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“Matisse arabesque”, catalogo della straordinaria esposizione romana, Scuderie del Quirinale

June 6, 2015 Leave a comment

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Matisse. Arabesque

a cura di Ester Coen

Pubblicato in occasione della straordinaria esposizione romana, Matisse. Arabesque vuole restituire un’idea delle suggestioni che superfici dipinte o tessuti ebbero nella pittura di Matisse: un universo che, con i suoi artifici, i suoi arabeschi, i suoi colori, suggerisce uno spazio più vasto, un vero spazio plastico e offre un nuovo respiro alle sue composizioni, liberandolo dalle costrizioni formali, dalla necessità della prospettiva e della “somiglianza” per aprire a uno spazio fatto di colori vibranti, a una nuova idea di arte decorativa fondata sull’idea di superficie pura.

Oltre cento opere di Matisse – tra cui spiccano alcuni capolavori assoluti provenienti dai maggiori musei del mondo – affiancate da manufatti originali afferenti alle culture da cui l’artista fu ammaliato documentano come l’universo gioiosamente decorativo di Matisse si vede riflesso nelle sue fonti a cominciare da quelle nord-africane e medio-orientali, fino a giungere a Cina e Giappone. Orienti e culture “altre” declinate attraverso gli orditi geometrici, gli arabeschi, i colori e che offrono alle sue composizioni un nuovo respiro, diventando per l’artista la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura.

Introdotto dal saggio della curatrice Ester Coen (Matisse arabesque), il volume riunisce i testi di Rémi Labrusse (Arabeschi. Una storia occidentale), Eva-Maria Troelenberg (“Saltare il fosso”:

Matisse e l’“inutilità” catalitica di esporre le arti islamiche), Avinoam Shalem (Leggere tra le righe: attraverso i papiers découpés di Matisse), Egidio Cossa (Matisse e le Arts Nègre), Yuko Tanaka (Matisse e i tessuti asiatici), Zelda De Lillo (Le Chant du rossignol) e Laurent Jenny (Finestre aperte, ovvero “il dentro del fuori”). Parallelamente, in un affascinante e inedito confronto, cinque capitoli dedicati alle diverse culture ed espressioni artistiche nel mondo (Mediterraneo. Medio OrientePrimitivismo. AfricaSul disegno dell’alberoLinearismo. Estremo OrienteSul disegno e la figura) presentano splendidi oggetti d’arte comprendenti ceramiche, tessuti, intarsi lignei, stampe appartenenti a importanti musei italiani e internazionali.

2015, 24 x 28 cm

256 pagine, 276 colori, brossura

ISBN 978-88-572-2679-8

€ 38,00

Prezzo speciale riservato ai visitatori

presso Arion Scuderie

€ 32,00

“Matisse. Arabesque”, mostra del grande artista Henri Matisse presso le Scuderie del Quirinale a Roma

June 6, 2015 Leave a comment

Matisse. Arabesque

“La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro.” 

La révélation m’est venue d’Orient scriveva Henri Matisse nel 1947 al critico Gaston Diehl: una rivelazione che non fu uno shock improvviso ma – come testimoniano i suoi quadri e disegni – viene piuttosto da una crescente frequentazione dell’Oriente e si sviluppa nell’arco di viaggi, incontri e visite a mostre ed esposizioni.

Proposta dalle Scuderie del Quirinale, promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Turismo, la mostra è organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in coproduzione con MondoMostre e catalogo a cura di Skira editore. In esposizione oltre 90 opere di Matisse con alcuni capolavori assoluti – per la prima volta in Italia – dai maggiori musei del mondo: Tate, MET, MoMa, Puškin, Ermitage, Pompidou, Orangerie, Philadelphia, Washington solo per citarne alcuni.

