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Posts Tagged ‘Charles Baudelaire’

“La disperazione della vecchia” di Charles Baudelaire

La disperazione della vecchia

La vecchietta raggrinzita si sentì rallegrare tutta vedendo quel bel bambino al quale tutti facevano festa, al quale tutti volevano piacere; quell’esserino grazioso, fragile come lei, la vecchietta, e come lei senza denti e senza capelli.
Gli si avvicinò, gli volle far sorrisi e moine.
Ma il bambino spaventato si divincolava sotto le carezze della decrepita vecchina, e riempiva la casa di guaiti.
Allora la vecchietta si ritirò nella sua eterna solitudine, e piangeva in un cantuccio dicendo:
– Ah! Per noi, disgraziate femmine vecchie, è passato il tempo del piacere, anche agli innocenti; e facciamo inorridire i bambini che vorremo amare!

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“L’albatro” di Charles Baudelaire

L’albatro

Spesso, per divertirsi, le ciurme
Catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
Che seguono, indolenti compagni di viaggio,
La nave scivolante sugli abissi amari.

Appena li hanno deposti sulle plance,
Che questi re dell’azzurro, maldestri e timorosi,
Lasciano pietosamente le grandi ali bianche
Come remi trainare ai loro fianchi.

Questo viaggiatore alato, com’è goffo e leggero!
Esso, poc’anzi così bello, com’è comico e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro imita, zoppicando, l’infermo che volava!

Il poeta è simile al principe delle nuvole
Che frequenta la tempesta e se la ride dell’arciere;
Esiliato sulla terra nel mezzo degli schiamazzi,
Le sue ali di gigante gli impediscono di andare.

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-il déposées sur le planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête e se rit de l’archer;
Exilé sul le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

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“L’orologio” di Charles Baudelaire

L’orologio

Orologio! Dio sinistro, spaventoso, impassibile,

 il cui dito ci minaccia dicendo: “Ricordati!

 I Dolori vibranti nel tuo cuore pieno di sgomento

 si pianteranno come in un bersaglio;

.

Il Piacere vaporoso fuggirà verso l’orizzonte

come una silfide in fondo al retroscena;

ciascun istante ti divora un boccone di delizia

 a ogni uomo promesso sposo per tutta la sua stagione.

.

Tremila seicento volte l’ora, il Secondo

 mormora: Ricordati! – Rapido con la sua voce

 da insetto, Adesso dice: Sono Allora

 e ho succhiato la tua vita con la mia immonda proboscide!

.

Remember! Ricordati! prodigo! Esto memor!

 (La mia gola di metallo parla tutte le lingue).

 I minuti, mortale pazzerello, sono pastoie

 da non farsi sfuggire senza estrarne oro!

.

Ricordati che il Tempo è un giocatore avido

che guadagna senza barare, ogni volta! È la legge.

 Il giorno declina; la notte cresce; ricordati!

 L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

.

Fra poco suonerà l’ora in cui il divino Caso,

in cui l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,

 in cui lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),

in cui tutti ti diranno: Muori, vecchio pusillanime! È troppo tardi!”

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,

Dont le doigt nous menace et nous dit: “Souviens-toi!

Les vibrantes Douleurs dans ton coeur plein d’effroi

Se planteront bientôt comme dans une cible;

.

Le Plaisir vaporeux fuira vers l’horizon

Ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;

Chaque instant te dévore un morceau du délice

A chaque homme accordé pour toute sa saison.

.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde

Chuchote: Souviens-toi! – Rapide, avec sa voix

D’insecte, Maintenant dit: Je suis Autrefois,

Et j’ai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

.

Remember! Souviens-toi! prodigue! Esto memor!

(Mon gosier de métal parle toutes les langues.)

Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues

Qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

.

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide

Qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi.

Le jour décroît; la nuit augmente; souviens-toi!

Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,

Où l’auguste Vertu, ton épouse encore vierge,

Où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),

Où tout te dira Meurs, vieux lâche! il est trop tard!”

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“A una passante” di Charles Baudelaire

A una passante

versione italiana

 

Assordante la strada intorno a me ruggiva.

