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Civiltà antidiluviane, mito o realtà?

July 13, 2012 Leave a comment


Sempre più ritrovamenti fanno pensare che delle civilta’ antidiluviane possano essere esistite davvero…
Per l’archeologia ufficiale l’Homo Sapiens, evolutosi in Africa circa 130 millenni fa, si è diffuso in tutta l’Eurasia a partire da 100 millenni or sono. Quindi, circa 40 mila anni fa è giunto in Australia, mentre solo 14 millenni fa arrivò nel Nuovo Mondo, attraversando la prateria detta Beringia (attuale stretto di Bering). Secondo questa teoria, solo 10 mila anni fa l’uomo divenne stanziale sviluppando l’agricoltura e dando inizio alla fondazione dei primi centri abitati (Gerico, 8000 A.C.).
Vi sono però numerose critiche a questa ipotesi, che sostengono non solo l’inesattezza di questi dati, ma addirittura la possibiltà che l’uomo abbia sviluppato delle civiltà organizzate prima del 9500 A.C.
In effetti potenzialmente l’Homo Sapiens avrebbe potuto, nel corso dei 130 millenni da quando è apparso sulla Terra, sviluppare varie civiltà agresti o marittime, magari evolutesi su piani differenti all’attuale, più spirituali e meno legate al materialismo.
Nel corso degli ultimi anni alcuni archeologi hanno trovato in America dei resti umani, che mettono in discussione le teorie ufficiali e portano a riconsiderare l’intero passato dell’uomo, non solo per quanto riguarda le Americhe, ma per l’intero pianeta.
L’archeologa brasiliana Niede Guidon (supportata da vari altri studiosi di fama internazionale), ha trovato resti di Homines Sapientes arcaici nel Piauì (nord-est del Brasile a circa 700 chilometri dalla costa atlantica), che risalgono a 12.000 anni fa. Le datazioni con il metodo del carbonio 14 hanno provato però che alcuni focolari sono stati utilizzati nella zona oggetto di studio già 60 millenni fa. Questa prova mette in discussione la teoria ufficiale del popolamento delle Americhe secondo la quale i primi abitanti del Nuovo Mondo furono gli appartenenti alla cultura Clovis (deserto del Nuovo Messico), circa 13 millenni fa.
Nel Nuovo Mondo sono stati tanti i ritrovamenti che provano una presenza arcaica dell’uomo, per esempio quello di Monte Verde, in Cile, risalente a 33.000 anni fa.
La teoria riconosciuta del popolamento delle Americhe viene così a cadere, e deve essere completata da altre ipotesi, che considerano la colonizzazione del Nuovo Mondo direttamente dall’Africa, ma anche dalla Melanesia e Polinesia.
Tutto ciò pone sotto un’ottica nuova l’intero periodo durante il quale l’Homo Sapiens colonizzò la Terra, da 100 millenni fa fino ad oggi.
Ora, se si considera che durante questo lungo lasso di tempo, la glaciazione di Wisconsin-Wurm (che durò da 110 a 11,5 millenni fa) era al suo massimo, si può affermare che il livello dei mari era più basso di circa 120 metri rispetto all’attuale. Ciò verosimilmente permise all’uomo di spostarsi più facilmente attraverso gli oceani proprio perchè molte terre ora sommerse affioravano sulla superfice dei mari.
E’ possibile che alcuni gruppi di umani, appartenenti ad etnie a tutt’oggi sconosciute, abbiano fondato delle città costiere, che successivamente furono spazzate via da spaventose inondazioni?
In effetti molte culture hanno lasciato opere letterarie nelle quali si narra di un diluvio, o di un periodo di sconvolgimenti climatici di portata eccezionale: Atrahasis (mito sumero), l’epopea di Gilgamesh (leggende babilonesi), la Bibbia (la Storia degli Ebrei), Shujing (classico di Storia cinese), Matsya Purana e Shatapatha Brahmana (testi sacri indiani risalenti al primo millennio prima di Cristo), Timeo e Crizia di Platone (Grecia), il Popul Vuh della civiltà Maya, per citarne solo alcune. Secondo molti ricercatori di frontiera, ma ultimamente anche vari geologi e climatologi, il diluvio universale fu proprio la fine dell’era glaciale, e accadde circa 11,5 millenni or sono.
Alcuni ricercatori del XX secolo hanno ipotizzato che i sopravvissuti di alcune di queste civiltà antidiluviane si siano rifugiati nei luoghi interni dei continenti, in particolare del Sud America, dove avrebbero rifondato alcune città e gettato le basi per nuove colonizzazioni.
