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Posts Tagged ‘Leonardo Da Vinci’

“Leonardo da Vinci. Painter at the court of Milan”, evento imperdibile alla National Gallery di Londra

January 5, 2012 Leave a comment

La mostra “Leonardo da Vinci. Painter at the court of Milan” promette di essere un evento imperdibile per gli appassionati e gli studiosi del grande e poliedrico artista toscano.
Curata da Luke Syson e Arturo Galansino, è incentrata sul periodo che il maestro passò a Milano alla corte di Ludovico il Moro, tra il 1482 e il 1499, uno dei più interessanti per la comprensione della suacarriera artistica, e si sviluppa in sei sale, secondo una divisione che è al contempo tematica e cronologica. La visione dei capolavori dell’artista trova completamento grazie alla presenza dei suoi disegni e delle opere degli allievi che mostrano le modalità di ricezione delle innovazioni introdotte dal maestro.
Nella prima sala è il Ritratto di musico della Pinacoteca Ambrosiana, che si guadagna la scena. Qui si intende approfondire lo studio dell’artista sull’anatomia umana e, in particolare, la fisiognomica e la costruzione della scatola cranica, su cui si concentra l’artista, che ritrae il suo soggetto a tre quarti nel tentativo di superare la ritrattistica tradizionale, che proponeva di riprendere il soggetto di profilo. Il Ritratto di giovane del Boltraffio mostra come la posa a tre quarti scelta dal maestro fu subito adottata dall’allievo.
Nella seconda sala si fronteggiano due ritratti femminili di suprema bellezza e raffinatezza esecutiva. Da un lato, Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, ritratta nella Dama con l’ermellino, dall’altro la Belle Ferronière, opera in cui la perfezione geometrica sfida la bellezza frutto della natura. I disegni nella medesima sala testimoniano lo studio intrapreso prima della redazione delle sue opere. Si segnala in particolare lo Studio di mani, forse preparatorio per il ritratto di Cecilia Gallerani, che mostra come esse possano essere state tratte dal vero e successivamente rielaborate in un processo di idealizzazione.
La terza sala ospita il non finito San Gerolamo penitente(1488-90) e una serie di disegni che permettono di scoprire l’interesse di Leonardo per le proporzioni umane e per l’anatomia muscolare.
Ma è la quarta sala che lascia senza fiato: le due versioni della Vergine delle
rocce esposte una di fronte all’altra. La prima, eseguita poco dopo l’arrivo dell’artista nella capitale del ducato; la seconda, successiva, che ebbe un forte impatto sulla cultura figurativa milanese, dove si vede la mano degli allievi. Completano la visione dei due capolavori i disegni preparatori dell’artista e, soprattutto, risultano interessanti le tavole di Ambrogio de’ Predis e dell’altro collaboratore del maestro, che dovevano far originariamente parte della pala d’altare per la chiesa di San Francesco Maggiore a Milano.
Nella quinta sala la controversa Madonna Litta e le Madonne degli allievi, Marco d’Oggiono e Giovanni Antonio Boltraffio. Interessanti gli studi di panneggi, che mostrano l’elevata qualità e tenuta stilistica che potevano raggiungere gli allievi di Leonardo.
La novità attributiva introdotta nella mostra si trova nella sesta sala, ove è esposto il recentemente restaurato Salvator Mundi, su cui il consenso degli studiosi converge verso il genio toscano, e che fu forse dipinto per il re di Francia Luigi XII, dopo l’invasione   francese e la conseguente fuga di Ludovico il Moro da Milano nel 1499. Accanto vi è il cartone di Sant’Anna, opera già conservata alla National Gallery e la Madonna dei Fusi, in cui si legge la mano del maestro, attivo insieme agli aiuti.
Al secondo piano del museo, nella Sunley Room, è allestita la sala dedicata all’Ultima Cena, il capolavoro milanese del refettorio di Santa Maria delle Grazie, di cui è esposta la copia del Giampietrino, risalente al 1520 circa, che si ritiene sia la più fedele all’originale, insieme a tutti i disegni preparatori dell’artista, che mostrano le ricerche compiute da Leonardo per esprimere i moti dell’animo. Nel complesso, una mostra che fa luce sugli studi e le innovazioni compiute durante il periodo milanese dall’artista, con un contributo attributivo nuovo e la possibilità di ammirare capolavori del maestro uno accanto all’altro per la prima volta.

9 novembre 2011 –  5 febbraio 2012

Fonte: Noisymag

“La Battaglia di Anghiari”, alla ricerca del Leonardo perduto

December 5, 2011 Leave a comment

I primi risultati confermano l’esistenza dell’intercapedine dietro l’affresco del Vasari. È li che si nasconde il capolavoro di Leonardo da Vinci nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio a Firenze? Dopo trent’anni di ricerche una sonda high tech potrebbe risolvere il mistero.

Secondo il sito di Universal Leonardo, una mostra organizzata dal Consiglio d’Europa, questa è la migliore copia conosciuta del dipinto murale perduto di Leonardo “La Battaglia di Anghiari“. Dipinto alla metà del XVI secolo, fu poi completato da Rubens all’inizio del XVII secolo.
Il progetto è realizzato dalla National Geographic Society e dal Center of Interdisciplinary Science for Art, Architecture and Archaeology (CISA3) dell’Università della California di San Diego, con la collaborazione del Comune di Firenze.

