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“Amore in manicomio” di Dylan Thomas

September 2, 2011 Leave a comment

Amore in manicomio

Un’estranea è venuta
A spartire la mia stanza nella casa un po’ pazza,
Una ragazza matta come gli uccelli

Che spranga l’oscurità dell’uscio col suo braccio e la sua piuma.
Stretta nel letto delirante
Elude la casa a prova di paradiso con nuvole penetranti

Tuttora illude con il passeggio la stanza dell’incubo
Alla larga come i morti,
O cavalca gli oceani immaginati delle corsie maschili.

Ella é giunta invasata,
la quale lascia entrare l’ingannevole luce dal muro rimbalzante,
Invasata dai cieli

Dorme nel trogolo stretto e tuttavia cammina sulla polvere
Ancora vaneggia a piacer suo
Sopra le scene del manicomio sciupato pallido dalle mie lacrime passeggere

E rapito dalla luce nelle sue braccia a lungo e caro infine
Io posso senza fallo
Sopportare la prima visione che diede fuoco alle stelle.

.

Love In the asylum

A stranger has come
To share my room in the house not right in the head,
A girl mad as birds

Bolting the night of the door with her arm her plume.
Strait in the mazed bed
She deludes the heaven-proof house with entering clouds

Yet she deludes with walking the nightmarish room,
At large as the dead,
Or rides the imagined oceans of the male wards.

She has come possessed
Who admits the delusive light through the bouncing wall,
Possessed by the skies

She sleeps in the narrow trough yet she walks the dust
Yet raves at her will
On the madhouse boards worn thin by my walking tears.

And taken by light in her arms at long and dear last
I may without fail
Suffer the first vision that set fire to the stars.

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“Il colloquio della preghiera” di Dylan Thomas

Il colloquio della preghiera

Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette
Dal bimbo che va a letto e dall’uomo per le scale
Che sale all’alta stanza dall’amata morente,
Indifferente l’uno a chi nel sonno andrà incontro,
L’altro pieno di lacrime temendola già morta,

S’aggira per il buio sulle ali del suono che essi sanno
Salirà verso i cieli rispondenti su dalla verde terra,
Dall’uomo per le scale e dal bimbo accanto al letto.
Il suono che sta per levarsi nelle due preghiere
Per il sonno in terra sicura e per l’amata che muore

Sarà uno stesso volo doloroso. Chi calmeranno?
Dormirà illeso il fanciullo o sarà in lacrime l’uomo?
Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette
S’aggira tra i vivi ed i morti, e l’uomo per le scale
Non troverà morente, stanotte, ma viva e calda al fuoco
Del suo trepidare nell’alta stanza il suo amore.
E il fanciullo indifferente a chi va la preghiera
Affogherà in un’angoscia profonda come sarà la sua tomba,
E con gli occhi del sonno fisserà i neri occhi dell’onda
Che su per le scale lo trascina verso una che è morta.

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“Ventiquattro anni” di Dylan Thomas

Ventiquattro anni

Ventiquattro anni mi rammentano le lacrime degli occhi.
(Sotterra i morti se hai paura che vadano alla tomba con le doglie.)
Nell’arco della porta naturale stavo accosciato come un sarto
A cucirmi il sudario per il viaggio
Alla luce del sole divoratore di carne.
Tutto agghindato per morire, il sensuale incedere iniziato,
Con le mie rosse vene piene zeppe di soldi,
Verso la meta conclusiva, la città elementare,
Io vado avanti quanto è lungo il sempre.

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“Come potrà il mio animale” di Dylan Thomas

 Come potrà il mio animale

Come potrà il mio animale,
La cui magica forma rintraccio nel cranio cavernoso,
Vaso d’ascessi e guscio d’esultanza, sopportare
D’essere seppellito sotto un muro di sillabe,
Il velo invocato funereo intorno al volto,
Lui che dovrebbe infuriarsi,
Ubbriaco come lumaca di vigna, flagellato come polpo,
Che dovrebbe ruggire, andar carponi, lottare
Coi venti e con la pioggia,
Il cerchio naturale dei cieli rivelati
Abbassare all’altezza dei suoi occhi streganti?

Come potrà calamitare
Verso lo stallone, in una curva notturna vampa che fonda
Lo zoccolo della testa leonina e il ferro di cavallo del cuore,
Una terra selvaggia nel fresco culmine dei giorni campagnoli,
Per trottare sui letti di fieno d’un miglio con una compagna
[sonora,
Per amare, e penare, e uccidere
In un rapido, dolce, feroce chiarore, finché il suolo sprangato
Germogli, il nero mare spalancato gioisca,
Le budella si ribaltino e la branca
Delle vene artigliate sprema da ogni rossa molecola
La voce riarsa e furibonda?