Il primo ricercatore che sostenne questa tesi fu il più grande avventuriero del XX secolo, il colonello inglese Percy Harrison Fawcett. Alla base dei suoi convincimenti vi fu il ritrovamento di un manoscritto (il n.512), conservato alla Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro, nel quale vi era descritto il ritrovamento da parte del bandeirante Francisco Raposo, nel 1743, di una fantomatica città di pietra nascosta nella selva del Mato Grosso, non lontano dal fiume Xingù.
Fawcett partì varie volte dopo il 1920, esplorando la selva compresa tra i fiumi Xingú e Araguaia, all’altezza della Serra do Roncador.
La sua scomparsa proprio nell’area forestale della Serra do Roncador, alla fine di maggio del 1925, non fece altro che ravvivare la leggenda di una misteriosa città antidiluviana, che inghiottì l’esploratore, suo figlio Jack e un amico che partecipava alla spedizione.
Un altro sostenitore della tesi che i superstiti del diluvio si rifugiarono in Sud America fu l’austriaco Arthur Posnansky, che, nel suo libro Tiwanaku, la culla dell’uomo americano, indica per il sito archeologico vicino al lago Titicaca una data di fondazione che risalirebbe al 10.000 A.C.
Anche le piramidi di Pantiacolla (o Paratoari), strane formazioni simmetriche che si ergono, coperte dalla vegetazione, non lontano dal fiume Alto Madre de Dios (Perù), sono indicate da alcuni come centri di energia utilizzate da popoli antidiluviani che si rifugiarono nella foresta amazzonica molti millenni or sono.
L’ipotesi di civiltà antidiluviane sono state supportate ultimamente anche da alcuni ritrovamenti eccezionali, tutti effettuati sotto il livello dei mari fino a ben 900 metri di profondità.
La prima affascinante scoperta avvenne nel settembre del 1968 quando il Dott.Valentine, mentre stava nuotando al largo dell’isola di Bimini, nelle Bahamas, osservò una strada pavimentata con enormi blocchi di pietra rettangolari e poligonali. Secondo alcuni, queste pietre ciclopiche, perfettamente squadrate e lunghe fino a cinque metri, ricordano molto i massi di Sacsayhuamán, l’imponente struttura situata a pochi chilometri dal Cusco, a ben 3555 metri d’altitudine sul livello dei mari.
Alcuni scettici ritengono che i famosi muri di Bimini non sia altro che un fenomeno naturale chiamato “pavimento a tasselli”, che si origina quando la crosta terrestre viene soggetta a tensione e quindi si frattura in blocchi regolari. Per altri invece, come lo stesso Valentine, ma anche il linguista e scrittore Charles Berlitz, e l’archeologo subacqueo Robert Marx, l’origine della strada di Bimini è artificiale e risale all’era glaciale.
Il secondo interessante ritrovamento, ebbe luogo nel 1969. L’equipaggio del sottomarino statunitense Aluminaut, scoprì per caso, nel fondale della Florida, a 900 metri di profondità, un’altra strada lunga più di 20 chilometri costituita di alluminio, silicio e ossido di magnesio. Ancora oggi non si sa se la misteriosa via sottomarina sia opera di una civiltà evoluta o semplicemente uno stranissimo scherzo della natura.
Nel 1987 sono state individuate al largo dell’isola Yonaguni, la più a sud delle isole Ryukyu, in Giappone, delle strane formazioni megalitiche, a partire dalla profondità di 40 metri.
Lo scienziato Masaaki Kimura visitò le strutture subacquee e dopo attenti studi giunse alla conclusione che l’artefice di quell’opera ciclopica non può essere che l’uomo. Il cosiddetto monumento di Yonaguni, detto anche la “tartaruga” è una grande struttura di roccia rettangolare di 150 x 40 metri, alta 27 metri. La cima del monumento si trova a cinque metri sotto il livello dell’acqua. Secondo l’archeologo subacqueo Sean Kingsley, queste mura, i cui lati sono perpendicolari tra loro, sono opera dell’uomo. Per Kimura invece queste strani monumenti possono essere stati modificati dall’uomo in un epoca pre-diluviana, quando i ghiacci coprivano gran parte dell’emisfero boreale e il livello dei mari era più basso dell’attuale.
Nel 2000 l’Istituto nazionale di Tecnologia Marina dell’India annunciò di aver trovato, nel fondale prospiciente la costa dello stato del Gujarat, a 40 metri di profondità, delle strutture megalitiche simili ad una città. Alcuni archeologi indiani confutarono questa notizia, dicendo che era stata diffusa non seguendo stretti canoni archeologici, ma soprattutto per motivi politici, ovvero per dare all’India il primato di avere dato i natali alla prima civiltà del mondo.
