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“Il presepio”, libro di Maurizio Bettini, Giulio Einaudi Editore

December 26, 2018 Leave a comment

 

il presepio

Il presepio è una finzione fragile e incantevole. Nel suo puntuale ritorno, a ogni 25 dicembre, si cela qualcosa di magico che riguarda ognuno di noi: credenti, atei o indifferenti. Una nostalgia che riporta ai Natali dell’infanzia, quando aprivamo lo scatolone preso in soffitta, o in cantina, e con gli occhi pieni di stupore tiravamo fuori una dopo l’altra le piccole statuine. Maurizio Bettini ci accompagna attraverso i secoli alla scoperta delle storie nascoste dietro la tradizione. Al termine del viaggio non guarderemo piú con gli stessi occhi quel paesaggio insieme familiare e meraviglioso.

Quella del presepio è una storia che conosciamo tutti: la nascita di Gesú. Ci sono la Sacra Famiglia, una grotta, una capanna, la stella cometa, una mangiatoia, il bue, l’asinello e i Re Magi. La sua iconografia sembra essere tanto luminosa quanto immutabile. Ma, come spesso avviene con i racconti forniti di un forte significato culturale – quelli che hanno valore fondativo per una comunità o per un gruppo -, anche la narrazione della Natività è frutto di centinaia di anni di riscritture, di racconti che nel tempo si sono sedimentati su una base originariamente povera di dettagli. Nei Vangeli di Luca e Matteo molti degli elementi che popolano i nostri ricordi di bambini, infatti, non sono presenti. Non si parla né di una capanna né di una grotta, e nemmeno di due bestie che avrebbero tenuto al caldo il corpo del neonato. Queste pagine descrivono dunque il processo che ha condotto alla formazione di una vera e propria scenografia culturale della Natività, in base alla quale Gesú, che secondo Matteo era nato in una casa, passo dopo passo è arrivato a vedere la luce in una grotta, vegliato da animali soccorrevoli: come tanti eroi mitici dell’antichità destinati a cambiare il destino dei popoli. Quanto ai personaggi piú fiabeschi del presepio – il bue, l’asino, i Re Magi -, scopriamo con sorpresa che la loro creazione, e la loro definizione, è stata prodotta non dalle invenzioni del folclore, ma da dotte speculazioni teologiche. Infine, l’autore disegna una vera e propria antropologia del presepio, mettendo in luce la trama di relazioni che da un lato lega fra loro la Sacra Famiglia, i pastori e coloro che «fanno il presepio», simbolicamente rappresentati da queste figurine; dall’altro ristabilisce il contatto con le statuette utilizzate nelle pratiche votive di epoca classica, per testimoniare, ora come allora, fedeltà, memoria e gratitudine alla divinità. Bettini ricostruisce questo avventuroso percorso antropologico con la cura del filologo e la passione del narratore, mostrandoci tutta l’affascinante complessità meticcia che si nasconde sempre dietro la tradizione.