Firenze — Attorno a mezzanotte, i vicoli stretti e le vaste piazze del centro di Firenze sono pressoché deserte. Ma dietro le finestre dei piani alti di Palazzo Vecchio, le luci  sono ancora accese. All’interno, una ventina di persone, quasi tutti scienziati e ingegneri dell’Università della California a San Diego, esperti d’arte della soprintendenza e membri di una troupe di National Geographic Television si muovono in continuazione su e giù da un’impalcatura di quattro piani eretta nel Salone dei Cinquecento. L’impalcatura si trova di fronte a un grande affresco che rappresenta soldati in battaglia, dipinto nel 1563 da Giorgio Vasari, che riprogettò il palazzo e dipinse i giganteschi affreschi patriottici che adornano le sue pareti. Ma la causa di tanta agitazione notturna non è il Vasari, bensì è ciò che potrebbe nascondersi dietro all’affresco.

Fa freddo nella grande sala, ma nessuno sembra accorgersene. Nel corso della settimana, ogni notte si è ripetuta la stessa scena: una febbrile ricerca al rallentatore, il culmine di un lavoro di anni per determinare se laBattaglia di Anghiari, un dipinto murale di Leonardo Da Vinci, vista per l’ultima volta circa 450 anni fa, sia effettivamente nascosta dietro l’affresco del Vasari.
Il capoprogetto Maurizio Seracini e la sua squadra dell’Università della California, un gruppo composto soprattutto da dottorandi con indosso camici bianchi, esperti di immagini high-tech e analisi dei materiali, si affollano attorno a un piccolo foro praticato sopra il ginocchio destro di un soldato dipinto sulla parete. Seracini infila un endoscopio nello spazio profondo circa 16 centimetri, e un’immagine sorprendentemente nitida compare su un piccolo schermo.
La sonda a fibre ottiche sembra volare attraverso lo spazio mentre attraversa nubi di intonaco e finisce per bloccarsi su una superficie bianca e dura, crivellata di buchi come la Luna. Particelle di polvere volano ovunque.  Seracini continua a indicare questi frammenti fluttuanti. Il regista televisivo Max Salomon e la sua troupe si accalcano.
Con tono emozionato, Seracini annuncia che l’immagine prova che vi è effettivamente un’intercapedine tra la parete del Vasari e il muro esterno dell’edificio. È larga appena più di un centimetro, quanto basta per nascondere il dipinto di Leonardo. Le analisi radar e termografiche effettuate negli anni precedenti avevano rilevato un’intercapedine, l’unica della sala, forse eretta dal Vasari per proteggere il dipinto di Leonardo. Ora un’immagine ad alta risoluzione sembra confermarne la presenza.
Se tutto procede secondo i piani –  e non è affatto sicuro viste le costanti trattative su dove inserire le sonde, la crescente fatica dei partecipanti che vi lavorano per ore di seguito, dal mattino fino a notte inoltrata, e le tensioni e l’eccitazione che accompagnano l’indagine – si spera che verrà praticato almeno un altro foro.
Gli esperti di restauro dell’Opficio delle Pietre Dure di Firenze sono molto cauti nel concedere il permesso di perforare il Vasari. Il loro dovere, riconosciuto da Seracini e da National Geographic, è proteggere l’affresco del Vasari, un’opera d’arte storica a pieno titolo di per sé, e fino a questo punto hanno permesso di perforare solo i punti già danneggiati o privi di pigmento. Seracini e la sua squadra stanno anche raccogliendo campioni dai punti d’entrata. Ogni traccia di materiale organico, come cera, pece o olio di lino, potrebbe essere un indizio della presenza del dipinto di Leonardo. Naturalmente, tutti vorrebbero vedere una traccia anche minima di pigmento.
L’analisi procede lentamente, dato che gli esperti di Seracini sono cauti e scrupolosi nel loro lavoro almeno quanto quelli dell’Opificio. Intanto, si avvicina un’altra notte, e con essa la prospettiva di un altro punto di accesso e di nuove immagini che ancora una volta attireranno  sull’impalcatura una piccola folla in silenziosa contemplazione.

Tom O’Neill

Fonte: National Geographic Italia

“Bella Principessa”, disegno attribuito al maestro Leonardo da Vinci

October 5, 2011 Leave a comment

l ritratto di giovanetta è stato finalmente attribuito con sicurezza all’autore della Gioconda. I fori della verità

MILANO – Tre fori sulla pagina di un incunabolo portano a Leonardo. Alla biblioteca nazionale di Varsavia è affiorata una prova che due studiosi (lo storico dell’arte inglese, Martin Kemp, professore emerito dell’università di Oxford e l’ingegnere francese Pascal Cotte, che con un suo speciale apparecchio ha già esaminato La Gioconda e la Dama dell’Ermellino) stavano cercando da tempo. Per determinare, senza più il minimo dubbio, che il disegno singolo su pergamena (sottoposto tre anni fa alla Eidgenössische Technische Hochschule di Zurigo all’analisi del carbonio 14) della Bella principessa proviene da un codice dal quale è stato staccato ed è un ritratto leonardesco del 1496. Non è quindi un’opera di ambiente tedesco del XIX secolo, quando gli artisti cosiddetti Nazareni rifacevano l’antico. (Come tale fu venduta da Christie’s a New York per 21.850 dollari nel 1998 ed è ora in mani private).

VIE TORTUOSE – Il disegno, per le vie tortuose che prendono le opere d’arte, era arrivato qualche decennio fa a Firenze, acquistato dal restauratore Giannino Marchig (che collaborava con Bernard Berenson) senza che questi ne sospettasse l’autore. Quando la vedova Marchig decise di venderlo lo affidò a Christie’s alla quale poi chiese risarcimento legale per errata attribuzione, senza ottenerlo. La scoperta, a quarantatrè giorni dalla grande mostra che si prepara a Londra alla National Gallery su Leonardo (9 novembre), riguarda una delle ultime attribuzioni fatta risalire al Maestro: il foglio della misura di 33 centimetri per 23,9, noto come La Bella Principessa, una giovanetta vista di profilo, con i capelli raccolti nell’acconciatura del coazzone, molto in voga alla corte Sforzesca. Verosimilmente Bianca Sforza, figlia illegittima (poi legittimata) del Duca di Milano e di Bernardina de Corradis, promessa all’età di dieci anni a Galeazzo Sanseverino, che la sposò nel 1496.

