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“L’invenzione dell’arte” di Larry Shiner, Einaudi

April 30, 2013 Leave a comment

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L’invenzione dell’arte – Una storia culturale
Larry Shiner
La ricerca storico-filosofica interpreta di solito le produzioni artistiche basandosi su una categoria assunta a priori, derivante da una concezione universalistica delle scienze figlia dell’Illuminismo. I metodi della storia dell’arte e dell’estetica sono quindi spesso applicati a epoche in cui l’idea moderna di «arte» era del tutto assente, o a luoghi in cui essa giunse solo con la colonizzazione. L’inclusione odierna di manufatti extraeuropei nei musei o il problema dei limiti reciproci tra arte e artigianato sono solo alcuni dei temi di dibattito ai quali Larry Shiner fornisce nuovi, dirimenti argomenti.
La tendenza a considerare opere d’arte le tragedie di Sofocle, le cantate di Bach o i dipinti di Leonardo induce a trascurare dati importanti quali il valore politico delle rappresentazioni teatrali nell’antica Grecia, la funzione religiosa e sociale della musica, il ruolo della committenza e dei collaboratori nella pittura rinascimentale. Non si tratta di ridimensionare la qualità del lavoro degli artisti, ma di interpretare correttamente i documenti del passato: se l’apprezzamento delle loro opere si basa oggi su criteri come indipendenza e originalità, ciò non significa che fu sempre cosí.
Ripercorrendo la storia dell’arte dall’antichità a oggi, Shiner mette in luce la grande variabilità dei concetti di «arte» come la diversità delle funzioni concrete attribuite a manufatti, composizioni e rappresentazioni, indicando alla storia dell’arte e dell’estetica la via della pluralità del passato e delle culture.
Larry Shiner insegna filosofia, storia e arti visive all’University of Illinois di Springfield. Per Einaudi ha pubblicato L’invenzione dell’arte (2010).
2010
Piccola Biblioteca Einaudi Ns
pp. XXVIII – 458
€ 32,00
ISBN 9788806201081
A cura di Nicola Prinetti

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“Movimento e immobilità di Douve” di Yves Bonnefoy, Einaudi

Du mouvement et de l’immobilité de Douve.

In quest’opera, destinata a rimanere tra i migliori libri di poesia del secolo, il surreali-smo d’origine è portato alle sue ulti-me conseguenze e quindi superato: un furore amoroso e conoscitivo trasforma infatti il gioco crudele, casuale e cerebrale di tanta poesia e pittura francese d’avanguardia nella larga sinfonia funebre di una discesa agli inferi sentita come passaggio obbligato, l’ultimo ancora da compiere, nell’esplorazione della “notte dell essere”, per l’acquisto di una sapienza e salvezza eli cui solo la poesia può farsi portatrice. Douve (il nome, di forte pregnanza simbolica, indica una pozza d’acqua chiusa e stagnante) è una donna amata e perduta nel labirinto eiella morte. Una moderna Euridice o Beatrice (animata però dall’ebbrezza della Menade) che il poeta vuole raggiungere e glorificare, affrontando egli stesso un cammino pericoloso, irto di insidie, nelle regioni infere.

Ma gli inferi che il poeta esplora per ritrovare la sua donna non sono le desolate regioni del mito classico e cristiano, popolate di anime, di dei. di demoni: sono invece gli interi del corpo affidato alla terra, il corpo che si corrompe e si disfa, che subisce l’estrema ingiuria della putredine, per divenire altro… Douve trionfa sulla morte disciogliendo il suo corpo fra gli umori terrestri, divenendo erba, albero, stagno, fuoco, carbone, e il poeta le è accanto, come colui che sente la necessità di quella morte, di quella sfida estrema, per raggiungere una comune apoteosi in una sfera dell’essere destinata a rimanere incognita a entrambi e solo adombrata dalla parola poetica.