2018
Frontiere
pp. 192
€ 19,00
ISBN 9788806232085

“La scena perduta” di Abraham B. Yehoshua, Giulio Einaudi Editore

December 7, 2011 Leave a comment

Abraham B. Yehoshua
La scena perduta
2011
pp. 372
€ 21,00
ISBN 9788806203313
Traduzione di Alessandra Shomroni
La scena perduta è quella che non smette di ossessionarci, abitata da fantasmi la cui segreta influenza subiamo nei modi più inaspettati.
Quando il regista israeliano Yair Moses viene invitato a Santiago de Compostela per una retrospettiva dei suoi film, non sa che il viaggio lo costringerà a fare i conti proprio con un fantasma del suo passato: Shaul Trigano, l’ex amico e sceneggiatore con cui Moses ha rotto diversi anni prima, è deciso a mettere il regista con le spalle al muro, obbligandolo a portare a termine ciò che era stato interrotto e sembrava perduto.
L’ultimo romanzo di Yehoshua è tra i suoi libri più misteriosi e profondi: una vertiginosa meditazione sui legami segreti fra identità, creazione artistica e perdono.
Moses osserva attentamente la riproduzione appesa alla parete. L’occhiata fugace della notte è stata superficiale e fuorviante. Forse il quadro rappresenta un oscuro evento mitologico. Non la passione di un vecchio per una giovane donna ma il tormento di un uomo affamato e disperato. Il vecchio muscoloso è di certo un prigioniero. Ha le mani legate dietro la schiena e i piedi scalzi e sudici  probabilmente sono stati appena liberati dai ceppi lí accanto. I suoi aguzzini gli hanno fatto patire la fame a tal punto che è attratto dai seni caritatevoli di una giovane donna, una balia, che guida con cautela il suo cranio calvo e scuro verso il petto candido.
Moses cerca il nome dell’artista ma trova solo due parole scritte con grafia svolazzante: Caritas romana. E come un fulmine lontano lo folgora la domanda se Trigano conoscesse questo quadro, insolito e audace, appeso casualmente nella camera di un albergo nella regione della Galizia, in Spagna. È possibile che nelle prime luci di un’alba iberica, cosí, per puro caso, lui abbia scoperto qui, a Santiago de Compostela, l’origine nascosta, la scintilla che aveva acceso la fantasia del suo giovane e talentuoso sceneggiatore? […] Era stata questa immagine mitologica ad aver ispirato a Trigano la folle scena destinata a suscitare scandalo alla fine dell’ultimo film che avevano girato insieme?
Abraham B. Yehoshua, La scena perduta
***
È un libro complesso, insolito per questo grande narratore. Forse un bilancio personale, di vita e di letteratura. Anche e soprattutto una storia scabrosa nel suo affondo psicologico, nel non detto che tiene insieme – ma soprattutto separa – le intriganti personalità dei protagonisti.
Elena Loewenthal – la Repubblica
***
Yair Moses è un regista quasi settantenne, esponente del fior fiore della società israeliana, cresciuto in una colta famiglia gerosolimitana di origini tedesche. Alle spalle ha una lunga carriera cinematografica che sta per essere celebrata nella retrospettiva organizzata in suo onore a Santiago de Compostela. Lì, nella camera d’albergo che Moses condivide con Ruth – protagonista di tutti i suoi film, musa e in qualche modo compagna – un quadro appeso alla parete apre uno squarcio nella memoria: la tela è una riproduzione della Caritas romana nella versione del misconosciuto Matthias Meyvogel, dove una giovane Pero allatta il padre Cimone come gesto di pietà estrema. Un’immagine di grande fascino, ma anche disturbante