FORI RIVELATORI – Si tratta di un disegno realizzato a inchiostro, matita nera, rossa e biacca, sfumate tra loro con le dita (da qui l’impronta digitale trovata sul foglio durante le analisi) innovando questa tecnica al punto da ottenere un effetto molto pittorico. L’attribuzione di quest’opera a Leonardo (il disegno è stato studiato e confermato autentico già dal 2008 dal gotha leonardesco: Nicholas Turner, Carlo Pedretti, Alessandro Vezzosi, Mina Gregori, Cristina Geddo) è corroborata anche dalla mano mancina del tratteggio, dall’identica ampiezza dell’impronta palmare lasciata dal pittore sia sulla Bella Principessa che sulla Dama dell’Ermellino. I tre fori sul margine sinistro del disegno erano l’indizio da seguire: probabilmente, si trattava di una pagina inserita in un incunabolo e poi staccata. Fori emersi durante le analisi spettrografiche eseguite da Pascal Cotte di Lumière Technology, con questa “macchina fotografica” multi spettrale dotata di luci speciali da lui messa a punto (con la quale ha digitalizzato il ritratto della Bella Principessa a una risoluzione di 240 milioni di pixel). Cotte e Kemp, che da tre anni studiano questo disegno comparandolo con altri modelli (come quelli di Isabella d’Este al Louvre e al Profilo di donna alla Royal Library di Windsor Castle) hanno trovato alla Biblioteca Nazionale di Varsavia ciò che cercavano, dopo aver seguito il suggerimento di David Wright, professore emerito dell’Università della South Florida, specialista di miniature rinascimentali.

PERGAMENA – I tre fori del disegno corrispondono a quelli della pagina staccata dall’incunabolo la Sforziade di Giovanni Simonetta (un’elegia della famiglia), le cui analisi scientifiche sulla carta pergamena coincidono con i risultati di quelle effettuate sul vellum della Bella Principessa, questa giovincella che Leonardo vide crescere quando era al servizio di Ludovico a Milano. Diversamente dalle altre tre edizioni presenti alla Bibliothèque Nationale de France, alla British Library, agli Uffizi e alla Vaticana (solo frammenti), in questa di Varsavia (giunta a Blois dopo il sacco dei francesi a Milano nel 1499 e donata nel 1518 da Francesco I per le nozze di Bona Sforza e Sigismondo I di Polonia per ingraziarsi quest’ultimo), si trova un frontespizio miniato di Pietro Birago Giannovani datato 1496 che, con diverse allegorie e precisi riferimenti – come il progetto del monumento equestre a Francesco Sforza – inneggia alle fauste nozze di Bianca con Galeazzo, capitano delle armate di Ludovico Il Moro, che perdette la sua amata sei mesi dopo.

SOPRAVVISSUTO – Il libro La Sforziade con il ritratto della Bella Principessa è sopravvissuto alla furia di un incendio appiccato dai nazisti nel 1939 alla biblioteca Zamoyski (intitolata al cancelliere polacco) a Varsavia, e fu poi custodito in un monastero a Czestochowa. Quante sorprese ci riserverà ancora Leonardo? A Firenze, a Palazzo Vecchio, si cerca con le ultimissime tecnologie l’invisibile battaglia di Anghiari forse “salvata” dal Vasari. L’attesa per la mostra di Londra è un crescendo: lì comparirà il Cristo benedicente (Salvator Mundi) perduto e ritrovato (prestito di collezionisti americani, tra cui spicca il gallerista Robert Simon), mentre la Bella Principessa ne è esclusa. Questi ritrovamenti, emersi nello stesso periodo, pura coincidenza o abile regia? Tutto serve a questo grande revival leonardesco.

Francesca Pini

Fonte: Corriere Della Sera

Magnetismo, fonte di energia “pulita”

September 2, 2011 Leave a comment

Ti sarai chiesto almeno una volta se esiste o esisterà in futuro un metodo per poter produrre energia senza impiegarne un’altra come fonte iniziale. In questo articolo parlerò del “motore magnetico”, un prototipo in continuo sviluppo che ci auguriamo, in un futuro non troppo prossimo, ci permetterà diridurre drasticamente l’inquinamento (in particolare l’emissioni di CO2) nel nostro pianeta.

I dubbi della scienza

Perché in un primo momento fisici e ingegneri si sono allontanati da questa possibilità? Semplice, gli studi condotti da Max Planck nel suo “trattato sulla termodinamica” (Dover, NY, 1945) affermano che:

“È impossibile ottenere il moto perpetuo per via meccanica, termica, chimica, o qualsiasi altro metodo, ossia è impossibile costruire un motore che lavori continuamente e produca dal nulla lavoro o energia cinetica”.

L’energia cinetica è l’energia dovuta al movimento di un corpoIl lavoro è la variazione di energia cinetica

Nel corso degli anni ci sono stati molti tentativi (sperimentati persino da Leonardo da Vinci) per progettare e costruire macchine in grado di produrre il moto perpetuo; dopo un’attenta analisi, gli studiosi non hanno potuto fare a meno di osservare che anche quei prototipi che sembravano funzionare, producevano energia attraverso fenomeni naturali.