Nel 2001 però il Ministro per la Scienza e Tecnologia Murli Manohar Joshi annunciò ufficialmente la scoperta: le strutture sommerse trovate nel golfo di Khambat (Cambay) sono i resti di un’antica città che fu cancellata da inondazioni improvvise. Si affermò anche che le rovine dimostrano una notevole somiglianza con i resti delle civiltà della valle dell’Indo, che si svilupparono ad Harappa e a Mohenjo-Daro, intorno al 2700 A.C.
Verso la fine del 2001 furono trovati dei pezzi di legno carbonizzato nelle vicinanze della città sommersa, che vennero datati, con il metodo del carbonio 14, 9500 anni prima di Cristo. Nel 2003 e 2004 l’Instituto Nazionale di Tecnologia Marina dell’India fece altre esplorazioni subaquee, durante le quali furono recuperati dei pezzi di ceramica, indizi di attività artistica e artigianale di un popolo antico. I reperti furono inviati in alcuni laboratori indiani ed europei e, per mezzo del metodo della termoluminescenza, furono datati da 13 a 31 millenni fa. Il geologo indiano Batrinarayan confermò l’autenticità dei ritrovamenti, sostenendo che le reliquie sono state sottoposte ad analisi con la tecnica della diffrazione dei raggi X. In base a questi ritrovamenti la città sommersa di Khambhat sarebbe stata la più antica del mondo risalendo a 9,5 millenni or sono.
Nel maggio del 2001 la oceanografa canadese Paulina Zelitsky, responsabile della Advanced Digital Communications Company decsrisse i risultati di una esplorazione marina nel Mar dei Caraibi, detta Exploramar. Utilizzando un sofisticato robot, dotato di sonar, magnetometro e videocamera, che fu calato nelle profondità del mare e comandato a distanza con un cavo a fibra ottica, fu possibile mappare una zona di fondale immensa, e i risultati furono stupefacenti.
Delle enormi strutture megalitiche situate a ben 600 metri di profondità sono state trovate al largo del Cabo San Antonio, o penisola Guanahacabibes, nell’estremo ovest dell’isola di Cuba. Le strane formazioni sommerse, cubi, parallelepipedi e piramidi, si estendono per ben venti chilometri quadrati. Per la loro grandezza e complessità, sono state battezzate Mega. Per molti è semplicemente una città impossibile, che non si può spiegare con le tecniche scientifiche attuali. Per altri invece le enormi pietre squadrate sono i resti di antiche mura ciclopiche, in quanto dopo un’attenta analisi si giunge alla conclusione che un tempo dette pareti furono esposte agli agenti atmosferici, poiché vi si trovano i resti di un’antica ossidazione. Inoltre in base alle fotografie e ai video divulgati, si nota che esistono delle strutture ripetute come fossero muri utilizzati per abitazioni. Il geologo Manuel Iturralde, che partecipò alle ricerche, sostiene che è possibile che le rovine sommerse siano attribuibili a una civiltà anti-diluviana, che risalirebbe al decimo millennio prima di Cristo.
In seguito a tutti questi ritrovamenti si può giungere alla conclusione che le possibilità che siano esistite delle etnie antidiluviane sono numerose. In effetti lo studio del lunghissimo periodo di tempo durante il quale l’Homo Sapiens ha dominato il pianeta (130 millenni), è solo agli inizi: sembra abbastanza riduttivo pensare che solo a partire dal 8.000 A.C. sia nata la civiltà.
La nostra visione, che definisce la civiltà come una società di persone che praticano l’agricoltura e vivono in villaggi, dandosi delle regole comuni di comportamento, potrebbe essere limitata. Probabilmente alcuni gruppi di umani, pur non raggiungendo livelli tecnologici più avanzati, avevano sviluppato una rete di collegamenti marittimi e praticavano il commercio, basato sul baratto. Non avevano previsto però che la natura può essere a volte brutale, e molti di loro perirono durante gli sconvolgimenti climatici della fine della glaciazione. E’ verosimile pensare che i sopravvissuti si addentrarono all’interno dei continenti, dove poi si mischiarono con altri loro simili.
La prova definitiva di queste ipotesi tuttavia non è stata ancora dimostrata. Probabilmente è il Sud America che, con le sue foreste ancora oggi impenetrabili, racchiude il mistero delle civiltà antidiluviane che prosperarono durante la lunghissima era glaciale. Siamo solo agli inizi di questa avvincente sfida. Il nostro lontano passato, potrebbe fornirci preziose informazioni non solo sulle nostre origini, ma anche su come affrontare il futuro, migliorando così la nostra vita, soprattutto sul piano della serenità.