Esile e alta, in lutto, maestà di dolore,

una donna è passata. Con un gesto sovrano

l’orlo della sua veste sollevò con la mano.

 

Era agile e fiera, le sue gambe eran quelle

d’una scultura antica. Istupidito

bevevo nei suoi occhi vividi di tempesta

la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

 

Un lampo … e poi il buio ! – Bellezza fuggitiva

che con un solo sguardo mi hai chiamato da morte,

non ti vedrò più dunque che al di là della vita,

 

che altrove, là, lontano – E tardi e forse mai ?

Tu ignori dove vado, io dove sei sparita;

So che t’avrei amata, e so che tu lo sai !

 

 

–  À une passante

versione francese

 

La rue assourdissante autour de moi hurlait.

Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,

Une femme passa, d’une main fastueuse.

Soulevant, balançant le feston et 1′ourlet;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.

Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,

Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouràgan,

La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté

Dont le regard m’a fait soudainement renaître,

Ne te verrai-je plus que dans 1′éternité?

Ailleurs, bien loin d’ici! trop tard jamais peut-être!

çar j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,

Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

 

To a Woman Passing By

versione inglese

 

The deafening road around me roared.

Tall, slim, in deep mourning, making majestic grief,

A woman passed, lifting and swinging

With a pompous gesture the ornamental hem of her garment,

Swift and noble, with statuesque limb.

As for me, I drank, twitching like an old roué,

From her eye, livid sky where the hurricane is born,

The softness that fascinates and the pleasure that kills,

A gleam. then night! O fleeting beauty,

Your glance has given me sudden rebirth,

Shall I see you again only in eternity?

Somewhere else, very far from here! Too late! Perhaps never!

For I do not know where you flee, nor you where I am going,

O you whom I would have loved, O you who knew it!

 

— traduzione: Geoffrey Wagner

da “I fiori del Male”

 

 

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“Una carogna” di Charles Baudelaire

Una carogna

 

Ricordi tu l’oggetto, anima mia,

che vedemmo quel mattino d’estate così dolce?

Alla svolta d’un sentiero un’infame carogna

sopra un letto di sassi,

 

le gambe all’aria, come una femmina impudica,

bruciando e sudando i suoi veleni,

spalancava, con noncuranza e cinismo,

il suo ventre pieno d’esalazioni.

 

Il sole dardeggiava su quel marciume

come volendolo cuocere interamente,

rendendo centuplicato alla Natura

quanto essa aveva insieme mischiato;

 

e il cielo contemplava la carcassa

superba sbocciare come un fiore.

Il puzzo era tale che tu fosti

per venir meno sull’erba.

 

Le mosche ronzavano sul ventre putrido

donde uscivano neri battaglioni

di larve colanti come un liquame

denso lungo gli stracci della carne.

 

Tutto discendeva e risaliva come un’onda,

o si slanciava brulicando:

si sarebbe detto che il corpo gonfio

d’un vuoto soffio, vivesse moltiplicandosi.

 

E tutto esalava una strana musica,

simile all’acqua corrente o al vento,

o al grano che il vagliatore con ritmico movimento

agita e volge nel vaglio.

 

Le forme si cancellavano riducendosi a puro sogno:

schizzo, lento a compiersi,

sulla tela (dimenticata) che l’artista

condurrà a termine a memoria.

 

Dietro le rocce una cagna inquieta

ci guardava con occhio offeso,

spiando il momento in cui riprendere

allo scheletro il brano abbandonato.

 

– Eppure tu sarai simile a quell’immondizia,

a quell’orribile peste,

stella degli occhi miei, sole della mia natura,

mia passione, mio angelo!

 

Sì, tu, regina delle grazie,

sarai tale dopo l’estremo sacramento,

allora che, sotto l’erba e i fiori grassi,

andrai a marcire fra le ossa.

 

Allora, o bella, dillo, ai vermi

che ti mangeranno di baci,

che io ho conservato la forma e l’essenza divina

di tutti i miei decomposti amori.

 

da Spleen e Ideale de “I Fiori del Male”

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