sua propria coscienza. Nella mia vita, felice agli occhi altrui, l’insieme dei dolori che ho sopportato per parte degli uomini basterebbe a costituire un martirio per Cristo. I vizi che lordarono la mia esistenza, a cominciare dall’ubriachezza e dalla dissolutezza dei miei anni giovanili, nei quali mi dedicavo allo studio, per finire ai duelli, alle malattie, alle condizioni anormali e penose nelle quali lotto tuttavia, è un martirio offerto sull’altare del Mondo; e non parlo che della mia vita personale, eccezionalmente felice agli occhi degli altri. Quante vittime del Mondo esistono, delle quali non posso neppure immaginare le sofferenze! Noi siamo persuasi che i dolori causati da noi stessi sono condizioni usuali della vita; pertanto non possiamo capire come Cristo ci parli di liberazione dal male e di felicità.
Si afferma che la dottrina di Cristo è difficile da comprendere, là dove dice: «Chi vuole seguir me, deve abbandonare le sue terre, la sua casa, i fratelli, le sorelle e venire con me, che sono Dio, ed egli riceverà da me il cento per uno di quello che perde ».
Ma quando il Mondo grida: «Abbandona la tua casa, i tuoi campi, i tuoi fratelli della campagna, per venire nella città infetta », quel precetto nessuno lo trova difficile.
Le famiglie stesse consigliano la partenza ai figli. Oh! se il fine del Mondo fosse facile da raggiungere, gradevole e senza pericoli, si potrebbe credere che quello di Cristo fosse difficile e spaventoso. Ma in realtà la morale del Mondo è più faticosa da seguire di quella di Cristo. Vi furono, si dice, in altri tempi, dei martiri della dottrina cristiana. Ecco un fatto eccezionale. Nel periodo di mille ottocento anni, si contano trecento ottanta mila martiri, tra volontari e involontari, per Cristo. Fate il conto dei martiri che si ebbero per il Mondo; vedrete che su ogni martire per Cristo, ve ne sono mille per il Mondo; martiri le cui sofferenze furono cento volte più crudeli. Solo il numero degli uomini uccisi durante le guerre del nostro secolo ammonta a trenta milioni. Orbene, questi sono tutti martiri del Mondo, che se l’umanità seguisse l’insegnamento di Cristo, gli uomini non si ucciderebbero certamente fra loro.
Quando l’uomo avrà imparato a non credere più ai pregiudizi che impongono gli ornamenti, la catena all’orologio, il salotto inutile; quando si persuaderà ad evitare tutte le frivolezze mondane, egli non conoscerà più la sofferenza, le noie continue e il lavoro senza riposo e senza scopo, non si priverà più della natura, del lavoro che gli torna grato, della famiglia, della salute, non perirà più di una morte dolorosa e deplorevole.
Cristo non esige che si pervenga al martirio; c’insegna anzi a non tormentarci per delle false idee. La dottrina cristiana ha un senso profondamente metafisico; questo senso è universale, abbraccia tutta l’umanità, ma è altrettanto chiaro, semplice e pratico per la vita di ciascun uomo. Si può riassumere così: «Cristo insegna agli uomini a non commettere sciocchezze». Questa è la formula più semplice e più accessibile dei suoi insegnamenti.
Cristo dice: «Non incollerirti, non innalzarti al disopra degli altri: non è da uomo retto. Se ti adiri, se insulti tuo fratello, ne soffrirai ».
Poi dice: «Non rendere il male per il male, perché il male che tu farai, ti sarà reso centuplicato ».
Aggiunge ancora: «Non ti siano stranieri gli uomini di un paese e di una lingua, che non sia la tua. Se li consideri come nemici, tu ispirerai loro gli stessi sentimenti, e sarà peggio per te. Evita tutte queste bassezze, e te ne troverai soddisfatto ».