Yuri Leveratto

Fonte: Yuri Leveratto

Turchia, rinvenuta antica Bibbia risalente a 15 secoli addietro

February 24, 2012 Leave a comment

1500 anni portati benissimo. Durante un’operazione antiricettazione nel 2000, la polizia turca ha trovato una Bibbia finita in un deposito e riscoperta solo ora.
Scritta a mano e in ottimo stato di conservazione, contiene molte tracce del periodo a cui risale.
La Bibbia sarebbe in aramaico con alfabeto siriaco su fogli di pelle.
Il suo valore è di 17 milioni di euro. Potrebbe essere una copia del controverso Vangelo di Barnaba che, secondo i musulmani, è un vangelo originale poi soppresso.
Il Vaticano ha intanto chiesto alla Turchia il permesso di esaminare il documento.
Il Vangelo di Barnaba contraddice il racconto canonico del Nuovo Testamento, ma ha una forte similitudine con la visione islamica di Gesù.
Il Tribunale di Ankara ha inviato al Ministero del Turismo la Bibbia, che verrà esposta dopo una serie di lavori di restauro necessari nonostante le sue buone condizioni.

Fonte: Euronews

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Apocalisse, quel «vademecum» contro la degenerazione del potere

January 3, 2012 Leave a comment

Le due bestie della scrittura ci ricordano l’ arroganza delle dittature… Non è il racconto di una catastrofe ma una profezia di riscatto

