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“Ermanno” un film di Fabrizio Marrocu, 2009

– Come fanno ad abbandonarti… –
In aperta campagna, due uomini si muovono, forse alla ricerca di qualcosa, all’apparenza senza una meta precisa. Sembrano un cacciatore e una preda designata, ma non tutto è come sembra. Un’opera sperimentale e decostruita, sorta di riscrittura heavy delle teorie del montaggio ejzenštejniane.

(Sergio Di Lino, redattore capo di http://www.cinemavvenire.it)

“Ermanno“ è un mediometraggio di Fabrizio Marrocu, ha una durata di 50 minuti, ed è stato girato tra Dicembre 2008 e Gennaio 2009 in cinque giorni non consecutivi con una telecamera amatoriale.
Il regista ha dato agli interpreti una completa libertà d’azione nei confronti di tempi, battute e situazioni, limitandosi a seguirli nei loro gesti e registrando ogni cosa in vista di una ricostruzione a posteriori.
Il metodo di lavoro utilizzato è lo stesso di “Paolo“, il primo episodio di una sorta di trilogia sull’antieroe, un approccio di tipo improvvisativo che lascia libertà di scelta e costruzione sia all’attore che al regista-operatore all’interno dei territori dell’estemporaneo.
Una tabula rasa delle regole della messinscena operata in virtù dell’ottenimento di punti di vista alternativi sul perché delle azioni attraverso la contemplazione dell’azione pura, e mirante a un approfondimento della psicologia e della finitudine di personaggi che diventano così vettori di un’esperienza di visione anteposta alla loro fisicità.
– Il film digitale così inteso -, scrive il regista – ci aiuta a concepire il prodotto cinematografico indipendente come conseguenza di un’orchestrazione di atteggiamenti improvvisativi di tipo ambientale operata da parte di tutti i soggetti coinvolti nell’atto filmico. L’unione insomma dell’improvvisazione ragionata di attori, operatore di macchina e aiutanti in relazione all’ambiente circostante, alla situazione e al comportamento degli attori. –
In “Ermanno“ abbiamo due personaggi di cui non sappiamo niente. Tutto ciò che abbiamo sono le loro azioni e una ricostruzione che avviene man mano che li accompagniamo nel loro girovagare. I dialoghi sono prossimi allo zero, ma qualcosa ci fa capire che si tratta di una sorta di caccia, di ricerca tra l’uno e l’altro.
– La vita non contempla la chiarificazione di ciò che accade. – scrive il regista – In tutto questo ci chiediamo quale sia lo scopo della caccia. “Ermanno” è anche questo: il travaglio e la catarsi di entità ridotte dalla società di massa a contenitori di liquidi non meglio identificati, e la purificazione dell’atto crudele attraverso lo svilimento dell’apatia e dell’impotenza insite nel vittimismo. –

Fonte: Oubliettemagazine

“Paolo” un film di Fabrizio Marrocu, 2008

“Un uomo parla al telefono con un amico, che diventa poi un consulente, poi un collaboratore, poi un confidente. I due interlocutori si rivelano essere infine complici di un piano terroristico volto al compimento di una strage.”

“Paolo” è un cortometraggio indipendente girato nella seconda metà di Aprile 2008 in 4 ore consecutive senza soluzione di continuità con una telecamera amatoriale mini-DV. Regia di  Fabrizio Marrocu.

Nonostante trama ed eventi presentino una progressione lineare e la narrazione segua una struttura classica, con un inizio ed una fine indipendenti, si tratta in realtà di un lavoro sperimentale composto da una serie di dialoghi e situazioni improvvisate, registrate senza soluzione di continuità e riassemblate in fase di montaggio fino all’ottenimento della storia, che emerge come in un’epifania.

All’attore è data una libertà d’azione totale nei confronti di tempi, battute e situazioni. Questo metodo di lavoro, che il regista ha chiamato “Improvvision” per conferirgli una riconoscibilità a livello di concetto, aiuta a concepire il prodotto cinematografico indipendente come conseguenza di un’orchestrazione di atteggiamenti improvvisativi di tipo ambientale da parte di tutti i soggetti coinvolti nell’atto filmico. L’unione dell’improvvisazione di attori, operatore di macchina ed aiutanti in relazione all’ambiente circostante, alla situazione e al comportamento degli attori.