«Va bene – si risponde – ma la società è costituita in modo che non è possibile resisterle. Se l’uomo non acquistasse quel che il Mondo esige, egli e la sua famiglia perirebbero». Così parlano gli uomini, ma non così essi pensano. In coscienza, essi non credono quello che dicono: credono alla nuova morale del Mondo: temono la dottrina di Cristo col pretesto ch’essa costringe a varie sofferenze. Ora, noi vediamo gl’innumerevoli mali che gli uomini sopportano in nome dei pregiudizi mondani, ma non vediamo più, oggi, i patimenti subiti in nome della morale di Cristo.
Durante le guerre, trenta milioni d’individui perirono; migliaia e milioni periscono per la vita di dolori che impongono le convenzioni sociali; ma non saprei citare né milioni, né migliaia, e nemmeno un solo uomo che sia morto, che abbia avuto una vita di sofferenze seguendo la dottrina cristiana.
Questa dottrina ci è dunque ignota, noi non l’abbiamo mai accettata sul serio, e abbiam lasciato ci ripetessero che la dottrina di Cristo non è una regola di vita possibile.
Cristo chiama gli uomini a una sorgente di acqua pura, che si trova loro vicinissima. Eppure essi soffrono la sete, mangiano il fango, bevono il sangue dei loro simili, perché i loro maestri affermano che essi perirebbero se andassero alla sorgente dove li invita Cristo.
Gli uomini muoiono di sete a due passi dalla fonte, senza osare avvicinarsi. Basterebbe aver fede negli insegnamenti divini; recarci, noi tutti che siamo assetati, alla sorgente per scoprire la perfidia di chi ci guida e la puerilità della nostra sofferenza. Allora soltanto sapremmo quanto la salvezza ci fosse vicina!
Così andrebbe dispersa l’abominevole menzogna nella quale si dibatte il Mondo.
Da una generazione all’altra, noi ci affatichiamo per assicurarci la vita con mezzi violenti. La felicità consiste per noi nel possesso delle ricchezze e del potere. Questo concetto della felicità ci è tanto familiare, che la parola di Cristo, secondo la quale la felicità non è né il potere, né la ricchezza, ci si presenta come l’imposizione di un sacrificio attuale, allo scopo di raggiungere una felicità ventura.
Ma Cristo non ci chiede alcun sacrificio; ci dice anzi di evitare tutto ciò che può tornare a nostro nocumento, e di lavorare con un fine utile alla nostra esistenza terrena. Solo per amore degli uomini Cristo prescrisse di non prendere nulla con la violenza, di non desiderare la roba altrui, di evitare qualsiasi disputa tra fratelli; ed Egli conferma tale insegnamento con l’esempio della sua stessa vita.
Ci dice, è vero, che chi segue Lui deve essere pronto a morire ogni momento di morte violenta, di fame, di freddo; che non deve considerare come certa nessun’ora dell’esistenza. Ma non si tratta che di una constatazione di accidenti materiali, cui è stata esposta la vita di ogni uomo, e non una richiesta di sacrifici.
Un discepolo di Cristo deve sempre essere pronto a sopportare il dolore e la morte; ma non è forse la condizione naturale di qualsiasi individuo che vive secondo la morale del Mondo, questa? Siamo talmente incancreniti, nel nostro errore, che tutto ciò che è ordinato per la preservazione causale della nostra vita, e cioè eserciti, fortezze, provvigioni, indumenti, medicinali, proprietà, ecc., ci fa l’effetto d’essere effettivamente atto ad assicurare la nostra esistenza. Dimentichiamo la storia di quel ricco che voleva costruire granai per accumulare immense provvigioni da bastare molti anni, e che morì la notte stessa.
L’insegnamento di Cristo ci dice che la vita è incerta, e che bisogna essere pronti alla morte ogni momento. Questo insegnamento è da preferirsi a quello che richiede una continua preoccupazione per trovare i mezzi d’assicurare l’esistenza; poiché, mentre nell’un caso che nell’altro la morte permane inevitabile, e la vita sempre incerta, almeno la vita cristiana non è assorbita da una preoccupazione chimerica. Liberati da questo affanno, noi possiamo tendere a un fine naturale: il nostro bene e quello altrui.