nella sua sensualità. Moses non l’ha mai vista, ma all’improvviso ricorda la scena, molto simile, che Shaul Trigano, il suo sceneggiatore di molti anni prima, gli aveva proposto come finale di un film. Quando Ruth (allora compagna di Trigano) si era rifiutata di girarla, Moses l’aveva appoggiata: da allora tutto era cambiato. La fine di un’amicizia, di una fertile collaborazione artistica e di una relazione sentimentale, l’inizio della sua storia con Ruth e di una nuova fase della sua carriera. Ecco la scena perduta, la sequenza mai girata, la mancanza che ha deciso le sorti dei loro legami.
Ma questa non è l’unica sorpresa destinata a turbare il soggiorno di Moses in Galizia: man mano che la rassegna procede, l’autore si rende conto che sono stati presi in considerazione solo i suoi primi film, realizzati in un passato così lontano che lui stesso fatica a ricordarli. Sono film surreali, d’avanguardia, visionari e fortemente simbolici, così diversi dall’impronta realista che ha caratterizzato il suo lavoro dopo il «divorzio» da Trigano. E non serve molto altro a Moses per rendersi conto che dietro la manifestazione c’è proprio lui, il suo ex collaboratore, deciso ad affrontarlo una volta per tutte e a costringerlo a fare i conti con le proprie scelte.
La retrospettiva diventerà, così, un viaggio nella memoria, un percorso a ritroso capace di riportare Moses di fronte a quello che aveva deciso di nascondere, per completare qualcosa che sembrava perduto.
«Ho voluto in questo libro esplorare il mistero della creazione artistica, letteraria, figurativa, cinematografica, e in particolare l’interazione tra il genio della fantasia, dell’invenzione provocatoria, che “sfonda” la realtà, e l’imprescindibile fondamento costruttivo, il metodo e la costanza che sono elementi necessari all’artista, – ha detto Yehoshua a Elena Loewenthal in un’intervista per Repubblica. – In Moses c’è qualcosa di me e di ciò che agisce in me quando creo».
E infatti quando Moses, spaesato davanti alle sue stesse creazioni, ripercorre con il lettore le pellicole dimenticate, non è difficile riconoscere echi, dettagli, personaggi, atmosfere delle prime opere di Yehoshua, quei racconti – scritti tra gli anni Cinquanta e Sessanta – che tanto risentivano dell’influenza di Ionesco, Beckett, Fellini, Kafka.
Il percorso di riconciliazione con Trigano sarà così anche un percorso di riconciliazione con un fervore creativo da tempo sacrificato sull’altare del realismo. Qualcosa che, forse, sta accadendo allo stesso Yehoshua: «Penso di aver perso qualcosa», ha detto l’autore a Susanna Nirenstein riferendosi all’evoluzione delle sue opere. E ha sottolineato come la letteratura contemporanea abbia «bisogno di tratti simbolici, metaforici, per fronteggiare la situazione che abbiamo intorno. Parlo della situazione politica israeliana, ma non solo. Usiamo uno sguardo troppo superficiale per decifrare la realtà, occorrono anche altri strumenti».
La realtà e ciò che si sceglie di dimenticare, la finzione narrativa e l’identità di chi crea, i ricordi e il perdono.Tra meditazione e memoria, La scena perduta è il romanzo più misterioso e profondo di Abraham B. Yehoshua, e segna il ritorno a una visionarietà di cui, davvero, abbiamo bisogno: «Spero che Moses faccia un film con Trigano, – ha augurato l’autore al suo personaggio, – un uomo che in una scena a pochi chilometri da Gaza, mentre cadono i missili, si dice convinto che la pace ci sarà».