E’ stato il  primo cortometraggio di Fabrizio Marrocu. Un esperimento. L’oggetto della ricerca era il verificare la possibilità di ottenere una storia di senso compiuto partendo da frammenti e dialoghi totalmente slegati tra loro.
Filmografia:
–        PAOLO [2008] – Italia, durata: 23′
–        ERMANNO [2009] – Italia, durata: 50′
–        ARTURO [2009] – Italia, durata: 29′
–        UNCLE BUBBLES [2010] – Italia, durata: 39′

Fonte: Oubliettemagazine

 

Intervista di Alessia Mocci a Fabrizio Marrocu ed al suo “Uncle Bubbles”

“Uncle Bubbles” è un mediometraggio made in Sardegna che  ha riscosso notevole successo e curiosità. Il film è diretto da Fabrizio Marrocu, il quale ha curato anche soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio. Il soggetto è frutto di una collaborazione che ormai dura da tre anni tra il regista e Flavio Picciau, insieme hanno lavorato a tre cortometraggi di elevato carattere sperimentale, “Paolo”, “Ermanno”, “Arturo”.
“Uncle Bubbles” mette in rilievo l’ineluttabilità della vita ed i suoi movimenti che portano allo sfascio di una famiglia, di un rapporto fraterno, l’ineluttabilità della coerenza, la paura fa da sovrana in un thriller che trascina con se l’ombra di un horror stilistico.
5 attori protagonisti. 4 sono fratelli, due presentano degli handicap mentali. I 4, a causa di un’eredità,  percorreranno momenti di profonda crisi. Il quinto personaggio è il Dottore. Vera star del cast, però, è il mistero che si cela dietro la figura dei due fratelli handicappati e della rabbia incontrollabile dei due restanti. Termina con il sangue, termina in modo inaspettato, nell’oscurità della selvaggia ignoranza umana.
“Uncle Bubbles” è caratterizzato da una dicotomia topografica di forte impatto, specchio delle indoli degli attori protagonisti. Lo sguardo dello spettatore è accompagnato in due piani in equilibrio, esterno ed interno, allo stesso modo della psiche dei cinque personaggi anch’essi in contrappeso. X e Y sono personaggi interni, A e B sono esterni ed il dottore rappresenta un costituente isolato che determinerà la ricostruzione originaria dei quattro.
PROIEZIONI:
2010:
–         Locale “La Baracca Rossa”, Cagliari, ottobre
2011:
–    Cittadella Universitaria, “Cinephorum Fisica”, Cagliari, febbraio

FESTIVAL:
2010:
–    “Settembre dei Poeti”, Seneghe (OR), settembre
–     Festival di Arti Visuali Indipendenti “VillaCine”, Villacidro (VS), novembre
–   “Babel Film Festival”, Cagliari, dicembre
2011:
–    “ForumGShortFilm”, Santa Teresa di Gallura, gennaio
–    “Visioni Italiane 2011”, Bologna, febbraio

A.M.: “Uncle Bubbles” è stato proiettato durante la sesta edizione di “Settembre dei Poeti”. Come ha reagito il pubblico?

Fabrizio Marrocu: Ero abbastanza teso prima dell’inizio della proiezione. Per una serie di motivi non siamo riusciti ad effettuare delle prove tecniche e abbiamo montato proiettore e pc in pochi minuti. Il risultato è stato quello di una resa audio non ottimale, ma nonostante tutto il pubblico è rimasto catturato dalle immagini che scorrevano. C’era un po’ di preoccupazione, poi dopo aver visto tutti quei ragazzi con lo sguardo fisso sul telone ho capito che le cose stavano andando bene. Il pubblico è stato molto caloroso. E’ stato un piacere proiettare il nostro corto a Seneghe in un contesto come quello del Settembre dei Poeti.

A.M.: Quando e come è stata partorita l’idea di costruire insieme “Uncle Bubbles”?

