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Franco Battiato, muore il genio della musica italiana

May 19, 2021 Leave a comment

Aveva 76 anni. Nella sua lunghissima carriera ha consegnato brani indimenticabili come ‘La cura’, ‘Centro di gravità permanente’ ma è stato anche regista cinematografico. Compositore e artista poliedrico, aveva 76 anni. Si è spento nella sua casa di Milo

È morto Franco Battiato. Il cantautore si è spento oggi nella sua residenza di Milo, era malato da tempo. Dopo la frattura al femore e al bacino era riapparso sui social ma non più in pubblico. Era nato a Jonia il 23 marzo del 1945, aveva 76 anni. La conferma è stata data dalla famiglia che fa sapere che le esequie si terranno in forma strettamente privata e ringrazia tutti per le innumerevoli testimonianze di affetto ricevute. I funerali si terranno infatti domani in tarda mattinata nella chiesetta all’interno della villa del maestro, villa Grazia, la casa di Milo che il cantautore catanese aveva dedicato alla madre. Ad officiare il rito funebre saranno padre Orazio Barbarino, parroco di una chiesa di Linguaglossa e un sacerdote di Milano, amico del fratello di Battiato. Il corpo del cantautore, per un suo preciso volere, sarà cremato e le spoglie ritorneranno a villa Grazia.

Difficile incasellarlo, impossibile metterlo all’interno di un genere, dargli una pur semplice etichetta, e quindi se c’è un modo semplice per spiegare il suo lavoro è quello di chiamarlo “artista” e godere della sua musica senza tempo, ma anche del suo cinema, della sua pittura. Nella sua lunghissima carriera ha consegnato brani indimenticabili come La cura, Centro di gravità permanente, Voglio vederti danzare. E sulla morte diceva: “Non esiste, è solo trasformazione”.

Capace di spaziare tra generi diversissimi dalla musica pop a quella colta, toccando momenti di avanguardia e raggiungendo una grande popolarità, ha sperimentato l’elettronica, si è misurato con la musica etnica e con l’opera lirica. Ha diretto anche diversi film tra cui Perdutoamor Musikante su Ludwig van Beethoven presentato alla Mostra del cinema di Venezia.

Le visioni e le emozioni

La sensazione che una specie di appagamento interiore, di soddisfazione artistica, l’avesse alfine raggiunta, dopo tanto peregrinare, l’aveva data nel 1991, quando uscì Come un cammello in una grondaia. Il titolo diceva già tutto di quello che era diventato Battiato, ovvero un cantautore che sceglieva un titolo ispirandosi ad Al-Biruni, uno scienziato persiano del XII secolo. A dir poco insolito. Nel disco c’era uno strano pezzo intitolato L’ombra della luce, non certo dei suoi più famosi, anzi, una mini-sinfonia di 4 minuti che sprigionava una calma e trasognata serenità. Come se esibisse un frammento di assoluto. Il pezzo aveva qualcosa di misterioso, come fosse dovuto a logiche poco attinenti al mondo della canzone, ed effettivamente quando gli chiedemmo ragione di questa sensazione lui rispose con uno sguardo consapevole e commosso: “sì, è proprio così, quel pezzo è arrivato da altrove”. Confessò che gli aveva attraversato la mente mentre era assorto in meditazione. Era fatto così, si commuoveva per queste visioni, non certo per i sentimenti ordinari, per gli amori cantati, e la sua rivoluzione l’aveva portata avanti proprio così, combattendo gli stereotipi, le rime facili, i mielosi sentimentalismi. E del resto in quello stesso disco c’era anche Povera patria, la più struggente elegia cantata in Italia di fronte allo scempio della bellezza e della dignità umana. Un pezzo da ascoltare sempre, come una salutare prescrizione medica, come un compito da assolvere nelle scuole.

Battiato e quella storia iniziata nel 1971

Alle canzoni c’era arrivato quasi per scommessa. Anzi ci era tornato per scommessa, perché i suoi primi anni nella musica furono milanesi, alla corte della grande editoria musicale del tempo, in Galleria, dove si era trasferito abbandonando la natia Sicilia, e dove provò effettivamente a fare il cantantino commerciale per qualche anno, seppure con scarsi esiti, ma è l’unico passato che Franco rinnegava. Non amava quella roba, non la ricordava con simpatia.

La sua storia cominciò davvero nel 1971, quando uscì dalle nebbie purpuree della rivoluzione come artista devastante e minaccioso, autore di dischi avanzati e sperimentali come Fetus Pollution e protagonista di spettacoli che stordivano o addirittura facevano infuriare gli spettatori. Era spietato, abnorme, col volto trasfigurato dai trucchi, una vocazione all’“épater le bourgeois” che tutto sommato gli è rimasta addosso per tutta la vita, anche quando da quelle lussureggianti provocazioni era passato a qualcosa di più consonante. Ma è vero che i successi arrivarono per scommessa, come lui stesso ha raccontato anni dopo, ricordando di aver risposto alla provocazione di un pugno di giornalisti musicali, tra cui il sottoscritto, radunati intorno alla rivista alternativa Muzak, che gli dissero che forse, se anche avesse voluto scrivere canzoni popolari, non ne sarebbe stato capace.