Fonte: Giulio Einaudi Editore

“L’educazione delle fanciulle”, di Luciana Littizzetto e Franca Valeri, Giulio Einaudi Editore

December 6, 2011 Leave a comment

L’educazione delle fanciulle
Luciana Littizzetto e Franca Valeri
2011
pp. 112
€ 10,00
ISBN 9788806209438
A cura di Samanta Chiodini
Due voci diverse e perfettamente intonate dialogano in modo comico, ironico e universale sulle donne, gli uomini e l’amore.
FV L’uso dell’uomo nella vita domestica è piuttosto recente. Meno recente quello della donna nel mondo del lavoro.
Negli anni che mi toccano per diritto di anagrafe l’uomo era oggetto di riguardo in alcuni casi, di ingombro in altri. Non era certo previsto come collaboratore domestico.
«Vai di là, caro. Sto cambiando il bambino, è roba da donne».
«Gustavo, ti prego. Non venire in cucina, mi fumi sull’arrosto».
La divisione dei ruoli era una parte importante delle istruzioni. Tanto importante da essere intuitiva.
Quando lui diceva a tavola: «In questo gratin ci avrei messo anche la gruviera», suocera e figlia scoppiavano a ridere intenerite. Adesso lui fa degli ottimi gratin indisturbato. È piú facile che la moglie compili l’opuscolo delle tasse mentre lui cambia il bebè.
LL Oggi esistono due categorie di maschi. Quelli che sono presenti in casa e aiutano fattivamente. E quelli che non fanno niente e quando fanno qualcosa rompono l’anima. Prediamo l’esempio della spesa. Il maschio per sua natura odia fare la spesa. Certo, perché lui si annoia al supermercato. Tesoro. Invece noi ci divertiamo come pazze. Se tu fai la spesa da sola ci metti dieci minuti, al massimo un quarto d’ora. Se la fai con lui ci metti un giorno, un giorno e mezzo. Perché quando arriva al supermercato il pirlone sdà. Comincia: «Prendiamo questo?» E tu diventi tignosa, diventi vecchia, una vecchia tignosa. Allora per non diventare di quelle vecchie mogli acidine e tignosette, fai finta di niente, chiudi gli occhi… Eppure, per un fenomeno ignoto della fisica, vedi lo stesso attraverso le palpebre chiuse che lui mette dentro il carrello delle robe schifosissime. Perché quando va al supermercato, il maschio compra sempre delle cose disgustose. Tu cerchi di farlo mangiare sano e lui compra delle vaccate. Arrivi alla cassa e c’è uno scontrino che è lungo come la Torino-Milano e lui casca dal pero: «Oh, ma come mai?» Eh, come mai, pistola… hai comprato la qualsiasi! Per esempio, Davide compra mestoli e colapasta tutte le volte che andiamo al supermercato. Abbiamo mazzi di colapasta. Non resiste. Tutte le volte sente che ha bisogno di un colapasta. Che poi la colasse qualche volta ’sta cacchio di pasta…
Luciana Littizzetto e Franca Valeri, L’educazione delle fanciulle
***
Ci sono libri – quasi tutti – che si leggono in silenzio, prestando alle parole dell’autore, in mente, il suono della propria voce. Ce ne sono altri con cui invece non si può fare a meno di stare ad ascoltare il loro, di suono. Non semplicemente quello della scrittura, il ritmo della frase, ma proprio un suono vero, corporeo, con un timbro un tono e una cadenza. Sono libri che parlano, che hanno una voce.L’educazione delle fanciulle appartiene a questa seconda rarissima specie, e di voci ne possiede addirittura due, inconfondibili: quelle di Luciana Littizzetto e di Franca Valeri.
Non c’è bisogno di immaginarle, queste due «signorine per bene», basta leggere e le vedi, le senti, e le ascolti volentieri.
Una ha una compostezza tagliente, una gestualità ampia ma elegantissima, l’altra è decisamente più anarchica nei toni e nei modi (se la conversazione si svolgesse a un tavolino da tè, per dire, delle due lei sarebbe quella che si toglie le scarpe e cambia di continuo posizione sulla sedia), entrambe hanno uno sguardo irriverente che trasfigura ogni cosa, e un’ironia che seziona il mondo e poi lo ricuce a modo suo.
A chi, passando davanti a quel tavolino, le ascoltasse distratto, potrebbero sembrare davvero due signorine un po’ frivole e criticone, tutte intente a raccontarsi di primi baci e primi amori, scambiarsi commenti poco benevoli su certi uomini non proprio atletici o non proprio ben vestiti e lamentarsi delle madri e delle suocere. Ma basta tendere bene l’orecchio per rendersi conto che dietro quel chiacchiericcio fitto fitto ci sono due intelligenze spiazzanti, due grandi donne che delle donne (e degli uomini) hanno parecchie cose interessanti da dire. E più le ascolti, più ridi, e più ridi, più ti rendi conto che due signorine così conviene davvero prenderle sul serio.
Dalle lasagne surgelate alla letteratura, dal sesso all’economia domestica, dal lavoro ai consigli di bellezza alla maternità, questo irresistibile duetto letterario mette insieme ricordi, illusioni e delusioni, equivoci, sogni, ma anche luoghi comuni da sfatare o da reinterpretare (perché a volte dietro i cliché più inverosimili si nascondono insospettabili verità), attraversando le età di una donna, dall’infanzia alla vecchiaia, e quelle di un Paese, dagli anni Trenta a oggi (e immaginando, perché no, anche un futuro).
Curato da Samanta Chiodini (autrice della trasmissione Che tempo che fa), L’educazione delle fanciulle èun libro esilarante e serissimo, che parla di tutto o di tre cose sole: le donne, gli uomini, l’amore.