Fabrizio Marrocu: Dovevo girare un cortometraggio ambientato in un campetto da calcio in cui le riserve si alternavano durante la partita dandosi il turno. Ognuno di loro raccontava degli aneddoti e faceva delle considerazioni su ciò che accadeva in campo, raccontandosi. Doveva essere una storia corale, dai contenuti testuali apparentemente slegati, in cui la narrazione veniva affidata a questi personaggi un po’ borderline. Avevo scelto di intitolarlo Uncle Bubbles. L’idea di cambiare la trama è venuta dopo, nel corso delle settimane a seguire. In pratica la storia, la scelta del soggetto, è ruotata attorno al titolo che invece rimaneva sempre lo stesso.
Avrò cambio idea almeno 5 o 6 volte. Alla fine è venuta fuori questa trama. La scrittura del soggetto base è avvenuta nel giro di una manciata di sms scambiati tra me e Flavio Picciau, con cui ho girato il mio primo corto ed assieme al quale ho inventato il metodo di lavoro con cui ho realizzato tutti i miei successivi progetti.

A.M.: Quando è nata la collaborazione Marrocu-Picciau?

Fabrizio Marrocu: È nata per gioco. Avevo avuto diverse esperienze sul set di alcuni cortometraggi girati con un’impostazione produttiva classica e volevo tentare un approccio più sperimentale e fluido, meno legato alla parola scritta, e lasciando piena libertà all’attore. In “Paolo”, Flavio parla e si muove nello spazio ininterrottamente per diverse ore improvvisando ogni cosa. Situazioni, movimenti, luoghi visitati, contenuti sono tutti frutto delle sue reazioni momentanee rispetto allo spazio ed a ciò che diceva. Non l’ho fermato quasi mai se non in alcune occasioni e quando dovevo cambiare il nastro alla telecamera. Al montaggio ho selezionato le frasi dei suoi discorsi fino a formare una sorta di storia auto-narrante. Non c’era il minimo abbozzo di sceneggiatura o soggetto, soltanto una situazione iniziale da cui doveva partire e muoversi liberamente. Il risultato ci ha lasciati sorpresi perché effettivamente ne è venuta fuori una circolarità narrativa completa con dei lati oscuri molto ambigui.

A.M.: Pensi che questo feeling artistico sia in continua crescita?

Fabrizio Marrocu: Vista l’evoluzione che c’è stata direi di sì, e spero che continui a lungo.

A.M.: “Uncle Bubbles” è stato girato e montato in tre mesi. C’è qualcosa che a posteriori faresti in modo diverso?

Fabrizio Marrocu: Sicuramente pagherei chi mi ha dato una mano a fare ciò che abbiamo fatto. È un lavoro a tutti gli effetti. Il carattere di questo genere di progetti è inclusivo e c’è bisogno delle specifiche capacità e dell’impegno di diverse persone. È una cosa che non si può fare in solitudine.

A.M.: La scelta dell’utilizzo del linguaggio dialettale villacidrese segue un tuo preciso percorso artistico/linguistico?

Fabrizio Marrocu: No. Tempo fa avevo in mente di fare dei piccoli sketch recitati in un linguaggio inventato ma non li abbiamo mai girati. Non sto seguendo un percorso in questo senso. Ciò che mi interessa maggiormente è perfezionare il nostro metodo di lavoro in modo da renderlo efficace nel maggior numero di contesti possibili.

A.M.: Hai qualche aneddoto curioso avvenuto durante le riprese da raccontare ai nostri lettori?

Fabrizio Marrocu: Abbiamo avuto Mario Legna sul set.

A.M.: Gli attori di “Uncle Bubbles” sono tutti non professionisti. Qual è il vantaggio del lavorare con attori casuali?