Il discepolo di Cristo sarà povero, è vero, ma godrà, grazie alla natura, di tutti i benefici diretti di Dio, e la sua vita non sarà sacrificata.
Abbiamo qualificato la felicità con un termine che per il mondo significa sventura: quello di «povertà ».
Ora, il seguace di Cristo sarà povero, vivrà cioè in campagna, e non in città; invece di confinarsi nella sua casa, lavorerà nei campi o nei boschi; vedrà il sole, la terra, il cielo, gli animali; invece di cercare mezzi artificiali per eccitare l’appetito, sentirà fame tre volte al giorno, dormirà invece di rivoltarsi su guanciali morbidi, cercando un rimedio contro l’insonnia; avrà figli e vivrà con loro; comunicherà liberamente con tutti gli uomini, e, cosa molto preziosa, non farà ciò che non gli piace, senza alcun timore per l’avvenire. Come tutti, egli andrà soggetto alle sofferenze, alle malattie ed alla morte; ma la più gran parte della sua vita sarà stata felice. Il lavoro, non l’ozio, è la sorgente della felicità. Nessuno può fare a meno di lavorare e ciò per la natura stessa dell’uomo. Altrettanto dicasi per gli animali, dal cavallo alla formica. Bisogna rigettare la barbara superstizione che fa considerare come felice soltanto l’uomo ozioso che vive di rendita. È necessario ristabilire, nelle nostre idee, la nozione dei giusti, quella che Cristo predicava dicendo: «Soltanto chi lavora, è meritevole della sua nutrizione». Cristo non ammetteva che alcuno fosse ozioso, che alcuno considerasse il lavoro come una maledizione. E ci dice: «Quando un uomo approfitta del lavoro di un altro, il primo deve nutrire il secondo. Per questo il lavoratore ha una sussistenza sempre certa ».
La diversità fra la morale di Cristo e quella del Mondo sta in questo: che secondo la morale del Mondo, il lavoro è pari al valore di un individuo: valore che egli mette a confronto e scambia con altrettanti valori proporzionati al suo lavoro.
Secondo Cristo, il lavoro è una condizione indispensabile della vita, e la nutrizione ne è la necessaria ricompensa. Esso produce la nutrizione e la nutrizione esige il lavoro.
Seguendo l’insegnamento di Cristo, l’uomo sarà tanto maggiormente felice quanto meglio comprenderà lo scopo dell’umanità; che è quello di consacrare la propria vita alla felicità altrui.
«Un simile individuo» dice Cristo «è degno della sua mercede e questa non potrebbe mai mancargli ».
Cristo c’insegna che la nostra sussistenza ci viene assicurata col nostro diventar utili e necessari agli altri.
Chi sostiene che i precetti di Cristo non si possono avverare, e che l’uomo è costretto a procurarsi ricchezze per sé, per la propria famiglia, ciò che gli sarebbe impossibile praticando la dottrina cristiana, pensa da uomo futile e perverso.
Il lavoro è dunque condizione indispensabile della vita umana, ed è per esso che si arriva alla felicità. Non è giusto togliere agli altri il prodotto del loro lavoro: al contrario, ognuno deve concorrere al benessere comune. Se gli uomini si contendono a vicenda il nutrimento, morranno tutti di fame; se, d’altra parte, gli uni sfruttano gli altri con la violenza, una grande quantità di persone morrà pure di fame, e appunto questo avviene oggigiorno.
Ogni individuo vive in grazia della solidarietà del lavoro umano: ciascuno, in altri termini, viene fatto crescere e salvaguardato dai pericoli dagli altri. Ma affinché tutti continuino a custodire ed a mantenere questo unico uomo, bisogna che questi, a sua volta, diventi utile e proficuo.
Gli uomini, anche cattivi, custodiranno e manterranno con sollecitudine chi lavora per essi.
Il lettore decida qual sia la vita più vera, più felice: se quella del Mondo o quella di Cristo!