Fonte: Giulio Einaudi Editore

“La bambina di neve” di Eowyn Ivey, Giulio Einaudi Editore

December 5, 2011 Leave a comment
La bambina di neve
Eowyn Ivey
2011
pp. 414
€ 19,00
ISBN 9788806209087
Traduzione di Monica Pareschi
Una notte fatata porta la prima neve dell’anno.
Stregati dai fiocchi che volteggiano nell’aria, Jack e Mabel costruiscono un pupazzo.
Una bimba di neve.
Che il mattino dopo misteriosamente scompare.
Al suo posto, forse, una bimba bionda che corre nei boschi. Una bimba selvaggia che di tanto in tanto torna a trovarli.
Una presenza struggente nelle terre estreme d’Alaska.
La neve fresca ricopriva il terreno e luccicava e brillava argentea al chiaro di luna. La stalla e piú in là gli alberi sembravano sagome indistinte. Ai margini del bosco, lo vide di nuovo. Un bagliore azzurro e bianco. Era ancora intontito dal sonno. Chiuse gli occhi lentamente, li riaprì e cercò di mettere a fuoco.
Eccola lí. Una minuscola figura che sfrecciava tra gli alberi. Era una gonna quella che le copriva le gambe? Una sciarpa azzurra al collo, e capelli bianchi che le ricadevano sulla schiena. Esile. Rapida. Una bambina. Che correva ai margini della foresta. E che poi svaní tra gli alberi.
Jack si strofinò gli occhi con il palmo della mano. Non aveva dormito abbastanza. Doveva essere per quello. Troppe giornate interminabili. Si allontanò dalla finestra e infilò gli scarponi, lasciandoli slacciati. Aprí la porta e l’aria gelida gli tolse il respiro. La neve crepitava sotto le suole mentre si avviava verso la catasta della legna. Fu solo mentre stava tornando con un mucchio di legna di betulla spaccata fra le braccia che si accorse della loro bambina di neve.
Posò la legna a terra e con le braccia libere si diresse verso il pupazzo. Al suo posto c’era un mucchietto disordinato di neve. I guantini e la sciarpa erano spariti.
Spinse da parte la neve con la punta dello scarpone.
Un animale. Forse ci era finito in mezzo un alce. Ma la sciarpa e i guantini? Un corvo o una ghiandaia, forse. Era risaputo che certi uccelli selvatici rubano gli oggetti. Girandosi, si accorse delle orme. Il chiaro di luna illuminava le cavità. Le impronte affondavano nella neve, partendo dalla capanna in direzione degli alberi. Si chinò a esaminarle. La luce blu-argentea era fioca, perciò sulle prime non si fidò dei propri occhi. Un coyote, o magari una lince. O qualcos’altro. Si chinò ancora di piú e toccò l’orma con la punta delle dita nude. Impronte umane. Minuscole. Come quelle di un bambino.
La bambina di neve
***
Le sere in cui scrivevo questa storia, nella mia casa in Alaska, non avrei mai immaginato che il mio romanzo un giorno avrebbe attraversato l’oceano intero per arrivare fino al vostro paese.
Io e mio marito siamo entrambi cresciuti in Alaska e abbiamo uno stile di vita che per alcuni aspetti è molto simile a quello dei protagonisti del romanzo: coltiviamo un orto, alleviamo galline, andiamo a pesca di salmoni, raccogliamo bacche selvatiche, andiamo a caccia di alci e caribù. Durante l’inverno, lungo e pieno di neve, portiamo le nostre due bambine sullo slittino, oppure a sciare, o a pattinare sul ghiaccio, e anche noi abbiamo creato i nostri pupazzi e i nostri angeli di neve.
Sono un’avida lettrice e lavoro part-time in una libreria. Proprio lì, nelle pagine di un libro illustrato per bambini, ho scoperto per la prima volta la fiaba russa Snegurochka. Ho capito subito che quella era la storia che avrei raccontato. E quando immaginavo Jack e Mabel nella loro fattoria, o Pruina e la sua volpe che correvano nella foresta, la mia musa era sempre l’Alaska, con il suo paesaggio.
Eowyn Ivey
***
A guardarla nelle foto, con i capelli sciolti, le guance rosse e neppure un filo di trucco, Eowyn Ivey sembra una ragazzina. Se pensi all’Alaska come a un paesaggio di sconfinata bellezza, con le distese innevate, le foreste, gli animali selvatici e i panorami mozzafiato, non hai nessuna difficoltà a immaginartela lì, una specie di folletto che vive fuori dal tempo.
Più difficile, invece, figurarsela alle prese con la vita quotidiana, durissima, di chi ha scelto di non estirpare le proprie radici e vivere in una terra affascinante quanto inospitale. Perché l’Alaska, come ogni estremo Nord, è un paese che ha due anime diversissime, e Eowyn Ivey, che dell’Alaska ha fatto la sua musa, nel suo libro è riuscita a metterle entrambe.
Jack e Mabel, due coniugi non più giovani, vivono in una fattoria isolata al limitare della foresta, immersi nella brutale meraviglia del paesaggio più incontaminato. Ogni giorno per loro è una sfida continua ed estenuante per la sopravvivenza nella natura selvaggia. Alla fatica quotidiana si aggiunge, insieme alla consapevolezza del tempo che passa, il rammarico di Mabel per non essere riuscita ad avere figli.
Il primo giorno d’inverno, però, sotto una nevicata silenziosa, i due sembrano dimenticare ogni difficoltà e, improvvisamente vicini dopo tanto tempo, costruiscono un pupazzo, una bambina di neve. La mattina successiva, quando Jack apre la porta del cottage, il pupazzo è scomparso. In lontananza, una bimba bionda corre via tra gli alberi.
La piccola si chiama Pruina, e tornerà a visitare Jack e Mabel più volte, accompagnata da una volpe rossa o arrivando alla radura dopo la caccia nei boschi, come uno spirito dell’inverno che ha sempre abitato quei luoghi, e loro finiranno per amarla come la figlia che non hanno mai avuto. Ma, presto o tardi, dovranno fare i conti con la realtà: scoprire chi è davvero Pruina, e imparare che il destino può regalare e togliere con la stessa inspiegabile imprevedibilità.
L’ispirazione per La bambina di neve nasce da una fiaba russa, quella Snegurochka già tante volte riscritta e reinterpretata in letteratura, a teatro, nel balletto e nel cinema. Ma il risultato raggiunto dalla Ivey è molto più che un adattamento o una riscrittura in chiave moderna: lasciando intatti alcuni elementi della trama, questa giovane scrittrice ne ha ricavato un romanzo che sorprende per la costruzione perfetta dell’intreccio e per la ricchezza dei temi, e che incanta con una lingua che è insieme misura e poesia.
Leggero e delicato come un fiocco di neve, questo esordio letterario è anche un romanzo durissimo, profondamente umano, che ci restituisce il ritratto di un mondo sospeso tra incanto e miseria, contemplazione e lotta, un mondo nel quale convivono bellezza e minaccia. Una storia preziosa e struggente, abbagliante come la superficie di un lago ghiacciato oltre cui batte un cuore caldissimo.