Curata da Ester Coen, con un comitato scientifico composto da John ElderfieldRemi Labrusse e Olivier BerggruenMatisse. Arabesque, vuole restituire un’idea delle suggestioni che l’Oriente ebbe nella pittura di Matisse: un Oriente che, con i suoi artifici, i suoi arabeschi, i suoi colori, suggerisce uno spazio più vasto, un vero spazio plastico e offre un nuovo respiro alle sue composizioni, liberandolo dalle costrizioni formali, dalla necessità della prospettiva e della “somiglianza” per aprire a uno spazio fatto di colori vibranti, a una nuova idea di arte decorativa fondata sull’idea di superficie pura.

Henri Matisse non era destinato alla pittura, “Sono figlio di un commerciante di sementi, al quale avrei dovuto succedere nella gestione del negozio”, cerca di intraprendere la carriera di avvocato prima di diventare un artista. Sarà la sua salute a cambiare il corso della storia. Lavorava come assistente in uno studio legale di Saint-Quentin, quando nel 1890 una grave appendicite lo costringe a letto per quasi un anno. Comincia a dedicarsi alla pittura e dal 1893 frequenta l’atelier del pittore simbolista Gustave Moreau insieme con l’amico Albert Marquet. Si iscrive ufficialmente all’École des Beaux Arts nel 1895, dove insegnano molti Orientalisti.

In quegli anni vedrà molto Oriente: visita la vasta collezione islamica del Louvre in esposizione permanente e le diverse mostre che, nel 1893-1894 e soprattutto nel 1903, vennero dedicate all’arte islamica al Musée des Arts Decoratifs di Parigi. E poi, all’Esposizione mondiale del 1900, scopre i paesi musulmani nei padiglioni dedicati a Turchia, Persia, Marocco, Tunisia, Algeria ed Egitto. Matisse frequenta anche le gallerie dell’avanguardia, come quella di Ambroise Vollard, dal quale acquista nel 1899 un disegno di Van Gogh, un busto in gesso di Rodin, un quadro di Gauguin e uno di Cézanne, che influenzerà moltissimo l’opera di Matisse.

Viaggia in Algeria (1906), ne riporta ceramiche e tappeti da preghiera che nel disegno e nei colori riempiranno le sue tele da li in poi, in Italia (1907) visita Firenze, Arezzo, Siena e Padova “quando vedo gli affreschi di Giotto non mi preoccupo di sapere quale scena di Cristo ho sotto gli occhi ma percepisco il sentimento contenuto nelle linee, nella composizione, nei colori”. La visita alla grande “Esposizione di arte maomettana” a Monaco di Baviera nel 1910 – la prima mostra di arte mussulmana che influenzerà una generazione di artisti, da Kandinsky a Le Corbusier – sarà il vero spunto per un tipo di decorazione di  impianto compositivo assai lontano dalle sue tradizioni occidentali. E’ a Mosca nell’autunno 1911 per curare l’installazione in casa Schukin di La danza e La musica. Nel 1912 torna in Africa, stavolta la meta è il Marocco, Tangeri la bianca. Ecco che il tailleur de lumiere, come lo battezza non a caso il genero Georges Duthuit, è sorpreso da una luce dolce e da una natura lussureggiante che andranno ad accentuare la sua cadenza armonica, musicale: “un tono non è che un colore, due toni sono un accordo” 

Matisse si lascia alle spalle le destrutturazioni e le deformazioni proprie dell’avanguardia, più interessato ad associazioni con modelli di arte barbarica. Il motivo della decorazione diventa per l’artista la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura. E’ dai motivi intrecciati delle civiltà antiche che Matisse coglie i principi di rappresentazione di uno spazio diverso che gli consente di “uscire dalla pittura intimistica” di tradizione ottocentesca.

Il Marocco, l’Oriente, l’Africa e la Russia, nella loro essenza più spirituale e più lontana dalla dimensione semplicemente decorativa, indicheranno a Matisse nuovi schemi compositivi. Arabeschi, disegni geometrici e orditi, presenti nel mondo Ottomano, nell’arte bizantina, nel mondo ortodosso e nei Primitivi studiati al Louvre; tutti elementi interpretati da Matisse con straordinaria modernità in un linguaggio che, incurante dell’esattezza delle forme naturali, sfiora il sublime.