Fabrizio Marrocu: Non sono un attore ma posso immaginare alcune cose. Il discorso può essere affrontato considerando il fatto che di base esiste un rapporto tra il metodo di lavoro utilizzato e la personalità dell’attore. Un attore professionista legge la sceneggiatura, impara i dialoghi, i tempi ed interpreta la parte. La interpreta conoscendo le strutture che compongono l’azione fisica che dovrà compiere (i suoi movimenti in rapporto allo spazio, alla scena ed a ciò che occupa in quel momento il set, compresa la presenza dell’operatore di ripresa e di altre figure). Il suo lavoro consiste nel calarsi il meglio possibile in una situazione già data a prescindere, percorrendola nel binario nel migliore dei modi possibili, a livello di coinvolgimento effettivo. È un approccio per cui bisogna studiare e che contempla l’uso di tutta una serie di metodi di lavoro propri della professione dell’attore. Nel nostro modo di lavorare la troupe è ridotta al minimo, oltre i personaggi possono esserci al massimo l’operatore ed un fonico, non vengono usate luci artificiali e non ci sono dialoghi da imparare a memoria. Non c’è una sceneggiatura, ma un canovaccio che descrive alcuni punti di svolta narrativi definiti a grandi linee ed altri particolari propri della singola scena. È più un pretesto per definire “cosa” fare giorno dopo giorno. Per il resto l’improvvisazione costituisce il fulcro centrale attorno a cui ruota tutto il sistema-film. Un uso controllato del fattore improvvisativo, che comprende ad esempio la reazione propria del personaggio (personaggio e non attore) ad un dato evento oppure ad un dato ambiente, consente di progredire attraverso l’utilizzo di quel canovaccio base che diventa una “sceneggiatura liquida” che non contiene dialoghi, ma che indica giusto le situazioni e descrive le atmosfere emotive. A monte vengono definiti i personaggi nel loro carattere e nelle loro attitudini, e gli stessi vengono poi messi al centro dell’azione con l’obiettivo di districarvisi all’interno nell’ottica del raggiungimento di punti di raccordo stabiliti ed utili all’avanzamento della narrazione. Ogni pezzo che compone il film diventa così ridiscutibile, confutabile e modificabile a seconda delle esigenze. Le possibilità di effettuare modifiche in corso d’opera aumentano esponenzialmente e tutti i soggetti coinvolti nell’atto filmico possono prendere parte a questo processo di conduzione della storia suggerendo le proprie impressioni e discutendole assieme agli altri. Questo metodo di lavoro conferisce al prodotto audiovisivo una natura plasmabile sia al momento della ripresa che al montaggio, poiché permette di non sacrificare la natura emozionale del lavoro a causa di imprevisti, ma di sfruttare anzi gli stessi come parti integranti della progressione narrativa.

A.M.: Quali sono i registi presenti e del passato che stimi a livello tecnico cinematografico?

Fabrizio Marrocu: Mi piacciono gli stili ed i lavori di Haneke, Lynch, Godard e Von Trier, sia per le considerazioni e gli apporti teorici di molti di loro che per l’effettiva bellezza della loro filmografia.

A.M.: Hai qualcosa in programma per il futuro? Qualche bozza di sceneggiatura sul desktop? Ci vuoi anticipare qualche cosa?

Fabrizio Marrocu: Di solito le idee sono estemporanee. Possono derivare da cose lette, pezzi musicali, o da eventi o aneddoti che accadono o di cui sentiamo parlare, poi rielaborati. Mi piacerebbe fare un cortometraggio o una sorta di mini-serie a puntate con soli personaggi femminili. Ma preferisco, per ora, dedicarmi alla promozione di “Uncle Bubbles” attraverso il canale dei festival e delle proiezioni organizzate. “Uncle Bubbles” è di certo un vero e proprio vettore biologico denso di significati e di portali aperti ad interpretazioni che sfociano sull’etico e sul sociale.

Vi lascio il link di riferimento per vedere per intero il corto “Uncle Bubbles”:

La colonna sonora è stata interamente curata da Stefano Guzzetti:
http://www.stefanoguzzetti.com/
La locandina di “Uncle Bubbles” è stata realizzata da Carlo Giambaresi. (contatto carbonmade)
Il PhotoSet di “Uncle Bubbles” è stato curato da Alessandro Loddi:

uncle-bubbles©photoSet

Contatto facebook Fabrizio Marrocu.

Filmografia:
–        PAOLO [2008] – Italia, durata: 23′
–        ERMANNO [2009] – Italia, durata: 50′
–        ARTURO [2009] – Italia, durata: 29′
–        UNCLE BUBBLES [2010] – Italia, durata: 39′

 