Pescatori di tritoni avanzano lenti e arpeggiano
Sul solito flutto, lanciando il loro magico spillo ricurvo
Innescato d’aurea mollica; io con una viva matassa,
Lingua e orecchio nel filo, pesco nell’animale, chiusa da riccioli
E tempie, acquea caverna d’incantesimi e d’osso,
Rintraccio un tentacolo con un occhio
Spalancato per amo, nella tazza d’alghe e ferite,
Per stringere a terra la mia furia
E sbattere giù il suo gran sangue;
Nessuna bestia dovrà nascere a segnar sull’atlante i pochi mari
O a soppesare la luce sopra un corno.

Sospira a lungo, fredda creta, giaci recisa, lanciata
In alto, tramortita sul sasso; furtive forbici affilate nel gelo
Scattano nel boschetto della forza, l’amore sbozzato nei pilastri
Crolla con santo, sole e uccello scolpiti, la vergine bocca
[spinata d’alghe morte
Sfronda, rovo piumato di fiamme, l’enfasi dell’occhio furente,
Taglia netto il gestire del fiato.
Muori con rosse penne quando il volo del cielo è troncato,
E rotola con la terra abbattuta:
Arida giaci, riposa depredata, mia bestia.
Hai sgroppato dal fondo d’una buia spelonca, sussultato al nitrito della luce
E scavato la tua fossa nel mio petto.

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“Non da questa collera” di Dylan Thomas

 Non da questa collera

Non da questa collera, anti-culmine dopo
Che il rifiuto paralizzò i suoi fianchi e il fiore zoppo
Si curvò come una bestia a lappare il fiotto solitario,
In una terra cinghiata dalla fame,
Ella riceverà una scorpacciata d’erbacce
E potrà generare quelle mani viticce che palpo
Attraverso i tormentati, due mari.
Dietro il mio capo un quadrato di cielo s’affloscia
Sul sorriso circolare lanciato da amante ad amante
E la palla dorata rotola via dai cieli;
Non da questa collera, dopo
Che il rifiuto rintoccò come campana sott’acqua, il suo sorriso
Potrà generare quella bocca, dietro lo specchio,
Che brucia lungo i miei occhi.

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“Oh, fatemi una maschera” di Dylan Thomas

Oh, fatemi una maschera

Oh, fatemi una maschera e un muro per nascondere alle spie
Dei vostri occhi aguzzi e laccati e degli artigli occhialuti
Lo stupro e la rivolta degli asili infantili del mio volto,
Mordacchia d’albero ammutito per bloccare contro i nemici scoperti
La lingua baionetta in questo indifeso pezzo da preghiera
Questa bocca e la tromba delle bugie soavemente sonata,
Espressione di tonto scolpita in antica armatura e quercia
Per proteggere il cervello corrusco e smussare gli ispettori,
E un vedovile dolore unto di lacrime languente dale ciglia
Per velare la belladonna e lasciare che gli occhi asciutti scorgano
Gli altri tradire le lagnose bugie delle loro sconfitte
Con la curva della bocca nuda e il sorriso sopra i baffi.

.

O make me a mask

O make me a mask and a wall to shut from your spies
Of the sharp, enamelled eyes and the spectacled claws
Rape and rebellion in the nurseries of my face,
Gag of dumbstruck tree to block from bare enemies
The bayonet tongue in this undefended prayer-piece,
The present mouth, and the sweetly blown trumpet of lies,
Shaped in old armour and oak the countenance of a dunce
To shield the glistening brain and blunt the examiners,
And a tear-stained widower grief drooped from the lashes
To veil belladonna and let the dry eyes perceive
Others betray the lamenting lies of their losses
By the curve of the nude mouth or the laugh up the sleeve.

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“Distesi sulla sabbia” di Dylan Thomas

Distesi sulla sabbia

Distesi sulla sabbia, l’occhio al giallo
E al grave mare, beffiamo chi deride
Chi segue i rossi fiumi, scava
Alcove di parole da un’ombra di cicala,
Ché in questa tomba gialla di rena e di mare
Un appello al colore fischia nel vento
Allegro e grave come la tomba e il mare
Che dormono ai due lati.
I silenzi lunari, la marea silenziosa
Che lambisce i canali stagnanti, l’arida padrona
Della marea increspata fra deserto e burrasca
Dovrebbero curarci dai malanni dell’acqua
Con una calma d’un unico colore.
La musica del cielo sopra la rena
Risuona in ogni granello che s’affretta
A coprire i castelli e i monti dorati
Della grave, allegra, terra in riva al mare.
Fasciati da un nastro sovrano, sdraiati,
Guardando il giallo, facciamo voti che il vento
Spazzi gli strati della spiaggia e affoghi
La roccia rossa; ma i voti sono sterili, né noi
Possiamo opporci alla venuta della roccia,
E dunque giaci guardando il giallo, o sangue
Del mio cuore, finché la stagione dorata
Non vada in pezzi come un cuore e un colle.