Il Principio di funzionamento

Se è possibile sfruttare l’acqua, il vento o il sole, allora perché non sfruttare il magnetismo?! Infatti gli ultimi tentativi condotti da scienziati e società sono volti a sfruttare il campo magnetico per la produzione di energia elettrica! Il funzionamento, nonché l’applicazione è simile a quello di una dinamo:  il compito di questa “macchina rotante” è proprio quello di trasformare il lavoro meccanico in energia elettrica (per produrre luce). In questo caso la fonte iniziale è, appunto, il moto che viene compiuto quando pedaliamo (lavoro meccanico). Immagina di avere a disposizione un corpo in grado di generare un  moto sfruttando le sue proprietà intrinseche; per questo motivo il magnete è stato preso immediatamente come campione per condurre i primi studi, poiché è un corpo capace di generare un campo magnetico, generato a sua volta dal moto di una carica elettrica o di un campo elettrico che varia al variare del tempo. Fino a qui abbiamo parlato di teoria, ma questi studi sono poi diventati sperimentali ed un’azienda, laPerendev, ha prodotto un meccanismo brevettato, seppur con una bassa erogazione di energia elettrica. La macchina è composta da due dischi concentrici in grado di muoversi orizzontalmente, imperniati tra loro mediante un albero (un organo meccanico utilizzato per la trasmissione del moto), sui quali giacciono magneti di forma rettangolare. Attorno ai due dischi vi sono rispettivamente due corone, che a loro volta possiedono magneti fissi. Alla macchina basta una “spinta” per dar luogo ad un moto, generato da una forza magnetica mediante l’attrazione dei magneti, inclinati e distanziati in modo tale da ricevere uno dopo l’altra una “spinta magnetica”. Sul web ho notato alcune voci secondo le quali il moto èinfinito; si tratta ovviamente di un’affermazione errata: come ho spiegato prima attraverso Planck non esiste un moto perpetuo e la dimostrazione sta nel fatto che dopo un certo tempo, i magneti sismagnetizzano. Una buona dimostrazione del principio di funzionamento con relativi risultati ottenuti da questa macchina, progettata da Perendev puoi trovarli in questa pagina, mentre la consultazione della domanda di brevetto puoi trovarla qui.

Aspetti giuridici

Altre voci inesatte riguardano i brevetti: sul web si dice che si possa brevettare una cosa inutile e incompleta, ma la realtà è ben diversa.  Nel campo della meccanica, l’invenzione è una soluzione nuovaed originale di un problema tecnico, atta ad essere realizzata ed applicata in campo industriale; essa può riguardare un prodotto, un processo o un impiego e deve possedere dei requisiti fondamentali affinchè possa costituire oggetto di brevetto. Analizziamo quindi quelli che sono i requisiti fondamentali per la brevettabilità. Sicuramente il primo è la “novità”: l’invenzione rivendicata non deve far parte dell’arte nota (prior art) non deve quindi essere già compreso nello stato della tecnica; per stato della tecnica si intende tutto ciò che è stato reso accessibile al pubblico, in Italia o all’estero, prima della data del deposito della domanda di brevetto mediante descrizione scritta od orale. Pertanto la novità dell’invenzione è inficiata se per esempio, è già stata brevettata in qualche parte del mondo, è già stata descritta in pubblicazioni in qualche parte del mondo, è pubblicamente nota (tesi di dottorato accessibili al pubblico) o se è già usata da altri in modo pubblico e non sperimentale. Un altro requisito è rappresentato dalla “non ovvietà” o attività inventiva: anche se un’invenzione è nuova non è brevettabile se ovvia; infatti l’avanzamento rispetto all’arte nota non deve essere piccolo o scontato, cioè tale da essere evidente a persone esperte in quel ramo. Successivamente si valuta “l’utilità”: il trovato deve poter essere oggetto di fabbricazione e utilizzo in campo industriale; l’invenzione deve riferirsi alle arti utili e non a quelle liberali (conoscenza). Quindi, sebbene possono risultare utili, non sono brevettabili invenzioni come processi mentali o algoritmi matematici o scoperte. Affinché un prodotto o un materiale siano brevettabili, devono avere almeno unuso indicato nel brevetto, infatti anche nei brevetti di processo devono essere ottenuti dei prodotti utili. Ultimo aspetto ma sicuramente non per importanza, è la “liceità”: se pur un brevetto riesca a contenere tutti i requisirti tecnici sopra citati come la novità, non ovvietà e utilità, non deve in nessun caso essere contrario all’ordine pubblico o al buon costume. (Un ringraziamento al Dott. Ing. Claudio Campagna)

Emissioni di CO2

L’immagine di cui sopra è un lontano ricordo, che peraltro si riferisce alla “sola” situazione italiana; nel 2010c’è stato un record storico che riecheggia nell’atmosfera terrestre: 30,6 gigatonnellate di anidride carbonica.

Dopo un abbassamento delle emissioni nel 2009 causato dalla crisi finanziaria mondiale, queste sono salite sino al livello record di 30,6 gigatonnellate, un aumento del cinque percento rispetto al precedente record nel 2008, quando i livelli hanno raggiunto le 29,3 gigatonnellate.

Queste le affermazioni dell’agenzia Internazionale per l’energia.

Conclusioni

Il mondo ha bisogno di una mano. Prima gli stati, i politici ed i cittadini lo capiscono, meglio è. Questo articolo ha voluto portare alla luce alcuni aspetti riguardanti un “prototipo” non ancora capace di soddisfare i requisiti di un palazzo o di un’automobile (in termini di energia elettrica) ma su cui l’economia degli stati dovrebbe scommettere e finanziare per trovare un’ottima soluzione onde evitare la crescita del buco nell’ozono e dei tumori. I tagli alle università e alla ricerca non favoriscono lo sviluppo di fonti alternative, ma se venisse messa a punto tale tecnologia potremmo produrre energia “pulita” e non inquinante; certamente occorre che la macchina sia schermata per evitare la diffusione di onde elettromagnetiche. Tu cosa ne pensi?