“Una virtù vacillante” di Mishima Yukio, Giulio Einaudi Editore

Una virtù vacillante – Mishima Yukio

2009
ET Scrittori
pp. 138
€ 10,00
ISBN 9788806194277

Traduzione di Lydia Origlia

Il ritratto vivido e avvincente di una giovane donna che, annoiata dalla monotonia del matrimonio, si abbandona all’amore per un giovane, trasgredendo ogni regola e rinascendo nell’anarchia dell’eros, fino alla catarsi finale.

Pubblicato a puntate nel 1957, Una virtú vacillante ebbe un successo tale in Giappone che «vacillare» divenne sinonimo di «cedere alla tentazione dell’adulterio». Protagonista del romanzo è la sensuale Setsuko, una giovane signora della borghesia medio-alta di Tokyo, che, intrappolata in un matrimonio di convenienza, si ribella a ogni forma di moralità e si abbandona tra le braccia di un affascinante conoscente.
Mishima analizza la giovane e bella Setsuko con la spietatezza di un entomologo, descrivendo con maestria il conflitto che la tormenta tra istinto ed etica, tra sentimento e razionalità, il misterioso e indomabile anelito a un amore travolgente, totale, eterno fino alla scoperta dell’ineluttabile verità: l’amante è simile al marito e alla gran parte degli uomini, strutturalmente incapaci di corrispondere all’assolutezza dell’amore femminile.