“Uncle Bubbles”, un film di Fabrizio Marrocu

Uncle Bubbles” è un cortometraggio indipendente realizzato tra Giugno e Agosto 2010. Il film è diretto da Fabrizio Marrocu, il quale ha curato anche soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio. Il soggetto è frutto di una collaborazione che ormai dura da tre anni tra il regista e Flavio Picciau, insieme hanno lavorato a tre cortometraggi di elevato carattere sperimentale, “Paolo”, “Ermanno”, “Arturo”.
La storia mette in rilievo l’ineluttabilità della vita e dei movimenti che portano allo sfascio di una famiglia e di un rapporto fraterno. L’ineluttabilità della coerenza e della chiusura. Dell’abbandono morale e umano.
5 attori protagonisti. 4 sono fratelli, due presentano degli handicap mentali. I 4, a causa di un’eredità, percorreranno momenti di profonda crisi. Il quinto personaggio è il Dottore. Vera star del cast, però, è il mistero che si cela dietro la figura dei due fratelli handicappati e della rabbia incontrollabile dei due restanti. Termina con il sangue, termina in modo inaspettato, nell’oscurità della selvaggia ignoranza umana.
“Uncle Bubbles” è caratterizzato da una dicotomia topografica di forte impatto, specchio delle indoli degli attori protagonisti. Lo sguardo dello spettatore è accompagnato in due piani in equilibrio, esterno ed interno, allo stesso modo della psiche dei cinque personaggi anch’essi in contrappeso. X e Y sono personaggi interni, A e B sono esterni ed il dottore rappresenta un costituente isolato che determinerà la ricostruzione originaria dei quattro.
Il corto è interamente recitato in lingua sarda in ceppo linguistico Campidanese e i personaggi si esprimono nella parlata di Villacidro (VS), paese d’origine del regista e degli attori. Il metodo di lavoro usato è un metodo sperimentale frutto di una ricerca sulla creazione filmica avente come perno centrale i principi dell’improvvisazione attoriale e del controllo degli elementi caotici della realtà in rapporto a percorsi narrativi semi-prestabiliti. Gli attori coinvolti sono tutti non-professionisti.
La locandina di “Uncle Bubbles” è stata realizzata da Carlo Giambaresi. (contatto carbonmade)
La colonna sonora è realizzata da Stefano Guzzetti.
Di seguito alcuni link di approfondimento:
– Articolo sul metodo di lavoro “Improvvision“.
– Intervista al regista, Fabrizio Marrocu.
Il cortometraggio, prodotto da “Faster Keaton” per “Under The Weather”, sta suscitando notevole curiosità e gareggia giovedì 24 febbraio 2011 nella sezione ufficiale e nella sezione Iceberg al “Visioni Italiane 2011” di Bologna.
“Uncle Bubbles” è disponibile in visione streaming all’indirizzo:

Filmografia:
–        PAOLO [2008] – Italia, durata: 23′
–        ERMANNO [2009] – Italia, durata: 50′
–        ARTURO [2009] – Italia, durata: 29′
–        UNCLE BUBBLES [2010] – Italia, durata: 39′

Fonte: Oubliettemagazine

 

Intervista di Giovanna Arabini a Fabrizio Marrocu ed al suo “Uncle Bubbles”

G.A.: A me il film è piaciuto molto perchè pur partendo da una trama a prima vista semplice (le conseguenze di un’eredità su una famiglia di 4 fratelli) si sviluppa in maniera interessante e su più livelli. Era questo l’obiettivo? Il risultato finale è stato quello prefissato o qualcosa è cambiato durante la realizzazione, in itinere?

Fabrizio Marrocu: Siamo partiti da un canovaccio molto breve, circa mezza pagina Word, che serviva a delimitare dei checkpoint narrativi. Praticamente la storia che vedi nel corto, ma molto più semplificata e lineare, senza diverse scene nate in fase di ripresa e senza nessun riferimento legato all’estetica o alla forma. La mia premura principale era quella di realizzare delle atmosfere, non tanto delle scene. E per questo c’era bisogno di delimitare due livelli: luogo e personaggi. Cosa fondamentale è avere chiaro il mood mentale del progetto, quella sorta di “look emotivo” che ne determinerà poi il carattere. L’imprinting deve avvenire dentro la tua testa, nella dimensione delle intenzioni. Cerco sempre di non fare tanto caso alla scena in sé quanto al comportamento degli attori, che portando avanti il loro personaggio in vista del raggiungimento di quei checkpoint di cui parlavo prima, possono muoversi liberamente dando modo al proprio personaggio di vivere attraverso di loro. Se nella tua testa hai un film drammatico e assecondi la realtà con quell’idea, e resterai concentrato su quell’idea, verrà fuori un film drammatico. È come essere tristi o essere felici ed esprimerlo attraverso la scrittura. Un bravo scrittore raggiunge il lettore con i sottotesti che è in grado di generare attraverso le sue strutture, non tanto attraverso singole parole o singole frasi. La scrittura più efficace si esprime probabilmente attraverso i sottotesti che è in grado di generare, attraverso il non apertamente comunicato, che costituisce alla fine ciò che viene effettivamente comunicato.