Fonte: Lettori.net

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“La fotografia” di Ugo Mulas, Einaudi

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Può darsi che alla base di queste mie divagazioni ci sia quel bisogno di chiarire il proprio gioco, così tipico degli autodidatti, che essendo partiti al buio, vogliono mettere tutto in chiaro, e conservano rispetto al mestiere conquistato giono dopo giorno un certo candore e molto entusiasmo.

Ugo Mulas

Per comprendere al meglio un autore nulla di meglio che osservarne le opere, leggerne i pensieri. Nulla di diverso si fa davanti ad un’icona della fotografia come Ugo Mulas, in questo caso davanti al libro La fotografia e in particolare la sezione riguardante il lavoro con i vari artisti, prettamente americani. Com’è ovvio, essendo un fotografo l’autore del libro, si tratta di un libro fotografico, ma non solo. È un libro fatto di parole, tante, di pensieri che svelano la personalità di Mulas, rendendo così più chiaro il suo stile e più semplice la lettura critica delle opere.

La prima considerazione che mi viene in mente è che tra le righe vien fuori tanta sincerità: sincerità nel raccontare i dubbi riguardo l’atteggiamento da tenere durante i lavori, il rivalutare le proprie scelte sino a modificarle; la sincerità nell’ammettere la delusone per certi risultati ottenuti non all’altezza delle aspettative, come nel lavoro su Calderi; la sincerità nello spiegare come nasce la foto della mano di Lucio Fontana, che pare portare a compimento l’ennesimo taglio su tela, ammettendo candidamente la scelta a tavolino dello scatto, utilizzando un’opera precedentemente compiuta.

Seguendo il filo di questi pensieri si perde quasi interesse per le foto, volgendo l’attenzione ai suoi racconti, scritti in uno stile che non è proprio del giornalismo, ma neanche quello di un personaggio che vuole autocelebrarsi. In poche parole, nessun onanismo, ma una narrazione dei fatti, del perché parte in America, delle amicizie coltivate strada facendo. È il 1964, dieci anni dopo il suo primo vero lavoro alla Biennale di Venezia Mulas parte in America, negli States, non per lavoro ma: “per una mia necessità, perché la nessuno mi aveva mandato ( ) più stordito che convinto, poi mi sono entusiasmato, perché non si trattava soltanto di prendere contatto con una certa pittura, quanto di entrare nel mondo dei pittori..di essere testimone () nel momento in cui capitava”. L’obiettivo era semplice: “essere un testimone, non farsi influenzare dall‘affetto per i soggetti“; ma non andò proprio così, tant‘è che nell‘introduzione si può leggere: “mi rendo conto che le fotografie scattate in America sono una presa di coscienza e non una registrazione, una presa di coscienza come lo è una qualsiasi operazione conoscitiva”.

Così già nella prima parte dell’opera s’intuisce quali binari seguirà il libro. Dalle parole traspare un atteggiamento quasi amatoriale, moti di stupore di fronte a gesti e abitudini degli artisti, ragionamenti spesso introspettivi, delle volte anche lacunosi, non dunque un esercizio di stile. Lentamente si delinea l’aspetto del lavoro riguardante gli artisti: si hanno una serie di foto che non sono totalmente documentariste ne totalmente artistiche, ma mirano semplicemente a cogliere l’elemento distintivo di ogni soggetto, ciò che lo caratterizza e lo rende unico. Ragion per cui, per rappresentare Newman, sceglie di evidenziarne un dettaglio di un quadro, che può apparire se letto superficialmente fuori luogo e poco di poco conto, ovvero una porzione che riporta firma e data di inizio-fine lavoro: un dettaglio di fatto significativo ed esaustivo , che mostra la meticolosità adottata dal pittore.

