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Uomo Primitivo (parte I)

 

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Che l’uomo del nostro remoto passato coprisse il suo corpo con indumenti rudimentali è una certezza riscontrata nei numerosi reperti archeologici ritrovati finora dagli studiosi esperti di archeologia antropologica, ma la mancanza di testimonianze tangibili e soprattutto tastabili con mano hanno reso particolarmente difficile la ricostruzione sistematica dell’abbigliamento primitivo, spesso identificata da vere supposizioni e laute ipotesi formulate tramite raffigurazioni evidenti di vario genere.

Ragion per cui studiarne la vera storia diventa alquanto difficile, se non attraverso tali forme d’espressione. In effetti, a differenza degli stessi manufatti ritrovati nei periodi primitivi dell’umanità, il vestiario antico è stato soggetto a facile deperimento, tranne in alcuni casi di eccezionale conservazione. Le uniche vere fonti autorevoli su cui poter attingere le informazioni storiche inerenti il costume tipico del periodo preistorico è mediante l’arte figurativa rupestre e, successivamente, la rappresentazione di testi scritti, ovviamente di inverosimile documentazione databile nei periodi più antichi della preistoria. E’ da considerare infatti che la scarsa conoscenza di nozioni sugli sviluppi culturali prima della tarda età del bronzo e dell’inizio dell’età del ferro è pressoché infruttuosa al fine di determinarne una classificazione dettagliata. Infatti da numerosi scavi effettuati si possono datare oggetti e resti fossili risalenti al Paleolitico (da circa 2,5 milioni a 11-10 mila anni fa), ma nessun riferimento attendibile che possa dimostrare con certezza l’utilizzo di indumenti da parte degli ominidi di quel periodo.

Il ritrovamento di alcune statuette propiziatorie in avorio, tra le prime quella della “Venere di Lespugue”, ritraente una donna nuda nelle classiche pose paleolitiche e succintamente vestita con tessuto di fibre elicoidali sfilacciate sul fondo, datata 25.000 a.C., inoltre di pitture parietali del  Paleolitico Medio-Superiore e di alcuni utensili di pietra, sovente di selce, realizzati con la tecnica della scheggiatura (o pietra scheggiata) rinvenute nel periodo Magdaleniano (18.000 a.C.) e usati per raschiare, scarnificare, tagliare, fanno supporre la presenza di un vestiario usato come copertura corporea, probabilmente pelli di animali selvatici, forse renne, che venivano rudimentalmente conciate con appositi strumenti realizzati manualmente. L’uso del pellame primitivamente conciato non era soltanto un metodo di difesa dalle pressanti intemperie a cui si era fortemente soggetti, ma assumeva un significato prettamente simbolico  propiziatorio, quando indossarlo equivaleva a identificarsi con la tipologia della specie specifica dimostrando la propria forza e il valore per averlo ucciso.

Probabilmente l’introduzione della pelle, usato come indumento per coprire il proprio corpo, potrebbe addirittura assumere un primordiale senso del pudore, anche se l’uomo nudo percepiva la propria diversità in rapporto alla consuetudine e quindi tendeva a conformarsi al gruppo pur di non essere emarginato.

 

a cura di Marius Creati