L’era del cinghiale bianco

Detto fatto, si mise a scrivere canzoni, anche se il primo dei dischi della nuova “era”, alla lettera L’era del cinghiale bianco, sembrava tutt’altro che popolare, ma era un gioiello, delicato e suggestivo, intrigante, ipnotico, capace di indicare una strada nuova percorsi che la nostra canzone non aveva m ai battuto. E non erano solo gli argomenti, fascinazioni mistiche, esoterismi, citazioni colte, era il linguaggio stesso che era inedito, una scelta quasi oggettiva, senza partecipazione emotiva, spesso incastrando frasi con una tecnica di montaggio frammentata e surreale, con perle di staordinaria bellezza come Stranizza d’amuri, ben ribadita dal seguente Patriots, il suo secondo capolavoro, con Veneza-IstanbulProspettiva Nevski, dove si definisce ancora meglio quel sorprendente modo di intendere melodie e parole.

‘La voce del padrone’ e il boom commerciale

Poi arrivò l’esplosione commerciale, puntuale e travolgente con La voce del padrone, con pezzi che sembrarono inni intelligenti e spiazzanti dell’alba degli anni Ottanta, ovvero Bandiera biancaCuccurucucù e Centro di gravità permanente, una sbalorditiva sequenza che andò a celebrare un periodo irripetibile della canzone d’autore italiana e che portò al livello di massa idee e concetti che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo qualche anno prima.

Di quel clamoroso successo Battiato era allo stesso tempo lusingato, appagato, ma anche infastidito. Dopo aver dimostrato che era possibile, che grazie anche a un periodo di fertile Rinascimento culturale, si poteva utilizzare la canzone per fare arte, ironica, leggera, ma allo stesso tempo incisiva e a suo modo profonda, decise che bisognava andare avanti, migliorarsi, tornare ad atmosfere più pacate, più adatte al suo modo di concepire la musica e la performance. Il tono si fece più dolente, riflessivo, ma sempre più prezioso, e furono E ti vengo a cercareL’oceano di silenzio fino alla inarrivabile La cura, tutti pezzi che possedevano l’insondabile ambiguità del doppio significato, rivolti ad amori terreni, così come a pensieri astratti, celesti, spirituali.

In realtà Battiato è stato anche tante altre cose, regista di film, autore di opere incredibilmente aliene e anche quelle lontane dagli stereotipi classici, pittore, generoso benefattore di giovani musicisti al cui appello non ha mai saputo né voluto resistere, autore di canzoni per altri e soprattutto per tante voci femminili che ha coltivato come un’arte a se stante, da Alice a Milva.

La ricerca della spiritualità

In fin dei conti è stato soprattutto un accanito ricercatore di arte e spiritualità, non disposto a compromessi, rigoroso, coerente. A volte sembrava spigoloso, quasi burbero, ma in genere capitava quando si trovava di fronte all’imbecillità o all’ignoranza, quelle davvero non le sopportava, altrimenti era gentile, protettivo, un uomo che aveva scelto la musica per raggiungere un obiettivo che andava molto al di là della musica stessa. Per questo il suono gli era sacro, per questo l’atto della composizione era per lui il più sublime e insostituibile dei gesti umani, l’unico in grado di elevarci, di portarci in prossimità di quella verità che ha inseguito per tutta la vita, fino all’ultimo dei suoi giorni terreni.

di Gino Castaldo

Fonte: Repubblica

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Manlio Sgalambro, muore il filosofo poeta amico di Franco Battiato