Ma non solo, queste scelte sono spesso lo spunto per piccole riflessioni, come quella riguardante Johns, ritratto mentre con una mano dipinge una cartina geo-politica degli Usa e nell’altra una cartina vera e propria; un contrasto che scaturisce da due elementi (cartina dipinta e cartina vera e propria) che Mulas così commenta: “l‘apparente rifiuto della fantasia, per cui l‘oggetto che sta dipingendo è da lui verificato di continuo, e, allo stesso tempo, come il quadro che sta dipingendo sia un‘altra cosa da ciò su cui la verifica avviene”; una contraddizione che mostra ulteriormente come un’artista può assumere un metodo rigoroso nonostante il risultato finale non lo dia a vedere.

Sono frequenti queste considerazioni, la constatazione di come ciò che si associa alla fantasia e spesso al gioco, cioè l’arte, sia frutto di un lavoro non di rado fortemente disciplinato. Perfino in Warhol è presente in qualche modo tale elemento. Il suo studio è descritto come una grande sala, un paese dei balocchi in cui muovono i loro passi i personaggi più disparati, un luogo dove si entra senza bussare e dove chiunque sviluppa opere e progetti di diversa natura. Il tutto soltanto all’apparenza alla rinfusa, senza nesso, senza logica, ma il filo è mosso, secondo Mulas, dallo stesso Warhol, all’insaputa di chi entra li. Un’influenza che sente lo stesso Mulas, un senso di responsabilità che nasce proprio di fronte alla più completa disponibilità del maestro della pop-art alle sue richieste.

Voler dunque comprendere il soggetto pare il vero interesse, conoscerlo, riportando la scoperta dentro lo scatto. Manca così l’egocentrismo di chi vuole utilizzare il soggetto amò di manichino, come un soggetto-oggetto senza personalità. Al contrario è l’intimità dell’anima che viene colta da Mulas, o almeno questo è l’obiettivo. Vien da se che questo non è mai stato e mai sarà cosa facile, tant’è che non gli è stato sempre possibile: troppo difficile se non impossibile delle volte non far pesare la propria presenza.

Alcune considerazioni sulla fotografia stessa risultano interessanti: “ davanti alla fotografia ci si trova spesso davanti ad un pensiero senza linguaggio, inespresso” così che uno stesso scatto sia utilizzato e/o interpretato in diversi modi; si serve qui dell’etologo Kohler: “Anche usando le parole l‘immagine del pensiero può solo trasparire non mostrarsi nella sua medesimezza”, aggiungendo che, dopo aver osservato in diversi modi il soggetto e aver scelto lo scatto, il fotografo “non avrà che espresso una parte del sul suo pensiero”; dentro “lo studio di un pittore, sento di dover lasciare fuori le mie idee precostituite() lavorare..su ciò che l‘artista mi mostra.

E quando mi scordo di questo è la macchina che mi chiama alla realtà; questo è il limite e il vantaggio del fotografo rispetto al critico”. Raccontando l’artista tenta di abbandonare il se per comprendere l’altro, finendo per capire anche se stesso. È chiaro infatti che l’atteggiamento di Mulas è figlio del suo modo di essere, com’è per qualunque fotografo in fin dei conti; così il non voler influenzare la scena è qualcosa di significativo, descrive già una parte di Mulas. Un disegno della personalità dell’autore che trova poi completezza e conferma un po’ in ogni pagina, sia essa scritta o impaginata con una foto. Un osservatore curioso, discreto, delle volte quasi ingenuo in certi ragionamenti, ma privo di quell’egocentrismo solito dell’artista e privo dell’arrivismo del giornalista.

In chiusura una parte della paginetta riguardante Pistoletto, un frammento estrapolato forse in maniera sbagliata dal suo reale contesto e significato, ma capace di riassumere un po’ Ugo Mulas:

Il limite alla mia fotografia, il far sentire dove questa finisce, restituisce ogni cosa al gioco delle parti: altrimenti l’ambiguità sarebbe totale.

Written by Roberto Montis

Fonte: Oubliettemagazine

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