Nechljudov non si coricò e camminò un pezzo avanti e indietro per la stanza. La faccenda con Kàtjusa era finita. Essa non aveva bisogno di lui e ciò lo riempiva di tristezza e di vergogna. Ma non era questo che lo tormentava. L’altra sua opera non solo non era terminata, ma più forte che mai lo assimilava e richiedeva l’azione. Tutto il male atroce che aveva visto e conosciuto in quei mesi e soprattutto la sera stessa nell’orribile prigione, tutto il male che aveva sopraffatto anche il caro Krylzòv trionfava, imperava e non si intravedeva alcuna possibilità non solo di vincerlo, ma neanche di concepire il modo per vincerlo. Gli risorgevano dinanzi le centinaia, le migliaia di sciagurati rinchiusi in un’aria mefitica da indifferenti generali, procuratori, direttori di prigione, gli tornò in mente lo strano vecchio pazzoide che aveva apertamente accusato le autorità, e in mezzo ai cadaveri il bellissimo viso immoto e cereo di Krylzòv, morto nel suo corruccio. Con nuova forza, chiedendo imperiosamente risposta, gli si affacciò la domanda se fosse pazzo lui, o se fossero pazzi coloro che facevano tutto ciò pur ritenendosi creature ragionevoli.
Stanco di camminare e di pensare, sedette sul divano davanti alla lampada e apri macchinalmente il Vangelo che l’Inglese gli aveva dato per ricordo e che aveva gettato sul. tavolo quando si era vuotate le tasche.
«Dicono che qui dentro si possa trovare la spiegazione di ogni cosa», pensò e cominciò a leggere a casaccio dove il libro si era aperto. Era il capitolo XVIII di san Matteo.
1. In quell’ora i discepoli vennero a Gesù dicendo: Chi è il maggiore nel regno dei cieli?
2. E Gesù, chiamato a sé un piccolo fanciullo, lo pose in mezzo a loro e disse:
3. In verità, in verità io vi dico che se non siete nuovi e non divenite come i piccoli fanciulli, voi non entrerete nel regno dei cieli.
4. Ogni uomo dunque che si sarà abbassato come questo piccolo fanciullo è il maggiore nel regno dei cieli.
«Sì, sì, è così», pensò, ricordando che soltanto nella misura in cui si abbassava gustava la pace e la gioia della vita.
5. E chiunque riceve uno di questi piccoli fanciulli nel nome mio, riceve me.
6. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio sarebbe per lui che gli fosse legata una macina al collo e che fosse sommerso nel profondo del mare.
«Perché sta scritto: chiunque riceve? E dove lo riceve? E che cosa significa: nel nome mio? » si domandò, sentendo che queste parole non gli dicevano nulla. «E che c’entrano la macina al collo e gli abissi del mare? No, qui, c’è qualcosa che non va, che non è preciso, non è chiaro», e gli tornò in mente che a più riprese nella sua vita aveva cominciato a leggere il Vangelo, ma ogni volta era stato respinto dall’oscurità di certi passi. Lesse ancora il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo versetto sugli scandali che debbono avvenire nel mondo, sulla punizione mediante la geenna di fuoco in cui saranno precipitati gli uomini e sugli angeli dei bambini che vedranno il volto del Padre Celeste. «Peccato che sia così sconclusionato» pensò, «eppure si sente che qualcosa di buono c’è ».
11. Poiché il Figlio dell’uomo è venuto per salvare ciò che era perduto, – seguitò a leggere.
12. Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e una di esse si smarrisce, non lascerà egli le altre novantanove e non andrà su per i monti a cercare la smarrita?
13. E se avviene che egli la ritrovi, io vi dico in verità che più si rallegrerà di quella che delle novantanove che non si erano smarrite.
14. Così la volontà del Padre Nostro è che neppure uno di questi piccoli perisca.
«Già, non era volere del Padre che essi perissero, eppure periscono a centinaia, a migliaia. E non vi è mezzo di salvarli», pensò.
21. Allora, accostatosi a lui Pietro, disse: -Signore quante volte dovrò perdonare a mio fratello? Fino a sette?
22. Gli dice Gesù: – Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23. Perciò il regno dei cieli è simile a un re il quale volle fare i conti con i suoi servitori.
24. E avendo incominciato, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti.
25. E non avendo egli come pagarli, il suo signore comandò che lui, la sua moglie e i suoi figli e tutto quanto aveva fosse venduto e che il debito fosse pagato.
26. Allora il servitore cadde in ginocchio davanti a lui e disse: – Signore, abbi pazienza con me, e io ti pagherò tutto.
27. E il Signore, mosso da compassione, lo lasciò andare e gli rimise il suo debito.
28. Ma quel servitore, uscito fuori, trovò uno dei suoi compagni il quale gli doveva cento denari ed egli lo prese e lo strangolava, dicendo: – Pagami ciò che tu mi devi.
29. Allora il suo compagno si gettò ai suoi piedi e lo pregava dicendo: – Abbi pazienza con me, e io ti pagherò tutto.
30. Ma egli non volle, anzi andò e lo cacciò in prigione finché non avesse pagato il suo debito.
31. E vedendo ciò i suoi compagni ne furono grandemente contristati e vennero al loro signore e gli raccontararono tutto il fatto.
32. Allora il suo signore lo chiamò e gli disse: – Malvagio servitore! lo ti rimisi tutto il tuo debito perché tu me ne pregasti.
33. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno come io avevo avuto pietà di te?
«È possibile che sia tutto qui?» esclamò improvvisamente ad alta voce dopo aver letto queste parole. E la sua voce interiore gli rispondeva: «Si, è tutto qui ».
E accadde a Nechljudov quel che spesso accade a chi vive una vita spirituale. L’idea che al principio gli era apparsa una stranezza, un paradosso o addirittura uno scherzo, aveva trovato sempre più spesso una conferma nella vita e gli appariva a un tratto come la più semplice, lampante verità. Così gli era chiaro adesso che l’unico mezzo sicuro di salvezza dal terribile male di cui soffrono gli uomini consisteva nel riconoscersi colpevoli davanti a Dio e quindi incapaci di punire o di correggere gli altri. Gli era chiaro adesso che tutto il terribile male di cui era stato testimone nelle prigioni e nelle carceri e la tranquilla sicurezza degli autori di questo male proveniva soltanto dal fatto che gli uomini volevano una cosa impossibile: correggere il male, pur essendo cattivi. I viziosi pretendevano di correggere i viziosi e credevano di potervi arrivare con mezzi meccanici. Ma qual era l’unico risultato ottenuto? Gli uomini poveri e avidi di guadagno che si erano fatto un mestiere di queste presunte punizioni si erano essi stessi corrotti fino al midollo e corrompevano senza tregua anche coloro che essi tormentavano. Ormai gli era chiaro donde provenissero tutte le atrocità che aveva veduto, e come bisognasse agire per eliminarle. La risposta che non aveva potuto trovare era la stessa che Cristo aveva dato a Pietro: perdonare sempre, perdonare tutti, perdonare un infinito numero di volte, poiché non vi è nessuno che non sia colpevole e possa quindi punire o correggere.
«Ma è impossibile che sia così semplice!» diceva fra sé Nechljudov; e tuttavia vedeva senza ombra di dubbio che per quanto strano ciò apparisse sulle prime a lui, avvezzo al contrario, era nondimeno la soluzione sicura del problema, e non solo in teoria, ma anche in pratica. La consueta obiezione che bisogna pur agire in qualche modo contro i malvagi e che non è possibile lasciarli impuniti non lo turbava ormai più. Quest’obiezione avrebbe avuto valore, se fosse stato possibile dimostrare che le pene diminuiscono il numero dei delitti e correggono i delinquenti; ma essendo provato il contrario ed essendo manifesto che non era in potere degli uni di correggere gli altri, l’unica cosa ragionevole era smettere di fare ciò che oltre a essere inutile e dannoso era anche immorale e crudele. «Da parecchi secoli voi punite gli uomini che accusate di essere delinquenti. Li avete forse eliminati? No, non li avete eliminati, anzi, il loro numero si è accresciuto di tutti i criminali corrotti dalle pene e di tutti i criminali. magistrati, procuratori, giudici istruttori, carcerieri che giudicano e puniscono gli uomini». Nechljudov capiva adesso che la società e l’ordine esistono non già per merito di questi delinquenti autorizzati che giudicano e puniscono gli altri, ma perché, sia pure in mezzo a tanta depravazione, gli uomini continuano ad aver pietà gli uni degli altri e ad amarsi.
Con la speranza di trovare nel Vangelo la conferma a quest’idea, Nechljudov cominciò a leggerlo dal principio. Lesse la predica sulla montagna che l’aveva sempre commosso, e per la prima volta vi trovò non più bei pensieri astratti, espressione di un ideale. quasi sempre esagerato e irraggiungibile, ma comandamenti semplici, chiari e praticamente effettuabili che, tradotti in realtà (cosa del tutto possibile), fissavano un nuovo e meraviglioso ordinamento della società umana col quale non solo si distruggeva da sé tutta la violenza che l’aveva tanto sdegnato, ma si raggiungeva il più alto bene accessibile all’umanità: il regno di Dio sulla terra. Questi comandamenti erano cinque.
Primo comandamento (Matteo, V, 21-26): Non solo l’uomo non deve uccidere, ma non deve adirarsi contro il fratello, non deve considerare nessuno come cosa disprezzabile, come ‘raca’, e se ha avuto una contesa con qualcuno deve riconciliarsi prima di recare il suo dono a Dio, prima cioè di pregare.
Secondo comandamento (Matteo, V, 27-32): Non solo l’uomo non deve commettere adulterio, ma deve evitare di godere della bellezza femminile e una volta unitosi con una donna non deve mai tradirla.
Terzo comandamento (Matteo, V, 33-37): L’uomo non deve promettere alcuna cosa sotto giuramento.
Quarto comandamento (Matteo, V, 38-42): Non solo l’uomo non deve rendere occhio per occhio, ma deve porgere l’altra guancia dopo esser stato percosso sulla prima, deve perdonare le offese, sopportarle con umiltà e non rifiutare nulla di quel che gli altri gli chiedono.
Quinto comandamento (Matteo, V, 43-48): Non solo l’uomo non deve odiare i suoi nemici e combatterli, ma deve amarli, aiutarli, servirli. Nechljudov fissava immoto la luce della lampada.
Ricordando tutta la corruttela della nostra vita, si immaginò quel che avrebbe potuto essere la vita se gli uomini fossero stati educati in queste norme, e un entusiasmo da lungo tempo non provato gli invase ima come se dopo tanto languire e soffrire avesse trovato a un tratto la pace e la libertà.

