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Greenpeace, richiesta creazione parco nell’Artico

Al Rio+20 i negoziatori sono incapaci di produrre documenti incisivi e mentre l’unica preoccupazione presa in considerazione è quella di evitare un fallimento formale, le associazioni ambientaliste,non che una parte del mondo imprenditoriale, hanno intenti ben più propositivi.
Infatti Greepeace ha volutamente mobilitato ambientalisti, attori, famosi imprenditori e rock-stars per lanciare il progetto ambito di un grande parco nell’Artide, un’area protetta per far si che vengano bloccate le trivellazioni e la pesca eccessiva.
Alla campagna di adesione si sono uniti già Paul McCartney, Penelope Cruz, Robert Redford, la “boy band” One Direction, Sir Richard Branson, il regista Pedro Almodovar, il leader dei Radiohead Thom Yorke, Emily Blunt, Baaba Maal, Lucy Lawless, Javier Bardem, la star di Boolywood Dev Patel e molti altri, tra cui 9 vincitori di Oscar e 10 vincitori di Golden Globe.
Greenpeace ha stillato un elenco con i nomi di coloro che hanno aderito all’iniziativa, celebrità in primis nella lista, sperando di raggiungere la quota di 1 milione, la quale verrà inserita in una capsula e adagiata sul fondale del mare artico.
Paul Mc Cartney afferma: “L’artico è una delle regioni più belle e incontaminate del pianeta, ma è sotto attacco. Alcuni paesi e alcune aziende vogliono aprirlo alle trivellazioni per la ricerca di idrocarburi e alla pesca industriale e fare all’artico quello che hanno fatto al resto del nostro fragile pianeta. Mi pare una pazzia andare alla fine del mondo per strappare gli ultimi barili di petrolio quando la scienza ci dice che dobbiamo uscire dai combustibili fossili per dare ai nostri figli un futuro. Un giorno, da qualche parte, dovremo ribellarci a tutto questo. E io dico che il momento è adesso e il posto è l’Artico”.

Marius Creati

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Greenpeace, indagine commercio illegale del legno in Indonesia

March 2, 2012 Leave a comment

Tronchi di alberi di specie protette e a rischio mischiati con legni comuni per aggirare la legge. Lo denuncia Greenpeace grazie ad un’inchiesta sottocopertura durata un anno nella più grande cartiera in Indonesia del colosso del settore APP, Asia Pulp & Paper. Gli attivisti controllando i carichi di legno hanno scoperto tronchi di ramino, il cui commercio è stato bandito in Indonesia dal 2001. Questa specie cresce nelle foreste torbiere, habitat naturale delle ultime 400 tigri di sumatra rimaste: la sua scomparsa creerebbe un danno enorme all’ecosistema. Il legno è stato fatto analizzare da esperti che hanno confermato i sospetti di Greenpeace. L’associazione ambientalista punta il dito anche contro le aziende che utilizzano la carta APP, citando National Geographic, Xerox e Danone. Il colosso indonesiano da parte sua ha sempre negato di utilizzare legno illegale. Intanto Greenpeace ha consegnato le prove, il materiale video e fotografico al Ministero delle Foreste indonesiano e alla polizia del Paese chiedendo loro di intervenire.

Fonte: TMNews

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Amazzonia, foreste incendiate e interessi economici