Stefano Campagna

Fonte: Skimbu

Cryptex, nascondere segreti in un cilindro

Il Cryptex è un dispositivo crittografico divenuto famoso per l’apparizione nel libro e film il Codice Da Vinci. Si tratta di un cilindro nel quale è possibile nascondere un segreto (o meglio, un papiro con delle scritte), se si tenta di aprirlo con la forza l’aceto contenuto in una fiala all’interno di esso si romperà corrodendo il papiro al suo interno. Questo meccanismo è stato inventato da Dan Brown nel suo libro, anche se nello stesso libro dice che l’idea originale è di Leonardo Da Vinci, anche se non esiste nessuna prova a riguardo.
In questo articolo approfondiremo il Cryptex e scopriremo che questo dispositivo crittografico esiste realmente…
La storia del Cryptex

Come ci dice Wikipedia, del Cryptex non esistono prove concrete del fatto che sia stato creato da Leonardo Da Vinci, come menzionato nel film e nel libro “Il Codice Da Vinci”. Il Cryptex inoltre ha un metodo di funzionamento abbastanza ambiguo. In teoria, se si cerca di aprirlo con la forza, la fiala di aceto al suo interno si romperebbe sciogliendo il manoscritto che contiene il segreto. Ma come dice Wikipedia in ogni caso rimangono 4 dubbi su di esso:

  • Non è chiaro in che modo l’aceto possa dissolvere il messaggio, a meno che non si usino carte od inchiostri speciali.
  • Il cryptex potrebbe essere aperto con una ricerca esaustiva: dedicando 8 ore al giorno per provare tutte le possibili combinazioni in modo meccanico, si riuscirebbe ad aprire il cilindro in meno di un anno (assumendo un alfabeto di 21 lettere e un tempo di un paio di secondi per ogni combinazione), ma si potrebbe essere fortunati e riuscire ad aprirlo molto prima. Comunque, dal racconto di Dan Brown, tale eventualità è allontanata dal fatto che si ha la conoscenza della riuscita della combinazione solo aprendo il Cryptex, ovvero tirandolo dalle estremità, se la forza esercitata è troppo forte si avrebbe comunque la rottura della fialetta.
  • Moderni metodi quali i raggi X permetterebbero di esaminare la struttura interna del cilindro, e di ricavare la combinazione.
  • Molto più semplicemente, si potrebbe mettere il cryptex nel frigorifero (od esporlo a rigide temperature invernali) per congelare l’aceto (che solidifica a -2 °C) ed aprirlo così con la forza bruta, senza bisogno di conoscerne la combinazione e senza pericolo di rovinare il papiro ivi contenuto.

Esiste veramente!

In realtà il Cryptex è un dispositivo comunque “creabile” e ci sono parecchi siti web che lo vendono. Ma prima mi volevo soffermare sulla ricerca di Flickr, cercando infatti su Flickr “Cryptex” compaiono molte foto di gente che lo possiede. Perchè? All’uscita del film Google organizzò una sorta torneo a puzzle, i primi 10.000 che superavano tutti e 24 i puzzle proposti avrebbero vinto una replica del Cryptex. Ecco spiegato chi possiede una copia uguale all’originale del Cryptex, ed ha ben pensato di pubblicarne delle foto su Google.

Quindi, dove potete acquistare un Cryptex? Il sito The Noble Collection ospita una pagina di prodotti dedicata al film il Codice Da Vinci, nella quale trovate anche il famigerato Cryptex. Il sito web Cryptex.org offre invece invece altri tipi di Cryptex, il cui funzionamento è però uguale.

Fonte: Skimbu

 

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Riccardo Magnani a colloquio con Marius Creati… nei meandri di Anamorphosis

December 14, 2010 3 comments

Riccardo Magnani é un noto scrittore italiano che nutre una grande passione per la storia, l’archeologia e la ricerca delle opere di Leonardo Da Vinci. Laureato in Economia e Commercio, per professione abituato a lavorare con la logica e i numeri, si é lasciato assorbire letteralmente dallo studio dei dipinti del grande maestro rinascimentale a tal punto da condividere una serie di aspetti finora ritenuti misteriosi e che indubbiamente illuminano il percorso della storia verso nuovi bagliori della conoscenza. Considerato ormai un esperto nella valutazione dei tratti più inconsueti dei lavori del sommo artista fiorentino é riuscito a tradurre in termini di scrittura l’enorme bagaglio culturale nascosto nelle sue opere, estrapolandone i concetti più salienti al fine di garantire un’autentica divulgazione della verità. Riccardo Magnani dedicandosi alla letteratura storica ha scelto di esporre rivelazioni stupefacenti che confessano la cognizione del grande virtuoso Leonardo sulle origini dell’uomo.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: Come é nata la passione per lo studio delle opere di Leonardo Da Vinci?

Riccardo Magnani: Direi che non c’è stato un momento iniziatico preciso, stante che Leonardo, come molti altri aspetti del nostro passato e presente, ha da sempre catturato la mia inconscia attenzione e curiosità. Nello specifico del Leonardo di palazzo Besta a Teglio, però, il momento che ha dato vita a tutto il mio percorso attraverso i misteri e le ombre del passato, dipanati attraverso una conoscenza sempre più profonda del significato con cui Leonardo intese produrre le sue opere pittoriche, tutte collegate da un solido filo conduttore unico, è stata la stesura del mio primo libro “La fede è una menzogna più grande dell’opinione – la religione come il wannamarchismo”, che prende spunto proprio dal planisfero presente nella sala della creazione di questo straordinario scrigno di conoscenza che è palazzo Besta.

M.C.: E’ una sinergia interiore quella che innesca la scintilla di una combustione scientifica dell’arte?