G.A.: Gli attori sono tutti non professionisti ma particolarmente efficaci. Come è avvenuta la selezione? Ci sono stati dei casting? Cercavate dei “phisyques du rôle” particolari?

Fabrizio Marrocu: Gli attori del nucleo familiare sono tutti miei amici. L’uomo che interpreta il dottore, Ettore, insegna invece agronomia in una scuola superiore a Cagliari. Non ci sono stati casting. Avevo scritto il soggetto pensando già a chi avrebbe potuto interpretare quei ruoli e ho chiesto a ognuno di loro, uno per uno, se sarebbero stati disponibili a girare con me. Marcello, che in Uncle interpreta il fratello minore, aveva già incarnato un paio di personaggi in due miei corti vecchi. Due caratteri molto diversi tra loro, con molte sfaccettature e resi in maniera estremamente interessante. E non è un attore. O almeno non vive del mestiere dell’attore. Ma lo è. Sono cresciuto con loro cazzeggiando in adolescenza. Alla fine negli anni scopri che alcune persone che frequenti possiedono lati che consideri geniali, magari perché ti fanno ridere (certe scenette improvvisate e spontanee in cui qualcuno “diventa” qualcun’altro o qualcos’altro) ma che vengono presi sottomano, come cose normali. Ho cercato di far emergere quei lati delle loro personalità, ma in funzione di qualcosa di coeso.

G.A.: Ho letto da qualche parte che la sceneggiatura è stata scritta con Flavio Picciau e mi sono chiesta come potesse essere nata considerando che hai diretto “Uncle Bubbles”, a quanto leggo, con la tecnica dell’ “Improvisation” che, come ci si aspetta dalla definizione, pone centralmente la possibilità di improvvisare e per me, una control freak, questo ha un pò il sapore dell’anarchia. Gestisci in maniera tranquilla i risultati di questa tecnica? Non hai mai paura che il lavoro ti “sfugga” dalle mani? Lo chiedo perchè io ne sarei gelosa (e una pessima regista probabilmente)…

Fabrizio Marrocu: Non c’era una sceneggiatura ma una sorta di soggetto avanzato senza battute. Il plot principale è nato nel giro di 3 o 4 sms che mi sono scambiato con Flavio una mattina mentre eravamo entrambi a lavoro. La storia era abbastanza diversa, più semplice, e anche i personaggi avevano alla fine altre mire. Abbiamo cominciato con “Improvvision” (in quanto l’impro non è solo attoriale ma anche tecnica e di visione in larga parte) proprio per “lasciarci sfuggire il lavoro dalle mani” come principio base. Il ragionamento che sta a monte del mio metodo di lavoro è molto semplice e cercherò di spiegartelo con un esempio. Stai camminando in una strada e senti dei rumori provenire dalle case. Il cinema ti consentirebbe di vedere contemporaneamente il personaggio che cammina, ciò che succede contemporaneamente in 5 case da dieci punti di vista, e la reazione del personaggio alla tensione crescente ma che per motivi logistici probabilmente nemmeno vedrebbe. Avresti una visione chiara e didascalica di ciò che sta succedendo. Il controllo sulla situazione. Un livello di consapevolezza che non può esistere nella realtà. Quando giro non mi calo nei panni del deus ex machina che ha già scritto tutto, che ha già tutto nella mente e che usa gli attori come dei bambocci col compito di percorrere passo passo il suo percorso mentale. Nei miei lavori rifiuto questa onnipotenza, ho dei personaggi istruiti semplicemente ad essere se stessi che caccio in mezzo a delle situazioni. Situazioni base da cui decido di lasciarmi a mia volta sorprendere, in quanto nella stessa realtà non ci sono dei timer che definiscono delle scadenze e delimitano ciò che accade in maniera aprioristica. La realtà stessa non sarebbe veritiera. Utilizzo questo approccio da 3 anni e lo sto perfezionando. Le modifiche riguardano soltanto la possibilità di gestire con maggiore efficacia il maggior numero di situazioni possibili con questo metodo. C’è una retoricità nel caos che mi piacerebbe imparare a governare. Si potrebbe avere lo stesso approccio anche verso la vita, ma non è semplice perché non percepiamo quel che accade attorno a noi attraverso uno schermo.