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“Giochi all’aperto” di Lev Nikolaevič Tolstoj

Giochi all’aperto

All’ombra di una betulla fu disteso un tappeto e in circolo si sedette tutta la compagnia.
Che gioco vogliamo fare? – domandò Volodja, buttandosi pigramente sull’erba e masticando foglie. – Sempre l’eterno Robinson? Facciamo qualcosa d’altro…
Il gioco di Robinson consisteva nel rappresentare delle scene che avevamo letto molto tempo prima.
Via, su… perché non vuoi fare questo gioco? – insistettero le ragazze tirandolo per una manica.
Davvero non ne ho voglia, mi annoio – disse Volodja sorridendo soddisfatto.
Allora meglio restarsene a casa, se vuole giocare – mormorò Ljuboka attraverso le lagrime.
Ci sedemmo in terra e cominciammo a fingere di remare con forza ma Volodja rimase con le braccia incrociate.
Glielo feci notare; ma egli rispose che dal muovere più o meno le braccia non avremmo guadagnato né perduto, non saremmo andati lontano.
Questi atteggiamenti raffreddarono il gioco. Se si deve ragionare così, non è possibile nemmeno viaggiare sulle sedie.
Eppure, Volodya, nelle lunghe sere d’inverno, copriva il divano con dei fazzoletti e lo trasformava in un lunghissimo treno!

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“La morte di Ivan Il’ič” di Lev Nikolaevic Tolstoj, Garzanti Libri

Tolstoj Lev Nikolaevic
La morte di Ivan Il’ic

I Grandi Libri
[119] Introduzione di Serena Vitale. Traduzione di Giovanni Buttafava. 1975 (2005).

LIV + 90 pagine
€ 7.50
ISBN 9788811361190

In questo breve romanzo, la penna impietosa di Tolstoj descrive, con una minuzia analitica ineguagliabile, il lento decadimento fisico e la conseguente metamorfosi psicologica di un appagato borghese al culmine della carriera. Sorpreso dalla morte che lo incalza attraverso la malattia, costretto a confrontarsi con le piccole e grandi ipocrisie e inautenticità della sua vita, solo alla fine Ivan Il’ic trova un senso ai suoi giorni e una possibilità di pacificazione.

Fonte: Garzanti Libri

“Babino lo sciocco” di Lev Nikolaevič Tolstoj

Babino lo sciocco

Un giorno, uno sciocco di nome Babino si mise in cammino per vedere il mondo e per mostrare a tutti quant’egli fosse cortese.
Ed ecco, cammina cammina, trovò sulla sua strada una casa disabitata. Guardò nella cantina e vide alcuni diavoli coi baffi irti, con gli occhi accesi e grossi come bocce, con la testa a pera.
I diavoli, con le loro lunghe dita ricurve, giocavano a carte e a dadi.

Babino li salutò:
Dio vi aiuti, buona gente!
Non l’avesse mai detto! I diavoli, furibondi, afferrarono lo sciocco e lo percossero a sangue. Solo quando lo videro più morto che vivo, lo lasciarono andare.
Allora Babino tornò a casa piangendo. La madre gli si fece incontro e, saputo ciò che era successo, gli disse: Babino, sei proprio uno sciocco. Lo vedi? Hai parlato a sproposito. Ai diavoli bisogna dire: «Dio vi sprofondi nell’inferno! ». Se tu avessi parlato così, i diavoli sarebbero fuggiti, lasciando sul tavolo la posta del gioco, e tutto l’oro sarebbe stato tuo. Impara, Babino!
Ho capito fece lo sciocco. Ho sbagliato, ma un’altra volta starò attento.