Riccardo Magnani: Diciamo che la sinergia è dettata dalla comprensione coscienziale di ciò che rappresentò la raffigurazione pittorica e scultorea per gli artisti rinascimentali, ovvero la necessità di comunicare una conoscenza degli accadimenti che andava ben oltre i limiti tollerati dal dogmatismo religioso imperante, che ha poi condizionato e subordinato un dogmatismo scientifico ancora oggi presente nella società che viviamo.

M.C.: Come ha inizio il meraviglioso viaggio interlocutore nei meandri degli affreschi realizzati a Teglio? Esiste una chiave di lettura iniziale?

Riccardo Magnani: Ne esistono moltissime, in realtà, e tutte rifacentesi ad un bagaglio interculturale che porta a riconoscere in questi straordinari affreschi di volta in volta riferimenti alla cultura classica greca, alla cultura indo-vedica, celtica, egizia, la ghematria, la Qabbalah, l’astronomia, la storia dell’arte e così via. Questi affreschi sono un compendio straordinario di tutte le culture che l’uomo ha sviluppato nel proprio progredire e migrare nelle diverse latitudini e epoche sulla terra. Noi tutti abbiamo memoria scritta di cosa rappresentò essere la Biblioteca Alessandrina, ma credo che solo questo straordinario palazzo sia in grado, oggi, di farci percepire con piena fattezza quanto in quello straordinario coacervo di sapere era conservato. Ritengo che palazzo Besta sia una summa concentrata del sapere contenuto nella Biblioteca di Alessandria di Egitto, malamente e dolosamente distrutta. Ma su tutto vi è un particolare senza la cui interpretazione la riconduzione al mondo filo-fiorentino sarebbe stato molto più complicato, ovvero la scritta incisa in calce al “mappamondo” (in realtà un planisfero, appunto), che recita così: “Terra Australis recenter inventa anno 1459 sed nondum plene cognita”. Nel 1459 nasce l’Accademia neoplatonica fiorentina, per volere di Cosimo de Medici; questa intuizione mi ha permesso in realtà di capire quale fosse la porta principale per accedere ai molteplici segreti di palazzo Besta, e ricondurre successivamente a Leonardo da Vinci la paternità di questi affreschi unici.

M.C.: “Anamorphosis” esprime un concetto adatto a riscrivere alcuni dettami della nostra storia… ma espone altresì un ideale di fondo che va oltre la mera ricerca della verità?

Riccardo Magnani: Certamente. Tutta la mia attività letteraria si dipana attorno a questo ideale di fondo, che mira a sconfiggere alla base la cecità con cui i propositori dogmatici ci vorrebbero attori di una realtà totalmente virtuale. Si parla continuamente dello scontro frontale tra fede e scienza, ma si dimentica che questa contrapposizione il più delle volte è tra esponenti dogmatici che non accettano visioni critiche oltre ai propri dettami (salvo esser smentiti man mano che l’uomo si riappropria della conoscenza che gli appartiene da millenni). Il vero conflitto, dunque, è tra fede e conoscenza. Solo la conoscenza può consentire all’uomo di svincolarsi da una proposizione virtuale di una realtà fittizia all’interno della quale si vorrebbe inserirci quotidianamente. Questo atteggiamento appartiene a ogni branca del nostro agire quotidiano; non solo la religione o una parte della scienza, ma la politica, l’economia, la finanza, la stessa quotidianità spicciola di ognuno di noi è oggi costruita su un assunto che l’uomo, da quando ha avuto la necessità di imporsi ai propri simili, ha assunto come atteggiamento vincolante: per avere un credito, si tende a mentire. Queste menzogne trovano terreno fertile nel nostro desiderio di sperare in una realtà diversa, onirica talvolta; dal desiderio di non veder finire una vita, a quello più egoistico di non vedere le corna dell’amante, a quello più bieco e opportunistico di un tornaconto economico o materiale (politica, economia e finanza). Il mio intendimento, da quando mi son buttato mio malgrado nel campo letterario, è volto a far comprendere alle persone l’importanza della conoscenza, al fine di ambire ad una società migliore, da consegnare ai nostri figli come un atto dovuto all’atto procreativo con cui, soddisfacendo un nostro desiderio individuale, abbiamo deciso di consegnargli l’esistenza in questo mondo.

M.C.: Pensi che l’anamorfismo sia stato usato spesso dal grande maestro per nascondere verità scomode e significati simbolici enigmatici?

Riccardo Magnani: L’anamorfismo è una tecnica pittorica attraverso la quale l’artista intende proporre una visione diversa di ciò che rappresenta attraverso un mutato punto di osservazione. I due principali artefici iniziali di questa tecnica, inizialmente, furono proprio Leonardo da Vinci e Albrecht Durer, che con Leonardo collaborò a stretto contatto fisico, come dimostrano gli affreschi di Teglio. Esiste uno zodiaco del Durer, del 1515, che è una copia direi “fotostatica” dello zodiaco lasciato da Leonardo a palazzo Besta, ma soprattutto in tutte le lunette della sala della creazione di palazzo Besta ci sono piccoli e singoli particolari che Durer stessi poi ripropone tutti assieme nella sua opera Melancolia I, la più esoterica delle sue opere. Da parte mia, invece, l’accostamento del titolo a questa tecnica artistica è voluto per indicare proprio quanto ti rispondevo in precedenza: cambiare il punto di osservazione, idealmente, attraverso una conoscenza differente, permette di vedere attraverso la virtualità della società impostaci i riflessi della realtà oggettiva. In questo senso, allora, rispetto alla domanda che mi poni ti rispondo di sì. Come dicevo in precedenza, tutta l’attività artistica di Leonardo è volta a raccontare un unico messaggio di conoscenza, mutuato attraverso l’apprendimento trasversale alle diverse culture antiche. Dall’Annunciazione alla Gioconda, tralasciando la Leda di cui poco conosciamo, passando per l’Uomo di Vitruvio, la Vergine delle Rocce, l’Ultima Cena e tutte le altre opere pittoriche intermedie, Leonardo intende percorrere e mostrarci un unico messaggio di conoscenza repressa e violentata dal permeante atteggiamento ideologico e politico cattolico. Tutta l’attività pittorica di Leonardo, dunque, è un grande e continuo anamorfismo metaforico e sostanziale, la cui comprensione sarebbe rimasta negata ancora per secoli, forse, senza l’ausilio fondamentale degli affreschi lasciati e celati volutamente a palazzo Besta.

