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Brasile 2014, rimozione forzata di residenti causa mondiali di calcio

June 7, 2014 Leave a comment

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Tra le conseguenze piu’ drammatiche e meno evidenti nei dati che accompagnano i preparativi per i Mondiali di calcio di Brasile 2014 c’e’ la rimozione forzata di migliaia di residenti in comunita’ povere situate in prossimita’ dei cantieri della Coppa. Una rete di attivisti impegnata nelle 12 citta’ sede di partite ha calcolato che alla fine 170mila persone saranno sfollate dalle loro case per consentire l’accelerazione dei lavori per il 2014 ed anche per le Olimpiadi di Rio 2016.

Fonte: Terra Real Time

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Brasile, Awà in fuga dai taglialegna nella Foresta Amazzonica

January 23, 2012 Leave a comment

Gli Awà sono una tribù di cacciatori raccoglitori nomadi che vive in aree protette del Brasile. Sono sotto la costante minaccia dei taglialegna che operano anche a pochi metri dai loro territori, sferrando attacchi feroci a chiunque tenti di opporsi alla deforestazione selvaggia: nel corso dell’ultima violenta aggressione, secondo Survival, un bambino Awà sarebbe stato bruciato vivo.
Alcuni piccoli gruppi di Awá vivono braccati costantemente, in un fuga perenne che li porta da un angolo all’altro di quella che doveva essere la loro terra incontaminata, nello stato brasiliano di Maranhão, nella speranza di trovare rifugio negli ultimi brandelli di una foresta pluviale che è soggetta ad una distruzione sempre più incalzante; alcuni di essi sono sopravvissuti a brutali massacri, nel corso dei quali hanno visto i propri compagni e la propria famiglia trucidati da sicari assoldati da allevatori, coloni, taglialegna. Una sessantina di Awá sono sempre riusciti ad evitare il contatto con il resto del mondo, che del resto potrebbe essere loro fatale in primo luogo a causa della diffusione di virus contro i quali non sono immunizzati; rimasti completamente isolati nella riserva di Araribói, non sono, tuttavia, al riparo in alcun modo dalla avidità e dalla crudeltà umana.
Anche questo territorio, infatti, ufficialmente protetto assieme alla restante area in cui vivono i circa 355 Awá «contattati», è stato invaso negli ultimi anni dai taglialegna in maniera massiccia. Già negli anni ’70 la scoperta di alcuni giacimenti di ferro portò ad uno stravolgimento dell’ambiente improvviso e dall’impatto devastante: la costruzione di una miniera, con la conseguente creazione di una ferrovia che consentisse un rapido trasporto del materiale in direzione della costa, venne pagato a caro prezzo dalla popolazione indigena che subì violenze e soprusi di ogni tipo, cadde vittima delle malattie portate dai nuovi venuti, vide la propria foresta, da cui dipendevano e ancora dipendono per tutto, totalmente distrutta.
Gli Awá sono una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori nomadi rimaste in Brasile ma non è escluso che, secoli addietro, fossero sedentari e vivessero coltivando manioca e cerali; è probabile che le ondate di coloni riversatisi su quelli che anticamente furono i loro territori costrinsero gli autoctoni a diventare vagabondi della foresta, alla costante ricerca di una via di scampo da massacri e schiavitù. Da quando negli anni ’90 una neo-nata sensibilità verso tematiche legate all’ambiente e, in generale, ai diritti umani ha portato al riconoscimento legale delle riserve protette, tuttavia, non si può certamente dire che la situazione dei popoli nativi sia migliorata in qualche maniera decisiva.
Nelle aree protette esistono ben tre grandi insediamenti abusivi, mentre moltissime zone sono state occupate dagli allevatori di bestiame: occupazione e disboscamento del territorio, pratiche entrambe illegali stando a quelle che dovrebbero essere le norme delle zone tutelate, continuano a crescere in maniera progressiva. Rilevamenti satellitari hanno appurato che in una delle regioni destinate agli Awá è sparito il 30% di foresta. L’invasione, dunque, non ha mai subito un vero momento di arresto ma è proseguita più o meno indisturbata anche nel corso degli ultimi decenni dimostrando che le autorità brasiliane non hanno ancora messo in atto delle misure efficaci per la protezione di questo popolo.
Anzi, non di rado si sono verificate situazioni gravissime in cui i nativi hanno subito brutali aggressioni da parte dei taglialegna fuorilegge, degli allevatori, dei cercatori d’oro. L’ultima preoccupante denuncia riguarda la scoperta di un’operazione di disboscamento condotta a soli 400 metri di distanza dal campo degli Awá incontattati: stando a quanto riportato da Survival le indagini condotte congiuntamente da una ONG brasiliana, dall’Ordine degli Avvocati del Brasile e dalla Società per i Diritti Umani del Maranhão avrebbero già raccolto prove che denuncerebbero che un violento attacco sarebbe stato sferrato contro i membri della tribù.
Ma non è tutto perché la denuncia di Survival parla di uno scenario ancora più macabro e tragico: dopo l’invasione della terra natale «protetta» degli Awá e dopo l’aggressione contro gli indigeni, sarebbero stati ritrovati i resti carbonizzati di un bambino, molto probabilmente bruciato vivo nel corso degli incidenti verificatisi. L’episodio risale a diverse settimane fa ed è ipotizzabile che da allora gli Awá siano fuggiti terrorizzati, abbandonando sul territorio le loro corde che, normalmente, utilizzano come ausilio per arrampicarsi sugli alberi; le tracce lasciate dai grossi veicoli usati dai disboscatori non lasciano alcun dubbio sugli intenti drammaticamente distruttivi dei taglialegna che sono penetrati in zona, violando la legge e seminando il terrore tra i nativi.
Il Dipartimento degli Affari Indiani del governo brasiliano, tuttavia, ha fatto sapere che non ha ancora confermato il ritrovamento della piccola vittima ustionata. Quel che è certo, per il momento, è solo l’amara condanna di un popolo totalmente indifeso che cerca solo di conservare qualche frammento di libertà e di terra, molto spesso al prezzo della propria stessa vita. Un destino che unisce gli Awá ai nativi che, in tutto il mondo e nella stessa America meridionale, subiscono soprusi e aggressioni di ogni tipo, per lo più, nell’indifferenza dei governi dei propri paesi.