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“Cerca la carne sulle ossa” di Dylan Thomas

Cerca la carne sulle ossa

“Cerca la carne sulle ossa fra non molto
Spolpate e bevi alle due munte rupi
Il dolce midollo e la feccia,
Prima che le mammelle delle dame
Siano vizze e le membra brandelli.
Non profanare, figlio, i sudari, ma quando
Vedrai le dame fredda pietra, appendi
Una rosa d’ariete sugli stracci.

“Ribèllati alle leggi della luna
E al parlamento del cielo,
Al governo del mare perverso,
A tirannia del giorno e della notte,
A dittatura di sole.
Ribèllati all’osso e alla carne,
A parola di sangue, ad astuzia di pelle,
E al verme che nessuno può ammazzare.

“La sete è spenta, la fame placata,
E lungo il cuore ho uno spacco;
La faccia è smunta allo specchio,
Le labbra smorte dai baci
Ed è smagrito il mio petto.
Una ragazza allegra mi prese per uomo,
La stesi giù e le narrai il peccato,
Le misi accanto una rosa d’ariete.

“Il verme che nessuno può ammazzare
E l’uomo che nessuna corda impicca
Si ribellano al sogno di mio padre
Che da un ostello di rossi porci
Ulula il sozzo demonio alle spalle.
Non posso come un pazzo assassinare
Stagione e sole, grazia e ragazza,
Né il mio dolce risveglio soffocare.”

La nera notte amministri la luna,
Il cielo detti pure le sue leggi,
Il mare parli con voce regale:
Non nemici ma un unico compagno
Sono il buio e la luce.
“Guerra al ragno e allo scricciolo!
Guerra al destino umano!
E distruzione al sole!”
Prima che morte ti prenda, ah sconfessalo!

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“Perché levante gela” di Dylan Thomas

Perché levante gela

Perché levante gela e austro rinfresca
Non sarà conosciuto finché il pozzo del vento non dissecchi
E l’ovest non resti più immerso
Nei venti che recano il frutto e la corteccia
Di centinaia e centinaia di cadute;
Perché la seta è soffice e la pietra ferisce
Il fanciullo si chiederà ogni giorno,
Perché pioggia notturna e sangue di mammella
Tutti e due lo dissetano, avrà una nera risposta.

Quando verrà Mastro Gelo? domandano i bambini.
Stringeranno nei pugni una cometa?
Finché la loro polvere, dal cielo e da terra,
Non sparga in occhi infantili un lungo ultimo sonno
E l’ombra non sia folta di fantasmi di bimbi,
Nessuna bianca risposta farà eco dalle cime dei tetti.

Tutto è conosciuto: il consiglio degli astri
Esorta qualche contento a viaggiare coi venti,
Ma ciò che chiedono gli astri mentre aggirano
Tempo dopo tempo le torri dei cieli
Sarà poco ascoltato, prima che gli astri siano spenti.
Io ascolto contento e “Contèntati”
Squilla pei corridoi come una campanella,
E “Nessuna risposta” e io non ho
Nessuna risposta al pianto dei bambini
Né di risposta d’eco né dell’uomo di gelo
Né di comete spettrali sopra i pugni levati.

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“Dai sospiri” di Dylan Thomas

Dai sospiri

Dai sospiri nasce qualcosa,
Ma non dolore, questo l’ho annientato
Prima dell’agonia; lo spirito cresce,
Scorda, e piange;
Nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
Non tutto poteva deludere;
C’è, grazie a Dio, qualche certezza:
Che non è amore se non si ama bene,
E questo è vero dopo perpetua sconfitta.

Dopo siffatta lotta, come il più debole sa,
C’è di più che il morire;
Lascia i grandi dolori o tampona la piaga,
Ancora a lungo egli dovrà soffrire,
E non per il rimpianto di lasciare una donna in attesa
Del suo soldato sporco di parole
Che spargono un sangue così acre.

Se ciò bastasse, se ciò bastasse a dar sollievo al male,
Il provare rimpianto quando quello è perduto
Che mi rendeva felice nel sole,
Quanto felice il tempo che durava,
Se ambiguità bastassero e abbondanza di dolci menzogne,
Potrebbero le vacue parole sostenere tutta la sofferenza
E guarirmi dai mali.

Se ciò bastasse, osso, tendine, sangue,
Il cervello attorcigliato, i lombi ben fatti,
Cercando a tastoni la materia sotto la ciotola del cane,
L’uomo potrebbe guarire dal cimurro.
Ché tutto quello che va dato, io l’offro:
Briciole, stalla, e cavezza.

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