M.C.: I lavori artistici di Palazzo Besta rappresentano l’acume di un’analisi minuziosa e dettagliata o il principio di una scrupolosa ricerca verso una conoscenza ancora offuscata?

Riccardo Magnani: Beh, credo di averti in parte già risposto. Sicuramente sono solo l’inizio di un percorso molto profondo attraverso le nebbie con cui i propositori dogmatici hanno inteso celare la conoscenza, sottraendo all’uomo il diritto di conoscere e agire secondo coscienza propria. Il libero arbitrio, del resto, era alla base delle proposizioni di Pico della Mirandola, che proprio per sfuggire agli strali della Chiesa di quel tempo, e invano (poiché morì avvelenato poco dopo), nel 1492 diede fuoco ai propri scritti, così come fece nello stesso anno Marsilio Ficino, l’artefice primo dell’Accademia neoplatonica fiorentina. Non è trascurabile la coincidenza con l’anno della “scoperta” dell’America, né tantomeno il fatto che proprio l’anno successivo, ovvero il 1493, Leonardo da Vinci intese lasciare in questo palazzo la sua opera più importante, l’anello mancante attraverso il quale un nuovo percorso verso la conoscenza è ora più semplice da intraprendere. E’ un percorso nel quale io sono già molto avanti, ovviamente agevolato dal privilegio di aver per primo realizzato l’importanza e la paternità di tali opere, ma che sarò ben felice di condividere con tutti non appena le autorità istituzionali, l’opinione pubblica e le singole disposizioni intellettuali accademiche mi concederanno l’accredito che la divulgazione della conoscenza merita, in quanto patrimonio della collettività intera, senza che nessun tipo di colore, affiliazione religiosa o politica possa apporvi il proprio sigillo.

M.C.: Intrighi provenienti del passato e ampi misteri intrisi nella storia riconducono spesso ai nostro secolo, ma a tuo avviso la possibilità di rimuovere le notizie celate nell’oscurantismo politico-religiosi dell’epoca potrebbe scuotere le convinzioni di un sapere prettamente esoterico moderno?

Riccardo Magnani: Come ho appena detto, ritengo che il sapere non debba necessariamente avere un titolo di appartenenza alcuna, essendo un patrimonio di proprietà dell’intera umanità, stravolto e acquisito in diritto assoluto di volta in volta da questa o quella civiltà, istituzione religiosa o politica. Quello che mi auspico è che alzando il velo dell’ipocrisia culturale imposta, attraverso un atto di vero e proprio stupro ideologico e cognitivo, si possa accedere tutti e indistintamente ad un sapere antico. Vedi, paradossalmente si tende a partire dai primi anni settanta a definire appartenenti al filone della New Age tutti quei comportamenti ideologici che rimandano in realtà al sapere più antico, e dunque meno lordato dai condizionamenti impositivi e restrittivi di un certo dogmatismo ipocrita in quanto meramente opportunistico. Non parlerei dunque di modernità e di esoterismo, ma di semplice riacquisizione di un maltolto che spetta di diritto all’umanità, ovvero la conoscenza del proprio esistere.

M.C.: L’operato di Leonardo Da Vinci é stato spesso legato a fenomeni interdetti, ma le tue ricerche potrebbero creare un certo scompiglio, nonché fastidio?

Riccardo Magnani: Temo di sì. E questo è di per sé paradossale, se ci pensi. Far luce sui misteri e le incomprensioni del passato, riconsegnando a chiunque la conoscenza del proprio passato, nonché nel caso di specie un patrimonio artistico prima ancora che  artistico, culturale e storico, dovrebbe incontrare il favore e l’attenzione di tutto il mondo. In realtà, proprio in virtù dell’opportunismo motivante la traslitterazione della conoscenza e del corso della storia, svelarne i retroscena e la realtà occultata significa minare i privilegi sociali ed economici acquisiti, e dunque, in ultima analisi, “dare fastidio” a qualcuno che dell’ipocrisia ha fatto le fondamenta del proprio ruolo di riferimento sociale, economico e politico. Insomma, per sdrammatizzare, non credo che Houdinì potesse ritenersi contento se qualcuno pubblicamente avesse svelato i trucchi dei propri giochi illusionistici, non trovi?

M.C.: Il messaggio cifrato percepibile negli affreschi summenzionati, ed in particolar modo nel planisfero, si concentra esclusivamente sulla reale scoperta dell’America? Quale importanza percepì il grande Leonardo nel voler nascondere la verità dietro un’opera apparentemente realistica?