Fonte: Fanpage

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Brasile, confermata posizione come sesta maggiore economia mondiale

December 27, 2011 Leave a comment

Nel 2011 il Brasile ha superato la Gran Bretagna e l’Italia collocandosi come sesta maggiore economia mondiale dopo Usa, Cina, Giappone, Germania e Francia. Nel 2020 una ‘new entry’ sara’ l’India che si collochera’ al quinto posto dopo Usa, Cina, Giappone e Russia, seguita da Brasile, Germania, Gran Bretagna. Fuori dalla classifica a seguire ci saranno Francia e Italia rispettivamente al nono e al decimo posto.
Nel 2011 il Brasile ha superato la Gran Bretagna e l’Italia collocandosi come sesta maggiore economia mondiale dopo Usa, Cina, Giappone, Germania e Francia.
A rifare i conteggi sui paesi piu’ ricchi del Paese e’ il Center for Economics and Business Research, Cebr, secondo cui nel 2020 i paesi emergenti domineranno la classifica del G8 lasciando addirittura fuori Francia e Italia.
In un’intervista alla Bbc radio l’amministratore delegato del centro di ricerche Douglas McWilliams ha spiegato che in particolare le economie europee sono destinate a arretrare nella classifica del G8.
Nel 2020 una ‘new entry’ sara’ l’India che si collochera’ al quinto posto dopo Usa, Cina, Giappone e Russia, seguita da Brasile, Germania, Gran Bretagna. Fuori dalla classifica a seguire ci saranno Francia e Italia rispettivamente al nono e al decimo posto.