January 10, 2012 Leave a comment

Le esperienze globali del passato mi spingono a scrivere questo articolo, l’Amazzonia, l’estesa foresta sudamericana del territorio idrografico del Rio delle Amazzoni è in parte stata salvata dall’istituzione di numerosi Parchi Nazionali e Riserve naturali, grazie al contributo, occorre ricordarlo, del cantante Sting (nome d’arte di Gordon Matthew Thomas Sumner), che denunciò la deforestazione locale tramite canzoni denuncia e accorati appelli, facendo giungere anche in Italia i Capitribù locali a raccontare le vicissitudini contro le speculazioni, poi è stata la volta delle foreste sudafricane, dove un boscaiolo viene pagato l’equivalente di un solo dollaro ($) al giorno, minacciate anchesse dalla deforestazione, di qui l’intervento dell’associazione ambientalista Greenpeace, che denunciando che parte dei finanziamenti in denaro per abbatere le foreste proveniva anche dall’Italia, sono stati forieri di iniziative singolari di protesta, tra queste quella di travestirsi da gorilla e salire all’arrembaggio su di una nave che trasportava un intero carico di tronchi d’albero pluricentenari diretti in Italia per denunciare quanto siano minacciate anche le specie in via d’estinzione non solo per l’assottigliarsi della flora, ma anche per gli incendi appiccati per penetrare nelle aree più fittamente boscate o per essere stati travolti dagli autoveicoli transitanti nelle strade (questo accade soprattutto al bradipo, scimmia abituata a passare l’intera vita sugli alberi, che ci mette ore intere nel caso debba attraversare una strada) aperte nella foresta per il trasporto dei tronchi d’albero, tali vie sono larghe pochi metri, ma tutt’attorno viene comunemente tagliata, per aggiuntivi diversi metri, la foresta, al fine di poter scoprire in anticipo eventuali pericoli provenienti dalla foresta e come piste tagliafuoco, che devono, spesso senza riuscirci, evitare il propagarsi di possibili incendi.
Adesso veniamo alla questione chiave dell’articolo, per poterlo meglio comprendere occorre ripensare a quanto è accaduto in Madagascar (isola del continente africano, situata ad est di esso nell’Oceano Indiano, estremamente estesa), nello stesso continente africano e in Indonesia, dove le foreste in parte sono state soppiantate da coltivazioni di palma da olio (Elaeis Guineensis), in questi stessi giorni 13000 chilometri quadrati (Km/q) tra foresta e steppa in Patagonia, Cile (Chile), sono stati divorati dal fuoco e non mi stupirei se qualcuno l’avesse fatto per creare nuove aree di pascolo per gli alpaca, animali della famiglia dei camelidi da cui si ricava latte, ma soprattutto lana di alta qualità e in 20 diverse tonalità dai colori nero, bianco, rosso e marrone, questo il tempo presente in cui l’economia detta le regole, quindi per il denaro si produce oltremisura in un dato luogo per consumare a migliaia di km di distanza, dove si usa e si getta ogni cosa, il cambiamento futuro eviterà lo sfruttamento del suolo e delle persone, l’utilizzo si, ma senza eccedenze e in produzione bilanciata per vivere degnamente e non per sopravvivere, tutelando così anche le foreste, che sono anch’esse vive.
L’area interessata dall’incendio cileno fa parte del Parco Nazionale delle Torri del Paine, che verrà chiuso almeno per tutto il restante mese di gennaio 2012, ma poi come al solito diranno che mancano i soldi per il rimboschimento e avanti con il pascolo, finché ogni cosa ritroverà l’equilibrio nel dolce futuro prossimo che ci attende, la natura è per tutti, ma la vita è dolce melodia solo se viviamo in armonia con essa.

Gennaro Gelmini

Fonte: Gennaro-Gelmini

Giappone, caccia alle balene con fondi vittime tsunami

December 15, 2011 Leave a comment

La denuncia viene da Greenpeace ed è di quelle che fanno riflettere soprattutto se si è stati tanto caritatevoli da fare un offerta per i danni dello tsunami che ha colpito il Giappone nel marzo 2011. L’associazione ambientalista denuncia il fatto che il Giappone avrebbe utilizzato parte dei fondi destinati alle vittime del terremoto e del disastro nucleare di Fukushima per finanziare la caccia alle balene. Oltre venti milioni sarebbero gli euro investiti in una pratica illegale. Il Giappone si è giustificato adducendo come motivo (e dunque confermando quanto sopra detto) che i soldi erano stati investiti in misure di sicurezza aggiuntive e per coprire i debiti della flotta, che molti villaggi dipendevano proprio dalla caccia alle balene per la propria sopravvivenza e che molte barche avrebbero subito danni dallo tsunami. Dunque, ai sensi della legge, il denaro sarebbe stato effettivamente riutilizzato per la ricostruzione post-terremoto.
Una risposta molto ironica e fuori luogo così come lo è il modo in cui il Giappone continua a cacciare indisturbato; oltretutto nelle acque antartiche, considerate da Australia e Nuova Zelanda il «santuario internazionale delle balene», dove questi animali dovrebbero godere della protezione da parte delle autorità, grazie anche al loro indiscutibile valore di attrazione turistica.
C’è da scommettere, visto quanto detto,che quest’anno la tradizionale caccia alle balene del Giappone non attirerà le critiche della comunità internazionale soltanto perché si tratta di una pratica barbara e, oltretutto, illegale: sulle autorità nipponiche grava la pesante accusa mossa da Greenpeace che ha immediatamente fatto il giro del mondo, destando unanime indignazione; quella di aver finanziato il programma annuale di caccia nei mari con denaro proveniente da fondi destinati alle vittime del terremoto e del disastro nucleare di Fukushima.