G.A.: Una buona parte della bellezza di questo tuo lavoro è data, a mio parere, dalla location: un terreno aspro, enorme, un pò inquietante e gli edifici diroccati e spogli. Che ruolo ha avuto nella genesi del film? Avevate già deciso che avreste girato là durante la stesura dello script o è stata una scelta successiva?

Fabrizio Marrocu: Lo script era già stato scritto e avevo bisogno di un terreno dismesso, fuori dal paese. Luca (Marras), che mi ha assistito durante la fase di preparazione, mi ha messo davanti ad un paio di opzioni e mi ha portato in questo terreno. È stato il primo posto che abbiamo visitato. 13 ettari di niente. Quell’erba che vedi nelle camminate o quando i personaggi corrono, non era erba ma spine. Era veramente ostile. Il luogo adatto ad ambientarci una storia del genere.

G.A.: Di chi è stata l’idea del finale? Non è che lo sveliamo ma volevo dirti che mi è sembrata una vittoria (piuttosto amara e incosciente) dei più deboli, ciò che era nella mente dei”malati” si materializza proprio davanti agli occhi dei “sani”. Un finale onirico che a me è parso particolarmente azzeccato…

Fabrizio Marrocu: Il finale è stata l’unica cosa che non è mai cambiata in nessuna delle versioni dello script. L’unico punto fermo. Ho cercato allo stesso modo di renderlo il più aperto possibile -nonostante costituisca dal punto di vista del montaggio la sequenza più chiusa di tutto il lavoro. Non saprei. Non mi dispiace la tua interpretazione comunque.

G.A.: La presenza di “Uncle Bubbles” in “The SarDorialist” non è usuale, il mood è in genere più giocoso e colorato però speravo sinceramente che tu accettassi di parlare con me del tuo lavoro. In effetti mi è sempre stato fatto notare che quando rispondo alle domande relative al blog viene sempre fuori una nota un pò drammatica e poco glamour (anche se vorrei essere glamour, no, davvero, però è un Epic Fail continuo). Rimarco sempre la mia provenienza basso-sulcitana e il fatto di essere cresciuta in una realtà in cui la crisi e il disagio sociale erano all’ordine del giorno e gli scenari di “Uncle Bubbles”, sebbene enfatizzati, mi sono sicuramente più “familiari” rispetto a quelli patinati che tanto mi piacciono.
Non mi voglio certo paragonare a te, io sono una cazzona, ma credo che chiunque sia nato nella parte meno trendy, probabilmente più bella, sicuramente più disastrata dal punto di vista economico della Sardegna si porti dentro un pò di crisi. E’ così anche per te? O pensi che avresti affrontato certe tematiche indipendentemente dall’ambiente in cui sei cresciuto?

Fabrizio Marrocu: Tutti noi, come sardi, abbiamo un po’ avuto a che fare con situazioni del genere. Poteva essere il vicino, poteva essere un parente, potevamo essere noi. Personalmente non ho mai vissuto situazioni di questo tipo sulla mia persona, ma non è detto che non abbia voluto far trasparire dal corto alcuni lati della mia biografia estremamente sublimati. C’è sempre un po’ del proprio vissuto in ogni creazione o manufatto. La tematica affrontata non è stata comunque dettata da esigenze o necessità o ricerche sulla tematica o su quell’ambiente in particolare. Una storia vale l’altra. Siamo puntini nell’universo e nessuno sentirà la nostra mancanza quando il pianeta collasserà su se stesso a causa di un overflow di foto di gattini caricate su Internet.

G.A.: Mi chiedevo se avessi mai pensato di dirigere una commedia. Ti piacerebbe o pensi che non sia nelle tue corde?

Fabrizio Marrocu: Ho tentato due approcci verso il genere leggero -anche se non totalmente- in due miei vecchi corti, “Paolo”, e “Arturo”. Per restare in tema con la domanda forse più in “Arturo” sono presenti dei momenti di questo tipo. A una commedia dall’inizio alla fine, leggera, ma con dei toni molto da black humour ho già pensato e potrebbe anche essere. Non c’è niente che non senta nelle mie corde, se fatto con criterio e con una base concettuale forte. Quando ero studente annotai su un libro: “Noi non critichiamo l’oggetto, critichiamo l’atteggiamento che l’ha generato”.
G.A.: So che ora ti stai dedicando alla promozione di “Uncle Bubbles” ma hai già qualche idea per un progetto futuro? Vedremo presto un tuo nuovo lavoro o ci toccherà aspettare un po’?

