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Vittorio Gassman, “Aspettando i barbari” di Konstantinos Petrou Kavafis

“Segreti” di Kostantinos Petrou Kavafis

Segreti

Da quanto ho fatto, da quanto ho detto
di scoprire non cerchino chi fui.
C’era un ostacolo che mi fermava
tante volte che stavo per parlare.
Di me le azioni meno percettibili
E dei miei scritti quelli più velati –
sarà solo lì che capiranno.
Ma forse tanta pena, tanto sforzo
Per intendere me non mette il conto.
Più tardi – in una società migliore –
certo qualcuno fatto come me
apparirà, farà liberamente.

da: Poesie nascoste, a cura di Filippo Maria Pontani, Mondatori, 1974

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“27 giugno 1906, due del pomeriggio (La forca)” di Kostantinos Petrou Kavafis

27 giugno 1906, due del pomeriggio (La forca)

Quando alla forca lo portarono i Cristiani
– diciassett’anni, un ragazzo innocente –
la madre che si trascinava
presso la forca e si batteva il petto tra la polvere
sotto il sole feroce del meriggio,
ora ululava come un lupo grida belluine,
ora spossata martire biascicava un lamento:
«Diciassett’anni soli mi sei vissuto figlio mio».
Gli fecero salire la scala della forca e gli passarono
la corda al collo e lo strozzarono
– diciassett’anni , un ragazzo innocente –
e penzolò nel vuoto
tra gli atroci spasmi dell’agonia quel corpo
d’efebo così bello: si rotolava allora quella madre martire nella polvere
e nel suo pianto non parlava più d’anni: «Diciassette
giorni soltanto» piangeva «diciassette
giorni soltanto io t’ho goduto, figlio mio».

Per questa poesia si il titolo originale, che nell’edizione Mondadori è: La forca, e si aggiorna in due punti la traduzione del grecista insigne Pontani:
al verso: “e nel suo pianto [Pontani: lagno] non parlava più d’anni: «Diciassette.”
E al verso: “giorni soltanto» piangeva [Pontani: si lagnava] “diciassette”.
[nota del copista]

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“Così” di Kostantinos Petrou Kavafis

 

Così

In questa foto oscena – fu venduta
per la via, di nascosto dalla guardia –
in questa foto pornografica, com’è
che c’è un viso di sogno come questo,
com’è che ci sei tu.

Chissà che vita grama e sordida farai:
in che trucido ambiente ti sarai
fatto fotografare;
che anima da nulla è mai la tua.
Pure, ancora di più resti per me quel viso
di sogno, la figura
fatta e donata per piaceri greci –
così resti per me, così ti canto.

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“A teatro” di Kostantinos Petrou Kavafis

A teatro

Di guardare la scena mi annoiai,
levai lo sguardo ai palchi.
E dentro un palco vidi te,
con quella strana tua beltà, la tua corrotta gioventù.
Mi tornò a mente quanto avevo udito
dopo pranzo di te,
il mio pensiero e il mio corpo si commossero.
E mentre rimiravo affascinato
quella spossata tua beltà, la tua spossata gioventù,
la ricercata foggia del vestire,
t’immaginavo e ti raffiguravo
con ciò che avevo udito
dopo pranzo di te.

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“E se non puoi la vita che desideri” di Kostantinos Petrou Kavafis

 

E se non puoi la vita che desideri

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo per quanto sta in te
non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo
degli incontri e degli inviti
fino a farne una stucchevole estranea.

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“Prima che il tempo li guastasse” di Konstantinos Petrou Kavafis

Prima che il tempo li guastasse

Assai si dolsero    nell’atto di lasciarsi.
Le circostanze,    non loro lo vollero.
I casi della vita    fecero che uno
lontano se n’andasse – a New York o in Canadà.
Certo l’amore non era più    quello d’un tempo,
poco per volta in loro    era scemata l’attrazione.
Separarsi, però,     non l’avevano voluto.
Le circostanze agivano.-    Forse il destino
s’è rivelato artista,     spaiandoli proprio adesso
prima che il fuoco si spegnesse     che il Tempo li guastasse.
Immutabilmente    saranno l’uno per l’altro
il bel ragazzo    di ventiquattro anni.

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“La città” di Konstantinos Petrou Kavafis

La città

Hai detto: per altre terre andrò, per altro mare.

Altra città, più amabile di questa, dove

Ogni mio sforzo e’ votato al fallimento

Dove il mio cuore come un morto sta sepolto

Ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?

Dei lunghi anni, se mi guardo intorno,

della mia vita consumata qui, non vedo

che nere macerie e solitudine e rovina.

Non troverai altro luogo, non troverai altro mare.

La città ti verra’ dietro. Andrai vagando

Per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.

Imbiancherai in queste stesse case. Sempre

Farai capo a questa città. Altrove, non sperare,

non c’e’ nave, non c’e’ strada per te.

Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto

Tu l’hai sciupata su tutta la terra.

(Konstantinos Kavafis)

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“Nel mese di Athyr” di Konstantinos Petrou Kavafis

Nel mese di Athyr

A fatica leggo sulla vecchia pietra

SIGN(OR)E GESU’ CRISTO. La parola ANI(M)A distinguo.

NEL ME(SE DI) ATHYR LEUCI(O) SI SP(ENS)E.

Menzionando l’eta’ … ANNI VIS(SU)TO

Le Kappa e Zeta dicono che si spense presto.

Dove la parte e’ guasta vedo COSTU(I)… DI ALESSANDRIA.

Poi vengono tre righe molto mutile, appena posso

decifrare le parole NOSTRE L(A)CRIME, e DOLORE

e ancora LACRIME e GLI (AM)ICI IN LUTTO.

Questo Leucio a me pare che fu molto amato.

Nel mese di Athyr Leucio si spense.

(Konstantinos Kavafis)

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“Ekomisa Eis Thn Tecnh” (Portai nell’Arte mia) di Kostantinos Petrou Kavafis

Ekomisa Eis Thn Tecnh/Portai nell’Arte mia

Sto, seduto. Fantastico. E brame e sensazioni
portai nell’Arte mia – appena intraveduti
visi, vaghi contorni; di non compiuti amori
poche memorie labili. A Lei voglio concedermi.
Forme della Beltà delinea, esperta; e colma
tutta la vita, quasi inavvertitamente:
associa percezioni, associa le giornate.

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