A pocalisse, apocalittico: due termini che nel linguaggio corrente sono fortemente evocativi e sono generalmente intesi come sinonimo di catastrofe, di evento disastroso di dimensioni eccezionali, come profezia di eventi tragici o semplicemente come profezia del futuro. Nella Bibbia apocalisse (in greco apokálypsis ) significa invece ri-velazione, ossia l’ operazione con cui si alza il velo e di conseguenza il ricevere una conoscenza più profonda della storia. L’ apocalisse consente di vedere, per dono di Dio, che nella storia si oppongono il male e il bene, la volontà di Dio e l’ efficacia del Maligno, il Messia e l’ anti-Messia, i credenti-giusti e gli empi-malvagi. Al centro del libro dell’ Apocalisse, quello con cui la Bibbia si chiude, sta Gesù Cristo, il Signore, che è presentato mediante l’ immagine di un Agnello ucciso e risorto, vittima e vincitore, una vittima tra le vittime della storia eppure, nel contempo, un vincitore alla fine della storia, quando aprirà il Regno di Dio per l’ eternità. È il paradosso cristiano, il paradosso della croce: la debolezza si mostra forza, l’ abbassamento in realtà è gloria, la posizione del servo concede il vero primato, l’ essere vittima fino a versare sangue è condizione di resurrezione, perché l’ amore vissuto vince la morte. L’ Apocalisse è dunque un libro carico di speranza per chi è ultimo, povero, oppresso dall’ ingiustizia, ed è un libro che risuona come un estremo avvertimento per chi opprime, perseguita, pensa a vivere senza gli altri e contro gli altri. Nel capitolo 13, al cuore del libro, Giovanni, l’ autore dell’ Apocalisse, descrive una visione in cui si alza il velo sul potere di questo mondo. È una visione tragica, molto negativa del potere. In verità nel Nuovo Testamento ci sono altre visioni più positive, in cui il potere politico è letto non solo come necessario ma addirittura come rivestito del mandato di essere ministro di Dio per il bene della società (si vedano, in particolare, Rm 13,1-7 e 1Pt 2,13-17). Giovanni scrive invece in un tempo di persecuzione dei cristiani da parte dell’ impero romano, in un’ epoca in cui sperimenta l’ oppressione da parte del potere totalitario. Per questo contempla le possibili derive negative del potere politico attraverso la descrizione di due bestie. Mentre egli si trova a Patmos, una piccola isola del mar Egeo, vede una prima bestia che sale dall’ occidente, dal mare (Ap 13,1-10): è una bestia che ha un potere enorme (dieci corna), che esercita un grande dominio (dieci corone) e ha sette teste recanti ognuna un titolo blasfemo. Questi titoli rappresentano la pretesa del potere che appare sempre poliforme; la bestia vuole essere chiamata con i titoli che spettano solo a Dio: Divino, Signore adorabile, Salvatore… Giovanni ci mette di fronte al potere politico che ha la pretesa di essere totalitario e che si manifesta come bestiale e disumanizzante: il potere che vuole porsi sopra il bene e il male, che si fa applaudire e venerare, che estorce il consenso, che si vuole non giudicabile. Ma il potere totalitario domina perché gli umani lo lasciano dominare, fino a dire: «C’ è qualcuno simile alla bestia e capace di vincerla?» (cf. Ap 13,4). Di conseguenza la bestia si esalta, alza la voce, grida, vanta il consenso che le viene dato da una gente omologata, incapace di critica e di resistenza. Sicché, dice Giovanni, anche quando essa perseguita, opprime e toglie la libertà, anche allora sa sedurre, e dunque viene adorata: «La adorano tutti gli abitanti della terra ma non i seguaci dell’ Agnello» (cf. Ap 13,8). Questa è la religione del potere! Ma Giovanni vede apparire anche una seconda bestia, da oriente, dalla terra dell’ Asia Minore (Ap 13,11-18). Questa ha un aspetto meno grandioso, non sembra essere violenta: ha due corna come quelle di un agnello e quindi non fa paura; sembra anzi un profeta ma in realtà è un falso profeta. Qual è l’ identità di questa bestia? Come per la prima, su di essa vige il consenso degli interpreti dell’ Apocalisse di ieri e di oggi: questa bestia che è a servizio della prima, che ha le sembianze di un agnello ma quando parla ha la voce potente di un drago, è l’ ideologia, la propaganda. Essa serve la prima con la propaganda, con la pubblicità, con tutta la dotazione di mezzi in suo possesso per comunicare, per far apparire: fa erigere persino una statua al potere totalitario e mette a morte chi rifiuta di riconoscerla e di prostrarsi a essa. L’ asservimento al potere totalitario, l’ organizzazione del consenso sono perseguiti e garantiti dall’ opera di persuasione della seconda bestia, la quale ha una capacità enorme, opera cose straordinarie, desta ammirazione. Ecco dunque l’ opera della seconda bestia: seduce gli uomini, li omologa tutti culturalmente, li diverte e li aliena. Essa rappresenta il primato dell’ immagine, dell’ apparire, dell’ ostentazione del potere, dell’ arroganza della vita, è la vertigine della falsità. E gli uomini omologati applaudono, erigono una statua alla prima bestia, invocano il capo, il grande timoniere, il führer, il duce, l’ unto: siamo di fronte al culto della personalità. È proprio così e la nostra generazione conosce bene questa realtà, non foss’ altro che per aver visto erigere tante statue e monumenti al potere totalitario, salvo poi vederli miseramente cadere… Giovanni, infine, è ancora più preciso: questa bestia è così performativa da persuadere tutti, «piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi» (Ap 13,16), i quali sono inebetiti al punto di credere che il diritto di comprare e di vendere, di possedere e di essere ricchi equivalga all’ unica definizione possibile della vita. Ma in verità il marchio imposto sugli uomini dalla bestia è alienazione, omologazione, corruzione, falsità che si erge a sistema organizzato. Per chi legge con intelligenza l’ Apocalisse, questa non è descrizione di una catastrofe: è profezia che ci fa aguzzare gli occhi, per guardare in faccia con lucidità la possibile degenerazione del potere.