E Babino si mise di nuovo in cammino. Sulla strada trovò quattro fratelli che stavano trebbiando il grano. Babino si accostò e disse: Dio vi sprofondi nell’inferno!
I quattro fratelli, a quell’insulto, gli saltarono addosso e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra tramortito.
Quando Babino rinvenne, se ne tornò a casa malconcio peggio dell’altra volta.
Sua madre, saputo ciò che era successo, lo rimproverò aspramente: Sei uno sciocco, Babino: anche questa volta hai parlato a sproposito. Ai fratelli tu dovevi dire, indicando i sacchi di grano: «Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi, amici miei».
Ho capito fece Babino. – Sono stato uno sciocco. ma non succederà più.
E si mise nuovamente in cammino.
Strada facendo, incontrò sette fratelli che gemevano e piangevano, portando a seppellire un loro caro, morto da poco.
Salve, amici miei! gridò lo sciocco ai sette fratelli. Possiate portarne cento ogni giorno di quei carichi!

All’udire quelle parole, i sette fratelli si asciugarono le lacrime, saltarono addosso allo sciocco, e giù botte da orbi! Babino, pesto e malconcio, se ne tornò a casa piangendo. Raccontò ogni cosa a sua madre, ed ella scosse la testa desolata.
Quando mai riuscirò a farti capire che bisogna parlare a proposito? Sei uno sciocco, Babino. Tu avresti dovuto accostarti ai sette fratelli e dir loro: «Requiem aeternam nel paradiso di Dio…».
Ho capito fece Babino.

E si mise di nuovo in cammino.
S’imbatté questa volta in un corteo nuziale.
Tutti erano vestiti a festa e gli sposini erano seguiti da un gruppo di robusti giovanotti che cantavano in coro.

Babino si accostò agli sposi e disse tutto contento:
«Requiem aeternam» nel paradiso di Dio!
Gli sposini si guardarono spaventati. Ma i giovanotti del corteo gli saltarono addosso e lo picchiarono di santa ragione. Anche lo sposo, riavutosi dalla sorpresa, non restò indietro, e gliene diede la sua parte…
Babino, anche questa volta, tornò a casa in lacrime.
Sei stato uno sciocco! gridò la madre spazientita. Agli sposi dovevi dire: « Il Signore vi conceda nozze felici e numerosi figli! ».

Ho capito: fece Babino sono stato uno sciocco, ma non sbaglierò più.
E si mise di nuovo in cammino.
Giunse finalmente presso la grotta di un eremita.
Salve, amico disse Babino. Il Signore ti conceda nozze felici e figli numerosi.
L’eremita si rannuvolò Per quanto egli fosse abituato ad avere pazienza, questa volta gli saltò la mosca al naso. E prendendo le parole di Babino come una beffa, afferrò il bastone che gli serviva per scacciare i diavoli e lo ruppe sul groppone di Babino.
Sciocco che non sei altro! lo rimprovero la madre. All’eremita tu dovevi dire: Benedicimi, padre!
Ho capito fece Babino.
E si mise di nuovo in cammino.
Questa volta incontrò un orso che stava divorando una mucca. Babino gli si avvicinò incuriosito e disse all’orso: Benedicimi, padre!
L’orso, disturbato nel bel mezzo del suo pasto principale, afferrò Babino tra le sue zampe, lo gettò a terra, lo pestò ben bene e alla fine lo fece rotolare in un fosso.
E’ stato un orso anche tropo gentile! commentò la madre appena seppe la cosa.

Sciocco di un Babino! All’orso tu dovevi dire: Fatti da parte, brutta bestiaccia! .
Ho capito fece Babino. Sono stato uno sciocco, ma un’altra volta non succederà più.
E si mise di nuovo in cammino.
Mentre stava attraversando la pianura, Babino incontrò un capitano coi suoi soldati.
Lo sciocco gli andò incontro e gli disse:
Fatti da parte, brutta bestiaccia!

Allora il capitano fece un cenno ai suoi uomini: questi afferrarono Babino e gliene diedero tante e poi tante da lasciarlo a terra più morto che vivo.
Quando Babino si rialzò, aveva le ossa tutte rotte.
Se ne tornò a casa piangendo e, da quel giorno, non ebbe più voglia di mettersi in cammino per vedere com’era fatto il mondo, né per mostrare a tutti la sua cortesia.

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