Fabrizio Marrocu: Ho diverse idee. Una in particolare abbastanza precisa. O forse due abbastanza precise. Ma già il fatto che abbia usato i termini “forse” e addirittura due volte il termine “abbastanza” la dice lunga su quanto possa essere precisa la mia stima. In genere faccio una cosa all’anno.

G.A.: Ora ti porrò domande un pò più stupidine (ancora di più, sempre di più), nel mio stile, di quelle sceme sceme che tanto mi piace fare. Disastro ambientale cazzuto da virus zombificante: proprio a te, Fabrizio Marrocu, si chiede di salvare su uno shuttle in fuga dal pianeta Terra 5 pellicole cinematografiche (ti chiederai perchè l’hanno chiesto a te: tutti gli altri registi sono morti ad eccezione di te e Muccino. Io ho sparato in fronte a Muccino per tutelare ciò che resta dell’umanità, quindi ti tocca.).

Fabrizio Marrocu: Visitor Q (Takashi Miike), Nouvelle Vague (J. L. Godard), Il seme dell’uomo (Marco Ferreri), Salò o le 120 giornate di Sodoma (P. P. Pasolini), Dogville (Lars Von Trier).

G.A.: Che musica stai ascoltando adesso? C’è una canzone di cui vorresti girare (o vorresti aver girato) il video?

Fabrizio Marrocu: Non sto ascoltando nulla al momento. Vorrei produrre però qualcosa di molto rumoroso e japanoise oriented. L’ultima cosa che ho ascoltato, ieri, sono stati i primi quattro brani di Red Medicine dei Fugazi, ma nel cuore ho soltanto Pain Jerk e Government Alpha. Al momento. Anche se non li ascolto.

G.A.: Guardi mai dei film bruttissimi la quale bruttezza ti è palese ma li guardi ugualmente? Io ieri ho visto un film strappalacrime con Mandy Moore nel ruolo della brava ragazza malata che muore e alla fine ho pure pianto. Era una cosa oscena. Orrenda. Eppure l’ho guardato tutto. Sii umano, dimmi che lo fai anche tu.

Fabrizio Marrocu: Lo faccio anch’io, sì. Potrei essere piuttosto incazzato per i film brutti che passano, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. Ed anche i film bruttissimi sono riflesso dell’attorno, sono prodotti del mondo, ne sono anch’essi uno specchio, magari deformante, ma sono un punto di vista di qualcosa di più grande, che alla fine dei giochi è meraviglia. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola vita. (cit.)

G.A.: C’è un film universalmente considerato un capolavoro, magari materia di studio all’università, che però a te fa schifo o, perlomeno, consideri sopravvalutato?

Fabrizio Marrocu: Non so se sia considerato un capolavoro, ma ho un conto in sospeso con la Medea di Pasolini. Anche dopo 5 caffè non sono mai riuscito a guardarlo per più di 20 minuti senza addormentarmi.

G.A.: Qual è l’ultima pellicola che hai visto al cinema? Ti è piaciuta?

Fabrizio Marrocu: Forse l’ultimo film visto al cinema è stato “The social network”, di Fincher. E… sì, mi è piaciuto. Avrei preferito vedere “Machete”, che ho aspettato molto, ma purtroppo da noi non è arrivato.

Ringraziando per l’ennesima volta Fabrizio vi rimando alla visione di “Uncle Bubbles” (qui) e al suo canale vimeo per dare un’occhiata agli altri suoi lavori (qui).
Ci fa piacere anche segnalarvi il compositore della colonna sonora del film che si chiama Stefano Guzzetti (stefanoguzzetti.com) e Alessandro Loddi il fotografo che ci ha regalato gli scatti del backstage (questo è il suo flickr).
Chiaramente estendo i complimenti al cast e alla troupe.
Queste sono robe sarDorialiste serie.
Intervista a cura di Giovanna Arabini per The SarDorialist.

Fonte: Oubliettemagazine