Fonte: RaiNews24

Bioenergie, sfida per il futuro

November 29, 2011 Leave a comment

La domanda mondiale di energia aumentera’, entro il 2030, di oltre il 50% rispetto al 2000 e, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, sulla base del trend attuale i combustibili fossili copriranno oltre l’80% dell’aumento della domanda di energia e provocheranno una crescita delle emissioni globali di CO2 di circa il 55% rispetto al livello attuale.
Previsione in netto contrasto con gli obiettivi assunti dalla comunita’ internazionale (da ultimo il G20 di Cannes) per la riduzione di almeno il 50% delle emissioni globali di CO2 entro il 2050.
In questo quadro le bioenergie, in particolare i biocombustibili, rappresentano – secondo gli esperti – un’ opzione gia’ disponibile in grado di assicurare sia risposte immediate sia ulteriori sviluppi tecnologici in tempi relativamente brevi.
Della possibilita’ di contrastare i cambiamenti climatici se ne e’ parlato a Roma durante il workshop internazionale organizzato da Global Bioenergy Partnership (Gbep), in collaborazione con il ministero Italiano dell’Ambiente e il Forum Das Americas, e presieduto da Corrado Clini, presidente del Gbep.
Al tavolo erano presenti i rappresentati dei Paesi dell’area Sudamericana, come Brasile e Argentina, e quelli di alcuni Paesi del continente africano, come Egitto, Ghana e Mozambico.
L’Italia, che insieme al Brasile condivide la direzione del Gbep, nata durante il G8 di Gleaneagles del 2005, ha la grande possibilità di diventare, in vista degli impegni assunti dall’ Ue per il raggiungimento entro il 2020 di una quota biocombustibili per il trasporto urbano pari al 10%, un autorevole referente..
Le bioenergie contribuiscono attualmente a circa l’ 11% dell’energia primaria e rappresentano l’80% della fonti rinnovabili impiegate a livello globale. Inoltre gli impegni assunti negli ultimi anni da molti Paesi per raggiungere nel proprio portafoglio energetico quote obbligatorie di biocombustibili tra il 2010 e il 2020 (Unione Europea, Usa, Canada, Brasile, Cina, Colombia, Malaysia, Thailandia) rendono indispensabile sviluppare nuove tecnologie per la produzione di biocarburanti di seconda e terza generazione, in grado si assicurare la compatibilità dei biocombustibili con la sicurezza alimentare e ambientale.
E’ prevedibile che, entro il 2020, saranno disponibili bioetanolo e biodiesel di “seconda generazione” derivati da biomassa cellulosica (produzioni agricole dedicate non alimentari, lolla di riso, bagassa da canna da zucchero, residui agricoli, rifiuti solidi urbani). Mentre, seppur con un orizzonte più lungo, sono promettenti le prospettive di sviluppo di biocombustibili dalla fertilizzazione con CO2 delle alghe, è emerso dal convegno Gbep.
Nell’ambito europeo l’Italia ha una grande opportunità di leadership. “Gli obblighi fissati a livello comunitario – ha detto Corrado Clini, presidente Gbep e direttore generale del ministero dell’Ambiente – sono stringenti e per rispettarli l’ Italia si troverà nella condizione di dover acquistare all’ estero il 90% dei biocombustibili per soddisfare la domanda. L’alternativa all’acquisto potrebbe essere l’investimento sui Paesi che, come l’Africa, hanno grandi prospettive sul piano produttivo. Abbiamo il know- how per sviluppare la tecnologia, lo dimostrano gli accordi di collaborazione Eni-Novamont, le ricerche e le sperimentazioni in corso sull’impiego delle alghe e, non ultimo, anche l’impegno dei privati come quelli del Gruppo Mossi&Ghisolfi che ha dato il via, nel vercellese, alla costruzione del primo impianto al mondo per la produzione di bioetanolo di seconda generazione. Occorre ‘solo’ la volontà delle istituzioni”.

Fonte: Ansa