Fonte: Net1News

Papua Nuova Guinea, corsa alla terra… a rischio foreste e popoli indigeni

November 16, 2011 Leave a comment

La Papua Nuova Guinea è uno dei pochi posti al mondo dove i popoli indigeni hanno il pieno diritto di proprietà sulle loro terre ancestrali, mentre appena il tre per cento di terreni è controllato dal governo o da imprese private. La proprietà consuetudinaria è una delle ragioni che fanno della Papua Nuova Guinea una delle poche aree al mondo in cui le foreste pluviali sono ancora in larga parte intatte. Gli indigeni hanno stretti legami spirituali per la loro terra e con la foresta e hanno il diritto al consenso, previo, libero e informato, prima che venga intrapresa qualsiasi attività commerciale nei loro territori.
La recente assegnazione di quasi il 20 per cento delle foreste del paese a progetti agricoli rappresenta quindi una minaccia per le foreste della Papua Nuova Guinea.
La nave di Greenpeace Esperanza harecentemente  aiutato i clan tribali della remota provincia di Pomio a battersi in difesa delle loro foreste.
L’equipaggio di Greenpeace ha dipinto sulla fiancata di una nave carica di legname la scritta “fermate il furto di terra”. Il legname, rubato agli indigeni, era destinato all’esportazione in Cina. L’attività è stata accolta con ostilità da parte della compagnia del legno, ma non da parte delle  comunità locali che chiedono la fine dei contratti di cessione delle foreste per progetti agricoli, i SABL. L’introduzione di questi contratti minaccia di distruggere oltre 5 milioni di ettari di foreste, e con essa, le case e i mezzi di sussistenza di centinaia di comunità tradizionali.
La maggior parte dei SABLs assicura alle imprese 99 anni di controllo sulle terre sottratte ai legittimi proprietari.
“La nostra terra ci viene rubata e le nostre foreste vengono distrutte senza che nessuno ci abbia chiesto il permesso. I contratti di locazione SABL devono essere fermati o la mia gente perderà i suoi mezzi di sussistenza per 99 anni – e le nostre foreste saranno perdute per sempre “, ha detto Paul Palosualrea, un proprietario terriero che porta le proteste di oggi per Pomio.
All’inizio di ottobre, la famigerata compagnia del legno malese Rimbunan Hijau, ha pagato polizia per raggiungere in aereo i villaggi di Pomio e ridurre al silenzio le popolazioni che protestavano. Gli indigeni sono stati picchiati a bastonate e cinghiate, e dei ragazzi sono stati rinchiusi in un container di metallo (cosa che al sole dei tropici può costare la vita).
Come molti contratti di locazione SABL, anche quello di Pomio è stato ottenuto con la frode e molte delle firme in calce al contratto sono di bambini, uno dei quali risulta avere tre anni.
Una coalizione di proprietari tradizionali, clan indigeni, associazioni non governative, e gruppi della società civile si batte per l’abolizione dei  SABL e per la protezione delle foreste della Papua Nuova Guinea e dei diritti dei proprietari tradizionali.
“Le compagnie del legname promettono strade e servizi sanitari –  ha detto Sam Moko, di Greenpeace –  ma in realtà tutto quello che hanno da offrire offrono sono fiumi sporchi e le foreste distrutte. Il nuovo governo della Papua Nuova Guinea deve proteggere i diritti della sua gente e non i profitti delle grandi compagnie. Questo massiccio furto di terre deve finire una volta per tutte.”

Fonte: Salva le Foreste

Greenpeace, deforestazione anche misfatto di Barbie Mattel

Secondo Greenpeace la più famosa bambola del mondo sarebbe uno degli elementi che contribuiscono alla deforestazione in Indonesia. Gli attivisti di Greenpeace hanno lanciato una campagna internazionale contro la Mattel, casa produttrice di Barbie, a Los Angeles e a Jakarta. Secondo l’organizzazione di difesa dell’ambiente infatti, il legno degli imballaggi della bambola proviene da quella che hanno definito una famigerata azienda indonesiana autrice della deforestazione della foresta pluviale fra le più estese del mondo. L’azienda sarebbe la Asia Pulp and Paper e gli attivisti di Greenpeace basano la loro conclusione su alcuni esami compiuti da alcuni loro investigatori. L’Asia Pulp and Paper pare sia controllata dal gruppo Sinar Mas specializzato in produzione di carta e olio di palma. L’azienda si è difesa dichiarando che il legno degli imballaggi di Barbie è costituito al 96% da materiale riciclato e che hanno l’obiettivo di arrivare ad una percentuale del 100% entro il 2015.

Carla Liberatore