March 6, 2014 Leave a comment

Manlio_Sgalambro

Filosofo, poeta, scrittore. Il binomio con il cantautore è talmente forte che durante alcuni incontri per addetti ai lavori, i due si scambiano serenamente le risposte alla domande (inutili) dei giornalisti. O ancora: scrivono le sceneggiature di tre film – Perduto amor (2003), Musikanten (2006) e Niente è come sembra (2007)
Niente è come sembra. Il filosofo Manlio Sgalambro non è morto a 90 anni a Catania la scorsa notte come riportato da tutti i principali lanci d’agenzia di stampa, ma ha semplicemente attraversato “la porta dello spavento supremo”. In attesa di un arrivederci ufficiale del sodale Franco Battiato che probabilmente non arriverà mai, riportare alcuni dati biografici essenziali è l’unico modo per ricordarne l’influenza atipica nel panorama intellettuale italiano. (foto da nonciclopedia).
Intanto è impossibile districare i fili della collaborazione avuta con il cantautore catanese fin dal 1993: i testi di cinque libretti d’opera e di sette album musicali, gli script di tre film con la regia dello stesso Battiato. Il secondo album con Sgalambro ai testi e Battiato alla musica (L’imboscata, 1996) vede la pubblicazione del brano La Cura, il cult dell’opera battiatiana della svolta poetica e industriale – se ne va dalla Emi e produce con Polygram. “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via (…) Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza”, dice il testo della canzone, vero e proprio balsamo spirituale per gli ascoltatori di Battiato. E da qui nasce anche l’idea dei live di Battiato con la presenza in scena di Sgalambro. Accento siculo orientale, timbro possente e a tratti roco, la presenza sul palco del filosofo verrà sempre accolta con grandi ovazioni e applausi. Il binomio Battiato/Sgalambro è talmente forte che durante alcuni incontri per addetti ai lavori, i due si scambiano serenamente le risposte alla domande (inutili) dei giornalisti. O ancora: scrivono le sceneggiature di tre film – Perduto amor (2003), Musikanten (2006) e Niente è come sembra (2007) riproducendo in fotocopia con l’ambito musicale una sorta di percorso verso il grado zero dell’essenza della propria poetica, partendo da un film tradizionale nella scrittura (opera prima che valse a Battiato il Nastro d’Argento come miglior regista esordiente) fino ad un viaggio antropologico – Niente è come sembra – sulle origini e il senso dell’umano agire che evapora fino alla dissoluzione.
Da chi ha vissuto accanto a loro anche solo in fase di produzione cinematografica e musicale c’è chi ha raccontato come i due intellettuali siciliani se la intendessero fin quasi a divertirsi. Battiato, tra l’altro, permise la produzione dell’unico album di Sgalambro da solista: quel Fun Club (2001) dove Sgalambro riproduce con risultati interessanti alcuni classici della pop music che avrebbero forse fatto arrabbiare Adorno: La mer di Trenet, Ciao Pussycat di Bacharach, classici hollywoodiani come Moon River, Cheek to cheek, o la canzoncina da varietà Non dimenticar le mie parole.
Sgalambro filosofo senza laurea specifica, autore quasi per caso di singolari trattati, ha pubblicato con Adelphi decine di saggi. Per chi si avvicinasse per la prima volta al suo pensiero filosofico, una specie di filosofia come terapia alla Emil Cioran, vanno consigliati Del pensare breve (1991) e La conoscenza del peggio (2007). In quest’ultimo libro si esplica l’intuizione chiave del suo intero corpus di opere difficilmente catalogabile anche solo nella tanto decantata e generica etichetta di “nichilismo”: “All’uomo non conviene considerare, riguardo a se stesso e riguardo alle altre cose, se non ciò che è l’ottimo e l’eccellente; e inevitabilmente dovrebbe conoscere anche il peggio, giacché la conoscenza del meglio e del peggio è la medesima”.
Piuttosto riservato in termini di comunicazione pubblica, Sgalambro non ha mai rilasciato troppe interviste su di sé e il suo pensiero. Solo nel febbraio 2005 dialoga con Francesco Battistini del Corriere della Sera dove en passant demolisce Sciascia (“Era lo scrittore civile, un maestro di scuola che voleva insegnarci le buone maniere sociali. Ma rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico. La sua funzione s’ è esaurita. Sciascia non ci serve più. Occorre una nuova riflessione, un’altra coscienza siciliana”) e discetta di mafia passeggiando sul crinale delicatissimo della distinzione logico/filosofica difficilmente traducibile per un prime time tv: “Non cambio idea. La mafia è unconcetto astratto. E gli astratti si distruggono con la logica, non con la polizia (…)La polizia può arrestare la mafia. Eliminarla, mai. Quello che importa è la Mafia maiuscola, concetto generale e perciò indistruttibile”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Franco Battiato, “L’Ombra della Luce” in arabo

October 1, 2011 Leave a comment

Il Maestro quando canta in arabo tocca le più alte vette della poesia sufista….qualche minuto di Bellezza nel caos della Vita.

Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,
quando il mio percorso, si fa incerto,
E non abbandonarmi mai…
Non mi abbandonare mai!
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
E’ tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non mi abbandonare mai,,.
Non mi abbandonare mai!
Perchè, le gioie del più profondo affetto
o dei più lievi aneliti del cuore
sono solo l’ombra della luce,
Ricordami, come sono infelice
lontano dalle tue leggi;
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non abbandonarmi mai…
Non mi abbandonare mai!
Perchè, la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,
sono solo l’ombra della luce.

Il testo è tratto dal Libro Tibetano dei Morti.
Tante lingue, un unico Dio.

Concerto in Baghdad – 1992

Fonte: My Amazighen

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