Fonte: Giulio Einaudi Editore

“La dimora delle bambole” di Mishima Yukio, Giulio Einaudi Editore

La dimora delle bambole – Mishima Yukio

2008
ET Scrittori
pp. 146
€ 9,00
ISBN 9788806188801

A cura di Lydia Origlia

Cinque racconti tra i piú belli del celebre scrittore giapponese; tra «sogno e realtà», nobili passioni e atti eroici.

«La consapevolezza della fragilità della vita, effimera come rugiada, dona nobiltà alle passioni, rende eroico ogni atto: si ama, si odia, si agisce consci della vanità del tutto, attratti dal vortice del nulla, in uncupio dissolvi di selvaggia bellezza. Questi sentimenti animano Storia in un promontorio e Il principe Karu e la principessa Sotori, e indurranno al suicidio i giovani protagonisti al culmine dell’amore.
Di luci e di tenebre, di sogno e di realtà sono permeati gli altri tre racconti, Il mare e il tramontoLa dimora delle bambole e Biglietti. Con il fulgore di un tramonto svanisce l’illusione di un bambino e di un vecchio, la fievole luce di una minuscola lanterna di seta sfiora la nudità di una giovane folle, la luna sospesa nel cielo su un fiume lontano, velato di foschia, sovrasta l’incontro fra un ubriaco e un fantasma.
Sono la fanciullezza, la senilità, l’ebbrezza, la follia amorosa le chiavi che aprono la porta chiusa dalla ragione, oltre la quale s’estende una profusione di meraviglie, un mondo di sogno, piú profondo, piú affascinante, forse persino piú reale della realtà».

Fonte: Giulio Einaudi Editore

“Volevo essere una gatta morta” di Chiara Moscardelli, Giulio Einaudi Editore

2011 Stile libero Extra
pp. 248
€ 13,50
ISBN 9788806198299

Goffa, spontanea, sempre al verde.
Chiara ha una fede incrollabile nell’amicizia e la piú totale incapacità di ideare strategie di conquista.
È tutt’altro che una gatta morta.
Ma in amore, si sa, solo le gatte morte vincono sempre.
Una catena di disavventure buffe e grottesche.
La rivelazione di un innato talento comico.

C’è chi nasce podalica e chi nasce gatta morta. Chiara è nata podalica. Forse non aveva fretta di venire al mondo perché aveva già intuito che la sua vita non sarebbe stata una passeggiata.
Che sarebbe rimasta sempre in piedi al gioco della sedia, o con la scopa in mano al gioco della scopa. E se la sarebbe dovuta vedere con chi invece è nata gatta morta.
La gatta morta è una micidiale categoria femminile.
Non è divertente, è seducente. Non esprime opinioni, ha paura dei thriller, le pesa la borsa, soffre di mestruazioni dolorose, non fa uscire il ragazzo con gli amici, non si concede al primo appuntamento e fin da piccola ha un solo scopo: il matrimonio. Chiara l’ha studiata per una vita. E ha capito che contro di lei non ci sono armi.

«Con le mutande alle caviglie e il sedere all’aria non ebbi il tempo di pensare, né tanto meno di rivestirmi. Ero circondata da una cinquantina di militari con i mitra puntati, che mi intimavano di alzare le mani. Cosí per lo meno credetti di capire.
E io le alzai.
L’unica frase che mi venne fu: – Molto mal di pancia.
– Montezuma, – mi rispose un militare senza abbassare l’arma.
Quella sera imparai due cose.
Era scoppiata la guerra in Chiapas: quelli che salivano sul pullman erano guerriglieri zapatisti. E avevo contratto un’infezione intestinale chiamata la vendetta di Montezuma.
Comune cacarella».

Fonte: Giulio Einaudi Editore