Marocco, il fantasma degli orientalisti

March 26, 2012 Leave a comment

Al debutto del XIX° secolo, gli occidentali sono divorati dall’ambizione colonialista e dall’Oriente in generale e, del Marocco in particolare, non ne sapevano nulla o quasi. Per loro, il Marocco non era che una parte dell’Oriente, senza un proprio carattere, descritto come un impero ostile e rinchiuso in se stesso. Scientifici ed esploratori, ma anche  artisti e romanzieri, hanno contribuito ad alzare il velo di mistero dell’Oriente. Questi “orientalisti”  si lanciarono anima e corpo in quello che credevano essere uno studio razionale e rigoroso dell’enigmaticità della società marocchina. Ma l’etnocentrismo è tenace e gli europei  guardavano lo stile di vita dei marocchini attraverso il prisma dei loro fantasmi. Pur di fare sensazione, gli orientalisti riportano quasi esclusivamente i costumi che loro stessi trovavano più eccentrici e insoliti. E’ grazie all’ispirazione di Victor Hugo, all’epoca 27 enne, che dobbiamo il termine “orientalista”, nato attorno alla sua raccolta di poemi “Gli Orientali” (1829). Da allora, il movimento, nato essenzialmente dalla letteratura e  nutrito dalla campagna d’Egitto di Napoleone, ebbe inizio. L’interesse europeo andava di pari passo con i progetti di conquista del XIX° Secolo ed era  logico in quel momento per la Francia informarsi sul Marocco, paese su cui aveva puntato i suoi interessi. Per fare questo, invio’ in missione alcuni artisti con lo scopo di portare nuove conoscenze nella metropoli. Queste sensibilità giocarono un ruolo chiave nelle derive dell’orientalismo perchè la finalità del romanticismo era quella di opporre la ragione al sentimento. I lavori sul Marocco si orientarono rapidamente verso l’esaltazione dei sentimenti personali, creando un impasse sulla realtà della società. “Quanto è bello, ho creduto di perdere la testa!” scrisse nella sua corriposndenza Alfred Dehodenq (1822-1882), uno dei primi pittori francesi a visitare il Marocco. Eugène Delacroix, un altra importante figura dell’orientalismo in Marocco, dono’ dei consigli ai suoi concittadini dopo il suo soggiorno in Marocco nel 1832: “Se avete qualche mese da perdere, qualche giorno, venite in Barbaria, voi vedrete il naturale che è sempre fuori dal nostro controllo, sentirete la preziosa e rara influenza del sole che dona a tutte le cose una via penetrante”. Le impressioni quindi donate dai primi orientalisti rilevavano sempre un approccio esaltante e naïf sul Marocco. La corrente orientalista risultava ugualmente senza una rappresentazione figurativa del mondo musulmano, un mondo che gli europei non potevano conoscere diversamente se non con la pittura.I marocchini e i musulmani in genererale, non erano  autorizzati dalla religione ha disegnare dei ritratti, o approcciarsi all’arte nella realtà. Tutti i tentativi di dipingere o di scolpire un essere vivente è un offesa alla realizzazione divina, perchè un musulmano non puo’ rivaleggiare con Dio. Questo vuoto artistico alimento’  dunque i fantasmi dell’inconscio. Con il processo di colonizzazione , l’orientalismo inizio’ ad essere usato a scopi politici. Il generale Lyautey mise gli orientalisti  al lavoro con l’intento di provocare seduzione per attrarre nuovi coloni francesi. Il suo obiettivo era chiaramente di far loro amare il Marocco, di suscitare la lor curiosità e di dirigerli verso un mondo incantato.  Jaques Majorelle (1886-1962), diede al generale molte soddisfazioni dipingendo una Marrakech carica di magia e di favole. Ma per attirare i nuovi coloni, Lyautey comprese bene che doveva mettere le mani sui fantasmi maschili e quindi non si privo’ di incoraggiare le rappresentazioni dei famosi harem orientali.  