L’ autore e l’ opera Il priore Padre Enzo Bianchi (nella foto) , guida la Comunità monastica di Bose (Biella). Dopo la laurea in economia, si è ritirato in solitudine in una cascina e ha fondato la sua comunità basata sul celibato, la preghiera e il lavoro. Oggi sono una settantina i monaci, uomini e donne, a Bose, non solo cattolici ma anche protestanti e ortodossi. Il testo L’ Apocalisse di Giovanni, conosciuta anche come Libro della Rivelazione, è l’ ultimo libro del Nuovo Testamento, uno dei più controversi e difficili da interpretare di tutta la Bibbia. Appartiene al gruppo di scritti neotestamentari noto come «letteratura giovannea», scritta, se non dallo stesso apostolo, nei circoli che al suo insegnamento facevano riferimento.

Bianchi Enzo

Fonte: Corriere Della Sera

Kadosh, interpretazione del sabato ebraico e della domenica cristiana

October 6, 2011 1 comment

Nella Bibbia il tempo non è tutto uguale, ma a volte ci sono “tempi santi” (in ebraico “kadosh“, cioè “diverso“, distinto dalle cose ordinarie). Inoltre anche uno dei dieci comandamenti, ricorda al credente di “santificare la festa”, in modo che l’eterno di Dio entri nel tempo dell’uomo. La festa è così una sospensione del tempo ordinario, un momento in cui si ricorda il passato nel rito e ci si riposa dalle fatiche quotidiane. A differenza del pensiero greco, per l’ebraismo il tempo non è “l’immagine mobile dell’eternità, ma l’eternità in movimento“. In questo quadro si capisce perché per l’ebreo il “giorno del Signore è più importante della casa del Signore“.
Per l’Ebraismo, la festa nasce dalla creazione, è il giorno in cui Dio si riposa dalla fatica della creazione, è il giorno che va dedicato alla contemplazione della bellezza del creato senza compiere alcuna azione, perché essa rischierebbe di alterare l’armonia voluta da Dio.
La festività del sabato nasce già dalla sera precedente, perché l’atto creativo di Dio inizia con le tenebre. Inoltre il riposo e l’inattività hanno anche il senso di anticipare già oggi la pace e la beatitudine eterna.
La domenica cristiana riprende molti motivi dal sabato ebraico, anche se il suo significato teologico è quello legato alla Pasqua, alla risurrezione di Gesù, che avvenne il “primo giorno dopo il sabato”.
Per il cristiano la domenica, dal latino “diesis Domini” (giorno del Signore), è l’oggi della vita nuova, è l’anticipazione del mondo redento da Gesù Cristo.
La domenica diventa così il “kadosh“, il renderla diversa da tutti gli altri giorni, è l’interruzione del ciclo produttivo della nostra vita quotidiana, con al centro il memoriale dell’Eucaristia che viene celebrato e attualizzato nella Messa.

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