Riccardo Magnani: Il messaggio cifrato che Leonardo ci consegna, percepibile negli affreschi di palazzo Besta, innanzitutto, permette di comprendere appieno il messaggio intrinseco a tutte le sue opere che, come ti dicevo poc’anzi, sono collegate in un percorso ideologico e sostanziale unico. Opere come la Mona Lisa, o l’Ultima Cena, il cui significato ambiguo ha per cinque secoli impegnato migliaia di studiosi e semplici appassionati, ora trovano una adeguata motivazione e lettura definitiva proprio in virtù a quanto nei dipinti della sala della Creazione di palazzo Besta è espresso. Questi affreschi rappresentano l’anello mancante per comprendere appieno quale fu tutto il percorso comunicativo di Leonardo da Vinci, e una comprensione oggi più chiara anche di gran parte degli schizzi contenuti nei codici che l’artista ha lasciato, dispersi e raccolti in diversi luoghi e musei del mondo, e per i quali mi auspico presto  di poter essere invitato ad una visione e studio diretti, al fine di avere ulteriori conferme a quanto da lontano  mi è stato permesso acclarare. Quanto si cela dietro il planisfero, che come giustamente riporti ha un carattere di realismo fuori da ogni logica comprensibile secondo l’attuale modo di percepire la nostra storia culturale e la conoscenza che si vuole sviluppata dall’uomo a quei tempi, va ben oltre la denuncia dei retroscena che Leonardo ha inteso svelare circa la fumosa vicenda della “scoperta” dell’America, che come posso ora asserire senza timore di smentita, fu compiuta non da Cristoforo Colombo, un personaggio di pura fantasia costruito da chi da questa vicenda ne trasse dei benefici incommensurabili, come si può intuire, bensì  da Amerigo  Vespucci. Questi, attraverso Lorenzo il Popolano, cugino di Lorenzo il Magnifico, tradendo la Firenze medicea dell’epoca e intendendo favorire la Chiesa, la “traghettò” letteralmente nel “nuovo mondo”, offrendo le conoscenze geografiche e astronomiche che attraverso Cosimo de’ Medici giunsero a Firenze al seguito del Concilio che si tenne a Firenze nel corso dei primi decenni del XV secolo. Ma quanto si cela dietro gli affreschi che Leonardo, d’intesa con personaggi del calibro di Lorenzo il Magnifico, Ludovico il Moro e un giovane dottore di nome Andrea Guicciardi, responsabile dei decori artistici di palazzo Besta nel decennio di fine XV secolo, va ben oltre la mera denuncia di ciò che sta dietro la vicenda della scoperta dell’America, arrivando a ricostruire l’intera storia dell’uomo, dalla sua genesi in poi, così come ho descritto nel libro che è fermo al via (Solo chi ha dubbi si pone domande – Sangel Edizioni), in attesa che Anamorphosis crei i giusti presupposti affinchè il significato di questi straordinari dipinti possa venire compreso e accettato appieno.

M.C.: Le opere del grande maestro rinascimentale potrebbero nascondere molteplici informazioni importanti ancora sconosciute? Potresti sottolineare alcuni aspetti generici senza nulla togliere allo scoop delle rivelazione future?

Riccardo Magnani: Le opere di Leonardo, come avrai ormai intuito, NASCONDONO effettivamente delle importantissime informazioni ancora sconosciute, e non mi riferisco soltanto agli affreschi di palazzo Besta, ma anche a tutte le opere conosciute e studiate da molti anni. La Mona Lisa, ad esempio, traccia un percorso per giungere agli affreschi di Teglio; l’Ultima Cena, oltre a esprimere la palese denuncia di tradimento nei confronti della Chiesa (in effetti è Pietro ad esser rappresentato col coltello dietro la schiena, in procinto di infierire su Gesù), e a offrire una curiosa ipotesi inerente la Sindone, con un particolare eclatante che nessuno ancora è riuscito a vedere, descrive in realtà una nascita e una data, incomprensibile senza aver prima avuto accesso ai dipinti di palazzo Besta, come ho avuto il privilegio di fare in prima persona. Vedi, parlavamo prima di quanto fastidio queste mie rivelazioni possano destare, compreso il mondo accademico dell’arte, essendo io un economista, seppur appassionato, e dunque studioso di Leonardo; questo non presuppone necessariamente il fatto ch’io sia uno stupido, e dunque non possa addivenire alla comprensione di alcune liasons che sono accessibili a chiunque. Anzi, è proprio la mia “verginità”, e dunque la capacità di andare oltre la ragionevole attesa di un condizionamento dogmatico religioso e accademico ad avermi permesso di arrivare a comprendere ogni cosa, spingendomi laddove nessuno finora era riuscito ad arrivare, forse anche per un impedimento rispetto al sistema culturale e sociale di riferimento. Vedi, l’importanza di questi affreschi non si limita a quanto essi esprimono sostanzialmente, o a quanto rappresentano sotto il profilo patrimoniale artistico del nostro paese, in un momento in cui la cultura soffre di un disinteresse governativo imbarazzante, ma sono rivelatori di qualcosa di ancor più grande, ovvero dell’influenza che gli stessi hanno sull’intero mondo artistico rinascimentale e successivo. Palazzo Vecchio, a Firenze, è ispirato dagli affreschi che Leonardo ha lasciato a palazzo Besta, in un atto di preservazione di un sapere che altrimenti sarebbe andato perso. Durer è influenzato direttamente da Leonardo, proprio da una coesistenza in Valtellina in quegli stessi anni, ma in realtà tutti gli artisti rinascimentali lo sono stati: Botticelli, Raffaello, Ghirlandaio, Caravaggio, Tiziano, lo stesso Michelangelo, che ha ripreso nelle sue decorazioni della Cappella Sistina dei particolari presenti a Teglio. Molto di quello che abbiamo assunto fino ad oggi come “storia” andrà riscritto, grazie ad un artista geniale che prima di tutto è stato un politico e un ideologo, ma soprattutto un cronista storico, come mai nessuno ha saputo concepirlo. Beh, forse la Chiesa lo intese, e infatti Leonardo, il più grande di tutti, venne estromesso da ogni committenza Vaticana. La chiave di tutto è nelle modalità anagrafiche con cui Leonardo venne assunto nel 1482 alla corte degli Sforza di Milano: “… un giovane suonatore di lira…”