Questo aspetto dell’orientalismo è quello che chocco i marocchini, perchè metteva a nudo un tabù di una società ultraconservatrice. Questi luoghi normalmente inviolabili servirono agli appetiti (non solo politici) degli occidentali. I dipinti più conosciuti sono quelli che cristallizzano i fantasmi intorno agli harem. Eugène Delacroix (1798-1863) e più tardi Henri Matisse (1869-1954), fecero di queste rappresentazioni il soggetto-faro delle loro tele consacrate all’Oriente e al Marocco in particolare. Dipinti che sovente rappresentano donne orientali “denudate” la cui sola funzione è apparentemente di soddisfare le voglie dei loro padroni e signori. Ancor più dei personaggi, sono i luoghi che appassionano e intrigano i pittori orientalisti. Gli harem rappresentano inconsciamente il desiderio  maschile universale di possedere numerose donne. Un desiderio proibito, cosa che li rende ancora più affascinanti e in arabo la parola “Harem è appunto sinonimo di “proibito” (Haram). Vista la quantità impressionante dei dipinti prodotti su questo tema, gli osservatori musulmani del XIX° secolo si sono legittimamente posti  la domanda sull’accesso agli harem da parte degli occidentali. Infatti, pare evidente, conoscendo l’impenetrabilità dei luoghi privati nel Marocco dell’epoca, che molti pittori dipinsero questi luoghi solo con la loro immaginazione. Attardandosi sui dettagli dei dipinti, alcuni elementi  suscitano diversi interrogativi. Abdelkrim Belamine, un artista pittore marocchino, rileva che “i corpi delle donne orientali corrispondono stranamente ai criteri di bellezza occidentale dell’epoca”. Per il pittore, il trucco consiste nel riprendere schizzi di nudi realizzati in Europa ed “aggiungere volti di tipo orientale”, il tutto completato con un decoro arabo-musulmano. La tecnica risponde alle attese dei mecenati europei, tutti presi a realizzare molti soldi con pochi mezzi. Per usare un vocabolo moderno, molte di queste tele sono infatti ilprodotto di un montaggio.  L’assemblaggio estetico dei corpi dei marocchini con quello delle donne europee non è solo dovuto alla mancanza dei modelli locali ma è anche la proiezione dei fantasmi degli occidentali sulle loro società. Gli orientalisti trasposero quello che credevano essere la realtà della morale sessuale marocchina a loro modo, immaginando un ideale di donna sottomessa e schiava. E’ la definizione stessa del fantasma. La sociologa Fatima Mernissi, nel suo saggio “L’Harem e l’Occidente”, giudica oltraggioso lo spazio accordato alle donne arabe dagli orientalisti. La scrittrice traccia un parallelo con Sherazade, incarnazione della donna orientale nell’immaginario occidentale. Nel libro “Le Mille e una notte“, Sherazade utilizza la sua intelligenza e la sua arte di cantastorie per salvarsi, e salvare il suo popolo, dalla tirrania del marito sanguinario. Pertanto Fatima Mernissi nota che questo aspetto primordiale del personaggio e volontariamente occultato nelle rappresentazioni dell’Occidente. Lo spirito orientalista non fa altro che veicolare l’immagine carnale della sposa del sultano, sottomessa nel letto del suo crudele sposo. La scrittrice evoca ugualmente un dipinto di Henri Matisse, “L’odalisca con le culotte rosse”: “Il dipinto di Matisse conserva un potere più forte della realtà storica perché, ancora oggi (…) molti degli occidentali  pensano che in Oriente, niente è cambiato e che i musulmani non richiedano mai delle riforme o la modernità”. Questi dipinti rivelano una volontà politica di inserire il mondo arabo musulmano in un immagine decadente o perlomeno stagnante, che mette in luce, per contrasto, una società occidentale moderna e sempre in movimento.

Paolo Pautasso